lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, dicembre 21, 2008

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

di Robert Watts, Times Online, 21 dicembre 2008

Uno dei bracci destri di Gordon Brown svolge un ruolo importante in un gruppo di pressione che ha attaccato la leadership di Vladimir Putin definendola “corrotta” e “prepotente”.

Jon Mendelsohn, il principale responsabile della raccolta fondi del partito laburista, è nella direzione della Russia Foundation, un think tank con sede a Londra finanziato da oppositori espatriati del primo ministro russo e del presidente Dmitrij Medvedev.

La scorsa settimana David Clark, presidente della fondazione, aveva detto al Sunday Times che Mendelsohn avrebbe collaborato alla raccolta fondi. Tuttavia ieri ha dichiarato che Mendelsohn aveva “chiarito” con lui che ciò non sarebbe più stato possibile.

Ha dichiarato Clark: “Come parte del direttivo della Russia Foundation, Jon Mendelsohn contribuisce a una formazione forte. La fondazione beneficia della sua considerevole esperienza politica e organizzativa nello sviluppo del proprio programma e siamo molto lieti di averlo con noi”.

La notizia che una figura così vicina a Brown lavora anche per un'organizzazione ostile al Cremlino può causare imbarazzo nelle relazioni di Downing Street con Mosca.

La fondazione è stata creata nel 2004 fa un socio di Michail Chodorkovskij, il miliardario russo ora in carcere in Siberia per frode ed evasione fiscale. Il suo sito la descrive come “una risorsa in lingua inglese per chi mira a una comprensione più profonda degli sviluppi politici, sociali ed economici della Russia contemporanea”.

Tuttavia la grande maggioranza dei contenuti del sito è fortemente critica nei confronti delle autorità del Cremlino.

Clark, ex consigliere laburista, ha ripetutamente attaccato Putin e Medvedev sui media. Negli ultimi mesi ha dichiarato che Putin dirige “un regime autoritario troppo corrotto dal potere per cambiare” e nutre i russi di “paranoia esterofoba e revivalismo sciovinista”.

Ha anche sollecitato l'Unione Europea ad assumere una linea più dura con la Russia di Putin, affermando che “l'Occidente non può più restare fermo mentre il prepotente russo causa distruzioni”.

Mendelsohn, 41 anni, ha di molto migliorato le finanze laburiste da quando lo scorso anno ha preso il posto di Lord Levy. Non viene pagato per il suo lavoro per il partito né per la Russia Foundation.

Originale: Key aide to Gordon Brown is director of anti-Putin group

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sabato, novembre 29, 2008

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo
di Gilad Atzmon

Mentre sto scrivendo è ancora tutt'altro che chiaro cosa sia davvero accaduto a Mumbai. Le domande che mi faccio sono le stesse di tutti: chi erano gli attentatori? Chi c'era dietro di loro e cosa cercavano di ottenere? Ma una cosa appare evidente. La “Guerra al Terrore” è un completo disastro. I cosiddetti “terroristi”, chiunque essi siano, hanno vinto. L'America e i suoi alleati sono stati sconfitti.

Ma non finisce qui, perché in tutta questa guerra l'America ha perso il proprio ruolo dominante di superpotenza. È finanziariamente rovinata. La sua dirigenza politica è vista dalla maggior parte dell'opinione pubblica mondiale come un nucleo solido di malvagità. Non bisogna essere dei geni per dedurre che questa enorme sconfitta è l'esito di una catena di eventi innescata da un unico orchestrato attacco che ha avuto luogo nel settembre del 2001. Per chi non lo ricordasse, i 18 terroristi che hanno devastato il mondo l'11 settembre non avevano con sé una bomba nucleare né armi avanzate. Erano muniti solo di coltelli. Per bizzarro che possa sembrare, per far crollare l'impero americano è bastata una dozzina e mezza di persone molto motivate armate di coltelli.

Sfortunatamente l'America e la Gran Bretagna mentre affondavano sono riuscire a mettere in atto crimini di guerra di proporzioni colossali. Sono morti due milioni di iracheni e di afghani. Molti altri milioni sono rimasti gravemente feriti, altri ancora sono profughi. Ciascuna di queste vittime è il risultato diretto di una guerra illegale lanciata dalle democrazie anglo-americane.

Nonostante i molti massacri che queste guerre coloniali anglo-americane si sono già lasciate alle spalle, la carneficina è ben lungi dall'essersi conclusa. Leggiamo da settimane di aerei americani che sganciano bombe su villaggi pakistani. Apprendiamo che i cosiddetti alleati prendono di mira “presunti terroristi” nelle zone rurali del Pakistan. Evidentemente i nostri leader democratici vedono i civili musulmani innocenti come facili bersagli eliminabili. Dunque non dovrebbe sorprenderci che a Est qualcuno ci consideri ugualmente suscettibili di atti di terrorismo. Ci vedono come potenziali bersagli facili. Tuttavia, se i crimini britannici e americani vengono commessi per contro nostro, in nome della democrazia, da capi che noi stessi abbiamo mandato al potere, i crimini di Mumbai sono stati commessi da un'entità sconosciuta, non da un'entità eletta. I crimini di Mumbai sono stati commessi solo nel nome di chi li ha perpetrati. I crimini anglo americani in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Siria vengono commessi da governi eletti, nel nome dei popoli britannico e americano.

Il terrore è un messaggio scritto sul muro, ma per qualche motivo la maggioranza degli occidentali non riesce a leggerlo. L'entusiasmo con cui portiamo la Coca-Cola al mondo musulmano va immediatamente frenato. Dobbiamo tenere per noi le nostre fantasie liberali e democratiche, soprattutto ora che il concetto di base si è dimostrato errato. L'insistenza con cui tentiamo di rendere gli arabi e i musulmani stupidi quanto noi non funzionerà. Dobbiamo permettere alle altre persone di vivere secondo le loro convinzioni e la loro tradizione culturale.

Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato ieri insieme ad altri politici che l'attacco di Mumbai è un attacco alla democrazia occidentale. Penso che faremmo meglio ad ammetterlo: finché le democrazie occidentali tratteranno i musulmani come facili bersagli, gli occidentali potranno essere altrettanto suscettibili di ritorsioni e di atti di terrorismo.

Vorrei suggerire a Miliband e ai suoi colleghi di cessare immediatamente i loro tentativi di democratizzare il mondo. Così facendo renderebbero semplicemente il mondo un luogo di gran lunga migliore e più sicuro in cui vivere.

Originale: Mumbai Massacres as the Defeat of Counter-terrorism

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, agosto 15, 2008

Espansionismo statunitense, più che aggressione russa

[Articolo dai toni piuttosto decisi che riassume cose lette e rilette in questi giorni, almeno nelle analisi che tendono a mettere in luce la responsabilità degli Stati Uniti e pongono il conflitto georgiano in un contesto più ampio in cui hanno un certo peso l'allargamento della NATO e l'installazione di basi militari americane e dello scudo di difesa anti-missile in Europa Orientale. Ma visto che la fonte è britannico Guardian, che esattamente filo-russo non è, ho pensato di tradurlo nel'ambito dell'iniziativa 'adotta un giornalista britannico non russofobo'. Gli aggiornamenti continuano nel post sottostante, e richiamo ancora la vostra attenzione sulla traduzione di Andrea del videodocumentario di Escobar sui consiglieri di Obama].

Questa è una storia di espansionismo statunitense, più che di aggressione russa
La guerra nel Caucaso è il prodotto dell'imperialismo americano e non solo di conflitti locali, ed è probabile che sia solo un assaggio di eventi futuri.

di Seumas Milne

L'esito di sei lugubri e sanguinari giorni di guerra nel Caucaso ha innescato la nauseante ipocrisia dei politici occidentali e dei mezzi di informazione a essi asserviti. Mentre i commentatori tuonavano contro l'imperialismo russo e la brutale sproporzione della reazione, il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, fedelmente riecheggiato da Gordon Brown e David Miliband, ha dichiarato che “l'aggressione russa non deve rimanere senza risposta”. George Bush ha denunciato la Russia per avere “invaso un vicino stato sovrano” e minacciato “un governo democratico”. Una tale azione, ha insistito, “nel XXI secolo è inaccettabile”.

Questi sono per caso i capi degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato – insieme alla Georgia, guarda caso – lo stato sovrano dell'Iraq con un falso pretesto causando centinaia di migliaia di vittime? O dei due governi che nell'estate del 2006 hanno bloccato un cessate il fuoco mentre Israele polverizzava le infrastrutture del Libano e uccideva più di mille civili come rappresaglia per la cattura o l'uccisione di cinque soldati?

Dopo tutta questa indignazione per l'aggressione russa quasi si fatica a ricordare che è stata la Georgia a scatenare la guerra giovedì scorso attaccando brutalmente l'Ossezia del Sud per “ristabilire l'ordine costituzionale”, in altre parole il dominio su un'area che non ha mai controllato dal crollo dell'Unione Sovietica. Né, in mezzo a tutto questo sdegno per i bombardamenti russi, c'è stato qualcosa di più di brevi riferimenti alle atrocità commesse dalle forze georgiane contro gli abitanti della capitale Tskhinvali. Diverse centinaia di civili sono stati uccisi a Tskhinvali dalle truppe georgiane. Tra le vittime ci sono anche alcuni soldati russi che operavano in base a un accordo di pace risalente agli anni Novanta. “Ho visto un soldato georgiano tirare una granata in un seminterrato pieno di donne e bambini”, ha raccontato martedì ai giornalisti un abitante di Tskhinvali, Saramat Tskhovredov.

Sarà forse perché la Georgia è quella che Jim Murphy, il ministro britannico per gli Affari Europei, ha chiamato “una piccola bella democrazia”. Be', sarà certo piccola e bella, ma sia l'attuale presidente, Mikheil Saakashvili, che il suo predecessore sono saliti al potere in seguito a colpi di stato appoggiati dall'Occidente, il più recente dei quali è stato graziosamente chiamato “Rivoluzione delle rose". Saakashvili è stato allora consacrato presidente con il 96% dei voti prima di instaurare quello che l'International Crisis Group ha di recente definito un governo “sempre più autoritario” e che lo scorso novembre ha brutalmente represso l'opposizione, il dissenso e i media indipendenti. In questi casi "democratico" sembra semplicemente voler dire “filo-occidentale”.

La disputa di vecchia data sull'Ossezia del Sud – e sull'Abchazia, l'altra regione contestata della Georgia – è una conseguenza inevitabile del crollo dell'Unione Sovietica. Come nel caso della Jugoslavia, minoranze che erano più o meno soddisfatte di vivere da una parte o dall'altra di un confine interno, la cui presenza non influiva molto sulle loro vite, si sono sentite ben diversamente quando si sono trovate dalla parte sbagliata di un confine tra due nazioni.

Negoziare una soluzione per problemi di questo tipo è già difficile in qualsiasi circostanza. Ma aggiungeteci gli Stati Uniti, la loro instancabile promozione della Georgia come avamposto filo-occidentale e anti-russo nella regione, i loro sforzi per portare la Georgia nella NATO, il passaggio attraverso il territorio georgiano di un oleodotto cruciale e mirato a indebolire il controllo russo delle forniture energetiche. Aggiungeteci il riconoscimento, sponsorizzato dagli Stati Uniti, dell'indipendenza del Kosovo – il cui status era stato esplicitamente associato dalla Russia a quello dell'Ossezia del Sud e dell'Abchazia. Aggiungete tutto questo e capirete che il conflitto era solo questione di tempo.

