venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, gennaio 16, 2009

Il gas come arma politica avvelenata

Il gas come arma politica avvelenata

AUTORE: Pëtr Romanov

Con gli ulteriori sviluppi dello scandalo del gas tra Ucraina e Russia diventa sempre più evidente la componente politica del conflitto. Innanzitutto si tratta di un aggravamento della crisi politica interna dell'Ucraina, dove la Rada chiede già l'impeachment del presidente e le dimissioni del governo. E se la seconda ipotesi è improbabile la prima è in linea di principio possibile, perché qui si ritrovano uniti sia Janukovič, sia i comunisti ucraini, sia il blocco Julija Timošenko. Ma anche se l'idea dell'impeachment non dovesse passare, lo scandalo del gas rappresenterà il colpo di grazia per la carriera politica di Juščenko. Non so con cosa sia stato avvelenato in passato il presidente ucraino, ma adesso ha inghiottito una buona dose di gas avvelenato.

Sono sempre più evidenti i danni politici subiti anche dalla Russia, in seguito ai non meno evidenti danni economici. Considerando la vicenda dalla prospettiva di Mosca e di primo acchito si ha l'impressione che Gazprom e le autorità russe abbiano battuto l'Ucraina nel guadagnarsi le simpatie europee. Di fatto però sarebbe più accurato discutere su quale delle due – la Russia o l'Ucraina – susciti all'infreddolito e irritato consumatore europeo meno antipatia. La reazione è del tutto comprensibile: la casalinga europea vuole che nella sua cucina arrivi il gas, e poco le importa chi sia colpevole della sua assenza, se Kiev o Mosca. Per quanto riguarda i politici europei, benché comprendano la situazione su un altro livello sono comunque notevolmente orientati in senso antirusso. E restano inclini a chiudere un occhio quando si tratta di Juščenko, dato che per loro non è Mosca ma l'Ucraina a rappresentare un potenziale futuro membro dell'Unione Europea e della NATO.

In ultima analisi, si tratta già di grande politica e di un'enorme gatta da pelare per la Russia, se si immagina che una situazione in cui l'Ucraina si rifiuta di far passare il gas russo diretto in Europa. E non per una settimana o due, ma per sempre. Naturalmente anche all'Ucraina è necessario il gas russo, ma se prevarrà il corso antirusso il nostro vicino potrà decidere proprio in quel senso. Il gas e il carbone ucraini e l'acquisto in Europa del mazut [nafta pesante, N.d.T.] permetteranno all'Ucraina di sopravvivere. Simili impedimenti nella filiera energetica, naturalmente, rallenteranno lo sviluppo economico dell'Ucraina, ma in passato la psicosi antirussa ha condotto anche altri paesi fino a questo punto. In ogni caso il vecchio detto dei nazionalisti ucraini – “mi caverò un occhio perché mia suocera abbia un genero orbo” – a quanto pare non turba nessuno.

Se la situazione si evolverà in questo senso a restare sconfitte saranno sia l'Ucraina sia la Russia, che in un periodo di gravissima crisi mondiale perderà l'importantissimo mercato europeo e dunque anche un afflusso di valuta nelle proprie casse. Il gasdotto Nord Stream nel migliore dei casi sarà operativo solo nell'autunno del 2011, e per allora (se il transito attraverso l'Ucraina verso l'Europa in questo lasso di tempo verrà bloccato) i nostri clienti europei si saranno già orientati verso altre fonti energetiche e verso altri fornitori.

Naturalmente in questo scenario c'è un terzo perdente, ed è l'Europa. Rinunciare al gas russo così, all'improvviso, rappresenterebbe una grande perdita per l'economia europea e per una serie di paesi sarebbe semplicemente una catastrofe.

Chi trae beneficio da tutta questa confusione? Una possibile risposta sta in una documento appena apparso sulla stampa russa e firmato dall'Ucraina e dagli Stati Uniti. L'Izvestija è entrata in possesso di un testo firmato in dicembre dal ministro degli esterni Vladimir Ogryzko e dal Segretario di Stato americano, la “Carta sul partenariato strategico”. Nel documento si dice che Washington aiuterà l'Ucraina a modernizzare i gasdotti ampiamente logorati del paese. Naturalmente Kiev ha tutto il diritto di decidere chi rimetterà a nuovo la rete di gasdotti ucraina. Però è facile supporre che non si firmi una “Carta sul partenariato strategico” solo per dei lavori di ammodernamento. Inoltre simili documenti spesso sono semplicemente la punta dell'iceberg. I temi più importanti si discutono fuori protocollo.

Appare dunque del tutto verosimile in linea di principio l'ipotesi espressa dal vicepresidente di Gazprom Aleksandr Medvedev. Secondo Medvedev si ha l'impressione che “tutta la commedia che va in scena in Ucraina venga diretta da un paese”. In altre parole, l'apparente illogicità e irrazionalità del recente comportamento dell'Ucraina si spiegherebbe molto semplicemente: Kiev persegue coerentemente piani concordati con l'amministrazione Bush.

La logica di questa ipotesi può essere multipla. Non è solo un modo per legare a sé più strettamente l'Ucraina, ma anche una politica di contenimento della Russia. Infine potrebbe anche trattarsi di un'azione antieuropea. Nella politica dell'Unione Europea cominciano a essere troppi gli aspetti che non rispondono agli interessi degli Stati Uniti: un'economia europea competitiva – del tutto inappropriata dal punto di vista dell'amministrazione Bush – l'attività del presidente francese al tempo dei fatti di agosto nel Caucaso, l'appello agli Stati Uniti di alcuni attori europei di considerare attentamente le proposte del presidente russo sulla riforma del sistema di sicurezza europeo, e via dicendo.

La nuova amministrazione Obama vorrà continuare questo gioco antirusso ed antieuropeo? Questa è una domanda cui è ancora difficile rispondere. Giudicando dai segnali indiretti, è improbabile.

Comunque sia, è già chiara una cosa: l'arma del gas, che è stata proibita molto tempo fa a fini bellici, a quanto pare ha trovato una nuova nuova nicchia di impiego, la politica. In una situazione di crisi mondiale questo è particolarmente pericoloso e ben poco saggio. Del resto, come è noto, l'uscente amministrazione Bush non è stata caratterizzata da una grande saggezza.


Originale: Газ как отравляющее политическое оружие

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Sempre a proposito di guerra del gas Ucraina-Russia

Ancora niente gas
di Oleg Mitjaev per RIA Novosti

Il 13 gennaio, grazie al raggiungimento di un accordo tra le parti, era prevista la ripresa del transito del gas russo attraverso il territorio dell'Ucraina verso i paesi dell'Unione Europea. Ma così non è stato. Gazprom ha cominciato a fornire il combustibile agli utenti europei ma l'ucraina Naftogaz ha bloccato il suo gasdotto. I paesi dell'UE sono rimasti ancora una vota privi del gas russo, e a Russia e Ucraina non resta che calcolare le perdite subite e quelle future.

Niente salvezza per l'Europa
Il 12 gennaio l'Ucraina ha firmato un protocollo sull'organizzazione del controllo internazionale del transito del gas russo attraverso l'Ucraina verso l'Unione Europea, questa volta senza clausole né appendici. Si è trattato indubbiamente di una vittoria diplomatica della Russia.

Ricordiamo che una situazione simile si era verificata all'inizio del 2006. Neanche allora l'Ucraina aveva firmato il contratto per la fornitura di gas dalla Russia e dal 1° gennaio ne era stata privata. Però aveva subito cominciato a prelevare senza autorizzazione per sé il gas destinato ai consumatori dell'Unione Europea. Per porre fine a questa situazione la Russia nel gennaio del 2006 aveva stipulato letteralmente nel giro di due giorni un compromesso per la fornitura del gas all'Ucraina.

Questa volta il governo russo e Gazprom sono riusciti a ottenere dall'Ucraina la firma di questo protocollo, in base al quale l'Ucraina deve assicurare il transito del gas verso i consumatori europei anche in assenza di un contratto di fornitura per il consumo interno e perciò non può attingere al combustibile destinato ai paesi dell'Unione Europea.

Ma anche dopo la firma di questo protocollo di transito alle condizioni russe l'escalation della “guerra del gas del 2009” è apparsa inevitabile.

La prima controversa questione che sta alla base dell'impossibilità di riprendere la fornitura di gas russo all'UE riguarda il cosiddetto gas tecnico, quello che serve a spingere il metano dentro il gasdotto, che è di circa 21 milioni di metri cubi giornalieri. L'Ucraina deve fornire questo gas perché il metano arrivi nell'Unione Europea. In assenza di un contratto per la fornitura di gas russo, Naftogaz si rifiuta di attingere dalle riserve di gas nazionali e chiede che sia Gazprom a fornire questa quota di gas tecnico. Gazprom però non intende fornire il gas tecnico a Naftogas perché è già incluso nella tariffa per il transito (1,6 dollari per 1000 metri cubi per 100 chilometri), in vigore fino al 2010.

Più dura il conflitto, più aumentano le perdite
Del blocco del gas, effettivo dal 7 gennaio, risentono soprattutto i paesi balcanici: la Bulgaria, la Slovacchia, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina e la Moldavia. Lì quasi tutto il gas viene fornito dalla Russia e le riserve sono molto scarse.

Nei maggiori paesi dell'Unione Europea che necessitano del gas russo – Francia, Germania e Italia – la riduzione del flusso totale è inferiore al 10-25%, dato che la struttura delle importazioni di metano in quei paesi è diversificata. Inoltre i principali paesi membri dell'UE hanno riserve sostanziose di combustibile.
L'Ucraina invece comincia a risentire della mancanza di gas, e dunque senza un contratto con la Russia deve fare economia sulle riserve accumulate nell'anno passato. Ha inoltre perso i proventi per il transito del gas russo in Europa.

La Russia, che tra il 1° e il 6 gennaio ha fornito gas all'Europa attraverso l'Ucraina mentre quest'ultima vi attingeva senza autorizzazione, ha perso in quei giorni circa 40 milioni di dollari. Ma le perdite sono aumentate ulteriormente a partire dal 7 gennaio, quando per il prelevamento non autorizzato di gas da parte dell'Ucraina la Russia è stata costretta a interrompere il transito di gas verso l'Europa: secondo le stime degli esperti, circa 120 milioni di dollari al giorno. Dunque, dal 1° gennaio al 13 gennaio, a causa della crisi del gas, la Russia avrebbe perso circa 880 milioni di dollari.

La via più rapida per uscire dalla crisi è la firma di un contratto sulla fornitura del gas russo all'Ucraina. Così l'Ucraina permetterà la ripresa del transito del metano verso l'Europa e le perdite economiche della crisi del gas verranno minimizzate. Entrambe le parti ribadiscono che sono pronte a sedersi nuovamente e urgentemente al tavolo dei negoziati. Tuttavia le loro divergenze sulle questioni cruciali – il prezzo del gas, la tariffa di transito e il debito dell'Ucraina – sono molto grandi.

La Russia è determinata a fornire gas all'Ucraina nel primo trimestre, o almeno in gennaio, al prezzo di 450 dollari per 1000 metri cubi; l'Ucraina è pronta a pagare solo 200-250 dollari per 1000 metri cubi. Naftogaz insiste sull'aumento della tariffa di transito; Gazprom è pronta ad aumentare la tariffa solo dopo un aumento del prezzo del gas ai livelli desiderati. L'Ucraina ritiene di aver pagato tutti i debiti a Gazprom per il 2008; la posizione della Russia è che Naftogaz le deve ancora 614 milioni di dollari.

Inoltre, se l'ennesimo conflitto del gas si protrarrà, le future perdite della Russia (e anche dell'Ucraina) aumenteranno di molto. Già adesso l'Unione Europea sta pensando di espandere l'accesso a fonti di energia che non dipendono dai due paesi dell'Est.

Il 12 gennaio, durante una riunione dei ministri dell'energia dei paesi dell'UE a Bruxelles, l'attenzione si è concentrata non tanto sulla risoluzione della crisi del gas, quanto sui modi per evitare che situazioni simili si ripetano in futuro. È stato dunque scelto di diversificare ulteriormente le importazioni energetiche.
Nell'Unione Europea si punta sempre più al progetto del gasdotto Nabucco, che aggirerebbe il territorio della Russia e non sarebbe legato ai suoi giacimenti. Dovrebbe diventare una continuazione del già esistente gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum e andare da Erzurum in Turchia fino in Austria, al centro dell'Europa.

Il progetto è alquanto controverso, in quanto il gas azero non basta a riempire il Nabucco. Ma in Europa si spera di riempirlo grazie ai ricchissimi giacimenti del Turkmenistan, con la costruzione del gasdotto transcaspico che dovrebbe collegare le sponde turkmena e azera del Mar Caspio. In Russia si pensa che non accadrà mai, in quanto i principali paesi caspici – la Russia stessa e l'Iran – non concederanno mai il loro consenso, mentre tutte le questioni relative ai paesi della regione vanno risolte con il consenso unanime.

