venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 18, 2009

La caccia ai taliban "buoni" in un articolo di Pepe Escobar

I taliban sono destinati a incendiare il Reichstag?

di Pepe Escobar

Per chi si stesse chiedendo dove il vice presidente degli Stati Uniti trascorra il suo – abbondante – tempo libero, ha appena passato un martedì ricco di eventi ai quartieri generali dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) e dell'Unione Europea a Bruxelles.

Il messaggio di Biden agli europei nel panico per la crisi finanziaria (ma esitanti a salvare l'Europa Orientale) è stato, be', confortante: “Vale la pena di avviare un dialogo per determinare se ci sia o no chi è disposto a partecipare a uno stato afghano sicuro e stabile”.
Questo doveva servire a sottolineare la fondamentale (rivoluzionaria) tattica contro-insurrezionale degli Stati Uniti nel sempre più tumultuoso teatro afghano-pakistano: l'urgenza di lanciare un bel dibattito con i taliban “buoni”.

Come se i pezzi grossi della NATO non se ne fossero accorti – e forse è così – seguendo l'esempio dei loro soldati che preferirebbero comprare tappeti a Chicken Street a Kabul piuttosto che affrontare un mujaheddin, Biden ha sottolineato che la situazione nel teatro sud-asiatico si sta aggravando.

Gli europei non sono rimasti impressionati; cioè non hanno cacciato fuori altri soldati. Biden ha detto che l'attuale caos “rappresenta una minaccia per la sicurezza... non solo per gli Stati Uniti, ma per ogni singola nazione attorno a questo tavolo”. Non ci sono ancora prove credibili che i taliban intendano entrare dalla Porta di Brandeburgo sui loro fuoristrada Toyota e vogliano incendiare (una seconda volta) il nuovo, post-moderno Reichstag riprogettato da Sir Norman Foster.

La caccia ai taliban “buoni”
Uno stratega francese ha confermato ad Asia Times Online che Biden e la sua eminente tavola rotonda della NATO non sono riusciti ad accordarsi sui “buoni” taliban con cui dialogare. Una conferenza via Skype con il Presidente afghano Hamid Karzai non era in grado di far luce sulla questione. Una telefonata al fantoccio oltreconfine, il vedovo di Benazir Bhutto Presidente Asif Ali Zardari, avrebbe potuto.

Contrariamente a un membro femminile del parlamento afghano di Kabul che la scorsa settimana ha riassunto molto bene il tutto (“Mandateci 30.000 studiosi. O 30.000 ingegneri. Ma non mandate altri soldati, questo non farà che portare altra violenza”), il presidente afghano Karzai – lo chiamano il sindaco di Kabul – rimane isolato, e così ha deciso di restare fermo sulle sue posizioni cercando di prevedere i risultati delle elezioni fissate per agosto.

Gli afghani non ci sono cascati. Non ci è cascata neanche la cricca di realisti neo-liberali che compongono la squadra per la politica estera del Presidente Barack Obama. Certo, preferirebbero avere un altro fantoccio afghano quanto prima, ma per ora aspettano tutti le elezioni di agosto.

Per quanto riguarda Zardari, resta in fin dei conti il tizio a cui fare riferimento quando si tratta di abbracciare un taliban. Ha stretto un patto con Baitullah Mehsud, il capo del Tehrik-i-Taliban in Pakistan. Ha stretto un patto con il Tehreek-e-Nafaz-e-Shariat-e-Mohammadi (TNSM) che ha portato alla liberazione del suo leader, l'intrattabile Sufi Mohammad. Il 16 febbraio il governo della Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) ha firmato il trattato di pace di Swat; questo significa che la TNSM applicherà la sharia nella valle e non attaccherà le truppe di Zardari.

Questo modello può valere anche per altre aree tribali. Due settimane fa i taliban e il governo pakistano hanno dichiarato una tregua nella regione di Bajaur, e questo porterà certamente a un altro accordo di pace. Subito dopo tre fazioni chiave dei taliban – il gruppo Mehsud, il Gul Bahadur e il Mullah Nazir – hanno comunicato la formazione di una stretta alleanza nel Waziristan per combattere non Zardari e l'élite di potere feudale pakistana ma la NATO, gli americani, la loro “guerra al terrore” e in generale l'occupazione straniera.

Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David “Mi sto posizionando per le elezioni del 2012” Petraeus, il capo del Pentagono Robert Gates, Obama, Biden, la NATO, sono tutti concordi con la linea ufficiale. Il problema adesso è trovare questi “buoni” taliban così elusivi.

Biden di certo sa che alla fine dello scorso anno un gruppo scelto di diplomatici afghani più il fratello di Karzai, Ahmad Wali, ha infine parlato con alcuni taliban, buoni o cattivi, grazie alla famigerata mediazione saudita. Doveva per forza esserci l'approvazione degli Stati Uniti.

Quello che Biden non ammette pubblicamente è che la strategia di Petraeus-Gates-Obama-Biden consiste nel riversare una pioggia di dollari americani su qualsiasi comandante taliban sia disposto a stringere qualche tipo di accordo con la NATO. Zardari da parte sua sta facendo lo stesso; ma molto, molto più velocemente.

