venerdì, marzo 13, 2009

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

di Scott Ritter

tradotto da Manuela Vittorelli

La scorsa settimana il Presidente Obama ha ricevuto una lezione di destrezza diplomatica quando la sua proposta segreta di rinunciare al posizionamento del controverso sistema di difesa antimissile in Europa Orientale in cambio dell'aiuto della Russia nel costringere l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare è stata pubblicamente respinta. La lezione? Non si riceve niente per niente, soprattutto se quello che si vuole è già di per sé niente.

Se i membri dell'amministrazione Obama si prendessero la briga di andare un po' indietro con la memoria, ricorderebbero che una volta esisteva un documento chiamato trattato anti missili balistici, firmato nel 1972 dagli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, nel quale si riconosceva che gli scudi di difesa antimissile erano intrinsecamente destabilizzanti, e come tali non dovevano essere impiegati. Il trattato ABM rappresentò l'accordo fondamentale per una serie di patti successivi che sancirono la limitazione delle armi strategiche e la riduzione degli armamenti. Il Presidente Obama aveva 10 anni quando fu firmato quel trattato. Ne aveva 40 quando nel dicembre del 2001 il Presidente George W. Bush decise di ritirarsi dal trattato ABM e mise in moto una serie di eventi che videro andare a rotoli la questione del controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia. Il piano statunitense che prevede il posizionamento di uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca ha fatto sì che i russi esprimessero l'intenzione di affossare il trattato INF (il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminava due classi di missili balistici a testata nucleare che minacciavano l'Europa) e di posizionare missili SS-21 “Iskander” (caratterizzati da un grado estremo di accuratezza) nel raggio di azione del sito di intercettazione polacco.

Non è stata la Russia a creare la crisi del sistema di difesa antimissile. Sono stati gli Stati Uniti, che dunque non possono aspettarsi di ricevere un credito diplomatico immediato quando mettono questo controverso programma sul tavolo della politica estera come se fosse una legittima merce di scambio nelle contrattazioni.

La Russia ha sempre, giustamente, affermato che qualsiasi sistema di difesa posizionato in Europa Orientale poteva solo essere diretto contro la Russia. Mentre le amministrazioni Bush e Obama hanno sempre negato che fosse così, la Polonia ha di fatto ammesso di temere non gli eventuali missili di Teheran ma quelli di Mosca. Il contentino che gli Stati Uniti offrono alla Polonia in cambio della perdita dello scudo antimissile è costituito da avanzati missili terra-aria Patriot, il cui bersaglio ovviamente non sarebbero i missili persiani, che non sono in grado di raggiungere il suolo polacco, ma i missili e l'aviazione russa che evidentemente possono farlo.

Ci sono tre fatti fondamentali di cui l'amministrazione Obama deve occuparsi, cosa che finora non ha fatto.

In primo luogo, i sistemi di difesa antimissile sono intrinsecamente destabilizzanti e contribuiscono esclusivamente all'acquisizione di misure offensive concepite per sconfiggere quelle difese. In secondo luogo, il rapido allargamento della NATO nello scorso decennio ha di fatto minacciato la Russia. Infine, la “minaccia” missilistica iraniana all'Europa è sempre stata illusoria.

Il piano statunitense per uno uno scudo antimissile in Europa Orientale si è basato fin dall'inizio su una concezione profondamente errata. Benché impiegasse una tecnologia non verificata, fu venduto come strumento per proteggere l'Europa da una minaccia inesistente (i missili iraniani), creando al contempo le condizioni per esporre l'Europa a un minaccia reale che lo scudo di difesa antimissile era incapace di sconfiggere (i missili russi). Il fatto che Obama abbia messo sul piatto lo scudo antimissile per concludere un “grande patto” con la Russia sull'Iran non fa che sottolineare lo scarsissimo valore di quel sistema. È uno zero assoluto, sia dal punto di vista militare che da quello diplomatico. Obama, rendendolo merce di scambio, ha cercato di dargli il valore che gli mancava, e i russi non ci sono cascati.