Però per la Russia il fatto stesso che i suoi tradizionali partner nei progetti dei gasdotti Nord Stream (dalla Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico) e South Stream (dalla costa russa del Mar Nero ai Balcani, l'Italia e la Germania) si dicano favorevoli a lavorare a progetti concorrenti, è di per sé sgradevole.
Il sistema più probabile e rapido di diversificazione delle importazioni per i paesi dell'Unione Europea è l'incremento dell'acquisto di gas naturale liquefatto dall'Africa Settentrionale e dai paesi del Golfo Persico.
Nell'Unione Europea ci si accinge anche ad aumentare gli investimenti nelle fonti energetiche alternative, in primo luogo le centrali atomiche. I paesi europei non intendono rimettere in funzione le centrali costruite in Bulgaria e in Slovacchia ancora ai tempi dell'URSS. Ma potrebbero attivamente contribuire alla costruzione di nuovi impianti con l'impiego della propria tecnologia.

Di conseguenza, la quota di gas russo destinata al mercato europeo, che oggi corrisponde a circa un terzo, potrebbe diminuire già nel prossimo futuro.

Originale: Снова газа нет в трубе

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia

Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia
di H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck

Prima del Nuovo Anno si sono svolti tra la russa Gazprom e l'ucraina Naftogaz delle trattative sul proseguimento della fornitura del gas russo all'Ucraina e sull'importo da pagare per il gas già consegnato.

L'Ucraina deve alla Russia 1,5 miliardi di dollari [1,1 miliardi di euro] per il gas consegnato nel 2008. Se si aggiungono gli interessi per il ritardo nei pagamenti, il debito dell'Ucraina aumenta a 2 miliardi di dollari [1,47 miliardi di euro]. Gazprom ha proposto all'Ucraina, viste le difficoltà economiche e finanziarie di questo paese, un prezzo di molto inferiore al quello mondiale: 250 dollari [184 euro] per 1000 metri cubi.

Adesso il Presidente ucraino, Juščenko, e l'attuale Primo Ministro Julija Timošennko, chiedono di fissare questo prezzo a 200 dollari [147 euro] per 1000 metri cubi. Per fare un confronto, altri paesi (il Turkmenistan o il Kazakistan) vendono il loro gas a 340 dollari [250 euro] per 1000 metri cubi. Aggiungendo i costi di trasporto l'Ucraina avrebbe dovuto pagare a questi paesi 400 dollari [294 euro]. La delegazione ucraina che si è recata in Russia nel mese di dicembre non è stata autorizzata a firmare un nuovo contratto, tanto che è rientrata in patria senza averne firmato alcuno.

Il 30 dicembre 2008 Gazprom ha ricevuto una lettera dei dirigenti ucraini che la avvisavano che l'Ucraina aveva versato sul suo conto 1,5 miliardi di dollari e dunque non doveva più niente alla Russia. Ma questi soldi non sono arrivati in Russia. E non è tutto: l'amministratore delegato di Naftogaz, Dubina, ha dichiarato che, poiché l'Ucraina non aveva firmato alcun contratto per il 2009, il gas che transita sul suo territorio sarebbe stato per così dire dichiarato “senza padrone”. E questo benché l'Ucraina abbia assicurato all'Unione Europea che la totalità del gas in transito sul suo territorio sarebbe arrivato ai destinatari: non si può che definire un inganno. E ancora: l'Ucraina intende modificare le sue tariffe di transito verso l'Europa Occidentale. Ebbene, con la Russia è stato fissato un contratto a lungo termine, che fissa la tariffa di transito attraverso l'Ucraina fino al 2001 a 1,6 dollari [1,17 euro] per 1000 metri cubi e 100 chilometri di percorso, prezzo in linea con la media europea. Ma ecco che l'Ucraina vuole aumentarlo. In questo momento le riserve sotterranee di gas ucraine sono piene, mettendo il paese al riparo dalle difficoltà di approvvigionamento della propria popolazione. Questo significa che l'Ucraina cerca di ottenere una tariffa di transito più elevata per il gas che ha. I russi da parte loro hanno ridotto progressivamente le consegne di gas all'Ucraina per interromperle del tutto il 1° gennaio 2009.

L'amministratore delegato di Naftogaz ha informato Gazprom che nonostante tutte le assicurazioni fornite all'Unione Europea dall'Ucraina, quest'ultima consegnerà il gas solo in base alle possibilità di trasporto necessarie. Per ora il volume di metano consegnato all'Europa Occidentale non ha subito notevoli variazioni. Solo la Romania e la Polonia hanno constatato un calo di pressione del gas che transita attraverso l'Ucraina.

Juščenko, da parte sua, ha garantito alla Cancelliera tedesca Angela Merkel un trasporto senza problemi del gas russo in Europa Occidentale attraverso altri gasdotti. Nel frattempo Gazprom ha dichiarato che se l'Ucraina non accetterà la tariffa di favore proposta dalla Russia quest'ultima esigerà automaticamente il prezzo praticato sul mercato mondiale, e che per assicurare il trasporto del gas russo verso l'Europa Occidentale rafforzerà il transito attraverso la Bielorussia.


Originale: Das Gasproblem zwischen der Ukraine und Russland

Articolo originale pubblicato il 5/1/2009

H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck sono autori associati a Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, di cui Manuela Vittorelli è membro. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, novembre 04, 2008

Le armi a bordo della Faina

Le armi a bordo della Faina

di Il'ja Kramnik

La nave ucraina carica di carri armati, altri armamenti e munizioni che si trova nelle mai dei pirati somali nel porto di Hobyo è stata sequestrata già il 25 settembre 2008. In seguito il capitano della nave – un cittadino russo – è morto per attacco cardiaco. L'equipaggio della Faina ha ora gravi problemi di cibo e di acqua potabile. Come è stato riferito, i pirati, che all'inizio avevano chiesto un riscatto di 35 milioni di dollari e in seguito hanno ripetutamente cambiato la cifra (il limite inferiore era di 5 milioni) adesso chiedono 8 milioni per liberare la nave e l'equipaggio. Inoltre non sono intenzionati a consegnare il carico: secondo quanto ha comunicato la compagnia Tomex, i pirati intendono “distruggere gli armamenti” o gettarli in mare. Ma sono solo parole. E poi “distruggere un carro armato a mazzate non è affatto semplice.
Nella vicenda finora ci sono più domande che risposte. Innanzitutto non è chiara la composizione del carico. Si sa che a bordo si trovano 33 carri armati Т-72, un numero indeterminato di armi leggere e munizioni. In base ad alcune informazioni la Faina trasportava anche sistemi lanciarazzi multipli “Град” e perfino elementi di difesa aerea. Per molto tempo è rimasta irrisolta la questione del destinatario finale del carico: si è detto che i Т-72 e le altre armi erano diretti in Sudan, che attualmente si trova sotto un regime di sanzioni internazionali. Tuttavia il ministero della difesa del Kenia, ammettendo aver commissionato gli equipaggiamenti militari trasportati dalla Faina, ha sollevato l'Ucraina dalla responsabilità di avere infranto le sanzioni.
Ciononostante il destino delle armi rimane incerto. Se i pirati riusciranno a portare a riva i carri armati e le altre armi, teoricamente un acquirente in questa travagliata regione potrà essere trovato. Una tale quantità di armamenti relativamente avanzati potrebbe influire seriamente sull'equilibrio delle forze in Somalia, minacciando la stabilità del governo di transizione riconosciuto dalla comunità internazionale. Inoltre va notato che lo scarico, che necessita di tempi lunghi e di un porto attrezzato, è già di per sé problematico, ed è improbabile che i pirati riusciranno a metterlo in pratica, tenendo conto della presenza nelle acque territoriali della Somalia delle molte navi da guerra della “coalizione antipirateria”. Però, come minimo, i pirati potranno scaricare dalla Faina le armi leggere e le munizioni, che non contribuiranno certo alla tranquillità del paese già afflitto dalla guerra civile.

Va tenuto conto di un altro fattore. I pirati non possono non capire che non appena gli ostaggi saranno al sicuro le forze internazionali faranno il possibile chi ha sequestrato la nave e ha incassato i soldi del riscatto. Ne consegue che i pirati potrebbero cercare di trattenere parte degli ostaggi a garanzia della propria incolumità fino a quando non si troveranno fuori portata.
In ogni caso, indipendentemente dall'esito della vicenda, la storia della pirateria somala è lungi dal concludersi, e il ristabilimento dell'ordine nelle acque circostanti richiede grandi sforzi. Alla fregata russa Neustrašimyj, che sta cominciando il pattugliamento del golfo di Aden, di sicuro toccherà in sorte un bel po' di lavoro.

Originale: Оружие на борту "Фаины", RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 29 ottobre 2008

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mercoledì, ottobre 08, 2008

Crisi ucraina, un punto di vista russo

[L'analisi di Fëdorov si discosta dalle valutazioni lette in precedenza, compreso il giudizio secondo il quale le elezioni anticipate avvantaggerebbero Juščenko, ma è interessante soprattutto perché si concentra sulle priorità della Russia].

Il prezzo della questione

di Andrej Fëdorov

L'Ucraina ha cominciato a giocare alla roulette russa. E in gioco non c'è semplicemente la sua reputazione, ma anche il suo futuro di stato indipendente. La crisi della dirigenza politica in Ucraina è così evidente che non potrà essere risolta neanche dalle ennesime elezioni della Rada.
Le elezioni, se saranno indette, faranno solo il gioco di Viktor Juščenko: non sono preparati ad andare alle elezioni né il Partito delle Regioni né il Blocco Julija Timošenko, né molti altri. Le elezioni sono il frutto di una spaccatura tra gli oppositori del presidente dell'Ucraina, una spaccatura che costerà loro cara. Andare alle elezioni senza un vero programma d'azione, solo con lo slogan “Via Juščenko”, è inutile.

Ma per la Russia è molto più importante l'aspetto strategico della situazione, perché pesto dovremo prendere posizione su molte questioni.

Innanzitutto bisogna comprendere che il movimento dell'Ucraina verso la NATO e l'Unione Europea, anche se verrà un po' rallentato dalla Germania e dalla Francia, è un processo inevitabile e nessuno dei politici ucraini, tanto meno Julija Timošenko, potrà né vorrà mutare quella direzione. Bisogna cominciare a prepararsi su tutta la linea, imparare a convivere con un'Ucraina diversa, se vogliamo davvero difendere i nostri interessi nazionali.

In secondo luogo l'Ucraina ha specifici strumenti di influenza nei confronti della Russia (non è vero solo il contrario), e presto sicuramente li userà, soprattutto se l'attuale governo è in bilico e la forza decisiva è proprio Viktor Juščenko. L'Occidente in questa situazione resterà al fianco dell'Ucraina soprattutto perché gli Stati Uniti ne hanno bisogno per mettere sotto pressione la Russia.

In terzo luogo non dobbiamo scommettere su uno o due politici ucraini e pensare che giocheranno lealmente. Bisogna dimostrare che per la Russia non sono importanti i politici ucraini ma l'Ucraina stessa come paese slavo amico, e che per ottenere ciò potrebbe prendere in considerazione delle concessioni. Oggi l'errore più grande che si possa commettere è spaventare l'Ucraina con una divisione territoriale per ragioni politiche. Far ciò significherebbe perdere rapidamente l'Ucraina.

In quarto luogo, comprendere che senza l'Ucraina non ci sarà nessuna Comunità degli Stati Indipendenti e che i processi negativi nello spazio post-sovietico non faranno che accelerarsi.

Infine, dopo la crisi caucasica il mondo è effettivamente cambiato, e purtroppo non a nostro favore. La crisi globale comincia a colpire sempre più duramente la Russia. In questa situazione un conflitto con l'Ucraina infliggerebbe un altro colpo alla nostra economia, che già deve affrontare tempi difficili.

Si possono amare o no queste o quelle figure della dirigenza ucraina, in particolare quando fanno dichiarazioni antirusse, per esempio a proposito della Flotta del Mar Nero. Ma oggi non dobbiamo più dare a questi politici ulteriori vantaggi commettendo sempre più spesso errori politici nei confronti dell'Ucraina.

Andrej Fëdorov, direttore dei programmi politici del Consiglio per la politica estera e la difesa, è stato vice ministro degli esteri negli anni 1990-91.

Fonte: Kommersant'

Originale pubblicato il 6 ottobre 2008

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Timošenko vorrebbe ricostruire la coalizione con il blocco Juščenko

[Secondo articolo "Tendenza Timošenko" (ma un po' meno) che fa capire cosa sta succedendo alla Rada e aiuta a orientarsi meglio nella crisi ucraina].

Il primo ministro Julija Timošenko vorrebbe ricostruire la coalizione governativa con il blocco Juščenko.