"Taliban" naturalmente è un termine straordinariamente elastico. L'eterogenea ciurma che sta dando la caccia ai taliban “buoni” dovrebbe almeno sapere chi sta cercando.

Numero uno: i taliban storici guidati dal Mullah Omar, visto l'ultima volta nell'autunno del 2001 nella provincia di Kandahar mentre fuggiva dalle bombe americane per entrare nella leggenda in sella a uno scooter Honda 50cc. Gli assi del controspionaggio degli Stati Uniti sanno che ora è a Quetta, nel Belucistan – territorio pakistano, e ha accesso alla posta elettronica. Però non sono stati capaci di mandargli neanche un SMS.

Numero due: l'Hizb-i-Islami (Partito Islamico) dell'ex primo ministro afghano nonché super signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar; in senso stretto non sono taliban.

Numero tre: il gruppo del famoso comandante del jihad Jalaluddin Haqqani, che fa base nelle aree tribali del Waziristan in Pakistan.

Poi ci sono almeno tre gruppi taliban pakistani: il Mehsud, il Gul Bahadur e il TNSM.

E infine qualsiasi gruppo di pastori pashtun che abbiano in odio l'occupazione straniera (praticamente tutti); si siano visti uccidere la famiglia dagli americani, dalla NATO o dall'esercito pakistano (molti); o abbiano perso i loro raccolti d'oppio, cioè la loro fonte di sussistenza (e ce ne saranno molti altri, non appena le ulteriori truppe mandate da Obama toccheranno la provincia di Helmand).

Tutti questi taliban, sul suolo afghano, fanno non più di 15.000 persone, secondo il Ministro degli Interni afghano; ma si dà il caso che siano molto attivi, e raggiungibili, in non meno di 17 province afghane. Di certo gli oltre 60.000 soldati statunitensi e della NATO, per non parlare dei 17.000 del “surge” di Obama, potrebbero farci due chiacchiere.

Dove sta il mullah
Si può scommettere una cassa di Chateau Margaux del 1982 sul fatto che nessuno alla NATO sa trattare con Hekmatyar – l'uomo che scelse di distruggere Kabul durante la guerra civile alla metà degli anni Novanta prima che i taliban prendessero il potere nel 1996 (e di lui si dice che riuscì a uccidere più afghani che sovietici).

Hekmatyar è il Michael Corleone del jihad. Recentemente a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la gente di Karzai ha pensato di aver fatto a Hekmatyar la famosa “offerta che non si può rifiutare”: prima asilo in Arabia Saudita, poi ritorno in Afghanistan con immunità totale. Avevano dimenticato che il fiero Hekmatyar non vuole asilo. Vuole la sua fetta di torta a Kabul – preferibilmente quella più gustosa.
L'ex ministro degli esteri dei taliban Mullah Muttawakil – che il vostro corrispondente ha avuto il piacere di incontrare all'epoca d'oro dei taliban – sa per esperienza che non funzionerà. Ha detto ad al-Jazeera: “Non porterà vantaggi a nessuno... non porrà fine alla guerra”.

Questo significa che la caccia al buon taliban dovrà concentrarsi sulla ricerca dell'Ombra in persona, il Mullah Omar, con il quale tentare un dialogo.

E cosa direbbe mai il Mullah Omar a tutti questi occidentali improvvisamente così loquaci? Direbbe esattamente quello che il suo caro amico Mullah Mutassim, ex ministro delle finanze dei taliban, ha detto al periodico al-Samoud due settimane fa: vogliamo gli Stati Uniti e la NATO subito fuori dall'Afghanistan, vogliamo la sharia e non vogliamo assolutamente alcuna interferenza occidentale nel nostro paese.

Cosa vuole invece Michael Corleone – ops, Hekmatyar?

Non è un taliban. Non è di al-Qaeda. Era un cocco degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita e dei servizi segreti pakistani, l'ISI, durante il jihad degli anni Ottanta. Non è un fondamentalista, è più vicino ai Fratelli Musulmani. La CIA ha cercato di ucciderlo con un missile Hellfire (cos'altro?). L'ha scampata.

Il vostro corrispondente ci si è quasi imbattuto nella provincia di Kunar nel 2002 – con grande sorpresa delle truppe statunitensi che gli davano la caccia. Poi l'ISI (chi altri?) lo aiutò a riorganizzarsi. Karzai gli offrì una fetta della torta a Kabul, ma non era abbastanza gustosa. Il Pakistan rilasciò suo fratello. La Cina invitò alcuni suoi soci a Pechino.

E così tutti lo amano: Karzai, Zardari, l'ISI, la Casa di Saud, la Cina e, prima o poi, l'amministrazione Obana. Potrebbe perfino ricevere un'offerta che non può rifiutare. Ma c'è un problema: vuole anche che gli Stati Uniti e la NATO se ne vadano. Ed è abbastanza scaltro da tentare di far combattere un'alleanza taliban rinvigorita ed eccitata dai soldi dell'oppio contro le tattiche contro-insurrezionali di Petraeus e Gates. A proposito, Hekmatyar fu un pioniere nella raffinazione dell'eroina in Afghanistan, invece di limitarsi a tassare l'oppio.

