martedì, novembre 17, 2009

Benvenuto, compagno Maobama

Benvenuto, compagno Maobama

di Pepe Escobar

PECHINO – Caro compagno Maobama,

È un grande onore riceverla qui nella capitale settentrionale del Regno di Mezzo e vederla rendere omaggio al cuore del mondo multipolare del XXI secolo.

Ci scusi se ci discosteremo per un po' dalle sottili regole della diplomazia, ma visto che ammiriamo la sua integrità, la sua onestà e le sue magnifiche doti intellettuali ci permetta di rivolgerci a lei con una certa franchezza.

Innanzitutto, le nostre congratulazioni per il successo sul mercato cinese de Il coraggio della speranza, che ha già venduto 140.000 copie. Ma ci scusi se non potremo crogiolarci nell'ardore delle folle stupefatte e infuse di “coraggio della speranza” come a Berlino, in Ghana, al Cairo, a Londra o a Parigi. Di certo Sasha e Malia sarebbero entusiaste se lei riuscisse a comprare a Houhai per pochi poveri yuan una maglietta commemorativa del compagno Maobama. La casacca e il berretto grigioverdi della Rivoluzione Culturale le donerebbero moltissimo.

Siamo d'altronde molto lieti che lei si sia appena definito “il primo presidente americano del Pacifico”, vantando perfino un fratellastro che risiede nella nostra prosperosissima zona economica speciale, lo Shenzhen.

Notiamo un'interessante convergenza tra “Pacifico” e la nostra dottrina dell'heping jueqi, “ascesa pacifica”. In fondo siamo tutti pacifisti; se conosce la nostra dottrina saprà che spiega chiaramente perché la Cina non rappresenti una “minaccia” per gli Stati Uniti. Dopo tutto, la nostra spesa militare è inferiore del 20% alla vostra, e molto più bassa di quelle di Giappone, India e Russia messi insieme.

Per quanto riguarda la nostra vena pacifista, il Presidente Hu Jintao – con il quale ha avuto una serie di approfondite discussioni – l'ha evidenziata molto chiaramente già durante l'amministrazione del suo predecessore George W. Bush, annunciano i suoi “quattro no” (no all'egemonia; no alla politica della forza; no alla politica dei bocchi; no a una corsa agli armamenti) e i suoi “quattro sì” (sì alla costruzione della fiducia; si all'attenuazione delle difficoltà; sì allo sviluppo della cooperazione; sì a evitare lo scontro).

Abbiamo notato che ha anche scelto di definirci un “partner essenziale” nonché un “competitore”. Sì, siamo molto competitivi. Sta praticamente nel DNA, quando si è stati una grande potenza mondiale per 18 degli ultimi 20 secoli. Se la dottrina della “rassicurazione strategica” elaborata dai vostri think tank significa rispettare anche il nostro spirito competitivo oltre ai nostri usi e principî, di certo per noi non ci sono problemi.

A proposito, siamo estremamente lieti che sabato scorso abbia scelto Tokyo, in Giappone, per rassicurarci sul fatto che “gli Stati Uniti non vogliono contenere la Cina”. Ma ci chiedevamo se i suoi generali – che praticano avidamente la dottrina del dominio ad ampio spettro – la stessero ascoltando.

Caro compagno, ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire subito. Non intendiamo piegarci alle pressioni degli Stati Uniti sulla nostra politica monetaria. Ascolti Liu Mingkang, presidente della Commissione cinese di controllo sulle banche. Nel corso di una conferenza svoltasi qui ha Pechino ha appena spiegato che un dollaro molto debole e tassi di interesse americani molto bassi stanno creando “rischi inevitabili per la ripresa dell'economia globale, soprattutto delle economie emergenti”, e questo “ha un grave impatto sui prezzi degli asset globali e incoraggia la speculazione sui mercati azionari e su quelli immobiliari”. Temiamo che, più che rappresentare soluzione, voi facciate parte del problema. Se le capitasse di incontrare delle persone normali, per le strade di Pechino – oh, le scoccianti regole dei servizi di sicurezza – le chiederebbero perché la Cina debba ascoltare i predicozzi americani quando gli Stati Uniti stampano dollari come pazzi e si aspettano che la Cina gli regga il gioco.

Per quando riguarda la nostra parte del mondo, speriamo che abbia l'occasione di apprezzare la ragionevolezza dei nostri principî economici, dimostrata dalla crescita della produzione industriale, delle vendite al dettaglio e degli investimenti in capitale fisso e da una deflazione moderata, come esposto da Sheng Laiyun, portavoce dell'Ente Nazionale di Statistica. Nel 2009 la nostra economia crescerà dell'8%. Perché? Perché abbiamo trascorso gli ultimi 11 mesi a lavorare 24 ore al giorno, investendo produttivamente nella nostra economia, perfezionando la nostra politica monetaria e lanciando provvedimenti fiscali per sostenere alcuni settori industriali. Prevediamo un boom dei consumi fino al prossimo capodanno cinese, il 14 febbraio 2010. Dunque la nostra priorità è continuare a crescere; poi potremo pensare a svalutare lo yuan.

Caro compagno, siamo certi che si meraviglierebbe della potenza dei nostri tre maggiori settori industriali. È un peccato che non abbia avuto il tempo di visitare il Delta del Fiume delle Perle, la fabbrica del mondo, il nostro centro manifatturiero regno di infinite catene di montaggio. Avrebbe anche potuto dare un'occhiata al Delta dello Yang-Tze – cuore della nostra industria ad alto impiego di capitale e della produzione di automobili, di semiconduttori e di computer. E se solo avesse avuto il tempo di farsi un giro a Zhongguancun, fuori Pechino: la nostra Silicon Valley.

Una semplice occhiata a uno dei nostri quattro enormi complessi info-tecnologici, pieni di piccole imprese e di giovani industriosi, motivati e dall'eccellente formazione, le farebbe capire come la tecnologia sia diventata il nuovo oppio della Cina (senza guerra annessa, come quella impostaci dall'Impero Britannico nell'Ottocento). Ci fa sognare un tempo in cui le innovazioni tecnologiche nasceranno in Cina per poi diffondersi nel mondo. Sì, avremo anche una forza lavoro a buon mercato, ma gran parte di noi ha una forza lavoro straordinariamente motivata, regolamentata da buoni criteri sanitari e scolastici, dotata di un'immensa disciplina e pronta a lavorare senza sosta per il raggiungimento degli obiettivi produttivi.

Caro compagno, passiamo a questioni più controverse. A proposito di quella vostra piccola guerra in Afghanistan. Ormai vi sarete accorti che è stata la Cina a vincere la “guerra al terrore”. E ciò spiega ampiamente perché la Cina sia ora molto più influente degli Stati Uniti in Asia Orientale e in molte altre parti del mondo.

Capirà che finché il Pentagono è tutto impegnato in Asia Occidentale dobbiamo stare molto attenti. Seguiamo attentamente le strategie elaborare dai vostri think tank. Ci diverte soprattutto la strategia del nostro vecchio amico Henry Kissinger, che propone di integrare la Cina in un nuovo ordine mondiale imperniato sull'asse statunitense: in fin dei conti, questo equivale ancora all'egemonia americana. Ci sono altri e ben più preoccupanti aspetti insiti nell'accerchiamento della Cina da parte di un sistema di basi militari e da un'alleanza militare strategica controllata dagli Stati Uniti: di fatto, una nuova guerra fredda. Non possiamo rispettare questa strategia, giacché può solo portare alla frammentazione dell'Asia e del Sud del mondo.

Stia certo che siamo in grado di gestire da soli sia la Corea del Nord che l'Iran, armoniosamente e senza scontri. E per tornare all'Afghanistan, riteniamo che la migliore soluzione dovrebbe essere individuata nell'ambito dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), della quale siamo cofondatori insieme alla Russia. Questo è un problema asiatico – in termini sia di narcotraffico che di fondamentalismo religioso – che andrebbe dibattuto e risolto nella cerchia delle potenze asiatiche.

Caro compagno, si sarà forse accorto che il Consenso di Washington è in tutto e per tutto morto. Ciò che è emerso è quello che potremmo chiamare Consenso di Pechino. La Cina ha dimostrato al Sud del mondo che “esiste un'alternativa”, una “terza via” fatta di sviluppo economico indipendente e di integrazione nell'ordine mondiale. Abbiamo dimostrato che, diversamente dal pacchetto a “taglia unica” del Consenso di Washington, lo sviluppo economico deve essere “locale” in ogni caso. Il nostro amato Piccolo Timoniere Deng Xiaoping l'avrebbe chiamato “sviluppo con caratteristiche locali”.

Abbiamo dimostrato che gli Stati in via di sviluppo del Sud del mondo devono unirsi, e non per sostenere l'unilateralismo statunitense ma per organizzare un nuovo ordine mondiale basato sull'indipendenza economica e al contempo rispettoso delle differenze politiche e culturali. Abbiamo intrapreso la nostra yellow BRIC road e non ci siamo solo noi, Brasile, Russia, India e Cina; ci sono anche tutti gli altri Stati del Sud del mondo. Tuttavia siamo consapevoli che il ricco Nord tenterà sempre di cooptare certi paesi del Sud per ostacolare un cambiamento gerarchico in cui il mondo possa credere, e che è, come forse già sa, incarnato dalla Cina.

Avrà anche capito perché la Cina abbia costantemente battuto le istituzioni economiche e finanziarie controllate dal Nord. Dopo tutto, offriamo ai paesi del Sud del mondo contratti migliori per accedere alle loro risorse naturali. Ci siamo impegnati in vasti e complessi progetti di costruzione delle infrastrutture che finiscono sempre per costare meno della metà rispetto ai prezzi applicati dai paesi del Nord. I nostri prestiti sono finalizzati più attentamente; non sono soggetti a fraintendimenti politici; e non portano con sé tariffe esorbitanti per le consulenze.

Avrà capito che i principali paesi produttori di petrolio hanno dirottato le loro risorse in eccesso verso il Sud. Paesi ricchi di petrolio dell'Asia Occidentale hanno cominciato a investire pesantemente nell'Asia Orientale e Meridionale un po' del surplus che avrebbero normalmente destinato all'Europa e agli Stati Uniti.

Si sarà accorto, compagno, che la contro-rivoluzione monetarista è morta. Dunque la questione ora non è se l'Asia e il Sud del mondo continueranno a usare il dollaro statunitense come valuta di scambio – questo, ovviamente, continuerà per anni. La questione a lungo termine è se continueranno ad affidare i surplus delle loro partite correnti a istituzioni controllate dal Nord, o se lavoreranno piuttosto per l'emancipazione del Sud. I suoi istinti egalitari potranno simpatizzare con quest'ultima soluzione, ma siamo certi che la classe dirigente degli Stati Uniti la contrasterà con le unghie e con i denti.

Ci scusi per quella che può essere vista come impertinenza, compagno. Naturalmente – seguendo la lezione del grande maestro Lao Tzu – siamo anche consapevoli delle nostre mancanze. Sappiamo bene che per un quarto della nostra popolazione di 1,3 miliardi di persone sarebbe un suicidio adottare il sistema di produzione e consumo noto come stile di vita americano. Sappiamo che dobbiamo fare di più per proteggere l'ambiente. Il nostro Piano Quinquennale 2006-2010, per esempio, ha posto come obiettivo una riduzione del 20% del consumo di energia, e la nostra politica industriale ha chiuso quasi 400 sottosettori industriali e ne ha limitati altri 190. Sappiamo bene cosa si rischia se, entro il 2025, non meno di 300 milioni di contadini si trasferiranno nelle nostre città, dove le auto, comprese le vostre Buicks americane, già fanno apparire piccolo il numero di biciclette.

Capiamo anche quante distorsioni siano implicite nella nostra cieca riproduzione del modello di sviluppo occidentale. Per farle un esempio, quando i nostri visitatori vanno al mega-centro commerciale The Place, nel distretto finanziario centrale di Pechino, e guardano il più grande schermo sospeso del mondo – che trasmette immagini generate al computer – si lamentano dello spreco di energia che comporta. È una droga per la quale non abbiamo ancora trovato la cura. Non ne abbiamo mai abbastanza di centri commerciali, e di concessionarie di SUV, di Hummer e di Ferrari a Jinbao Dajie, la strada dello shopping.

Siamo ben consapevoli delle centinaia di scioperi e dei diffusi disordini sociali che si verificano ogni mese e che coinvolgono soprattutto la nuova classe lavoratrice cinese – i giovani migranti interni – che costituisce la spina dorsale della nostra invidiabile industria di esportazione. Negli Stati Uniti non ci crederete, ma naturalmente in Cina esiste un movimento dei lavoratori – non uno, ma molti, spontanei e relativamente poco articolati, estremamente attivi praticamente in tutte le città del paese.

Noi vi prestiamo attenzione, e facciamo il nostro meglio per occuparci delle loro vertenze. Il Presidente Mao metteva sempre in guardia contro il luan – il caos – e niente ci preoccupa più della rivolta sociale nelle aree urbane e rurali. Ecco perché abbiamo mutato la nostra politica, tentanto di correggere le ineguaglianze derivanti dallo sviluppo e varando nuove leggi che offrono maggiori diritti ai lavoratori.

Nello stesso tempo, ricordiamo sempre come le riforme del compagno Deng Xiaoping dovettero occuparsi innanzitutto e soprattutto del settore agricolo. Per questo oggi il Presidente Hu si concentra tanto sullo sviluppo dell'istruzione, della prevenzione sanitaria e dell'assistenza sociale nelle campagne. Ecco come vediamo lo sviluppo di una “società armoniosa”.

Riassumendo, compagno Maobama. Speriamo davvero che lei apprezzi la favolosa anatra alla pechinese in compagnia del compagno Hu Jintao, e che conduca con lui un franco scambio di vedute. E, a proposito, se ha bisogno di un corso accelerato sulla politica cinese, non perda tempo ad ascoltare i suoi think tank: spedisca un diplomatico in un negozio di DVD a comprare una copia (pirata) della Città proibita di Zhang Yimou, con Chow Yun-fat e la nostra splendida Gong Li. Sta tutto lì: il culto della segretezza e della dissimulazione; la logica e la crudeltà dei clan rivali; il senso di tragedia politica; e come, in Cina, la ragion di Stato abbia la meglio su tutto. Certo, in fin dei conti possiamo essere una società violenta, ma è una violenza interiorizzata. Il luan del Presidente Mao è la nostra più profonda paura; temiamo soprattutto il male che possiamo infliggere a noi stessi. Se riusciremo a controllare noi stessi potremo essere un vero Regno di Mezzo, tra cielo e Terra. “Potenza superglobale” è solo senno di poi.

Comunque, come disse il compagno Deng, diventare ricchi è meraviglioso – tanto più quando si diventa il banchiere dell'attuale superpotenza globale. Saremo sempre qui per lei quando ne avrà bisogno. La preghiamo solo di non chiederci di svalutare lo yuan. Possa essere benedetto e condurre una propizia e prospera amministrazione, e possiate lei e la sua famiglia vivere una lunga e fruttuosa vita.

Con deferenza,
La Repubblica Popolare Cinese


Originale: Welcome, comrade Maobama

Articolo originale pubblicato il 16/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, novembre 11, 2009

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

di Mark Ames


Non voglio addentrarmi troppo nella Tana del Bianconiglio delle stranezze di Fort Hood, dunque mi limiterò a togliermi dallo stomaco un po' di quel fango assurdo messo in giro nei media per confonderci o depistarci. Sembra proprio che sia in corso un insabbiamento, e neanche molto professionale. Ma la cosa triste è che tutta la confusione e le sciocchezze che ci propongono riusciranno probabilmente nell'intento di distogliere l'opinione pubblica da quello che l'esercito non vuole farci sapere sulla strage, di qualsiasi cosa si tratti.

Comunque eccovi la mia lista dei Dodici Esempi di Disinformazione che vanno tenuti d'occhio:

1. Una storia ridicola fabbricata dal londinese Daily Telegraph trasforma Hasan in un vecchio amico dei terroristi dell'11 settembre. Il Telegraph riferisce anche di un misterioso uomo dai lineamenti arabi che avrebbe fatto visita ad Hasan nel suo appartamento due giorni prima della sparatoria, come in un brutto telefilm:

“Era molto insolito perché non veniva mai a trovarlo nessuno. Portava lunghi capelli neri e i baffi, e aveva la carnagione scura.”

Ricordate, questo è lo stesso Daily Telegraph che lo scorso mese ha pubblicato una bufala sulle origini ebraiche del presidente iraniano Ahmadinejad – storia prontamente smascherata come caso di disinformazione. Il Telegraph non è nuovo a questo genere di storie – come l'articolo del 2003 in cui diceva di avere le “prove” che Saddam Hussein aveva addestrato i terroristi dell'11 settembre a Baghdad.

E però funziona: adesso tutti dalla CBS all'Associated Press riprendono la notizia del Telegraph, e secondo la CBS l'FBI sta indagando su questa storia.

2. NPR ha mandato in onda un servizio citando come fonte un anonimo psichiatra del Walter Reed Army Medical Center (un altro anonimo!) che dice di essere un collega di Hasan e lo dipinge praticamente come un terrorista musulmano: Hasan avrebbe dato di matto con i suoi colleghi durante una conferenza che avrebbe dovuto trattare di questioni mediche. Invece, secondo NPR:

Lo psichiatra dice che [Hasan] era molto fiero ed esplicito sul fatto di essere musulmano. E, si è affrettato ad aggiungere lo psichiatra, nessuno ci badava. Ma sembrava quasi aggressivo a proposito del suo essere musulmano, e un giorno ha tenuto una conferenza che ha spaventato molti dottori.
… nell'auditorium entrano decine di medici e c'è uno che sta sul podio e tiene una conferenza su temi accademici, tipo quali farmaci prescrivere per un certo disturbo. Invece lui, Hasan, avrebbe parlato a lungo del Corano, dicendo che se non credi sei condannato all'inferno. Ti tagliano la testa. Ti buttano nella gola olio bollente.

Poi il servizio di NPR diceva che ai colleghi di Hasan al Walter Reed è stato detto di non parlare più con nessuno, soprattutto l'FBI:

ZWERDLING: Vorrei aggiungere un'altra cosa a proposito di Hasan al Walter Reed. Lo psichiatra con cui ho parlato oggi ha detto che era il tipo di persona della quale i colleghi parlavano nei corridoi, dicendo: Pensate che sia un terrorista o solo un tipo strano? E adesso a quanto pare al Walter Reed c'è la regola del silenzio, e tutti hanno ricevuto questa istruzione: Non parlate con nessuno di questa indagine, tranne che con i militari. Non parlate con l'FBI. Perché hanno paura, cosa succede se cominciano a indagare sul fatto che questa gente si è lasciata sfuggire potenziali segnali di avvertimento su questo tizio? Sa, sono ancora speculazioni, ma...
INSKEEP: Come possono non parlare con l'FBI?
ZWERDLING: Be', la nostra collega Dina Temple-Raston l'ha sentito dire dall'FBI, e questo ufficiale dell'esercito mi sta dicendo la stessa cosa dal Walter Reed.
INSKEEP: Bene. Signori, molte grazie. Daniel Zwerdling e Tom Gjelten di NPR. Grazie a entrambi.

No no no, grazie a te, NPR, per non aver dato retta a quell'enorme insegna che urlava MA CHE CAZZO. Anche qui, non dimentichiamo come l'esercito nel 2000 fosse stato scoperto a infiltrare agenti di PSYOPS esperti in propaganda tra i dipendenti della redazione giornalistica di NPR:

Il primo stagista alla NPR lavorò in vari prorfammi di attualità da settembre a novembre 1998. Gli altri due lavorarono per Talk of the Nation, uno da gennaio a febbraio 1999, l'altro da marzo a maggio 1999. NPR e Withington si sono rifiutati di identificare gli stagisti o di permettere che venissero intervistati.
Tutti gli stagisti erano sottufficiali dell'esercito degli Stati Uniti appartenenti al 4° Gruppo Operazioni Psicologiche di Fort Bragg, Carolina del Nord. Il Gruppo Operazioni Psicologiche dissemina apertamente in altri paesi informazioni a sostegno della politica e degli obiettivi statunitensi. Per esempio ha collocato negli aeroporti colombiani dei cartelloni che scoraggiano il narcotraffico. “In termini civili, è come lavorare in un'agenzia pubblicitaria o in una compagnia di pubbliche relazioni,” dice Withington.
L'esercito prese a organizzare gli stage attraverso l'ufficio risorse umane di NPR nel febbraio del 1998, secondo Withington.
Il portavoce di NPR Jess Sarmiento dice che il dipartimento risorse umane, compreso il vice presidente per le risorse umane Kathleen Jackson, sapeva che gli stagisti lavoravano per PSYOP quando li assunse, ma pensava che la redazione giornalistica avesse dato l'ok. Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP. È possibile che il loro immediato supervisore ne fosse a conoscenza, ma Sarmiento dice che il legame con PSYOP non era noto a un superiore, il cui nome non ha reso noto, che venne a saperlo solo alla fine del periodo di lavoro del terzo stagista. E Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP.

3. L'FBI dice che stava tenendo d'occhio Hasan da quando avrebbe elogiato i terroristi suicidi, sei mesi fa. Però non ha fatto niente. La Senatrice Kay Bailey Hutchinson ha spiegato perché, usando la stessa scusa che usò Condi Rice dopo l'11 settembre:

“Credo che nessuno si sarebbe mai aspettato che uno psichiatra formatosi per assistere la salute mentale altrui sarebbe esploso, a meno che non ci sia qualcos'altro, ed è questo che stanno cercando.”

Proprio così.

Ma la storia cambia... perché oggi l'FBI dice che si erano sbagliati a proposito dei suoi post a favore dei terroristi suicidi, e che anzi non hanno alcuna prova che Hasan comunicasse con siti jihadisti, a parte il fatto che potrebbe averli visitati:

(CBS) Un esame preliminare del computer del Maggiore Nidal Malik Hasan, accusato della strage di giovedì a Fort Hood nella quale sono state uccise 13 persone, non ha rivelato alcuna prova di collegamenti con gruppi o cospiratori terroristici, secondo gli inquirenti.