Dottor Hans-Jürgen Falkenhagen e Brigitte Queck, Berlino

La signora Timošenko ha in parte rinunciato alle leggi votate il 2 e il 3 settembre con una maggioranza di più di due terzi del Parlamento e mirate a limitare i pieni poteri presidenziali.
Giovedì 2 ottobre i deputati del blocco Timošenko al parlamento di Kiev (la Verchovna Rada) hanno respinto con una decisa maggioranza la richiesta presidenziale di abolire la legge del 2 settembre che modificava i poteri del gabinetto ministeriale (con 152 su 156 voti dei deputati del blocco Timošenko). Questo, insieme ai 72 voti del gruppo “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo”, produceva 224 voti (sui 450 seggi che costituiscono il Parlamento) a sfavore dell'abolizione. La maggioranza semplice era di 226 voti. Per scavalcare il veto presidenziale sarebbe servita una maggioranza dei due terzi dei votanti, ossia 301 voti. Il Presidente del Parlamento, Jacenjuk, ha subito dichiarato che il veto presidenziale era valido e che le leggi che modificavano i poteri del gabinetto ministeriale erano annullate. Con il voto del Partito delle Regioni, del Partito Comunista e del Blocco Litvin La signora Timošenko avrebbe potuto facilmente invalidare il veto presidenziale, ma non si è avvalsa di questa possibilità.



Il vice dell'ex Primo Ministro ucraino nonché leader dell'opposizione pro-russa Viktor Yanukovič legge il giornale durante una seduta parlamentare a Kiev, il 16 settembre 2008
. © Reuters Pictures.

Una situazione analoga si è verificata sempre il 2 ottobre con il voto sulla richiesta presentata dal Presidente relativa a una commissione d'inchiesta parlamentare provvisoria (che riguardava tra l'altro la guerra in Georgia e il coinvolgimento dell'Ucraina nel conflitto). Solo 225 deputati hanno votato a suo favore (72 del blocco Juščenko e 153 del blocco Timošenko). Neanche lì è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi in grado di invalidare il veto presidenziale e il Presidente del Parlamento ha di conseguenza potuto ratificare la legge. Le domande del Presidente in merito all'abrogazione della legge relativa alle competenze della Corte Costituzionale e della legge relativa ai servizi di sicurezza (servizi segreti) che fissava la modalità di nomina e revoca del Direttore dei servizi nonché le modifiche alla legge in materia di competenze esecutive dei Presidenti degli enti amministrativi locali e regionali sono state adottate con la maggioranza semplice di 226 voti richiesta dalla Costituzione. Anche in questi tre casi i voti dell'opposizione avrebbero potuto invalidare il voto presidenziale.

La domanda del Presidente di annullare la legge adottata il 19 settembre con più di 301 voti e che stabiliva la convocazione di un referendum nazionale in Ucraina (che avrebbe importanza decisiva per l'ingresso dell'Ucraina nella NATO) e quella (dello stesso giorno) che stabiliva il pari trattamento delle lingue russa e ucraina non ha ottenuto la maggioranza al Parlamento. Per tali questioni la Costituzione ucraina non accorda il diritto di veto al Presidente. Il 2 ottobre le questioni relative all'avvio di una procedura di impeachment contro il Presidente non sono state proposte al voto.

Anche se il Presidente l'ha avuta vinta su alcune delle questioni che lo opponevano alla signora Timošenko, è chiaro anche quest'ultima ha risentito delle pressioni occidentali. Poco tempo prima Bush aveva incontrato Juščenko. In seguito il campo occidentale aveva negoziato anche con Timošenko.

Per ora il Presidente ha temporaneamente rinunciato a promulgare il decreto di scioglimento del Parlamento alla fine del periodo di 30 giorni concessi dalla Costituzione per formare un nuovo governo (che dunque fissava la scadenza al 7 o al massimo all'8 ottobre) e non ha dato l'ordine di procedere immediatamente a nuove elezioni, che, se si fossero svolte democraticamente, avrebbero portato all'assoluta sconfitta del blocco Juščenko.

La prossima seduta del Parlamento ucraino dovrebbe tenersi il 7 ottobre 2008. Il 3 ottobre il vice presidente dell'Assemblea, O. Lavrinovič, ha dichiarato che il Parlamento ucraino non sarebbe stato sciolto prima dell'elezione di un nuovo Parlamento. Lo scioglimento sarebbe effettivo solo il giorno della prima riunione di quest'ultimo.
Secondo i mezzi di informazione ucraini la crisi governativa rimane ancora del tutto irrisolta. Il blocco “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” non vorrebbe negoziare una nuova coalizione con il blocco Timošenko se non previa accettazione di tutte le condizioni preliminari poste da Juščenko. E il Presidente esita ancora a sciogliere il Parlamento, revocare con decreto il governo Timošenko e proclamare lo stato di emergenza per governare egli stesso.

Giovedì 2 ottobre il Primo Ministro Timošenko ha incontrato a Mosca il suo omologo russo, Vladimir Putin, per negoziare una collaborazione nel settore energetico e il prezzo del gas. In questa occasione Mosca ha concesso all'Ucraina di allineare solo gradualmente il prezzo del gas alle tariffe mondiali. Attualmente l'Ucraina compra il gas russo a tariffa ridotta (Prezzo CSI), cioè a 250 dollari per mille metri cubi invece dei 500 applicati all'Europa Occidentale.

Fonti: www.rada.kiev.ua, 3 e 4 ottobre 2008 (rapporti sulle sedute del Parlamento) e Vjesnik, Zagabria, sul prezzo del gas russo.

Originale: Tlaxcala

Originale pubblicato il 5 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, ottobre 05, 2008

L'Ucraina è minacciata da un colpo di Stato presidenziale?

[Articolo assolutamente e dichiaratamente "tendenza Timošenko", ma offre una valutazione un po' più dettagliata e approfondita della crisi ucraina e delle cause del conflitto costituzionale nel paese].

L'Ucraina è minacciata da un colpo di Stato presidenziale?

Dottor Hans-Jürgen Falkenhagen e Brigitte Queck, Berlino

Mentre l'Ossezia del Sud era teatro di una guerra, la situazione politica interna dell'Ucraina è anch'essa peggiorata. La coalizione “arancione”, messa insieme il 29 novembre 2007 dopo le elezioni parlamentari anticipate, è andata a pezzi meno di un anno dopo, il 2 settembre 2008. La coalizione poggiava su basi fragili fin dall'inizio, perché poteva contare solo su una sottilissima maggioranza con 228 deputati al Parlamento (la Verchovna Rada). In quelle elezioni, che erano anche state significativamente manipolate al fine di assicurare una maggioranza pro-occidentale, il blocco di Julija Timošenko ottenne 156 seggi e il blocco “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” del Presidente in carica, Viktor Juščenko, 72 seggi, per un totale appunto di 228 seggi. Secondo la Commissione Elettorale i partiti d'opposizione ottennero rispettivamente 175 (“Partito delle Regioni” di Viktor Janukovič, considerato a Occidente un partito pro-russo) 27 (Partito Comunista) e 20 seggi (“Blocco Popolare Litvin”), per un totale di 222 deputati. Il parlamento ucraino è costituito da 450 seggi.

Julija Timošenko era stata eletta Primo Ministro, e dunque capo del governo, succedendo così al governo Janukovič. Gli occidentali avevano allora trionfalmente annunciato che questa coalizione tra il Presidente ucraino, pro-occidentale al 100%, e la signora Timošenko avrebbe aperto all'Ucraina le porte dell'Unione Europea e della NATO, e che il processo d'adesione avrebbe perfino potuto avere tempi brevi. Ma si erano fatti i conti senza il popolo ucraino. La stessa signora Timošenko ha dovuto prendere atto dell'atteggiamento ampiamente negativo degli ucraini nei confronti dell'Unione Europea e della NATO. Per questo durante la campagna elettorale si è impegnata solennemente a subordinare l'adesione dell'Ucraina alla NATO a un referendum. Diciamo a suo merito che ha finora mantenuto la promessa. Lo stesso vale per l'ingresso del paese nell'Unione Europea.

Divergenze tra Juščenko e Timošenko
Su questo punto si è dunque opposta dall'inizio al suo alleato di coalizione. Ma le loro divergenze non si fermano qui. Derivano anche dalla politica economica e sociale della signora Timošenko, che fa da ostacolo alla rapida introduzione della politica neoliberista promossa da Juščenko. Anche qui la signora Timošenko era legata alle proprie promesse elettorali, un ampio ventaglio di proposte per una sostanziale accelerazione della ripresa economica, dalla quale doveva trarre profitto soprattutto la popolazione con l'aumento dei salari, delle pensioni, dei sussidi familiari e di altri benefici sociali. Julija Timošenko non era neanche del tutto compatibile con la politica anti-russa del Presidente, ritenendo che solo la collaborazione con la Russia, e non una politica anti-russa, avrebbe garantito all'Ucraina la prosperità. Poiché la signora Timošenko punta a succedere a Juščenko nelle prossime elezioni presidenziali (fine 2009-inizio 2010) e per questo deve adottare una posizione che la distingua dal suo avversario e le permetta di ottenere i voti degli ucraini, è per lei fondamentale continuare a ribadire che l'ingresso dell'Ucraina nella NATO e nella UE sarà deciso soltanto attraverso un referendum.

Le principali cause del disaccordo tra la signora Timošenko e l'attuale Presidente ucraino Juščenko sono da ricercare nella condotta anticostituzionale di quest'ultimo, il quale – come aveva già fatto ai tempi del governo Janukovič – ha creato un governo parallelo al gabinetto Timošenko. Si tratta del Segretariato presidenziale e del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza nazionale, sotto la direzione del Presidente: hanno personale sufficiente per funzionare come organi governativi, il che conduce di fatto a una situazione di doppio governo. Grazie ai poteri effettivamente conferitigli dalla Costituzione ucraina e a quelli che si è ulteriormente arrogato, il Presidente Juščenko ha ostacolato e reso in parte impossibile il lavoro del governo Timošenko. Per un anno le decisioni del governo sono state minate dal Presidente e il suo veto ha impedito l'adozione da parte del Parlamento di molte leggi importanti. Poiché Juščenko e il suo partito non possono contare che sul 5-8% dei voti e le probabilità di rielezione del Presidente sono prossime allo zero, Juščenko governa per mezzo di Ukaz (ordini), come l'ultimo che pone sotto il suo controllo personale il finanziamento dell'esercito.

La diffamazione sistematica di Julija Timošenko, compresa l'insinuazione che non abbia le capacità mentali necessarie a governare, e le accuse di alto tradimento che vengono dalla cerchia presidenziale e che le attribuiscono accordi segreti con la Russia, sono mirate a indebolire il governo e la grande popolarità di cui gode la signora Timošenko.

La rottura tra lei e Juščenko era da tempo prevedibile. È diventato sempre più evidente che la signora Timošenko e il suo partito erano ormai scontenti della situazione. L'ora del contrattacco parlamentare è suonata il 2 settembre, sulla scia della guerra della Georgia contro l'Ossezia del Sud, anche se non è stata questa la causa principale della rottura.

Il parlamento decide di limitare i poteri del Presidente
Dopo le vacanze parlamentari estive, il 2 settembre il Parlamento ucraino ha tenuto la prima seduta della nuova sessione (la terza). Quel giorno è riuscito per la prima volta dopo dieci mesi a eleggere i vice presidenti del Parlamento. Fino a quel momento un uomo di Juščenko, Аrsenij Jacenjuk, si era arrogato praticamente il ruolo di esclusivo portavoce (Presidente) del Parlamento. Questa volta Oleksandr Lavrinovič del “Partito delle Regioni” e il rappresentante del blocco Timošenko Mikola Tomenko hanno potuto essere eletti rispettivamente primo vice e vice del Presidente del Parlamento. (Tomenko era già stato vice di Oleksandr Moroz, Presidente del Parlamento fino al novembre 2007). Sembrava che la seduta parlamentare potesse svolgersi senza conflitti e l'attività legislativa continuare normalmente. Per esempio è stata sottoposta al voto una legge destinata ad accrescere le attrattive del lavoro in miniera, aumentando il salario minimo dei lavoratori e accordando loro altri aiuti finanziari, legge che è stata approvata con 446 voti su 450. Il giorno dopo è stata la volta di una legge che istituiva un salario minimo garantito. È passata senza problemi anche una emendamento alla legge fiscale. Poi c'è stata la rottura.