La situazione iraniana è fin troppo reale, ma non in termini di pericoli rappresentati da qualsiasi cosa l'Iran stia facendo. Gli Stati Uniti non hanno facilitato le cose esasperando la minaccia rappresentata da inesistenti missili iraniani puntati sull'Europa e armati di inesistenti testate nucleari. La Russia ha espresso il desiderio di collaborare con gli Stati Uniti per controllare meglio il programma iraniano di arricchimento dell'uranio, che sia secondo l'Iran che secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica fa parte di un programma nucleare energetico pacifico. Per credere al “patto” proposto da Obama, la Russia avrebbe anche dovuto credere alla minaccia dei programmi nucleari e dei missili iraniani. E non ci crede.

Obama farebbe bene a convocare la sua squadra per la sicurezza nazionale e farle esporre le informazioni di intelligence usate per valutare la minaccia iraniana. Un documento di questo genere deve esistere, giacché il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Michael Mullen e il presidente stesso hanno tutti ripetutamente fatto riferimento alla “minaccia” rappresentata dalle ambizioni iraniane di possedere “armi nucleari”. È importante distinguere tra ciò che sappiamo e quello che pensiamo di sapere. Per esempio sappiamo che l'Iran non possiede uranio arricchito del genere necessario a fabbricare un'arma nucleare. Chiedetelo all'Ammiraglio Dennis Blair, direttore della National Intelligence. È quello che ha detto questa settimana alla Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti nella sua testimonianza sull'Iran. E tuttavia nella comunità dell'intelligence statunitense molti continuano ad affermare inequivocabilmente che l'Iran è sul punto di possedere un'arma nucleare.

Obama dovrebbe prendere ciascuna affermazione sulle ambizioni nucleari dell'Iran e poi smontare accuratamente tutte le basi fattuali su cui si fonda quell'affermazione. Se lo facesse, scoprirebbe subito che lui e i suoi consiglieri sanno meno di quanto pensino dell'Iran. Tutti gli argomenti degli Stati Uniti a sfavore dell'Iran si basano su ipotesi e speculazioni. Se il presidente smontasse queste speculazioni, scoprirebbe che ciò che le tiene insieme è una metodologia ideologicamente motivata che serve più a giustificare una politica di contenimento e di destabilizzazione della teocrazia iraniana che a comprendere le sue ambizioni nucleari.

Obama dovrebbe studiarsi il trattato ABM del 1972 e il caso della CIA contro la “Squadra B”. Questo capitolo del fallimento della politica di controllo delle armi degli Stati Uniti si è svolto negli anni 1975 e 1976, durante l'amministrazione di Gerald Ford.
C'erano una volta l'Unione Sovietica e la Guerra Fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Per impedire che la Guerra fredda si trasformasse in una “guerra calda”, le due superpotenze avviarono iniziative per il controllo degli armamenti, nell'ambito di un programma di distensione Est-Ovest, per gestire meglio l'intensificazione di una corsa alle armi prodotta dalle tensioni della Guerra Fredda. In questo era fondamentale capire al meglio non solo la realtà concreta dei programmi per le armi strategiche dell'Unione Sovietica, ma anche il loro scopo. La CIA elaborò un documento che trattava proprio questi temi, il National Intelligence Estimate (NIE) 11-3/8-74, “Soviet Forces For Intercontinental Conflict Through 1985” (“Le forze sovietiche per il conflitto intercontinentale fino al 1985”).

