martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7111&lg=it

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martedì, ottobre 21, 2008

Ideologia e politica: il discorso di Medvedev a Evian

[Breve analisi di Laughland sul discorso di Evian di Medvedev (che effettivamente a Ovest è quasi passato sotto silenzio e contiene elementi molto importanti: appena ho tempo lo traduco)]

Ideologia e politica

di John Laughland

Il discorso del Presidente Dmitrij Medvedev al forum politico di Evian, l'8 ottobre, è stato accolto con un silenzio pressoché totale dai commentatori europei. In quel discorso Medvedev proponeva la creazione di una struttura di sicurezza pan-europea che comprenda l'attuale organizzazione euro-atlantica, la NATO.

La ragione dell'assenza di reazioni potrebbe essere che l'attenzione era tutta rivolta alla crisi finanziaria mondiale. Forse il silenzio si spiega anche con il fatto che i politici e i commentatori occidentali non sapevano che dire.

Su un livello, il discorso può essere visto nel contesto della lunga continuità storica che caratterizza la politica estera russa, in quanto rinnova il pluridecennale desiderio di Mosca di essere ufficialmente ammessa negli affari mondiali, dalla firma degli accordi di Helsinki nel 1975 da parte di Brežnev all'appello di Gorbačëv per una “Casa europea comune” durante gli anni Ottanta. La Russia è un membro entusiasta delle Nazioni Unite fin dalla creazione dell'Organizzazione nel 1945, e dunque è naturale che Medvedev inviti al rispetto e al rafforzamento di quella istituzione.

A un livello più profondo, tuttavia, il discorso esprime una frustrazione nei confronti della politica occidentale che al momento è particolarmente sentita, e per ben noti motivi. Contiene una battuta eccellente, “La sovietologia, come la paranoia, è una malattia pericolosa” (e le decisioni politiche dell'Occidente in rapporto alla Russia risentono di entrambe), ma anche un riferimento a qualcosa che perfino il presidente russo potrebbe sottovalutare.

Medvedev ha espresso rammarico per il fatto che in passato si sia persa un'occasione per “de-ideologizzare le relazioni internazionali”. Si riferiva al modo in cui gli Stati Uniti hanno respinto la proposta russa di contribuire alla guerra contro il terrorismo. Ha proposto un nuovo modo per giungere allo stesso risultato, e cioè un nuovo patto europeo per la sicurezza basato sul rispetto reciproco dei diritti degli stati. Il problema di Medvedev è che de-ideologizzare le relazioni internazionali è esattamente quello che la maggioranza dei politici occidentali è assolutamente decisa a evitare.

Naturalmente la politica estera americana è dominata dall'ideologia, quella del neo-conservatorismo. È uno strano ibrido di nazionalismo militarista e millenarismo da Chiesa Bassa vecchio stampo, con una buona dose di fantasie neo-trozkiste sulla rivoluzione democratica mondiale. Di fatto, è esattamente questo il motivo per cui la politica estera statunitense è così pericolosa: l'ideologia distrugge la politica perché incoraggia i capi a pensare di essere i portatori di un'idea universale, non i rappresentanti di uno stato con interessi particolari e circoscritti. Quest'ultima concezione presuppone che anche gli altri stati abbiano legittimi interessi che possono bilanciarsi con i propri nel dare e avere della negoziazione internazionale. Invece le idee universali non tollerano alcun dissenso, e gli stati che non le condividono sono considerati non solo nemici da sconfiggere ma perfino una minaccia all'umanità che va completamente distrutta.

Tuttavia lo stesso vale anche per quei leader europei che Medvedev ha evidentemente cercato di corteggiare. L'esistenza stessa dell'Unione Europea è fondata sull'ideologia, sulla concezione che le asperità della “vecchia politica” possano essere superate grazie a una nuova e più morbida “ideologia europea”, e che i ristretti interessi nazionali possano essere superati e trasfigurati in interessi universali nella post-moderna, post-nazionale e apolitica struttura europea. La sola cosa in grado di provocare sussulti di ostilità e paura in ogni politico europeo è un qualsiasi accenno all'idea di equilibrio del potere: in Europa potere è una parolaccia perché i capi europei, come gli americani, vedono con ipocrisia se stessi impegnati a perseguire l'ideologia, non la politica.

L'atteggiamento mentale dei leader politici russi non potrebbe essere più diverso. Se l'esperienza comunista ha insegnato qualcosa agli uomini di Mosca, è che l'ideologia è fatale sia alla politica interna che alle relazioni internazionali. Sanno che l'ideologia del socialismo e della lotta di classe internazionale ha messo la Russia in ginocchio. Nel 2007 Vladimir Putin ha attaccato Lenin proprio per aver distrutto la Russia anteponendo a tutto l'ideologia della rivoluzione mondiale. I capi russi post-sovietici hanno imparato che la politica è meglio, molto meglio, dell'ideologia.

Poiché la fiducia nell'ideologia dei politici americani ed europei è incrollabile, essi manifestano un odio per la politica nel vero senso della parola. E dunque odiano la Russia. Come Marx ed Engels consideravano la Russia cristiana una minaccia alla loro ideologia, i leader dell'Unione Europea comprendono che la Russia di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev si comporta politicamente, non ideologicamente. Inoltre, visto che la Russia è sì indiscutibilmente uno stato europeo ma anche un'entità fisicamente troppo grande e potente per essere “integrata” nell'Unione Europea o nella NATO (parola che esprime appieno l'ottusa abolizione di tutte le differenze nazionali all'interno di una sola anonima euro-tecnocrazia), i politici europei le si scagliano contro per frustrazione perché la sua stessa esistenza minaccia le loro più profonde convinzioni sul mondo.

Dunque quando Dmitrij Medvedev dice di volere una de-ideologizzazione delle relazioni internazionali chiede qualcosa a cui i politici occidentali (soprattutto europei) non hanno mai pensato, o alla quale reagiscono con rabbia. De-ideologizzare le relazioni internazionali vorrebbe dire abbandonare l'ideologia europea. Significherebbe reintrodurre la politica, l'arte delicata di riconciliare quelli che vengono riconosciuti come legittimi interessi nazionali in competizione. L'Unione Europea, basata com'è sulla negazione ideologica della nozione stessa di stato-nazione (e perfino di nazione), ha trascorso gli ultimi cinquant'anni cercando di fare il contrario. Finché Mosca non capirà appieno questo e la strana mentalità dei leader europei, i suoi tentativi di superarli saranno condannati a fallire.

Fonte: RIA Novosti

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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lunedì, ottobre 20, 2008

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica: il Turkmenistan

[A quanto pare il defunto presidente Niyazov non faceva lo spaccone quando disse prima di morire che il suo paese avrebbe potuto esportare 150 miliardi di metri cubi di gas all'anno per 250 anni. I risultati preliminari dell'audit sulla consistenza dei giacimenti di gas naturale turkmeni hanno riazzerato ogni calcolo sulla sicurezza energetica: la Russia potrebbe aver fatto un errore di calcolo "di proporzioni himalayane", gli Stati Uniti rientrare in gara, il progetto Nabucco resuscitare. Dimentichiamo qualcun altro? Ah, già, la Cina.
Ecco la fondamentale analisi proposta con la solita eleganza da M. K. Bhadrakumar].

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica


di M. K. Bhadrakumar

Il Turkmenistan sa meglio di qualsiasi altro paese che i predatori faranno di tutto per portargli via i suoi ambiti possedimenti. Ben cinque popoli conquistatori – gli sciti, i parti, gli eftaliti, gli unni e i turkmeni – lo invasero in successione per trovare nel deserto del Kara-Kum l'oasi di “Akhal” ai piedi della catena montuosa del Kopet Dag, nel sud del paese, e devastarono tutto ciò che incontrarono sul loro cammino finché non riuscirono a portarsi via i preziosi cavalli Akhal-Teke come bottino di guerra.

L'antica razza di cavalli Akhal-Teke, che risale al 2400 a.C., era molto apprezzata per la sua eleganza, forza, vitalità e bellezza. Pare che Alessandro Magno si fosse portato via centinaia di questi cavalli come ambiti trofei durante la sua campagna nell'Asia Centrale.

Dunque la memoria collettiva del Turkmenistan lunedì si sarà risvegliata alla notizia che i giacimenti di Yoloten-Osman potrebbero essere al quarto o quinto posto al mondo per grandezza.

La società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (GCA), annunciando ad Ashgabat i primi risultati dell'audit sui giacimenti di gas turkmeni, ha detto che secondo la sua valutazione basata sul sistema di classificazione internazionale i giacimenti potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi a ben 14000 miliardi di metri cubi di gas.

Questo catapulta Yoloten-Osman, nel sud-est del paese, nella condizione di maggiore giacimento di gas del Turkmenistan, sorpassando perfino il favoloso Dowalatabad, le cui riserve supererà di almeno cinque volte. Va ricordato che molti altri giacimenti turkmeni devono ancora essere completamente esplorati, e che la GCA ha reso pubblici solo i primi risultati.

È indubbio che il Turkmenistan stia colmando il divario con la Russia e l'Iran, finora al primo e al secondo posto per grandezza di giacimenti rispettivamente con 48.000 miliardi e 26.000 miliardi di metri cubi. Se verranno confermati i risultati della GCA, il Turkmenistan avrà riserve inferiori solo del 20% a quelle della Russia e potrebbe superare l'Iran.

Sembra proprio che il defunto presidente del Turkmenistan Saparmurat Niyazov sia ora vendicato. Poco prima di morire, nel dicembre del 2006, Niyazov disse che il Turkmenistan possedeva riserve che lo avrebbero messo in grado di esportare 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per i prossimi 250 anni. Il mondo, compreso il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier allora in visita ufficiale, non prese sul serio le parole di Niyazov.

A marzo il successore di Niazyov, Gurbanguly Berdimukhamedov, ha commissionato un audit alla GCA per fare chiarezza sulla controversa affermazione. Con britannico understatement, il dirigente della GCA Jim Gillet ha detto ad Ashgabat: “Date le enormi riserve di gas, è ora evidente che – qualsiasi sia il risultato della perizia finale – posso confermare che il gas è più che sufficiente per permettere al Turkmenistan di soddisfare i suoi impegni contrattuali”. Il Turkmenistan ha contratti per fornire circa 50 bcm all'anno alla Russia, 40 bcm alla Cina e 8 bcm all'Iran.

Senza dubbio questo riazzera i calcoli sulla sicurezza energetica. Il 13 ottobre sarà ricordato come una data epocale nella corsa all'energia del Caspio. Come i timidi cavalli Akhal-Teke, il Turkmenistan si porta in testa catturando l'attenzione del mondo, soprattutto dei principali scommettitori: i russi, gli europei, i cinesi e gli onnipresenti americani. Per questi giocatori navigati si tratterà anche – per usare un'espressione francese del gergo delle scommesse – di un pari-mutuel, una scommessa di gruppo in cui ciascuno scommette contro gli altri.

Il Turkmenistan è sicuramente un partner vitale per Russia per le forniture di gas. I due paesi hanno un accordo sui prezzi del gas e il volume delle forniture per il 2007-2009. Ashgabat è andata richiedendo alla Russia prezzi sempre più alti. Lo scorso anno il prezzo è stato aumentato da 65 a 100 dollari per 1000 metri cubi. Poi è stato ulteriormente alzato a 130 dollari nel gennaio-giugno 2008 e a 150 nella seconda metà del 2008.

Ashgabat ha giocato con la pazienza del colosso energetico russo Gazprom e con il suo disperato bisogno del gas turkmeno per soddisfare gli obblighi contrattuali con il mercato europeo, attualmente responsabile del 70% dei proventi totali della compagnia russa. Gazprom vende quasi due terzi della produzione annua di gas della Russia (che ammonta a 550 bcm) sul mercato domestico in rapida crescita, e questo la costringe ad assicurarsi le forniture turkmene per soddisfare gli impegni presi con gli europei.

Il quotidiano russo Kommersant' mercoledì ha fatto un riferimento apparentemente innocuo citando una fonte di Gazprom secondo la quale il famoso accordo del 25 luglio tra il monopolio russo e Turkmengaz non comprende Yoloten-Osman. Sembra, in altre parole, che la Russia si sia ingannata immaginando che l'accordo del 25 luglio affidasse a Gazprom tutte le esportazioni turkmene: indubbiamente un errore di valutazione di proporzioni himalayane.

Si può supporre che per la Russia il gioco adesso riparta da zero. Innanzitutto, non è più la superpotenza nel mondo del gas naturale che era considerata fino allo scorso fine settimana. Il Turkmenistan è anch'esso, incontestabilmente, una superpotenza caratterizzata da una forza muscolare comparabile a quella della Russia.

Inoltre la Russia dovrà scendere a patti con un mondo “multipolare” di paesi produttori di gas. Deve rivedere la propria strategia di consolidamento di un mercato del gas mondiale. La prospettiva di un cartello del gas – un'OPEC del gas – che sembrava doversi concretizzare da un momento all'altro, ora si allontana. Teheran ne sarà scontenta, ma le capitali europee tireranno un sospiro di sollievo.

Ma soprattutto la Russia dovrà lavorare per rivedere i legami con i suoi partner centro-asiatici. Il Turkmenistan era un anello di importanza vitale nella catena dei principali paesi centro-asiatici produttori di gas (gli altri erano l'Uzbekistan e il Kazakhstan). Lo scorso anno la Russia ha fatto progetti – che coinvolgevano il Kazakistan e il Turkmenistan – per un gasdotto lungo la costa orientale del Mar Caspio che trasportasse le esportazioni turkmene. A settembre, durante la visita a Tashkent del Primo Ministro russo Vladimir Putin, l'Uzbekistan ha acconsentito al piano russo di espandere il sistema di gasdotti centro-asiatico sempre per gestire le esportazioni turkmene.

Queste iniziative si basavano sul presupposto che la Russia dovesse attrezzarsi per gestire tutte le esportazioni di gas turkmeno. Durante l'anno passato, la Russia ha ottenuto i diritti sulle esportazioni di gas del Turkmenistan, del Kazakistan e dell'Uzbekistan grazie alla proposta di comprare a “prezzi europei”. Tutta l'economia e la logistica dei complessi intrecci della diplomazia del gas russa in Asia Centrale vanno ora aggiornate: e anche rapidamente, dato che adesso i rivali della Russia conoscono ormai le sue tattiche e la sua etica del lavoro, e dunque non c'è più l'effetto sorpresa.

La preoccupazione immediata della Russia riguarderà il progetto del gasdotto Nabucco avanzato dall'Unione Europea e sostenuto dagli Stati Uniti come progetto energetico che ridurrebbe in qualche misura la dipendenza dell'Europa dalle forniture russe. Nabucco prevede che il gas del Caspio venga portato sui mercati europei attraverso uno snodo in Turchia che aggirerebbe il territorio russo. L'efficacia di Nabucco dipende dall'accesso alle riserve di gas turkmene (o iraniane).

Con l'annuncio fatto dalla GCA lunedì, si è fatta chiarezza almeno su un aspetto: il Turkmenistan è effettivamente in grado di affidare a Nabucco tutto il gas di cui ha bisogno. La notizia giunge in un momento delicato per Mosca: il suo progetto rivale, South Stream, che mira a legare ulteriormente il mercato europeo alle forniture russe, fatica a decollare.

Nabucco darà a South Stream del filo da torcere. Se si concretizzerà, sarà uno scacco anche per la portata più ampia della diplomazia russa, che negli ultimi due anni ha mirato a coltivare paesi del mercato europeo come l'Austria, l'Italia, la Grecia e gli stati balcanici e centro-europei. Gli Stati Uniti stanno già esercitando una pressione immensa sui paesi di transito di South Stream perché evitino di impegnarsi in una collaborazione energetica a lungo termine con la Russia.

Subito dopo viene la geopolitica. La Russia sperava di frenare l'espansione a est della NATO e i piani degli Stati Uniti di respingere la presenza russa nella regione del Mar Nero elaborando un sistema di dipendenza energetica con gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Mosca ha offerto recentemente un prestito di 4 miliardi all'Ucraina per costruire due centrali nucleari nella sua regione occidentale. E questo nonostante la posizione chiaramente pro-statunitense del Presidente ucraino Viktor Juščenko.

La strategia di Mosca stava funzionando bene. In una dichiarazione rivelatrice fatta martedì scorso durante una conferenza stampa con il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha praticamente riconosciuto l'efficacia della diplomazia russa in Europa. Ha detto infatti che se l'Unione Europea si sta orientando verso una ripresa dei negoziati con la Russia per un nuovo accordo di cooperazione perfino dopo il conflitto nel Caucaso, non è per fare un “regalo” alla Russia ma perché è nell'interesse dell'Europa. Ha detto che l'Unione Europea ha interessi economici e finanziari da salvaguardare e che ha bisogno di sviluppare forme di cooperazione con Mosca per il mantenimento della sicurezza energetica.

“Penso che sia negli interessi dell'Unione Europea mantenere il dialogo con la Russia per promuovere la stabilità in Europa”, ha sottolineato praticamente snobbando la dottrina statunitense di isolamento della Russia dopo la crisi nel Caucaso.

La diplomazia russa ha efficacemente usato l'energia come strumento di influenza politica e strategica non solo con i paesi europei ma anche con i partner della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Come minimo, con l'ascesa del Turkmenistan allo status di superpotenza energetica, la “correlazione di forze” all'interno della CSI subisce dei cambiamenti. Questo non vale solo per la Russia ma anche per gli altri paesi che si considerano protagonisti in Asia Centrale e nel Caspio – il Kazakistan, l'Uzbekistan e l'Azerbaigian (tutti loro hanno rapporti di cooperazione storicamente difficili con il Turkmenistan post-sovietico).

La Russia può anche contare su elementi di vantaggio. Ha un surplus di denaro liquido in un momento in cui il sistema bancario occidentale è al collasso. Gazprom può usare questa liquidità finanziaria per mettere fuori gioco le compagnie petrolifere occidentali che cercano i favori di Ashgabat. Un quotidiano finanziario russo ha riferito martedì che Putin sta fornendo 9 miliardi di dollari alle quattro maggiori compagnie russe del gas e del petrolio per “rifinanziare” il loro debito estero nel crollo del sistema bancario occidentale.

In precedenza il governo aveva annunciato tagli fiscali per 5,5 miliardi per le compagnie energetiche russe. Lo scorso mese le quattro maggiori compagnie petrolifere russe avevano scritto a Putin chiedendo un totale di 80 miliardi di dollari per pagare i loro debiti esteri e finanziare progetti strategici. Putin ha risposto venerdì dicendo che il governo avrebbe sborsato fino a 50 miliardi di dollari.