4. Nonostante siano state sbandierate tutte queste prove del fatto che Hasan era il jihadista più pazzo su questa sponda del Giordano, e nonostante ci siano fantastilioni di ufficiali e colonnelli e colleghi pronti a dichiarare che l'estremismo islamico di Hasan li preoccupava, tuttavia, secondo il New York Times, “le autorità non sono state in grado di dire se l'attacco sia stato il gesto di un uomo solo e turbato o legato a gruppi terroristici, all'interno o all'esterno del paese.” Come aggiungeva lo stesso articolo del New York Times,

La signorina Hutchison, parlando alla base, ha detto che il Maggiore Hasan è stato l'unico a far fuoco ma che non è ancora chiaro se avesse pianificato l'attacco da solo. “È una domanda che bisogna ancora porsi,” ha detto la signorina Hutchison.

5. Se su questo tengono la bocca cucita, state certi che durante e dopo la sparatoria ciarlavano come cocainomani, parlando di tre uomini in uniforme armati di M16. Prima dissero che Hasan era stato ucciso, poi che era sopravvissuto e in condizioni stabili, infine che era in coma, e via dicendo. I racconti erano sempre specifici e però privi di fonti – suggerendo qualcosa di più della semplice confusione del momento. Prendente per esempio questa storia piena zeppa di particolari rifilata a un corrispondente della CNN:

Un alto ufficiale che giovedì giocava a golf vicino a Fort Hood, Texas, ha detto alla CNN di avere assistito all'arresto di uno dei due individui sopravvissuti sospettati della sparatoria nell'edificio dell'Esercito.

Subito dopo la sparatoria, ha raccontato l'ufficiale, la polizia militare gli ha chiesto di allontanarsi, e ha visto altri MP circondare l'edificio dove tengono i golf cart, ha detto.

L'ufficiale ha detto di aver cercato riparo in una casa vicina quando sono arrivati 30-40 veicoli della polizia militare.

Ha raccontato di aver visto un soldato in assetto da combattimento, le mani in alto. Gli MP gli hanno intimato di stendersi al suolo e di aprirsi l'uniforme, si suppone per assicurarsi che non portasse esplosivi, ha detto l'ufficiale.

Ha riferito che un MP gli ha detto che le autorità sospettavano l'uomo della sparatoria dopo averlo sentito dire che era con l'autore della strage.

6. I media si sono affrettati a comunicare che nessuno era rimasto vittima di fuoco amico. Fine della storia. E sappiamo che è vero perché gli stessi poliziotti che avrebbero potuto uccidere dei soldati hanno compiuto riscontri balistici sulla scena della strage, e, sorpresa, si sono autoscagionati. E poi che ne è stato delle prime notizie secondo cui almeno alcuni poliziotti a Fort Hood erano dipendenti civili di ditte private? Come in questo servizio di USA Today:

Aggiornamento delle 7:08 p.m. ET: La CNN riferisce che Hasan aveva 39 anni, si era diplomato in Virginia e aveva lavorato al Walter Reed Army Medical Center prima di entrare come tirocinante al Darnall Army Medical Center di Fort Hood.
Oltre ad Hasan, sono morti 10 soldati e un poliziotto civile che lavorava nella base come dipendente di una ditta privata.

7. La strana storia secondo cui Hasan aveva fatto parte di una task force di Washington che consigliava il futuro Presidente Obama: non mi importa quello che dicono gli altri, a me sembra molto strano. Quelli di destra hanno già distorto la notizia per dimostrare che Hasan era uno stretto collaboratore dell'islamofascista Barack Obama; ma i liberal hanno protestato striduli che il solo fatto che Hasan fosse nella task force non significa un accidente. Um, invece sì: se non lo trovate strano questo mestiere non fa per voi. Gesù Cristo, come si può pensare che non sia strano, soprattutto se si descrive Hasan al culmine del suo islamofascismo islamico, mentre si mette a urlare e a parlare di decapitazione degli infedeli durante una conferenza? La vera domanda è: cosa cavolo ci faceva, lì?

8. Probabilmente Hasan se ne andava in giro in abiti musulmani, come quando è andato al supermercato, la mattina della sparatoria, ed è stato convenientemente ripreso dalla telecamera a circuito chiuso... però vestiva l'uniforme in moschea. E notate come i media si sono subito abituati a usare una sua foto in bianco e nero, anche se ne esistono molte a colori, comprese versioni a colori di quella stessa foto in bianco e nero. L'immagine in bianco e nero richiama subito alla memoria le foto dei sospetti dell'11 settembre. Ecco, date un'occhiata:

Reperto A: Che razza di terrorista è questo, ditemelo voi! Sembra una brava persona. Avanti la prossima!



Reperto
B: Be', con questa possiamo decisamente fare qualcosa…


Reperto C: Allora, prendete la foto sopra, cliccate il pulsante “scala di grigi”, aggiungete una leggera sfocatura per dare un bell'effetto terrorista, poi mettetela vicino ad americani colorizzati, e voila! Gente, mi sa che qui abbiamo proprio un terrorista, tutti d'accordo?


Reperto D: Oh sì, gente, nessun dubbio: questo tizio mette l'“errore” nel “terrore”:


Reperto E: D'accordo, ora che abbiamo stabilito questo possiamo mandare le immagini sgranate della telecamere a circuito chiuso che mostrano Hasan con il suo travestimento da islamofascista da Halloween:



Voila! Non troppo difficile, vero?

9. Perché nessuno approfondisce l'informazione secondo cui Hasan era nell'esercito già nel 1989, quando frequentava il Barstow community college nel deserto californiano, il che significa che era nell'esercito da almeno 20 anni? Ecco la notizia riportata da un quotidiano locale, il Victorville Daily Press:

Gli archivi dell'istituto mostrano anche che Hasan, che all'epoca avrà avuto 19-20 anni, quando frequentava il Barstow College aveva il grado di caporale scelto o inferiore. Il codice di avviamento postale relativo all'indirizzo di residenza di Hasan indicava anche che viveva in caserma, secondo Stokes.
Il comando di Fort Irwin non è stato ancora in grado di confermare se all'epoca Hasan stazionasse al forte, secondo il portavoce Etric Smith. Smith ha detto che gli archivi dell'Esercito dimostrano che Hasan era passato al servizio attivo nel 1997 e che il comando non è in grado di spiegare la discrepanza.

Riferivano anche che era uno “studente modello”, il che stride con l'immagine del terrorista lavativo che era riuscito a ottenere una borsa di studio dal credulo governo americano.

10. Hasan era uno psichiatra. Potrebbe significare non solo che studiava trattamenti e terapie, come dicono, ma anche, come accade con gli psicologi militari, che avrebbe potuto far parte di un programma che comportava interrogatori e torture. Tanto per dire. Pensate che uso poterebbero fare i servizi e l'esercito di uno come Hasan: arabo e musulmano con formazione in psichiatria, e tutta una sfilza di credenziali da musulmano fanatico che per qualche strana ragione non l'hanno mai messo nei guai. Mi vengono in mente un sacco di modi in cui un tipo del genere potrebbe rendersi utile in un teatro di guerra o nella caccia ai terroristi.

11. Se Hasan stava in Al Qaeda e il suo obiettivo è sempre stato quello di attaccare gli americani, perché ha lottato tanto per evitare di partire per l'Iraq e ha messo su tutto quel casino sulle sue simpatie per i terroristi suicidi? Perché avrebbe dovuto assoldare un avvocato e perfino offrirsi di pagare per sottrarsi al servizio attivo? Come sappiamo dai terroristi dell'11 settembre, tutto quello che deve fare un terrorista dormiente è fingere di essere più americano degli americani purosangue: andare al casinò e nei club di spogliarelliste, bere alcol davanti a tutti, ecc. Ovviamente l'Esercito sapeva che era infelice, e sapeva anche che era un pazzo musulmano. Davvero è stato così stupido da non saper fare due più due, oppure ha usato Hasan o l'ha in qualche modo tenuto sulla corda?

12. Volendo condurre una finta indagine, chi meglio può dirigerla di quello strumento neocon che è Joe Lieberman? Lieberman ha già esibito la sua imparzialità e determinazione nella ricerca della verità dichiarando alla televisione che Hasan è un “home-grown terrorist”, un terrorista cresciuto in casa.

Ricordatevi che potrebbero esserci motivi di tutti i tipi per occultare la verità. Per esempio, se si trattasse di un raptus omicida sul posto di lavoro, ipotesi per la quale ancora propendo, le autorità avrebbero tutte le ragioni per mettere insieme un bell'insabbiamento… perché tutti si stanno coprendo il culo. Un perfetto esempio di insabbiamento da parte della polizia è quello che è successo dopo Columbine. Ed è stato così plateale che le famiglie delle vittime hanno infine fatto causa, come spiega questo articolo del 2002:

(AP) Le famiglie di cinque studenti uccisi a Columbine hanno chiesto che un gran giurì federale indaghi sulla possibilità che le autorità abbiano occultato le prove dell'uccisione di uno studente da parte della polizia.
“Sono state raccontate delle bugie, oltre ogni dubbio”, ha detto martedì l'avvocato Barry Arrington dopo aver presentato la richiesta all'Ufficio del Procuratore. “La sola questione è: perché mentono?”
Secondo le famiglie un ufficiale sparò accidentalmente al quindicenne Daniel Rohrbough mentre fuggiva dall'istituto durante il massacro del 20 aprile 1999.
Il padre di Rohrbough, Brian, afferma che il Sergente della polizia di Denver Dan O’Shea disse a un funzionario scolastico che temeva di aver sparato a uno studente, e che il vice sceriffo aveva assistito alla sparatoria.

Come ho detto, tante ragioni per insabbiare, e tante bugie e disinformazione.

Originale: Fort Hood Cover-Up: A Dozen Tales of Disinformation


Articolo originale pubblicato l'8/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 08, 2009

Il massacro di Fort Hood: breve storia della violenza americana

Il massacro di Fort Hood: breve storia della violenza americana

di Mark Ames

È difficile decidere quale sia l'aspetto più sconvolgente del massacro compiuto dal Maggiore Malik Nadal Hasan a Fort Hood, Texas. Comincerò con questo: non c'è niente di assolutamente nuovo, in quel massacro. Succede di continuo, è solo che il nostro paese soffre di amnesia: dimentichiamo le cose sgradevoli e ci rifiutiamo di imparare le lezioni preziose. [Proprio stamane c'è stato un altro raptus omicida in un ufficio di Orlando, che ha fatto almeno due morti e 17 feriti. In base alle prime notizie l'omicida era un dipendente.]

Tanto per cominciare, Fort Hood si trova a Killeen, Texas – teatro nel 1991 di uno dei peggiori raptus omicidi, quando un disoccupato già arruolato nella Marina, George Hennard Jr., entrò con il suo pickup in un popolare ristorante self-service, tirò fuori due pistole (anche Hasan ne ha usate due), e assassinò 23 persone prima di togliersi la vita. Il giorno prima del massacro Hennard stava mangiando un hamburger in un ristorante seguendo alla tv la nomina del giudice Clarence Thomas e, secondo il gestore, “Quando trasmisero un'intervista con Anita Hill diede in escandescenze. Cominciò a urlare ‘Brutta troia! Bastardi, avete aperto la porta a tutte le donne!’”

Così la sparatoria di Fort Hood non è il peggiore o più folle omicidio di massa della storia di Killeen. Niente affatto. I media a grande diffusione incoraggiano il clamore sui traditori musulmani che vivono in mezzo a noi, ma Hasan ha ucciso meno americani del bianco e razzista Hennard. Ed entrambi sono stati battuti dal governo federale nella vicina Waco, Texas, dove nel 1993 i federali massacrarono ben 74 tra uomini, donne e bambini nel ranch dei davidiani.

Ma in quella che appare come una strana coincidenza, il Maggiore Hasan e Killeen sono legati a un altro massacro americano. Killeen ha detenuto il record del peggiore massacro degli Stati Uniti fino al 2007, quando lo studente del Virginia Tech Seung-Hui Cho si è messo a sparare contro gli altri studenti uccidendone 33. Malik Nadal Hasan si era diplomato proprio al Virginia Tech nel 1997. Sia Hasan che Cho erano vittime di prepotenze e persecuzioni – il cugino di Hasan ha raccontato ai giornalisti che dopo l'11 settembre i suoi commilitoni lo tormentavano regolarmente, chiamandolo “cavalca-cammelli”. Ma il cugino insiste che l'opposizione di Hasan alla guerra non era tanto una conseguenza di quelle prevaricazioni, quanto dei racconti che aveva ascoltato durante il tirocinio come counselor psichiatrico dei reduci delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Hasan aveva perfino assoldato un avvocato per cercare di giungere a un accomodamento con il governo degli Stati Uniti e lasciare il servizio, ma l'accordo non c'è stato e Hasan è stato destinato in Iraq. Pare che si sia opposto a questa decisione fino al giorno prima della partenza: e invece di andare in guerra ha portato la guerra nell'esercito americano.

Come spesso capita, sono state tratte le lezioni sbagliate: la soluzione è stata più armi e una maggiore militarizzazione della società. Dopo la strage del Virginia Tech, nel 2007, è nato un nuovo gruppo studentesco favorevole alle armi, che chiede che gli studenti possano girare armati negli atenei. Il gruppo si chiama Students for Concealed Carry on Campus e conta oggi più di 40.000 membri in più di 363 atenei. Analogamente, nel 1991, dopo la sparatoria di Killeen, lo Stato del Texas rispose adottando una legge che consentiva l'omissione di denuncia per il possesso d'armi. Fu il Presidente Bush a firmarla quando era governatore del Texas nel 1995, e fu sempre Bush che nel 2008, dopo il massacro al Virginia Tech, firmò la prima legge federale per il controllo delle armi in 13 anni.

(In questo caso sta già accadendo: ecco per esempio un articolo appena pubblicato, “Fort Hood: Death By Gun Control”, in una cosa chiamata Austin Gun Examiner.)

Dunque Hasan, i cui genitori giunsero negli Stati Uniti dalla Palestina, aveva molti legami personali con la violenza e i massacri “Made in the USA”; eppure si tenta fanaticamente di ritrarlo come un folle mostro musulmano deciso ad uccidere americani a tutti i costi. Ma perché cercare altre fonti di ispirazione, quando gli americani avevano già dimostrato con tanti eccellenti esempi come si fa una strage di connazionali?

Anche Fort Hood, la più grande base militare in territorio statunitense, ha avuto la sua dose di violenza. Innanzitutto detiene il record di soldati uccisi in Iraq e Afghanistan – 685 fino a oggi – e anche se non si conoscono le cifre è ragionevole supporre che Fort Hood sia responsabile di un'alta percentuale delle decine o centinaia di migliaia di persone uccise in quei paesi in seguito all'invasione americana. Nello stesso periodo a Fort Hood si sono suicidati 75 soldati, dieci nel solo 2009; più che in qualsiasi altra base. In un solo fine settimana del 2005 si sono uccisi, in due episodi distinti, due soldati rientrati dall'Iraq. Lo scorso anno, in un caso che sembra uscito direttamente da Full Metal Jacket, lo Specialista Jody Michael Wirawan, 21 anni, della 1ª Divisione di Cavalleria, ha ucciso il suo tenente per poi suicidarsi all'arrivo della polizia. E Killeen non se la cava meglio: ha uno dei redditi mediani più bassi del paese e un tasso di criminalità tra i più alti. Quest'anno un soldato ventenne di Fort Hood è stato ucciso da un poliziotto di Killeen che ha detto di avergli sparato dopo essere stato investito dal suo SUV; la madre del soldato morto ha fatto causa affermando che il poliziotto era noto per essere un individuo violento e incontrollabile, e che l'auto di suo figlio era accostata quando è stato ucciso.

Tutta questa violenza e disperazione ha portato il comandante di Fort Hood, il Tenente Generale Rick Lynch, a creare un centro per il recupero dalla sindrome da stress post-traumatico: si chiama Resiliency Campus e comprende un Centro Benessere Spirituale per la meditazione e un Centro di Aiuto per il Potenziamento Cognitivo. Come se l'allenamento spirituale potesse risolvere le cause che hanno portato a creare un Resiliency Campus.

Ma se il governo fosse veramente preoccupato per tutti i casi di suicidio e di sindrome da stress post-traumatico, avrebbe potuto evitare la missione suicida e omicida del Maggiore Hasan. Sarebbe stato facile: Hasan aveva chiesto ai suoi superiori di non essere mandato in Iraq, dove era stato destinato, ma le sue richieste furono respinte. I blogger di destra come Michelle Malkin e alcuni media hanno cavalcato le notizie secondo cui Hasan avrebbe espresso simpatia per gli attentatori suicidi. Ma se avesse fatto parte di una cellula dormiente di Al Qaeda non si spiegherebbe perché a) avesse detto ai commilitoni che le guerre sono sbagliate e che avremmo dovuto ritirarci; e b) che stava cercando di evitare di essere mandato in Iraq. I terroristi dell'11 settembre fecero del loro meglio per “mimetizzarsi” e fingere di essere americani quanto una torta di mele, perché quando sei un terrorista che pianifica un attentato suicida in una base militare devi cercare di non attirare l'attenzione. Inoltre la scelta dei tempi per il massacro, il giorno prima di partire, dimostra che la sua disperazione era giunta al limite. Questo suggerisce che se le obiezioni del Maggiore Hasan fossero state prese in considerazione il massacro avrebbe potuto essere evitato .

L'opposizione del Maggiore Hasan alle guerre in Iraq e in Afghanistan lo colloca dove si trova oggi la maggioranza degli americani. E non è il primo soldato di Fort Hood a contestare la guerra. Dall'invasione dell'Iraq la percentuale di diserzioni è salita, e quest'anno hanno fatto notizia alcuni obiettori di alto profilo di Fort Hood, come lo specialista Victor Agosto, processato questa estate dalla corte marziale dopo essersi rifiutato di partire per l'Afghanistan, e il Sergente Travis Bishop, che ha chiesto lo status di obiettore di coscienza dopo essere stato in Iraq per 14 mesi.

Ai tempi della guerra del Vietnam Fort Hood divenne famosa per una delle prime proteste pacifiste, nel 1965, quando i cosiddetti “tre di Fort Hood” si rifiutarono di partire dicendo che la guerra era ingiusta e illegale. Tre anni dopo il movimento si estese: centinaia di soldati semplici afro-americani destinati in Vietnam manifestarono la propria opposizione durante la Convention democratica del 1968, e finirono sotto corte marziale. Fu un gesto eroico: soldati e poliziotti statunitensi misero in scena una delle repressioni di massa più sanguinarie della storia moderna. Nel 1971 il Fronte Unito di Fort Hood, composto da soldati della base, marciò a Killeen, malgrado la città gli avesse rifiutato il permesso. I manifestanti furono arrestati a centinaia.

Oggi, se si va a leggere nei forum le reazioni al massacro di Fort Hood, emerge che il sentimento pacifista è forte e che costituisce chiaramente un problema per le autorità. Dunque si farà il possibile per ritrarre il Maggiore Hasan come un musulmano matto. Da anni la destra ha cercato di identificare l'opposizione alle guerre con il filo-terrorismo e l'anti-americanismo: se così fosse, in base ai sondaggi la maggioranza degli americani sarebbe costituita da terroristi anti-americani.

È già possibile vedere la fetida, cupa essenza dell'Animo Americano nei messaggi anonimi postati in siti di destra come Free Republic. Eccone alcuni:

Perché alcuni si sorprendono?
Abbiamo già uno SPORCO TRADITORE MUSULMANO nello Studio Ovale.
Altra immondizia musulmana, che sarà mai?
* * *

[Citando un post precedente] **Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito. Punto.**
Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito vivere in questo paese.
Punto.
* * *
Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi vivere.
* * *

La storia è ancora fresca e ci sono molte cose che non conosciamo, e molte notizie contrastanti e confuse. Dato che Hasan verrà giudicato da un tribunale militare, noi americani sapremo solo quello che l'esercito vorrà farci sapere. E in una nazione che sta scivolando ulteriormente nelle nebbie della sua amnesia, l'ultima cosa che vogliamo conoscere sono le verità minacciose e dolorose.


Originale: Fort Hood Massacre: A Brief History Of American Violence

Articolo originale pubblicato il 6/11/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 01, 2009

L'America, i preservativi e i taliban

[Articolo del 23 ottobre, ancora interessante dopo l'annuncio del ritiro di Abdullah dal ballottaggio in Afghanistan.]

L'America, i preservativi e i taliban
di M. K. Bhadrakumar

I pakistani usano una metafora grossolana quando vogliono mettere sulla difensiva i loro interlocutori americani. Dicono che gli Stati Uniti hanno usato il Pakistan come un preservativo, limitandosi a gettarlo via quando non serviva più, come era successo varie volte ai tempi della Guerra Fredda. Così facendo chiedono agli americani di essere costanti nella loro amicizia.

Gli afghani finiranno per provare gli stessi sentimenti. Bastava dare un'occhiata alla CNN martedì pomeriggio per vedere l'espressione di disagio stampata sulla faccia del Presidente afghano Hamid Karzai quando ha annunciato che gli erano stati tolti i voti che gli avrebbero dato la vittoria nelle elezioni presidenziali, e che il ballottaggio con Abdullah Abdullah si sarebbe svolto il 7 novembre.

Si è verificato un incidente culturale. A quanto pare agli americani non importava quanto fosse grave per un capo Popolzai essere costretto ad ammettere la sconfitta davanti al suo popolo.

Fino allo scorso fine settimana Karzai aveva ribadito che non avrebbe accettato interferenze straniere al momento di decidere i risultati delle elezioni, dopo essersi proclamato vincitore al primo turno svoltosi in agosto. Martedì ha ritrattato pubblicamente senza offrire spiegazioni. Karzai ha fatto un passo indietro, resosi conto di aver irrecuperabilmente perso quella gravitas che gli è necessaria per governare in Afghanistan.