Il 2 settembre il blocco di Julija Timošenko ha sottoposto al Parlamento diversi progetti di legge mirati a limitare i poteri del Presidente, e che hanno ricevuto più dei due terzi dei voti. La signora Timošenko ha fatto riferimento a impegni e promesse fatti varie volte da Juščenko prima della sua elezione nel 2004 (che si ricorderà per la cosiddetta “rivoluzione arancione”). Un emendamento alla legge che disciplina i ministeri doveva limitare i poteri del Presidente, aumentando quelli del Parlamento e del governo nominato da quest'ultimo. In altre parole, la nuova legislazione ridistribuiva i poteri a favore del Governo, per esempio per quello che riguarda il diritto di nominare il Ministro degli Esteri, il Ministro della Difesa e il capo dei servizi segreti. Il diritto del Presidente a sciogliere il governo a proprio piacimento gli era stato già tolto nel corso della precedente legislatura (2005-2007). Il 2 e il 3 settembre è stata anche adottata una legge per la creazione di una commissione d'inchiesta incaricata di istruire una procedura di impeachment contro il Presidente, nonché una legge relativa ai servizi segreti e alcune modifiche a leggi che disciplinano la Corte Costituzionale. In questo contesto è stato anche eletto il capo dei servizi segreti. Fino a quel momento e temporaneamente il capo dei servizi segreti era stato nominato dal Presidente, che non aveva nemmeno chiesto il consenso del Parlamento previsto dalla Costituzione. Tutte le leggi e le decisioni sono state approvate dal blocco Timošenko, dal Partito delle Regioni e dal Blocco Litvin, ossia con maggioranze di più di due terzi del Parlamento (300 voti): il Partito delle Regioni, il blocco Timošenko e il Blocco Litvin hanno messo insieme tra i 370 e i 378 voti, il che secondo la Costitzione ucraina attualmente in vigore impediva il veto presidenziale.

Si è votata anche una legge per la creazione di una Commissione per la guerra nel Caucaso, con il compito di esaminare tra le altre cose le forniture d'armi alla Georgia effettuate per ordine del Presidente, iniziativa incostituzionale perché spetta al Parlamento. Le sedute del Parlamento durante le quali sono state dibattute e approvate queste leggi sono state presiedute dal primo vice Lavrinovič, poiché il Presidente del Parlamento Jaceniuk, fedele al Presidente Juščenko, si è assentato per due giorni a partire dal 2 settembre. In seguito Jaceniuk ha presentato le dimissioni, dimissioni che nel frattempo ha ritirato.

Rottura della coalizione di governo

È evidente che a questo punto c'è un'ampia maggioranza – i due terzi del Parlamento – che si oppone al Presidente e al suo partito. Solo il partito presidenziale “Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” ha votato contro le leggi mirate a estendere i diritti del Parlamento e dunque a rafforzare la democrazia.

In seguito a ciò il partito «Nostra Ucraina – Autodifesa del Popolo” ha deciso già il 2 settembre con voto maggioritario di lasciare la coalizione. Aspetto interessante, la maggioranza dei membri dell'“Autodifesa del Popolo” era contraria. Alcuni fautori della linea dura nel partito presidenziale avevano accusato la signora Timošenko di voler instaurare una dittatura. L'assurdità di questa accusa è palese: è evidente che il Parlamento vuole ampliare i diritti delle istituzioni parlamentari e dunque anzi si oppone a una dittatura presidenziale che invece Juščenko ha in animo da molto tempo. È questa la vera minaccia che pesa sull'Ucraina, con l'appoggio della NATO che difende la democrazia e i diritti umani solo a parole ma che da sempre di fatto si oppone a qualsiasi democrazia nascente, se necessario con la forza delle armi. La nuova minaccia che pesa sulla democrazia costituzionale ucraina è proprio Juščenko.

Come si è evoluta la situazione? Julija Timošenko ha lanciato vari appelli al Presidente e al suo partito, chiedendo loro di fare ritorno incondizionatamente nella coalizione. Juščenko ha respinto alcune leggi adottate dal Parlamento. Ha posto come condizione al futuro della coalizione l'annullamento delle presunte leggi dirette esclusivamente contro di lui. Ha finito poi per accettare una commissione di mediazione, che però ha fallito. Il 16 settembre il Parlamento e poi il Presidente hanno confermato la rottura della coalizione di governo (detta “coalizione democratica”). Durante tutto questo tempo è continuata la campagna di diffamazione contro la signora Timošenko e il suo governo. Il Partito delle Regioni e il Partito Comunista hanno però assicurato a Julija Timošenko il loro appoggio al fine di garantire nuovamente la maggioranza parlamentare. La signora Timošenko ha offerto la presidenza del Parlamento a Janukovič, che ha accettato. A oggi tuttavia niente è ancora deciso. Julija Timošenko si è detta decisa a non tornare indietro. Anche il Parlamento è deciso a continuare la sua attività.

Juščenko e i suoi sostenitori statunitensi vogliono impedire nuove elezioni

In caso di caduta del Governo la Costituzione ucraina prevede dieci giorni di tempo per formarne uno nuovo. Il tempo è scaduto il 12 settembre. In questo caso si dispone di 30 giorni per formare una nuova coalizione, vale a dire fino al 7 o 8 ottobre. Se non si riesce a formare un nuovo governo bisogna procedere a nuove elezioni. Sarebbero già le seconde elezioni anticipate dalle ultime legislative del 2006. Ci sono grandi probabilità di assistere alla formazione di una coalizione senza il blocco di Juščenko. Ma il Presidente e la sua cerchia lavorano febbrilmente per impedire che si realizzi questo scenario, con l'appoggio di Stati Uniti, Unione Europea e NATO. Il vice presidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, e il multimiliardario e presidente di molte ONG, George Soros, si sono già recati a Kiev con il pretesto di rimettere insieme la coalizione. Ma cos'hanno concordato realmente con Juščenko? Non si sa. L'avranno indubbiamente incoraggiato a instaurare una dittatura militare, come sarebbe nell'interesse dei paesi membri della NATO.

I media occidentali hanno probabilmente ricevuto l'ordine di tacere, e dunque il grande pubblico non sa molto della situazione in Ucraina. Per esempio non sa che le navi da guerra degli Stati Uniti si trovano già là. Ma le forze da sbarco si sono scontrate con le proteste in massa della popolazione. A Sebastopoli (base della flotta militare russa) i marinai americani hanno dovuto rinunciare a occupare alcune posizioni. Un incrociatore degli Stati Uniti è stato costretto a lasciare il porto. In Parlamento il Ministro della Difesa Echanurov e al Ministro degli Esteri Ogryzko sono stati interrogati in merito, ma hanno fornito risposte evasive.

Va notato che la vera ragione del conflitto costituzionale in Ucraina non è il problema del Caucaso, anche se a Occidente i politici, gli agitatori e la propaganda cercano di far credere il contrario. La signora Timošenko ha sottolineato il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia, rifiutandosi al contempo di condannare troppo violentemente la Russia, e a Kiev la maggioranza del Parlamento l'ha seguita su questa linea. Quest'ultimo non ha votato delle risoluzioni particolari a tale proposito dopo che la maggioranza ha respinto una risoluzione, emanata dal settore presidenziale, che condannava severamente la Russia. Si è soltanto istituita una commissione d'inchiesta sul conflitto georgiano. La questione della doppia nazionalità, gonfiata dall'Occidente, non ha provocato la rottura della coalizione.

Questo disaccordo nel governo si concentra essenzialmente sulla Costituzione ucraina e sull'allargamento del processo democratico nel paese, che rendono poco verosimile un ingresso nella NATO.

È incredibile che si accusi la Russia di ingerenza negli affari interni ucraini evitando di dare spiegazioni sui problemi costituzionali del paese. Ci troviamo di fronte a una politica di disinformazione occidentale. Nelle prossime settimane dobbiamo restare vigili davanti alle future azioni di disinformazione da parte dei governi occidentali e dei media a grande diffusione, che tentano di distogliere l'attenzione dal vero problema che riguarda l'esercizio democratico del potere. Solo Juščenko fa pesare una minaccia sulla democrazia e i diritti umani, lui solo tenta di acquisire i pieni poteri dittatoriali, lui solo limita i diritti del parlamento e dei rappresentanti eletti dal popolo al punto di volerli di fatto abolire. La situazione può precipitare se l'Unione Europea e la NATO continueranno a interferire. È possibile uscire dall'attuale situazione di “doppio potere” in Ucraina?

Come potrebbe evolvere la situazione in Ucraina?
Se falliscono i tentativi di formare un nuovo governo il Presidente può dunque sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. Ma le intenzioni di voto a favore del suo partito si situano tra il 5 e l'8%, e dunque Juščenko teme delle elezioni democratiche. Il suo partito potrebbe formare una coalizione con il Partito delle Regioni, ma così Janukovič diventerebbe Primo Ministro, e Juščenko considera Janukovič il suo principale nemico. Un'altra possibilità sarebbe riformare la coalizione tra blocco Timošenko e “Nostra Ucraina-Autodifesa del Popolo” cooptando il Blocco Litvin. Ma Juščenko esige l'abolizione delle leggi approvate sotto il governo Timošenko e che limitano il suo potere, mentre la signora Timošenko insiste perché entrino definitivamente in vigore. Il veto presidenziale al Parlamento può essere annullato dalla maggioranza attuale, che eccede i due terzi. Se le elezioni ucraine si svolgessero in modo ragionevolmente democratico, il Presidente Juščenko avrebbe già perso. Il suo partito non può vincere, può anzi riportare una sconfitta su tutta la linea.

Ecco perché ci si può aspettare seriamente un colpo di Stato di Juščenko!

La “benedizione” degli Stati Uniti e dell'Occidente gli sarà di certo garantita, ed etichetterà il tutto come “salvataggio della democrazia”. Sorge un'altra domanda: la Russia accetterà questa negazione della democrazia alle proprie porte e un'Ucraina membro della NATO verrà tollerata a Mosca? L'Ucraina ha finora beneficiato di condizioni preferenziali per i suoi approvvigionamenti energetici e di materie prime dalla Russia, oltre che di un ottimo raccolto agricolo. Basterebbe che la Russia applicasse i prezzi mondiali al gas e al petrolio venduti all'Ucraina e sarebbe la fine della crescita economica e della prosperità che il paese ha conosciuto sotto il governo Timošenko. Dal settembre 2007 al settembre 2008 il PIL dell'Ucraina è cresciuto del 10,9%, dal gennaio 2008 al settembre 2008 del 7,1% rispetto allo stesso periodo del 2007. E il reddito reale pro capite è aumentato del 13,7% tra il gennaio e il luglio 2008.

La grande domanda è ora: il popolo ucraino accetterà una dittatura presidenziale? Più del 50% della popolazione ucraina è russofono; nell'Est e nel Sud dell'Ucraina e in Crimea i russofoni costituiscono perfino la maggioranza della popolazione. In questa situazione i movimenti secessionisti nell'Est e nella Crimea potrebbero rafforzarsi e portare, nel peggiore dei casi, a una disgregazione dello Stato ucraino.

Fonti: www.rada.kiev.ua e Rossijskaja Gazeta, Mosca, informazioni sull'Ucraina dal 3 al 6 settembre 2008.

Fonte: Zeit-Fragen N. 40 e Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 29 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, agosto 20, 2008

Partita a scacchi geopolitica

Partita a scacchi geopolitica: retroscena di una mini-guerra nel Caucaso

di Immanuel Wallerstein

In questo mese il mondo ha assistito a una mini-guerra nel Caucaso, e la retorica è stata appassionata anche se per lo più irrilevante. La geopolitica è una serie gigantesca di partite a scacchi tra due giocatori che tentano di acquisire una posizione di vantaggio. In queste partite è fondamentale conoscere le regole che governano le mosse. Al cavallo non è consentito muovere in diagonale.

Dal 1945 al 1989 la partita a scacchi principale è stata quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era chiamata Guerra Fredda e le sue regole fondamentali si chiamavano metaforicamente "Yalta". La regola più importante riguardava una linea che divideva l'Europa in due zone di influenza. Fu chiamata da Winston Churchill "Cortina di Ferro" e andava da Stettino a Trieste. La regola era che, per quanto scompiglio creassero in Europa i pedoni, non doveva esserci uno scontro tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Alla fine di ciascuna crisi i pezzi dovevano tornare dove si trovavano all'inizio. Questa regola fu osservata meticolosamente fino al crollo del comunismo nel 1989, che fu segnato dalla demolizione del muro di Berlino.

È assolutamente vero, come qualcuno osservò all'epoca, che le regole di Yalta furono abrogate nel 1989 e che il gioco tra gli Stati Uniti e (dal 1991) la Russia era cambiato radicalmente. Il maggiore problema da allora è stato che gli Stati Uniti hanno frainteso le nuove regole del gioco. Si sono proclamati, e sono stati proclamati da molti altri, l'unica superpotenza. In termini di regole scacchistiche, ciò venne interpretato nel senso che gli Stati Uniti erano liberi di muoversi sulla scacchiera come meglio credevano, e in particolare di trasferire ex-pedoni dell'Unione Sovietica nella propria sfera di influenza. Con Clinton, e in modo ancora più spettacolare con George W. Bush, gli Stati Uniti hanno continuato a giocare così.