Quanti governi occidentali possono eguagliare questa Russia che nella fase attuale di crisi del credito fornisce alle sue compagnie petrolifere finanziamenti attingendo ai propri fondi sovrani? Ashgabat dovrà tenere conto di questa dura realtà quando si troverà a soppesare i pro e i contro delle offerte di Gazprom e delle compagnie occidentali.

C'è anche un potente fattore psicologico. Nell'ambiente delle scommesse succede sempre che quando si sta essenzialmente scommettendo contro tutti gli altri le proprie possibilità di vincere dipendano dalla capacità di prendere una decisione più informata. In parole semplici, Mosca ha molte linee di comunicazione aperte con Ashgabat che risalgono all'epoca sovietica.

Tuttavia gli ultimi sviluppi forniscono agli Stati Uniti una finestra di possibilità per ritornare in gara, dopo essere stati ripetutamente messi fuori gioco dalla Russia nella regione caspica. Chiaramente ora non manca una base di risorse se Washington intende premere per la realizzazione di gasdotti trans-caspici.

Il governo turkmeno ha annunciato la scorsa settimana che intende accrescere le sue esportazioni di gas a 125 bcm l'anno entro il 2015. Dal punto di vista statunitense, quell'obiettivo sembra abbastanza ragionevole per dare un'energica spinta a Nabucco nel breve periodo, anche se ci vorrà del tempo perché si possa esportare il gas di Yoloten.

Gli Stati Uniti tenteranno l'approccio per conto delle compagnie occidentali mettendo a disposizione le proprie competenze. Il campo è ormai libero. Washington non batte più sul tasto dei diritti umani in Turkmenistan, né fa appello ai governi occidentali perché convincano Ashgabat ad attuale fondamentali riforme democratiche. Per citare un commentatore americano, “Quest'anno è apparso chiaro che nelle discussioni con il governo turkmeno il bisogno di forniture energetiche ha spinto in secondo piano le preoccupazioni per i diritti umani”.

Un tale pragmatismo non è una novità nella diplomazia statunitense, e Ashgabat ne terrà conto. Di certo il grafico delle aspettative statunitensi si sta impennando. Washington avrebbe voluto essere informata in anticipo dell'audit della GCA. Come ha scritto un esperto statunitense, “Le implicazioni dei risultati dell'audit [della GCA] sono importantissime per la sicurezza europea e transatlantica... Brussels e Washington possono incoraggiare le compagnie occidentali a partecipare allo sviluppo di South Yoloten-Osman, Yaslar e altri giacimenti turkmeni con gasdotti diretti verso l'Europa attraverso l'Azerbiagian. Ciò controbilancerebbe in misura significativa il dominio di Gazprom sui mercati europei”.

Riconosceva tuttavia che “D'altro canto il Cremlino cercherà indubbiamente una via d'accesso privilegiato per Gazprom alle risorse turkmene appena accertate, agendo preventivamente contro l'Occidente. Mettendo insieme quelle nuove risorse (oltre alle importazioni già assicurate) con i propri volumi, Gazprom potenzierebbe il suo dominio in Europa a livelli inespugnabili per molto tempo”.

C'è un eccesso di iperbole in queste aspettative. L'essenza della questione è che gli esperti statunitensi non tengono conto di un potente outsider. È eccessivamente presuntuoso inscenare la battaglia in termini così netti di Russia contro Occidente. C'è un altro importante attore che osserva i favolosi giacimenti turkmeni da est: la Cina.

Gli esperti statunitensi e i veterani della Guerra fredda sono ossessionati dalla necessità di combattere contro la Russia sulle spiagge del Mar Caspio, sulle montagne del Caucaso e nelle steppe dell'Asia Centrale. Ma stanno sottovalutando le potenzialità della Cina come mercato per il gas turkmeno e come concorrente per paesi europei.

Ashgabat è già impegnata a fornire fino a 40 bcm di gas l'anno alla Cina attraverso un gasdotto da 2,6 miliardi di dollari tra l'Asia Centrale e la Cina e finanziato da quest'ultima. PetroChina (un'affiliata della Corporazione Petrolifera Nazionale Cinese) e la China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC, Compagnia Nazionale Cinese per l' Esplorazione e lo Sviluppo del Gas e del Petrolio) si spartiscono a metà i costi del progetto e hanno formato a questo scopo la Trans-Asia Gas Pipeline Company Ltd.

Va notato che la Cina sta collaborando con compagnie locali in Kazakistan e Uzbekistan per la costruzione del gasdotto, esperienza del tutto nuova e interessante per i paesi centro-asiatici.

La Cina è arrivata tardi al Turkmenistan ma ha già raggiunto l'Occidente ed è seconda solo alla Russia. Al tempo della firma dell'accordo sino-turkmeno del luglio 2007 per la fornitura di gas turkmeno, gli analisti hanno l'intesa considerandola un tipico espediente di Ashgabat per spuntare prezzi migliori con le compagnie russe e occidentali. Non si sono resi conto che la Cina faceva sul serio.

La CNOGEDC non è certo l'ultima arrivata: la sua competenza nell'esplorazione di gas e petrolio è ben nota in diversi mercati, non solo nel Caspio (Kazakistan e Azerbaigian) ma anche in Indonesia, Algeria, Oman, Niger, Ciad, Ecuador, Perù, Venezuela e Canada.

La Cina ha in mano molte carte vincenti. Innanzitutto è un mercato “vergine” con un forte impulso a espandersi. Pechino progetta di aumentare la sua percentuale di consumo di gas naturale rispetto all'energia totale di 2,5 punti per arrivare al 5,3% nel 2010. È un dato ancora di molto inferiore alla media mondiale del 25% e indicativo delle potenzialità della Cina come mercato. In secondo luogo la Cina non è oppressa da un ingombrante bagaglio imperiale, diversamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Non è normativa. Non promuove “rivoluzioni colorate”. La Cina non si mette a dare lezioni sul libero mercato o sui diritti umani. I paesi dell'Asia Centrale si sentono estremamente a loro agio con questo atteggiamento.

In terzo luogo, la Cina ha una strategia di gioco. Non sarà avara come le compagnie occidentali. La cooperazione energetica farà invariabilmente parte di un'ampia spinta cinese verso la cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa. Dunque la Cina non esiterà a offrire aiuti sostanziosi al Turkmenistan. In quarto luogo, la Cina non competerà apertamente, ma molto probabilmente collaborerà con la Russia a progetti di sviluppo per incrementare la produzione del gas turkmeno.

Invece i veterani americani della Guerra Fredda immaginano le compagnie occidentali come cavalieri solitari nella steppa centro-asiatica. Di fatto, la diplomazia energetica europea nel Caspio soffre quasi fatalmente dello spirito di rivalità con la Russia alimentato da Washington. Ogniqualvolta le compagnie petrolifere tedesche, italiane e francesi si sono liberate dalla tutela statunitense e hanno cominciato a collaborare con la Russia se la sono cavata molto meglio. La diplomazia energetica della Cina nell'Asia Centrale e nel Caspio può servire da modello alle compagnie europee.

Naturalmente sarà interessante vedere come la Cina imparerà dalla propria storia. Nel 101 a.C. L'imperatore Han Wu-Ti si innamorò degli Akhal-Teke, che definì “cavalli celesti”. Voleva comprare uno stallone come modello per una statua d'oro da esporre nel suo palazzo, ma i turkmeni per qualche oscura ragione respinsero la sua richiesta. Wu-Ti si vendicò mandando un esercito di 80.000 uomini negli inospitali deserti turkmeni dove gli Akhal-Teke vivevano allo stato brado. I cinesi si impadronirono semplicemente di 30 purosangue e 3000 mezzosangue e fecero ritorno da Wu-Ti.

Certo, la Cina era incantata dall'Akhal-Teke. Tu Fu, un poeta cinese dell'VIII secolo scrisse:

Tra le razze nomadi il cavallo di Ferghana è rinomato.
Corpo snello come punta di lancia;
Due orecchie aguzze come punte di bambù;
Quattro zoccoli leggeri come il vento.
Galoppando per gli spazi infiniti,
Affidagli tranquillo la tua vita.

Però oggi è improbabile che la Cina possa fare quello che venne naturale a Wu-Ti. Anche se Ashgabat dovesse dire alla Cina che non può concederle la produzione totale dei giacimenti di Yoloten-Osman, difficilmente Pechino protesterà. Si accontenterà di spartire la produzione con i suoi amici in Russia o a Occidente, se questo è ciò che Ashgabat vuole.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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giovedì, settembre 18, 2008

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

[Articolo sufficientemente documentato da risultare affidabile e credibile. Lo raccomando per la ricostruzione che fornisce e per capire quali concrete valutazioni stiano nascoste dietro le dichiarazioni retoriche di Europa e Stati Uniti].

L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano

Der Spiegel (Ralf Beste, Uwe Klussmann, Cordula Meyer, Christian Neef, Matthias Scheep, Hans-Jürgen Schlamp, Holger Stark)

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Hillary Clinton ha l'aria stanca. È martedì della scorsa settimana e siede, esausta, al Senato degli Stati Uniti. Perfino i suoi abiti, una giacca beige su una maglietta nera, appaiono sottotono.

Se n'è andato lo sfavillio della convention democratica di Denver, nella quale il partito ha candidato Barack Obama alle presidenziali, e se n'è andato anche il suo sogno presidenziale. Per Clinton è un ritorno alla normalità. La Commissione per i Servizi Armati del Senato discute il conflitto tra la Russia e il suo piccolo vicino, la Georgia.

È tardi, quando Clinton prende la parola. Perfino la sua voce suona stanca. Ma politicamente è ancora la vecchia Hillary, e va diritta al punto.

“Abbiamo incoraggiato i georgiani in qualche modo” a usare la forza militare?, chiede ai membri della commissione. L'amministrazione Bush ha davvero ammonito Mosca e la Georgia sulle conseguenze di una guerra? E com'è potuto essere che gli Stati Uniti siano stati colti di sorpresa dallo scoppio delle ostilità? Queste domande, dice Clinton, dovrebbero essere esaminate da una commissione statunitense, che dovrebbe in “primo luogo determinare i fatti reali”.

Anche se Clinton parla solo per pochi minuti, le sue parole ci dicono che negli Stati Uniti l'atteggiamento verso la Georgia sta cambiando.

Per gli americani questa guerra nel remoto Caucaso – laggiù nel Vecchio Mondo – non è forse stata altro che una lotta tra un paese gigantesco ed espansionista e una nazione piccola e democratica che stava cercando di soggiogare? E la Georgia non è stata attaccata semplicemente “perché vogliamo essere liberi”, come ripeteva quasi ogni ora davanti alle telecamere della CNN il presidente Mikhail Saakashvili?

“Oggi siamo tutti georgiani”, ha dichiarato il candidato repubblicano alla presidenza John McCain. L'editorialista neo-conservatore Robert Kagan ha paragonato l'azione russa all'invasione nazista dei Sudeti. E durante un incontro con il vice presidente degli Stati Uniti Richard Cheney a Saakashvili è stato assicurato il sostegno di Washington per il suo più fervido desiderio: l'ammissione nella NATO.

Ma ora, a cinque settimane dalla guerra nel Caucaso in America il vento ha cambiato direzione. Perfino Washington comincia a sospettare che Saakashvili, amico e alleato, abbia in effetti giocato d'azzardo, cioè abbia scatenato quella sanguinosa e breve guerra e poi vergognosamente mentito all'Occidente. “Le preoccupazioni che riguardano la Russia permangono”, dice Paul Sanders, esperto di Russia e direttore del conservatore Nixon Center di Washington. Le sue parole continuano a riflettere la valutazione occidentale secondo la quale la ritorsione militare russa contro la piccola Georgia sarebbe stata sproporzionata, Mosca avrebbe violato il diritto internazionale riconoscendo le repubbliche separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud e infine avrebbe usato la Georgia per sfoggiare la propria rinascita imperiale.

Ma poi Saunders precisa: “Un numero sempre maggiore di persone si rende conto che in questo conflitto ci sono due parti, e che la Georgia non è stata tanto una vittima, ma ha partecipato di sua volontà”. Anche alcuni membri dell'amministrazione presidenziale di George W. Bush stanno riconsiderando la propria posizione. La Georgia “ha mosso contro la capitale dell'Ossezia del Sud” dopo una serie di provocazioni, dice l'assistente segretario di stato per l'Europa e l'Eurasia Daniel Fried.

Tutto questo suggerisce forse che le dichiarazioni americane di solidarietà con Saakashvili erano premature quanto quelle europee? Il primo ministro britannico Gordon Brown ha chiesto una revisione “radicale” delle relazioni con Mosca, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt ha deprecato quella che ha definito una violazione del diritto internazionale e il cancelliere tedesco Angela Merkel ha promesso alla Georgia che prima o poi potrà “diventare membro della NATO, se lo vorrà”.

Ma il volume della retorica anti-Mosca si sta abbassando. La scorsa settimana il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha chiesto pubblicamente un chiarimento su chi sia responsabile della guerra nel Caucaso. “Abbiamo bisogno di maggiori informazioni su chi abbia quale parte di responsabilità per l'escalation militare e fino a che punto”, ha detto Steinmeier a un incontro degli ambasciatori tedeschi, più di 200, convenuti a Berlino. L'Unione Europea, ha affermato, deve ora “definire le nostre relazioni con le parti del conflitto nel medio e lungo termine”, ed è giunto il momento di ottenere informazioni concrete.

Chi ha attaccato per primo?

Molto dipende dal chiarimento di questa responsabilità. Dopo questa guerra l'Occidente deve chiedersi se voglia davvero accettare un paese come la Georgia nella NATO, soprattutto se ciò significa dover intervenire militarmente nel Caucaso nell'eventualità di un conflitto analogo. E quale genere di rapporto di collaborazione vorrà avere con la Russia, che per la prima volta è diventata insistente quanto gli Stati Uniti nel proteggere le proprie sfere di influenza?

Il tentativo di ricostruire la guerra dei cinque giorni continua a girare attorno a una domanda principale: chi ha cominciato per primo l'attacco militare? Le informazioni che giungono dalla NATO e dall'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) adesso forniscono un quadro diverso da quello emerso durante i primi giorni della battaglia per Tskhinvali, e stanno alimentando i dubbi dei politici europei.

Il governo georgiano continua a sostenere che la guerra è cominciata giovedì 7 agosto alle 23.30. Secondo questa versione, in quel momento ha ricevuto diversi rapporti dei servizi segreti secondo i quali circa 150 mezzi dell'esercito russo erano entrati in territorio georgiano, nella repubblica separatista dell'Ossezia del Sud, attraverso il tunnel di Roki, che passa sotto la principale catena montuosa caucasica. Il loro obiettivo, dicono i georgiani, era Tskhinvali, e alle 3 del mattino sono stati seguiti da altre colonne militari.

“Volevamo fermare le truppe russe prima che potessero raggiungere i villaggi georgiani”, ha dichiarato recentemente Saakashvili a Der Spiegel, spiegando gli ordini dati al suo esercito. “Quando i nostri carri armati si sono diretti a Tskhinvali i russi hanno bombardato la città. Sono stati loro, non noi, a distruggere la città”. Ma i rapporti dell'OSCE descrivono una situazione diversa in quelle ore critiche.

In Ossezia del Sud è presente una missione OSCE, che si è trovata tra i due fronti quando è scoppiata la guerra. Secondo il cosiddetto spot report, un rapporto immediato che gli ufficiali OSCE hanno compilato alle 11 dell'8 agosto (ora georgiana), “Poco prima della mezzanotte, il centro di Tskhinvali è stato sottoposto a fuoco d'artiglieria pesante, parte del quale presumibilmente veniva da sistemi di lancio posizionati all'esterno della zona del conflitto. La sede della missione a Tskhinvali è stata colpita, e i tre restanti membri del personale internazionale hanno cercato rifugio nel seminterrato”.

Gli spot report vengono regolarmente mandati alle sedi di Vienna dei 56 paesi membri dell'OSCE. Il rapporto dell'8 agosto si mantiene neutrale, visto che sia la Georgia che la Russia fanno parte dell'organizzazione: dunque le informazioni contenute sono inizialmente prive di giudizi di valore. Il rapporto si limita a identificare dove i russi abbiano violato lo spazio aereo georgiano o dove i georgiani abbiano occupato villaggi sudosseti, per esempio.

Come è stato appreso da Der Spiegel, la NATO a quel punto aveva già azzardato una conclusione ben più definitiva. Il suo International Military Staff (IMS), che svolge il lavoro preparatorio per il Comitato Militare, la più alta autorità militare dell'alleanza, ha rapidamente valutato il materiale a disposizione. Il Comitato Militare comprende ufficiali di tutti i 26 paesi membri.

L'8 agosto, a mezzogiorno, gli esperti della NATO non potevano già aver dedotto l'intera portata dell'avanzata russa, descritta in seguito da Saakashvili come un attacco mentre Mosca l'ha definita un'operazione per “assicurare la pace”. Tuttavia stavano già emettendo comunicazioni interne sul fatto che, alla luce degli attacchi iniziali russi con aerei militari e missili a breve raggio, non ci si poteva aspettare che Mosca rimanesse passiva.

La calcolata offensiva georgiana

Una cosa era già chiara agli ufficiali del quartier generale della NATO a Bruxelles: pensavano che i georgiani avessero scatenato il conflitto e che le loro azioni fossero più calcolate di una semplice autodifesa o di una reazione alla provocazione russa. Di fatto, gli ufficiali della NATO ritenevano che l'attacco georgiano fosse una calcolata offensiva contro le posizioni sudossete e consideravano le schermaglie dei giorni precedenti come eventi minori. Ancora più chiaramente, gli ufficiali della NATO pensavano, retrospettivamente, che in nessun modo queste schermaglie potessero essere viste come una giustificazione per i preparativi di guerra georgiani.

Gli esperti della NATO non hanno messo in dubbio l'affermazione dei georgiani che i russi li avessero provocati mandando le loro truppe attraverso il tunnel di Roki. Ma nella loro valutazione dei fatti predomina lo scetticismo sul fatto che queste fossero le vere ragioni delle azioni di Saakashvili.