E allora cosa succederà? Beh, le solite cose. I taliban pakistani daranno una mano nella preparazione della grande offensiva di primavera guidata dal... Mullah Omar contro gli Stati Uniti e la NATO in Afghanistan. A Bruxelles i cinici scommettono sul fatto che alla NATO si sappia benissimo che questo braccio armato dell'arroganza occidentale non ha una sola occasione di farcela contro mujaheddin nati per combattere che hanno sconfitto chiunque da Alessandro Magno in poi.

A beneficio dell'opinione pubblica Obama insiste nel dire che “non abbiamo alcun interesse o aspirazione” a restare in Afghanistan “a lungo”. Ovviamente si è dimenticato di chiederlo al Pentagono. La loro bibbia infestata di acronimi, il famoso FM 3-05.202 [Special Forces Foreign Internal Defense Operations, il manuale di 110 pagine per l'appoggio – anche non dichiarato – delle Forze Speciali degli Stati Uniti a governi stranieri contro le rivolte o le insurrezioni interne, N.d.T.] fa capire che la contro-insurrezione durerà per sempre. Il Tenente Colonnello in congedo David Barno, ex comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ha perfino detto che gli Stati Uniti ci resteranno fino al 2025.

Un sacco di tempo per cercare dei taliban “buoni” con cui parlare oppure, Allah non voglia, assistere impotenti mentre conquistano Berlino al suono della Cavalcata dei Pashtun eseguita dai Berliner Philharmoniker.

Originale: Taliban set to burn the Reichstag?

Articolo originale pubblicato il 13/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, gennaio 16, 2009

Sempre a proposito di guerra del gas Ucraina-Russia

Ancora niente gas
di Oleg Mitjaev per RIA Novosti

Il 13 gennaio, grazie al raggiungimento di un accordo tra le parti, era prevista la ripresa del transito del gas russo attraverso il territorio dell'Ucraina verso i paesi dell'Unione Europea. Ma così non è stato. Gazprom ha cominciato a fornire il combustibile agli utenti europei ma l'ucraina Naftogaz ha bloccato il suo gasdotto. I paesi dell'UE sono rimasti ancora una vota privi del gas russo, e a Russia e Ucraina non resta che calcolare le perdite subite e quelle future.

Niente salvezza per l'Europa
Il 12 gennaio l'Ucraina ha firmato un protocollo sull'organizzazione del controllo internazionale del transito del gas russo attraverso l'Ucraina verso l'Unione Europea, questa volta senza clausole né appendici. Si è trattato indubbiamente di una vittoria diplomatica della Russia.

Ricordiamo che una situazione simile si era verificata all'inizio del 2006. Neanche allora l'Ucraina aveva firmato il contratto per la fornitura di gas dalla Russia e dal 1° gennaio ne era stata privata. Però aveva subito cominciato a prelevare senza autorizzazione per sé il gas destinato ai consumatori dell'Unione Europea. Per porre fine a questa situazione la Russia nel gennaio del 2006 aveva stipulato letteralmente nel giro di due giorni un compromesso per la fornitura del gas all'Ucraina.

Questa volta il governo russo e Gazprom sono riusciti a ottenere dall'Ucraina la firma di questo protocollo, in base al quale l'Ucraina deve assicurare il transito del gas verso i consumatori europei anche in assenza di un contratto di fornitura per il consumo interno e perciò non può attingere al combustibile destinato ai paesi dell'Unione Europea.

Ma anche dopo la firma di questo protocollo di transito alle condizioni russe l'escalation della “guerra del gas del 2009” è apparsa inevitabile.

La prima controversa questione che sta alla base dell'impossibilità di riprendere la fornitura di gas russo all'UE riguarda il cosiddetto gas tecnico, quello che serve a spingere il metano dentro il gasdotto, che è di circa 21 milioni di metri cubi giornalieri. L'Ucraina deve fornire questo gas perché il metano arrivi nell'Unione Europea. In assenza di un contratto per la fornitura di gas russo, Naftogaz si rifiuta di attingere dalle riserve di gas nazionali e chiede che sia Gazprom a fornire questa quota di gas tecnico. Gazprom però non intende fornire il gas tecnico a Naftogas perché è già incluso nella tariffa per il transito (1,6 dollari per 1000 metri cubi per 100 chilometri), in vigore fino al 2010.

Più dura il conflitto, più aumentano le perdite
Del blocco del gas, effettivo dal 7 gennaio, risentono soprattutto i paesi balcanici: la Bulgaria, la Slovacchia, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina e la Moldavia. Lì quasi tutto il gas viene fornito dalla Russia e le riserve sono molto scarse.

Nei maggiori paesi dell'Unione Europea che necessitano del gas russo – Francia, Germania e Italia – la riduzione del flusso totale è inferiore al 10-25%, dato che la struttura delle importazioni di metano in quei paesi è diversificata. Inoltre i principali paesi membri dell'UE hanno riserve sostanziose di combustibile.
L'Ucraina invece comincia a risentire della mancanza di gas, e dunque senza un contratto con la Russia deve fare economia sulle riserve accumulate nell'anno passato. Ha inoltre perso i proventi per il transito del gas russo in Europa.