C'era solo un problema: gli Stati Uniti non erano la sola superpotenza; anzi, non c'era nemmeno più una superpotenza. La fine della Guerra Fredda trasformò gli Stati Uniti da una delle due superpotenze a uno stato forte nell'ambito di una distribuzione multilaterale del potere nel sistema interstatale. Molti grandi paesi adesso potevano giocare le loro partite a scacchi senza rendere conto delle proprie mosse a una delle due superpotenze di un tempo. E cominciarono a farlo.

Negli anni di Clinton vennero prese due importantissime decisioni geopolitiche. Innanzitutto gli Stati Uniti premettero, con maggiore o minore successo, per l'incorporazione nella NATO degli ex-satelliti sovietici. Questi paesi erano a loro volta desiderosi di aderire, anche se i paesi-chiave europei, la Germania e la Francia, erano piuttosto riluttanti a intraprendere questo cammino. Vedevano la manovra statunitense come un tentativo di limitare la loro neo-acquisita libertà d'azione geopolitica.

La seconda mossa cruciale degli Stati Uniti fu quella di diventare protagonisti attivi nei riallineamenti dei confini all'interno dell'ex-Repubblica Federale della Jugoslavia, e culminò nella decisione di sancire, e far rispettare con le loro truppe, la secessione di fatto del Kosovo dalla Serbia.

La Russia, perfino sotto El'cin, era molto scontenta di queste azioni degli Stati Uniti. Tuttavia il dissesto economico e politico negli anni el'ciniani era tale che al massimo la Russia poteva lamentarsi, e va aggiunto che a volte lo fece assai flebilmente.

L'ascesa al potere di George W. Bush e Vladimir Putin fu quasi simultanea. Bush decise di spingere le tattiche dell'unica superpotenza (gli Stati Uniti possono muovere i loro pezzi come vogliono) più in là di quanto avesse fatto Clinton. Come prima cosa, nel 2001 Bush si ritirò dal Trattato Anti-Missili Balistici firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1972. Poi annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato due nuovi trattati firmati negli anni di Clinton: il Trattato di bando complessivo dei test nucleari del 1996 e i cambiamenti concordati al trattato per la limitazione delle armi strategiche SALT II. Poi Bush ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero portato avanti il loro sistema nazionale di difesa anti-missile.

E naturalmente Bush nel 2003 ha invaso l'Iraq. In questo contesto gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto il diritto di sorvolo e di creare basi militari nelle repubbliche dell'Asia Centrale che prima facevano parte dell'Unione Sovietica. Inoltre gli Stati Uniti hanno promosso la costruzione di oleodotti e gasdotti in Asia Centrale e in Caucaso senza passare per la Russia. E infine gli Stati Uniti hanno stretto accordi con la Polonia e la Repubblica Ceca per installare elementi del sistema di difesa anti-missile, ufficialmente come difesa dai missili iraniani ma di fatto, secondo l'interpretazione della Russia, mirati alla Russia stessa.

Putin decise di rispondere ben più efficacemente di El'cin. Da giocatore prudente, però, come prima cosa pensò di rinforzare la propria base, potenziando l'autorità centrale e riorganizzando l'esercito russo. A questo punto cambiarono le tendenze dell'economia mondiale e la Russia divenne una potenza ricca che controllava non solo la produzione petrolifera ma anche quel gas naturale così necessario ai paesi dell'Europa Occidentale.

Fu allora che Putin cominciò ad agire. Strinse relazioni con la Cina. Mantenne stetti rapporti con l'Iran. Cominciò ad allontanare gli Stati Uniti dalle basi dell'Asia Centrale. E prese decisamente posizione sull'ulteriore allargamento della NATO a due zone-chiave: l'Ucraina e la Georgia.

Il crollo dell'Unione Sovietica aveva prodotto tendenze separatiste in molte ex-repubbliche, compresa la Georgia. Quando nel 1990 la Georgia tentò di porre fine allo statuto autonomo delle sue zone etnicamente non georgiane, queste si proclamarono subito indipendenti. Nessuno riconobbe questi stati, ma la Russia garantì la loro autonomia de facto.

Gli inneschi immediati dell'attuale mini-guerra nel Caucaso sono duplici. A febbraio il Kosovo ha trasformato formalmente la propria autonomia de facto in indipendenza de jure. La sua mossa è stata appoggiata e riconosciuta dagli Stati Uniti e da molti paesi dell'Europa Occidentale. La Russia allora ha lanciato un serio ammonimento: la logica di questa mossa si applicava anche ai separatisti de facto delle ex-repubbliche sovietiche. In Georgia la Russia è passata immediatamente, per la prima volta, a riconoscere l'indipendenza de jure dell'Ossezia del Sud come risposta diretta a quella del Kosovo [la Russia, pur appoggiando l'autonomia dell'Ossezia del Sud, non ha riconosciuto formalmente la sua indipendenza, N.d.T.].

Al vertice NATO che si è svolto lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno proposto di accogliere Georgia e Ucraina nel cosiddetto Membership Action Plan, il programma di pre-adesione all'alleanza atlantica. La Germania, la Francia e il Regno Unito si sono tutti opposti a questa iniziativa, dicendo che avrebbe provocato la Russia.

Il neoliberista e decisamente filo-americano presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, era disperato. Vedeva svanire per sempre la possibilità di riaffermare l'autorità della Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Così ha scelto un momento di distrazione russa (Putin alle Olimpiadi, Medvedev in vacanza), per invadere l'Ossezia del Sud. Naturalmente le deboli forze militari ossete sono state travolte. Saakashvili pensava di riuscire a forzare la mano degli Stati Uniti (e di Germania e Francia).

Ha ricevuto invece l'immediata reazione militare della Russia, che ha travolto l'esercito georgiano, mentre da George W. Bush ha ricevuto solo vuota retorica. Del resto, cosa poteva fare Bush? Gli Stati Uniti non sono una superpotenza. I suoi eserciti sono bloccati in due guerre perdenti in Medio Oriente. E soprattutto gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno di loro. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha osservato acutamente in un editoriale sul Financial Times che la Russia è "un partner dell'Occidente per... Medio Oriente, Iran e Corea del Nord".

Per quanto riguarda l'Europa Occidentale, la Russia essenzialmente controlla le forniture di gas. Non è un caso che sia stato il presidente francese Sarkozy, e non Condoleezza Rice, a negoziare la tregua tra Georgia e Russia. La tregua conteneva due concessioni fondamentali da parte della Georgia. La Georgia si impegnava a non usare ulteriormente la forza in Ossezia del Sud e l'accordo non faceva menzione dell'integrità territoriale georgiana.

Dunque la Russia ne è uscita più forte di prima. Saakashvili ha scommesso tutto quello che aveva ed è adesso geopoliticamente un fallito. E per ironia della sorte la Georgia, uno degli ultimi alleati degli Stati Uniti nella coalizione in Iraq, ha ritirato tutto il suo contingente di 2000 uomini. Questi soldati svolgevano un ruolo cruciale nelle aree sciite, e dovranno ora essere sostituiti da truppe statunitensi, che a loro volta dovranno essere spostate da altre aree.

Quando in geopolitica si gioca a scacchi è meglio conoscere le regole, o si rischia di essere sconfitti dall'abilità altrui.

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Fonte: proposto dall'autore [Copyright by Immanuel Wallerstein, distributed by Agence Global. For rights and permissions, including translations and posting to non-commercial sites, and contact: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606. Permission is granted to download, forward electronically, or e-mail to others, provided the essay remains intact and the copyright note is displayed. To contact author, write: immanuel.wallerstein@yale.edu]

Articolo originale pubblicato il 15 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, agosto 15, 2008

I link di oggi

Cominciamo con informazioni di prima mano di fonte russa. A Sevastopol'/Sebastopoli [in Ucraina, Crimea; e tuttavia indipendente dalla Repubblica autonoma di Crimea, poiché gode di statuto speciale; già base della Flotta del Mar Nero sovietica, ora un importante porto militare diviso tra le Marine russa e ucraina*], dove la maggioranza della popolazione (oltre il 70%) è di etnia e lingua russa nonostante vari tentativi di ucrainizzazione, si riportano provocazioni costanti nei confronti dei russi, verosimilmente per provocare un intervento della Russia. Inoltre agli abitanti non è concesso accogliere profughi dall'Ossezia. Altro dato interessante: pare che il 1° settembre nelle scuole ucraine (dunque anche a Sevastopol') verrà tenuta una lezione dedicata alla "necessità della presenza NATO in Ucraina". Il disagio della popolazione russa - che risente dell'indifferenza ostile della comunità internazionale - è forte, come il timore di incidenti e dell'inizio di una vera e propria guerra.

*mi scuso per la semplificazione che non tiene conto della complessa e delicata storia di Sevastopol' e delle attuali problematica: prossimamente sarò più precisa.

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Un'altra segnalazione da fonte affidabile, che inoltrerei a chi di informazione di occupa per lavoro per una maggiore diffusione (vedete poi se farla girare, mi affido ai vostri potenti mezzi dei quali non voglio sapere nulla :-)):
Una traduttice che vive a Mosca ma di origine osseta, nata a Tskhinvali, ha appena perso lì i suoi cari. Dispone delle tremende testimonianze delle persone con cui è in contatto nella capitale dell'Ossezia Meridionale e vorrebbe farle conoscere. È traduttrice dall'italiano, dunque non ci sono problemi con la lingua, ma non sa come mettersi in contatto con nostri mezzi di informazione.
(Le persone interessate possono scrivere a me, provvedo a inoltrare).

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Tornando all'Ucraina: alla luce del conflitto georgiano il presidente della commissione del parlamento ucraino per la sicurezza nazionale e la difesa, Anatolij Gricenko, ritiene necessario fare controlli sulle persone che possiedono il doppio passaporto russo-ucraino per verificare quanti cittadini godano illegalmente della doppia cittadinanza.
Secondo la legge ucraina i cittadini del paese non possono essere contemporaneamente cittadini di un'altro paese.
Link in russo, qui.

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La guerra dell'informazione: una ragazzina americana di origini ossete si trovava a Tskhnvali durante il bombardamento. Rimpatriata sana e salva via Mosca viene intervistata da Fox News insieme alla zia. Finché la bambina racconta la paurosa esperienza, bene. A un certo punto si ricorda di precisare che le bombe erano georgiane e di ringraziare i russi. Ma quando la zia comincia a dire "voglio che sappiate di chi è la colpa" e ad accusare Saakshvili, accusandolo di essere un aggressore e un assassino... pubblicità. Poi altri 30 secondi, zia. "La mia casa in Ossezia è andata distrutta... non incolpo i georgiani, incolpo il loro presidente..." Peccato che il tempo sia già finito.
Link con video YouTube.

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Nei commenti del blog mirumir massimo mi tiene informata su altri episodi della guerra di propaganda e mediatica: il server del sito wartoday.org, dedicato alla raccolta di materiali sulla guerra censurati e inaccessibili agli utenti georgiani, è vittima di un oscuramento sospetto. Il server si trova in Florida e negli ultimi 7 anni ha ospitato anche siti commerciali e di altro tipo: nessuno di questi ha mai avuto particolari problemi. Da un paio di giorni invece wartoday.ru è inaccessibile, gli amministratori di sistema non rispondono alle mail e sono introvabili.
Link (RUS)

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Come volevasi dimostrare: ecco l'uomo copertina, quello che tutti amano odiare.
Link

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A questo punto conto che il Benedetti quotidiano sia ormai nei vostri bookmarks, comunque cito dall'articolo di oggi:

"[...] l’intera vicenda non è più solo un problema legato a uno sgradito e odiato interlocutore come Saakasvili. Il problema consiste nel fatto che la Russia deve pur sempre fare i conti con una realtà geopolitica come la Georgia che esiste ed ha i suoi contatti internazionali. Una Georgia che - con o senza le realtà dell’Ossezia del Sud, l’Abchasia e l’Adzaria - ha un suo ruolo nel bacino sud del Caucaso. Tanto più che accanto a Tbilissi opera l’amministrazione statunitense. E Mosca non può fare a meno di notare che stanno tornando sempre più a soffiare i venti della guerra fredda e che la geopolitica americana sta sfoderando le sue carte nell’arena dello spazio ex sovietico.

Ecco ad esempio che nell’ambito degli scenari di breve, medio e lungo termine - che si muovono dietro la crisi georgiana - si rileva che l'amministrazione Bush e i suoi alleati stanno prendendo in considerazione l'espulsione della Russia dal G8, il congelamento della sua integrazione nel Wto o nell'Ocse e, più a breve termine, la cancellazione delle prossime esercitazioni militari congiunte Russia-Nato.