Il coinvolgimento della CIA in Georgia è stato forte fin dai tempi del crollo sovietico. Ma con l'amministrazione Bush il paese è diventato a tutti gli effetti un satellite degli Stati Uniti. Le forze armate georgiane sono equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti e Israele. Quello georgiano è per consistenza il terzo contingente militare in Iraq: di qui la necessità che gli aerei degli Stati Uniti riportassero 800 soldati georgiani in patria per combattere contro i russi. I legami di Saakashvili con i neo-conservatori di Washington sono particolarmente stretti: la società di lobbying presieduta dal consigliere per la politica estera del candidato repubblicano John McCain, Randy Scheunemann, ha ricevuto quasi 900.000 dollari dal governo georgiano a partire dal 2004.

Ma sotto il conflitto della scorsa settimana c'era anche la più ampia ed esplicita intenzione dell'amministrazione Bush di imporre l'egemonia globale degli Stati Uniti e prevenire minacce regionali, soprattutto quelle rappresentate da una Russia in ripresa. Questo obiettivo era stato espresso per la prima volta quando Cheney era segretario della difesa sotto Bush padre, ma il suo vero impatto si è sentito solo quando la Russia ha cominciato a riprendersi dalla disintegrazione degli anni Novanta.

Nell'ultimo decennio l'inarrestabile espansione verso est della NATO ha portato l'alleanza militare occidentale a premere contro i confini della Russia e a penetrare nell'ex-territorio sovietico. Nell'Europa Orientale e nell'Asia Centrale sono apparse basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo anti-russo dopo l'altro per mezzo di una serie di rivoluzioni colorate. Adesso l'amministrazione Bush si prepara a installare nell'Europa dell'Est un sistema di difesa anti-missile palesemente puntato contro la Russia.

La riflessione e il buon senso ci dicono che questa non è la storia di un'aggressione russa, ma dell'espansione imperialista degli Stati Uniti e di un accerchiamento sempre più accentuato della Russia da parte di una forza potenzialmente ostile. Non dovrebbe sorprendere che una Russia divenuta più forte abbia usato il pasticcio dell'Ossezia per limitare quell'espansione. Più difficile da capire è perché Saakashvili abbia lanciato l'attacco della scorsa settimana e perché i suoi amici di Washington lo abbiano incoraggiato.

Se è così, le conseguenze sono state spettacolari, con un costo umano altissimo. E malgrado Bush mercoledì abbia tentato di esprimersi con fermezza, la guerra ha anche smascherato i limiti del potere statunitense nella regione. Finché viene rispettata l'indipendenza della Georgia – e qui l'opzione migliore è quella della neutralità – non dovrebbe essere un male. Il dominio unipolare del mondo ha ristretto lo spazio della vera auto-determinazione, e il ritorno di un qualche contrappeso va accolto favorevolmente. Ma il nuovo assetto porta con sé dei pericoli. Se la Georgia fosse stata membro della NATO il conflitto di questa settimana avrebbe rischiato un'escalation ben più grave. Lo si vedrebbe bene nel caso dell'Ucraina, che ieri ha offerto materiale per un futuro scontro quando il suo presidente filo-occidentale ha minacciato di limitare il movimento delle navi russe nella base di Sebastopoli, in Crimea. Con il ritorno dei conflitti tra le grandi potenze, l'Ossezia del Sud è probabilmente solo un assaggio di ciò che verrà.

guardian.co.uk © Guardian News and Media Limited 2008

Originale: http://www.guardian.co.uk/

Articolo originale pubblicato il 14 agosto 2008

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giovedì, luglio 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, luglio 01, 2008

L'esperienza ebraica contemporanea

L'esperienza ebraica contemporanea

di Gilad ATZMON جيلاد أتزمو

Per più di mezzo secolo coloro che hanno cercato di contrapporsi alle forze che sottendono il paradigma israeliano hanno identificato la politica e la pratica israeliane con il sionismo e con l'ideologia sionista. Temo di dover dire che si sono completamente sbagliate. Certo, il progetto sionista impone di depredare la Palestina nel nome delle aspirazioni nazionali ebraiche. Ed è anche corretto affermare che Israele è stato alquanto efficiente nel tradurre la filosofia sionista in una devastante pratica repressiva e omicida. Tuttavia gli israeliani, o più precisamente la grande maggioranza degli ebrei laici nati in Israele, non sono motivati né invigoriti dall'ideologia sionista. Il suo spirito o i suoi simboli sono per loro praticamente privi di significato. Per quanto strano possa sembrare, per la maggior parte degli ebrei laici nati in Israele il sionismo è una nozione straniera o semplicemente arcaica.

Dato che la grande maggioranza di israeliani è confusa dalla nozione di sionismo, buona parte delle cosiddette critiche anti-sioniste hanno avuto scarso effetto su Israele, sulla politica israeliana e sul popolo israeliano. In altre parole, negli ultimi sessant'anni coloro che hanno usato il paradigma del sionismo e il suo opposto non hanno fatto altro che predicare ai convertiti.

Va ora rivisto completamente il complesso amalgama composto da Israele, sionismo ed ebraismo.

Viaggio interiore
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai (12) e Yann (7) partono per Israele. Mia moglie la chiama visita di famiglia, insiste che i bambini devono vedere i loro parenti stretti e che le mie idee su Israele, identità ebraica e sionismo globale non devono mettersi in mezzo o interferire con gli affari di famiglia. Per ovvi motivi, io non vado mai in Israele. Ho deciso dieci anni fa che, a meno che Israele non diventi lo stato di tutti i suoi cittadini, io lì non ho niente da fare.