John Kerry, presidente della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere, si sarebbe presentato al palazzo presidenziale e avrebbe messo sotto pressione Karzai per ben 72 ore per convincerlo a rinunciare a proclamarsi vincitore. Venerdì il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva parlato al telefono con Karzai per 40 minuti; il Primo Ministro britannico Gordon Brown aveva chiamato tre volte da Londra; il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner era corso a Kabul per partecipare allo sforzo di persuasione (e per vedere se vi fosse un futuro per Abdullah, uno dei “Panjshiri boys” prediletti dalla Francia); e anche il segretario generale delle Nazioni Unite

Ban Ki-moon e il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, Anders Fogh Rasmussen, avevano diligentemente contribuito da New York e Bruxelles alla campagna per far sì che Karzai firmasse il suo necrologio politico.

Nel loro trionfalismo, però, le capitali occidentali non hanno capito che gli afghani non rispetteranno neanche chi è incapace di offrire una stabile amicizia. La questione non è più se Karzai fosse efficiente o corrotto. La questione è la percezione afghana secondo cui gli occidentali trattano i loro amici come preservativi usati.

Questo avrà delle conseguenze sulla tanto reclamizzata strategia di “afghanizzazione”. Di certo una “afghanizzazione” del conflitto nell'Hindu Kush avrebbe dovuto incentrarsi sul potere fallico di un maschio alfa – in senso figurato, naturalmente –, possibilità oggi irrealizzabile. Chiunque vincerà il ballottaggio del 7 novembre avrà comunque l'onere di essere considerato un fantoccio americano, e questo erode la strategia di “afghanizzazione”.

Probabilmente l'unica “afghanizzazione” praticabile era quella intrapresa da Karzai, e passava attraverso alleanze con comandanti locali, signori della guerra, malik (capi) tribali e i mullah. L'“afghanizzazione” dipendeva da una figura pashtun in grado di collegare e coordinare tutte queste forze. Tra Karzai e Abdullah la scelta è limitata, e quella figura può essere incarnata solo da Karzai.

Il teatrino svoltosi a Kabul nel fine settimana (sorprendentemente lodato dal Presidente americano Barack Obama) sottolinea il fatto che gli Stati Uniti in Afghanistan non stanno cercando una struttura di potere forte. Tutti i discorsi sui brogli elettorali e sul ballottaggio raccomandato dagli osservatori delle Nazioni Unite sono sciocchezze. Per dirla con l'autore pakistano Tariq Ali, "Nelle montagne dell'Hindu Kush dev'essere risuonata la risata dei Pashtun”.

State certi che anche il secondo turno sarà largamente contrassegnato dai brogli. Ban ha dichiarato alla BBC che le Nazioni Unite vogliono il “licenziamento” di 200 funzionari elettorali (su un totale di 380) per rendere “credibile” il ballottaggio. Chi, di grazia, li sostituirà e verificherà le credenziali delle altre migliaia di addetti ai seggi? E il tutto nei prossimi quindici giorni, cioè il tempo che resta alle Nazioni Unite per organizzare il ballottaggio.

Se così stanno le cose, perché tutto questo parapiglia attorno a Karzai, privato della maggioranza assoluta al primo turno per un esiguo 0,3% dei voti? Il fatto è che gli Stati Uniti temevano che Karzai potesse diventare una spina nel fianco se fosse stato eletto con le sue forze e con l'aiuto dei suoi alleati di coalizione messi insieme di riffa o di raffa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dato che la guerra è ormai quasi persa. Ma c'è una spiegazione logica.

È prevedibile che gli Stati Uniti stiano per avviare un deciso sforzo per cooptare i taliban. I preliminari sono cominciati. Si prevede che agli elementi taliban verrà consentito di riempire il vuoto nelle strutture di potere locali.

Questa possibilità si aprirà il prossimo anno in occasione delle elezioni locali. Significativamente, gli Stati Uniti hanno chiesto al Giappone di stabilire una presenza militare nel sud dell'Afghanistan. (Il Giappone aveva tenuto aperta una linea di comunicazione con i regime dei taliban a Kabul.)

L'amministrazione Obama sta adottando un approccio revisionista nei confronti dei taliban. Bisogna ammettere che Obama non ha motivo di covare intenzioni di vendetta nell'Hindu Kush come il suo predecessore otto anni fa. Nel suo libro intitolato Bush At War, Bob Woodward ha scritto che fu proprio la questione se i taliban dovessero essere considerati il nemico degli Stati Uniti a dominare le discussioni alla Casa Bianca e a Camp David nelle critiche settimane successive all'11 settembre 2001, prima che le forze speciali statunitensi penetrassero in Afghanistan alla fine di ottobre.

Si è chiuso il cerchio di quella discussione durata otto anni. È vero, i taliban non sono necessariamente nemici dell'America. Né andrebbero esclusi dalla vita politica del loro paesi. Probabilmente, inoltre, i taliban erano stati spinti a ricorrere ad al-Qaeda dopo aver lungamente e pazientemente atteso un riconoscimento da parte degli Stati Uniti che non giunse mai. Perciò, se i taliban non costituiscono una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e se recidono i legami con al-Qaeda, Obama potrebbe essere disposto a considerarli senza pregiudizi.

Pare che vi abbia accennato il guardiano di Obama, Rahm Emanuel, nella sua intervista di domenica alla CNN:

Si è letteralmente finiti in una situazione, c'è un altro modo di agire? E il presidente sta ponendo le domande che non sono mai state fatte... E prima di impegnare delle truppe, cosa che non è irreversibile ma va in una certa direzione, prima di prendere questa decisione ci sono delle domande che esigono risposte e che non sono mai state fatte... Ed è chiaro che dopo otto anni di guerra significa praticamente partire da zero, e quelle domande non sono mai state fatte... Quali sono le relazioni all'interno dei taliban? Ci sono diversi tipi di taliban? È su questo che si sta concentrando l'analisi.

Riassumendo, Obama con l'“afghanizzazione” del conflitto aveva due possibilità. Una era la strada presa da Karzai alleandosi con i “signori della guerra”, che lo ha reso una figura cruciale. Ma Washington può scegliere una strategia d'uscita imperniata su una progressiva “talibanizzazione” della struttura di potere locale afghana. Karzai II potrebbe essersi appena accorto di non essere affatto indispensabile agli americani.

Originale: America, condoms and the Taliban

Articolo originale pubblicato il 23/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, ottobre 13, 2009

Afghanistan: il Pakistan intima all'India di “farsi da parte”

Il Pakistan intima all'India di “farsi da parte”

di M. K. Bhadrakumar

L'ambasciata indiana a Kabul ha subito il secondo attacco terroristico in 15 mesi. Nello scoppio di giovedì, quando un'auto carica di esplosivi è stata lanciata contro il muro dell'ambasciata, hanno perso la vita 17 persone.

L'ambasciata indiana non è distante dal palazzo presidenziale e, ironicamente, si trova sull'altro lato della strada rispetto al ministero degli interni afghano. Inutile dire che i taliban, che hanno rivendicato l'azione, hanno dimostrato di essere capaci di colpire ovunque e in qualsiasi momento, messaggio che è già arrivato a destinazione.

Tuttavia, visto che il bersaglio è l'ambasciata indiana, deve esserci anche un messaggio politico. A Delhi si è inclini a sospettare lo zampino dell'ISI, i servizi segreti Pakistani. Gli organi di sicurezza hanno i loro codici segreti per comunicare i segnali, e l'attentato di giovedì sembra trasmettere un segnale complicato che va decifrato. Presumibilmente il messaggio è che l'India deve farsi da parte e rinunciare a espandere la propria presenza in Afghanistan.

Il Pakistan non ha nascosto il suo profondo scontento per il fatto che l'India mantiene ancora dei consolati in due città-chiave vicine alle regioni che confinano con il Pakistan – Jalalabad e Kandahar. Sospetta che l'India usi questi avamposti per attività di spionaggio elettronico volte a insidiare la stabilità del Pakistan e mettere in qualche modo le mani sugli asset nucleari pakistani.

Mentre si trovava in visita negli Stati Uniti, lunedì scorso, il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi ha lanciato un monito dichiarando che gli indiani “devono giustificare i loro interessi” a Kabul. Ha detto al Los Angeles Times che il “livello di coinvolgimento [dell'India a Kabul] dev'essere proporzionale [al fatto che] non confinano con l'Afghanistan, mentre noi sì... Se non c'è un'imponente ricostruzione [in Afghanistan], se a Delhi la gente non si mette in coda per ottenere il visto per andare a Kabul, perché c'è una presenza [indiana] così massiccia in Afghanistan? A volte questo ci preoccupa.”

Di fatto, il comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, nel suo rapporto consegnato lo scorso mese al Presidente Obama sottolineava che l'India con le sue attività in Afghanistan sta “esacerbando le tensioni regionali”. Prevedeva anche che il Pakisan avrebbe preso delle “contromisure”.

Collusione USA-India?
Per appianare la questione, le autorità indiane hanno inutilmente sottolineato il “potere morbido” del Paese in Afghanistan. Certo, l'India è un importante Stato donatore, essendosi impegnata a spendere 1,2 miliardi di dollari in assistenza in Afghanistan. I programmi di aiuto di Delhi spaziano dalla sfera dell'istruzione a quella della salute, dalle telecomunicazioni alla costruzione di strade e ad altri settori, e ha fatto molto per dare impulso al prestigio e all'influenza indiani a Kabul.

Il Pakistan vede l'iperattivo programma di aiuti indiano in un'ottica a somma zero, e cioè come essenzialmente mirato a insidiare la sua influenza. L'India non migliora le cose. La posizione di Delhi è che l'India ha storici e profondi legami di amicizia con il popolo afghano, e in ogni caso chi sono questi pakistani per dire all'India quello che deve o non deve fare?

L'India si rifiuta categoricamente di riconoscere che il Pakistan possa avere “interessi speciali” in Afghanistan simili o affini a quelli che l'India dice di avere nel Nepal o nello Sri Lanka. Anzi, i commentatori indiani ribadiscono che Delhi ha il diritto e il dovere di farsi valere in Afghanistan, considerando la posta in gioco nella lotta al terrorismo e il “fardello” dell'India in quanto potenza regionale. L'argomentazione è ineccepibile benché la tracotanza sia offensiva.

Nella guerra afghana si sta avvicinando un punto di svolta. Tutti gli sguardi sono puntati sulla nuova strategia di Obama. Il dibattito si concentra sul livello di truppe, ma trascura l'enorme tensione che è è andata creandosi in Pakistan nelle ultime settimane. L'esercito pakistano sembra paventare che Washington possa intensificare gli attacchi dei drone contro la dirigenza taliban.

La campagna di assassinii di Washington è stata premiata negli ultimi tempi da uno straordinario successo. Si stanno eliminando terroristi di alto profilo. La campagna è stata estesa dalle aree tribali alla Provincia della Frontiera di Nord-Ovest. L'ambasciatore americano a Islamabad ha recentemente accennato al fatto che i drone potrebbero presto colpire la shura (il concilio) dei taliban guidato dal Mullah Omar, che si ritiene possa nascondersi nel Belucistan.

Sembra che gli americani abbiano sviluppato risorse di intelligence che consentono loro di intensificare gli attacchi dei drone. Se vi è una collusione tra la CIA e gli organi di sicurezza pakistani, gli Stati Uniti condividono informazioni anche con altri paesi, India compresa.

Di certo, nel futuro prossimo la dirigenza taliban potrebbe finire nel mirino dei drone. Se succederà, il cosiddetto “asset strategico” del Pakistan nell'Hindu Kush verrà distrutto e la capacità di Islamabad di proiettare potere in Afghanistan ne risulterà drasticamente ridotta.

Su questo sfondo, l'ISI diffida fortemente di qualsiasi penetrazione dei servizi indiani nelle regioni meridionali e sudorientali dell'Afghanistan. Basta dare un'occhiata ai media pakistani, un giorno qualsiasi, per cogliere il paranoico sospetto che gli Stati Uniti stiano segretamente collaborando con l'India. Si sospetta che gli Stati Uniti stiano inutilmente rafforzando la loro presenza fisica in Pakistan. I comandanti dei corpi riunitisi mercoledì al Quartier Generale dell'esercito a Rawalpindi hanno preso l'insolita iniziativa di esprimere le “preoccupazioni” riguardo le implicazioni per la “sicurezza nazionale” delle clausole contenute nella legge Kerry-Lugar, recentemente approvata dal Congresso degli Stati Uniti, che triplica l'entità degli aiuti non-militari al Pakistan portandoli a 1,5 miliardi di dollari l'anno.

I “signori della guerra” a caccia dei taliban...
Aspetto interessante, i commentatori pakistani legati all'ambiente militare pakistano hanno concluso che nella legge Kerry-Lugar c'è lo zampino dell'India.

Attualmente, quello che preoccupa davvero l'esercito pakistano è che, nonostante abbia affermato il contrario, Washington possa alla fine accettare la nuova configurazione di alleanze che sta prendendo forma a Kabul sotto il Presidente Hamid Karzai e che comprende influenti “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, i quali avevano collaborato strettamente con l'India nella seconda metà degli anni Novanta fino al rovesciamento del regime dei taliban da parte degli Stati Uniti nel 2001.

Si può presumere che questi “signori della guerra” possano svolgere un ruolo molto utile per gli Stati Uniti nella stabilizzazione dell'Afghanistan e nell'“afghanizzazione” della guerra in tempi brevi, alleviando significativamente le pressioni sulle truppe della NATO. Di fatto, potrebbe trattarsi di una variante afghana del “Risveglio” sunnita che gli Stati Uniti hanno attuato con considerevole successo in un breve lasso di tempo in Iraq. Obama è infatti alla ricerca di un modo per ristabilire rapidamente la sicurezza in Afghanistan e sta lavorando entro margini di tempo ristrettissimi.

L'esercito pakistano è preoccupato che gli Stati Uniti possano avvicinarsi ai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord. Inutile dire che l'influenza dell'India in Afghanistan farà un balzo da gigante se i “signori della guerra” verranno risuscitati dagli Stati Uniti e incaricati della sicurezza afghana per combattere i tenaci taliban. Da nemici di vecchia data dei taliban, i “signori della guerra” sono fautori della linea dura contro gli insorti. Come ha dichiarato al New York Times Mohammed Fahim, che probabilmente sarà vice-presidente nel nuovo governo di Karzai, “Ritengo che il tempo per la pace verrà quando noi saremo forti e i taliban deboli. Questo non è un buon momento perché l'Afghanistan faccia la pace.”

Fahim ha detto che le forze del governo e della coalizione dovrebbero colpire le basi dei taliban nel Pakistan e nell'Afghanistan meridionale. “Le tattiche di combattimento dovrebbero essere studiate molto attentamente; dovrebbe esserci una nuova strategia,” ha aggiunto Fahim. Non è contrario al permanere delle truppe straniere in Afghanistan, essendo esse ormai una “realtà”.

In breve, se ai “signori della guerra” viene affidato il comando delle operazioni anti-taliban, l'ISI rischia di subire l'estrema umiliazione di assistere passivamente mentre i “signori della guerra” distruggono sistematicamente la dirigenza taliban – come può fare efficacemente qualsiasi milizia locale afghana – e li riducono a una marmaglia inutile o, ancora peggio, costringono gli elementi superstiti a cercare riparo oltreconfine presso i loro protettori in Pakistan.

con l'aiuto indiano?
L'India, naturalmente, può far molto per aiutare gli Stati Uniti e la NATO in un simile scenario addestrando le milizie comandate dai “signori della guerra” e fornendo loro le armi. Insomma, pur senza uno spiegamento di truppe in Afghanistan, Delhi può svolgere un ruolo decisivo nella repressione degli insorti taliban, e questo rende l'ambiente militare pakistano estremamente preoccupato per la situazione politica che si sta delineando sullo scacchiere afghano.

Non stupisce che l'esercito pakistano stia cercando nervosamente di individuare segnali di un cambiamento di rotta a Washington nel senso di un coinvolgimento dei “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord nella lotta contro i taliban. Quella degli Stati Uniti è una decisione difficile. A Washington le opinioni sono contrastanti. La percezione complessiva delle realtà afghane da parte degli occidentali fa sì che i “signori della guerra” appaiano come un'entità troppo sgradevole anche solo per collaborarvi nell'attuale disperata situazione. L'Occidente ha un grave blocco mentale da superare, nella comprensione delle realtà afghane. Il Pakistan conta su questo.

In secondo luogo, il Pakistan si aspetta che l'amministrazione Obama sia sensibile alle sue preoccupazioni riguardo a una presenza indiana in Afghanistan. E Washington deve davvero camminare sul filo senza infastidire l'esercito pakistano pur attingendo a qualsiasi tipo di aiuto l'India sia in grado di dare. La NATO ha appena invitato Mosca a collaborare all'“afghanizzazione” del conflitto malgrado i trascorsi dell'intervento sovietico in Afghanistan. L'India, al contrario, in Afghanistan sarebbe considerata una potenza benevola e amica. Tuttavia Washington deve fare una scelta che le permetta di ricevere in modo ottimale l'aiuto dell'esercito pakistano, che ha importanza cruciale, piuttosto che trattare sottobanco con l'India.

Tutto sommato, tenendo conto della concreta probabilità che nei prossimi cinque anni Kabul sia governata da un'amministrazione amica guidata da Karzai, la sensazione prevalente a Delhi è che l'India debba adottare nei confronti del terrorismo una “forward policy”, cioè una strategia militare in avanti [L'Autore fa riferimento alla strategia adottata da Nehru all'epoca del conflitto sino-cinese per impedire ulteriori avanzate cinesi, N.d.T.], piuttosto che lasciarsi dissanguare periodicamente da terroristi con base in Pakistan.

Settori influenti dell'opinione pubblica indiana chiedono a gran voce un intervento dell'India in Afghanistan senza attendere i convenevoli e una formale lettera di invito degli americani. Il fatto è che si è tremendamente esasperati dal fatto che il Pakistan non ha né agito in alcun modo contro i responsabili degli attentati di Mumbai né smantellato l'infrastruttura terroristica sul suolo Pakistano. Neanche l'alibi di Islamabad secondo cui i responsabili sarebbero “attori non statali” riesce a convinere Delhi.

È interessante che, nonostante tutto questo manovrare che è destinato a raggiungere il culmine nelle prossime settimane, Delhi abbia appena ospitato una conferenza internazionale sul tema “Pace e stabilità in Afghanistan”, alla quale ha partecipato tra gli altri il Tenente Generale David W. Barno, che dirige la National Defense University di Washington.

Barno, esperto di controinsurrezione, ha trascorso 19 mesi in Afghanistan a partire dall'ottobre del 2003 come comandante delle forze statunitensi e della coalizione. Si dà al caso che i “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord ricordino nostalgicamente quei mesi come il loro periodo di splendore nella struttura di potere di Kabul.

La conferenza di due giorni a Delhi, alla quale hanno partecipato alti rappresentanti del Ministero degli Esteri e dell'Ufficio del Primo Ministro, si è conclusa mercoledì. I taliban hanno colpito l'ambasciata indiana a Kabul giovedì. Forse è solo una coincidenza, forse no. Nel mondo di George Smiley, il grande spymaster di John Le Carré, non si sa mai.


Originale da: Pakistan warns India to 'back off'

Articolo originale pubblicato il 10/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, ottobre 12, 2009

Il Nobel, Obama™ e il Presidente

Il Nobel, Obama™ e il Presidente

di Gilad Atzmon

È stata una decisione giusta assegnare a Obama il premio Nobel per la Pace? L'opinione pubblica è divisa. Anzi, praticamente tutti quelli che mi circondano sono indignati, “quale pace?” dicono, e l'Iraq, l'Afghanistan, Guantanamo Bay, la Palestina? Siamo stufi di promesse, insistono. Il Comitato per il premio Nobel ha “sottolineato gli sforzi di Obama nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli, nel creare legami con il mondo musulmano, nell'agire in favore di un mondo senza armi nucleari e nella sfida ai cambiamenti climatici”. Chi resta scettico nei confronti di Obama sottolinea che si tratta solo di “vuota retorica”, di “aria fritta”. “Vogliamo vedere delle azioni, chiediamo fatti concreti”.

Chi mantiene un atteggiamento critico nei confronti di Obama esprime delle considerazioni giuste, ma per qualche ragione sembra non comprendere la distinzione tra il marchio “Obama™” e il “Presidente Obama”. Obama™ sta dalla parte della speranza e dell'umanesimo. Tende a dire le cose giuste al momento giusto. È eticamente consapevole. Fa occasionalmente ricorso alla ragione e riesce perfino abbastanza spesso a dire cose sensate. Obama™ è, senza dubbio, una boccata d'aria fresca nel clima politico occidentale.

Ma “il Presidente Obama” è tutta un'altra storia: si muove a fatica, non risponde alle aspettative, non mantiene le promesse. Dice una cosa e fa il suo contrario. Il “Presidente Obama” è un politico, e i politici sono condizionatamente inaffidabili.

L'incapacità di Obama di fondere il “Marchio” e il “Presidente” in una realtà etica senza soluzione di continuità è di fatto una tragedia colossale. Ma non è solo la tragedia di Obama, è anche un disastro per noi. Mentre Obama™ riesce a diffondere rallegranti dichiarazioni umaniste e universali, il “Presidente” si trova attualmente intrappolato da alcuni dei più pericolosi guardiani del Sionismo. “Il Presidente Obama” deve ancora saldare il debito contratto con le persone che gli hanno messo in mano le chiavi della Casa Bianca. In altre parole deve tenere tranquilli molti sionisti e la banda di rabbiosi Sayanim* che è riuscita a invadere il suo ufficio. In una certa misura, l'incapacità di Obama di stabilire un'adeguata continuità tra il “Marchio” e il “Presidente” è legata all'impraticabilità di un continuum tra umanesimo e Sionismo.

Purtroppo nel pensiero progressista occidentale non esistono ovvi strumenti politici con cui far fronte alle lobby sioniste e ai loro infiltrati nelle amministrazioni americane e nelle democrazie occidentali. Catastroficamente, non ci sono i mezzi pratici o politici per impedire ai Wolfowitz di trascinarci in un'altra guerra illegale e genocida. Come negli Stati Uniti, neanche nella politica e nei media britannici esiste qualcuno che sia abbastanza coraggioso da soffermarsi sugli stretti legami tra il governo di Blair e i principali responsabili della raccolta di fondi per il suo partito all'epoca in cui la Gran Bretagna fu coinvolta in una guerra sionista illegale contro l'Iraq. L'Occidente in generale e l'Impero Anglofono in particolare hanno perso il loro istinto di sopravvivenza. Sarebbe corretto affermare che il pensiero progressista successivo alla seconda guerra mondiale è privo di un apparato politico che possa difenderci dall'infiltrazione degli interessi stranieri sionisti. Non facciamo tempo a convincerci che siamo riusciti a mettere a tacere un Wolfowitz che spuntano cinque Rahm Emanuel.