I dati raccolti dai servizi segreti occidentali concordano con le valutazioni della NATO. Secondo queste informazioni, la mattina del 7 agosto i georgiani hanno ammassato circa 12.000 soldati al confine con l'Ossezia del Sud. Settantacinque carri armati e veicoli corazzati per il trasporto truppe – un terzo dell'arsenale militare georgiano – sono stati posizionati nei pressi di Gori. Il piano di Saakashvili, a quanto pare, era di avanzare verso il tunnel di Roki con un blitz di 15 ore e chiudere il collegamento tra le regioni del Caucaso settentrionale e meridionale, separando efficacemente l'Ossezia del Sud dalla Russia.

Alle 22.35 del 7 agosto, meno di un'ora prima che i carri armati russi entrassero nel tunnel di Roki, secondo Saakashvili, le forze georgiane hanno cominciato ad attaccare Tskhinvali con l'artiglieria. I georgiani hanno usato 27 sistemi lanciarazzi, cannoni da 152 millimetri e bombe a grappolo. L'assalto notturno è stato condotto da tre brigate.

I servizi segreti controllavano le richieste russe d'aiuto via radio. La 58ª Armata, parte della quale stazionava nell'Ossezia del Nord, non era apparentemente pronta a combattere, almeno non durante quella prima notte.

L'esercito georgiano, d'altra parte, consisteva soprattutto di gruppi di fanteria, che sono stati costretti a muoversi lungo le strade principali: si è presto impantanato e non è stato in grado di andare oltre Tskhinvali. I servizi occidentali hanno appreso che i georgiani avevano problemi “a maneggiare” le armi. Se ne è dedotto che i georgiani non combattevano bene.

I servizi segreti concludono che l'esercito russo non ha cominciato a sparare prima delle 7.30 dell'8 agosto, quando ha lanciato un missile balistico a corto raggio SS-21 sulla città di Borzhomi, a sud-ovest di Gori. Apparentemente il missile ha colpito postazioni militari. Gli aerei militari russi hanno cominciato ad attaccare l'esercito georgiano poco dopo. All'improvviso le onde radio si sono animate, così come l'esercito russo.

Le truppe russe provenienti dall'Ossezia del Nord non hanno cominciato a marciare attraverso il tunnel di Roki prima delle 11 circa. Questa sequenza temporale è ora vista come prova del fatto che quella di Mosca non è stata un'offensiva, ma una semplice reazione. In seguito sono stati spostati a sud altri SS-21. I russi hanno posizionato 5500 soldati a Gori e 7000 al confine tra la Georgia e l'altra regione separatista, l'Abkhazia.

In Europa si chiede un'indagine internazionale

Wolfgang Richter, colonnello dello Stato Maggiore della Germania e consigliere militare presso la missione OSCE tedesca, è un altro esperto della situazione. Richter, che in quei giorni si trovava a Tbilisi, conferma che già a luglio i georgiani avevano ammassato truppe al confine con l'Ossezia del Sud. In una seduta a porte chiuse svoltasi mercoledì scorso a Berlino, ha detto al ministro della Difesa Franz-Josef Jung e ai rappresentanti delle commissioni per gli esteri e la difesa del parlamento tedesco che i georgiani avevano, in una certa misura, “mentito” sui movimenti di truppe. Richter ha detto che non era riuscito a trovare alcuna prova delle affermazioni di Saakashvili secondo cui i russi avevano marciato nel tunnel di Roki prima che Tbilisi lanciasse l'attacco, ma che non poteva escluderle. Ad alcuni membri del parlamento è parso che le sue affermazioni assecondassero la versione russa. “Non ha lasciato spazio all'interpretazione”, ha concluso uno dei membri delle commissioni. “È chiaro che la responsabilità sta più dalla parte della Georgia che da quella della Russia”, ha aggiunto un altro membro.

Sulla base di questi rapporti, agli osservatori occidentali è apparso evidente chi avesse dato fuoco alla polveriera dell'Ossezia del Sud. Nell'infuriare della battaglia gli analisti, comprensibilmente, non hanno tenuto conto dei precedenti del conflitto, che comprendono anni di provocazioni russe nei confronti di Tbilisi.

Ma è giunto il momento che l'Unione Europea concentri l'attenzione sulle ragioni di questa guerra. Mosca è rimasta sconcertata e delusa dal rifiuto europeo di condannare l'attacco di Saakashvili contro Tskhinvali e dall'insistenza a incolpare la Russia. Gli europei, come ha lamentato un diplomatico del ministero degli Esteri russo, apparentemente non hanno il “coraggio di tener testa a Washington e ai suoi alleati a Tbilisi”.

Durante un incontro informale svoltosi un paio di settimane fa ad Avignone, nel sud della Francia, i ministri degli esteri europei hanno chiesto “un'indagine internazionale” sul conflitto. La logica di questa decisione è che chiunque speri di fare da mediatore non debba peccare di parzialità nel valutare ciò che è accaduto nel Caucaso. Pare che perfino i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Svezia, Stati baltici e altri paesi dell'Europa Orientale si siano detti d'accordo. Prima dell'incontro di Avignone erano stati fautori della linea dura con Mosca e di una maggiore solidarietà con Tbilisi, malgrado i fatti parlassero chiaro.

I 27 ministri degli esteri prevedono di adottare all'inizio di questa settimana una risoluzione formale per chiedere un'indagine internazionale. Ma rimane del tutto senza risposta la questione di chi debba ricevere questo delicato incarico: le Nazioni Unite, l'OSCE, organizzazioni non governative, accademici, o un insieme di tutti questi gruppi? Una cosa sola è chiara: l'Unione Europea non intende accollarsi la questione. Gli europei temono che non farebbe che allargare il divario tra i fautori della linea dura e coloro che sono favorevoli a una cauta riconciliazione con Mosca.

Saakashvili, il collerico presidente georgiano, segue questo cambiamento di prospettiva dell'Occidente con crescente disagio. Ribadisce la propria versione tutti i giorni alla televisione, una società internazionale di pubbliche relazioni inonda costantemente i media occidentali di materiale attentamente selezionato e Tbilisi sta già portando il proprio caso al Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra dell'Aia, accusando i russi di “pulizia etnica”.

Ma Saakashvili non si fida più così tanto del sostegno dei suoi alleati. Prima della visita a Tbilisi del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, questa settimana, Saakashvili ha chiesto all'alleanza occidentale di mostrare la propria determinazione, osservando che un'esibizione di debolezza nei confronti di Mosca avrebbe portato a “una storia infinita di aggressioni russe”.

Saakashvili è già politicamente morto?

Il presidente georgiano deve anche subire pressioni all'interno del suo paese, giacché il fronte unanime che si era creato durante l'invasione russa si sta sbriciolando. Chi soleva criticare il “regime autoritario” di Saakashvili si sta facendo nuovamente sentire. Già nel dicembre 2007 Georgy Khaindrava, ex ministro per la risoluzione dei conflitti destituito nel 2006, aveva raccontato a Der Spiegel che Saakashvili e i suoi sono persone “per le quali il potere è tutto”. Poche settimane prima Saakashvili aveva spiegato a Tbilisi i corpi speciali per reprimere le proteste dell'opposizione e aveva dichiarato lo stato d'emergenza. Allora Khaindrava si era detto preoccupato che Saakashvili potesse presto cercare di ridare lustro alla propria immagine indebolita con una “piccola guerra vittoriosa”: quella contro l'Ossezia del Sud.

Già nel maggio 2006 l'ex ministro degli Esteri Salomé Surabishvili aveva espresso allarme per le intenzioni di Saakashvili. L'“enorme potenziamento militare” da lui intrapreso era “senza senso”, disse Surabishvili, aggiungendo che faceva pensare che intendesse risolvere militarmente i conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud.

La scorsa settimana i capi dei due maggiori partiti politici georgiani hanno chiesto le dimissioni di Saakashvili e la formazione di un “governo né pro-russo né pro-americano, ma pro-georgiano”. A Mosca l'ex vice ministro degli Interni georgiano Temur Khachishzili, che ha scontato anni di carcere per aver attentato alla vita del predecessore di Saakashvili, Eduard Shevardnadze, sta raccogliendo supporto per un cambio di regime in Georgia tra il milione e più di georgiani che vivono sul suolo russo.

Siamo già alla morte politica di Saakashvili, che solo cinque settimane fa si era conquistato la simpatia dell'Occidente come vittima dell'invasione russa? Lo scorso finesettimana il presidente georgiano ha ricevuto un aiuto inaspettato da Krasnaja Zvezda, giornale pubblicato dal ministero della Difesa russo. Il giornale ha pubblicato alcune dichiarazioni, finora smentite da Mosca, di un ufficiale della 58ª Armata. Ironicamente, l'ufficiale metteva in dubbio le conclusioni dei servizi occidentali e della NATO che i reparti dell'esercito russo non avessero raggiunto Tskhinvali prima del 9 agosto.

Su Krasnaja Zvezda il capitano Denis Sidristij, comandante di una compagnia del 135° reggimento di fanteria motorizzato, descrive come lui e il suo reparto si trovassero già nel tunnel di Roki, diretti a Tskhinvali, la notte precedente l'8 agosto. L'invasione di Mosca è forse cominciata prima di quando dicono i russi?

La scorsa settimana gli inquirenti moscoviti hanno anche ammesso per la prima volta che il numero delle vittime civili dell'assalto georgiano contro Tskhinvali non era 2000, come hanno affermato ripetutamente le autorità russe, ma 134.

Interrogato a proposito delle affermazioni su Krasnaja Zvezda, un portavoce del ministero della Difesa russo ha detto a Der Spiegel che erano il risultato di un errore tecnico. Inoltre, ha detto il portavoce, l'ufficiale in questione era rimasto ferito e dunque “non riusciva più a ricordare con chiarezza la situazione”.

Lo scorso venerdì il capitano Sidristij, da allora decorato dal ministero della Difesa russo, ha avuto una seconda possibilità di descrivere la sua versione dei fatti alla Krasnaja Zvezda. Il suo reparto, ha detto nella versione riveduta, si era diretto a Tskhinvali un po' più tardi di quello che aveva detto al giornale la prima volta.

Sembra che per quanto riguarda la breve guerra del Caucaso sia ancora difficile separare la verità dalle bugie.

Fonte: http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,578273,00.html

Articolo originale pubblicato il 15 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e fonte.

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Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

[Il punto di vista russo, chiaro chiaro, pulito pulito]

Conseguenze a breve termine del conflitto in Ossezia del Sud

di Fëdor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, per RIA Novosti

È troppo presto per stabilire le conseguenze a lungo termine del conflitto russo-georgiano per l'Ossezia del Sud dell'agosto 2008.

Il conflitto ha rivelato le contraddizioni, lo scontento e le tensioni interne accumulatesi fin dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Come ha detto il presidente Dmitrij Medvedev, ha messo fine alle residue illusioni sull'affidabilità del sistema di sicurezza internazionale.

Dunque quali conclusioni provvisorie possiamo trarne?

Innanzitutto il conflitto ha rivelato una drammatica differenza di percezione che è ben più profonda delle differenze sperimentate in passato tra Russia e Occidente.

Per la prima volta dopo svariati anni i russi si sono mostrati praticamente unanimi nella valutazione del conflitto. Non solo la guida politica del paese ma anche una considerevole maggioranza di russi vedono le azioni della leadership e dell'esercito russi come obbligate (non avevano altra scelta che reagire) e pienamente giustificate dal punto di vista politico, morale e legale.

Per questo l'opinione pubblica russa è stata autenticamente sconvolta dalla reazione dell'Occidente, e in particolare dal suo sostegno unanime al presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che aveva violato tutte le norme del comportamento civile. In Russia sia i politici che le persone normali vedono tutto ciò non solo come l'ennesimo esempio della politica dei due pesi e delle due misure, che è tratto caratteristico piuttosto comune, ma come una prova di sfrontato cinismo che oltrepassa i limiti della normale pratica politica.

In secondo luogo, il conflitto ha incoraggiato dei cambiamenti nella concezione della politica estera russa. Malgrado le crescenti tensioni nelle relazioni con l'Occidente, l'obiettivo strategico del presidente Vladimir Putin era sempre stato coerente: integrare la Russia nel sistema economico e politico internazionale. Le condizioni per questa integrazione mutavano continuamente, e le richieste del paese crescevano, ma nessuno ha mai cancellato questo impegno.

Le “cooperazioni strategiche” che si sono moltiplicate negli ultimi 15 anni stanno ora lasciando il posto all'indipendenza strategica. L'obiettivo non è più l'integrazione: il consolidamento delle sfere di influenza per rafforzare la posizione del paese come “polo indipendente” nel mondo multipolare è stato formulato più chiaramente e nettamente che mai.

Questa formula non è anti-occidentale, e tuttavia la Russia non è più concentrata solo sull'Occidente. La Russia considererà attentamente tutte le mosse future per capire quale influenza potranno avere sulle relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti.

In terzo luogo, il conflitto ha dimostrato che la Russia non possiede alleati affidabili. Mosca dovrebbe ora formulare nuovi principi di base per le relazioni con i paesi sul cui sostegno potrebbe dover contare. Lo sviluppo di alleanze durature è stato complicato da fattori oggettivi, come gli interessi divergenti di quasi tutti i paesi. La Russia può tentare di plasmare queste alleanze, ma avrà probabilmente più successo se formerà “coalizioni contingenti” per affrontare i diversi compiti che man mano emergeranno. Questa formula si adatta meglio al mondo multipolare.

In quarto luogo la Russia ha dimostrato, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, di essere sia pronta che disposta a usare la forza miliare al di fuori del territorio nazionale per proteggere i propri interessi. I paesi vicini dovranno ora pensare a come garantire la propria sicurezza, con la Russia o contro di essa. Nello spazio post-sovietico sta cominciando una grande partita, e la Russia non mette in conto di perderla. La polarizzazione delle relazioni internazionali ha reso meno affidabili i legami multivettoriali che finora sono stati al centro della politica dei paesi della CSI.

Quinto, la decisa reazione della Russia all'attacco contro l'Ossezia del Sud ha dimostrato che la strategia occidentale di graduale assorbimento del patrimonio geopolitico dell'Unione Sovietica non è più praticabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovranno scegliere tra una linea inflessibile di contenimento delle rinate ambizioni di Mosca e il tentativo di bilanciare i loro interessi con quelli della Russia riconoscendo il suo diritto a una posizione autonoma nella sua sfera di influenza.

La risposta degli Stati Uniti a questo dilemma può essere diversa da quella dell'Europa. Teoricamente la comunità internazionale potrebbe perfino prendere in considerazione un nuovo sistema di sicurezza che coinvolga la Russia, esattamente come ha proposto Medvedev a Berlino nel giugno 2008. Tuttavia, a giudicare dalla reazione occidentale, è improbabile.

Sesto, è emerso un problema concettuale nelle relazioni con gli Stati Uniti, una superpotenza con ambizioni globali. Un leader mondiale non può avere interessi secondari; non può sacrificare niente né scambiare alcuni interessi con altri, perché il cedimento in una sfera potrebbe causare un effetto domino. In altre parole, dovrà costringere altri paesi a inchinarsi alla sua volontà.

Il tentativo di rafforzare la sua leadership attraverso dimostrazioni di forza militare e l'intenzione di proteggere tutte le sue potenziali sfere di influenza (nel mondo) può portare a una rapida esasperazione delle tensioni.

Settimo, il vecchio sistema istituzionale si disintegrerà nei prossimi anni, causando forti traumi a tutte le parti coinvolte. Il compito della diplomazia internazionale è prevenire un'altra guerra di grandi proporzioni. Esercitare pressioni su altri paesi per conseguire i propri interessi è una scorciatoia verso il disastro mondiale, e i politici di tutto il mondo devono tenerne conto.

Fnte: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 16 settembre 2008

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venerdì, agosto 29, 2008

Conti, siloviki e oligarchi: la Russia teme il suggerimento di Rivkin?

Il fatto è noto: sul Washington Post tre giorni fa è uscito un articolo di David Rivkin, ex consigliere di Bush padre, che suggeriva agli Stati Uniti e all'Unione Europea di colpire la Russia attraverso i suoi portafogli. In particolare, cominciando a indagare sui conti e sugli investimenti all'estero dei russi ricchi, di tutti quegli ex siloviki del KGB e di magnati amici del Cremlino che hanno finanziato l'ascesa di Putin. I soldi di questi oligarchi si trovano nel sistema finanziario occidentale e molte delle loro imprese non sono esattamente impeccabili, dice Rivkin, il che li rende dei bersagli perfetti.

Dunque, paura per la Russia? È così?
Innanzitutto attenzione alla mitologia dell'oligarca russo: una cosa sono questi ex-siloviki di cui spesso si favoleggia anche a sproposito, altra le élite finanziarie che investono in Europa. Altra ancora, infine, le élite del potere russo che hanno conti in Svizzera difficilmente insidiabili.

I commenti russi per ora dicono abbastanza unanimemente: niente paura.
Per cominciare, citerei tra le fonti russe il commento di Konstantin Šurov su KM.ru, che innanzitutto ricorda come proprio britannici e americani abbiano collaborato attivamente ai diffusi imbrogli che caratterizzarono gli anni delle privatizzazioni selvagge sotto El'cin e alla fuga di capitali all'estero in conti offshore. Secondo Šurov le indagini sui conti russi porteranno a scarsi risultati.
Per quanto riguarda le eventuali azioni di disturbo nei confronti dell'élite finanziaria russa (che effettivamente possiede case e ville sulla Costa Azzurra, a Londra, a Miami e via dicendo), Šurov cita a memoria un discorso che Putin fece qualche anno fa a questi oligarchi: cari ragazzi, smettetela di esportare i capitali perché se lì sorgono problemi non potremo fare niente per togliervi dai guai. Insomma, fece loro capire che poteva essere un viaggio sola andata.
E per quanto riguarda i timori di un congelamento dei conti, Šurov conclude: "Ma per favore. Non c'è niente da temere. La Russia è cambiata, sono arrivati troppo tardi. Presto cercheranno di spaventarci ricordandoci che per le importazioni di prodotti alimentari e tessili dipendiamo da loro. Ma anche qui, per favore. La Russia può investire i suoi soldi nel mercato interno, e cominciare ad aumentare la produzione".

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Andrej Garmatnyj su from.ua.com commenta che nella strategia esposta da Rivkin non c'è niente di sorprendente. A Mosca non l'avevano messa in conto? Sicuramente sì. E i soldi non stanno nei fondi fiduciari americani, ma in Svizzera dove è praticamente impossibile raggiungerli. Anche avendo a disposizione informazioni dettagliate sui conti di Putin e Medvedev, l'Occidente non potrebbe farci niente. In Svizzera stanno al sicuro i soldi di molti governanti e dittatori del XX secolo, da Salazar a Ceausescu, toccarli non è possibile. All'Occidente dunque non resta altro che continuare a minacciare la Russia a vuoto.