Nei nostri primi anni a Londra come genitori Tali e io abbiamo avuto un po' di discussioni sulla sua scelta di Israele come meta pasquale. All'inizio la disapprovai. Insistevo sul fatto che trascinare dei bambini innocenti nell'apartheid dello “Stato per soli ebrei” avrebbe contribuito ben poco alla loro futura serenità, e che avrebbe anzi potuto distorcere il loro senso etico. In quegli anni da genitori alle prime armi Tali liquidava le mie paure, diceva che i nostri figli andavano trattati come esseri umani liberi. Avevano il diritto di vedere la loro famiglia e sarebbe spettato a loro decidere quando sarebbero stati pronti a farlo.

Quando i nostri figli erano molto piccoli trovavo molto difficile argomentare la mia posizione. Mai e Yann non certo interessati alle complessità politiche o etiche. Tuttavia, mentre i miei figli crescevano, i loro ripetuti soggiorni nello shtetl ebraico diventavano un importante capitolo educativo per me più che per chiunque altro. Assistere alla trasformazione dei miei figli in blandi filo-israeliani mi ha aperto gli occhi. Mi è accaduto di comprendere l'impatto di Israele e del sionismo attraverso gli occhi dei miei bambini britannici. Ho imparato ad ammettere quanto sia facile innamorarsi di Israele.

I miei figli adorano quel posto. Amano il cielo blu, il mare, le spiagge sabbiose. Penso che amino anche l'hummus e il falafel. Non bisogna essere un genio per capire che tutto ciò che ho appena citato appartiene alla terra, cioè alla Palestina, e non allo Stato di Israele. Ma non finisce qui. Adorano anche parlare ebraico circondati da persone che lo parlano, ridere e perfino addolorarsi in ebraico. Amano la chutzpah ebraica che è intrinsecamente unita alla schiettezza israeliana. In fin dei conti, l'ebraico è la loro lingua materna.

Quando Tali e i bambini fanno ritorno nella nuvolosa Londra si sentono confusi e spaesati per un po'. Tali diventa lievemente nostalgica al pensiero della fortunata carriera teatrale che si è lasciata alle spalle. E questo è normale. Il caso dei miei figli è leggermente più complesso. Loro sono britannici. Anche se l'ebraico è la loro lingua materna, l'inglese è la loro prima lingua. A Londra sentono la mancanza di alcune libertà celebrate laggiù: vorrebbero continuare a giocare nei campi, godersi il glorioso sole mediterraneo inebriati dai fiori di una primavera secca. Però l'aspetto più percettibile è che Israele risolve quello che sembra essere il loro inevitabile complesso identitario. Quando vivono qui a Londra sono turbati dalla loro identità etnica, non sanno decidere chi sono, se ex-israeliani, ex-ebrei, ebrei laici, di cultura cristiana, discendenti di un palestinese di lingua ebraica, figlio e figlia di un famigerato personaggio che odia se stesso e fiero di farlo e via dicendo. In Israele, soprattutto quando sono circondati dai loro familiari, non si pongono nessuna di queste domande. Gli israeliani tendono ad accettarti come fratello, sempre che tu non sia arabo. Mentre nella Londra multietnica i miei figli si trovano spesso ad affrontare ovvie domande che riguardano le loro origini, domande cui fanno molta fatica a rispondere a causa mia e della mia posizione, in Israele quelle domande sono inesistenti.

Quando i miei figli ritornano a Londra, per una settimana o due mi fanno sentire come se fossimo io e la mia pazzia a imporre loro queste condizioni di esilio invernale. In fondo al mio cuore so che hanno assolutamente ragione. ‘È dura’, è tutto quello che posso dire in mia difesa.

Per una settimana o due dopo il loro ritorno i miei figli diventano leggermente sionisti. Non che siano in disaccordo con quello che dico della Palestina, non che sviluppino una qualche aspirazione nazionale ebraica, e non è neanche che i miei figli siano ciechi alle sofferenze del popolo palestinese. Anzi, il mio figlio più piccolo, che ha sette anni, è sconvolto da quel muro gigantesco e non fa che domandare delle persone che ci vivono dietro. Ma c'è qualcosa che sperimentano in Israele, qualcosa che ha fatto del sionismo la storia di maggior successo tra gli ebrei della diaspora per più di due millenni. Non è l'ideologia a rendere così attraente il sionismo, ai miei figli non interessa l'ideologia e probabilmente non sanno neanche cosa significhi questa parola. E non è neanche la politica, i miei figli non sanno molto di politica. È tutta una questione di appartenenza. Il sionismo è un identificatore simbolico e offre agli ebrei della diaspora un ordine simbolico. Dà un significante a ogni possibile apparenza, crea un mondo logico e coerente. Dà un nome al mare, al cielo, al sole, alla terra, alla fratellanza, al desiderio e all'amicizia. Ma dà anche un nome al nemico, ai gentili (goyim) e perfino agli ebrei che odiano se stessi. Il sionismo è un lucido ordine mondiale, purtroppo anche spietato e omicida.

Attraverso gli occhi dei miei bambini ho l'occasione di studiare il significato di Israele più che la sua politica o le sue azioni. Grazie a loro posso capire cosa offre Israele e quanto efficace sappia essere. Analizzando il rapporto empatico dei miei figli con Israele ho compreso che l'esperienza ebraica contemporanea si fonda su due sistemi dialettici. L'uno si basa su Eretz Yisrael e la Diaspora, l'altro può essere formulato come “ama te stesso quanto odi tutti gli altri”.