È proprio qui che entra in gioco il premio Nobel per la Pace. Invece di aspettare che Obama lanciasse un'altra guerra sionista, invece di lasciarlo bombardare l'Iran per rendere “più sicuro” Israele, il Comitato per il Nobel lo ha fiduciosamente tirato dentro: gli ha assegnato il riconoscimento maggiore proprio all'inizio del suo mandato presidenziale. Lo ha fondamentalmente legato al suo “Marchio” e a tutto ciò che porta con sé: speranza, umanesimo, armonia e riconciliazione. Gli ha detto, “senta, Signor Presidente, eccole il suo trofeo; se lo accetta potrà dover dire 'no' ai suoi sionisti, perché la gente premiata per la pace non può dichiarare guerre.” Per perseguire la pace Obama dovrà forse attuare strategie alternative a quella di uccidere musulmani. Il tempo ci dirà se la scommessa del Comitato per il Nobel sia giustificata. Nel frattempo dovremmo riconoscere che il Comitato ha offerto a Obama un'occasione per riunire il “Marchio” e il “Presidente” in una dignitosa e coerente posizione etica. Speriamo che raccolga la sfida.

Per quanto concerne il Comitato per il Nobel, questa è probabilmente la cosa più intelligente che potesse fare. Avrebbe dovuto pensarci molto tempo fa. Invece di perdere tempo avrebbe dovuto premiare Blair e Bush proprio all'inizio dei loro mandati. Avrebbe salvato le vite di milioni di iracheni e di afghani. Avrebbe anche dovuto prendere in considerazione Shimon Peres già negli anni Cinquanta, impedendogli magari di costruire il reattore nucleare di Dimona per poi trasformarlo in un terminator sionista. Henry Kissinger? Stessa cosa, avrebbe dovuto premiarlo già in occasione del Brit Milà (la circoncisione) quando aveva appena otto anni. Milioni di persone, forse, ne avrebbero avuto salva la vita.

Il Nobel per la Pace dovrebbe essere usato come strumento preventivo. Invece di sprecarlo con noiosi umanisti e tediosi pacifisti che si limitano a rendere il mondo più bello, dovremmo impiegarlo meglio come misura preventiva. Negli affari mondiali costringerebbe a impegnarsi per la pace, sventando il rischio di altre guerre sioniste.

Se la mia valutazione è giusta, il premio Nobel per la pace serve ad aiutare Obama™ a resistere alle pressioni cui è sottoposto “Obama il Presidente”, intrappolato dalla sua cerchia neoconservatrice-sionista.

* Ebrei residenti all'estero che collaborano con il Mossad o servono interessi israeliani e sionisti.

Originale: l'autore - The Nobel Prize, the Brand and the President

Articolo originale pubblicato l'11/10/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Ques
to articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, settembre 19, 2009

Il missile di Obama

Obama sgancia un missile

di M. K. Bhadrakumar

All'ottavo mese di una presidenza che va apparentemente indebolendosi, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha colpito ancora. Si sta ripetendo uno schema ricorrente nella sua carriera politica. La sua decisione di giovedì di revocare i piani del predecessore George W. Bush per la costruzione di uno scudo antimissile nel cuore dell'Europa affacciato sui confini occidentali della Russia potrà apparire giustificabile ma è comunque un notevole rovesciamento della politica statunitense in materia di sicurezza nazionale.

Avrebbe dovuto trattarsi di un sistema di difesa missilistica basato su una tecnologia non ancora collaudata, finanziato con soldi che l'America non poteva permettersi di sperperare e concepito per contrastare una minaccia che probabilmente non esiste. Ma la difesa antimissile è un'ossessione repubblicana che risale a Ronald Reagan e al sistema delle “Guerre Stellari”. I repubblicani non demorderanno né verranno meno, e procederanno fino alla fine. Combatteranno sui mari e sugli oceani, nell'aria, sulle spiagge e nei luoghi di sbarco, sulle colline e non si arrenderanno mai. Attaccheranno Obama per aver ceduto al ricatto russo.

Obama ha aperto un altro fronte proprio mentre la riforma sanitaria è sulla graticola e la sua amministrazione fatica a gestire la guerra in Afghanistan. Forse può ricavare un certo capitale finanziario e diplomatico dall'abbandono del piano di difesa antimissile. Lo scudo antimissile avrebbe dovuto essere sviluppato a un costo enorme, e Obama può usare altrove quel denaro. Il piano era il pomo della discordia con la Russia, e ora Obama può rilanciare i colloqui con Mosca per la riduzione degli armamenti nucleari e perfino contare sul fatto che il Cremlino non ponga il veto a una nuova ondata di sanzioni contro l'Iran nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Non saranno solo l'Europa Centrale e l'Ucraina e la Georgia a guardare con ansia crescente alle implicazioni di ciò che Obama ha fatto, ma anche l'Iran. La decisione del presidente americano poggia sulla considerazione che la minaccia rappresentata dall'Iran riguardi attualmente i missili a medio e breve raggio e possa essere meglio contrastata riconfigurando un sistema di missili SM-3, più piccoli e basati su tecnologie collaudate ed economiche, che posso essere impiegati già nel 2011 usando il sistema Aegis basato a mare.

Questo approccio riveduto e corretto prevede che le minacce future vengano affrontate gradualmente e di pari passo con l'evoluzione delle tecnologie, mentre attualmente gli Stati Uniti sono in grado di contrastare qualsiasi minaccia più rapidamente rispetto al programma precedente.

È significativo che Obama abbia concluso facendo una proposta a Mosca. “Ora questo approccio è anche coerente con la difesa missilistica della NATO e fornisce occasioni per il proseguimento e il consolidamento della collaborazione internazionale”, ha detto. L'annuncio arriva a meno di una settimana dal previsto incontro “privato” di Obama con la sua controparte russa Dmitrij Medvedev a New York ai margini della sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Analogamente, alla vigilia dell'annuncio di Obama, il nuovo segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha sollecitato un “dialogo aperto e senza precedenti” con la Russia per ridurre le tensioni in Europa in fatto di sicurezza e per affrontare le minacce comuni. Ha rivelato che alcuni rappresentanti della NATO si sarebbero recati a Mosca per conoscere le idee del Cremlino su come la NATO dovrebbe evolvere strategicamente nel lungo periodo.

“Dovremmo dialogare con la Russia e ascoltare le posizioni russe”, ha detto. Ha sottolineato la necessità di una “conversazione aperta e franca [con Mosca] che crei una nuova atmosfera” e conduca a un “vero partenariato strategico” in cui l'Alleanza e la Russia possano collaborare su questioni come l'Afghanistan, il terrorismo e la pirateria.

Ha concluso Rasmussen: “La Russia dovrebbe capire che la NATO è qui e che la NATO è un quadro di riferimento per le nostre relazioni transatlantiche. Ma noi dovremo anche tenere conto del fatto che la Russia ha legittime preoccupazioni in materia di sicurezza”. Ha dichiarato che la NATO è pronta a discutere la proposta di Medvedev relativa a una nuova architettura della sicurezza in Europa. Rasmussen si era appena recato in visita a Washington.

Il Ministero degli Esteri russo non ha tardato a rispondere all'annuncio di Obama sulla difesa antimissile. “Un simile sviluppo sarebbe in linea con gli interessi delle nostre relazioni con gli Stati Uniti”, ha detto un portavoce. Poi ha escluso che dietro la decisione statunitense vi sia un qualche tipo di quid pro quo. Ha detto che un grande patto di scambio con gli Stati Uniti non sarebbe stato “coerente né con la nostra politica [russa] né con il nostro approccio alla risoluzione dei problemi con le altre nazioni, indipendentemente da quanto siano sensibili o complessi”.

Resta però il fatto che la decisione di Obama, se dà un impulso significativo alle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, mette anche sotto pressione il Cremlino. I colloqui del “5+1” [1] con l'Iran sul programma nucleare di quest'ultimo entreranno in una nuova fase il prossimo 1° ottobre. La grande domanda è se quando la situazione si farà critica Mosca porrà il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il momento cruciale giungerà solo una settimana dopo l'incontro Obama-Medvedev, con il faccia a faccia tra il Sottosegretario di Stato americano per gli Affari Politici William Burns e il capo negoziatore iraniano sul nucleare, Saeed Jalili.

Certo, la posizione russa esposta dal Ministro degli Esteri Sergej Lavrov una settimana fa non lasciava spazio a equivoci. Ha messo in chiaro che Mosca non avrebbe appoggiato una nuova ondata di dure sanzioni contro l'Iran e ha respinto la tabella di marcia statunitense per far sì che l'Iran ponga fine al programma di arricchimento dell'uranio.

Lavrov ha dichiarato: “Non credo che queste sanzioni verranno approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite... Loro [l'Iran] hanno bisogno di dialogare alla pari in questi colloqui regionali. L'Iran è un partner che non ha mai in alcun modo fatto del male alla Russia”. Lavrov ha aggiunto che anche l'attesa mossa statunitense di abbandonare i piani di posizionamento di un sistema di difesa antimissile in Europa Orientale non verrebbe vista come una concessione alla Russia, poiché una simile mossa non farebbe che correggere un precedente errore degli Stati Uniti.

Ma in politica una settimana è molto tempo. Quattro giorni dopo le dichiarazioni di Lavrov – e due prima di quelle di Obama – Medvedev ha detto: “Le sanzioni complessivamente non sono molto efficaci, ma talvolta bisogna scegliere la strada delle sanzioni ed è la cosa giusta da fare”. Gli esperti di Russia in Occidente hanno subito perceputo un “sottile cambiamento” nelle posizioni del Cremlino, benché le differenze tra Stati Uniti e Russia sull'Iran siano troppo profonde e fondamentali per essere facilmente accantonate.

La decisione di Obama farà riflettere il teorici cremliniani del multipolarismo. Come ha mitemente osservato Vladimir Štol, esperto di NATO all'Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri russo, qualsiasi ripensamento statunitense del sistema di difesa antimissile sarebbe probabilmente il risultato di pressioni economiche legate alla crisi globale, e non di un patto politico con la Russia. “Non credo che gli Stati Uniti si ritirerebbero mai del tutto dallo scudo antimissile, perché rientra nei loro interessi sul lungo periodo ed è strettamente legato alla loro strategia in Europa”, ha detto Štol.

A Mosca i realisti noteranno che durante le dichiarazioni di Obama a Washington Dennis Blair, il capo dell'intelligence statunitense, rendeva pubblico l'ultimo National Intelligence Strategy Report, che viene compilato ogni quattro anni. Il documento avvertiva in particolare che la Russia “può continuare a cercare strade per riaffermare potere e influenza complicando gli interessi degli Stati Uniti”.

Martedì la Russia ha firmato con le regioni separatiste della Georgia, l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud, accordi militari che le permettono di mantenere basi militari in quei territori per i prossimi cinquant'anni. Il quartier militare russo in Abkhazia avrà sede nel porto di Gudauta, sul Mar Nero, e questo farà sì che anche se il regime pro-americano di Kiev imporrà la chiusura di Sebastopoli Mosca sarà in grado di neutralizzare i tentativi statunitensi di trasformare il Mar Nero in un “lago della NATO”.

In prospettiva, dunque, Mosca soppeserà attentamente l'“apertura” di Obama. La cartina al tornasole sarà la disponibilità degli Stati Uniti a rinunciare all'allargamento della NATO. L'integrazione dei paesi dell'Europa Orientale nelle strutture euro-atlantiche occidentali contrastava con la promessa fatta al leader sovietico Michail Gorbačëv [di non allargare l'Alleanza agli ex Stati satelliti dell'URSS e all'Europa dell'Est se la nuova Germania unificata fosse entrata nella NATO, N.d.T.] . E poi la Russia non è l'Unione Sovietica, ma i veterani della guerra fredda non riescono a capirlo. Il concetto di sovranità nazionale di Mosca e il fatto che rivendichi interessi speciali nello spazio post-sovietico suscitano a Ovest sentimenti negativi.

Mosca non vede alcuna ragione per accontentarsi del ruolo di socio minoritario, stimando che gli Stati Uniti sono una potenza in declino e che il centro della politica mondiale si sta spostando a est. Inoltre Washington persegue una politica di “dialogo selettivo, contenimento selettivo”. Per l'Afghanistan o l'Iran Washington ha bisogno del sostegno russo, mentre il problema dello spazio post-sovietico resta grave e la Russia si sente esclusa dagli accordi per la sicurezza euro-atlantica in attesa di approvazione, mentre la “smilitarizzazione” delle relazioni tra la Russia e l'Occidente resta una questione ambigua.

La cosa più intelligente che potrà fare Obama sarà inserire la sua decisione sulla difesa antimissile nell'ambito di una serie di iniziative volte a “resettare” le relazioni con la Russia invece di farne una mossa isolata che richiede un quid pro quo sull'Iran. Mosca non farà che valutare la decisione di Obama come un passo pragmatico reso necessario dalla crisi economica degli Stati Uniti. Nel frattempo la Russia collaborerà al rilancio dei colloqui START (Strategic Arms Reduction Treaty) per la riduzione delle armi strategiche o darà una mano agli Stati Uniti in Afghanistan, cosa che è anche nel suo interesse.

Note:
1. Le nazioni del “5+1” sono i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russa e Cina – più la Germania.

Originale: Obama drops a missile bombshell

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

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venerdì, settembre 11, 2009

Enduring Freedom fino al 2050

Enduring Freedom fino al 2050

di Pepe Escobar

And it's one, two, three
what are we fighting for?
Don't ask me, I don't give a damn
next stop is Vietnam*

Country Joe and the Fish, 1969

Dopo otto lunghi anni, ora più che mai l'invasione e la parziale occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti va a pieno ritmo, grazie alla “nuova strategia” del Presidente Barack Obama.

Questa strategia – che secondo il capo del Pentagono Robert Gates “sta funzionando” - prevede che gli Stati Uniti e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) mettano in scena delle mini-Guernica, ispirandosi al bombardamento di Guernica, Spagna, compiuto dagli aerei tedeschi e italiani nel 1937 e rappresentato nel quadro di Pablo Picasso.

Prevede anche che il Generale Stanley McChrystal – ex sicario numero uno del Generale David Petraeus in Iraq – vada all'assalto di Washington per chiedere (serve altro?) altri 45.000 soldati.

Aggiungeteci 52.000 soldati americani e niente meno che l'impressionante cifra di 68.000 mercenari a partire dalla fine di marzo – senza tener conto della NATO – e presto ci saranno più americani a voltolarsi nel pantano afghano di quanti fossero i sovietici al culmine della loro occupazione negli anni Ottanta. In soli 450 giorni le truppe di Enduring Freedom più NATO sono passate da 67.000 a 118.000 unità.

Importa forse che, secondo un sondaggio McClatchy/Ipsos, a quasi otto anni dai bombardamenti della “guerra al terrore” contro i taliban il 54% degli americani pensi che gli Stati Uniti stiano “perdendo” la guerra mentre il 56% è contrario all'invio di altre truppe? Certo che no.

Vogliamo la nostra fetta
L'ultima mini-Guernica è il raid aereo compiuto contro due autocisterne di carburante sequestrate dai taliban e incastrate nel letto di un fiume nei pressi di un mercato nel distretto di Ali Abad, nella provincia di Kunduz. Il raid è stato ordinato da un minus habens, un incapace colonnello tedesco, sotto la bandiera della NATO, ed è ora degenerato in una caustica guerra verbale tra Washington e Berlino.

La “missione” della NATO in Afghanistan è estremamente impopolare in Germania. Secondo gli abitanti di Kunduz, il raid aereo NATO ha ucciso più di 100 civili; secondo la NATO non più di 25; e tutto questo continuando a dire che prima di colpire ci si era accertati che nell'area non si trovassero civili. Lo scenario di questa mini-Guernica è lo stesso di Herat nell'agosto del 2008 e di Farah nel maggio del 2009.

Niente di tutto questo rallenta la marcia inarrestabile di Gates/Mullen/McChrystal – il trio superstar del Pentagono ossessionato dall'idea di sfruttare un'escalation in stile Vietnam della sedicente “guerra necessaria” di Obama, il cui obiettivo finale, secondo il super-inviato Richard Holbrooke, è del genere “sapremo riconoscerlo quando lo vedremo”.

Per quanto riguarda la United States Agency for International Development, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, si è appena “scoperto” che i taliban – come racket di protezione – si prendono una parte degli aiuti allo sviluppo internazionale che si riversano in Afghanistan. Ma quella fetta impallidisce se confrontata con le somme che il governo di Hamid Karzai e dei signori della guerra suoi compari distraggono dalle casse dell'Unione Europea sotto la supervisione delle Nazioni Unite – con una baldoria dopo l'altra in nome della “ricostruzione afghana” (Tokyo 2002, Berlino 2004, Londra 2006, Parigi 2008).

Forse non quanto gli americani, ma anche i contribuenti europei vengono derubati. In un fantastico post sul blog italiano byebyeunclesam, Giancarlo Chetoni spiega come l'Afghanistan stia costando ai contribuenti italiani 1000 euro (1433 dollari) al minuto, o 525,6 milioni di euro all'anno, per “liberare il paese dal terrorismo e dalle droghe”. Il surrealismo è la regola. È rimasta famosa la decisione dell'Italia di destinare 52 milioni di euro alla “riforma del sistema giudiziario dell’Afghanistan”, quando in Italia “sono attualmente pendenti 3,5 milioni di processi penali e 5,4 milioni di processi civili”. Nei prossimi quattro anni l'Italia praticamente raddoppierà il suo contingente, che passerà dagli attuali 3250 militari a più di 6000.

Il nuovo segretario generale della NATO, il danese Anders Rasmussen amico dell'ex presidente George W. Bush, ha cercato di spiegare la nuova “strategia” agli scettici europei usando un “natese” pirotecnico. Ma la vera trama di questa tragicommedia senza fine non viene mai svelata. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO faranno – e spenderanno – tutto quello che serve per piazzare le loro basi militari sulla soglia della Russia e della Cina e – lo sa Allah – riportare in carreggiata il Trans-Afghan Pipeline.

Dal novembre del 2001 al dicembre del 2008 l'amministrazione Bush ha bruciato 179 miliardi in Afghanistan, la NATO 102 miliardi. L'ex capo della NATO Jaap de Hoop Scheffer disse che l'Occidente avrebbe mantenuto le proprie truppe in Asia Centrale per 25 anni. Il capo di Stato maggiore britannico, Generale David Richards, lo corresse: gli anni sarebbero stati 40. Potete contare sul fatto che nel 2050 i taliban – “cattivi”, in forma e immuni al surriscaldamento globale – combatteranno ancora contro Enduring Freedom.

* E uno, due, tre
ma si combatte perché?
Frega niente, non chiederlo a me
prossima fermata Vietnam

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Originale da: Enduring Freedom until 2050

Articolo originale pubblicato l'8/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, settembre 04, 2009

Sangue di spie nell'Hindu Kush

Sangue di spie nell'Hindu Kush

di M. K. Bhadrakumar

Come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, l'omicidio del Dottor Abdullah Laghmani, il vice capo del Direttorato Nazionale per la Sicurezza dell'Afghanistan, era una morte annunciata. Ma la feroce brutalità dell'assassinio, messo in atto mercoledì scorso nel sacro mese del Ramadan da un terrorista suicida davanti a una moschea nella città di Mehtarlam nell'Afghanistan orientale, rivela un'ostilità viscerale non facilmente comprensibile.

Un sedicente portavoce taliban ha rivendicato l'attentato: “Lo cercavamo da molto tempo, oggi ce l'abbiamo fatta”. Gli analisti si affretteranno di certo a sottolineare che l'uccisione di Laghmani dimostra la crescente “sofisticatezza” delle operazioni dei taliban. Di fatto Laghmani era un personaggio ben protetto nel cuore del sanctum sanctorum della struttura di potere di Kabul. È stato violato il primo cerchio dell'establishment della sicurezza afghana. L'operazione è stata contrassegnata da una grande professionalità.

Ma è la vicenda è complicato. In momenti critici dell'evoluzione del movimento taliban una mano invisibile ha spesso fatto ricorso all'assassinio per sgombrare il cammino o rovesciare la situazione a proprio favore. La cronaca è agghiacciante: l'Ayatollah Mazari, la massima autorità religiosa sciita dell'Afghanistan (1994); Mohammad Najibullah, presidente dell'Afghanistan (1996); Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord che si opponeva ai taliban (2001); Haji Abdul Qadir, altro membro dell'Alleanza del Nord (2002). L'elenco sembra essere infinito. “Il mobile dito scrive; e, dopo aver scritto, continua a muoversi... ” [1]

L'Inter-Services Intelligence (ISI), cioè i servizi segreti pakistani, seguivano Laghmani da una decina d'anni. È raro che un organo di intelligence elegga un singolo individuo proprio nemico mortale e lo avverta pubblicamente. L'ISI aveva concesso a Laghmani quel raro onore apertamente e più di una volta.

Potendo tornare indietro nel tempo a sbirciare negli organi di intelligence dell'Alleanza del Nord durante la resistenza anti-taliban nella seconda metà degli anni Novanta, si scoprirebbe che, nascosto nell'ombra, Laghmani era un agente straordinariamente brillante.

Di etnia pashtun, aveva una profonda conoscenza della cultura politica del movimento taliban e della mentalità dei suoi capi dell'ISI, dono inestimabile per l'Alleanza del Nord. Il Pakistan aveva avuto un'avvisaglia di ciò che Laghmani era in grado di fare quando nel luglio del 2008 scoprì il legame tra i terroristi suicidi che avevano attaccato l'Ambasciata indiana a Kabul e l'ISI facendo risalire un telefono cellulare trovato tra le macerie a un intermediario di Kabul che era in diretto contatto telefonico con un funzionario dei servizi pakistani a Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del Nord-Ovest del Pakistan.
Aveva dato parecchio filo da torcere all'ISI soprattutto nella sua regione natale, l'Afghanistan orientale, data la complessità della situazione dovuta a fattori come la tradizionale incapacità dei taliban di mettere radici profonde tra le tribù Ghilzai, la presenza della rete di Jalaluddin Haqqani e al-Qaeda e la perdurante influenza di Gulbuddin Hekmatyar e del suo Hezb-e Islami.