Le conclusioni rassicuranti del rapporto della CIA sulle potenzialità strategiche sovietiche contrariavano i fautori dei programmi di difesa statunitensi, programmi che in base a quel rapporto risultavano ingiustificati. Questi ideologi, invece di affrontare i fatti presentati dal documento della CIA, attaccarono la metodologia usata per accertarli. I conservatori che si opponevano alla politica della distensione fecero pressioni politiche sul Presidente Ford perché approntasse una “Squadra B” di analisti (esterni) per contrastare le conclusioni espresse nel documento della CIA dalla “Squadra A” (costituita da personale CIA). La “Squadra B” non fornì dati migliori (anzi, ciascuna delle sue asserzioni si dimostrò errata), ma fu più efficace nel produrre paura. Le sue affermazioni sulle intenzioni e le potenzialità sovietiche, altamente esagerate e imprecise, erano politicamente esplosive e non potevano essere ignorate, soprattutto nel 1976, anno di elezioni presidenziali. La “Squadra B” sconfisse la “Squadra A”, e si gettarono le basi non solo per lo smantellamento della politica di distensione USA-Russia, ma anche per la più grande corsa agli armamenti della storia moderna, che culminò nella distruzione di quegli stessi patti pensati per contenere una tale escalation.

Obama dovrebbe studiarsi la storia della “Squadra B” perché la “Squadra B” è ancora oggi all'opera, e diffonde fantasie sulla “minaccia” iraniana che ricordano quelle impiegate dalla squadra che riuscì a spacciare la favola della “minaccia” sovietica. Il nuovo presidente ha avuto un atteggiamento critico nei confronti della guerra in Iraq, e della triste storia di inganno e disinformazione che è stata poi definita “fallimento dell'intelligence”. Non c'è stato nessun “fallimento” perché non c'era nessuna “intelligence”. La “Squadra B” non fornisce alcun tipo di intelligence, ma piuttosto affermazioni ideologiche che servono a giustificare una condotta. Le stesse metodologie da “Squadra B” che ci hanno fornito le informazioni sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono oggi al lavoro con i dati di “intelligence” sull'Iran usati dal Presidente Obama e dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.

Obama avrebbe la sorpresa di scoprire che uno dei programmi proposti dalla “Squadra B” nel suo attacco contro la verità c'era uno scudo antimissile per contrastare la percezione di una minaccia missilistica sovietica. Le falsità e le invenzioni spacciate dalla “Squadra B” negli anni Settanta posero l'America sulla strada del ritiro dal trattato ABM del 2001 e del piano per quello stesso scudo antimissile che Obama sta ora usando come merce di scambio per convincere la Russia a collaborare sulla “minaccia” iraniana, una minaccia peraltro confezionata da quella stessa “Squadra B”.

Molti sono rimasti colpiti dal Segretario di Stato quando ha detto che l'America avrebbe dovuto abbracciare lo “smart power” [potere intelligente, sintesi di hard e soft power, ovvero forza militare e diplomazia, N.d.T.]. Intendeva dire che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Obama, avrebbero usato tutti gli strumenti a loro disposizione, soprattutto la diplomazia, per cercare di risolvere la miriade di problemi che devono affrontare ovunque nell'era post-Bush, compreso quello iraniano. Ma non è possibile cominciare a risolvere un problema se prima non lo si definisce accuratamente, perché senza quella definizione la “soluzione” non risolverebbe nulla. Una soluzione al problema iraniano deve partire da un accurato quadro informativo su ciò che avviene oggi all'interno del paese, un quadro che si basi sui fatti più che sulle finzioni basate sull'ideologia. Si consiglia a Obama di mettere in discussione tutte le informazioni di intelligence degli Stati Uniti usate per definire l'Iran una minaccia, e di liquidare una volta per tutte i resti della “Squadra B” che ancora permangono nella struttura dei servizi segreti americani. Intelligence non è ascoltare ciò che si vuol sentire, ma sapere ciò che si ha bisogno di sapere.