Eretz Yisrael e la Diaspora
“Sono un essere umano, sono ebreo e sono israeliano. Il sionismo è stato uno strumento che mi ha fatto passare dalla condizione di ebreo alla condizione di israeliano. Credo che sia stato Ben-Gurion a dire che il movimento sionista era l'armatura necessaria per costruire la casa, e che dopo la fondazione dello stato doveva essere smantellato”. (Avraham Burg, ‘Leaving the Zionist ghetto' in un'intervista con Ari Shavit, 25 luglio 2007)

Per gli ebrei laici nati in Israele il sionismo significa ben poco. Se il sionismo serve ad affermare che gli ebrei hanno diritto a una patria in Sion, l'ebreo laico nato in Israele questa realtà la vive. Per lui/lei, il sionismo è un capitolo storico remoto collegato a una vecchia fotografia che ritrae un uomo con una gran barba nera, Theodor Herzl. Per gli israeliani il sionismo non è una trasformazione in attesa di realizzarsi ma piuttosto un capitolo storico noioso, tedioso e datato, poco più che chiacchiere senza senso. È molto meno interessante delle buste piene di denaro di Olmert o della conversione di Obama in portavoce di Israele. Di fatto, per i nuovi israeliti la parola Galut (Diaspora) ha delle connotazioni negative. È associata ai ghetti, alla vergogna e alla persecuzione, e non ha niente a che fare con Manhattan o con il quartiere londinese di Soho. In altre parole, gli israeliani non tendono a identificare la loro emigrazione da Israele come un ritorno alla Diaspora. Come altre popolazioni migranti, cercano semplicemente una vita migliore. Va detto che per la maggioranza degli israeliani Israele è lungi dall'essere un luogo glorioso ed eroico. È naturale, dopo sessant'anni passati con la stessa donna capita che non si apprezzi più la sua bellezza.

Il cosiddetto “israeliano”, vale a dire l'ebreo laico nato in Israele, il riuscito prodotto del sionismo post-rivoluzionario, è ora così abituato alla propria esistenza in quella regione che ha perso il suo istinto di sopravvivenza ebraico. Adotta invece la più edonistica interpretazione dell'individualismo illuminato occidentale che abolisce le residue reminiscenze del collettivismo tribale. Questo può spiegare perché Israele sia stato sconfitto nell'ultima guerra del Libano. Il nuovo israeliano non vede alcun valido motivo per sacrificarsi su un altare ebraico collettivo. È molto più interessato a esplorare gli aspetti pragmatici della filosofia della “bella vita”. Questo può anche spiegare come mai l'esercito israeliano non riesca a far fronte alla crescente minaccia dei razzi Qassam. Per farlo, i generali israeliani dovrebbero ricorrere ad audaci tattiche di fanteria. Apparentemente hanno imparato la lezione in Libano: la società edonistiche non producono guerrieri spartani e senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere da lontano. Invece di mandare a Gaza reparti speciali di fanteria all'alba, sembra che sia molto più semplice sganciare bombe su quartieri popolosi oppure affamarne gli abitanti per costringerli alla sottomissione. Inutile dire che i palestinesi, i siriani, Hezbollah, gli iraniani e tutto il mondo islamico lo sanno benissimo. Giorno dopo giorno assistono alle codarde tattiche israeliane e sanno che Israele ha i giorni contati.

Per quanto possa sembrare allarmante, gli israeliani non sono troppo preoccupati da questa fatale e inevitabile realtà, almeno non consapevolmente. Dato che il loro istinto di sopravvivenza tribale è stato sostituito dall'individualismo illuminato, i giovani israeliani si preoccupano più della sopravvivenza individuale che di progetti collettivi. L'israeliano può arrivare al punto di pensare “come diavolo faccio a andarmene di qui?” Il nuovo ebreo laico israeliano è un artista della fuga. Non appena termina la leva obbligatoria, corre all'aeroporto o impara a disconnettersi da tutti i canali di informazione. Il numero di israeliani che lasciano la madrepatria cresce giorno per giorno. Gli altri, quelli condannati a restare, sviluppano un'apatica cultura di indifferenza.

Beaufort e Sderot
Di recente ho visto Beaufort, un pluripremiato film israeliano di guerra. Anche se le sue qualità cinematografiche non mi hanno affatto colpito, la pellicola è una sorprendente denuncia della stanchezza e del disfattismo israeliani. Il film narra la storia di un reparto speciale della brigata Golani dell'Esercito di Difesa Israeliano in un bunker all'interno di una fortezza bizantina in cima a una montagna del Libano meridionale. L'azione si svolge nei giorni che precedono la prima ritirata israeliana da quella zona, nel 2000. Fatto sta che i soldati israeliani sono circondati dai guerriglieri di Hezbollah. Trascorrono giorni e notti in trincea, si nascondono in rifugi di cemento armato e sono sottoposti a una pioggia incessante di razzi e missili. Nonostante i loro progetti per il futuro, in una vita lontana da quell'inferno in cui sono intrappolati, muoiono uno dopo l'altro per mano di un nemico che non vedono nemmeno.

Gli israeliani hanno molto amato questo film, il resto del mondo era un po' meno convinto dei suoi pregi artistici. Se vi state chiedendo perché sia piaciuto così tanto agli israeliani, questa è la mia risposta. Per gli israeliani, la trama di Beaufort è l'allegoria di uno stato che giunge a rendersi conto della temporalità e della futilità della propria esistenza. Così come i soldati israeliani sognano di scappare più lontano possibile, andando a vivere a New York o sballandosi a Goa, la società israeliana sta facendo i conti con il proprio fatale destino. Come i soldati del film, gli israeliani vogliono diventare americani, parigini, londinesi e berlinesi. Il numero di israeliani in coda per ottenere un passaporto polacco aumenta ogni giorno che passa. Beaufort è la metafora di una società che si sa assediata. Una società che si sta accorgendo che potrebbe non esserci una via d'uscita, né fisica né attraverso una crescente indifferenza. Il film può essere interpretato come la parabola di una società che sta facendo i conti con la drammatica nozione della propria temporalità.