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Il direttore scientifico dell'Istituto per i problemi della globalizzazione Michail Deljagin ritiene che in una certa qual misura l'iniziativa dell'Occidente potrebbe essere perfino utile per la Russia: la verifica dei conti all'estero e in zone offshore, se sarà diretta non contro normali imprenditori ma contro i corrotti, può essere solo positiva, ha dichiarato Deljagin a Novye Izvestija. "Se lo farà, l'Occidente lotterà al nostro posto contro la corruzione". Ma l'Occidente deve scegliere con cura cosa sottoporre a verifica: "Le conseguenze dei controlli possono colpire anche persone innocenti. Nel 1998, al tempo dei fatti della Bank of New York perché un conto venisse congelato bastava che il possessore avesse un cognome russo. Abbiamo oligarchi corrotti, ma ce ne sono anche di onesti".
Il direttore del Centro di ricerca sulla società post-industriale Vladislav Inozemcev ritiene che siano tecnicamente improponibili i controlli sui singoli conti: più realistico sarebbe congelare alcuni contratti con le compagnie di stato russe, soprattutto nel settore dell'energia: "Non si parla qui di interruzione delle forniture, ma per esempio di progetti futuri che faciliteranno alla Russia la distribuzione di petrolio e gas in Europa: il gasdotto settentrionale, South Stream, l'acquisizione di reti di distribuzione di gas in Europa; queste misure sono perlomeno tecnicamente fattibili. Riguarderanno 5-6 imprese, una decina di progetti. Ma controllare ogni singola compagnia che ha acquisito qualcosa in Canada o negli Stati Uniti solo per quello che le autorità russe stanno facendo a livello di politica estera è una cosa che esce dal senso delle proporzioni. Sarebbe una dimostrazione di impotenza, di isteria da parte dell'Occidente".
Secondo Deljagin il volume degli investimenti russi all'estero è di centinaia di miliardi di dollari, e con questi soldi l'Occidente deve fare molta attenzione: "Anche gli Stati Uniti potrebbero subire delle perdite: adesso i soldi dei nostri oligarchi sono impiegati da loro, e possono cominciare invece a essere impiegati in Russia o in un altro paese. Gli attivi possono tornare in patria, andare in Europa, in Cina, negli Emirati Arabi, dov'è più comodo. E invece dei nostri oligarchi dovrebbero leggere quell'articolo proprio gli americani, per cominciare a riflettere sul da farsi", sottolinea l'economista russo.
Questi pareri sono riassunti qui.

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La Russia dal 2003 fa parte della Financial Action Task Force, un organismo intergovernativo creato nel 1989 per combattere il riciclaggio di denaro sporco e i finanziamenti al terrorismo.
Questo il parere del deputato della Duma di Stato Viktor Pochmelkin, che si rammarica che le relazioni diplomatiche abbiano preso questa strada: questi propositi "vanno contro le regole internazionali. La verifica dei conti e il loro congelamento possono avere luogo solo se i capitali sono stati ottenuti in modo illegale, e se questi sospetti sono fondati. Se i soldi sono stati ottenuti in modo legale, qual è la condotta che deve tenere lo stato presso il quale sono depositati? In America il diritto alla proprietà privata sta al di sopra di tutto. E adesso cosa si suggerisce, forse un esproprio anarchico? Comunque penso che questo appello degli americani non verrà preso sul serio. Certo, dall'amministrazione americana ci si può aspettare di tutto...
Di fatto il nostro paese ha firmato una convenzione per combattere il riciclaggio di denaro sporco. Gli organi competenti lavorano in questa direzione. Tanto più che tutti gli investimenti dubbi nelle società occidentali vengono fatti sotto falsi nomi e non in America ma in Europa dove ci si accorda più facilmente con le autorità locali. Bisogna inoltre tenere conto del fatto che negli Stati Uniti la legislazione finanziaria è già molto severa: le somme ingenti vengono già sottoposte ad attenti controlli".

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mercoledì, agosto 27, 2008

Alcune opinioni russe sulle conseguenze del riconoscimento

Expert Online fa una rassegna di opinioni di politici, esperti e diplomatici russi sul riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, sulle conseguenze sui rapporti con paesi lontani e vicini e sul futuro delle repubbliche appena riconosciute dalla Russia. Le riassumo:

Aleksej Ostrovskij, capo della commissione per i rapporti con la CSI della Duma: con la decisione presa da Medvedev non cambierà praticamente nulla, tutte le tensioni con i paesi europei e con l'America resteranno tali e quali almeno fino al 5 novembre, data delle elezoni negli Stati Uniti. Va ricordato che i partner occidentali sono interessati alla Russia più di quanto lo sia la Russia a loro. Dunque se ci dovrà essere una totale rottura della cooperazione con la NATO e con il WTO a perderci saranno soprattutto Unione Europea e Stati Uniti. Secondo Ostrovskij è giunto il momento in cui la Russia può difendere i suoi interessi nazionali senza guardare ai "cosiddetti partner". Ritiene inoltre che per i due nuovi stati il riconoscimento arriverà non solo dai paesi che sono in buoni rapporti con la Russia (Bielorussia, Moldavia, Venezuela, Cuba) ma anche da molti altri stati. Questo, però, dopo il 5 novembre.

Alekrandr Rahr, direttore del programma Russia/Eurasia del consiglio tedesco per la politica estera: a Occidente non ci si aspettava il riconoscimento dell'indipendenza. A Occidente si vede ancora la Russia con gli occhi degli anni Novanta, e si pensava che non avrebbe oltrepassato la "linea rossa". Dunque l'Occidente interpreterà questa decisione della Federazione Russa come un tentativo di ristabilire un impero. Per questo la reazione della NATO sarà particolarmente dura. Secondo Rahr la NATO adotterà la posizione degli Stati baltici e della Polonia, che ha sempre gridato istericamente al neoimperialismo russo. Il pericolo è che l'America e le altre potenze occidentali facciano di tutto per isolare la Russia. Per esempio minacceranno di sanzioni tutti i paesi che intendono appoggiare l'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. L'Occidente userà tutti questi ricatti.
Se la NATO dovesse fare troppe pressioni la Russia potrebbe rispondere: oggi le sue potenzialità sono ben diverse da quelle di dieci anni fa. Mosca potebber ricordare all'Occidente che su alcuni problemi mondiali - come la Corea del Nord e l'Iran - c'è bisogno anche della sua collaborazione. Rahr ritiene che non ci sarà un conflitto, anche se la situazione è tesa.
La Russia ricorrerà ora all'appoggio dei paesi islamici, giocando la carta anti-israeliana (Saakashvili ha detto che il suo ministro della difesa è cittadino israeliano, Israele ha fornito armi alla Georgia). Per quanto riguarda le reazioni dei paesi Occidentali, senza ulteriori provocazioni la situazione potrebbe calmarsi. A questo proposito Rahr cita l'esempio della Repubblica di Cipro del Nord: la Turchia ha riconosciuto la sua indipendenza e non per questo è stata cacciata dalla NATO. Anzi, entrerà nell'Unione Europea.
Per quanto concerne le prospettive di sviluppo tra Federazione Russa e Georgia, Rahr dubita che Saakashvili tenterà di riprendersi con la forza l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud. Però i rapporti continueranno a essere pessimi.

Aleksej Makarin, vice direttore del Centro di tecnologie politiche: quello che bisogna aspettarsi ora è l'ammissione di Ucraina e Georgia nel Membership Action Plan, il piano di pre-adesione alla NATO, al summit di dicembre. Poi possiamo prevedere tempi più brevi per l'ingresso vero e proprio: non 5-10 anni come si pensava prima ma molti di meno, soprattutto perché adesso i paesi che si erano dimostrati più moderati si stanno compattando con gli altri in uno sforzo dissuasivo nei confronti della Russia. In Georgia l'ingresso nel MAP sarà accolto con entusiasmo perché il filo-americanismo è sempre stato forte. In Ucraina potrebbe svolgersi un referendum ma anche lì ci si può attendere un consenso.
Gli altri paesi della CSI saranno cauti, sia nel riconoscimento dell'indipendenza sia nei confronti della Russia. Perfino la Bielorussia, prima di firmare il riconoscimento, potrebbe imporre delle condizioni come il congelamento dei prezzi del gas.
Un atteggiamento massimamente pragmatico caratterizzerà anche i paesi dell'America Latina.
Con gli Stati Uniti ci sarà un forte raffreddamento delle relazioni: una vera guerra no, ma una guerra fredda sarà inevitabile. Se la Russia non verrà espulsa dal G8 sarà progressivamente emarginata. A peggiorare le cose interverrà il summit della NATO di dicembre.

Konstantin Sivkov, primo vice presidente dell'Accademia dei problemi geopolitici: probabilmente presto avverrà una spaccatura in seno alla NATO. La vecchia Europa è legata più strettamente degli Stati Uniti alla Russia.
Se la Federazione Russa rompe i rapporti con la NATO il contingente NATO in Afghanistan avrà gravi problemi di rifornimento, tenuto conto che si sta prospettando una situazione difficile anche nel Pakistan post-Musharraf. La NATO può continuare a premere ai confini della Russia e la Russia di conseguenza dovrà rispondere. Ma con le forze armate attuali non può farlo: è necessaria una trasformazione economica interna, una nazionalizzazione nel campo delle materie prime e delle infrastrutture, e bisogna impedire che i proventi della vendita delle materie prime finiscano all'estero sui conti degli oligarchi.
Per quanto riguarda la Georgia, Sivkov prevede un'ondata di isteria e di dichiarazioni politico-diplomatiche da parte di Tbilisi, forse una rottura dei rapporti diplomatici. Ci sarà una seduta d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
I georgiani, secondo Sivkov, sanno benissimo chi ha perso la guerra; molti a Tbilisi cominceranno a pensare che sia stato lo stesso Saakashvili a spingere la Russia al riconoscimento.

Nikita Belych, capo del partito "Unione delle forze di destra": il riconoscimento non porterà niente di buono alla Russia. I due nuovi stati verranno probabilmente riconosciuti subito da Cuba e Venezuela e anche dalla Bielorussia. Però la Russia può mettersi il cuore in pace non solo sull'ingresso nella WTO ma anche sulla permanenza nel G8. Il rischio è quello di sanzioni anche socio-economiche. Bisogna poi aspettarsi che la Georgia (con l'Ucraina) entri nella NATO in tempi molto brevi.

Vladimir Stupišin, diplomatico, ex ambasciatore in Armenia (1992-94): nel rapporto Russia-NATO pesa il corridoio di rifornimento per il contingente in Afghanistan. La NATO ha avvicinato le proprie infrastrutture ai confini russi, ma è improbabile che riesca a posizionale elementi del sistema anti-missile in Turchia.
Non si prevede il rischio di sanzioni economiche: i paesi europei non possono fare a meno del gas e del petrolio russi. Altri commerci importanti non ce ne sono, e gli europei continueranno a comprare e vendere quello che già comprano e vendono. E adesso alla Russia non conviene nemmeno entrare nella WTO.
Per quanto riguarda la Georgia, Saakashvili è imprevedibile, può rompere le relazioni diplomatiche. Ma non gli conviene riprendere le armi, anche se da lui ci si può aspettare di tutto.

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Dall'intervista di Medvedev a TF1

[Lungo estratto dall'intervista a Medvedev di TF1 (ne ha rilasciate altre a BBC, CNN, Russia Today e Al Jazeera, traduco questa perché è la più sintetica e la Francia ha avuto un ruolo di "mediazione", per quanto poco chiaro; inoltre qui Medvedev lancia i soliti segnali agli europei)].

DOMANDA: Sei mesi fa l'America, la Francia e altri paesi europei hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Allora Vladimir Putin, vostro attuale primo ministro, disse che era un boomerang che "avrebbe potuto tornare indietro e colpirli in piena fronte". Che ne pensa, l'Abkhazia è quel boomerang?

D. MEDVEDEV: Se anche lo è, sarebbe meglio non fosse tornato indietro, ma ormai è successo, dobbiamo tutti convivere con questa realtà.

DOMANDA: Adesso sulla scena internazionale ci sono la guerra con la Georgia, le tensioni con la NATO e relazioni instabili con alcuni paesi europei. Come vede il futuro? È una frattura nel partenariato strategico con i paesi europei, con tutto il mondo e, forse, una nuova "guerra fredda"?

D. MEDVEDEV: Non vorrei nessuna "guerra fredda". Ha portato solo problemi all'umanità. Per questo faremo tutto ciò che dipende da noi. In questa situazione la palla passa agli europei: se vogliono un raffreddamento dei rapporti ovviamente lo otterrano. Ma se vogliono conservare le relazioni strategiche - e questo a mio parere è assolutamente negli interessi della Russia e dell'Europa – andrà tutto bene.

DOMANDA: Ma gli europei la vedono così: in Ossezia del Sud parlano russo, spendono rubli russi e molti cittadini hanno il passaporto russo. Questo non è riconoscere l'indipendenza di un altro paese, questo significa disintegrazione e discordia con la Georgia e forse in futuro assorbimento nella Federazione Russa. È un ritorno della Russia ai modi imperiali, un ritorno all'impero?

D. MEDVEDEV: Gli imperi normalmente non ritornano, e rimpiangere il passato imperiale è un gravissimo errore. Nello stesso tempo è naturale che non possiamo non pensare a quei cittadini che possiedono il passaporto russo e che vivono nelle regioni limitrofe. E tutte le decisioni che abbiamo preso erano volte a ottenere un solo risultato: che potessero vivere umanamente, che potessero realizzare quel diritto che spetta loro secondo la Carta delle Nazioni Unite. Non sono riusciti a convivere con la Georgia. Un tempo anche lo stato russo era composto separatamente da osseti, abkhazi e georgiani. Ma non sono riusciti ad andare d'accordo, e la colpa di ciò è tutta della Georgia.

DOMANDA: Signor presidente, due settimane fa ha concordato con il signor Sarkozy che avreste ritirato le truppe dalla Georgia. Tuttavia a oggi sono ancora presenti soldati russi e si trova sotto il vostro controllo il porto che rappresenta il cuore economico del paese. Questo non corrisponde all'accordo che avete sottoscritto. Perché non rispettate le sue condizioni?

D. MEDVEDEV: Le rispettiamo al 100% e infatti i soldati russi non ci sono più, come avevamo detto nell'ultimo colloquio con il presidente Sarkozy. I soldati russi si trovano solo nella zona di sicurezza che è stata concordata nei sei punti dell'accordo. Per quanto riguarda il porto georgiano di Poti, non lo controlliamo né lo blocchiamo: sono sciocchezze.

DOMANDA: Ma il porto non figura nell'accordo?

D. MEDVEDEV: Ma noi non controlliamo il porto di Poti. Nel porto di Poti si scaricano merci, arrivano i cacciatopediniere americani, portano armi ai georgiani, è tutto a posto: fanno ciò che vogliono. Se ho capito bene, poche ore fa nel porto di Poti è arrivato il cacciatorpediniere McFaul. Il porto è vivo e vegeto.

DOMANDA: Pensa che dopo questa guerra la Georgia avrà diritto solo a una sovranità limitata?

D. MEDVEDEV: Penso che la Georgia debba essere uno stato normale, a pieno diritto. Per quanto riguarda la sua sovranità, ovviamente è una questione complessa determinata dalle sue relazioni con i paesi vicini. Ma naturalmente dopo quanto è accaduto la situazione è mutata, e per la Georgia in questo senso i tempi stanno cambiato. La Georgia, io credo, dovrebbe trarre delle conclusioni precise da quello che è successo: è una buona lezione su come costruire le relazioni con i paesi vicini e con i popoli che facevano parte della Georgia.

DOMANDA: Cosa intende dire, esattamente?

D. MEDVEDEV: Solo ciò che ho detto.

DOMANDA: Signor presidente, avete vinto la guerra con la Georgia e ci siete riusciti con relativa facilità, ma ogni medaglia ha due facce. Con questa mossa avete spaventato tutti i paesi vicini: per esempio la Polonia ha firmato l'accordo con gli Stati Uniti sullo scudo antimissile, l'Ucraina vuole entrare nella NATO, la Germania appoggia le operazioni militari in Georgia. Vi è costato caro, non pensa? E non dimentichi il crollo della borsa di Mosca.

D. MEDVEDEV: Comincio dall'ultima cosa. Certo, l'economia è una componente molto importante, ma il problema del mercato azionario non deriva solo dalle azioni militari ma anche dalle crisi del mercato globale, anche e soprattutto per le condizioni dell'economia americana. Per questo è meglio che lì si impegnino nel miglioramento del clima economico. Per quanto riguarda i nostri amici che si preoccupano, alcuni si sono preoccupati già molto tempo fa, e questo non ha niente a che fare con il conflitto, io credo che si tratti semplicemente di fantasmi storici.

Per quanto riguarda la situazione penso che si calmerà e spero che i nostri partner europei sappiano distinguere, come si suol dire, la pula dal grano, e che riusciamo a costruire rapporti normali e produttivi. E in questa medaglia non esistono due facce.

Fonte: Kremlin.ru (RUS)

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Link/Punto di non ritorno

[Dato l'affollarsi di eventi torniamo a tradurre e sintetizzare opinioni e commenti, occasionalmente riportando per intero gli articoli che ci sembrano più importanti o rappresentativi. Per comodità di lettura faremo post più brevi, ciascuno dedicato a uno o pochi link.
Cominciamo citando ampi estratti di un post di Eugene Ivanov che sintetizza bene alcuni punti fondamentali e tenta alcune risposte:]


Punto di non ritorno
, Ivanov Report.
"Il conflitto militare e politico nel Caucaso ha raggiunto un punto di non ritorno: Medvedev ha firmato i due decreti che riconoscono l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia.
Va ancora compreso appieno il significato di questo evento. È tuttavia già chiaro che la mossa russa è un punto di non ritorno nelle relazioni con i paesi vicini, l'Occidente e il resto del mondo.
[...]

Non è del tutto chiaro se la firma dei decreti sia stata la prima scelta di Medvedev. Molti esperti concordano sul fatto che il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, per quanto alla lunga inevitabile, non sarebbe dovuto giungere così presto: poteva servire come contropartita nei negoziati con l'Occidente.