La Russia, che tra il 1° e il 6 gennaio ha fornito gas all'Europa attraverso l'Ucraina mentre quest'ultima vi attingeva senza autorizzazione, ha perso in quei giorni circa 40 milioni di dollari. Ma le perdite sono aumentate ulteriormente a partire dal 7 gennaio, quando per il prelevamento non autorizzato di gas da parte dell'Ucraina la Russia è stata costretta a interrompere il transito di gas verso l'Europa: secondo le stime degli esperti, circa 120 milioni di dollari al giorno. Dunque, dal 1° gennaio al 13 gennaio, a causa della crisi del gas, la Russia avrebbe perso circa 880 milioni di dollari.

La via più rapida per uscire dalla crisi è la firma di un contratto sulla fornitura del gas russo all'Ucraina. Così l'Ucraina permetterà la ripresa del transito del metano verso l'Europa e le perdite economiche della crisi del gas verranno minimizzate. Entrambe le parti ribadiscono che sono pronte a sedersi nuovamente e urgentemente al tavolo dei negoziati. Tuttavia le loro divergenze sulle questioni cruciali – il prezzo del gas, la tariffa di transito e il debito dell'Ucraina – sono molto grandi.

La Russia è determinata a fornire gas all'Ucraina nel primo trimestre, o almeno in gennaio, al prezzo di 450 dollari per 1000 metri cubi; l'Ucraina è pronta a pagare solo 200-250 dollari per 1000 metri cubi. Naftogaz insiste sull'aumento della tariffa di transito; Gazprom è pronta ad aumentare la tariffa solo dopo un aumento del prezzo del gas ai livelli desiderati. L'Ucraina ritiene di aver pagato tutti i debiti a Gazprom per il 2008; la posizione della Russia è che Naftogaz le deve ancora 614 milioni di dollari.

Inoltre, se l'ennesimo conflitto del gas si protrarrà, le future perdite della Russia (e anche dell'Ucraina) aumenteranno di molto. Già adesso l'Unione Europea sta pensando di espandere l'accesso a fonti di energia che non dipendono dai due paesi dell'Est.

Il 12 gennaio, durante una riunione dei ministri dell'energia dei paesi dell'UE a Bruxelles, l'attenzione si è concentrata non tanto sulla risoluzione della crisi del gas, quanto sui modi per evitare che situazioni simili si ripetano in futuro. È stato dunque scelto di diversificare ulteriormente le importazioni energetiche.
Nell'Unione Europea si punta sempre più al progetto del gasdotto Nabucco, che aggirerebbe il territorio della Russia e non sarebbe legato ai suoi giacimenti. Dovrebbe diventare una continuazione del già esistente gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum e andare da Erzurum in Turchia fino in Austria, al centro dell'Europa.

Il progetto è alquanto controverso, in quanto il gas azero non basta a riempire il Nabucco. Ma in Europa si spera di riempirlo grazie ai ricchissimi giacimenti del Turkmenistan, con la costruzione del gasdotto transcaspico che dovrebbe collegare le sponde turkmena e azera del Mar Caspio. In Russia si pensa che non accadrà mai, in quanto i principali paesi caspici – la Russia stessa e l'Iran – non concederanno mai il loro consenso, mentre tutte le questioni relative ai paesi della regione vanno risolte con il consenso unanime.

Però per la Russia il fatto stesso che i suoi tradizionali partner nei progetti dei gasdotti Nord Stream (dalla Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico) e South Stream (dalla costa russa del Mar Nero ai Balcani, l'Italia e la Germania) si dicano favorevoli a lavorare a progetti concorrenti, è di per sé sgradevole.
Il sistema più probabile e rapido di diversificazione delle importazioni per i paesi dell'Unione Europea è l'incremento dell'acquisto di gas naturale liquefatto dall'Africa Settentrionale e dai paesi del Golfo Persico.
Nell'Unione Europea ci si accinge anche ad aumentare gli investimenti nelle fonti energetiche alternative, in primo luogo le centrali atomiche. I paesi europei non intendono rimettere in funzione le centrali costruite in Bulgaria e in Slovacchia ancora ai tempi dell'URSS. Ma potrebbero attivamente contribuire alla costruzione di nuovi impianti con l'impiego della propria tecnologia.

Di conseguenza, la quota di gas russo destinata al mercato europeo, che oggi corrisponde a circa un terzo, potrebbe diminuire già nel prossimo futuro.

Originale: Снова газа нет в трубе

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia

Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia
di H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck

Prima del Nuovo Anno si sono svolti tra la russa Gazprom e l'ucraina Naftogaz delle trattative sul proseguimento della fornitura del gas russo all'Ucraina e sull'importo da pagare per il gas già consegnato.

L'Ucraina deve alla Russia 1,5 miliardi di dollari [1,1 miliardi di euro] per il gas consegnato nel 2008. Se si aggiungono gli interessi per il ritardo nei pagamenti, il debito dell'Ucraina aumenta a 2 miliardi di dollari [1,47 miliardi di euro]. Gazprom ha proposto all'Ucraina, viste le difficoltà economiche e finanziarie di questo paese, un prezzo di molto inferiore al quello mondiale: 250 dollari [184 euro] per 1000 metri cubi.