È curioso che, mentre i soldati di Beaufort e gli abitanti reali di Sderot o Ashkelon sentono che niente più li trattiene in quei luogi e vogliono confusamente lasciarsi alle spalle tutto e scappare per salvarsi la pelle, per l'ebreo della Diaspora Israele è un luminoso modello di gloria. Israele è sia il significato che il significato nel suo farsi. Per l'ebreo della Diaspora Israele è la trasformazione simbolica che mira alla liberazione e perfino alla redenzione dalla sofferenza ebraica. Israele è tutto ciò che l'ebreo della Diaspora non è. È ricco di chutzpah, è energico, è militante, lotta per quello in cui crede. Dunque per un giovane ebreo di Golders Green o di Brooklyn emigrare in Israele o arruolarsi in quello che erroneamente considera l'eroico esercito israeliano è ben più glorioso che fare l'avvocato, il dentista o il commercialista nello studio di papà.

Essendo terrorizzato dalla remota possibilità che i miei figli un giorno possano sorprendermi con la scelta di trascorrere del tempo in Israele da soli, senza il controllo materno, negli ultimi tempi ho cercato di capire quello che Israele ha da offrire agli ebrei del mondo. Di fatto, non sono molti i genitori ebrei che vieterebbero ai propri figli di entrare nell'esercito israeliano. E perché dovrebbero? L'esercito israeliano è molto sicuro, evita gli scontri sul campo, uccide da lontano e tiene in considerazione i propri soldati almeno quanto ama infliggere sofferenza estrema agli altri. Ogni genitore ebreo deve accettare l'utilità che suo figlio impari a guidare un carro armato o un elicottero e a sparare con un MK 47. Diversamente dai combattenti palestinesi scandalosamente male equipaggiati che muoiono tutti i giorni in gran numero, è difficile che i soldati israeliani rischino la vita. Ecco dunque che l'eroismo dell'emigrazione e perfino dell'arruolamento sembrano essere un'avventura sicura, almeno per ora.

Benché sia chiaro che la maggioranza dei giovani ebrei della Diaspora scelga di continuare la propria vita evitando di raccogliere la sfida dell'aliyah (lett. ascesa, l'immigrazione ebraica nella terra di Israele), il sionismo comunque fornisce loro un identificatore simbolico. Il sionismo e i suoi “aliyah operators” offrono loro la possibilità di identificarsi con i pochi che sono arrivati a tanto o di diventare essi stessi soldati di uno degli eserciti più forti del mondo.

Il nuovo ebreo errante
Il sionismo inventò il popolo ebraico e pose il suo Stato, Israele, in un conflitto devastante che sta ora assumendo proporzioni globali, trasformandosi in una pericolosa minaccia mondiale. Ma per gli israeliani, cioè coloro che si trovano nell'occhio del ciclone, “sionismo” significa molto poco. Gli israeliani si arruolano nell'esercito israeliano non perché sono sionisti ma perché sono ebrei (in contrapposizione con i musulmani che li circondano). Questa fondamentale constatazione può dare un nuovo significato al concetto dell'“ebreo errante”. La dialettica instauratasi tra la Diaspora e Eretz Yisrael porta a un flusso incrociato di migrazione, aspirazione e speranza. Gli ebrei della Diaspora si sentono attratti da Israele alla luce della fantasia sionista, mentre gli ebrei israeliani sono decisi a fuggire dallo stato di assedio in cui si trovano. La Diaspora si sta dirigendo verso Eretz Yisrael, mentre buona parte degli ebrei israeliani cerca disperatamente di uscirne.

Questo flusso incrociato di attrazione/emigrazione non è fortuito, ma il prodotto diretto delle sacre scritture. Come ho esplorato nel mio articolo “Esther to AIPAC” [1], sono sempre più numerosi gli studiosi della Bibbia che mettono in discussione la sua storicità. Apparentemente la Bibbia sarebbe stata scritta prevalentemente “dopo l'esilio babilonese e le sue pagine rielaborano (e in gran parte inventano) la storia israelita precedente facendo sì che rifletta e reiteri le esperienze di coloro che ritornarono da quell'esilio”.

Questo fa sì che la Bibbia, essendo un testo sull'esilio, conduca a una realtà frammentata nella quale l'ebreo della Diaspora anela al “ritorno”, ma una volta consumato questo ritorno l'ideologia perde la sua attrattiva. Il caso del sionismo è incredibilmente simile: è riuscito ad attirare alcuni ebrei a Sion, ma una volta lì l'ideologia non offre loro l'avventura sperata.

Possiamo chiaramente rilevare nel progetto ebraico una tensione dialettica tra il sionismo, l'identità dell'ebreo della Diaspora e l'israelianità. Il sionismo e Israele sono i due poli che insieme formano l'esperienza ebraica contemporanea.

Ama te stesso quanto odi tutti gli altri
Una volta compresa l'opposizione dialettica tra Eretz Yisrael e la Diaspora, passiamo a riflettere sui rapporti speciali tra i due.

Mentre Eretz Yisrael e la Diaspora instaurano un flusso incrociato di attrazione ed emigrazione, Israele stabilisce una coerente e logica interpretazione simbolica della supremazia e dello sciovinismo ebraici. Israele converte la massima “ama te stesso quanto odi tutti gli altri” in una devastante realtà in cui l'ebreo che ama se stesso si rivela capace di infliggere dolore estremo a coloro che lo circondano.

Per comprendere il concetto ebraico dell'amore di sé, dovremmo prima riflettere su ciò che rende possibile questa forma particolare di coscienza personale emotiva: l'appartenenza al “popolo eletto”.

Mentre l'interpretazione ebraica religiosa vede la condizione di “eletto” come un fardello morale con cui Dio ordina agli ebrei di essere un esempio di comportamento etico, l'interpretazione ebraica laica si riduce a una banale forma sciovinista di supremazia etnicamente orientata. Incoraggia chiaramente coloro che sono abbastanza fortunati da avere una madre ebrea ad amare se stessi ciecamente. È importante precisare a questo punto che nella maggioranza dei casi la supremazia ebraica è solita produrre un certo livello di disprezzo dei diritti fondamentali dell'altro. In molti casi conduce all'animosità e perfino all'odio, latente o manifesto.