Insomma, Laghmani non è una figura facilmente rimpiazzabile per i servizi segreti di Kabul dominati dai tagiki, sia per la sua conoscenza enciclopedica degli allineamenti tribali pashtun e delle segrete manovre dei taliban e dell'ISI, sia per le sue capacità operative.

La scelta dei tempi è significativa. Laghmani è stato un importante alleato del Presidente Hamid Karzai. Il Pakistan ha deciso di ostentare indifferenza per l'esito delle elezioni presidenziali afghane, ma l'ansia sotterranea è tangibile. Tanto più che si sta profilando la possibilità che Karzai conquisti un altro mandato quinquennale.
Adesso tutto si impernia sullo sforzo americano di imbrigliare Karzai facendo in modo che i principali contendenti accettino di formare una sorta di governo nazionale e di includere dei tecnici tra i ministri. Ma Karzai potrebbe benissimo respingere questa proposta. Karzai ha assaggiato l'indipendenza e potrebbe cominciare a gradirla.

Per citare Ahmed Rashid, l'informato autore pakistano che fornisce i propri consigli al Pentagono, “Karzai, naturalmente, sta dimostrando sempre più la sua indipendenza dagli americani e non vuole essere visto in alcun modo come un agente dell'Occidente”.

Con l'equilibrio dei poteri che va formandosi a Kabul, l'ISI deve prepararsi al ritorno di Mohammed Fahim – il capo di Laghmani, comandante dei servizi segreti dell'Alleanza del Nord nonché ex ministro della difesa – ai vertici del governo di Karzai come primo vice presidente. È una situazione difficile. Oggi in Afghanistan non c'è nessuno con l'esperienza di Fahim nelle operazioni militari e di intelligence.

Il Pakistan è riuscito a far sì che gli Stati Uniti premessero su Karzai perché nel 2005 rimuovesse Fahim dal potente incarico di ministro della difesa destinandolo all'oblio politico. (Anche gli Stati Uniti avevano probabilmente il loro tornaconto geopolitico.) Adesso il Pakistan deve affrontare lo spettro di Fahim, che per così dire risorge dalle ceneri come una fenice più potente che mai. Contro Fahim si è scatenata un'enorme campagna mediatica fin da quando è stato presentato come candidato alla vicepresidenza. Non meraviglia che susciti forti sentimenti partigiani. Ma per la costernazione dei suoi detrattori Karzai rimane saldo al suo posto.

Bisogna sapere che Fahim era il mentore di Laghmani. Anzi, il tandem Fahim-Laghmani avrebbe messo sulla graticola i taliban e l'ISI dal primo giorno della nuova presidenza Karzai. Fahim, con la sua vasta esperienza operativa è capacissimo di dare battagli all'ISI, e Laghmani sarebbe stato un “moltiplicatore di forza” per lui nelle regioni pashtun. In agosto c'è stato già un attentato contro Fahim, e l'omicidio di Laghmani va certamente inteso come un avvertimento.

A prima vista il Pakistan non dovrebbe avere niente da temere da una presidenza Karzai. Karzai ha ripetutamente espresso la sua disponibilità a lavorare per una transizione politica che accolga i taliban come gruppo afghano, purché si astenga dalla violenza. Ma nello schema di Karzai la riconciliazione con i taliban dovrebbe avvenire preferibilmente attraverso un processo di pace inter-afghano e una loya jirga (concilio tribale).

E non c'è alcuna garanzia che gli altri gruppi afghani intendano concedere un ruolo dominante ai taliban. Inoltre l'afghanità del processo politico potrebbe allentare sempre più la morsa dell'ISI sui taliban. Di fatto Laghmani, con la sua impeccabile conoscenza della leadership afghana e degli allineamenti tribali pashtun, avrebbe rappresentato un problema costante per l'ISI se si fosse instaurato un processo di pace inter-afghano.

L'assassinio di Laghmani mette in luce il perdurare delle interferenze in Afghanistan. Nei prossimi tempi potremmo assistere a un'intensificazione di queste interferenze. Il Pakistan, da parte sua, sarà tentato di sfruttare le differenze sorte tra Karzai e Washington.

I pakistani vedono gli americani “soffiare sul collo [di Karzai] più che mai”. Prevedono che nel nome di una crociata contro la corruzione pubblica e a favore della governabilità gli Stati Uniti mireranno all'esclusione di importanti alleati politici di Karzai che appartenevano all'Alleanza del Nord, come Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq, Rashid Dostum e Ismail Khan. Di fatto questi membri della vecchia guardia dell'Alleanza del Nord (“signori della guerra”) rifiuteranno caparbiamente una struttura di potere a Kabul dominata dai taliban.
Dunque, nel mondo oscuro delle spie, il secondo mandato presidenziale di Karzai potrebbe avere un inizio sanguinario. Tutto indica che Laghmani fosse una figura popolare nell'establishment dei servizi afghani; faceva inoltre parte della cerchia più vicina a Karzai. Ci si aspettava che fosse destinato a occupare un posto chiave nel nuovo governo sotto Karzai. Potrebbero essere in molti, a Kabul, a voler vendicare la sua prematura morte.

[1] La Quartina 71 del Rubaiyat del poeta persiano Omar Khayyam (circa 1048-1143) recita:

Il dito in movimento scrive e, avendo scritto, avanza:
né tutta la tua Pietà né il tuo Ingegno
lo indurranno a cancellare mezza Riga,
né tutte le tue lacrime laveranno via una sola Parola.


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Originale: Spooks spill blood in the Hindu Kush

Articolo pubblicato il 3/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, settembre 03, 2009

Pepe Escobar sul Nuovo Grande Gioco in America Latina e l'esportabilità del "Piano Colombia"

L'“arco di instabilità” degli Stati Uniti non fa che ampliarsi

di Pepe Escobar

Il Nuovo Grande Gioco non si concentra solo sullo scontro tra gli Stati Uniti e gli antagonisti strategici Russia e Cina, con il Pipelineistan a fare da elemento determinante.

La dottrina del dominio ad ampio spettro impone il controllo di quello che il Pentagono ha battezzato “arco di instabilità” dal Corno d'Africa alla Cina occidentale. In prima pagina qui c'è l'ex “guerra globale al terrore”, ora “operazioni d'emergenza oltremare” sotto la gestione dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto la logica basilare resta quella del divide et impera. Per quanto riguarda il dividere, Pechino lo definirebbe, senza traccia di ironia, “scissionismo”. Scissionismo in Iraq – bloccando l'accesso della Cina al petrolio iracheno. Scissionismo in Pakistan – con un Belucistan indipendente che impedisca alla Cina di accedere al porto strategico di Gwadar. Scissionismo in Afghanistan – con un Pashtunistan indipendente che permetta la costruzione del Trans-Afghanistan Pipeline, oleodotto che aggirerebbe il territorio russo. Scissionismo in Iran – finanziando la sovversione nel Khuzestan e nel Sistan-Belucistan. E, perché no, scissionismo in Bolivia (il tentativo risale all'anno scorso) a vantaggio dei colossi energetici statunitensi. Chiamatelo modello (scissionista) Kosovo.

Il Kosovo, a proposito, è noto come la Colombia dei Balcani. Quello che Washington chiama “emisfero occidentale” è una sottosezione del Nuovo Grande Gioco. Il legame tra il recente colpo di Stato militare in Honduras, il ritorno dei morti viventi – cioè la resurrezione della Quarta Flotta statunitense nel luglio del 2008 – e ora la sovralimentazione di sette basi militari americane in Colombia non può essere attribuito solo alla continuità tra George W. Bush e Obama. Niente affatto. Tutto questo ha a che fare con la logica interna del Dominio ad Ampio Spettro.

La conquista delle basi
Dodici nazioni sudamericane, sotto l'ombrello dell'Unione delle Nazioni Sudamericane, la scorsa settimana si sono date appuntamento a Bariloche, in Argentina, e dopo un'animata discussione di sette ore sono riuscite solo a sottolineare, alquanto umilmente, che “le truppe straniere non possono costituire una minaccia per la regione”, facendo riferimento alla presenza militare statunitense in Colombia. Almeno il Presidente brasiliano Lula da Silva chiederà a Obama di incontrare i presidenti sudamericani e di rivelare la vera sostanza di questo nuovo patto militare con la Colombia.

La propaganda, naturalmente, ha prevalso. L'influente quotidiano conservatore brasiliano O Globo, che da tutti i punti di vista sembra redatto a Washington, praticamente ha incolpato di tutto il Presidente venezuelano Hugo Chavez.

È istruttivo esaminare il modo in cui vedono la questione alcune delle migliori menti sudamericane. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano (il cui libro Le vene aperte dell'America Latina è stato donato a Obama da Chavez al recente summit dell'Organizzazione degli Stati Americani) in un'intervista a un giornale ecuadoregno ha sottolineato come gli Stati Uniti, che hanno trascorso un secolo a fabbricare dittature militari in America Latina, restino a corto di parole quando si verifica un colpo di Stato come quello dell'Honduras.

Per quanto riguarda le basi militari in Colombia, Galeano ha detto che “offendono non solo la dignità collettiva dell'America Latina ma anche la nostra intelligenza”.

Gli Stati Uniti hanno già costruito tre basi militari in Colombia, più una dozzina di stazioni radar. Il governo colombiano porterà il numero delle basi a sette, una delle quali – Palanquero – con accesso aereo a tutto l'emisfero. Sette basi in Colombia è la naturale risposta del Pentagono alla perdita della base di Manta in Ecuador e alla perdita del controllo sul Paraguay, dove governa ora la sinistra. Washington già addestra le forze armate, le forze speciali e la polizia nazionale della Colombia.

La famigerata Scuola delle Americhe con sede a Fort Benning, il campo d'addestramento americano per eccellenza per le dittature militari ultra-repressive, cioè la “Scuola degli Assassini” ribattezzata nel 2001 Western Hemisphere Institute of Security Cooperation, Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza, ha addestrato non solo più di 10.000 colombiani ma anche gli autori del colpo di Stato in Honduras.

L'esperto di scienze politiche argentino Atilio Boron attacca senza pietà; per lui “Pensare che quelle truppe e quei sistemi d'arma si trovino in America Latina per ragioni diverse da quella di assicurare il controllo politico di una regione che gli esperti considerano la più ricca del pianeta in termini di risorse naturali – acqua, energia, biodiversità, minerali, agricoltura, ecc. – sarebbe di una stupidità imperdonabile”.

L'autore e attivista politico americano Noam Chomsky, in un'intervista concessa all'avvocata venezuelano-americana Eva Golinger durante la sua recente visita in Venezuela, ha spiegato come l'“ondata rosa” della sinistra sudamericana stia spaventando così tanto Washington da costringerla a collaborare con governi che solo pochi decenni fa avrebbe deposto sommariamente. Chomsky si riferisce al governo di Joao Goulart in Brasile, che fu rovesciato nel 1964 aprendo la strada, sotto la supervisione degli Stati Uniti, al “primo stato di sicurezza nazionale di stampo neonazista”. La politica di Lula, oggi, non è diversa da quella di Goulart.

Entra in gioco la NATO
La Colombia ha ricevuto più di 5 miliardi di dollari dal Pentagono da quando il presidente Bill Clinton lanciò il Piano Colombia nel lontano... 2000. Il Presidente colombiano Alvaro Uribe governa su una terra ammaliante infestata di paramilitari e di omicidi extragiudiziali – decine di contadini e di sindacalisti uccisi a sangue freddo. Ma a Washington lo elogiano come un eroe dei diritti umani.

Non è magnifico? In un documento dei servizi segreti del Pentagono che risale al 1991 ed è ora di pubblico dominio, l'allora senatore Alvaro Uribe Velez viene descritto come “dedito alla collaborazione con il cartello di Medellin ad alti livelli governativi”. Il documento evidenzia che Uribe “ha lavorato con il cartello di Medellin ed è amico intimo di Pablo Escobar Gaviria”, l'archetipico e ora defunto signore della droga colombiano. Non c'è da meravigliarsi che Uribe abbia sempre combattuto ferocemente ogni possibile forma di trattato di estradizione.

Boron definisce Uribe “il Cavallo di Troia dell'impero”. È questo Cavallo di Troia che permette di presentare come “guerra alla droga” quella che di fatto è un'operazione di controinsurrezione. Inutile dire che la Colombia resta il fornitore numero uno di cocaina degli Stati Uniti, Piano Colombia o no.

La controinsurrezione è anche in gran parte diretta contro il venezuelano Chavez (chi se non lui), che nei suoi tanti momenti di disinvolta sincerità non fa mistero di “conoscere molto bene Uribe e anche la sua psicologia”. Eva Golinger, autrice di un essenziale libro sulla strategia complessiva di Washington, Bush vs Chavez: Washington's war on Venezuela (Bush contro Chavez: la guerra di Washington al Venezuela), ha detto a Russia Today che “Il vero obiettivo del Piano Colombia non è affrontare direttamente la guerra alle droghe”; è piuttosto il “controllo delle risorse naturali e delle risorse strategiche”.

Ben al di là del Venezuela, qui si tratta della militarizzazione delle Ande e oltre. La Colombia è effettivamente il Cavallo di Troia con il compito di presidiare praticamente tutto il Sudamerica, per non parlare dell'America Centrale, adesso che l'egemonia politica, economica e militare degli Stati Uniti si va riducendo a vista d'occhio.

La bellezza del Piano Colombia è la sua versatilità: può essere applicato dall'AfPak al Messico. Pochi sanno che nell'aprile del 2007 l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Colombia, William Wood, fu mandato in Afghanistan a mettere in atto... un Piano Colombia, cioè controinsurrezione mascherata da lotta alle droghe. La Colombia è uno specchio dell'Afghanistan, e viceversa. Inutile dire che l'Afghanistan della controinsurrezione – ora sotto il tacco supremo dell'ex organizzatore degli squadroni della morte in Iraq per conto del Generale Petraeus, il Generale Stanley McChrystal – produce ancora più del 90% dell'oppio mondiale.

Ed è qui che inevitabilmente entra in gioco la NATO. L'unica parte del mondo in cui la NATO non è attiva è il... Sudamerica. Pochi inoltre sanno che alcuni mesi fa il capo del Comando Sud del Pentagono, l'Ammiraglio James Stavridis, è diventato il comandante supremo della NATO. Tre degli ultimi cinque comandanti supremi della NATO – Stavridis, Bantz Craddock e Wesley Clark – venivano proprio dal Comando Sud, aggiungendo un ulteriore significato alla tetra espressione “Scuola delle Americhe”.

Non meraviglia che a metà luglio a Cuba il Presidente boliviano Evo Morales abbia detto di ritenere “sulla base di informazioni affidabili che l'impero, attraverso il Comando Sud degli Stati Uniti, abbia fatto il golpe in Honduras”. E tutto questo mentre non solo il Messico e l'Argentina – ma anche il Brasile e l'Ecuador – si accingono a legalizzare gli stupefacenti.

Guerra alla droga? Va bene per i titoli di prima pagina. Pare piuttosto che il Pentagono si sia messo all'opera, come dice Galeano, per insultare l'intelligenza dell'America Latina per molto tempo a venire.

Originale: US 'arc of instability' just gets bigger

Articolo originale pubblicato il 2/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, agosto 25, 2009

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

di M. K. Bhadrakumar

Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.


Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione dell'Amu Darya.

Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa. Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.

Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”. Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent di intimorire il paese vicino.

Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia di Kunduz.

Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent non può contare su Mosca come arbitro della stabilità regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la sicurezza regionale.

L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava più i taliban come la “principale fonte di fanatismo ed estremismo nella regione” ma come un “partner nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento del regime taliban.

Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.

Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida. Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù avviato colloqui con i taliban.

Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione. Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.

Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban. In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.

Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.

La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.

Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso di Turkmenistan e Uzbekistan.

Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya, non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi ultimi nella vita politica afghana.

Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri” è stato impedio di compattarsi.

Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo di riconciliazione con i taliban.

Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina – avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina, in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan come rotta di transito verso i mercati mondiali.

L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa. Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine, ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami della NATO con questi paesi.

È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:

Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i russi considerino più utile per i loro interessi una condizione di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza militare russa nella regione...

Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti della Russia è così profondo che diverse figure di spicco hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe per Washington un alleato più affidabile di Mosca.

Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:

Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran]. È naturale che se verrà adottato un approccio unico e compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali possiamo cooperare con altri Paesi.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe imparare le lezione di Karimov.

Originale: US steps up its Central Asian tango

Articolo originale pubblicato il 25/8/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, agosto 20, 2009

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

Gara tra grandi potenze per agitare le acque in Afghanistan

di M. K.
Bhadrakumar

Nei suoi quarant'anni di onorevole carriera diplomatica non c'è niente che faccia pensare che Richard Holbrooke, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Afghanistan e il Pakistan, si sia dilettato di problematiche energetiche. L'obiettivo ufficiale dell'attuale tappa in Pakistan durante il suo viaggio in Afghanistan è aiutare il paese ospite a trovare un modo per ovviare alla penuria di energia elettrica.

Lunedì a Islamabad Holbrooke ha ammesso davanti ai giornalisti pakistani che la crisi energetica del loro paese era frutto di più di vent'anni di problemi e dunque non ci si poteva aspettare che lui la risolvesse in poche settimane. Ciononostante, attraverso il loro rappresentante speciale gli Stati Uniti volevano dimostrare preoccupazione per i veri problemi del popolo pachistano e l'intenzione di fare qualsiasi cosa per aiutarlo.

Nel frattempo Holbrooke ha rimandato la partenza per Kabul. E ha partecipato ad altri incontri: con il capo di Jamiat Ulema-e-Islam (JUI) Maulana Fazlur Rahman e il leader di Jamaat-i-Islami (JI) Qazi Hussein Ahmad. Interessante, visto che né Maulana né il Qazi possono essere degli interlocutori sul tema della sicurezza energetica. Il loro forte è altrove: Islam militante, terrorismo di frontiera e jihad in Afghanistan.

Mentre Holbrooke si dava da fare a Islamabad, il comandante delle forze USA in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è giunto nella vicina Rawalpindi – città gemella di Islamabad – per incontrare il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Ashraf Kiani.

Così la “copertura” di Holbrooke è saltata ed è emerso il suo vero fine: elaborare un approccio congiunto con il Pakistan sulle prossime mosse da compiere sulla scacchiera politica afghana. E infatti le capitali della regione attendono con in interesse la prossima mossa di Stati Uniti e Pakistan.

La vicina India si è rifiutata di ricevere Holbooke. Delhi ha le sue ragioni. Lunedì scorso in un importante discorso il Primo Ministro indiano Manmohan Singh ha ammonito il paese che “ci sono informazioni credibili che gruppi terroristici in Pakistan stiano pianificando nuovi attentati” in India simili a quello di Mumbai dello scorso novembre che costò la vita a quasi 200 persone. Ha anche parlato di un incremento dell'attività dei militanti spalleggiati dal Pakistan nello stato indiano di Jammu e Kashmir. Evidentemente Delhi disapprova la missione di Holbrooke: corteggiare Islamabad alla ricerca della sicurezza e della stabilità regionali.

Anche Teheran cova cattivi presentimenti. Holbrooke, fra l'altro, ha osservato poco prima della sua visita in Pakistan che Teheran ha “un legittimo ruolo da svolgere nella risoluzione della questione afghana”. Ha detto: “[Gli iraniani] sono un fattore, e fingere che non lo siano, come spesso si è fatto in passato, non ha senso”. Ma ha subito aggiunto: “Non abbiamo contatti diretti con loro a questo proposito”.

Sembra che Holbrooke si sia concesso di strizzare l'occhio ad altri interlocutori. È utile sia agli Stati Uniti che al Pakistan far intendere che il loro asse gode del “consenso regionale”. Ma Teheran ha ignorato l'offensiva di fascino di Holbrooke. Teheran ha preso nota dell'energica campagna USA-Pakistan per far sì che le elezioni presidenziali afghane, fissate per giovedì, venissero rimandate perché la situazione in fatto di sicurezza non permetteva lo svolgimento di consultazioni libere e corrette.

Teheran ha capito dove vogliono andare a parare gli Stati Uniti. Rimandare le elezioni significa allontanarle di molto. A Teheran va il merito di aver scoraggiato qualsiasi rinvio. L'Iran ora tiene le dita incrociate riguardo alla possibilità che gli Stati Uniti possano orchestrare una “situazione iraniana” per confondere le acque e installare una struttura di potere surrogata a Kabul. Lunedì scorso l'ambasciatore iraniano in Afghanistan, Fadd Hossein Maleki, ha pubblicamente prospettato il rischio di manipolazioni post-elettorali da parte di potenze esterne.

Ha detto: “Siamo preoccupati per il periodo post-elettorale. Abbiamo colto segnali che indicano possibili problemi. A questo proposito, abbiamo avviato serie consultazioni con rappresentanti delle Nazioni Unite e vari ambasciatori europei in Afghanistan, oltre che con le autorità afghane”.

Maleki non si sarebbe mai espresso su un tema così delicato senza il via libera di Teheran. Ovviamente Teheran valuta che sia meglio avvisare gli Stati Uniti e il Pakistan, due paesi capaci di mettere in scena una “situazione iraniana”, che un simile tentativo non farebbe che complicare la situazione interna dell'Afghanistan.

Inoltre il quotidiano Kayhan, che viene identificato con l'establishment religioso, ha commentato: “[Il Presidente afghano] Hamid Karzai è stato messo con le spalle al muro... Le sfide lo assediano da tutte le parti... I sostenitori del candidato alla presidenza Abdullah Abdullah hanno agito molto stranamente”. L'editoriale poi esprimeva una decisa approvazione nei confronti dell'alleanza di Karzai con i cosiddetti signori della guerra, in quanto incarnerebbe un approccio “volto a impedire la disgregazione del paese”, riconoscendo che “l'Afghanistan è ed è sempre stato una federazione di province governata da uomini forti”.