Adesso il Presidente ucraino, Juščenko, e l'attuale Primo Ministro Julija Timošennko, chiedono di fissare questo prezzo a 200 dollari [147 euro] per 1000 metri cubi. Per fare un confronto, altri paesi (il Turkmenistan o il Kazakistan) vendono il loro gas a 340 dollari [250 euro] per 1000 metri cubi. Aggiungendo i costi di trasporto l'Ucraina avrebbe dovuto pagare a questi paesi 400 dollari [294 euro]. La delegazione ucraina che si è recata in Russia nel mese di dicembre non è stata autorizzata a firmare un nuovo contratto, tanto che è rientrata in patria senza averne firmato alcuno.

Il 30 dicembre 2008 Gazprom ha ricevuto una lettera dei dirigenti ucraini che la avvisavano che l'Ucraina aveva versato sul suo conto 1,5 miliardi di dollari e dunque non doveva più niente alla Russia. Ma questi soldi non sono arrivati in Russia. E non è tutto: l'amministratore delegato di Naftogaz, Dubina, ha dichiarato che, poiché l'Ucraina non aveva firmato alcun contratto per il 2009, il gas che transita sul suo territorio sarebbe stato per così dire dichiarato “senza padrone”. E questo benché l'Ucraina abbia assicurato all'Unione Europea che la totalità del gas in transito sul suo territorio sarebbe arrivato ai destinatari: non si può che definire un inganno. E ancora: l'Ucraina intende modificare le sue tariffe di transito verso l'Europa Occidentale. Ebbene, con la Russia è stato fissato un contratto a lungo termine, che fissa la tariffa di transito attraverso l'Ucraina fino al 2001 a 1,6 dollari [1,17 euro] per 1000 metri cubi e 100 chilometri di percorso, prezzo in linea con la media europea. Ma ecco che l'Ucraina vuole aumentarlo. In questo momento le riserve sotterranee di gas ucraine sono piene, mettendo il paese al riparo dalle difficoltà di approvvigionamento della propria popolazione. Questo significa che l'Ucraina cerca di ottenere una tariffa di transito più elevata per il gas che ha. I russi da parte loro hanno ridotto progressivamente le consegne di gas all'Ucraina per interromperle del tutto il 1° gennaio 2009.

L'amministratore delegato di Naftogaz ha informato Gazprom che nonostante tutte le assicurazioni fornite all'Unione Europea dall'Ucraina, quest'ultima consegnerà il gas solo in base alle possibilità di trasporto necessarie. Per ora il volume di metano consegnato all'Europa Occidentale non ha subito notevoli variazioni. Solo la Romania e la Polonia hanno constatato un calo di pressione del gas che transita attraverso l'Ucraina.

Juščenko, da parte sua, ha garantito alla Cancelliera tedesca Angela Merkel un trasporto senza problemi del gas russo in Europa Occidentale attraverso altri gasdotti. Nel frattempo Gazprom ha dichiarato che se l'Ucraina non accetterà la tariffa di favore proposta dalla Russia quest'ultima esigerà automaticamente il prezzo praticato sul mercato mondiale, e che per assicurare il trasporto del gas russo verso l'Europa Occidentale rafforzerà il transito attraverso la Bielorussia.


Originale: Das Gasproblem zwischen der Ukraine und Russland

Articolo originale pubblicato il 5/1/2009

H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck sono autori associati a Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, di cui Manuela Vittorelli è membro. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, novembre 24, 2008

Il grande gioco della caccia ai pirati

Il grande gioco della caccia ai pirati
di M. K. Bhadrakumar

“Signore, lei ha reso fiera l'India”. Così il conduttore di un canale televisivo di Delhi si è rivolto al capo della marina indiana, l'Ammiraglio Sureesh Mehta, riferendosi alla vittoriosa battaglia tra la nave da guerra indiana Tabar e gli aspiranti sequestratori, svoltasi la sera di martedì nel Golfo di Aden.

Quelle parole avrebbero fatto invidia a Sir Francis Drake, il navigatore e politico schiavista britannico d'epoca elisabettiana. Sir Francis aveva un diritto ancor maggiore alla fama, nella sua vita prematuramente troncata dalla dissenteria durante l'attacco contro San Juan, Portorico, nel 1595.

Non sorprende che i patriottici media indiani abbiano ancora una volta espresso la loro gratitudine e fiducia nelle forze armate. Le forze armate, a loro volta, si sono conquistate un'occasione per distogliere l'attenzione da uno scandalo sul presunto coinvolgimento di loro uomini nelle attività terroristiche dei fondamentalisti hindu. La marina indiana ha così rivisto l'“azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, cioè dai tempi della guerra del Bangladesh.

Secondo la dichiarazione ufficiale e attentamente articolata della marina, i pirati avevano attaccato la Tabar e quest'ultima aveva “reagito per autodifesa” e aperto il fuoco sul vascello madre. I pirati hanno pensato bene di “fuggire nel buio” mentre la nave indiana affondava una barca pirata. L'incidente ha ricevuto ampia attenzione a livello internazionale. Però solleva anche alcune questioni.