Alla base della rivendicazione sionista della Palestina a spese dei suoi abitanti autoctoni c'è proprio questa supremazia. Ma ovviamente non si limita alla Palestina, e un altro caso è rappresentato dalla radicale manifestazione del gruppo di pressione ebraico per l'estensione della “Guerra al terrore”, come espressa, per esempio, dall'American Jewish Committee. Lungi da me affermare che questo genere di bellicismo sia caratteristico degli ebrei (come popolo); tuttavia è purtroppo sintomatico del pensiero politico tribale ebraico di sinistra, destra e centro. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in prima linea nella lotta per l'umanesimo e i valori etici universali ci siano ebrei come Gesù, Spinoza e Marx, che fecero di tutto per introdurre un principio di fratellanza opponendosi in primo luogo alla supremazia tribale che trovavano in sé e nel loro patrimonio culturale. Protestarono soprattutto contro quello che era loro familiare e vi preferirono la fratellanza e l'amore.

Tuttavia va notato che Gesù, Spinoza e Marx non riuscirono a trasformare gli ebrei (come collettività), anche se riportarono un certo successo con alcuni di essi. Tutto fa pensare che lo spostamento dal tribalismo monoteista dogmatico all'universalismo pluralista tollerante sia quasi impossibile. Di fatto, molti ebrei sono riusciti a lasciarsi alle spalle Dio, altri sono diventati marxisti, ma in qualche modo molti di questi sono rimasti fedeli alla loro filosofia monoteista esclusiva e tribale “solo per ebrei” (Bund, Jews Agains Zionism). Altri si sono spinti a diventare una “nazione come le altre nazioni” (lo slogan del sionismo), solo che si sono preoccupati di epurare e uccidere tutti coloro che non rientravano etnicamente nelle loro visione di se stessi (la Nakba del 1948). Alcuni sono diventati così liberali e cosmopoliti da riuscire a ridurre il conflitto mondiale contemporaneo a una questione di bibite. “Quelli che bevono Coca-Cola non si fanno la guerra”, ci hanno detto. Sarà anche vero, ma a quanto sembra i bevitori di Coca-Cola hanno recentemente assassinato un milione e mezzo di iracheni nel nome della “democrazia”.

È estremamente importante ricordare che molti ebrei sono riusciti ad assimilarsi e a lasciarsi alle spalle le loro caratteristiche tribali, e ora si comportano come normali esseri umani. Non hanno niente a che fare con il Bund, con i neo-conservatori, con il sionismo. A quanto pare questi esseri umani davvero emancipatisi non sono oggetto del mio studio, e posso solo augurare loro fortuna e successo.

Tuttavia, anche se gli ebrei sono tra loro divisi su molte questioni, sono però uniti nella lotta contro quelli che identificano collettivamente come i loro nemici. Ci ho messo un po' a capire che chi opera sotto l'esclusiva bandiera ebraica nei movimenti di solidarietà con la Palestina e contro la guerra si preoccupa innanzitutto di combattere qualsiasi riferimento alla lobby ebraica o al potere ebraico.

Una spiegazione è già stata fornita. Il sionismo in sé ha poco a che fare con Israele, è un discorso interno alla Diaspora ebraica. Ne consegue che il dibattito tra sionisti e anti-sionisti ebrei non ha alcun effetto su Israele o sulla lotta contro le azioni israeliane. Serve a mantenere la discussione all'interno della famiglia e a creare più confusione tra i gentili. Permette all'attivista etnico ebreo di affermare che “non tutti gli ebrei sono sionisti, anzi, ci sono al mondo circa due dozzine di 'anti-sionisti ebrei'”. Per patetico che possa suonare, questo argomento ottuso è comunque riuscito a mandare in frantumi qualsiasi critica rivolta negli ultimi quarant'anni al lobbismo etnocentrico ebraico. A quanto pare (e purtroppo), quando si tratta di “azione” i sionisti e i cosiddetti “anti”-sionisti ebrei agiscono come un solo popolo. E perché agiscono come un solo popolo? Perché lo sono. Lo sono davvero? Non importa, finché lo credono o si comportano come se lo fossero. E cos'è che li rende un solo popolo? Probabilmente odiano chiunque altro almeno quanto amano se stessi.

C'è un vecchio detto ebraico: “Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei”. Per una lettura ben più attenta della politica tribale contemporanea ebraica, sarebbe appropriato correggerlo così: “Basta che tu mi dica chi odi e ti dirò chi sei”. Se, per esempio, odi Finkelstein, Atzmon, Blankfort, Mearsheimer & Walt e così via, sei ebreo. Se ti limiti a non essere d'accordo con loro puoi essere chiunque.

L'odio e l'avversione personale sono tristemente sintomatici della politica tribale ebraica, probabilmente per il fatto che la politica ebraica è marginale e si definisce attraverso la negazione. Va notato che Israele è riuscito a perfezionarla e a darle nuovo significato. Se l'ebreo della Diaspora ha il diritto di amare se stesso, il suo odio per l'altro è ampiamente soffocato. Per quanto alcuni ebrei amino seguire alla lettera i loro dettami religiosi e sputare sulle chiese [2] o semplicemente distruggere le vite di illustri accademici e artisti, l'odio e la violenza non sono tollerati nel discorso occidentale contemporaneo. Ed è qui che entra in gioco Israele. Gli israeliani amano se stessi ma sono capaci di odiare chiunque altro. Sono capaci di affamare milioni di palestinesi, di uccidere quando ne hanno voglia. Israele ha trasformato lo slogan “ama te stesso/odia tutti gli altri” nella pratica di tutti i giorni. Ha risolto la tensione ambivalente insita nell'amare se stessi quando si è in mezzo agli altri. Israele non si limita a odiare il professor Finkelstein, è anche capace di arrestarlo e deportarlo. Israele non si limita a odiare i palestinesi, è ugualmente capace di affamarli, di imprigionarli tra muri e filo spinato, di bombardarli e perfino di attaccare con armi nucleari gli irriducibili, quando il momento è propizio.