Si delinea un situazione complessa e sfumata che vede avanzare sempre più un personaggio come il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, da sempre su posizioni anti-russe. E’ lei che si fa portavoce delle posizioni più oltranziste sostenendo che la crisi georgiana rischia di innescare una 'importante' crisi diplomatica tra Russia e Stati Uniti. Tutto questo perchè per la Casa Bianca la reazione di Mosca in Georgia sarebbe stata 'sproporzionata'. E il consigliere nazionale aggiunto alla Sicurezza, James F. Jeffrey ha subito aggiunto che se la Russia dovesse continuare nella sua escalation militare questo avrebbe un impatto 'importante' sulle relazioni americano-russe".

***

A rischio l'appoggio russo alle sanzioni contro l'Iran, che non può che accogliere favorevolmente qualsiasi cosa gli permetta di guadagnare tempo, allevi la pressione internazionale e dia dei grattacapi agli Stati Uniti (sempre che il conflitto in Georgia non dilaghi).

***

La crisi della Georgia esaspera le divisioni europee, di Paul Taylor (Reuters). E ci sono divergenze anche all'interno della NATO. Stati Uniti, Stati baltici, Polonia e Repubblica Ceca hanno attaccato l'"aggressione" russa; si aggiunge allo schieramento anti-russo la Gran Bretagna, che con la Russia ha già avuto qualche problema (Litvinenko, caso BP).
Ci sono poi Francia e Germania, che si sono opposte al piano di ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO e sono contrarie a una netta condanna della Russia. Frattini ha dichiarato che non dovrebbe esserci un fronte anti-russo e questa posizione è condivisa da Spagna, Irlanda, Grecia, Belgio, Austria e Cipro.

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L'Europa si è divisa sulla Georgia, Kommersant': "la frattura è perfino più profonda di quella del 2003, quando i vecchi e nuovi stati europei si trovarono in disaccordo sull'invasione statunitense dell'Iraq".

***

Gli ufficiali dei servizi russi hanno trovato delle targe diplomatiche ucraine in una base militare georgiana vicino a Senaki. Lo ha detto poco fa il rappresentante russo alla NATO Rogozin, che ha comunicato di avere chiesto chiarimenti al governo di Kiev. La stessa scoperta è stata fatta in Abchazia, come aveva dichiarato poco prima il vice capo di Stato Maggiore Nogovicyn. I ritrovamenti sospetti potrebbero indicare un coinvolgimento dell'Ucraina nel recente conflitto.
Link (RUS)
Link (ING)

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martedì, agosto 05, 2008

La grande politica e il conflitto caucasico

La grande politica e il conflitto caucasico

di Fëdor Lukjanov per RIA Novosti

L'Ossezia Meridionale è nuovamente sull'orlo di una guerra. Dall'Abchazia giungono già da mesi notizie allarmanti e le relazioni russo-georgiane continuano a far scintille.

Perché questi due conflitti irrisolti sul territorio georgiano sono peggiorati così tanto? Il loro status confuso è per definizione instabile, e talvolta dei fatti secondari possono trasformare un conflitto da “congelato” a “bollente”. In questo caso, però, osserviamo dei cambiamenti sostanziali che riflettono alcuni processi fondamentali.

La proclamazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, lo scorso febbraio, ha svolto un ruolo cruciale nell'evoluzione di questi eventi. Si può discutere all'infinito se questo abbia creato un precedente giuridico o no, ma la realpolitik in ogni caso segue la propria strada.

Mosca e non poche altre capitali hanno visto in questa mossa un altro grave passo verso lo degradazione del diritto internazionale e il trionfo degli approcci arbitrari nella risoluzione dei problemi globali.

La Russia ha scelto una linea che al Cremlino viene considerata di compromesso. I leader russi non potevano non reagire a quello che è accaduto nei Balcani, ma hanno deciso di non rispondere con il riconoscimento dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale, pur ritenendo di averne il pieno diritto dopo la dichiarazione di dipendenza del Kosovo.

Riluttante a complicare una situazione già difficile, la Russia è pronta a continuare a riconoscere la formale integrità territoriale della Georgia. Ma ha anche scelto di avere rapporti con entrambi i territori separatisti. Questo approccio e testimoniato dalla decisione di Mosca di ritirarsi dalle sanzioni contro l'Abchazia e dal decreto di aprile del presidente russo sugli “aiuti concreti” agli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale.

Tbilisi capisce che dopo il Kosovo la prospettiva di ristabilire l'integrità territoriale della Georgia è diventata ancora più vaga. Se lo status che prenderà forma dopo la mossa russa verrà accettato e tutto rimarrà com'è, tra un anno o due non avrà senso parlare anche solo teoricamente di reintegrazione. L'Abchazia entrerà a far parte di un enorme progetto economico chiamato "Giochi Olimpici di Soči". L'Ossezia Meridionale è già una regione de facto della Federazione Russa, da questa sovvenzionata.

Tbilisi deve mostrare la propria risolutezza se vuole arrestare questa tendenza. Può prendere iniziative diplomatiche, esercitare pressioni militari e attirare l'attenzione degli alleati occidentali esasperando le tensioni. I leader georgiani ritengono che legami più stretti con la NATO e il futuro ingresso nel blocco contribuiranno ad assicurare la loro integrità territoriale. Washington è della stessa idea. Secondo questa logica, il fatto che la NATO non sia riuscita ad ammettere la Georgia e l'Ucraina al Membership Action Plan (la procedura di pre-adesione alla NATO) è stato un segno di debolezza che ha spinto la Russia a intensificare i piani di "annessione" dei territori. Se a Mosca venisse fatto capire chiaramente che quella decisione verrà presa, ne conseguirebbe un processo di stabilizzazione.

Ma la posizione della Russia è l'esatto opposto: più la Georgia è vicina alla NATO, più decisi saranno i passi di Mosca verso il riconoscimento dei territori che la Georgia non controlla, perché Tbilisi potrebbe vedere qualsiasi obbligo formale preso dall'alleanza nord-atlantica come una possibilità per risolvere i conflitti militarmente.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo fondamentale, soprattutto destabilizzante. Sei mesi prima del termine del suo mandato presidenziale, George W. Bush ha bisogno di successi internazionali, altrimenti verrà ricordato per una serie di fallimenti. L'approvazione del Membership Action Plan per l'Ucraina e la Georgia (o almeno una delle due) durante l'incontro a livello ministeriale della NATO che si terrà a dicembre sta diventando la sua ultima occasione per lasciare dietro di sé un successo tangibile. Ecco perché Washington sta esercitando pressioni sugli alleati europei che mettono in dubbio la saggezza di queste decisioni e l'appoggio offerto alla Georgia appare ancora più evidente di prima. Lo testimonia in particolare una recente visita a Tbilisi del Segretario di Stato Rice. Ovviamente la Georgia interpreta l'esplicita posizione di Washington come un via libera ad agire più attivamente.

È prevedibile che le tensioni raggiungano il culmine alla fine dell'autunno. In dicembre l'attuale amministrazione statunitense si impegnerà per far approvare il Membership Action Plan. Nel frattempo avrà intensificato la propria attività politica, aumentando – come spesso succede in questi casi – il rischio di conflitti armati nella regione.

Fëdor Lukjanov è direttore responsabile della rivista Rossija v Global'noj Politike-Russia in Global Affairs.

Originale: http://www.rian.ru/analytics/20080804/115673688.html

Articolo originale pubblicato il 4 agosto 2008

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lunedì, aprile 07, 2008

Niente Monaco a Bucarest

Niente Monaco a Bucarest
di Dmitrij Kosyrev, commentatore politico di RIA Novosti

Chi ha seguito il vertice NATO a Bucarest aveva tutte le ragioni per aspettarsi una “seconda Monaco”, cioè un altro discorso in cui il presidente Putin dicesse al pubblico mondiale cosa pensa la Russia dell'atteggiamento dell'Occidente nei suoi confronti.
Ma non c'è stata nessuna Monaco a Bucarest, e non era nei piani. Nel suo ultimo discorso presidenziale davanti a un pubblico globale, Putin ha voluto fin dall'inizio controbilanciare lo scontento russo nei confronti delle azioni della NATO con alcune proposte sulle future relazioni tra le due parti.
La conferenza di Monaco era, a differenza di Bucarest, un incontro relativamente aperto. Questa volta Putin non ha tenuto un discorso pubblico. Si è rivolto all'incontro del Consiglio NATO-Russia, che la sua presenza ha trasformato in un summit. I media cercavano di scoprire cosa avrebbe detto. Una delle fonti era il Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer; altre venivano dalla delegazione russa.
Ma insomma, cosa ha detto il presidente russo? Ecco la prima parte del discorso, quella che riguarda il malcontento di Mosca. Putin ha definito l'allargamento dell'alleanza una “diretta minaccia” alla Russia, un monito molto serio. La Russia non ha il diritto di veto e non lo vuole. Gli stati dovrebbero essere in grado di comprendere le reciproche preoccupazioni senza la necessità di alcun veto. La NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella di altri paesi, Russia compresa. La NATO è un'alleanza militare, e come tale dovrebbe mostrare prudenza nella sfera militare. Se continuerà ad avvicinarsi ai confini russi, Mosca ricorrerà alle “misure necessarie”. La Russia ha assistito a ripetute violazioni della legge internazionale: basti citare il bombardamento della Jugoslavia, o il riconoscimento unilaterale del Kosovo.
Come possiamo notare, niente sorprese, tutto ovvio. Adesso vediamo la seconda parte del discorso, nella quale Putin ha esposto le proposte russe di cooperazione con la NATO. Dopo aver sospeso il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) lo scorso dicembre, la Russia è pronta ad adottarlo nuovamente, sulla base della reciprocità. Il problema iraniano andrebbe risolto con trasparenza: nessuno può pensare che l'Iran possa attaccare gli Stati Uniti. Invece di mettere gli iraniani con le spalle al muro, la comunità mondiale dovrebbe individuare un altro approccio. La NATO e la Russia potrebbero cooperare in Afghanistan. Putin ha anche valutato molto positivamente la partecipazione della Flotta russa del Mar Nero all'Operazione Active Endeavor nel Mediterraneo, e ha osservato che per Mosca la cooperazione con la NATO è una scelta consapevole e informata.
È praticamente tutto qui, o almeno questi sono i punti principali. Non un solo imprevisto: la Russia dice queste cose alla NATO da molti anni, ma la NATO ha sempre fatto orecchie da mercante continuando ad avvicinarsi inesorabilmente ai confini russi.
Mosca non dovrebbe provare alcun senso di trionfo per le decisioni prese dal summit di Bucarest. La sospensione del Membership Action Plan per Ucraina e Georgia è una sciocchezza, perché a dicembre questo processo riprenderà. Inoltre le parole di Scheffer sull'inevitabile espansione della NATO sono pesanti, e la decisione della NATO di considerare il sistema di difesa anti-missile come una propria creatura più che come un'iniziativa americana imposta all'Europa è un grave sintomo.
Il vertice di Bucarest ha dimostrato che la NATO e l'Europa o l'Occidente in generale hanno addirittura più problemi di quanto sembrasse a prima vista. L'ingresso nella NATO della musulmana Albania rientra nel conflitto tra l'Occidente e il mondo islamico, la cui soluzione è ancora molto lontana. Le ben celate contraddizioni sul coinvolgimento della NATO in Afghanistan sono sintomatiche dell'inconsistenza militare dell'Alleanza, e del suo ambiguo ruolo accessorio rispetto alla macchina da guerra americana.
Ha ragione chi ha chiamato quello di Bucarest il vertice della crisi. La NATO è afflitta da molti problemi: Parigi e Berlino diffidano di Washington a causa dell'Iraq (nonostante i cambiamenti al vertice in Francia e in Germania), le relazioni polacco-tedesche e greco-macedoni restano complicate, la NATO è riluttante a peggiorare i rapporti con il presidente eletto Dmitrij Medvedev e l'Ucraina e la Georgia non rispondono ai criteri della NATO in tutta una serie di parametri.
Oggi è dura essere americani o europei. Per secoli la civiltà occidentale ha nutrito l'illusione di poter prevalere in eterno su tutte le altre civiltà e gli altri continenti, relegati a un ruolo subordinato. Questa epoca sta giungendo al termine, ed è ora che l'Occidente si adatti alla nuova realtà.
Per il momento, tuttavia, la reazione sembra caratterizzata dal panico di fronte all'attacco imminente contro una fortezza scarsamente fortificata: bisogna tirar dentro tutti coloro che sono in grado di combattere, e alzare il ponte levatoio, non ha senso rispondere ai segnali dell'altro, di chi sta fuori, indipendentemente dalla sue proposte. È così che la NATO si è comportata con la Russia sotto El'cin e fa lo stesso sotto Putin. I problemi interni della NATO non contano quando si tratta di relazioni con la Russia. Non le si prestava ascolto allora e non lo si fa adesso. Questo era il ragionamento di chi si opponeva alla visita di Putin a Bucarest, ma l'altro punto di vista ha vinto nonostante il grande scetticismo.
Ecco perché a Bucarest non c'è stato un nuovo discorso di Monaco: uno è bastato.