La pirateria marittima al largo delle coste somale occupa un posto visibile sul radar dell'opinione pubblica internazionale. Il recente sequestro della petroliera Sirius Star – una superpetroliera così grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell'Arabia Saudita (2 milioni di barili) – ha drammaticamente messo in luce le crescenti proporzioni del problema. Il disfunzionale governo somalo non è in grado di porre un freno ai pirati che salpano dai suoi porti e sequestrano le navi commerciali in servizio su quelle rotte.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari e hanno minacciato conseguenze “disastrose” se i soldi non verranno pagati.

Un flagello che si credeva ormai relegato ai film e ai fumetti è tornato a essere una minaccia. Ma diversamente dai bucanieri del passato i pirati somali sono ben armati e organizzati in due o tre cartelli. Possono bloccare l'attività marittima dall'Oceano Indiano verso il Mar Rosso e il Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d'Africa e la Penisola Arabica sono aumentati di dieci volte, mentre i costi aggiuntivi potrebbero totalizzare i 400 milioni di dollari l'anno.

Giovedì la Maersk, la più grande compagnia marittima del mondo, ha annunciato che non intende più mettere a rischio le sue petroliere al largo della Somalia. Ha annunciato che dirotterà la propria flotta di 50 petroliere attraverso il Capo di Buona Speranza, all'estremo sud dell'Africa: una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza navale delle potenze straniere non può risolvere il problema. Al largo della costa somala sono dislocate circa 14 navi da guerra di vari paesi, NATO compresa, mentre si stima che ogni anno passino attraverso il Golfo Persico più di 20.000 navi. Inoltre si aprono interrogativi sulla legalità delle operazioni di queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite per la sua attività di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, lo stesso non può dirsi per la Russia o l'India. La Russia afferma che il governo somalo ha chiesto il suo aiuto, ma di fatto il potere a Mogadiscio è vacante. Si noti che la dichiarazione della marina indiana sottolineava espressamente che la nave da guerra aveva “reagito per autodifesa”.

La cosa più ovvia sarebbe stata agire su mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l'Unione Africana e gli stati del litorale che hanno le risorse militari necessarie o possono essere aiutati a svilupparle. Ma questo non è successo, e ci sono gravi sospetti che si stia dispiegando un Grande Gioco per il controllo della rotta marittima nell'Oceano Indiano tra lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Questa rotta marittima è indubbiamente una delle vie d'acqua più sensibili per il trasporto di merci come petrolio, armi e prodotti industriali tra l'Europa e l'Asia. Di fatto, l'efficace collaborazione regionale per contenere la pirateria nella strozzatura dello Stretto di Malacca dovrebbe rappresentare un modello.

Si dice i pirati potrebbero fornire una copertura ai gruppi terroristici internazionali. Alcuni esperti di “terrorismo” sono già partiti in quarta e hanno cominciato a speculare sul fatto che al-Qaeda possa copiare il modus operandi dei pirati somali. Stiamo per includere la pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Sarebbe un peccato, poiché le condizioni anarchiche prevalenti in Somalia sono facili da capire. La Somalia è un paese disfunzionale come l'Afghanistan, che non è mai stato un brillante faro di democrazia e stabilità. Ma la situazione è migliorata nettamente quando all'inizio del 2006 il controllo del paese è stato assunto dall'Unione delle Corti Islamiche (ICU). L'ICU è riuscita infatti a ripristinare la legge e l'ordine in quel paese lacerato dalle rivalità tra i clan e dalle violenze.

Ma l'amministrazione di George W. Bush lo considerava inaccettabile. Secondo la logica perversa dell'11 settembre 2001, come si poteva permettere a un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato è stato l'invasione da parte dell'Etiopia cristiana nel 2007, con l'appoggio degli Stati Uniti. L'invasione non ha prodotto esiti decisivi e ha contribuito solo a spaccare l'ICU, dove hanno preso il sopravvento gli elementi radicali noti come shabah (giovani).

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dunque non c'è dubbio che il problema della pirateria vada affrontato anche in Somalia sulla terraferma. Come accade spesso, tuttavia, i problemi si prestano a una soluzione solo se i soldati e i geostrateghi si fanno da parte per un po'. O almeno questa è l'opinione di Katie Stuhldreher. In un suo recente articolo sul Christian Science Monitor, Stuhldreher presenta un triplo approccio al problema somalo. Innanzitutto la comunità internazionale dovrebbe capire che la pirateria somala ha avuto origine dallo scontento dei pescatori costretti a competere con la pesca illegale esercitata da barche commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha impoverito la popolazione locale. Il risentimento della popolazione costiera è stato anche causato dal vergognoso scarico di rifiuti nelle acque somale da parte di navi straniere. I pescatori del posto, scontenti e sconfitti, si sono presto organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere un risarcimento. La loro campagna ha avuto successo e ha spinto molti giovani ad “appendere le reti al chiodo a favore degli AK-47”.

Come suggerisce Stuhldreher, “Rendere le aree costiere nuovamente lucrose per i pescatori locali incoraggerebbe i pirati a dedicarsi ad attività legali”. Dunque, scrive, “Una forza di protezione della pesca eliminerà la fonte di legittimità dei pirati”. Ciò potrebbe svolgersi sotto gli auspici delle Nazioni Unite o dell'Unione Africana o di una “coalizione di volonterosi”.