Tuttavia non c'è dubbio che politicamente parlando Medvedev non avesse scelta. L'alternativa sarebbe stata l'isolamento interno, al quale la sua giovane presidenza non sarebbe sopravvissuta.

Sembrano esserci almeno due ragioni fondamentali per il tempestivo riconoscimento. Innanzitutto lo status indipendente delle due repubbliche - seguito da inevitabili trattati bilaterali con la Russia - permetterebbe quest'ultima di tenere lì le proprie truppe (cosa che vogliono sia russi che osseti e abkhazi e che una svolta imprevedibile degli eventi non garantirebbe).
In secondo luogo il costo della ricostruzione, dopo le distruzioni causate dall'esercito georgiano in Ossezia del Sud, ammonterebbe a 1 miliardo di dollari. Se i paesi europei stanno esprimendo la loro disponibilità a contribuire alla ricostruzione della Georgia, è implicitamente inteso che all'Ossezia del Sud penserà soltanto la Russia. Non sorprende che la Russia non intenda spendere quel denaro senza essere sicura che i frutti della sua generosità non finiranno prima o poi nelle mani dei georgiani.

La decisione di Medvedev è un intenzionale schiaffo all'amministrazione Bush: e non sorprende del tutto, dato il scarso entusiasmo di Medvedev per le relazioni con il presidente americano uscente. E la sua valutazione che i rapporti con il successore di Bush andranno comunque costruiti partendo da zero non è infondata.

Il futuro delle relazioni della Russia con l'Europa però è un'altra questione. Le reazioni iniziali delle capitali europee sono state prevedibilmente dure e la Russia ha ovviamente molto da perdere guastando i rapporti con i suoi importanti partner commerciali.
È però concepibile che quando si placherà la prima ondata di indignazione i leader europei riconosceranno che nella risoluzione del conflitto la Russia ha fatto tutto il lavoro pesante.
Non serve più discutere quale interpretazione del piano Sarkozy-Medvedev in sei punti sia quella corretta; quel piano è morto e defunto. Non c'è più motivo di considerare seriamente se la Georgia sia pronta a entrare nella NATO; con la sua integrità territoriale a pezzi l'ingresso nella NATO è ormai una barzelletta. Non serve più bisticciare per decidere quale paese europeo manderà peacekeeper in Ossezia del Sud e Abkhazia, e quanti uomini serviranno; ci penseranno le truppe russe.

Ah, sì, e poi c'è un accordo Russia-NATO sul corridoio di rifornimento per il contingente NATO in Afghanistan. L'accordo è ancora in piedi. Per ora.
Il Cremlino ci sta contando?"

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mercoledì, agosto 20, 2008

Partita a scacchi geopolitica

Partita a scacchi geopolitica: retroscena di una mini-guerra nel Caucaso

di Immanuel Wallerstein

In questo mese il mondo ha assistito a una mini-guerra nel Caucaso, e la retorica è stata appassionata anche se per lo più irrilevante. La geopolitica è una serie gigantesca di partite a scacchi tra due giocatori che tentano di acquisire una posizione di vantaggio. In queste partite è fondamentale conoscere le regole che governano le mosse. Al cavallo non è consentito muovere in diagonale.

Dal 1945 al 1989 la partita a scacchi principale è stata quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Era chiamata Guerra Fredda e le sue regole fondamentali si chiamavano metaforicamente "Yalta". La regola più importante riguardava una linea che divideva l'Europa in due zone di influenza. Fu chiamata da Winston Churchill "Cortina di Ferro" e andava da Stettino a Trieste. La regola era che, per quanto scompiglio creassero in Europa i pedoni, non doveva esserci uno scontro tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Alla fine di ciascuna crisi i pezzi dovevano tornare dove si trovavano all'inizio. Questa regola fu osservata meticolosamente fino al crollo del comunismo nel 1989, che fu segnato dalla demolizione del muro di Berlino.

È assolutamente vero, come qualcuno osservò all'epoca, che le regole di Yalta furono abrogate nel 1989 e che il gioco tra gli Stati Uniti e (dal 1991) la Russia era cambiato radicalmente. Il maggiore problema da allora è stato che gli Stati Uniti hanno frainteso le nuove regole del gioco. Si sono proclamati, e sono stati proclamati da molti altri, l'unica superpotenza. In termini di regole scacchistiche, ciò venne interpretato nel senso che gli Stati Uniti erano liberi di muoversi sulla scacchiera come meglio credevano, e in particolare di trasferire ex-pedoni dell'Unione Sovietica nella propria sfera di influenza. Con Clinton, e in modo ancora più spettacolare con George W. Bush, gli Stati Uniti hanno continuato a giocare così.

C'era solo un problema: gli Stati Uniti non erano la sola superpotenza; anzi, non c'era nemmeno più una superpotenza. La fine della Guerra Fredda trasformò gli Stati Uniti da una delle due superpotenze a uno stato forte nell'ambito di una distribuzione multilaterale del potere nel sistema interstatale. Molti grandi paesi adesso potevano giocare le loro partite a scacchi senza rendere conto delle proprie mosse a una delle due superpotenze di un tempo. E cominciarono a farlo.

Negli anni di Clinton vennero prese due importantissime decisioni geopolitiche. Innanzitutto gli Stati Uniti premettero, con maggiore o minore successo, per l'incorporazione nella NATO degli ex-satelliti sovietici. Questi paesi erano a loro volta desiderosi di aderire, anche se i paesi-chiave europei, la Germania e la Francia, erano piuttosto riluttanti a intraprendere questo cammino. Vedevano la manovra statunitense come un tentativo di limitare la loro neo-acquisita libertà d'azione geopolitica.

La seconda mossa cruciale degli Stati Uniti fu quella di diventare protagonisti attivi nei riallineamenti dei confini all'interno dell'ex-Repubblica Federale della Jugoslavia, e culminò nella decisione di sancire, e far rispettare con le loro truppe, la secessione di fatto del Kosovo dalla Serbia.

La Russia, perfino sotto El'cin, era molto scontenta di queste azioni degli Stati Uniti. Tuttavia il dissesto economico e politico negli anni el'ciniani era tale che al massimo la Russia poteva lamentarsi, e va aggiunto che a volte lo fece assai flebilmente.

L'ascesa al potere di George W. Bush e Vladimir Putin fu quasi simultanea. Bush decise di spingere le tattiche dell'unica superpotenza (gli Stati Uniti possono muovere i loro pezzi come vogliono) più in là di quanto avesse fatto Clinton. Come prima cosa, nel 2001 Bush si ritirò dal Trattato Anti-Missili Balistici firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1972. Poi annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato due nuovi trattati firmati negli anni di Clinton: il Trattato di bando complessivo dei test nucleari del 1996 e i cambiamenti concordati al trattato per la limitazione delle armi strategiche SALT II. Poi Bush ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero portato avanti il loro sistema nazionale di difesa anti-missile.

E naturalmente Bush nel 2003 ha invaso l'Iraq. In questo contesto gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto il diritto di sorvolo e di creare basi militari nelle repubbliche dell'Asia Centrale che prima facevano parte dell'Unione Sovietica. Inoltre gli Stati Uniti hanno promosso la costruzione di oleodotti e gasdotti in Asia Centrale e in Caucaso senza passare per la Russia. E infine gli Stati Uniti hanno stretto accordi con la Polonia e la Repubblica Ceca per installare elementi del sistema di difesa anti-missile, ufficialmente come difesa dai missili iraniani ma di fatto, secondo l'interpretazione della Russia, mirati alla Russia stessa.

Putin decise di rispondere ben più efficacemente di El'cin. Da giocatore prudente, però, come prima cosa pensò di rinforzare la propria base, potenziando l'autorità centrale e riorganizzando l'esercito russo. A questo punto cambiarono le tendenze dell'economia mondiale e la Russia divenne una potenza ricca che controllava non solo la produzione petrolifera ma anche quel gas naturale così necessario ai paesi dell'Europa Occidentale.

Fu allora che Putin cominciò ad agire. Strinse relazioni con la Cina. Mantenne stetti rapporti con l'Iran. Cominciò ad allontanare gli Stati Uniti dalle basi dell'Asia Centrale. E prese decisamente posizione sull'ulteriore allargamento della NATO a due zone-chiave: l'Ucraina e la Georgia.

Il crollo dell'Unione Sovietica aveva prodotto tendenze separatiste in molte ex-repubbliche, compresa la Georgia. Quando nel 1990 la Georgia tentò di porre fine allo statuto autonomo delle sue zone etnicamente non georgiane, queste si proclamarono subito indipendenti. Nessuno riconobbe questi stati, ma la Russia garantì la loro autonomia de facto.

Gli inneschi immediati dell'attuale mini-guerra nel Caucaso sono duplici. A febbraio il Kosovo ha trasformato formalmente la propria autonomia de facto in indipendenza de jure. La sua mossa è stata appoggiata e riconosciuta dagli Stati Uniti e da molti paesi dell'Europa Occidentale. La Russia allora ha lanciato un serio ammonimento: la logica di questa mossa si applicava anche ai separatisti de facto delle ex-repubbliche sovietiche. In Georgia la Russia è passata immediatamente, per la prima volta, a riconoscere l'indipendenza de jure dell'Ossezia del Sud come risposta diretta a quella del Kosovo [la Russia, pur appoggiando l'autonomia dell'Ossezia del Sud, non ha riconosciuto formalmente la sua indipendenza, N.d.T.].

Al vertice NATO che si è svolto lo scorso aprile gli Stati Uniti hanno proposto di accogliere Georgia e Ucraina nel cosiddetto Membership Action Plan, il programma di pre-adesione all'alleanza atlantica. La Germania, la Francia e il Regno Unito si sono tutti opposti a questa iniziativa, dicendo che avrebbe provocato la Russia.

Il neoliberista e decisamente filo-americano presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, era disperato. Vedeva svanire per sempre la possibilità di riaffermare l'autorità della Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Così ha scelto un momento di distrazione russa (Putin alle Olimpiadi, Medvedev in vacanza), per invadere l'Ossezia del Sud. Naturalmente le deboli forze militari ossete sono state travolte. Saakashvili pensava di riuscire a forzare la mano degli Stati Uniti (e di Germania e Francia).

Ha ricevuto invece l'immediata reazione militare della Russia, che ha travolto l'esercito georgiano, mentre da George W. Bush ha ricevuto solo vuota retorica. Del resto, cosa poteva fare Bush? Gli Stati Uniti non sono una superpotenza. I suoi eserciti sono bloccati in due guerre perdenti in Medio Oriente. E soprattutto gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno di loro. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha osservato acutamente in un editoriale sul Financial Times che la Russia è "un partner dell'Occidente per... Medio Oriente, Iran e Corea del Nord".

Per quanto riguarda l'Europa Occidentale, la Russia essenzialmente controlla le forniture di gas. Non è un caso che sia stato il presidente francese Sarkozy, e non Condoleezza Rice, a negoziare la tregua tra Georgia e Russia. La tregua conteneva due concessioni fondamentali da parte della Georgia. La Georgia si impegnava a non usare ulteriormente la forza in Ossezia del Sud e l'accordo non faceva menzione dell'integrità territoriale georgiana.

Dunque la Russia ne è uscita più forte di prima. Saakashvili ha scommesso tutto quello che aveva ed è adesso geopoliticamente un fallito. E per ironia della sorte la Georgia, uno degli ultimi alleati degli Stati Uniti nella coalizione in Iraq, ha ritirato tutto il suo contingente di 2000 uomini. Questi soldati svolgevano un ruolo cruciale nelle aree sciite, e dovranno ora essere sostituiti da truppe statunitensi, che a loro volta dovranno essere spostate da altre aree.

Quando in geopolitica si gioca a scacchi è meglio conoscere le regole, o si rischia di essere sconfitti dall'abilità altrui.

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Fonte: proposto dall'autore [Copyright by Immanuel Wallerstein, distributed by Agence Global. For rights and permissions, including translations and posting to non-commercial sites, and contact: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606. Permission is granted to download, forward electronically, or e-mail to others, provided the essay remains intact and the copyright note is displayed. To contact author, write: immanuel.wallerstein@yale.edu]

Articolo originale pubblicato il 15 agosto 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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domenica, agosto 10, 2008

Il conflitto in Georgia-Ossezia Meridionale: links

[Ovvero, quello che non riusciamo a tradurre ve lo segnaliamo con una descrizione più o meno sintetica, cercando di dare un'idea il più possibile ampia dei punti di vista (pare che la stampa nazionale non ne abbia molta voglia, mentre Andrea e la Miru sì: queste segnalazioni sono equamente suddivise tra noi due)]

Il capodanno del 2007

winthrop360 ha fatto una scoperta interessante: nel febbraio del 2006 il ministro della Difesa georgiano si impegnò a dimettersi se non fosse riuscito a riportare l'Ossezia del Sud sotto il controllo georgiano entro la fine dell'anno. Voleva festeggiare l'arrivo del 2007 a Tskhinvali, disse.
Si dimise a novembre accusando Saakashvili di corruzione, incompetenza e violazione dei diritti umani. Poi passò all'opposizione e adesso sta in Francia, che gli ha concesso l'asilo politico.
Nel settembre 2007 Okruashvili rivelò il suo piano per riprendersi l'Ossezia del Sud: "un'operazione su piccola scala che avrebbe causato solo numero minimo di vittime". Precisò che non avrebbe comportato uno scontro militare su vasta scala
"Lo sapevano solo quattro persone: io, Saakashvili, Merabishvili e Adeishvili" disse Okruashvili. Forse anche Giga Bokeria, ma non ne sono certo".
Link: Aggiornamento sulla guerra: presagi

L'azzardo
Anche Douglas Muir di Fistful of Euros propone la sua analisi (la definisce "dilettantesca e semi-informata", ma essendo stato in Caucaso fino allo scorso marzo ha una certa conoscenza dei fatti):
Chi ha cominciato? A quanto pare la Georgia. Provocazioni ci sono state da entrambe le parti, ma i georgiani hanno lanciato una pesante offensiva militare, e non sono cose che succedono per caso.
Perché? L'Ossezia Meridionale è sempre stata vulnerabile a un blitzkrieg: piccola, non molto popolosa (circa 70.000 persone) e circondata dalla Georgia su tre lati. Impervia e montuosa, ma non adatta a una difesa in profondità. C'è solo una città di dimensioni un po' più grandi (Tsikhinvali, la capitale) e solo una strada in discrete condizioni che collega la provincia alla Russia. Ecco il punto: una sola strada, e passa attraverso una galleria. Certo, ci sono un paio di strade sui passi, ma sono in condizioni terribili. Strategicamente l'Ossezia del Sud è appesa a un filo. Dunque la tentazione c'è sempre stata: un'offensiva rapida per catturare Tsikhinvali, far saltare o bloccare la galleria e chiudere la strada.
Ci sono riusciti? Presto per dirlo, ma le cose si sono messe male. I russi hanno reagito con rapidità ed energia inaspettate e hanno il controllo dello spazio aereo dell'Ossezia del Sud.
Perché adesso? Saakashvili è un nazionalista privo di una visione razionale delle dispute con la Russia, che considera un insulto al suo animo patriottico.
Ma soprattutto Saakashvili è un giocatore d'azzardo: manca di pazienza, anche se ha carisma e astuzia. Inoltre è alle prese con difficoltà politiche interne, abbastanza gravi da alzare il suo livello di frustrazione.
Saakashvili è uno stupido?
Sembra aver fatto qualche errore di calcolo. Potrebbe aver pensato che i russi non avrebbero combattuto, o l'avrebbero fatto male, e che non avessero veramente a cuore l'Ossezia, o non fossero in grado di reagire con prontezza. Questa ultima ipotesi non era poi così campata in aria. L'errore è stato contare sulla disorganizzazione dell'esercito russo per lanciare un'offensiva su vasta scala.
L'altro errore è stato credere che i russi fossero distratti: per le Olimpiadi, certo, ma soprattutto perché ad agosto si svuotano gli uffici governativi e il Parlamento, e anche perché le più alte autorità della difesa se ne vanno in vacanza.
E invece no: la reazione russa potrà essere stata un po' caotica, ma è stata fondamentalmente decisa e rapida.
Va poi notato che i servizi segreti russi hanno fatto di tutto per infiltrarsi in Georgia. Dunque è possibile che questa offensiva fosse compromessa fin dall'inizio.
Link: Ossezia del Sud, il dado è tratto

Rassegna della stampa angloamericana
Chris Floyd (decisamente anti-putiniano, se vogliamo semplificare) fa una rassegna della stampa angloamericana sottolineando che "a questo punto è chiaro che la Georgia ha rischiato enormemente attaccando l'Ossezia del Sud, sperando che dopo aver inflitto un rapido k.o. avrebbe goduto dell'appoggio degli amici di Washington". Citando un articolo di Associated Press, Floyd osserva un aspetto che finora è stato prevalentemente trascurato dai media:
Saakashvili ha ordinato il bombardamento della capitale Tskhinvali poche ore dopo aver dichiarato un presunto "cessate il fuoco", e le forze georgiane hanno preso di mira e ucciso diversi soldati della forza di pace russa. Ciò ha offerto al Cremlino il pretesto perfetto per mostrare i muscoli e assicurarsi un controllo ancora più saldo sulle regioni separatiste della Georgia.
Altro aspetto: la responsabilità dell'Occidente, con il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo, e il fatto spesso tralasciato che quasi tutti gli Osseti considerano la propria regione parte della Russia.
Tra l'altro anche Floyd cita Okruashvili (v. winthrop).
Link: Il surge del Cremlino

Lavrov parla inglese
"Adesso, vede, tutti dicono: dichiarate il cessate il fuoco. Il cessate il fuoco è stato dichiarato due giorni fa, per essere immediatamente violato dalle forze georgiane".
Video, BBC

Oil and CIA, again
Secondo l'ex ministro degli Esteri georgiano gli Stati Uniti potrebbero essere parzialmente responsabili per le violenze in Ossezia Meridionale.
"In Georgia ci sono molti americani, impegnati ad addestrare le forze armate georgiane e a monitorare la situazione. Da quanto ne so, sorvegliano anche il corridoio strategico costituito dall'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.
Lo scopo principale del conflitto è l'ulteriore orientamento strategico della Georgia e un'opportunità per l'Occidente, mi riferisco a Stati Uniti e Unione Europea, di contare sulla Georgia e il Caucaso per assicurarsi la fornitura strategica di petrolio".
Anche il Professor Gerhard Mangott, del Dipartimento di scienze politiche dell'Università di Innsbruck, sottolinea che l'intensificazione del conflitto in Ossezia non è nell'interesse della Russia.
Link da Russia Today

LA foto
Disclaimer grande come un condominio di epoca sovietica: prendete questa osservazione di Russia Inside Out con un grano di sale. Ci sembra in ogni caso giusto riportarla.
Mattina del 10 agosto (oggi): il sito BBC news titola Russia deaf to Western voices (La Russia è sorda alle voci dell'Occidente), e inserisce alcune foto Reuters che si riferirebbero ai presunti bombardamenti russi di edifici residenziali. Guardiamole:



Qui si vede il cadavere di un uomo con una camicia a scacchi. I medici reggono un altro corpo: questa persona dev'essere ancora viva perché si aggrappa al braccio della donna. Sulla destra, uomo in nero apparentemente non troppo scosso.