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 4 aprile 2008

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domenica, marzo 16, 2008

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

La Russia mette i bastoni tra le ruote alla NATO

di M. K. Bhadrakumar

Per la prima volta nei sessant'anni di storia dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO), la Russia parteciperà al vertice dell'alleanza che si terrà dal 2 al 4 aprile a Bucarest, in Romania.

È chiaro che la NATO rinvierà a data futura qualsiasi decisione in merito all'inserimento di Georgia e Ucraina nel suo Membership Action Plan. Questo significa che le due ex-repubbliche sovietiche non potranno avvicinarsi ulteriormente alla NATO per almeno un altro anno, il che a sua volta implica che i due paesi non riusciranno a entrare nell'alleanza prima di almeno quattro anni.

Si tratta di un grande gesto da parte della NATO per non urtare la sensibilità di Mosca, e plausibilmente prepara il terreno per quella che potrebbe rivelarsi una svolta nelle relazioni Russia-NATO. La Russia potrebbe essere sul punto di affiancarsi alla NATO in Afghanistan. Un quadro più chiaro emergerà dalle consultazioni intensive tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia e Stati Uniti nel cosiddetto formato 2+2 che si terranno a Mosca questa settimana da lunedì a giovedì. Dai cauti commenti di entrambe le parti e il fermento dell'attività diplomatica statunitense, appare altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano, insieme alla NATO.

Secondo il quotidiano russo Kommersant' e il londinese Financial Times, l'iniziativa è partita dalla Russia quando il suo nuovo ambasciatore alla NATO, Dmitrij Rogozin – già politico russo dai controversi trascorsi nazionalisti e fortemente critico nei confronti dell'Occidente – ha segnalato un forte interesse in tal senso durante un recente incontro del Consiglio NATO-Russia a Bruxelles. In base a questo progetto la Russia avrebbe dovuto fornire alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture “non militari” destinate alla missione in Afghanistan. Da allora si è lavorato intensamente a un'intesa su questa proposta.

I ritmi febbrili dell'attività diplomatica sembrano indicare che le due parti si aspettino che al summit di Bucarest possa essere formalizzato un accordo. In un'intervista con il tedesco Der Spiegel, lunedì scorso, Rogozin confermava queste aspettative, affermando: “Noi [la Russia] sosteniamo la campagna anti-terroristica contro i talebani e al-Qaeda. Spero che al summit di Bucarest riusciremo a giungere a una serie di accordi molto importanti con i nostri interlocutori occidentali. Dimostreremo che siamo pronti a contribuire alla ricostruzione dell'Afghanistan”.

Secondo fonti diplomatiche russe, Mosca si sta impegnando in consultazioni con i governi del Kazakistan e dell'Uzbekistan in merito al corridoio terrestre da offrire alla NATO.

Data la complessa storia delle relazioni Russia-NATO, la questione è densa di implicazioni geopolitiche. Il presidente russo Vladimir Putin l'ha fatto capire durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Angela Merkel in visita a Mosca lo scorso sabato. Putin ha detto: “La NATO oggi sta già oltrepassando i suoi limiti. Non abbiamo problemi ad aiutare l'Afghanistan, ma la questione è diversa quando è la NATO a offrire assistenza. Ed è una questione che supera i confini nord-atlantici, come sapete bene”.

Putin ha anche colto l'occasione per criticare aspramente i piani di espansione della NATO: “In un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l'infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L'impressione è che si stia tentando di creare un'organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite, ma è ben difficile che la comunità internazionale nella sua globalità acconsenta a una tale struttura per le future relazioni internazionali. Penso che la possibilità di un conflitto ne verrebbe solo accresciuta. Questi sono discorsi di natura filosofica. Si può essere d'accordo o dissentire”.

Le implicazioni sono ovvie. La Russia sarebbe disposta a cooperare con la NATO, ma su base equa e ampia. In secondo luogo, il coinvolgimento selettivo della Russia nella NATO voluto dagli Stati Uniti per Mosca è inaccettabile. Significativamente, Putin ha messo in dubbio in maniera esplicita il monopolio della NATO nella risoluzione del conflitto in Afghanistan.

In separata sede, anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità della Russia a offrire alla NATO il transito militare verso l'Afghanistan purché “tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva [CSTO] si raggiunga un accordo su tutti gli aspetti del problema afghano”. Significativamente, le parole di Lavrov seguivano la settima sessione del Consiglio di Cooperazione russo-francese dell'11 marzo a Parigi. Lavrov ha detto che “la maggioranza dei membri della NATO, Francia compresa”, sono favorevoli all'idea di Mosca di una cooperazione NATO-CSTO per l'Afghanistan, ed è stato sul punto di suggerire che Washington stava bloccando questa cooperazione tra la NATO e la CSTO guidata dalla Russia.

Washington dovrebbe invece essere ben contenta dell'offerta russa di sostegno alla missione NATO in Afghanistan. Il Pakistan si è dimostrato un interlocutore inaffidabile nella “guerra al terrore”. La crescente incertezza politica del Pakistan pone degli interrogativi sull'opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente dal Pakistan per rifornire le proprie truppe in Afghanistan.

Secondo fonti militari americane, circa tre quarti di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano per il Pakistan. Sono qui in gioco questioni fondamentali, come la capacità degli Stati Uniti di influenzare la politica pakistana, e, di fatto, l'evoluzione stessa dell'economia politica pakistana in questo momento critico.

L'ascesa al potere dell'Awami National Party (ANP), un partito pashtun nazionalista e di sinistra, nella sensibile provincia nord-occidentale del Pakistan, complica ulteriormente gli allineamenti politici.

Questa settimana il capo del'ANP Amir Haider Khan Hoti ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty in un'intervista esclusiva: “Le nostre priorità sono chiare. Prima vogliamo arrivare alla pace attraverso i negoziati [con i talebani], i jirgas [i consigli tribali] e il dialogo. Se Dio vorrà, impareremo dai [falliti dialoghi e jirgas del passato] e cercheremo di non ripetere gli stessi errori. Tenteremo di conquistare la fiducia del popolo, dei capi tribali e dei [religiosi], e insieme a loro proveremo ad arrivare alla pace attraverso i negoziati”.

Hoti non ha detto una sola parola a proposito della “guerra al terrore” o delle aspettative dell'amministrazione Bush sulle operazioni militari pakistane nelle aree tribali. Resta un enigma perché l'amministrazione Bush abbia insistito finora a tener fuori dal problema afghano paesi come la Russia e la Cina, i cui interessi sono pesantemente coinvolti, forse più di quelli americani ed europei. Come scriveva Henry Kissinger sull'International Herald Tribune di lunedì scorso, “Resta imperativo un consenso strategico... la stabilità del Pakistan non andrebbe vista come una sfida esclusivamente americana”.

La domanda da un milione di dollari è se ci sia una volontà politica da parte dell'amministrazione Bush di raggiungere un “consenso strategico” sull'Afghanistan con la Russia al summit NATO. Mosca è chiaramente ben disposta. Membri storici della NATO come la Francia e la Germania sono anch'essi consapevoli che l'alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta che infliggerebbe un colpo catastrofico al suo ruolo, e che la NATO e la Russia dopo tutto condividono gli stessi obiettivi in Afghanistan.

Il Cremlino ha messo all'angolo l'amministrazione Bush. Accettare l'aiuto della Russia in questo momento critico è estremamente importante per la NATO. L'alleanza sta lottando per far fronte alla guerra in Afghanistan. Per analogia con l'Iraq, alcuni osservatori stimano che per stabilizzare l'Afghanistan, date le sue dimensioni e le difficoltà sul terreno, sarebbe necessario circa mezzo milione di soldati.

Ma la cooperazione con la Russia implica che la NATO si imbarchi nella cooperazione con la CSTO e magari anche con l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). (L'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, parlando al Consiglio di Sicurezza lo scorso mercoledì, ha suggerito che per combattere efficacemente il traffico di droga dall'Afghanistan sarebbe utile adottare il sistema di anelli di sicurezza promosso dalla Russia nella regione centro-asiatica negli ultimi anni, utilizzando le strutture della CSTO e della SCO)

Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un simile legame tra NATO e CSTO e SCO possa minare la sua politica di “contenimento” nei confronti della Russia (e della Cina), oltre a minacciare la strategia globale degli Stati Uniti tesa a proiettare la NATO come organizzazione politica sulla scena mondiale.

La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzerà inevitabilmente i legami della Russia con i paesi europei indebolendo la supremazia transatlantica degli Stati Uniti nel 21° secolo.

All'incontro tra i ministri degli esteri dell'alleanza tenutosi a Bruxelles il 6 marzo, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner ha sollecitato il Consiglio della NATO a “tener conto della sensibilità della Russia e del suo importante ruolo”. Inoltre, ha detto, le relazioni con la Russia sono già tese per il Kosovo e lo scudo di difesa anti-missile che gli Stati Uniti prevedono di installare in Europa, e non dovrebbero essere sottoposte a ulteriori tensioni. Il quotidiano francese Le Monde riporta queste parole di Kouchner: “Noi [la Francia] pensiamo che le relazioni Unione Europea-Russia siano importantissime. E la Francia non è l'unico paese a desiderare di mantenere un rapporto con la Russia in quanto grande nazione”. (In luglio la Francia assumerà la presidenza dell'UE).

In effetti la Francia in questo non è sola. Anche la Germania recentemente è passata a un atteggiamento equidistante nei confronti di Stati Uniti e Russia sulle questioni della sicurezza globale e – richiamandosi all'era Schroeder – si sta nuovamente avvicinando alla Russia come partner strategico nelle relazioni tra Unione Europea e Russia.

Lo scorso lunedì, due giorni dopo la recente visita a Mosca, Angela Merkel ha parlato al prestigioso congresso dei vertici militari tedeschi (Kommandeurtagung) a Berlino, dove alla presenza del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, si è affrettata ad affossare le proposte di ammissione nella NATO di Ucraina e Georgia già prima del vertice di Bucarest.
“Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali non possono diventare membri”, ha detto. Merkel ha aggiunto che i paesi che aspirano a entrare nell'alleanza devono assicurarsi un consenso politico interno “qualitativamente significativo”. La Germania ha praticamente bloccato l'ulteriore allargamento della NATO nei territori dell'ex Unione Sovietica: un obiettivo dichiarato della Russia.

Avanzando un audace schema di cooperazione con la NATO per l'Afghanistan, la Russia ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a fare una scelta. Non è una scelta facile per Washington. Come trattare in futuro con un paese le cui esportazioni energetiche si avvicinano al traguardo del miliardo di dollari al giorno? Questa settimana il greggio Urals ha superato la cifra record di 100 dollari a barile, e una volta raggiunti i 107,5 dollari a barile il valore giornaliero del greggio, dei prodotti raffinati e delle esportazioni di gas arriveranno al miliardo di dollari. E il bilancio della Russia per il 2008 si basa su un prezzo medio dell'Urals di 65 dollari al barile.

Inoltre l'influenza della Russia post -sovietica nell'Asia Centrale ha raggiunto l'apice quando si è profilata la prima reale possibilità di creare un “OPEC del gas” tra la Russia e i paesi centro-asiatici, che potrebbe mettere in ombra gli altri successi in politica estera dell'era di Putin. La Russia ha tentato per molto tempo di associare i produttori e gli esportatori di gas delle ex-repubbliche sovietiche sul modello del cartello petrolifero. La Russia e i fornitori centro-asiatici – il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan – hanno concordato che a partire dal 2009 il loro gas sarà venduto a prezzi europei.

Questa mossa, che porta il marchio del Cremlino, innalza la cooperazione energetica tra la Russia e i produttori centro-asiatici a un livello molto più alto di coordinamento e strategia comune sui mercati stranieri. Questo avrà conseguenze di vasta portata per i paesi europei e gli Stati Uniti. La Russia ha messo sotto scacco i progetti di rotte energetiche trans-caspiche promossi dagli Stati Uniti.

Sicuramente la grande mancanza dell'eredità di Putin è stata l'incapacità di rendere la Russia un partner a tutti gli effetti dell'Europa. Ora Putin ha fatto alla NATO una proposta irresistibile: la partecipazione della Russia alla missione dell'alleanza in Afghanistan. La proposta russa giunge proprio mentre la guerra in Afghanistan sta andando male e la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli.

Washington dovrà affrontare una situazione difficile nella misura in cui Mosca non si accontenterà di un coinvolgimento selettivo limitandosi a fornire alla NATO una rotta di transito ma amplierà e approfondirà ulteriormente il proprio impegno, cosa che i maggiori alleati europei potrebbero vedere favorevolmente. Mosca insiste sul coinvolgimento della CSTO e perfino della SCO. D'altro canto, il coinvolgimento della Russia potrebbe dare nuovo vigore alla missione NATO in Afghanistan e far sì che la missione non venga pregiudicata dal fattore altamente imprevedibile della collaborazione del Pakistan.