Questo è l'aspetto più spaventoso della complementarità tra Eretz Yisrael e la Diaspora. È la materializzazione di una società guidata dall'odio. Dopo due millenni di vita errante, l'ebreo nazionale recentemente riformato è capace non solo di odiare ma anche di infliggere l'estrema sofferenza a coloro che odia.

Esplorare la questione ebraica
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai e Yann partono per Israele. Vedo chiaramente quanto adorino andarci. Capisco benissimo cos'è che amano laggiù. Per fortuna posso dire che almeno per ora i miei figli non sono follemente innamorati di sé e non si vedono come parte di una collettività tribale. E dunque non odiano nessuno.

Però attraverso la loro esperienza posso capire cosa ha da offrire Israele, soprattutto a coloro che non ci abitano. Posso capire quanto appaia attraente l'avventura israeliana vista da lontano. Attraverso la loro esperienza apprendo la dialettica tra Israele e l'aspirazione sionista della Diaspora. Il rapporto di negazione e di complementarità tra i due è l'essenza dell'esperienza ebraica contemporanea.

Se vogliamo combattere i crimini commessi da Israele e il male promosso dalle lobby sioniste globali, faremmo bene ad avviare uno studio approfondito della questione ebraica e dell'esperienza ebraica. Non si tratta solo di Israele e o del sionismo, ma dell'amalgama complesso e devastante formato da entrambi. A meno di interrogarci sull'esperienza ebraica, siamo destinati a sprecare il nostro tempo continuando a impiegare una terminologia ottocentesca irrilevante e arcaica che non ha niente a che fare con il conflitto.

Se saremo abbastanza coraggiosi da esplorare la questione ebraica e l'identità ebraica potremo essere in grado di capire che l'apartheid israeliano non è solo dovuto a circostanze politiche ma è di fatto l'esito naturale di una filosofia tribale orientata etnicamente. Il muro israeliano non è una misura politica ma piuttosto la manifestazione di un atteggiamento razzista esclusivo che sta alla base del concetto ebraico di segregazione. Quando saremo in grado di affrontare la questione ebraica esaminando le differenze tra israeliani e sionisti della Diaspora potremo capire anche perché il senatore Obama è corso alla conferenza dell'AIPAC tre ore dopo essersi assicurato la candidatura per il Partito Democratico. La serie di promesse fatte da Obama, Clinton e McCain all'AIPAC pochi giorni fa è un riflesso concreto dell'esperienza ebraica contemporanea. I senatori offrono ai lobbisti ebrei americani proprio quello che vogliono. A spese dei palestinesi, degli iracheni, dei siriani, degli iraniani e di miliardi di musulmani, i politici americani promettono apertamente che l'America continuerà a essere favorevole a Israele. A quanto pare l'America preferisce assecondare la sua piccola minoranza ebraica invece di essere un credibile mediatore internazionale e un vero negoziatore.

Tenendo conto dei crimini commessi dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico, credo che abbiamo il pieno diritto di mettere in dubbio la filosofia e la prassi dell'esperienza ebraica. Non dobbiamo farci intimidire dagli attivisti etnici ebrei e dalle campagne di diffamazione sioniste.

Visto che gli ebrei non costituiscono una razza ma soccombono ampiamente a diverse forme di politica collettiva ed etnicamente orientata, non dovremmo temere di toccare questo argomento. Una volta dato per scontato che gli ebrei non costituiscono una razza, lo studio dell'identità e della politica ebraica non è né razzismo né essenzialismo. Al contrario, è una lettura critica dell'ideologia razzista e della sua inerente supremazia.

Quelli di noi che considerano Israele e il sionismo un grave pericolo per la pace mondiale devono insistere in questo studio. Invece di concentrarci separatamente sul sionismo o su Israele, dobbiamo apprendere l'amalgama unico e complesso formato da entrambi. Questo composto dialettico plasma la nozione contemporanea di esperienza ebraica. Il sionismo in sé non è altro che un diversivo che serve ad attirare la nostra attenzione e a distrarci. Sembra proprio che i nostri attacchi contro il sionismo non abbiano alcun effetto su Israele, la sua politica e la sua gente. Al massimo disturbano alcuni ebrei sionisti.

Se lo studio dell'esperienza ebraica può aiutarci a salvare le vite di milioni di palestinesi, di iracheni, di siriani e di iraniani, è anche nell'interesse collettivo ebraico comprendere la vera natura dell'esperienza e della politica ebraica. In fin dei conti è la politica ebraica (più che la religione) quello che potrebbe demonizzare l'intera collettività degli ebrei per il prossimo millennio. È nell'interesse della collettività ebraica arrestare la bestia politica prima che sia troppo tardi.

Lo devo ai miei fratelli e alle mie sorelle palestinesi, lo devo a me stesso, lo devo a Yann e a Mai: voglio essere sicuro che quando verrà il momento, per loro, di protestare contro la mia “esperienza anti-ebraica”, sarò abbastanza intelligente da discuterne con loro in maniera aperta e ponderata.

Note

[1] http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html

[2] Secondo il Dr. Israel Shahak, nel suo libro Jewish History, Jewish Religion, questa pratica ha radici antiche ed è diventata sempre più diffusa: disonorare i simboli religiosi cristiani è un antico dettame religioso dell'Ebraismo. Sputare sulla croce, in particolare sul Crocifisso, e sputare quando un ebreo passa accanto a una chiesa, sono obbligatori per gli ebrei devoti fin dal 200 d.C. circa. In passato, quando il pericolo dell'ostilità anti-semita era concreto, i rabbini raccomandavano agli ebrei devoti di sputare in modo che non ne fosse chiaro il motivo o di sputarsi sul petto, non direttamente sulla croce o apertamente davanti a una chiesa.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/06/10/the-jewish-experience-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 10 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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