E concludeva: “L'Afghanistan può essere controllato solo da un governo federale e Karzai lo capisce benissimo, ma non può dirlo espressamente ai suoi protettori occidentali. I suoi equilibrismi a volte deludono le aspettative dell'Occidente e altre volte irritano i signori della guerra afghani. E viene immediatamente criticato da entrambe le parti. L'Occidente ha cercato di 'bonificare, stabilizzare e costruire' uno Stato afghano funzionante di stampo occidentale, nel quale i cittadini danno il loro consenso a un contratto sociale che impone la disciplina sociale e politica tenendosi relativamente alla larga nella sfera personale. Questo pone gli americani, fin dall'inizio, in totale contrapposizione con gli ultimi mille anni di storia afghana, come era successo ai sovietici”.

Teheran ha tutte le ragioni per approvare la stretta alleanza di Karzai con vecchi capi mujaheddin come Ismail Khan, Mohammed Fahim, Karim Khalili, Mohammed Mohaqiq e Rashid Dostum. Tehran ovviamente ha avuto un ruolo nel persuadere Dostum a far ritorno dalla Turchia – sfidando il monito degli Stati Uniti – e nel galvanizzare il partito Jumbish al momento giusto per dare impulso alle speranze elettorali di Karzai nella regione dell'Amu Darya. Gli hazara sciiti e gli uzbeki costituiscono più di un quarto della popolazione afghana.

Inoltre Ismail Khan, vicino a Teheran, è alleato con Burhanuddin Rabbani. Il sostegno di Khan a Karzai in questa congiuntura insidia l'intera strategia USA-Pakistan di mettere in campo Abdullah, strategia basata sulla sua capacità di raccogliere i voti dei tagiki. Pertanto, se le prospettive di Karzai appaiono decisamente migliori alla vigilia delle elezioni è perché Teheran vi ha contribuito.

Washington paventa che l'intero stratagemma per impedire a Karzai di vincere al primo turno sia in serio pericolo. (Karzai, il candidato favorito, necessiterebbe del 51% dei voti per evitare di andare al ballottaggio).

In una straordinaria esibizione pubblica di rabbia, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato: “Abbiamo spiegato chiaramente al governo dell'Afghanistan le nostre gravi preoccupazioni riguardo al ritorno di Dostum e a un suo possibile futuro ruolo in Afghanistan”. Il Presidente Barack Obama ha già chiesto ai suoi esperti di sicurezza nazionale ulteriori informazioni sui “trascorsi” di Dostum, compreso il suo sospetto coinvolgimento nella morte di vari taliban fatti prigionieri nella guerra del 2001 durante l'invasione degli Stati Uniti.

Holbrooke ha davanti a sé una pesante sfida. Se Karzai si assicura una vittoria netta nel primo turno di giovedì, porterà al potere una coalizione che gli Stati Uniti faranno fatica a controllare perché i centri di potere saranno molteplici.

Ed è qui che potrebbe nascere la necessità di creare una “situazione iraniana”. È significativo che il noto autore pakistano Ahmed Rashid, legato al Pentagono e all'entourage di Holbrooke, lunedì abbia sottolineato che sulle elezioni afghane “incombe un vuoto di credibilità”.

Rashid prevede che le elezioni saranno compromesse dalle controversie sulla bassa affluenza e sulle accuse di brogli. “Se l'affluenza sarà bassa – sotto il 30% – probabilmente molti candidati diranno che non intendono accettare queste elezioni e ne chiederanno di nuove”.

Ma a quel punto gli iraniani diranno: “Da quando in qua gli afghani praticano così seriamente la democrazia di stampo occidentale?”. Come ha osservato il quotidiano Kayhan, “Fornicazione, nudità e discesa nella decadenza occidentale – queste definizioni afghane della democrazia rivelano quanto poco il concetto straniero abbia permeato la psiche afghana... Finché [gli afghani] avranno il permesso di fornicare liberamente, gli occidentali crederanno che abbiano abbracciato la libertà e che non badino troppo al fatto di essere schiavi... Nella società afghana – dove il clan, la tribù, la gerarchia e la tradizione vincono a man bassa – i valori democratici e un edonismo irresponsabile e finanche il nichilismo si sono confusi fino a equivalersi”.

Ma Rashid, che conosce l'Afghanistan come le sue tasche, è lapidario: “Penso che dopo queste elezioni, indipendentemente dai risultati, ci saranno pesanti accuse e contro-accuse di brogli”. Prevede poi che se si renderà necessario un ballottaggio “sarà un momento molto pericoloso per l'Afghanistan... Creerà un vuoto di due mesi, ci saranno caos e confusione politica”.

Ed è qui che assumerà un'importanza critica il “ruolo operativo” dei servizi pakistani (ISI - Inter-Services Intelligence). I servizi pakistani vedono con sfavore una vittoria di Karzai. Hanno conti da regolare con quasi tutti i “signori della guerra” che sostengono Karzai – Fahim, Khalili, Mohaqiq, Dostum, Ismail Khan – e che guarda caso anche il mondo occidentale considera propri nemici. Inoltre questi “signori della guerra” manderanno all'aria il piano di Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan per cooptare i taliban nella struttura di potere afgana, perché sanno che il leader dei taliban Mullah Omar e i suoi seguaci prima o poi gliela faranno pagare.

Inoltre l'establishment della sicurezza pakistano e l'amministrazione Obama faticheranno a digerire il fatto che a Kabul possa andare al potere un governo democraticamente eletto dominato dai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, che godevano del sostegno della Russia, dell'Iran e dell'India. Il progetto di usare l'Islam militante per riconfigurare l'Asia Centrale, l'allargamento della NATO, la presenza militare a lungo termine in Pakistan: tutti questi obiettivi vanno all'aria.

Di certo non c'è bisogno di spiegare a Holbrooke e ai suoi interlocutori pakistani che quando il destino della guerra afghana e della strategia AfPak di Obama è appeso a un filo i loro interessi coincidono. Anzi, se mai c'è stata una situazione “ora o mai più”, è proprio questa.

La grande domanda è: come intendono affrontare questa sfida comune Holbrooke e l'ISI? Rashid potrebbe aver fornito un indizio.

Originale: Powers line up to stir Afghanistan's pot

Articolo originale pubblicato il 19/8/2009

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mercoledì, agosto 19, 2009

Spire di nebbia nell'Hindu Kush

Spire di nebbia nell'Hindu Kush
di M. K. Bhadrakumar

Il teorico militare dell'Ottocento Carl von Clausewitz scrisse nella sua celebre opera, Della guerra, “La grande incertezza di tutti i dati nella guerra è una difficoltà peculiare, perché tutte le azioni devono – in una certa misura – essere pianificate in una zona di penombra, che per di più non infrequentemente – come l'effetto della nebbia o del chiaro di luna – dona alle cose proporzioni esagerate e un'apparenza innaturale”. Non sorprende che una guerra clausewitziana come quella nell'Hindu Kush sia spesso avvolta in una fitta nebbia.

Eppure a volte la nebbia si alza improvvisamente o diviene trasparente e immateriale, e l'atmosfera di incertezza, azzardo e goffaggine che caratterizza la guerra afghana si attenua per brevi istanti di respiro in cui è possibile sconfiggere la confusione e lo scoramento.

Uno di questi momenti si è presentato il 5 agosto, quando il comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, è stato convocato in Belgio a un incontro con il Segretario della Difesa americano Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Mike Mullen. Lì Gates e Mullen hanno detto al severo marine di non avere fretta di sottoporre il suo rapporto al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a metà agosto come previsto, e di aspettare invece i risultati delle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto.

I fini reconditi della strategia AfPak
Da allora la nebbia si è fatta più sottile. È sempre più chiaro che il Pentagono sta preparando il terreno per espandere la missione afghana ben oltre i primi obiettivi definiti da Obama. Parallelamente è in atto il tentativo di promuovere esattamente quel genere di nation-building integrato con le operazioni militari statunitensi in Afghanistan che solo a marzo Obama sembrava deprecare.

Quello che non è ancora chiaro è quanto il cambiamento incrementale di strategia rifletta il pensiero dell'amministrazione Obama e quanto il Pentagono stia forzando la mano. Il presidente ultimamente sta bordeggiando verso destra davanti alle pressioni concertate dei falchi di Washington su altri fronti come quello iraniano.

Questo è dunque il dilemma degli americani: se Hamid Karzai si assicura un nuovo mandato con le proprie forze nelle elezioni presidenziali del 20 agosto, la strategia AfPak non ha futuro. Niente lo sottolinea più drammaticamente della decisione presa da Karzai giovedì scorso di concludere i suoi quattro anni di mandato presidenziale firmando una serie di leggi che permettono agli uomini sciiti di negare alle loro mogli cibo e sostentamento se si rifiutano di ubbidire alle richieste sessuali dei mariti; che concedono la tutela dei figli solo ai padri e ai nonni; e impongono alle donne di lavorare solo se i loro mariti lo permettono.

Finora la nebbia ha nascosto i contorni della strategia AfPak, che apparentemente si concentrava su un “obiettivo chiaro e conciso e... raggiungibile come quello di disgregare, smantellare e impedire ad al-Qaeda di riuscire a operare da rifugi sicuri”, per citare le parole del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il Generale James Jones, durante la conferenza stampa del 29 marzo al Foreign Media Center di Washington, DC.

Sembra che McChrystal intenda raddoppiare il numero di civili americani impiegati in Afghanistan. Il Washington Post ha riferito che l'ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul ha scritto al Segretario di Stato Hillary Clinton chiedendo altri 2,5 miliardi di dollari per il 2010, cioè circa il 60% in più rispetto alla somma chiesta da Obama al Congress. E questo nonostante i fiumi di denaro già dirottati verso l'Afghanistan. Obama ha promesso un sostanziale incremento del personale civile statunitense e dei fondi per lo sviluppo. Il personale impiegato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kabul salirà a 976 unità dalle 562 dello scorso anno.

Tutto indica un'intensificazione calibrata della presenza statunitense in Afghanistan. Venerdì, durante una conferenza stampa, Gates ha accennato a un significativo aumento delle truppe statunitensi. A proposito delle voci secondo cui McChrystal si starebbe preparando a motivare la richiesta di un aumento delle truppe, all'incontro in Belgio Gates ha spiegato come lui e Mullen avessero detto a McChrystal che “vogliamo che chieda quello di cui pensa di avere bisogno. E penso che si debba concedere ai propri comandanti questa libertà”.

Gates ha anche sottolineato la criticità dei risultati delle elezioni afghane per la strategia statunitense quando ha detto che “strette consultazioni” con il governo afghano saranno fondamentali per far sì che il popolo afghano non respinga una presenza militare americana troppo consistente. Ha detto che se ora come ora gli afghani possono vedere la coalizione guidata dalla NATO come un loro alleato, "mi preoccupa non sapere a che punto un'aumentata presenza militare potrebbe cominciare a cambiare le cose”.

Un governo parallelo
Ovviamente Gates si è rifiutato di prevedere la durata della permanenza delle truppe americane, dicendo che troppe sono le incertezze. Intanto anche Richard Holbrooke, il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, sta facendo la sua parte mettendo insieme una squadra che si concentrerà sul nation-building in Afghanistan.

La squadra sarà composta da diplomatici ed esperti di antiterrorismo del Pentagono, della CIA e dell'FBI e comprenderà anche rappresentanti dell'USAID, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, e noti accademici e membri di think tank. Holbrooke controllerà dunque un eccezionale governo parallelo.

Evidentemente i “civili” guidati da Holbrooke conteranno sul successo dei “militari” nell'eliminare e catturare i riottosi taliban e disgregare i militanti in Afghanistan e Pakistan. Anthony Cordesman del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington, consigliere di McChrystal, ha detto al Times che gli Stati Uniti dovrebbero mandare altre nove brigate per un totale di 45.000 soldati, il che porterebbe la presenza americana a 100.000 unità.

È su questo complesso sfondo che gli Stati Uniti vogliono rafforzare il controllo sulla struttura del potere a Kabul. La ricandidatura di Karzai rappresenta un problema per Washington. Holbrooke è attualmente diretto a Kabul. Intanto il grande faccendiere ha ammonito che le elezioni afghane “potrebbero avere un risultato incerto. Ci saranno dispute... Il processo richiederà del tempo... è ancora probabile un grado di disaccordo sui risultati”. La missione di Holbrooke a Kabul è fondamentale per il futuro della strategia AfPak.

L'insistente propaganda, spesso malevola e personale, vorrebbe farci credere che Karzai non ha la capacità di governare, favorisce il clientelismo ed è indulgente verso la corruzione; che favorisce parenti corrotti e brutali signori della guerra; e naturalmente, per citare una nota affermazione di Obama, che Karzai non si prende neanche la briga di uscire dal suo “bunker” nel palazzo presidenziale. Questo, in tutto o almeno in parte, può essere vero. Ma la nebbia ha nascosto lo scisma tra Karzai e i suoi vecchi mentori a Washington.

L'afghanizzazione di Karzai
Fu alla fine del 2007 che Karzai cominciò a reclamare il diritto di dire la sua sulla presenza militare americana e sulla scala delle operazioni dei contingenti stranieri. Parlò della necessità di uno Status of Force Agreement (accordo sullo status delle forze armate) sul modello di quello iracheno. Essenzialmente voleva che le forze d'occupazione si conformassero alle leggi afghane. Sollevò poi la questione alle Nazioni Unite: dopo tutto è su mandato ONU che operano le forze NATO in Afghanistan.

Poi Karzai cominciò a chiedere che la comunità internazionale si impegnasse insieme al suo governo nelle varie attività di ricostruzione dell'Afghanistan, mentre gli Stati Uniti sono contrari a passare per il governo afghano e preferiscono dispensare i finanziamenti direttamente. Era una situazione da Comma 22. Gli Stati Uniti continuavano a dire che il governo di Karzai non aveva i mezzi per dispensare gli aiuti stranieri. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare. Il fatto è che nel frattempo si sono sviluppati forti interessi acquisiti.

La guerra afghana ha messo in gioco enormi somme di denaro, e a un certo punto tra il 2002 e il 2003 l'Hindu Kush è diventato una vera cuccagna. Tutte le guerre generano corruzione, ma gli Stati Uniti hanno creato in Afghanistan una cultura della corruzione che sarà difficile esorcizzare. A partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso 38 miliardi di dollari nella ricostruzione dell'Afghanistan, ma la gente pensa di essere stata ingannata, è subentrata la delusione e Karzai è criticato per quella grande truffa che è diventata la ricostruzione.

Un'altra sua colpa è stata insistere sul fatto che il governo debba svolgere un ruolo da protagonista nel processo di riconciliazione politica. Karzai si riserva la prerogativa di guidare il processo di riconciliazione con i taliban. Durante la campagna elettorale ha chiesto un processo di pace inter-afghano attraverso una loya jirga (consiglio tribale) per riconciliare i taliban che preparerebbe il terreno per il ritiro delle truppe NATO.

Ma l'approccio di Karzai è in conflitto con gli obiettivi degli Stati Uniti, che mirano a monopolizzare la risoluzione del conflitto in Afghanistan, fatto cruciale per il perseguimento delle politiche regionali americane per quanto concerne la presenza a tempo indeterminato della NATO nella regione, la sua evoluzione come organizzazione globale e di fatto il ruolo dell'Islam politico nella riconfigurazione dell'Asia Centrale, una regione strategica che costituisce il “ventre morbido” di Russia e Cina.

È evidente che con il passare del tempo Karzai ha subito un'“afghanizzazione”. La “barbara” legge sul matrimonio firmata la scorsa settimana è un gesto assertivo di Karzai che si fa beffe del nation-building sbandierato dalla strategia AfPak. Karzai sapeva che avrebbe fatto infuriare il mondo occidentale. Solo il 3 agosto Anders Fogh Rasmussen, nella sua prima conferenza stampa da nuovo segretario generale della NATO, aveva dichiarato: “Le argomentazioni morali [a giustificazione della guerra afghana] sono anch'esse potenti: chiunque creda nei diritti umani fondamentali, compresi i diritti delle donne, dovrebbe appoggiare questa missione”. All'inizio di aprile, Obama e il Primo Ministro britannico Gordon Brown avevano condiviso la condanna espressa dall'Occidente nei confronti di una simile legislazione afghana.

Il fatto è che gli Stati Uniti hanno un problema a capire che Karzai è nel suo elemento tra gli intrallazzi che costituiscono l'alchimia del consenso politico afghano. Invece di fargli fare l'amministratore delegato con i suoi funzionari di gabinetto anglofoni (che gli afghani chiamano con disprezzo “lavacani”), gli Stati Uniti dovrebbero permettergli di muoversi e non cercare il pelo nell'uovo e considerare inutile la sua assertività: un po' come Enrico II (1133-1189), il “re imperialista” inglese, trovò un surrogato nell'Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket.

In fin dei conti, Karzai è un aristocratico della tribù dei Popalzai e si situa nel solco della tradizione del Pashtunwali. Chiunque conosca i costumi dell'Hindu Kush capisce che la trasformazione di Karzai ha seguito una traiettoria chiara come il sole, benché la nebbia l'abbia celata alla vista.

Originale: A fog swirls in the Hindu Kush

Articolo originale pubblicato il 18/8/2009

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sabato, agosto 08, 2009

La vendetta del nerd (guerra di classe per idioti)

La vendetta del nerd: quello che i media non vi diranno del folle omicida della palestra di Pittsburgh

di Mark Ames

Questo è uno dei più chiari e dolorosi massacri provocati da un raptus omicida che mi sia mai capitato di studiare, e ne ho visti tanti. La ragione è che l'assassino, George Sodini, ha lasciato un diario che fa capire tutto: al punto che i media stanno facendo il possibile per evitare di concentrarsi su quello che dice veramente. Perché questo massacro parla davvero della disperazione e dell'odio così comuni in America. Non è possibile comprendere il massacro di ieri in un centro fitness della Pennsylvania – tre donne morte, 10 ferite, e l'assassino che si è fatto saltare il cervello – senza riconoscere questa disperazione e quest'odio. Negli ultimi trent'anni la vita della maggior parte degli americani è peggiorata: oggi i lavoratori maschi americani guadagnano in media meno di quanto guadagnassero nel 1979, mentre i 400 americani più ricchi possiedono più dei 150 milioni di americani più poveri: un divario simile esiste solo nelle cleptocrazie del Terzo Mondo, e qui non si vedeva dal 1928. Già solo questo è un buon motivo per odiare.

L'ha ammesso perfino Warren Buffet in un'intervista con il New York Times: “C'è una guerra di classe, d'accordo, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”. Per qualche motivo solo i ricchi hanno il coraggio di parlarne.

Tutto questo odio può finire solo a destra. Perché i progressisti americani ne sono terrorizzati. Vogliono un'America guidata dal dibattito razionale tra gente civile in tricorno che sorseggia del tè discettando dei diritti dell'uomo, come i nostri antenati. I progressisti hanno una paura atroce della violenza e delle brutture; per quelli di destra sono invece una via d'uscita. Dunque i progressisti hanno deciso di ignorare la rabbia cedendola alla destra, il solo gruppo che abbia una sufficiente dimestichezza con l'odio da renderlo protagonista. Ecco perché tutte le vittime piene d'odio gravitano verso quella direzione, nonostante gli “interessi” del Kansas o le sciocchezze da educazione civica alle quali restano aggrappati i progressisti.

I diari di George Sodini rispondono alla domanda più idiota dei liberali: “Qual è il problema del Kansas?”* La risposta a quella domanda, signor Frank, è semplice: il Kansas è incazzato, ecco cosa non va. Il Kansas non conosce altro modo di arraparsi se non con un bel sacco pieno di armi capaci di eccitarlo: questo e una rilassante colonna sonora d'odio gentilmente fornita da FoxNews, Rush, Gingrich e gli altri. Cosa c'è di tanto difficile da capire sul problema del Kansas? E questo mi riporta al massacro nella palestra di Pittsburgh. Il motivo è evidente: l'omicida, il quarantottenne George Sodini, analista nel dipartimento finanziario di uno studio legale, ha spiegato esattamente nel suo diario perché ha ucciso quelle donne:

Nessuna ragazza dal 1984, l'ultimo Natale con Pam è stato quello del 1983. Chissà perché. Non sono brutto o troppo strano. Niente sesso dal luglio 1990 (avevo 29 anni). Non scherzo, cazzo! Più di diciott'anni fa. E l'avrò fatto forse solo 50-75 volte in tutta la vita.
… Mi masturbo. Spesso.

Eccoli lì, tutti i motivi che cercate. Perché in questo paese calvinista se non scopi per 20 anni sei un perdente colossale, ed è tutta colpa tua. Ogni film di Hollywood, ogni incubo in dvd zampillante di entusiasmo con Tom Hanks ci dice che i nerd timidi vengono inevitabilmente scoperti da bellissime e dolci donne sposabili. Siate gentili e pazienti e sarete premiati. Sono gli stronzi bastardi che si beccano la punizione, no? Sbagliato. Brutale rivelazione che ha distrutto Sodini, come rivela il suo diario:

Dormo solo da più di 20 anni. L'ultima volta che ho passato la notte con una ragazza è stato nel 1982. È la prova che sono un fallimento totale. Le ragazze e le donne non mi concedono mai un secondo sguardo DA NESSUNA PARTE. In me c'è qualcosa di PLATEALMENTE sbagliato e NESSUNO mi dirà mai di cosa si tratta.
Almeno 100 ragazze/donne in tutti questi anni mi hanno detto che ero “un tizio simpatico”. Non scherzo.