Washington abboccherà? Putin, con il suo spirito combattivo da cintura nera di judo, potrebbe contare sul fatto che la sua presidenza ha ancora cinque o sei settimane di vita, tempo sufficiente per fare della Russia il principale partner della NATO sulla scena globale e assicurarle una pace duratura all'interno della casa comune europea.

In ogni caso, quando Putin arriverà a Bucarest, tra 18 giorni, la storia avrà fatto un giro completo: sono passati 54 anni da quando l'Unione Sovietica propose di entrare nella NATO per preservare la pace in Europa.

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001).

Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato il 16 marzo 2008

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lunedì, febbraio 04, 2008

La Russia, la NATO e i radar ucraini

La Russia, la NATO e i radar ucraini

di Nikita
Petrov, esperto militare di RIA Novosti

Il Consiglio Federale, la camera alta del parlamento russo, il 25 gennaio ha approvato la delibera della camera bassa di porre fine all'accordo con l'Ucraina per l'impiego dei suoi radar.
Il decreto passerà al presidente per l'approvazione. Se il presidente lo firmerà e il documento verrà pubblicato sulla gazzetta ufficiale, a Kiev verrà comunicato che il Cremlino interromperà l'utilizzo dei radar Dnepr di Beregovo, vicino a Mukačevo, e Nikolaevka nei pressi di Sebastopoli.
In un lasso di tempo dai sei ai dodici mesi, come specificato nell'accordo intergovernativo, i radar ucraini cesseranno di fornire alla Russia informazioni sui lanci di missili strategici nelle zone occidentali e sud-occidentali.

Il Generale dell'Esercito Nikolaj Pankov, segretario di stato e vice ministro della difesa russo, ha detto che una delle ragioni della decisione è stata l'intenzione di Kiev di entrare nella NATO.

Non si tratta però della ragione principale. Innanzitutto, l'Ucraina può entrare nel blocco atlantico solo dopo un referendum nazionale per conoscere il parere dell'opinione pubblica, che non sembra condividere le intenzioni del presidente, del primo ministro e del presidente del parlamento.

In secondo luogo, il Cremlino non può interrompere la propria collaborazione con l'Ucraina nel sistema di avvistamento a distanza, presumibilmente perché l'Ucraina vuole entrare nella NATO, e allo stesso tempo invocare relazioni reciprocamente vantaggiose nella sfera missilistica.

La sessione parlamentare del 25 gennaio, che ha approvato la cessazione dell'accordo con l'Ucraina, ha deciso anche di prolungare l'accordo con Kiev nel campo dell'assistenza per i più grandi missili strategici russi, l'R-36M (classificazione NATO SS-18 Satan) e l'R-36M2 (Voevoda).

Il Satan, che è in grado di portare 10 testate nucleari, è stato progettato nel laboratorio Južnoe di Dnepropetrovsk, nell'Ucraina centro-meridionale. In base al trattato di Lisbona del 1992 tra Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Stati Uniti, l'Ucraina non può produrre questi missili o avere altri tipi di armi strategiche.

Per questo motivo ha parzialmente demolito i bombardieri strategici Tu-160 Blackjack e Tu-95MS Bear e ha consegnato il resto alla Russia per l'appianamento del debito.

L'impianto di Dnepropetrovsk, dove in epoca sovietica era costruito il Voevoda, adesso produce autobus, ma i suoi progettisti forniscono ancora assistenza di routine e servizi di riparazione per i Satan, quando e se necessario, in base all'accordo prorogato dal parlamento russo. La Russia ha ora solo 75 missili di questo tipo, ma essi costituiscono il nocciolo della sua forza di deterrenza strategica.

La decisione di interrompere la cooperazione sull'avvistamento a distanza con l'Ucraina è stata presa per ragioni pragmatiche. Il Generale Vladimir Popovkin, comandante delle forze spaziali russe, ha detto che i radar ucraini, per le cui informazioni la Russia paga 1,3 milioni di dollari l'anno, nel 2005 sono usciti dal periodo di garanzia e la loro modernizzazione costerebbe almeno 20 milioni. Ne vale la pena?

Diversamente dai radar in Azerbaijan, Bielorussia e Kazakistan, i sistemi ucraini non sono operati da personale militare russo. Sia le qualifiche del personale civile ucraino sia i dati forniti alla Russia sono dubbi.

Il radar di Sebastopoli rappresenta il problema maggiore perché le stazioni radio non autorizzate di imbarcazioni che svolgono attività di pesca nel Mar Nero usano le stesse frequenze. E se non per le informazioni dai satelliti che sorvegliano la regione, i dati di quella stazione potrebbero essere interpretati per indicare l'arrivo di un missile strategico diretto verso la Russia. Le forze spaziali russe devono ricontrollare le informazioni di quel radar perdendo tempo e denaro, e questo aspetto diventa fondamentale quando si tratta di organizzare una risposta rapida in caso di attacco reale.

La Russia cesserà di usare i radar ucraini anche perché adesso possiede un radar che fornisce lo stesso tipo di informazioni, ma migliore. Lo scorso anno a Lechtusi, nei pressi di San Pietroburgo, è stato messo in prova il radar Voronež-MD, la cui manutenzione è più economica. I radar ucraini sono operati da 80 specialisti, mentre per il Voronež ne bastano 15.

Inoltre la portata delle stazioni ucraine è di 4000 km, mentre la portata effettiva del Voronež è di 6000 km.

Quando sarà messo in funzione un altro radar Voronež, attualmente in costruzione nei pressi di Armavir nella Russia meridionale, la Russia non avrà più bisogno dei radar ucraini. Il ministero degli esteri russo molto probabilmente notificherà all'Ucraina la cessazione dell'utilizzo dei radar di Mukačevo e Sebastopoli quando l'Armavir entrerà nella fase di collaudo.

Il Generale Popovkin ha detto che la Russia è destinata a interrompere l'uso dei radar in Bielorussia (il Volga a Ganceviči, vicino a Baranoviči), Azerbaijan (il Darjal a Gabala, nei pressi di Mingečaur) e in Kazakistan (il Dnepr, il Darjal-U e il Dnestr vicino al lago Balchaš), benché non nel 2008 o nel 2009.

Il radar di Gabala recentemente ha fatto parlare di sé. Innanzitutto è ormai al termine della sua vita operativa, e la Russia paga all'Azerbaijan 7 milioni di dollari l'anno per affittare la stazione operata da militari russi, le cui famiglie vivono in un insediamento vicino. Il radar di Armavir coprirà l'area operativa di Gabala, e così la Russia potrebbe cessare di usarlo.

Ma il Cremlino ha proposto al Pentagono di usare il radar di Gabala per monitorare i lanci missilistici nel Medio Oriente, in particolare dall'Iran, a condizione che Washington rinunci a posizionare elementi del sistema di difesa anti-missile in Europa Orientale.

Se Washington accettasse l'offerta, il radar di Gabala verrebbe modernizzato e la sua garanzia di assistenza prolungata.

Originale da: http://rian.ru/analytics/20080201/98196438.html

Articolo originale pubblicato il 1° febbraio 2008

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giovedì, gennaio 17, 2008

L'alleanza nord-ucraina

L'alleanza nord-ucraina

di Marija Krivych

Ieri i media russi sono stati scossi dalla notizia che l'Ucraina si sta muovendo attivamente per entrare nella NATO: il presidente Viktor Jušenko, il primo ministro Julija Timošenko e il presidente del parlamento Arsenij Jacenjuk hanno firmato una richiesta perché l'Ucraina sia accolta nel piano di azione per diventare membro dell'Alleanza Atlantica al vertice NATO che si terrà a Bucarest nell'aprile del 2008. Il documento è stato inviato al segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, noto sostenitore dell'ingresso dell'Ucraina nell'alleanza.

Dopo le elezioni parlamentari d'autunno in Ucraina, quando gli "arancioni" hanno formalmente ottenuto la maggioranza alla Rada (formalmente, visto che non è un mistero l'enorme opposizione rappresentata da Janukovič e dai suoi alleati) e hanno cominciato alla meno peggio a mettere in atto le promesse fatte prima delle elezioni, si è posta una ennesima questione fondamentale per la "coalizione arancione": l'adesione dell'Ucraina alla NATO.

"Condividendo appieno i valori democratici europei, lo stato si riconosce parte dello spazio di sicurezza euro-atlantico ed è pronto a lottare alla pari insieme alla NATO e agli alleati contro le comuni minacce alla sicurezza", è scritto nel comunicato ufficiale. Nella lettera i leader ucraini esprimono la speranza che "il progresso fatto dall'Ucraina nell'ambito di un intensificato dialogo sulle questioni dell'adesione e delle conseguenti future riforme venga riconosciuto in termini di alleanza. L'Ucraina oggi è interessata a essere accolta nel piano d'azione per diventare membro della NATO".

La reazione a questa mossa è stata immediata: i "regionali" hanno accusato gli "arancioni" di violare la Costituzione (che sancisce la neutralità del paese), la Russia si è dichiarata pronta a "rivedere" - per usare le parole di Černomyrdin - le relazioni con l'Ucraina, gli americani hanno manifestato il proprio entusiasmo.

In particolare, il copresidente della commissione per le relazioni estere del senato degli Stati Uniti Richard Lugar ha spiegato che per decidere di aderire alla NATO l'Ucraina non ha bisogno di un referendum popolare, visto che esistono anche altri modi per esprimere la volontà dei cittadini. Ha poi detto che se in un referendum nazionale gli ucraini si diranno favorevoli all'ingresso nella NATO, questa decisione riceverà anche l'appoggio del presidente degli Stati Uniti, chiunque occupi tale carica in quel momento. A sua volta il Partito delle regioni ha ricordato che la richiesta di adesione all'alleanza può essere presentata solo se esiste il consenso del popolo ucraino, espresso attraverso un referendum. Il cui risultato è del tutto prevedibile: da molto tempo la maggioranza degli ucraini si dichiara contraria all'adesione alla NATO. In particolare, alla fine del 2006 in Crimea si è svolto un referendum non autorizzato sulla questione. Il 98,7% dei cittadini si è dichiarato contrario all'ingresso nell'alleanza atlantica. Il referendum in Crimea si è svolto perché ne era stato respinto un altro, che avrebbe dovuto coinvolgere tutta l'Ucraina con la partecipazione di oltre 4 milioni di cittadini.

Le ragioni per cui gli "arancioni" desiderano tanto entrare nella NATO stanno in superficie, così come le ragioni dello scontento di Mosca. Alla fin fine, chi garantisce che con l'ingresso nella NATO non comparirà una base militare nella filorussa Crimea?

L'atmosfera si è fatta incandescente anche al Ministero degli Esteri ucraino. Il ministro Vladimir Ogryzko ha dichiarato che l'Ucraina non ha fatto alcuna richiesta di entrare nella NATO: "Si tratta di una nuova fase di cooperazione tra l'Ucraina e la NATO. Se si parlerà di adesione alla NATO, allora, come sta scritto in questa lettera, le autorità dello stato si consulteranno con il popolo ucraino", ha detto, osservando che nella lettera non si fa parola della richiesta di entrare nell'alleanza.

Nondimeno il documento in questione è un altro passo verso l'adesione alla NATO. Ricordiamo che la procedura di ingresso dura in media cinque anni, durante i quali il paese candidato deve rendere il proprio esercito e la propria legislazione conformi agli standard del blocco atlantico, e soddisfare anche altri requisiti.

Ma tutto questo serve all'Ucraina (lasciando da parte gli interessi della Russia, degli Stati Uniti, dei "regionali" e degli "arancioni")? La cooperazione con la NATO serve, forse, nella misura in cui la stessa Russia collabora con l'alleanza. Per quanto riguarda l'ingresso vero e proprio, secondo l'ex presidente Leonid Kučma oggi per l'Ucraina risulta ottimale lo status neutrale, e anche l'ingresso nell'Unione Europea, ma non nella NATO. Oltretutto in entrambi i casi è necessario avere uno stato efficiente, un'economia competitiva e una nazione matura: politologi ed esperti non fanno che discutere dell'assenza di questi requisiti.

Una sola cosa è ovvia: indipendentemente dal fatto che si tratti una "buona" o di una "cattiva" idea, l'Ucraina non è pronta a diventare membro della NATO e difficilmente lo sarà tra cinque anni. Inoltre la preparazione forzata all'ingresso nel blocco può solo approfondire i contrasti già forti non solo tra le élite politiche, ma in tutto il paese.

Originale da: http://expert.ru/articles/2008/01/16/nato/print

Articolo originale pubblicato il 16 gennaio 2008

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