Obama deve sapere la verità sull'Iran e sul sistema di difesa antimissile in Europa. Questa verità potrebbe essere scomoda, ma lo metterebbe in grado di elaborare soluzioni significative per problemi molto gravi evitando di ripetere l'imbarazzante “grande patto” proposto alla Russia, e cioè di scambiare niente con niente nello sforzo di garantirsi qualcosa in cambio di niente. Ci sono molte “somme zero” in quell'equazione, e questo riassume piuttosto bene l'attuale strategia politica di Obama nei rapporti con la Russia e con l'Iran.


Originale: Barack Obama, Meet Team B

Articolo originale pubblicato il 12/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 07, 2008

Ricordare gli anni Ottanta

Ricordare gli anni Ottanta
I movimenti sociali tra Woodstock e il Web
di Zoltan Grossman

Quest'anno assisteremo a un diluvio di celebrazioni per il 40° anniversario del 1968. Speciali televisivi, magliette, convegni, siti web e rimpatriate segneranno questo anno significativo per la storia degli Stati Uniti e tenteranno di definirne l'eredità. Ho un assoluto rispetto per gli attivisti che hanno lottato per un mondo migliore negli anni Sessanta, e credo che abbiano ancora molto da insegnarci. Ma mi preoccupa che i movimenti sociali vincenti siano collocati solo in un decennio che si trova (per i giovani) in un passato lontano.

Nel 1968 avevo solo sei anni, e ho cominciato a muovere i primi passi nell'attivismo all'inizio degli anni Ottanta. Oggi insegno in un college relativamente progressista e vedo maturare una nuova generazione di attivisti che si battono contro la guerra e per la giustizia sociale. Molti dei miei studenti studiano i movimenti degli anni Sessanta e Settanta e hanno a disposizione moltissime pubblicazioni, siti web e altre fonti sul Vietnam, i diritti civili, il femminismo e altri movimenti.

Ma di recente mi hanno fatto delle domande sull'impennata dell'attivismo che ha avuto luogo negli anni Ottanta. Gli studenti vogliono sentir parlare di Ronald Reagan, Rambo e lo scandalo Iran-Contra. Quando cercano informazioni su questi argomenti, queste informazioni non ci sono. Per un corso ho cercato in rete immagine e storie sull'anti-apartheid e sui movimenti di solidarietà nei confronti dell'America Centrale e mi ha colpito quanto poco si trovasse. Una ricerca in biblioteca si è rivelata altrettanto inutile.

Ci sono ragioni specifiche che spiegano perché la generazione del 2008 conosca meglio il 1968 dell'1988. Il problema è in parte tecnologico perché il periodo subito precedente al decollo di internet negli anni Novanta non è stato archiviato né registrato. Il problema è anche culturale, visto che gli anni Sessanta sono così intessuti nella coscienza popolare che il ricordo di essi (o almeno la versione accettata di quel ricordo) non è andato perduto.

Ma c'è un "buco nero" nella memoria comune dopo Woodstock e prima del Web. I tardi anni Settanta e gli Ottanta non erano belli come i Sessanta né digitalizzati come i Novanta. Vero, non abbiamo inventato il tie-dye, ma avevamo i punk. Non abbiamo dato al mondo Hendrix o i Dead, ma avevamo i Clash e Grandmaster Flash. Siamo in grado di confrontare Bush grande con Bush piccolo o Cheney, Gates e Rumsfeld con Cheney, Gates e Rumsfeld. E possiamo dirvi quanto Mitt Romney ci ricordi Max Headroom.

Il messaggio implicito di gran parte della nostalgia del 1968 è che il mondo ha bisogno di una mobilitazione politica di grandi proporzioni e di una rivoluzione controculturale per introdurre veri cambiamenti. Gli esperti continuano, per esempio, a paragonare l'attuale movimento contro la guerra in Iraq con il ben più vasto movimento contro la guerra del Vietnam. Negli anni Ottanta i movimenti erano decisamente più piccoli e meno intensi di quelli degli anni Sessanta, e l'umore era più conservatore e apatico. In altre parole, gli anni Ottanta erano più simili a oggi.