Ma il dolore di Soldini non si limitava ai suoi genitali trascurati. Capiva che il suo fallimento e la sua anomia sessuale rientravano in un'ingiustizia e in una rigidità più grandi insiti nella condizione americana contemporanea, una condizione terribile per la maggior parte dei maschi bianchi sopra i 25 anni. I media hanno finora completamente ignorato come l'Inferno economico americano abbia contribuito al crollo di Sodini, ma del resto i media ignorano sistematicamente il ruolo della Reaganomics nei raptus di follia omicida verificatisi a partire dalla metà degli anni Ottanta. Sodini sapeva quanto fosse critica e vacillante la sua situazione, e ne aveva scritto:

24 aprile 2009:
All'inizio dello scorso mese abbiamo avuto la seconda ondata di licenziamenti. Sono sopravvissuto. La prima ondata era stata a novembre. Quando ho cominciato, 10 anni fa, era un bel posto di lavoro. Capisco la necessità di ridurre il personale quando i tempi si fanno difficili, ma nel momento attuale tutto questo è sproporzionato rispetto ai problemi economici. L'economia si sta contraendo del 4-5% circa. Hanno deciso di non pagare il bonus natalizio, che ammonta a circa l'8% del salario annuale. Be', OK. E niente aumenti “per merito”, un altro 3,5%. E siamo all'11%. E due ondate di licenziamenti, il 5% di personale in meno. Basta fare i conti. So che la società sta usando la crisi economica come scusa per approfittare di una situazione critica e taglia posti di lavoro SENZA CHE SIA NECESSARIO. La gente appena licenziata era gente che lavorava davvero ed è stata mandata a casa. Dobbiamo lavorare di più così che la compagnia possa licenziare più gente del necessario. Non volevo dirlo, perché è tutta una merda, ma si tratta di K&L Gates, il grande studio legale qui di Pittsburgh. Chiamiamolo semplicemente K&L Gates Corporation. La maggior parte delle persone lì è OK e non voglio sparargli addosso. Mi pagano da 10 anni!
Prevedo che non sopravviverò ai prossimi licenziamenti. Ecco perché non ha senso andare avanti. Per ora la vita è sopportabile e posso continuare per un tempo indefinito. Deve succedere qualcosa di brutto. Mi resta solo lo stipendio. Il futuro non mi riserva niente. Venticinque anni a divertimento zero. Non ho mai passato un fine settimana con una ragazza in tutta la mia vita, neanche a casa mia. È anche improbabile che trovi un altro lavoro simile. Dunque penso sia ora di occuparmi di questo. Non ho figli, amici intimi né nulla. Solo me stesso. Se non hai niente non hai niente da perdere.

I media stanno ignorando brani come questi, perché leggerli trasforma Sodini da mostro a essere umano, una persona in carne e ossa fin troppo familiare, da commiserare nonostante il crimine orribile che ha commesso. I media hanno scelto invece di concentrarsi solo sul brano razzista, illiberale e anti-Obama di Sodini, come se si trattasse del movente anziché del sintomo. Di fatto, come vedrete, non era davvero un razzista, ma piuttosto parodiava sarcasticamente gli stereotipi razzisti, come in questo brano dello scorso novembre:

In bocca al lupo a Obama! Avrà successo. I media liberali lo AMANO. L'Amerika ha scelto L'Uomo Nero. Bene! Alla luce di ciò mi sono venute delle idee al di là dei piani di Obama per l'economia e via dicendo. Ecco qua: ogni nero dovrebbe avere una ragazza bianca per farcisi le ossa. Tipo schiavitù al contrario. Un tempo molti possidenti bianchi avevano una ragazzetta negra per i loro capricci. Sarebbe ora di capovolgere quella merda. E poi alle puttane bianche piacciono i fratelli neri! LOL. Più dei bianchi! Quando mandano la figlia al college tutti i paparini sanno che si scoperà un fratello nero. L'ho visto con i miei occhi. “Non la mia bambina”, dice papà! (Sì, come no!!) I neri possono scegliere le meglio bianche. Fai i conti, ci sono così tante ragazze bianche da far sì che tutti i fratelli neri possano averne una per 3 o 6 mesi, tipo.

Per il lettore medio e progressista questi sono deliri razzisti semplicemente perché il suo filtro fa passare le poche ovvie parole che saltano agli occhi. Ma si sbaglia. La disperazione di Sodini era più sfumata di quello che sbrigativamente viene definito razzismo. Come rivela questo toccante brano di diario, capiva di essere vittima di qualcosa di molto più profondo e grave, e di avere più cose in comune con i neri che con i bianchi ricchi ospitati da FoxNews o con i sostenitori del Tea Party movement:

Mentre ero in auto mi sono sintonizzato su un talk show radiofonico. In linea c'era una nero sui trent'anni che descriveva la disperazione di certe comunità nere. Secondo lui la vita lì vale poco perché si è destinati a morire comunque. È la qualità della vita che conta, diceva. Se sai che gli ultimi 40 anni sono stati una merda, perché viverne altri 30 e poi morire? Insomma, sosteneva che lì adottano comportamenti pericolosi che tendono ad accorciare la durata della vita per morire subito ed evitarsi i 30 merdosi anni successivi. Il conduttore ha cominciato a fare il sarcastico e ha posto fine alla telefonata prima di cercare di capire cosa voleva dire. Non era necessario essere d'accordo. Ho rimesso la musica. Ma l'ho trovato utile e interessante.

Non ci sono molti americani bianchi rancorosi capaci di raggiungere questo genere di comprensione razionale e rivoluzionaria. E in un certo senso Sodini è molto più onesto dei rivoluzionari, troppo bacchettoni e supponenti per ammettere quello che conta davvero nella vita: il il sesso, l'amore, sfuggire alla solitudine:

Sono solo tutte le sere, e poi vado a letto da solo. Le ragazze erano brutali quando ero più giovane, adesso meno, probabilmente perché mi vedono solo come un vecchio qualsiasi.
Vedo ovunque coppie di ventenni. Vedo un ventenne con ventenni carine. Penso che tutti quegli anni mi siano scivolati via. Perché dovrei andare avanti per altri 20 anni o più da solo? Non farò che lavorare, tornare a casa, mangiare, magari fare qualcosa, poi andare a dormire (da solo) per fare queste stesse cose l'indomani. È la Sindrome di Auschwitz, si sta male così a lungo che si finisce per pensare che sia normale.

Verso la fine del diario Sodini non è più interessato a intellettualizzare la propria disperazione. È solo; non scoperà mai più. È ormai fuori dalla gara darwiniana. È finito tutto; le donne devono morire:

2 giugno 2009:
Alcune persone con cui parlavo pensavano che uscissi con un sacco di donne. Lo pensavano perché per alimentare i pettegolezzi avevo mostrato un'email ricevuta da una donna, ma non ha funzionato. Buffo, tutto questo. In realtà non faccio sesso da quando avevo 29 anni, cioè da 19 anni. Proprio così.
5 giugno:
Stavo leggendo degli interventi su vari forum e sembra che molte adolescenti facciano sesso frequentemente. Una sedicenne lo fa di solito tre volte al giorno con il suo ragazzo. Dunque, ehm, dopo un mese così questa puttanella ha fatto più sesso di ME in tutta la mia VITA, e io ho 48 anni. Una ragione in più. Grazie per nada, troie! Ciao.

Provate a pensarci. È troppo doloroso: per noi, intendo. Così i media lo stanno trasformando nel mostro razzista e anti-Obama che permette all'America di andare allegramente avanti. Fino al massacro successivo, prossimamente in un luogo di lavoro vicino a voi.

*What's the Matter with Kansas? How Conservatives Won the Heart of America (Qual è il problema del Kansas? Come i conservatori hanno conquistato il cuore dell'America, 2004) è un libro scritto dal giornalista e storico americano Thomas Frank che esplora l'ascesa del populismo conservatore negli Stati Uniti attraverso la lente del suo stato natale, il Kansas, un tempo culla del movimento populista di sinistra e diventato conservatore negli ultimi decenni.

Originale: Revenge Of The Nerd: What The Media Won’t Tell You About The Rampage Killer Who Attacked A Pittsburgh Aerobics Class

Articolo originale pubblicato il 5/8/2009

Mark Ames è autore di Going Postal: Rage, Murder, and Rebellion: From Reagan's Workplaces to Clinton's Columbine and Beyond, pubblicato in Italia con il titolo Social killer. La rivolta dei nuovi schiavi, Milano Isbn.

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venerdì, agosto 07, 2009

La Cina ci prova nel Mar Nero

La Cina ci prova nel Mar Nero

M. K. Bhadrakumar

Come gli astrofili che la scorsa settimana hanno ammirato la più lunga eclissi solare totale del XXI secolo, gli osservatori diplomatici hanno avuto una giornata campale scrutando la penombra dei rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, che costituiscono uno dei fenomeni cruciali della politica mondiale di questo secolo.

Tutto è cominciato quando il Vice President degli Stati Uniti Joseph Biden ha scelto di far visita all'Ucraina e alla Georgia il 20-23 luglio per biasimare pubblicamente la Russia per la sua “idea ottocentesca di sfere di influenza”. Il viaggio di Biden nel turbolento “estero vicino” della Russia si è svolto a due settimane dalla visita epocale del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Mosca per “riavviare” le relazioni con la Russia.

Chiaramente la gita di Biden è stata presentata come un'energica dimostrazione di come l'amministrazione Barack Obama sia decisa a conservare l'impegno strategico degli Stati Uniti in Eurasia – un tirarsi su le maniche e prepararsi all'azione dopo lo scambio convenzionale di cortesie tra Obama e la sua controparte al Cremlino, Dmitrij Medvedev. Insomma, il chiaro messaggio di Biden era che l'amministrazione Obama intende sfidare energicamente la pretesa della Russia a essere la potenza dominante nello spazio post-sovietico.

Biden ha escluso qualsiasi “scambio di favori” con il Cremlino e qualsiasi forma di “riconoscimento” delle sfere di influenza della Russia. Ha impegnato l'amministrazione Obama a sostenere lo status dell'Ucraina come “parte integrante dell'Europa” e l'integrazione euro-atlantica del paese. Inoltre, in un'intervista con il Wall Street Journal, Biden ha parlato del fosco futuro della Russia in termini aspri, drammatici.

Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha risposto prontamente in un'intervista al canale informativo russo Vesti, con sede a Mosca. Ha detto: “Spero che l'amministrazione del Presidente Obama darà seguito agli accordi raggiunti a Mosca. Crediamo che i tentativi di alcune persone interne all'amministrazione del Presidente Obama di riportarci tutti al passato, come ha fatto il Vice Presidente Joe Biden, noto uomo politico, non siano normativi”.

Ritorno al reaganismo
Ha aggiunto Lavrov: “L'intervista di Biden al Wall Street Journal sembrava copiata dai discorsi dei rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush”. Comunque è difficile liquidare Biden come voce falsa. Era stato Biden a parlare della necessità di “riavviare” le relazioni degli Stati Uniti con la Russia, risvegliando speranze a Mosca. E la visita a Mosca di Obama, agli inizi di luglio, era stata ampiamente interpretata come l'inizio formale del processo di “riavvio”.

Ora emerge che quel “riavvio” potrebbe riportare la politica statunitense nei confronti della Russia agli anni Ottanta e alla tesi trionfalista del presidente Ronald Reagan secondo la quale la Russia non era in grado di tener testa agli Stati Uniti, dati i suoi problemi demografici e la sua struttura economica gravemente difettosa, e che dunque maggiore fosse stata la pressione sull'economia russa e più conciliatoria Mosca sarebbe stata nei confronti degli Stati Uniti.

Come ha sintetizzato Stratfor, think-tank statunitense legato agli ambienti della sicurezza, il grande gioco sarà “spremere i russi e lasciare che la natura faccia il suo corso”.

Ci sono già segnali di questo approccio occidentale coordinato nei confronti della Russia nel progetto del “Partenariato Europeo” dell'Unione Europea che è stato svelato a Praga nel mese di maggio, che geograficamente comprende l'Armenia, l'Azerbaigian, la Georgia, la Moldova, la Bielorussia e l'Ucraina e che mira ad attirare verso Bruxelles questi stati post-sovietici di “importanza strategica” attraverso una matrice di aiuti economici, liberismo commerciale e regimi dei visti che non equivale a un ingresso nell'UE ma incoraggia efficacemente questi paesi ad allentare i legami con la Russia. Di fatto la spinta dell'Unione Europea ha già cominciato a erodere gli stretti legami della Russia con la Bielorussia e l'Armenia.

Mosca deve far fronte a una sfida immediata rappresentata dai risultati delle elezioni parlamentari in Moldova, dove l'ultimo partito comunista ancora al governo in Europa è stato spazzato via dai partiti di opposizione filo-europei. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno continuato a perseguire la tattica della pressione messa in atto con l'abortita “rivoluzione di Twitter” d'aprile in Moldova per forzare un cambiamento di regime che ponesse fine alla leadership del Presidente Vladimir Voronin, filorusso. L'Unione Europea ha fatto generose promesse di integrazione economica alla Moldova e a giugno Mosca ha fatto una controproposta offrendo un prestito di 500 milioni di dollari.

Ma, colpo di scena, la Cina questo mese si è gettata nella mischia firmando un accordo per il prestito di 1 miliardo di dollari alla Moldova al favorevolissimo tasso di interesse del 3% in 13 anni, condonando i primi cinque anni di interessi. Il denaro arriverà attraverso Covec, il colosso delle costruzioni cinese, sotto forma di progetti nei settori della modernizzazione energetica, dei sistemi idrici, degli impianti di trattamento, dell'agricoltura e delle industrie high-tech.

Curiosamente, la Cina si è detta pronta a “garantire finanziamenti per tutti i progetti considerati necessari e giustificati dai moldavi” in aggiunta a quel miliardo di dollari. In effetti Pechino ha segnalato la propria disponibilità a finanziare tutta l'economia moldava, che ha un prodotto interno lordo stimato in 8 miliardi di dollari e un misero bilancio di 1,5 miliardi. La mossa cinese equivale indubbiamente a un posizionamento geopolitico. Un interessante e ironico editoriale apparso di recente sul People's Daily osservava che “sotto l'amministrazione [Barack] Obama il significato e l'uso della 'cyber-diplomazia' è mutato in misura significativa... La dirigenza statunitense ha fomentato i tumulti in Iran attraverso siti internet come Twitter... [Il Segretario di Stato Hillary Clinton] ha detto che questa è l'essenza dello smart power, aggiungendo che questo cambiamento impone agli Stati Uniti di ampliare il loro concetto di diplomazia”.

La Moldova è un paese in cui la Cina è storicamente stata osservatrice più che protagonista. Questo è il primo grande salto di Pechino attraverso l'Asia Centrale verso gli sfilacciati bordi occidentali dell'Eurasia. Perché la Moldova sta diventando così importante? Pechino avrà calcolato l'immensa portata geopolitica dell'integrazione della Moldova nell'Occidente. Sarebbe poi stata solo una questione di tempo e la Moldova sarebbe entrata nell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), il Mar Nero sarebbe diventato un “lago della NATO” e l'alleanza si sarebbe attestata in una posizione inattaccabile per entrare nel Caucaso e marciare sull'Asia Centrale, ai confini con la Cina.
Ciò che potremmo non conoscere mai esattamente è il grado di coordinamento tra Mosca e Pechino. Recentemente entrambe le capitali hanno sottolineato un'intensificazione del coordinamento sino-russo in politica estera. La dichiarazione comune diffusa dopo la visita del Presidente cinese Hu Jintao in Russia, a giugno, esprimeva esplicitamente il supporto di Pechino a Mosca per la situazione nel Caucaso. Chiaramente, un alto grado di coordinamento si sta rendendo visibile in tutto lo spazio post-sovietico.

Estremisti islamici sulla Via della Seta
È dunque verosimile che Mosca abbia sensibilizzato Pechino sulla propria intenzione di stabilire una seconda base militare a Osh, Kirghizistan, che si trova nelle prossimità dello Xinjiang cinese ed è sulla rotta di transito per gli estremisti islamici dell'Asia Centrale con base in Afghanistan e Pakistan.
Precisi segnali indicano una rinnovata attività degli estremisti islamici in Asia Centrale e nel Caucaso Settentrionale. La Cina ne sta osservando attentamente gli effetti nello Xinjiang. Benché gli analisti occidentali facciano di tutto per caratterizzare la nuova spinta dell'estremismo islamico nell'Asia Centrale come un risultato delle operazioni militari pakistane lungo le zone di frontiera tra il Pakistan e l'Afghanistan, che offrivano rifugio a gruppi militanti, questo resta ancora da vedere. Gli esperti cinesi hanno osservato che con l'alleviarsi delle tensioni tra la Cina e Taiwan, l'ambito di ingerenza degli Stati Uniti negli affari cinesi si è notevolmente ridotto e questo, a sua volta, ha spostato l'attenzione degli Stati Uniti sulle regioni occidentali della Cina, lo Xinjiang e il Tibet.

C'è molta ambiguità strategica su ciò che sta facendo precipitare l'ondata di estremismo islamico nell'ampia zona di terra che costituisce il “ventre molle” della Russia e della Cina. Entro 48 ore dallo scoppio delle violenze nello Xinjiang, in luglio, il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha telefonato alla sua controparte russa e Mosca ha diffuso una dichiarazione di forte supporto a Pechino.

Il 10 luglio è seguita una dichiarazione simile espressa dal segretario generale dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO), che approvava i provvedimenti presi da Pechino “in piena legalità” per riportare “la calma e ristabilire la normalità” nello Xinjiang dopo gli scontri tra gli uighuri e gli han. La dichiarazione della SCO riaffermava il proposito di “approfondire ulteriormente la cooperazione pratica nella lotta contro il terrorismo, il separatismo, l'estremismo e il crimine organizzato internazionale per il bene della [salvaguardia della] sicurezza e stabilità regionale”.

Inolte la Cina ha sottolineato che la sicurezza regionale dell'Asia Centrale e dell'Asia Meridionale è strettamente intrecciata. Commentando la dichiarazione della SCO, il People's Daily ha scritto che “dimostra che gli Stati membri della SCO hanno ben compreso che la situazione nello Xinjiang influisce pesantemente su quella di tutta la regione circostante... Alcuni paesi centro-asiatici come il Pakistan e l'Afghanistan sono anch'essi caduti in balia di queste forze malvagie... Le forze malvagie hanno superato il confine per disseminare la violenza e il terrorismo organizzando campi di addestramento. Si sono scoperti legami tra queste forze e la recente rivolta di Urumqi, capitale dello Xinjiang. La lotta contro queste forze del male porterà grande beneficio a tutti i paesi dell'Asia Centrale e Meridionale, giacché è stati provato che le 'tre forze del male' sono dannose non solo per lo Xinjiang ma anche per tutta la regione”.

Significativamente, in un altro editoriale il People's Daily ha lanciato un attacco rovente contro la strategia statunitense di alimentare i conflitti nello Xinjiang. “Per il popolo cinese non è una novità che gli Stati Uniti tacitamente o apertamente soffino sul fuoco del risentimento nei confronti della Cina... gli Stati Uniti abbracciano indiscriminatamente tutte quelle forze ostili alla Cina... Forse è pratica abituale degli Stati Uniti adottare due pesi e due misure confrontando i propri interessi con quelli altrui. O forse per far sì che la loro supremazia non venga minacciata o alterata dividono gli altri per indebolirli... Dalla fine degli anni Ottanta gli Stati Uniti non hanno mai moderato il loro proposito di attizzare le cosiddette 'questioni cinesi'... questa volta, nel tentativo di alimentare i conflitti tra han and uighuri offrendo rifugio e supporto alla forze separatiste, gli Stati Uniti si stanno preparando nuovamente a trarre vantaggio dalla mischia”.

Non può sorprendere, dunque, che la Cina abbia sostenuto l'iniziativa russa di convocare giovedì una quadrilaterale sulla sicurezza regionale a Dušanbe, Tagikistan, alla quale hanno preso parte i presidenti della Russia, del Pakistan, dell'Afghanistan e del Tagikistan. La mossa russa pone una sfida geopolitica agli Stati Uniti, che hanno monopolizzato la risoluzione del conflitto in Afghanistan, tenuto la Russia fuori dall'Hindu Kush, tentato di frammentare la convergenza sino-russa promossa dalla SCO sulla sicurezza regionale in Asia Centrale, intensificato gli sforzi politici e diplomatici per erodere i legami della Russia con gli Stati centro-asiatici ed esteso la loro presenza e influenza nel Pakistan, attirando stabilmente quel paese nella compagine del programma di partenariato della NATO.

Il ritmo della quadrilaterale sulla sicurezza regionale di Dušanbe è stato dato dal Presente tagiko Imomali Rakhmon quando mercoledì durante un incontro ha detto alla sua controparte pakistana Asif Ali Zardari che si aspettava di lavorare in stretta collaborazione con il Pakistan per impedire il sorgere dell'instabilità in Asia Centrale. “Abbiamo posizioni simili e vicine su queste problematiche e i nostri paesi avrebbero dovuto prendere provvedimenti coordinati contro questo fenomeno avverso”, ha detto Rakhmon.

Presumibilmente la Cina userà la sua influenza sul Pakistan per spingerlo dolcemente sulla strada della cooperazione regionale invece di ubbidire passivamente alle politiche regionali degli Stati Uniti. Le osservazioni iniziali di Zardari a Dušanbe, però, si sono tenute sul vago. Ha risposto a Rakhmon in modo blando: “Terremo testa insieme alle sfide di questo secolo”.

Nell'ordine del giorno del summit di Dušanbe Mosca aveva inserito una proposta di cooperazione regionale che comporta la vendita di elettricità della centrale idroelettrica tagika Sangtudinskaya (la Russia vi ha investito 500 milioni di dollari e detiene il 75% delle azioni) all'Afghanistan e al Pakistan. Ironicamente l'idea in origine era una trovata americana che doveva servire a rafforzare la strategia per una “Grande Asia Centrale” che aspirava a sottrarre la regione all'orbita di influenza della Russia e della Cina.

La Russia traccia una Maginot
Allo stesso tempo è chiaro che pur non essendo membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO), la Cina trarrà soddisfazione del fatto che Mosca stia rafforzando la presenza dell'alleanza in Asia Centrale come contrappeso alla NATO. Dopo i disordini nello Xinjiang, Pechino è interessata in prima persona all'idea della Russia di creare un centro anti-terrorismo nel Kirghizistan e di promuovere la forza di reazione rapida della CSTO in Asia Centrale.

Non c'è dubbio che l'esito del summit della CSTO, che si svolgerà nella città di villeggiatura di Cholpon-Ata in Kirgizstan nel fine settimana, sarà osservato attentamente da Pechino. Alla vigilia del summit, un collaboratore del presidente russo ha rivelato mercoledì a Mosca che era stato raggiunto un accordo di principio sull'apertura di una base russa a Osh sotto l'egida della CSTO. Una fonte del Cremlino ha inoltre dichiarato al giornale russo Gazeta che il summit avrebbe discusso la situazione in Afghanistan.