Qui si vede un uomo che piange con un cadavere tra le braccia che ha la stessa camicia a scacchi, gli stessi pantaloni e le stesse scarpe del cadavere della foto precedente. Si tratta dunque della stessa persona. Dunque l'uomo ha portato il cadavere da un'altra parte? L'autore del post ritiene che l'uomo che piange sia l'uomo in nero della fotografia precedente.



Ed eccolo di nuovo: questo è sicuramente l'uomo della foto precedente, più vestito di prima.
Si noti anche la generale assenza di azione attorno alle scene ritratte.

Invitiamo ancora una volta alla prudenza e a tutte le riserve del caso: comunque la foto di quest'uomo è LA foto del conflitto finora, dunque pare lecito sospettare che una qualche forma di manipolazione ci sia stata.

Link: La guerra dei media contro la Russia

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sabato, agosto 09, 2008

Georgia-Ossezia del Sud: Consigli di lettura

"L'emblema di questa tragedia, che è una nuova vergogna per l'Europa, è stato il fatto che Saakashvili ha annunciato l'attacco, dalla sua televisione, avendo dietro le spalle, ben visibile, la bandiera goergiana e quella blu a stelle gialle europea. Peggiore sfregio non poteva concepire, perchè la Georgia non è l'Europa, non ancora. E meno che mai dovrebbe esserlo dopo questo attacco che offende - o dovrebbe offendere - tutti coloro che credono nel diritto all'autodeterminazione dei popoli. Che è sacrosanto per chi se lo guadagna, molto meno con chi usa quella bandiera per vendere subito dopo l'indipendenza a chi l'ha sostenuta dietro le quinte.

Qual è la differenza con il Kosovo? Una sola: la Serbia era un prossimo suddito riottoso e doveva essere punita. La Georgia è invece un vassallo fedele e doveva essere premiata.

L'Ossezia del Sud questo diritto se lo è guadagnato. E non c'è spazio per alcun atteggiamento salomonico, perché la ragione sta tutta da una sola parte, e io sto da quella stessa parte".

Quella bandiera europea dietro le spalle del bandito, di Giulietto Chiesa.

[Grazie a Stefano per la segnalazione]

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sabato, agosto 02, 2008

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

Un trionfo per la Turchia e per i suoi alleati

di M. K. Bhadrakumar

Si suppone che gli israeliani sappiano qualcosa di più rispetto a noi dei loro impegnativi vicini. È assai probabile che i due delegati israeliani Shalom Turjeman e Yoram Turbowitz in partenza per Ankara sapessero che il governo turco non sarebbe crollato nelle successive 24 ore.

I due delegati del primo ministro (uscente) Ehud Olmert avevano il delicato compito di condurre il quarto ciclo di colloqui di pace con la Siria con la mediazione turca. La procedura dei dialoghi prevede che i rappresentanti turchi facciano la spola tra i diplomatici israeliani e siriani, senza un confronto diretto tra questi ultimi. Sembra che i turchi abbiano fatto un lavoro eccellente. Il 28 luglio l'ambasciatore della Siria negli Stati Uniti, Imad Mustafa, parlando a Washington ha detto: “Noi [Siria e Israele] desideriamo riconoscerci reciprocamente e porre fine allo stato di guerra”.

“Ci viene offerta un'occasione storica. Sediamoci allo stesso tavolo, facciamo la pace, mettiamo fine una volta per tutte allo stato di guerra”, ha aggiunto Imad riferendosi ai colloqui di pace mediati dalla Turchia. Chiaramente la stabilità politica non è più soltanto un problema nazionale per 80 milioni di Turchi, ma una questione di importanza vitale per la comunità internazionale. E il ruolo della Turchia nei colloqui di pace sirio-israeliani è solo la punta dell'iceberg. Nell'instabile situazione mediorientale, la Turchia ha anche facilitato i contatti tra il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Stephen Hadley e il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki. (I due avversari si sono recati di recente ad Ankara). La Turchia sta anche entrando nel progetto iracheno.

Inoltre l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si accinge ad espandersi verso le sponde settentrionali del Mar Nero. La nuova guerra fredda è dunque arrivata in Turchia. Mosca è decisa a non ripetere l'errore storico di spingere la Turchia nel campo della NATO come fece negli anni Cinquanta.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha in programma una visita in Turchia. Un analista di Mosca [Andrej Fedjašin per RIA Novosti, N.d.T.] ha osservato: "Atomstrojeksport [il monopolio russo costruttore di impianti nucleari] è pronto a fornire alla Turchia un progetto per la costruzione di una centrale nucleare meno costosa e più affidabile rispetto alle controparti americane. Questa centrale nucleare consentirà alla Turchia di consolidare la sua posizione nel mercato regionale dell'energia, soprattutto tenendo conto dei problemi dell'Iran in fatto di energia nucleare. È già da molto tempo che Mosca cerca di far capire ad Ankara che è meglio dare la precedenza ai propri interessi, soprattutto nel settore dell'industria energetica”. In altre parole, la Turchia sta ancora una volta entrando nel vortice della grande politica della forza dopo una pausa durata un decennio e mezzo.

Tenendo conto di tutti i fattori, forse non conosceremo mai l'entità del ruolo che Washington può avere svolto nel far sì che il governo guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan non rischiasse di crollare per una decisione della corte costituzionale turca nel processo per la messa al bando del partito di governo, il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), accusato di “attività anti-laiche”. Gli Stati Uniti conoscono infatti assai bene il logaritmo dei giochi di potere ad Ankara.

Ciò che sappiamo per certo è che il sistema giudiziario turco non è sordo alle correnti politiche. Di fatto, se nel suo verdetto del 30 luglio la corte avesse deciso di mettere al bando il partito e di dare un giro di vite all'attività politica di Erdogan, la Turchia sarebbe piombata in una gravissima crisi politica. Ed è altrettanto evidente che Washington accogli con sollievo la prospettiva che ad Ankara continui a governare l'AKP e che Erdogan resti al comando.

Il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti Sean McCormack ha detto: “la Turchia sta attraversando una situazione difficile e noi speriamo moltissimo che la decisione della corte contribuisca a ripristinare la stabilità politica... La corte ha espresso la sua opinione e noi continueremo a collaborare con questo governo. Ci stiamo lavorando molto bene”.

La realtà geopolitica, come ha sintetizzato recentemente Cengis Candar, uno dei maggiori commentatori politici turchi, è che “la capacità della Turchia di Erdogan di diventare un protagonista attivo ed efficace nelle questioni più importanti dell'agenda internazionale è [oggi] particolarmente importante per la politica interna turca”.

Tuttavia il verdetto del 30 luglio ha sorpreso molti. Ha giudicato l'AKP colpevole ma ne ha evitato la chiusura, così come ha evitato la messa al bando di Erdogan dalla politica attiva, come si sarebbero aspettati molti osservatori. Si è limitato a penalizzare il partito con una multa, privandolo dei finanziamenti statali per un valore corrispondente a circa 20 milioni di dollari.

L'AKP può sopravvivere alla perdita, grazie al facile accesso ad altre fonti di finanziamento. La questione cruciale era se Erdogan dovesse dimettersi. Per usare il linguaggio calcistico, potremmo dire che il carismatico leader turco ha preso un cartellino giallo, mentre molti speravano e si aspettavano che prendesse un cartellino rosso, com'era nella facoltà dell'arbitro.

Il cartellino giallo costringe Erdogan a tenere una condotta estremamente prudente fino alle prossime elezioni parlamentari del luglio 2011, dato che non può permettersi un altro scontro con la corte costituzionale. Almeno sette dei giudici della corte resteranno al loro posto nei prossimi cinque anni, il che significa che la configurazione politica e ideologica della corte rimarrà la stessa per tutto il restante mandato di Erdogan.

Il capo della corte costituzionale, Hasim Kilic, è stato esplicito sulla severità del segnale dato a Erdogan. “Questo verdetto è un serio monito. Spero che il partito [AKP] ne tragga le lezioni necessarie”, ha dichiarato alla stampa. Il nocciolo è che secondo 10 giudici su 11 della corte costituzionale l'AKP è un “centro di attività anti-laica”, anche se solo uno di loro ha votato per la chiusura del partito, mentre ce ne sarebbero voluti sette per rendere efficace un verdetto di messa al bando. Indubbiamente Erdogan se l'è cavata per un pelo.

La questione ora è quale lezione Erdogan abbia tratto da questo periodo di nervosissima attesa. Con un'osservazione atipica, il primo ministro ha ammesso di recente in un'intervista di aver commesso degli “errori”. Ed è certamente così. È evidente che la massiccia vittoria dell'AKP alle elezioni parlamentari del luglio 2007, dove ha ottenuto il 47% dei voti, ha avuto uno strano effetto su Erdogan.

Invece di essere il primo ministro di tutti i turchi, come aveva promesso nell'entusiasmo della vittoria, si è lasciato sempre più circondare da una piccola cricca di consiglieri; la sua naturale spavalderia si è trasformata in autoritarismo; ha spesso reagito aggressivamente alle critiche della stampa e dell'opinione pubblica; e infine, cosa fatale per un politico turco, a un certo momento dello scorso anno deve essersi convinto che il suo incarico di governo gli venisse dai due terzi di maggioranza del suo partito al parlamento, e questa è un'interpretazione un po' miope dell'ABC del sistema democratico turco.

Infine, con una scelta di tempi disperata e una fretta quasi incomprensibile, ha trasformato la questione del diritto delle donne turche osservanti di portare il velo in un caso epico di volontà politica, stringendo inoltre una dubbia alleanza temporanea con gli ultra-nazionalisti, che politicamente avevano ben poco da perdere. Ha poi offerto uno spettacolo incredibile: a soli sei mesi dalle elezioni ha cominciato a sperperare rapidamente la buona volontà dei settori “non islamisti” della società, che si stavano già gradualmente abituando a lui e soprattutto erano intenzionati a concedergli una tregua.

Il fatto è che questo non è solo un confitto kemalisti-musulmani, per citare il noto osservatore turco Mehmet Ali Birand, e non bisogna dimenticare che una parte dell'opinione pubblica turca è comprensibilmente molto preoccupata per questa situazione. E di certo c'è anche un aspetto economico, giacché il mondo degli affari e dell'industria della capitale si sente minacciato dalla marcia delle tigri dell'Anatolia da città interne come Kayseri o Malatya, che sono riserva di caccia dell'AKP.

Quando Erdogan si è messo contro le potenti istituzioni commerciali e industriali come l'Unione delle Camere e delle Borse Merci (TOBB) e l'Associazione degli Industriali e degli Imprenditori facendo arrestare il presidente della Camera di Commercio, Sinan Aygun, accusato di aver cospirato per rovesciare il governo, si è raggiunto il punto più basso. Si è capito così che Erdogan si stava inimicando troppe persone.

Il presidente della TOBB Rifat Hisarciklioglu ha osservato aspramente: "Quando andiamo a dormire non vogliamo doverci chiedere che Turchia troveremo al risveglio. Un rispettabilissimo membro della nostra comunità è stato sottoposto a un trattamento che ricorda l'epoca dei colpi di stato, e questo ci offende profondamente. Non lo approviamo”.

Paradossalmente, il principale svantaggio di Erdogan è che non si sente minacciato da un'opposizione politica credibile. I partiti politici turchi, di destra e di sinistra, godono di cattiva reputazione e scarsa credibilità per i loro infelici trascorsi di governo. La gente non ripone in essi alcuna fiducia. In queste circostanze, la moderazione politica di Erdogan dovrà essere una sua scelta, più che derivare dalla cultura politica.

Va detto che c'è sempre il potenziale rischio che Erdogan abbia la tentazione di percepire il verdetto del 30 luglio come un trionfo sugli avversari politici e sui suoi critici: kemalisti, burocrati, militari, giudici, accademici, classe media, stampa, ecc. Resta il fatto che la Turchia attraversa una fase di stallo politico, perché anche se il paese dovesse passare per altre elezioni queste non farebbero che sancire un'altra vittoria per la piattaforma politica “islamista”.

D'altro canto Erdogan è un politico scaltro. Risentirà della sfida esistenziale che l'AKP ha dovuto affrontare nelle ultime settimane. Non sarà cosa da poco se dovrà ripartire da zero, come nel 2001 quando formò l'AKP dopo anni difficili. Né potrà illudersi che il verdetto del 30 luglio significhi che l'establishment turco si è arreso. Dovrà rendersi conto che come primo ministro sarà costretto a ridefinire le proprie collaborazioni.

Il suo grande vantaggio è che resta una figura nazionale immensamente popolare tra i turchi, surclassando in questo chiunque altro. Inoltre l'economia turca è andata bene sotto il suo governo e il paese si sta arricchendo sempre più, secondo l'ultima stima del Fondo Monetario Internazionale. La politica estera turca sta procedendo ottimamente: il suo prestigio come potenza regionale è alto, grazie alle mediazioni tra i paesi vicini, ed è fonte di influenza. La Turchia ha fatto ritorno nella regione mediorientale dopo un'assenza di quasi novant'anni.

Comunque Erdogan sarà più prudente tornare al programma del primo termine e premere per le riforme in vista della futura adesione all'Unione Europea. Potrà contare sul fatto che la popolarità dell'AKP all'interno del paese e all'estero scoraggerà i kemalisti dal rovesciare il suo governo. È chiaro che per la Turchia l'epoca dei colpi di stato è finita. Una svolta importante nella trasformazione democratica del paese è stata fatta questa settimana.

La strategia di Erdogan, dunque, dovrebbe essere segnata da un ritorno al progetto di adesione all'Unione Europea e alla fase di modernità e di liberalismo politico che questa offre, cioè agli orientamenti che caratterizzavano il suo primo governo. Può sembrare una provocazione, ma perfino per l'islamismo turco e per l'AKP il progetto europeo della Turchia è stato e resta la scelta migliore.

L'integrazione della Turchia nell'Unione Europea, oltre a essere una fonte di modernizzazione e prosperità economica, aprirebbe la Turchia ai processi socio-economici europei. Gli standard dell'Unione Europea potranno rassicurare i laici preoccupati dallo spettro dell'“islamizzazione”. Nello stesso tempo, l'accesso a una politica trans-europea porterà l'AKP a confrontarsi con la cultura democratica cristiana dell'Europa, che storicamente è riuscita con successo a interiorizzare le istanze del secolarismo e a riconciliarle con la fede.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/JH02Ak03.html

Articolo originale pubblicato il 2 agosto 2008

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sabato, giugno 14, 2008

Trichet e il voto della nonna irlandese

Trichet e il voto della nonna irlandese

Un paio di anni fa, durante un seminario sul fallimento della Costituzione Europea al quale fui gentilmente invitato, sentii un collega – quasi un amico – esporre con crudezza il ragionamento elitista che è stato profuso sulla Costituzione Europea, con le riserve del caso, fin dai suoi inizi. “A cosa serve indire un referendum sul Trattato?”, domandava indignato il professore, dopo aver sproloquiato in lungo e in largo sul “no” francese, consapevole com'era che la consultazione francese non era necessaria secondo la legislazione del paese vicino. “Io non vorrei certo che mia nonna votasse sul futuro dell'Europa – continuò il cattedratico – Cosa può saperne mia nonna dell'Europa?”. Come si sa, l'ultimo coup de force di Chirac andò storto, cose che accadono quando si consultano le nonne. Neanche le nonne irlandesi sono state zitte, e in Irlanda ha vinto la decisione di negare l'approvazione del mini-trattato, che in pratica era un'altra via per approvare in linea di massima la Costituzione Europea. Non si dica mai che la democrazia è noiosa.

L'unica cosa di cui fui grato al mio collega durante quella cena è che era stato sincero su quello che molti altri pensavano ma non avevano il coraggio di dire. Il collega aveva colto nel segno. Cosa sanno i cittadini dell'Europa per poter prendere decisioni sul suo futuro? La verità è che sanno ben poco, e da questo punto di vista si è tentati di agire con la sincerità del mio collega. Sono questioni tecniche, dobbiamo risolverle tra noi, e che non si preoccupino: stanno in buone mani. Le mani di coloro che, per esempio, furono così esperti che, seguendo a occhi chiusi il resoconto elaborato da tutti i governatori delle banche centrali europee, decisero con il Trattato dell'Unione Europea (Maastricht, 1992) quale livello di autonomia dovesse avere la Banca Centrale Europea, attualmente l'unica banca realmente indipendente di tutto il mondo. E che adesso, in piena crisi economica, se ne lamentano.

Però il rimprovero ai cittadini europei a proposito dell'Unione Europea non è del tutto giusto. Se nei corsi universitari si fa fatica a insegnare agli studenti la differenza tra il Consiglio dell'Unione, il Consiglio Europeo e la Commissione Europea, o a far sì che capiscano in quali ambiti il Parlamento Europeo è codecisore oppure no, o che sappiano distinguere tra una direttiva e un regolamento, come si può pretendere che queste conoscenze le abbia la gente comune, già poco interessata in generale a quello che percepisce come distante? Gli artefici dell'Unione Europea nella quale viviamo dovettero lottare contro le perplessità degli Stati, e vedersela con persone e volontà le più diverse. Forse in quel momento storico si poteva capire l'oscurantismo e la lontananza delle istituzioni, la complessità della sua creazione, il fatto che le cose non potevano godere della completa trasparenza, perché agli Stati non passava neanche per la testa quello che oggi è un'ovvietà: che una buona parte delle decisioni che ci riguardano e che determineranno il nostro futuro si trova nelle istituzioni europee. Per esempio, il tasso di interesse che paghiamo per il mutuo è condizionato direttamente dalle dichiarazioni del signor Trichet.