Ciononostante, i movimenti degli anni Ottanta hanno ottenuto dei successi che hanno risonanza ancora oggi e possono fornire ispirazioni positive. Gli attivisti sono stati capaci di perseverare nonostante le grandi difficoltà e di riportare vittorie (o vittorie parziali) che restano molto rilevanti negli anni Duemila. Vengono alla mente vari esempi, ma sicuramente ce ne sono molti di più.

I successi degli anni Ottanta
*Il movimento contro l'apartheid. La comunità afro-americana unì le forze con i gruppi studenteschi formando un potente movimento per porre fine alla collusione del governo e delle corporazioni con il regime di segregazione razziale in Sud Africa. Alla metà degli anni Ottanta organizzarono manifestazioni e sit-in per convincere le università e le amministrazioni comunali a disinvestire dalle compagnie che facevano affari a spese dei sudafricani neri. Avendo combattuto contro il supporto statunitense all'apartheid, possono rivendicare parte del merito del crollo la dittatura bianca e delle elezioni del 1994 che portarono al potere l'African National Congress (ANC).
*La solidarietà con l'America Centrale. Il movimento pacifista combatté contro l'appoggio statunitense al regime di destra del Salvador che combatteva con le sue squadre della morte contro i ribelli dell'FMLN. Contrastò anche gli aiuti ai Contras che combattevano contro il governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua. Il potente movimento contro "un altro Vietnam" riuscì a ottenere che il congresso tagliasse i finanziamenti ai Contras nicaraguensi (costringendo l'amministrazione Reagan a utilizzare mezzi clandestini per finanziare i ribelli). Attraverso i programmi Witness e Sanctuary, il movimento di solidarietà diede un volto ai profughi dell'America Centrale. Non impedì le invasioni che rovesciarono i governi nazionalisti di Grenada e Panama, ma contribuì efficacemente a impedire le invasioni su vasta scala del Nicaragua e del Salvador.
*Il congelamento del nucleare. Quando l'amministrazione Carter dispiegò in Europa i missili a media gittata, contro la crescente minaccia di una guerra nucleare si sollevò un enorme movimento globale. Questo sentimento diffuso costrinse in seguito il presidente Reagan a giungere a un accordo con i leader sovietici per ritirare gradualmente gli euromissili. Il movimento europeo contro la corsa agli armamenti nucleari alimentò l'ascesa dei partiti Verdi, che cominciarono a opporsi alla globalizzazione ben prima che andasse di moda l'antiglobalismo.
*Il movimento anti-nucleare. Gli incidenti degli impianti nucleari di Three-Mile Island e Černobyl galvanizzarono lo sdegno e l'opposizione nei confronti del nucleare per usi civili. Grandi manifestazioni, concerti e occupazioni bloccarono efficacemente la costruzione di nuovi reattori e l'estrazione di uranio negli Stati Uniti (anche se queste attività proseguirono in altri paesi). Rileggersi la letteratura anti-nucleare di quell'epoca può aiutare a ricordare che un aumento delle scorie radioattive non risolverà il problema del surriscaldamento globale.
*Act Up. Nelle prime fasi dell'epidemia HIV, l'AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) cominciò a impiegare azioni creative dirette con lo slogan "Silenzio=Morte". Questa forma di attivismo non riuscì ovviamente a porre un freno all'epidemia, ma dopo Reagan riuscì a indirizzare alcune risorse dello stato verso la ricerca medica e potrebbe avere alleviato leggermente l'ostracismo omofobico nei confronti dei pazienti. Act Up divenne l'esempio più visibile del più vasto movimento LGBT (lesbian, gay, bisexual and transgender) e sollecitò una maggiore organizzazione all'interno della comunità.
*Pro-choice. Quando i fondamentalisti di Operation Rescue infastidivano, bloccavano e talvolta attaccavano le donne che si recavano nella cliniche abortiste, le femministe si radunavano per scortarle. Il movimento pro-choice ha difeso con successo i diritti di molte donne a un aborto sicuro e legale, anche se molte donne giovani, povere e di provenienza rurale non sono state in grado di accedere a quel diritto.