Ancora più importante, “Una forza internazionale inviata a proteggere l'industria locale conseguirà gli stessi obiettivi delle navi da guerra ma in modo più accettabile. La ragione principale del prosperare della pirateria lungo la costa somala è che non esiste alcuna autorità costiera che protegga queste acque. Delle navi da guerra straniere serviranno comunque a colmare questo vuoto di potere e a scoraggiare gli attacchi, ma con la missione esplicita di servire il popolo somalo: un popolo che ha motivi da vendere per detestare gli interventi militari stranieri e probabilmente vede la presenza di navi da guerra come una forma di intimidazione”.

Ma tra Stati Uniti, NATO, paesi europei, Russia e India qualcuno sarà interessato al “nation building”, alla costruzione dello stato? È molto improbabile. Idealmente, la comunità internazionale dovrebbe anche avviare un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell'ICU. Con il senno di poi, come in Afghanistan con i taliban, un'adeguata comprensione dell'islamismo contribuirebbe ad apprezzare i meriti dell'ICU nella stabilizzazione della Somalia.

Al contrario, sotto l'ampia voce della lotta contro la pirateria marittima, ciò a cui assistiamo è un modello del tutto diverso di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno creato nel Pentagono un distinto Comando per l'Africa. La NATO e l'Unione Europea sono uscite dal teatro europeo per entrare nell'area dell'Oceano Indiano. La Russia sta cercando di riaprire la sua base navale d'epoca sovietica ad Aden. L'India ha chiesto e ottenuto ormeggi per le sue navi da guerra in Oman, in una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L'Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del Grande Gioco. Sembra essere solo questione di tempo prima che faccia la sua comparsa anche la Cina.

La Cina naturalmente non è nuova all'Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell'Imperatore Yung-lo della dinastia Ming, l'illustre comandante navale cinese Ching-Ho visitò Ceylon (ora Sri Lanka) portando con sé dell'incenso da offrire al famoso santuario del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re singalese Wijayo Bahu VI gli tese un'imboscata, e Ching-Ho fuggì sulle sue navi. Per vendicarsi la Cina pochi anni dopo inviò Ching-Ho, che catturò il re singalese e la sua famiglia e li fece prigionieri. Ma vedendo i prigionieri l'imperatore cinese per pietà ordinò che fossero riportati indietro a condizione che “il più saggio della famiglia fosse eletto re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette il sigillo di investitura e fu fatto vassallo dell'imperatore cinese. Ceylon restò così fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L'Ammiraglio Mehta ha un nobile esempio davanti a sé, purché riesca a convincere il suo paese a flettere i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunghissima storia. Il suo argomento migliore potrebbe essere che se non si agirà per tempo la Cina potrà rifare la sua comparsa nell'Oceano Indiano. Ma c'è anche un rischio intrinseco, perché i pirati che sono scomparsi nella bruma martedì sera potrebbero tornare a cercare la nave da guerra della marina indiana Tabar.

Originale: The great game of hunting pirates

Articolo originale pubblicato il 22 novembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, luglio 04, 2008

Sicurezza globale e propaganda, di Dmitrij Rogozin

Sicurezza globale e propaganda

di Dmitrij Rogozin

Con la disfatta del comunismo, le ragioni di uno scontro tra Occidente e Russia sono scomparse. La Russia ha intrapreso la strada della democrazia europea.

La cooperazione tra Russia e NATO ha avuto risultati positivi in molti settori. Questo vale per l'accordo sul transito in territorio russo di merci non militari dell'International Security Assistance Force in Afghanistan. Stiamo anche facendo progressi nella pianificazione della gestione delle emergenze civili e i nostri scienziati collaborano sui sistemi di lotta contro il terrorismo.

Questi successi, tuttavia, sono ampiamente messi in ombra dalle contraddizioni su un'altra questione: l'allargamento della NATO e l'ingresso di Ucraina e Georgia nell'alleanza. Come rappresentante ufficiale della Russia alla NATO devo occuparmi degli argomenti offerti dai rappresentanti della NATO e ancora fermi di fatto all'ammuffita propaganda della Guerra Fredda. Questi dogmi minacciano sia il progresso delle relazioni tra Russia e NATO sia le prospettive per la sicurezza globale e perfino il processo di rafforzamento della democrazia in Russia.

Dogma numero 1: la NATO è un'unione di stati democratici e gli stati democratici non combattono le altre democrazie.

Ciò è completamente privo di senso. La NATO non è un'unione di democrazie; è un'unione di forze militari. Quando il segretario generale della NATO critica le elezioni parlamentari del mio paese, travalica le proprie mansioni. Mettendo insieme il suo giudizio sulla democrazia russa e la tesi che la NATO non combatte le altre democrazia – e dunque combatte le non-democrazie – le sue parole potrebbero essere interpretate come una minaccia alla Russia.

Il secondo dogma, “la Russia e la NATO non sono nemici ma partner” suona incoerente.

Il documento finale del summit NATO tenutosi a Bucarest in aprile promette che l'Ucraina e la Georgia diventeranno membri della NATO. È un ovvio affronto a qualsiasi visione di cooperazione o di democrazia.