Per esempio, chi ha tratto vantaggio dall'affermazione del Presidente della Banca Centrale Europea sulla possibilità di un aumento dei tassi di interesse? È ovvio: i banchieri. Senza che la Banca Centrale abbia loro aumentato di un millesimo il prezzo del denaro, a sorpresa, e per loro vantaggiosamente, ha offerto ai banchieri su un piatto d'argento la possibilità di incassare di più per il denaro che hanno prestato. Più soldi per le banche, meno soldi per le case, ipotecate fin sopra i capelli con mutui ereditari. Può il signor Trichet essere messo in discussione dagli Stati e obbligato a dimettersi? Istituzionalmente no. La Banca Centrale Europea, messa in grado di imporre sanzioni o di emettere disposizioni, e direttamente responsabile dei tassi di interesse nella zona euro, è “indipendente” da qualsiasi formula istituzionalizzata di controllo democratico.

Da tutto questo una cosa risulta evidente: che l'Unione Europea che gli europei vogliono non è l'Europa che abbiamo. Di qui le sorprese degli ultimi anni, in paesi fondatori del processo europeo come la Francia e l'Olanda, che hanno coraggiosamente votato contro quello che i partiti, i rappresentanti, le istituzioni avevano chiesto loro. Di qui anche la paura della vittoria di un “no” al referendum irlandese, una vittoria che effettivamente c'è stata. Gli irlandesi, che hanno la fortuna di avere una delle costituzioni più democratiche d'Europa – lo si chieda ai tedeschi, che in cinquant'anni sono stati incapaci di convocare un referendum per votare la loro – hanno contato sulla possibilità di decidere quale Europa vogliono, anche se (e non era la prima volta) la campagna istituzionale è stata platealmente e radicalmente a favore di una delle due opzioni.

Il problema se votare o no, per fortuna, è stato superato in Irlanda, per quanto dispiaccia a molti e in particolare a quel mio collega. La vittoria del “no” nell'unico referendum convocato (non vi era un'altra possibilità, come impone il sistema costituzionale irlandese) ha causato una battuta d'arresto quasi peggiore del fallimento della Costituzione Europea. Coloro che con miopia vedono nell'atteggiamento negativo del popolo irlandese nei confronti del Trattato di Lisbona un sentimento antieuropeista dovrebbero ora chiedersi: adesso le nonne europee voterebbero a favore di una Banca Centrale Europea indipendente, se avessero l'opportunità di riconsiderare la questione? Speriamo che il secondo fallimento della riforma dei trattati faccia sì che gli europeisti si rendano conto che l'avanzata democratica del processo europeo può realizzarsi solo con la legittimità, con la partecipazione e con l'approvazione delle nonne.

Rubén Martínez Dalmau è professore di Diritto Costituzionale all'Università di Valencia. È autore di La independencia del Banco Central Europeo (Tirant, 2005).

Originale da: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=68857

Articolo originale pubblicato il 14 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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giovedì, giugno 12, 2008

Lettera aperta di Evo Morales all'Unione Europea sulla "direttiva ritorno"

Lettera aperta di Evo Morales sulla "direttiva ritorno" dell'Unione Europea

Fino alla fine della Seconda guerra mondiale l'Europa è stata un continente di emigranti. Decine di milioni di europei partirono per le Americhe per fondare colonie, sfuggire alle carestie, alle crisi finanziarie, alle guerre o ai totalitarismi europei e alla persecuzione delle minoranze etniche.

Oggi sto seguendo con preoccupazione l'evoluzione della cosiddetta "direttiva ritorno". Il testo, approvato il 5 giugno scorso dai ministri dell'interno dei 27 paesi dell'Unione Europea, è in attesa di essere votato il 18 giugno al Parlamento Europeo. Osservo con rammarico che renderà drasticamente più rigide le regole di detenzione ed espulsione dei migranti privi di documenti, a prescindere dal loro tempo di permanenza nei paesi europei, dalla loro situazione lavorativa, dai loro legami familiari, dal loro desiderio di integrazione e dalle loro conquiste.

Gli europei arrivarono nei paesi dell'America Latina e del Nord America in massa, senza visti né condizioni imposti dalle autorità. Furono sempre i benvenuti, e continuano a esserlo, nei nostri paesi del continente americano che assorbirono allora la povertà economica europea e le sue crisi politiche. Giunsero nel nostro continente a sfruttare ricchezze e a portarle in Europa, con costi altissimi per le popolazioni americane autoctone. Come nel caso del nostro Cerro Rico de Potosí e delle sue favolose miniere d'argento che rifornirono di denaro il continente europeo dal XVI al XIX secolo. Le persone, i beni e i diritti dei migranti europei sono stati sempre rispettati.

Oggi l'Unione Europea è la principale destinazione dei migranti del mondo: ciò è il risultato della sua immagine positiva in quanto zona di benessere e di libertà civili. L'immensa maggioranza dei migranti giunge nell'Unione Europea per contribuire a questo benessere, non per approfittarsene. Vengono impiegati nella realizzazione di opere pubbliche, nell'edilizia, nei servizi alla persona e negli ospedali, tutti posti che gli europei non possono o non vogliono occupare. Contribuiscono al dinamismo demografico del continente europeo, a mantenere il rapporto tra attivi e inattivi che rende possibile i suoi generosi sistemi di sicurezza sociale e dinamizzano il mercato interno e la coesione sociale. I migranti offrono una soluzione ai problemi demografici e finanziari dell'Unione Europea.

Per noi, i nostri migranti rappresentano quell'aiuto allo sviluppo che gli europei non ci danno – considerato che pochi paesi raggiungono realmente l'obiettivo minimo dello 0,7% del proprio PIL in aiuti allo sviluppo. Nel 2006 l'America Latina ha ricevuto 68.000 milioni di dollari in rimesse familiari, cioè più di tutti gli investimenti stranieri nei nostri paesi. A livello mondiale raggiungono i 300.000 milioni di dollari, che superano i 104.000 milioni concessi con gli aiuti allo sviluppo. Il mio paese, la Bolivia, ha ricevuto più del 10% del PIL in rimesse (1100 milioni di dollari), o un terzo delle nostre esportazioni annue di gas naturale.

Questo significa che i flussi di migrazione sono benefici sia per gli europei sia marginalmente per noi del Terzo Mondo che però perdiamo anche milioni di persone che costituiscono la nostra manodopera qualificata, nella quale in un modo o nell'altro i nostri Stati, benché poveri, hanno investito risorse umane e finanziarie.

Purtroppo il progetto della "direttiva ritorno" complica tremendamente questa realtà. Se riteniamo che ogni Stato o gruppo di Stati possa definire le sue politiche migratorie in assoluta sovranità, non possiamo accettare che i diritti fondamentali delle persone vengano negati ai nostri connazionali e fratelli latinoamericani. La "direttiva ritorno" prevede la possibilità di incarcerazione fino a 18 mesi dei migranti senza documenti prima della loro espulsione – o "allontanamento", secondo il termine usato dalla direttiva. 18 mesi! Senza processo né giustizia! Nella sua forma attuale il progetto della direttiva viola chiaramente gli articoli 2, 3, 5, 6, 7, 8 e 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. In particolare l'articolo 13 che recita:

"1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese".

E, ancor peggio, esiste la possibilità di rinchiudere madri di famiglia e minorenni, senza tener conto della loro situazione familiare o scolastica, in questi centri di detenzione dove sappiamo che si verificano depressioni, scioperi della fame, suicidi. Come possiamo accettare senza reagire che siano rinchiusi in questi campi i nostri connazionali e fratelli latinoamericani privi di documenti, la maggior parte dei quali ha trascorso anni lavorando e integrandosi? Dove sta oggi il dovere di intervento umanitario? Dove sta la "libertà di movimento", la protezione contro le detenzioni arbitrarie?

Parallelamente, l'Unione Europea sta cercando di convincere la Comunità Andina delle Nazioni (Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù) a firmare un "Accordo di Associazione" che comprende un Trattato di Libero Scambio caratterizzato dalla stessa natura e contenuti di quelli imposti dagli Stati Uniti. Siamo sottoposti a intense pressioni da parte della Commissione Europea, che vuole farci accettare condizioni di profonda liberalizzazione nel commercio, nei servizi finanziari, nella proprietà intellettuale e nei nostri servizi pubblici. Inoltre a titolo di protezione giuridica subiamo pressioni a causa del processo di nazionalizzazione dell'acqua, del gas e delle telecomunicazioni realizzato nella Giornata Mondiale dei Lavoratori. La mia domanda è: in questo caso, dove sta la "sicurezza giuridica" per le nostre donne, i nostri adolescenti, bambini e lavoratori che cercano prospettive di una vita migliore in Europa?

Promuovere la libertà di movimento delle merci e delle finanze, mentre assistiamo all'incarcerazione senza processo dei nostri fratelli che hanno cercato di muoversi liberamente. Questo significa negare le basi della libertà e dei diritti democratici.

In queste condizioni, se fosse approvata la "direttiva ritorno" ci troveremmo nell'impossibilità etica di approfondire i negoziati con l'Unione Europea, e ci riserviamo il diritto di applicare ai cittadini europei lo stesso regime dei visti che imposto ai boliviani dal 1° aprile 2007, secondo il principio diplomatico della reciprocità. Finora non abbiamo esercitato questo diritto sperando giustamente in un segnale positivo dall'Unione Europea.

Il mondo, i suoi continenti, i suoi oceani e i suoi poli conoscono gravi difficoltà: il surriscaldamento globale, l'inquinamento, la scomparsa lenta ma inesorabile delle risorse energetiche e delle biodiversità mentre la fame e la povertà aumentano in tutti i paesi, rendendo più fragili le nostre società. Trasformare i migranti, provvisti o no di documenti, in capri espiatori di questi problemi globali non è una soluzione. Non corrisponde ad alcuna realtà. I problemi di coesione sociale dei quali soffre l'Europa non sono colpa dei migranti, ma il risultato del modello di sviluppo imposto dal Nord, che distrugge il pianeta e disintegra le società degli uomini.

In nome del popolo della Bolivia, di tutti i miei fratelli del continente e delle regioni del mondo come il Maghreb, l'Asia e i paesi africani, mi richiamo alla coscienza dei governanti e dei deputati europei, dei loro popoli, cittadini e attivisti d'Europa, perché non sia approvato il testo della "direttiva ritorno".

Come la conosciamo oggi, questa è una direttiva della vergogna. Chiedo inoltre all'Unione Europea di elaborare, nei prossimi mesi, una politica migratoria rispettosa dei diritti umani che permetta di mantenere questo slancio positivo per entrambi i continenti e che ripaghi una volta per tutte il tremendo debito storico che i paesi dell'Europa hanno nei confronti di gran parte del Terzo Mondo, chiudendo subito le vene ancora aperte dell'America Latina. Oggi le loro "politiche di integrazione" non possono fallire come hanno fatto con la presunta "missione civilizzatrice" al tempo delle colonie.

A tutti voi, autorità, europarlamentari, compagne e compagni, invio saluti fraterni dalla Bolivia. E in particolare la nostra solidarietà a tutti i "clandestini".

Evo Morales Ayma

Presidente della Repubblica di Bolivia

Originale da: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=68717

Pubblicato il 12 giugno 2008

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Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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domenica, giugno 08, 2008

Il discorso di Berlino di Medvedev

Discorso di Dmitrij Medvedev a Berlino, 5 giugno 2008

Signore e signori, colleghi,

Vi prego di essere pazienti perché il mio discorso sarà piuttosto lungo, anche se spero non noioso.

Vi ringrazio per avermi dato questa possibilità di rivolgermi alle autorità civili e politiche tedesche. Oggi sono qui presenti persone che hanno alle proprie spalle anni di cooperazione con la Russia, persone che con progetti creativi, iniziative personali e qualità professionali stanno sviluppando lo spirito di cooperazione e collaborazione tra i nostri popoli e i nostri paesi.

È in gran parte grazie al vostro impegno che oggi abbiamo contatti così ampi, regolari e sostanziosi. Spero che la mia prima visita in Germania come Presidente della Federazione Russia contribuirà alla crescita e allo sviluppo di questi rapporti.

La Russia e la Germania sono due paesi europei che hanno attraversato momenti storici difficili, Passo dopo passo abbiamo costruito un clima di fiducia reciproca e così facendo abbiamo costituito un esempio unico per l'Europa, e abbiamo fatto molto per l'instaurazione di un clima di crescente fiducia in tutto il continente europeo.

Nonostante la tragedia di due guerre mondiali siamo riusciti a risolvere la complessa questione della riconciliazione tra i nostri due paesi. Per questo serviva tempo, ma è stato molto importante il ruolo degli ideali e dei valori democratici condivisi da tutta l'Europa e parte integrante della cultura russa e della Germania unita. Concordo con il mio collega, il vice cancelliere Steinmeyer, sul fatto che le relazioni tra Russia e Germania rappresentano in larga misura le relazioni tra la Russia e l'Europa.

Molti oggi si chiedono quale linea politica sia possibile aspettarsi dalla Russia. Ho risposto in molte diverse occasioni a questa domanda. Voglio dire da subito che sia negli affari internazionali che in quelli interni noi mettiamo al di sopra di tutto lo stato di diritto e il rispetto del diritto internazionale come obbligo di tutti i paesi, soprattutto delle grandi potenze. Non può esserci alcun dubbio che questa sia la condizione essenziale per gestire e conservare lo sviluppo mondiale. Ed è tanto più importante ora che il sistema artificiale bipolare cede il passo a un sistema internazionale policentrico imperniato sulle Nazioni Unite.

I fondatori delle Nazioni Unite hanno dimostrato grande lungimiranza quando hanno concepito l'ONU come un'organizzazione in cui i paesi potessero cooperare alla pari. Non c'è un'altra organizzazione simile al mondo, e questo probabilmente vale anche per il futuro. I tentativi di sostituire l'ONU con gruppi “esclusivi” (come si propone talvolta) avrebbe un effetto disastroso sull'attuale ordine mondiale.

Naturalmente le Nazioni Unite devono modernizzarsi per riuscire a rispondere meglio alle realtà dell'attuale mondo multipolare. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite va riformato sulla base di un ampio consenso tra i paesi membri dell'ONU. E noi valutiamo positivamente i tentativi della Germania di cercare soluzioni di compromesso che non producano divisioni all'interno dell'organizzazione.

Il futuro ordine mondiale è direttamente collegato al futuro dell'Europa, dell'intera regione euro-atlantica e della civiltà europea nella sua interezza.

Sono certo che non potremo risolvere i problemi dell'Europa finché non riusciremo ad acquisire un senso di identità e un'unità organica tra tutti i suoi componenti, compresa la Federazione Russa. Dopo aver messo da parte il sistema sovietico e ogni velleità di restaurarlo, la Russia ha gettato le basi di uno stato che è completamente compatibile con il resto dell'Europa, o per meglio dire con il meglio di tutto ciò che costituisce il patrimonio comune della civiltà europea.

Per citare John Le Carré, la Russia è “venuta dal freddo” dopo quasi un secolo di isolamento e di auto-isolamento. La Russia sta ora tornando attivamente alla politica e all'economia globali, portando con sé tutte le sue risorse e possibilità naturali, finanziarie e intellettuali.

La Russia scommette il proprio futuro sull'innovazione. Gli indicatori macroeconomici e l'alto livello di stabilità politica schiudono nuovi orizzonti per gli investimenti affidabili degli partner europei e mondiali.

Il nostro obiettivo oggi non è solo quello di conseguire una crescita economica di alta qualità ma anche di trasformare l'intera struttura sociale, offrendo supporto a una classe media in rapida crescita. Sarà la classe media a fornire le solide basi su cui costruire la democrazia e assicurare uno sviluppo sostenibile.

Le linee guida della nostra nuova politica economica a lungo termine sono chiare. Questa politica si incentra su un'ampia e complessa modernizzazione di tutte le aree-chiave dell'industria e delle infrastrutture. Quello di cui stiamo parlando è una rivoluzione tecnologica e in questo contesto una delle nostre chiare priorità è cooperare con i paesi europei in questo settore.

Oggi mi dilungherò maggiormente su questi aspetti, ma ora voglio dire che una cosa è chiara: la scelta del libero mercato e l'apertura al mondo esterno garantiscono che i nostri cambiamenti non sono reversibili.

La fine della Guerra Fredda ha reso possibile costruire un rapporto di collaborazione alla pari tra la Russia, l'Unione Europea e l'America del Nord come tre diramazioni della civiltà europea.

Sono convinto che l'atlantismo come principio storico unico abbia fatto il suo tempo. Oggi dobbiamo parlare di unità tra l'intera area euro-atlantica da Vancouver a Vladivostok. Sono i fatti a dettare la necessità di questo tipo di cooperazione.

Ma guardando alla futura costruzione di relazioni tra i paesi europei vediamo una preoccupante tendenza ad assumere un atteggiamento selettivo e politicizzato nei confronti della nostra storia comune.

Sotto questo aspetto penso che serva semplicemente un normale e onesto dibattito accademico. Il significato della riconciliazione russo-tedesca è chiaramente sottovalutato. È importante per il futuro pacifico dell'Europa quanto, per esempio, la riconciliazione tra Francia e Germania.

In particolare, dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze dell'emarginazione e dell'isolamento di alcuni paesi, con la creazione di zone con diversi livelli di sicurezza e la rinuncia a creare sistemi inclusivi di sicurezza collettiva. Sfortunatamente questo è ciò che si osserva oggi in Europa.

Inoltre non possiamo lasciare che ci privino del patrimonio spirituale e morale comune che è stato la grande vittoria sul nazismo. Non possiamo dimenticare che la conservazione della cultura materiale dell'Europa in quegli anni di guerra è costata molti milioni di vite sacrificate dai popoli dell'Unione Sovietica e dell'Europa.

Esaminiamo più attentamente l'attuale situazione dell'Europa. È difficile non concludere che l'attuale architettura europea porti ancora il marchio di un'ideologia ereditata dal passato. Un'organizzazione come l'OSCE potrebbe, a quanto sembra, incarnare la ritrovata unità della civiltà europea, ma le si impedisce di farlo, le si impedisce di diventare un'organizzazione unitaria a tutti gli effetti.

Ciò non è dovuto solo all'incompleto sviluppo istituzionale dell'organizzazione, ma anche all'ostruzionismo di altri gruppi intenti a perseguire la vecchia linea della politica dei blocchi.

Neanche la NATO è riuscita finora a dare un nuovo scopo alla propria esistenza. Oggi sta cercando di trovare questo scopo globalizzando le proprie missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, che ho citato poco fa, e allargandosi a nuovi membri. Ma neanche questa è la soluzione.