Che si trattasse di pro-choice, Act Up, Witness, Sanctuary, anti-nucleare o disinvestimento, i movimenti degli anni Ottanta non facevano affidamento sui gruppi di pressione o sulle elezioni presidenziali per ottenere un cambiamento, ma agivano direttamente dalla base. Prima di internet dovevamo organizzarci con bollettini e comunicati, telefonate e spesso incontri faccia a faccia (da non confondere con Facebook). Affidandoci a mailing list e petizioni online ci dimentichiamo a volte quanto sia potente la combinazione di organizzazione personale e azione diretta.

Perché studiare gli anni Ottanta?
Quando un'epoca storica viene ignorata o insegnata con scarsa accuratezza, il vuoto verrà inevitabilmente riempito di bugie. L'amministrazione Carter attivò la dottrina degli interventi in Medio Oriente, eppure oggi Carter viene esaltato come un pacificatore. L'amministrazione Reagan-Bush razionalizzò la segretezza e il militarismo che oggi osserviamo nell'amministrazione Bush-Cheney (alcuni personaggi di spicco sono rimasti gli stessi di allora), eppure oggi a Reagan si dà il merito di aver posto fine alla Guerra Fredda. La maggior parte delle crisi attuali può essere fatta risalire alle politiche degli anni Ottanta, e lo studio delle lezioni di quell'epoca può aiutarci nelle decisioni di oggi: "Same Shit, Different Century".

Sindrome del Vietnam. Quando gli Stati Uniti persero la guerra del Vietnam, nel 1975, il pubblico americano divenne riluttante nei confronti di un'altra sconfitta. Le amministrazioni Carter e Reagan definirono questa riluttanza "Sindrome del Vietnam" e cominciarono a trattare questo "disturbo" alimentando le paure, producendo film come Rambo e avviando una serie di interventi militari in Iran, a Grenada, in Libano, Libia, ecc. Possiamo prevedere una salutare "Sindrome dell'Iraq" dopo l'attuale disastroso conflitto, ma non dovremmo rilassarci se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi da Baghdad. Per esempio, ci sono paralleli diretti tra l'appoggio dato alle squadre della morte del Salvador negli anni Ottanta e alla Colombia oggi, e tra la destabilizzazione dei governi socialisti del Nicaragua allora e nel Venezuela attuale.

Tattiche della paura e bugie. Se pensate che le tattiche della paura della "Guerra al Terrore" danneggino le libertà civili, non avete assistito all'isteria anticomunista nell'ultima fase della Guerra Fredda. Invece di costruire una presunta bomba sporca, l'"Impero del Male" puntava i suoi missili termonucleari sulle nostre città, con entrambi i blocchi in stato continuo di allerta. Quando i sovietici occuparono l'Afghanistan e gli iraniani deposero lo Scià nel 1979, la "Dottrina Carter" creò il Comando Centrale per difendere i giacimenti petroliferi mediorientali per conto delle corporazioni statunitensi. Visto che l'anticomunismo non era più una scusa così potente, i media e Hollywood hanno cominciato a fare ricorso a una demonizzazione dei musulmani, ben più efficaci nel preparare l'atteggiamento psicologico del pubblico americano a una guerra.

Pressione militare e democrazie. Reagan succedette a Carter nel 1981 inaugurando una massiccia corsa alle armi, che secondo i suoi sostenitori ebbe il merito di far crollare l'URSS dieci anni dopo. Le storie imbastite dai media però trascurano ampiamente Solidarność e le "minoranze nazionali" sovietiche che scalfirono dall'interno il blocco sovietico. Abbiamo dimenticato che i popoli sono capacissimi di rovesciare le dittature senza l'aiuto militare esterno. Questa lezione, se l'avessimo imparata, avrebbe potuto rivelarsi utile nell'Iraq di Saddam Hussein.