Né la Georgia né l'Ucraina godono del pieno consenso interno sull'ingresso nella NATO. In Georgia, gli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale non hanno partecipato al referendum per l'ingresso nell'alleanza. Per quanto riguarda l'Ucraina, solo un quinto della sua popolazione, concentrata prevalentemente nelle province occidentali, è favorevole all'adesione. Ciononostante, l'“alleanza delle democrazie” sta cercando di trascinare il resto del paese nelle sue caserme, tracciando nuove linee di divisione non solo all'interno dell'Europa ma tra nazioni che hanno più di mille anni di storia in comune.

Dogma numero 3: i paesi che sono entrati nella NATO hanno migliorato le loro relazioni con la Russia.

È vero l'opposto. Una volta ottenuta l'ammissione, i neofiti della NATO spingono per globalizzare le loro relazioni con la Russia. Quando la Polonia è entrata nelle strutture europee ha trascinato i suoi nuovi alleati nella “guerra della carne” con la Russia. Questa manovra scandalosa è fallita e non ha avuto alcun impatto sulle relazioni Russia-Unione Europea, ma ha di fatto attirato molta attenzione.

L'Estonia, contando ovviamente sulla protezione degli alleati NATO, ha profanato una tomba comune nella quale erano sepolti i resti di soldati morti per liberare Tallin dai nazisti e ha smantellato un monumento dedicato ai soldati che hanno combattuto il fascismo. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte dei paesi occidentali ha rattristato perfino i politici russi più filo-occidentali.

Il dogma numero 4 suona anch'esso come propaganda: la NATO persegue una “politica della porta aperta”.

La Russia però non può entrare per quella porta, diversamente – per esempio – dall'Albania o dalla Croazia. Ciò significa che l'allargamento della NATO diminuisce il peso politico delle vecchie democrazie europee a favore degli Stati Uniti e pregiudicando un ambiente di sicurezza europeo in grado di affrontare minacce concrete.

Sulla questione dei piani americani di impiego di elementi di difesa anti-missile in Polonia e in Repubblica Ceca: veniamo costantemente rassicurati sul fatto che “la Russia non è un nostro nemico” e che "lo scudo anti-missile è un ombrello che ci proteggerà contro i cattivi iraniani che minacciano i buoni, cioè America e Israele”

Di fatto, niente unisce e compromette l'opposizione meglio di un nemico esterno. Da persona che ha vissuto una buona parte della sua vita sotto il regime sovietico, permettete di dirvi che se non ci fosse stata la Guerra Fredda la democratizzazione dell'URSS sarebbe cominciata decenni prima.

In secondo luogo, i piani per intercettare i missili iraniani sopra la Repubblica Ceca e la Polonia sono assurdi. Anche supponendo che l'Iran sia in grado di fabbricare quei missili, non sarebbe più logico dispiegare sistemi di difesa in Turchia, Bulgaria o Iraq? Eppure Washington continua insistentemente a ripetere le proprie ragioni, il che ci porta a credere che non ci dicano tutta la verità.

Poi ci sono i riferimenti al famoso discorso di Monaco del Presidente Vladimir Putin e al fatto che la Russia starebbe diventando più aggressiva.

Cos'è, Putin ha rivelato qualche oscuro segreto? Il segreto che la NATO si sta allargando, sta aprendo nuove basi militari e tracciando nuove linee di divisione in Europa? È un segreto che la NATO ha sfidato le Nazioni Unite e ignorato il diritto internazionale?

È solo che Putin ha detto queste cose apertamente e schiettamente, come si addice a un capo di stato che incontra i colleghi stranieri, sollecitandoli a condividere le sue preoccupazioni.

Facciamo anche fatica a capire cosa induce gli Stati Uniti a dividere la Serbia e a creare uno stato criminale sotto il controllo di fatto di una mafia di narcotrafficanti. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per il Kosovo passa fino al 75% dell'eroina consumata in Europa.

Dov'è dunque la presunta aggressività russa? Nel cercare di convincere i propri interlocutori a non commettere errori fatali? Nell'affermare apertamente che il concetto di “deterrenza della Russia” è privo di senso, e che l'allargamento della NATO non risolve i problemi della sicurezza europea ma al contrario crea un'illusione di sicurezza, rendendo l'Europa vulnerabile a nuove minacce come il terrorimo, l'estremismo religioso e l'immigrazione illegale?

Le nuove minacce rendono necessaria una nuova visione della collaborazione tra Russia e NATO, che il presidente Dmitrij Medvedev ha definito come “unione dell'intero spazio euro-atlantico, da Vancouver a Vladivostok”.

Le relazioni della Russia con la NATO costituiscono la base della sicurezza globale. Oggi questo è l'unico prerequisito per lo sviluppo delle nostre relazioni. La Russia e l'Europa hanno un passato, dei valori e una cultura in comune. Avremo in comune anche il futuro, se sarà ispirato alla fiducia e alla vera cooperazione.

Per quanto riguarda gli scheletri della propaganda, meglio riporli nell'armadio della Guerra Fredda.

Dmitrij Rogozin è l'ambasciatore russo alla NATO.

Originale da: http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=14130220

Articolo originale pubblicato il 1° luglio 2008

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