Si parla di scambiare l'ulteriore espansione della NATO verso est con “qualcos'altro”, ma credo che siano solo illusioni. Penso che in questo caso le nostre relazioni con la NATO sarebbero completamente compromesse, e lo resterebbero a lungo. Naturalmente non si arriverebbe a uno scontro, ma il prezzo sarebbe comunque molto alto e produrrebbe gravi danni.

L'Afghanistan fornisce uno degli esempi più chiari di come la NATO e la Russia condividano gli stessi fondamentali interessi in materia di sicurezza. Stiamo attivamente aiutando i nostri partner in questo paese. Al summit Russia-NATO di Bucarest abbiamo preso l'importante decisione di concedere il transito attraverso il territorio della Federazione Russia di rifornimenti non militari. Stiamo concludendo i lavori sull'impiego dei nostri velivoli militari da trasporto. La Russia sta ampliando le possibilità formative per il personale da impiegare in operazioni anti-droga e anti-terrorismo in Afghanistan. Sono tutte aree in cui dobbiamo continuare a lavorare insieme.

Tutto ciò è estremamente importante per conseguire gli obiettivi che la comunità internazionale stabilisce attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha senso mettere a rischio questa cooperazione con una politica dei blocchi che continua per inerzia?

Penso che solo condividendo apertamente e onestamente le nostre preoccupazioni potremo fare progressi nella costruzione di un'Europa davvero più grande. I nostri predecessori durante gli anni della Guerra Fredda sono riusciti a stilare l'Atto Finale di Helsinki (che, come base legale del sistema europeo, ha superato la prova del tempo malgrado tutte le difficoltà incontrate), e dunque perché oggi non dovremmo essere in grado di fare il passo successivo? E cioè stilare e firmare un trattato reciprocamente vincolante sulla sicurezza europea a cui possano partecipare le organizzazioni che attualmente agiscono nell'area euro-atlantica.

In passato si è già tentato di concludere un accordo di questo tipo. Basti ricordare il Patto Briand-Kellogg del 1928. Ma quel patto non funzionò e seguì il triste destino della Lega delle Nazioni. Nel mondo attuale, in cui nessuno vuole la guerra in Europa e siamo stati resi tutti più saggi dalle lezioni del XX secolo, un tale accordo ha maggiori speranze di successo.

Potremmo pensare a un patto regionale basato naturalmente sui principi della Carta delle Nazioni Unite, che definisse chiaramente il ruolo della forza come fattore delle relazioni all'interno della comunità euro-atlantica. Questo patto potrebbe dare una risposta complessa e unitaria alle questioni dell'indivisibilità della sicurezza e del controllo delle armi in Europa, questioni che stanno a cuore a tutti noi.

Propongo anche di prendere in considerazione la possibilità di tenere un summit europeo per avviare la stesura di questo patto. Dovrebbero assolutamente prendervi parte tutti i paesi europei, ma come paesi a sé stanti, lasciando da parte l'appartenenza a blocchi o altri raggruppamenti. Gli interessi nazionali liberi dalle distorsioni delle motivazioni ideologiche dovrebbero essere il punto di partenza per la partecipazione di tutti i paesi.

Ritengo che se non tagliamo la spesa militare non saremo in grado di trovare le risorse necessarie a rispondere alle vere sfide che dobbiamo affrontare, come l'immigrazione illegale, i cambiamenti climatici e la povertà globale.

Queste sfide non possono essere risolte con l'uso della forza. Vanno risolte alla fonte, affrontando innanzitutto i problemi che causano queste minacce.

Mi riferisco anche alla crisi alimentare mondiale, che non solo influisce sull'esistenza materiale delle persone ma solleva anche questioni etiche quando con scarsa efficienza energetica i raccolti vengono usati per produrre combustibile.

Mi riferisco anche alla sicurezza energetica, che possiamo assicurare solo attraverso l'impegno collettivo di tutti i partecipanti alla filiera dell'energia.

È stata la Russia a sollevare la questione al summit dei paesi del G8 a San Pietroburgo. Ma oggi dobbiamo andare oltre e procedere dai principi su cui ci siamo trovati d'accordo allora. Siamo pronti a lavorare con l'Unione Europea per creare un meccanismo di allarme preventivo nel settore energetico, naturalmente con la partecipazione dei paesi di transito.

Siamo anche pronti a esaminare la possibilità di creare consorzi internazionali che gestiscano rotte di transito con la partecipazione di compagnie della Russia, dell'Unione Europea e dei paesi di transito. È un esempio dell'interdipendenza in Europa e nel mondo globalizzato della quale parlavamo.

Insieme a questo lavoro, per mettere a punto una strategia europea comune dobbiamo anche collaborare al progresso innovativo, sviluppare insieme uno spazio tecnologico comune.

L'integrazione europea non deve fermarsi sulle sponde del Baltico o ai confini dell'Europa Orientale. Sono necessari maggiori investimenti nei settori delle alte tecnologie.

L'Europa unita ha un interesse oggettivo ad aumentare il volume e la qualità degli investimenti russi. Offriremo un serio sostegno alle compagnie che intendono esportare capitali in modo serio e civile e partecipare nell'organizzazione congiunta di nuovi e importanti progetti produttivi. Abbiamo già esempi di cooperazione riuscita perfino in aree sensibili come l'energia nucleare, lo spazio, l'aviazione e la costruzione di mezzi di trasporto.

Ma oggi nelle compagnie e nei progetti europei si pongono restrizioni agli investimenti russi che sono ingiustificate da un punto di vista economico e politico. Vogliamo stabilire regole chiare e creare le condizioni più favorevoli per gli imprenditori stranieri che vogliano sviluppare la produzione ad alta-tecnologia nel nostro paese, e vorremmo lo stesso atteggiamento dai nostri interlocutori europei.

Signore e signori, nel mondo di oggi la Russia non ha bisogno di caos e di incertezza. Non abbiamo interessi che debbano essere garantiti attraverso mezzi così perversi.

Spesso Mosca si sente invitare alla moderazione. Abbiamo tutti la necessità di mostrare moderazione per impedire l'escalation su qualsiasi questione e spezzare il circolo vizioso dell'azione unilaterale e della conseguente reazione. Dobbiamo smettere di cercare di forzare gli eventi e di perseguire la politica del fatto compiuto. Come inizio sarebbe già qualcosa se ci limitassimo semplicemente a concederci una pausa per considerare a che punto siamo arrivati e in cosa stiamo sprofondando, che si tratti del Kosovo, dell'allargamento della NATO o della difesa anti-missile.

È altamente sintomatico che le divergenze attuali con la Russia siano interpretate da molti, in Occidente, come una necessità di rendere le posizioni della Russia più vicine a quelle dell'Occidente. Ma noi non vogliamo essere “abbracciati” in questo modo. È necessario trovare soluzioni comuni. A volte si limitano a dirci: se la smettete di essere così caustici, così scontrosi negli affari internazionali, le questioni legate allo sviluppo democratico e ai diritti umani diventeranno secondarie. Ci fanno capire che possono chiudere un occhio su queste cose, e ci citano gli esempi di altri paesi che si comportano esattamente così e con i quali vanno d'amore e d'accordo.

Ma vorrei dirvi che questo atteggiamento non ci va bene, soprattutto perché anche noi pensiamo che i diritti umani siano valori fondamentali e basilari. I diritti umani non dovrebbero essere merce di scambio. Ciò che auspichiamo dunque è una pacata e onesta discussione su una base comune e paritaria.

Al proposito vorrei osservare ancora una volta che la democrazia russa e quella europea condividono radici comuni. Condividiamo gli stessi valori e le stesse fonti giuridiche: il diritto romano, germanico e francese. Ho detto in passato che la democrazia è sempre plasmata dalla storia e dal contesto nazionale. Noi abbiamo una storia comune e condividiamo gli stessi valori umanitari. Tale pensiero comune è il fondamento che oggi ci permette di parlare la stessa lingua non solo nel diritto e nella finanza, ma anche nella politica.

Egregi colleghi, con riferimento a quanto ho appena detto c'è un'altra serie di questioni che vorrei approfondire, e precisamente le questioni riguardanti lo sviluppo del sistema politico russo. È un argomento che attualmente suscita molto interesse, e credo che sia comprensibile.

Sfortunatamente, tuttavia, osserviamo anche una comprensione incompleta e a volte perfino distorta di ciò che sta accadendo nel nostro paese.

Attribuiamo un significato enorme al miglioramento del nostro sistema politico e allo sviluppo delle istituzioni della nostra società civile.

Vorrei dire alcune parole sul nostro operato, che mira a creare un sistema partitico maturo ed efficace. È stato uno degli obiettivi fin dall'inizio della trasformazione del nostro paese. La strada non è stata facile. Siamo passati da tanti piccoli partiti, partiti di un solo giorno, partiti costruiti attorno a una sola persona, alla creazione di ampie, influenti e responsabili organizzazioni di partito.

Questo processo è naturalmente ancora in corso. Quando parliamo della creazione di partiti politici dimentichiamo che in molti paesi, compresa la Germania, questo processo è durato decenni. Noi ci siamo lavorando solo da dieci anni. Ma il fatto che negli ultimi due Parlamenti quattro partiti politici abbiano rappresentato i loro elettori è già motivo di ottimismo.

La riforma della legge elettorale ha avuto un ruolo immenso, contribuendo a creare un sistema partitico stabile e prevedibile. Questo risultato è stato ottenuto soprattutto per mezzo di elezioni basate su liste di partito e su soglie di sbarramento più alte. Si è trattato di decisioni consapevoli mirate a rafforzare il sistema partitico del nostro paese e a impedirgli di polverizzarsi.

Ritengo che questi passi non fossero solo giustificati, ma anche necessari. Sono in sintonia con i nostri obiettivi, con i valori internazionali e con le esigenze del sistema politico russo.

L'appoggio offerto alle organizzazioni non governative è una delle nostre priorità. Fino al 2006 molte di queste organizzazioni sono state prevalentemente finanziate dall'estero. Dubito che qualsiasi paese occidentale sviluppato potesse tollerare un tale afflusso di capitali stranieri nel proprio “settore terziario”. Abbiamo dunque deciso di mettere a disposizione le nostre risorse per finanziare le organizzazioni della società civile russa. È stato un passo logico. Adesso spendiamo sempre più per appoggiare l'attività delle organizzazioni non governative, anche con soldi del bilancio. Vorrei anche citare il buon lavoro della Camera Pubblica. I fatti hanno dimostrato che c'era bisogno di questa organizzazione, che sta essenzialmente gettando le basi per lo sviluppo della società civile russa.

Siamo profondamente interessati alla nascita di quante più organizzazioni non governative possibili che lavorino su questioni come l'autogoverno locale e una maggiore tolleranza e armonia interetnica.

Il dialogo in corso tra le diverse religioni sta svolgendo un ruolo molto positivo. Al proposito, il numero delle organizzazioni religiose registrate in Russia negli ultimi anni si è quintuplicato.

Ma siamo anche consapevoli che questioni come le tensioni interetniche stanno assumendo una natura sempre più globale e sono già un problema concreto in molti paesi europei. Ritengo dunque che dovremmo unire le forze per identificare approcci comuni nella ricerca di soluzioni a questi complessi problemi.

Ora vorrei spendere alcune parole su un altro argomento oggi alla ribalta: quello dei mezzi di informazione di massa e della libertà di stampa. Concordo pienamente sul fatto che la libertà di stampa va protetta, che questa protezione va sancita dalla legge. Anni fa la stampa andava protetta dall'asservimento a compagnie private, e ora va protetta dalla pressione amministrativa a vari livelli.

Ma nel complesso, come ho discusso oggi con il Cancelliere Federale, siamo già sulla soglia di una completa libertà di stampa – qui non parlo della situazione russa ma di quella mondiale – che deriva dal progresso tecnologico e soprattutto dallo sviluppo inarrestabile di internet. Per fare solo un esempio, in Russia nel 2000 c'erano circa 3 milioni di utenti internet. Lo scorso anno questa cifra era già salita a 30-35 milioni di persone – un russo su tre o quattro – e secondo gli esperti è destinata a crescere rapidamente.

Questa situazione porta in primo piano non solo l'idea della libertà di stampa, che è già garantita dalla moderna e inarrestabile tecnologia digitale, ma la necessità di conservare i valori culturali e morali in questo spazio comune. Non è solo una questione nazionale ma un problema che tutta l'Europa e il mondo devono affrontare. È una delle sfide più serie per tutta la civiltà.

Signore e signori, avete preso parte alla discussione sui piani di sviluppo a lungo termine della Russia e sul suo posto in Europa e nel mondo, e continuerete a farlo, anche nel Forum Economico di San Pietroburgo. Spero di rivedere molti di voi proprio domani nella nostra capitale del nord.

Lo sottolineo: sappiamo bene quanto sarà difficile la strada dello sviluppo innovativo che abbiamo scelto per il nostro paese. Non è una strada facile neanche per una grande potenza economica come la Germania. Per questo cerchiamo di intensificare la nostra cooperazione scientifica, tecnologica e formativa, a sostegno delle piccole e medie imprese come nell'operato delle nostre grandi compagnie.

Un operato coerente, di sistema, per migliorare il nostro clima imprenditoriale, abolire le barriere amministrative eccessive, prevenire la corruzione (che nel nostro paese è un grave problema), fornire il massimo sostegno alle piccole imprese (le mie prime decisioni hanno riguardato proprio tali questioni), rafforzare il ruolo della legge nella nostra società e nel nostro stato e creare un sistema giudiziario efficace: tutto questo costituisce la base del nostro programma economico.

Oggi stiamo lavorando attivamente su questi e altri obiettivi complessi ed estremamente importanti. La soluzione di questi problemi, lo ripeto, è legata all'avanzamento del ruolo della legge, che serve a proteggere gli interessi delle persone e a difendere il loro onore e la loro dignità.

Ritengo che dovremmo prendere in considerazione anche progetti congiunti nei settori che ho appena nominato. Uno di questi potrebbe consistere nell'organizzazione di stage per avvocati e giuristi nei reciproci paesi. Oppure la formazione dei funzionari pubblici. Il decennale contributo tedesco al Programma Presidenziale di formazione dei funzionari dell’Amministrazione pubblica è una buona base da cui partire. In questo periodo la Russia ha formato circa 3500 specialisti con questo programma, e dal 2006 cento stagisti tedeschi vengono ogni anno in Russia a imparare nuove competenze attraverso i programmi di cooperazione Russia-Germania.

Nelle regioni russe questi specialisti sono molto richiesti. Anche la creazione in Russia di macroregioni ha aperto nuove prospettive di cooperazione con gli stati federati della Germania. Le nostre regioni devono imparare a parlare una lingua comune, come hanno fatto con successo San Pietroburgo e le regioni di Novgorod, Kaliningrad, Kaluga e le regioni tedesche corrispondenti.

Vogliamo anche continuare a collaborare concretamente in aree importanti per lo sviluppo globale. La Russia appoggia coerentemente l'impegno della Germania nell'ambito della Comunità Europea in questioni ambientali come la riduzione delle emissioni di carbonio. Siamo pronti al dialogo su tutta una serie di tematiche ambientali, comprese quelle relative all'Artico. Oggi molti paesi, comprese la Germania e la Russia, celebrano la Giornata Mondiale dell'Ambiente. Il nostro paese celebra per la prima volta anche la Giornata dell'Ecologia. Dunque vorrei approfittare di questa occasione per congratularmi con tutti coloro che lavorano in questi settori. Solo due giorni fa ho presieduto un incontro su questo tema e firmato un decreto speciale che emana istruzioni sulla difesa dell'ambiente.

Signore e signori, il commercio bilaterale tra la Russia e la Germania negli ultimi sei anni si è quadruplicato. Lo scorso anno ha registrato la cifra record di più di 52 miliardi di dollari. La Germania è per la Russia il maggiore fornitore di beni importati, il 90% dei quali è costituito da veicoli, macchinari e prodotti metallici. Il nostro paese si appresta nei prossimi anni a diventare il secondo maggiore importatore dalla Germania dopo gli Stati Uniti, superando perfino la Cina. La Germania è anche leader in Russia nel settore degli investimenti, che già ammontano a 28 miliardi di euro.

Sono evidenti anche le eccellenti prospettive di progetti congiunti tra scienziati e ricercatori russi e tedeschi. Particolarmente importanti sotto questo aspetto saranno la diffusione degli sviluppi applicati e l'uso efficace della proprietà intellettuale comune.

Spetterà ai giovani di entrambi i paesi continuare la cooperazione russo-tedesca e arricchirla con nuove iniziative. Come sapete i contatti tra i giovani sono già diventati una parte importante della nostra cooperazione. Come scrisse il poeta e pensatore tedesco Schiller, la crescita di una persona è legata alla crescita dei suoi obiettivi.

E tutto ciò che oggi noi diamo ai giovani, naturalmente, ci ripagherà nel futuro. Sono certo che il nostro contributo alla loro formazione e allo sviluppo delle loro menti, dei loro talenti e della loro ricchezza spirituale sia un contributo al progresso e al futuro sicuro non solo dei nostri due popoli ma dell'Europa tutta.

Un'altra ovvia risorsa che può avvicinarci è quella dei nostri connazionali, soprattutto i tedeschi russi. Le loro idee e opinioni sullo sviluppo delle nostre relazioni sono una sorta di cartina di tornasole della cooperazione tra i nostri paesi e possono contribuire a disfarci di vecchi stereotipi.

Sotto questo aspetto sono molto favorevole alla modernizzazione dei nostri legami umanitari. Naturalmente su questo dobbiamo lavorare insieme, e abbiamo bisogno dell'appoggio dell'opinione pubblica, dell'interesse dei mezzi di informazione e dell'infrastruttura delle relazioni tra le diverse regioni e religioni che abbiamo alle spalle.

Egregi collegi, qui a Berlino si sente acutamente quanto si intreccino storia e modernità, ricordi del passato e visioni del futuro. Berlino è una città che tutti i russi conoscono, e molti russi qui hanno i loro reconditi luoghi speciali.

Berlino è oggi una città vivace ed eccitante che guarda avanti. In questo senso è simile a Mosca, che ha anch'essa una propria natura specifica, una dinamica e un'energia caratteristiche. Qui si ha la sensazione tangibile che la storia ci unisce, più che dividerci. Sono convinto che chi capisce questa verità è destinato a non essere mai sconfitto.

Vi ringrazio.

Originale: http://www.kremlin.ru/

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