La guerra con l'Iran. Fin dai tempi della Rivoluzione Iraniana e della presa di ostaggi all'ambasciata USA, Washington ha cercato di rovesciare il governo di Teheran. Nell'attuale clima di isteria nei confronti dell'Iran, quanti americani si rendono conto che gli Stati Uniti hanno già combattuto contro l'Iran? Nel 1987-88 la flotta americana si è schierataattivamente con Saddam Hussein nella sua guerra contro l'Iran, scortando le petroliere che trasportavano il petrolio iracheno, attaccando i pozzi iraniani, affondando navi e tirando giù "per sbaglio" un aereo civile iraniano. Una guerra contro l'Iran non è un'ipotetica possibilità futura, ma la continuazione di un conflitto che non si è mai sedato.

Lo scandalo Iran-Contra. Reagan armò entrambe le parti nella guerra tra Iran e Iraq, fornendo scorte navali e intelligence all'Iraq e vendendo missili all'Iran. Il colonnello Oliver North vendette clandestinamente i missili all'Iran per raccogliere fondi con cui finanziare i Contra che combattevano contro i sandinisti del Nicaragua. Henry Kissinger consigliò Reagan di "dissanguare entrambe le parti" nella guerra Iran-Iraq, proprio come sta facendo oggi Bush in Iraq armando sia il governo a guida sciita sia le milizie sunnite. La segretezza degli anni reaganiani pose le basi del Patriot Act successivo all'11 settembre. Alcuni attivisti vedevano il "governo ombra" di Reagan come un'aberrazione repubblicana, mentre altri lo consideravano un esito inevitabile dell'espansione imperialista: dibattito molto simile a quello di oggi su Bush e l'Iraq.

Il Jihad in Afghanistan. Carter armò i mujaheddin islamici che combattevano contro il governo filosovietico afghano, innescando l'invasione sovietica del 1979. Il capo della sicurezza nazionale di Carter Zbigniew Brzezinski sapeva che stava trascinando i sovietici nel loro "Vietnam", una guerra che persero in dieci anni. Parte degli aiuti americani andò ai gruppi dell'Afghanistan settentrionale che in seguito controllarono e combatterono per Kabul nel 1992-96. Ma la maggior parte degli aiuti andò ai gruppi jihadisti Pashtun supportati dai pakistani e dai sauditi, che misero in luce un giovane ingegnere di nome Osama bin Laden. In questo modo gli Stati Uniti contribuirono a porre le basi del governo dei Taliban nel 1996 e della "ricaduta" jihadista del 2001, quando bin Laden trascinò con successo un'altra superpotenza nella palude afghana.

Il governo militare in Pakistan. Come Reagan spalleggiò il dittatore pakistano Zia ul-Haq come principale alleato contro i sovietici in Afghanistan, Bush ha spalleggiato Pervez Musharraf come alleato contro i Taliban. Ma in entrambi i casi minare la democrazia in Pakistan non ha fatto che esacerbare la crisi nella regione. Benazir Bhutto è stata uccisa con la sorveglianza di Musharraf, proprio come Zia fece uccidere suo padre, anch'egli ex-primo ministro. Negli anni Ottanta l'intelligence pakistana aiutò i jihadisti che sarebbero poi diventati al-Qaeda (anche se non lo saprete guardando il film La guerra di Charlie Wilson). Se volete la verità sull'11 settembre piantatela di cercare missili fantasma lanciati contro il Pentagono e cominciate a cercare i veri missili che il Pentagono spedì in Afghanistan due decenni prima. Il vero "complotto" è parte integrante della storia imperiale degli Stati Uniti, non va cercato al di fuori di essa.

Gli insuccessi dei movimenti degli anni Ottanta
Come i movimenti degli anni Sessanta, anche quelli degli anni Ottanta commisero dei gravi errori. Il movimento pacifista vacillò quando gli Stati Uniti intervenirono contro paesi del Medio Oriente. C'erano pochi "buoni" di sinistra come l'ANC o l'FMLN, e ancora meno "buoni" cristiani come gli arcivescovi Tutu o Romero. Esprimemmo solidarietà nei confronti delle rivoluzioni popolari senza dare un appoggio adeguato ai civili stretti nella morsa di "due cattivi", soprattutto nella Guerra del Golfo del 1991.

Avevamo sperato che in paesi come il Nicaragua e la Germania Est fosse possibile una terza via. Ma i popoli di quei paesi temevano la potenza militare dell'Occidente o erano attratti dal suo consumismo, e questo portò alle vittorie dei conservatori nel 1990. Solo recentemente i progressisti hanno vinto le elezioni in America Latina e sono riusciti a criticare nuovamente il capitalismo nell'Europa Orientale.

I movimenti degli anni Ottanta avevano difficoltà a integrare la politica anti-imperialista e di classe con le politiche identitarie razziali/etniche e con i nuovi movimenti sociali (femminista, LGBT, ambientalista, culturale, ecc.). Come durante gli anni Sessanta e oggi, i maschi eterosessuali godevano di vantaggi sociali che impedirono la crescita di movimenti progressisti. Quando gli attivisti si dedicarono a questioni interne durante la prima fase dell'amministrazione Clinton e poi alla lotta contro la globalizzazione nell'ultima fase di quell'amministrazione, si portarono dietro quei problemi.

Rivisitare gli anni Ottanta
Avendo ben presenti questi e altri fallimenti, i veterani dei movimenti degli anni Ottanta hanno cercato di non attirare troppo l'attenzione sulle loro esperienze. Siamo stati restii a raccontare le storie degli anni Ottanta per non fare come quei reduci degli anni Sessanta che riposano sugli allori delle passate glorie. Ma è diventato importante rivisitare i nostri ricordi di quegli anni, proprio mentre i media si impegnano a ricordare il '68.

È ora di andare in cantina e in garage a cercare quelle vecchie scatole piene di tesori che non si trovano su internet. Rispolverate le vecchie newsletter e i fogli ciclostilati, scaldate lo scanner. Mettete sul web quelle storie e quelle immagini, o - meglio ancora - create dei siti dove la gente possa postare i propri ricordi, e applicare al presente le lezioni del passato. Dite ai vostri studenti di intervistare attivisti e organizzatori degli anni Ottanta e di cercare in biblioteca documenti di quegli anni. Riunite i vecchi gruppi di attivisti, registrate le loro storie e le loro strategie per le nuove generazioni.

Alla fine, però, né il 1968 né il 1988 potranno davvero fornire dei modelli per la generazione del 2008. La generazione attuale non deve riciclare le immagini di epoche passate, o seguire gli schemi dei movimenti studenteschi che li hanno preceduti. Invece di recitare i vecchi slogan del Vietnam o delle manifestazioni contro la WTO possono creare nuove forme di protesta molto più adatte a questi tempi tecnologici. Ma è sempre utile avere una visione completa del passato, sapere cosa tenere e cosa buttar via.

Noi che abbiamo vissuto l'impegno degli anni Ottanta dovremmo studiare il nostro passato per riuscire a rinnovare il nostro impegno per il cambiamento sociale, per continuare a tentare di migliorare il mondo. Faremmo meglio a sbrigarci a definire la nostra storia prima che si producano speciali sulla "Generazione degli anni Ottanta".

Zoltan Grossman è membro di facoltà dell'Evergreen State College di Olympia, Washington, e ha alle spalle una lunga esperienza di attivismo a favore della giustizia sociale e del pacifismo. Il suo sito web è: http://academic.evergreen.edu/g/grossmaz.

Originale da: http://www.counterpunch.org/grossman01032008.html

Articolo originale pubblicato il 3 gennaio 2008

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