In questo contesto le esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, chiamate “Missione di Pace 2009” e svoltesi il 22-26 luglio, non possono essere considerate semplicemente come una ripetizione delle manovre del 2005 e del 2007. Certo, tutte e tre le esercitazioni si sono tenute nell'ambito della SCO, ma quella di quest'anno è stata in realtà un'impresa bilaterale russo-cinese con altri Stati membri nel ruolo di “osservatori”.

Il Generale Qian Lihua del Ministero della Difesa cinese ha affermato che le esercitazioni rivestivano un “profondo significato” in un momento in cui le forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo sono in “rampanti”. A detto che oltre a rafforzare la sicurezza e la stabilità regionale, le esercitazioni simboleggiavano anche “la fiducia reciproca e strategica ad alto livello” tra la Cina e la Russia e diventavano “una potente mossa” per rafforzare la “cooperazione pragmatica” tra i due paesi nel settore della difesa.

Valutando la cooperazione a livello militare tra la Cina e la Russia, Qian ha detto:

Innanzitutto gli scambi ad alto livello sono divenuti frequenti. Per i due paesi è diventata una consuetudine organizzare uno scambio tra ministri della difesa o capi di stato maggiore almeno una volta l'anno. Frequenti scambi tra dipartimenti della difesa e visite militari di alto livello hanno efficacemente guidato lo sviluppo delle relazioni militari bilaterali tra la Cina e la Russia.

In secondo luogo, la consultazione strategica è diventata un meccanismo di routine. Dal 1997 gli organismi militari di Cina e Russia hanno creato un meccanismo per organizzare consultazioni annuali tra le dirigenze dei due paesi a livello di vice capi di stato maggiore. Finora si sono svolte 12 sessioni di consultazioni strategiche, e questo ha promosso la fiducia reciproca e la cooperazione amichevole.

In terzo luogo, gli scambi tra gruppi e squadre professionali sono diventati pragmatici. Gli organi militari di Cina e Russia hanno condotto scambi pragmatici e collaborazione in molti settori delle forze armate, come le comunicazioni, l'ingegneria e i rilevamenti.

Qian ha anticipato che con la Missione di Pace 2009 la “strategica fiducia reciproca e la cooperazione pragmatica tra i due eserciti entrerà in una nuova fase”.

La preoccupazione della Cina è palpabile di fronte al sorgere delle attività degli estremisti islamici in Asia Centrale. “I terroristi stanno tranquillamente cercando riparo in Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan... Hanno vissuto per molto tempo in Afghanistan”, per citare le recenti parole del Ministro degli Interni tagiko Abdurakhim Kakhkharov. La Valle Rasht nelle montagne del Pamir dove i terroristi si stanno raccogliendo si trova a breve distanza dal confine afghano (e cinese).

Ci sono notizie secondo cui il famoso comandante tagiko Mullo Abdullo sarebbe tornato dall'Afghanistan e il Pakistan con i suoi seguaci dopo quasi dieci anni e starebbe reclutando militanti nella Valle Rasht. Secondo diversi resoconti si starebbero collegando elementi militanti provenienti dal Caucaso Settentrionale russo, dall'Uzbekistan, dal Tagikistan, dal Kirghizistan e dallo Xinjiang.

Per citare il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev, “La situazione dell'Afghanistan sta avendo un impatto non solo sul Kirghizistan ma su tutta l'Asia Centrale. Qui è venuta della gente per mettere in atto attentati terroristici”. Bakiyev ha aggiunto con toni di fosco presagio: “Ci sono ancora forze là fuori delle quali non sappiamo nulla, che sono qui e che sono pronte ad abbandonarsi ad attività illegali. Hanno uno unico scopo: destabilizzare l'Asia Centrale”. Tuttavia la NATO si è detta impotente nel fermare il movimento dei taliban verso il confine tagiko.

Dunque la domanda da un milione di dollari è se gli attuali disordini siano solo un riflesso distante o equivalgano a una replica degli sforzi statunitensi per finanziare ed equipaggiare i combattenti mujaheddin e per promuovere l'Islam militante come strumento geopolitico nell'Asia Centrale sovietica negli anni Ottanta. Ecco perché le osservazioni di Biden che riecheggiano il reaganismo verranno prese molto seriamente a Mosca e a Pechino: che l'economia russa è un disastro, che la geografia russa pullula di debolezze raggelanti, e che gli Stati Uniti non dovrebbero sottovalutare le carte che hanno in mano. L'audace mossa della Cina in Moldova indica che potrebbe avere cominciato a vedere lo spazio post-sovietico come il proprio “estero vicino”.

Fine di Chimerica
Il fatto è che c'è un cospicuo risvolto economico in queste mosse. L'inviato degli Stati Uniti per l'energia in Eurasia Richard Morningstar ha ammesso senza mezzi termini durante un'audizione alla Commissione del Senato per le Relazioni con l'Estero, due settimane fa, che il successo della Cina nel garantirsi l'accesso alle riserve energetiche del Caspio e dell'Asia Centrale minacciava gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.

Aspetto interessante, la nuova ondata di disordini in Asia Centrale (compreso lo Xinjiang) – che i servizi russi avevano previsto fin dalla fine del 2008 – è scoppiata sulla rotta del gasdotto lungo 7000 chilometri dal Turkmenistan via Uzbekistan, Kirghizstan e Kazakhstan verso lo Xinjiang che dovrebbe essere commissionato entro la fine dell'anno. Di certo il gasdotto segna un punto di svolta storico nella geopolitica dell'intera regione.

Il professor Niall Ferguson, noto esperto di storia economica e finanziaria, ha paragonato “Chimerica” – la tesi secondo la quale la Cina e l'America si sarebbero efficacemente fuse per diventare una sola economia – a un “matrimonio in crisi”.

Ferguson prevede, nel contesto del “dialogo strategico” del Gruppo dei Due tra Stati Uniti e Cina che si è svolto a Washington questa settimana, che si potrebbe giungere a un punto di svolta quando invece di continuare con il “matrimonio infelice” la Cina dovesse decidere di “procedere da sola... di comprarsi il potere globale che le spetta”.

I fattori che influenzano questa mossa sono il rialzo dei tassi di risparmio negli Stati Uniti e la riduzione delle importazioni statunitensi dalla Cina; il fatto che i cinesi ormai diffidino dei bond USA, con lo spettro del crollo del prezzo dei Treasury bond o del potere d'acquisto del dollaro (o di entrambi): in un caso o nell'altro la Cina rischierebbe di perderci.

Secondo Ferguson la Cina potrebbe già aver cominciato ad agire. La sua campagna per comprare asset stranieri (come in Moldova), i suoi primi titubanti passi verso una società dei consumi, la crescente adesione all'idea di un paniere di valute che rimpiazzi il dollaro, tutto ciò indica un imminente “divorzio di Chimerica”. Ma cosa comporta per la politica mondiale? Dice Ferguson:

Immaginate una nuova Guerra Fredda nella quale però le due superpotenze siano economicamente alla pari, cosa che non è mai successa durante l'altra Guerra Fredda perché l'Unione Sovietica è sempre stata molto più povera degli Stati Uniti.

Oppure, se preferite andare più indietro nel passato, immaginate una replica dell'antagonismo anglo-tedesco del primo Novecento, con l'America nel ruolo della Gran Bretagna e la Cina nel ruolo della Germania imperiale. Quest'analogia è ancora migliore perché coglie il fatto che un alto livello di integrazione economica non impedisce necessariamente l'intensificazione della rivalità strategica e infine il conflitto.

Siamo molto lontani da uno scontro vero e proprio, naturalmente. Queste cose vanno lentamente. Ma le zolle tettoniche geopolitiche si stanno muovendo, e rapidamente. La fine di Chimerica sta facendo sì che l'India e gli Stati Uniti tendano ad allinearsi. Sta dando a Mosca l'opportunità di creare legami più stretti con Pechino.

Di certo una fondamentale differenza con l'eclissi solare di luglio sta nel fatto che mentre quest'ultima non verrà superata prima del mese di giugno del 2132, certezze di questo tipo non esistono nel mutevole mondo delle relazioni tra grandi potenze, soprattutto quella a tre tra Stati Uniti, Russia e Cina. Ma una cosa è certa. Come nel caso dell'eclissi solare osservata da tutti gli angoli possibili della Terra, lo spostamento delle zolle tettoniche geopolitiche e il conseguente riallineamento delle forze attorno all'Eurasia verranno osservati con estremo interesse da paesi dissimili come l'India e il Brasile, l'Iran e la Corea del Nord, Venezuela e Cuba, la Siria e il Sudan.

Originale: China dips its toe in the Black Sea

Articolo originale pubblicato il 31/7/2009

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martedì, luglio 28, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, seconda parte

L'Iran, la Cina e la Nuova Via della Seta

di Pepe Escobar


HONG KONG – Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.
Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti – la “rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio del “dispotismo asiatico”.

I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista, le cose non sono quello che sembrano.

Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran, e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione, i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.

Sulla strada
L'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C., quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.

Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta, porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.

Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.

L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna di fare da ponte tra i due.

E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la Cina.

Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”, l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta: una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L'ampiezza del cerchio
Come bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan” centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele, Russia, Cina, Pakistan e India.

Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare. A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente, la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è che Washington serri nuovamente il pugno.

Che ne è stato della “guerra globale al terrore” (“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare” (“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi che a dirsi.

La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale, con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.

Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine. La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia, quale miglior “salvatore” della Cina?

Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le cose sono più complicate di quel che sembrano.

Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio è”.

Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione: dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio, è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto, le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.

L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità” dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale per la Cina.

Viva il multipolarismo
Dunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza, sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale contro il “separatismo”, ma ora si è anche strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.

L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo, prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato, accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione del petrolio del Caspio.

E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare (liberandolo dalle interferenze pakistane).

L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione; e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con l'Iran.

Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia, dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP. Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto fortemente voluto dagli Stati Uniti.

Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della “rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana. Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il futuro: il multipolarismo.

Originale: Iran, China and the New Silk Road

Articolo originale pubblicato il 24/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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sabato, luglio 25, 2009

Ritorno al nuovo Grande Gioco, prima parte

Iran e Russia, scorpioni in una bottiglia

di Pepe Escobar

HONG KONG – Nel paese delle meraviglie iraniano le cose si fanno sempre più curiose. Pensate a quello che è successo la scorsa settimana durante le preghiere del venerdì a Teheran, condotte personalmente dall'ex presidente Ayatollah Hashemi Rafsanjani, anche detto “Lo Squalo”, l'uomo più ricco dell'Iran che deve parte delle sue fortune all'Irangate, cioè ai contratti segreti degli anni Ottanta con Israele e gli Stati Uniti per l'acquisto di armamenti.

Com'è noto, Rafsanjani sta dietro al raggruppamento conservatore pragmatico Mir-Hossein Mousavi-Mohammad Khatami che ha perso la recente battaglia per il potere – più che le elezioni presidenziali – contro la fazione ultra-conservatrice Ayatollah Khamenei-Mahmud Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione. Durante le preghiere, i sostenitori della fazione egemonica urlavano il solito “Morte all'America”, mentre i conservatori pragmatici se ne sono usciti, per la prima volta, con “Morte alla Russia!” e “Morte alla Cina!”

Ops. Diversamente dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale, sia la Russia che la Cina hanno accettato quasi istantaneamente la contestata rielezione di Ahmadinejad. È questo a renderli nemici dell'Iran? Oppure i conservatori pragmatici non sono stati informati che l'“eurasiomane” Zbig Brzezinksi – che gode dell'attenzione incondizionata del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – va predicando dagli anni Novanta che è essenziale spezzare l'asse Teheran-Mosca-Pechino e silurare l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO)?

E non sanno, poi, che i russi e i cinesi – come gli iraniani – sono decisi propugnatori della fine del dollaro come valuta di riserva globale a vantaggio di un paniere (multipolare) di valute, una divisa comune della quale il Presidente russo Dmitrij Medvedev ha avuto l'ardire di presentare un prototipo durante il summit del G-8 svoltosi all'Aquila, in Italia? A proposito, bella monetina. Battuta in Belgio, sfoggia i volti dei capi del G-8 e un motto: “Unità nella diversità”.

“Unità nella diversità” non era esattamente quello che ha in mente l'amministrazione Obama quando si parla di Iran e Russia, indipendentemente dai miliardi e miliardi di byte di retorica. Ma partiamo subito dall'energia.

L'Iran è il numero due al mondo in termini di riserve dimostrate di petrolio (11,2%) e di gas (15,7%), secondo la Rassegna Statistica dell'Energia Mondiale per il 2008 stilata dalla BP.

Se l'Iran optasse per rapporti più distesi con Washington, il Big Oil statunitense si godrebbe la ricchezza energetica del Caspio iraniano. Questo significa che a prescindere dai toni retorici nessuna amministrazione statunitense vorrà mai avere a che fare con un regime iraniano ultra-nazionalista come l'attuale dittatura militare dei mullah.

Quello che spaventa concretamente Washington – da George W. Bush a Obama – è la prospettiva di un asse Russia-Iran-Venezuela. Insieme, l'Iran e la Russia possiedono il 17,6% delle riserve petrolifere mondiali dimostrate. Le petro-monarchie del Golfo Persico – controllate de facto da Washington – ne possiedono il 45%. L'asse Mosca-Teheran-Caracas ne controlla il 25%. Se aggiungiamo il 3% del Kazakistan e il 9,5%, dell'Africa, questo nuovo asse è in grado di contrastare più che efficacemente l'egemonia americana nel Medio Oriente arabo. Lo stesso vale per il gas. Aggiungendo l'“asse” agli “stan” dell'Asia Centrale raggiungiamo il 30% della produzione mondiale di gas. Tanto per fare un confronto, l'intero Medio Oriente – Iran compreso – attualmente soddisfa solo il 12,1% della domanda mondiale di gas.

Faccende di Pipelineistan
Un Iran nucleare metterebbe inevitabilmente il turbo al nuovo emergente mondo multipolare. L'Iran e la Russia stanno di fatto mostrando alla Cine e all'India che non è saggio fare affidamento sulla potenza degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente arabo. Tutti questi attori sono ben consapevoli del fatto che l'Iraq è ancora occupato, e che che l'ossessione di Washington è ancora quella di privatizzare le enormi riserve petrolifere dell'Iraq.

Come amano sottolineare gli analisti cinesi, quattro potenze emergenti o rinascenti – la Russia, la Cina, l'Iran e l'India – costituiscono dei poli in termini strategici e di civiltà. E tre di esse sono potenze nucleari. Un Iran più sicuro di sé e più assertivo – in grado di gestire l'intero ciclo della tecnologia nucleare – potrebbe tradursi in una maggiore influenza di Iran e Russia in Europa e Asia a scapito di Washington, non solo nella sfera energetica ma anche in quanto promotori di un sistema monetario multipolare.

L'intesa è già in corso. Dal 2008 le autorità iraniane sottolineano che prima o poi l'Iran e la Russia avvieranno gli scambi commerciali in rubli. Gazprom è disposta a farsi pagare il petrolio e il gas in rubli anziché in dollari. E il segretariato dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha già capito come andranno le cose ammettendo ormai da un anno che entro il 2020 l'OPEC adotterà l'euro.

Non solo l'“asse” Mosca-Teheran-Caracas, ma anche il Qatar e la Norvegia, per esempio, e prima o poi anche gli Emirati Arabi, sono pronti a rompere con il petrodollaro. Non c'è bisogno di dire che la fine del petrodollaro – che sicuramente non avverrà domani – significa la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale; la fine di una situazione in cui il mondo paga per gli enormi deficit di bilancio dell'America; e la fine della morsa finanziaria anglo-americana che stringe il mondo dalla seconda metà del XIX secolo.

I rapporti energetici tra l'Iran e la Russia sono invece più complessi: li configura infatti come due scorpioni in una bottiglia. Teheran, isolata dall'Occidente, manca degli investimenti stranieri che servono ad ammodernare le sue strutture energetiche risalenti agli anni Settanta. Ecco perché l'Iran non può trarre pienamente vantaggio dallo sfruttamento delle sue ricchezze energetiche del Caspio.

Qui vediamo all'opera il Pipelineistan in tutto il suo splendore: gli Stati Uniti, già negli anni Novanta, hanno deciso di buttarsi sul Caspio con tutte le loro forze promuovendo l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Supsa (BTS).

Per Gazprom, l'Iran è letteralmente una miniera d'oro. Nel settembre del 2008 il colosso energetico russo ha annunciato che avrebbe esplorato l'enorme giacimento petrolifero di Azadegan-Nord e altri tre giacimenti. La russa Lukoil ha aumentato le prospezioni e Tatneft ha annunciato la propria partecipazione nel Nord. L'amministrazione George W. Bush pensava di indebolire la Russia e di isolare l'Iran in Asia Centrale. Sbagliato: non ha fatto che accelerare la loro cooperazione strategica nel settore energetico.

La prova di forza di Putin
Nel febbraio del 1995 Mosca si impegnò a terminare la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Si trattava di un progetto avviato dallo scià iraniano, colui che si era proclamato “gendarme del Golfo” per conto degli Stati Uniti. Lo scià nel 1974 aveva incaricato la tedesca KWU, ma il progetto era stato bloccato dalla rivoluzione islamica del 1979 e poi colpito gravemente dalle bombe di Saddam Hussein tra il 1984 e il 1988. Così erano entrati in gioco i russi, offrendosi di portare a termine il progetto per 800 milioni di dollari. Nel dicembre del 2001 Mosca cominciò anche a vendere missili a Teheran, un sistema tranquillo per fare un po' di soldi extra offrendo protezione per installazioni strategiche come Bushehr.

In Iran Bushehr è una questione immensamente controversa. Avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2000. Secondo le autorità iraniane, però, i russi sembrano non aver mai avuto fretta di terminarlo. Ci sono motivi tecnici – il reattore russo è troppo grande per entrare nella struttura già costruita dalla KWU – cui si aggiunge un deficit di tecnologia degli ingegneri nucleari iraniani.

Ma le ragioni sono soprattutto geopolitiche. L'ex presidente Vladimir Putin ha usato Bushehr come cruciale pedina diplomatica nella sua doppia partita a scacchi con l'Occidente e con gli iraniani. Fu Putin a lanciare l'idea di arricchire l'uranio per conto dell'Iran in Russia; e sulle mosse strategiche per gestire una crisi nucleare globale abbiamo detto tutto. Ahmadinejad – e soprattutto il Leader Supremo – gli opposero un netto rifiuto. La risposta russa fu quella di temporeggiare, e addirittura di sostenere blandamente altre sanzioni contro Teheran volute dagli Stati Uniti.

Teheran capì l'antifona: Putin non era un alleato incondizionato. Dunque nell'agosto del 2006 i russi riuscirono a ottenere un accordo per la costruzione e la supervisione di due nuovi impianti nucleari. Tutto questo significa che la questione nucleare iraniana non può essere risolta senza la Russia. Nello stesso tempo la Russia di Putin sapeva benissimo che un possibile attacco israeliano avrebbe provocato la perdita di un vantaggioso cliente nucleare e una disfatta diplomatica. Medvedev sta attuando la stessa doppia strategia: ripetere ad americani ed europei che la Russia non vuole la proliferazione nucleare in Medio Oriente e ricordare a Teheran che ha più bisogno che mai della Russia.

Un'altra caratteristica della strategia scacchistica russa – mai esposta pubblicamente – è mantenere la cooperazione con Teheran per impedire alla Cina di assumere il comando del progetto senza però far infuriare gli americani. Finché il programma nucleare iraniano resterà incompiuto, la Russia potrà sempre svolgere il saggio ruolo di moderatore tra l'Iran e l'Occidente.

Lo sviluppo di un programma nucleare civile in Iran è un ottimo affare sia per l'Iran che per la Russia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto sono entrambi militarmente accerchiati. L'Iran è accerchiato strategicamente dagli Stati Uniti in Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Bahrein, Pakistan e Afghanistan e dalla potenza navale statunitense nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. La Russia ha visto la NATO fagocitare i paesi baltici e minacciare di “annettersi” la Georgia e l'Ucraina; la NATO è impegnata in Afghanistan; e gli Stati Uniti sono ancora presenti, in un modo o nell'altro, nell'Asia Centrale.

L'Iran e la Russia hanno la stessa strategia nel Mar Caspio. Di fatto si oppongono ai nuovi stati del Caspio: il Kazakistan, il Turkmenistan e l'Azerbaigian.

L'Iran e la Russia devono anche affrontare la minaccia dell'Islam fondamentalista sunnita. Qui hanno un tacito accordo: per esempio, Teheran non ha mai fatto nulla per aiutare i ceceni. E poi c'è la questione armena. Un asse de facto Mosca-Teheran-Erevan irrita profondamente gli americani.

In questo decennio, infine, l'Iran è diventato il terzo maggiore importatore di armamenti russi dopo la Cina e l'India. Gli armamenti comprendono il sistema anti-missile Tor M-1, che difende le installazioni nucleari iraniane.

Qual è il vostro asse?
Grazie a Putin, dunque, l'alleanza Iran-Russia si spiega su tre fronti: nucleare, energia e armamenti.
Ci sono delle crepe, in tutto questo? Certo.
Primo, Mosca non vuole assolutamente un programma nucleare militare iraniano. Significherebbe “destabilizzazione regionale”. Mosca vede l'Asia Centrale come propria area di influenza, dunque un'influenza dell'Iran nella ragione è considerata alquanto problematica. Per quanto riguarda il Caspio, l'Iran ha bisogno della Russia per una soluzione giuridica soddisfacente (è un mare o un lago? Come ripartirlo tra ciascun paese confinante?)

Inoltre la nuova dittatura militare iraniana dei mullah reagirà selvaggiamente se si ritroverà contro la Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Significherebbe una rottura delle relazioni economiche – molto negativa per entrambe le parti – ma anche la possibilità che Teheran si metta ad appoggiare l'Islam radicale ovunque, dal Caucaso Meridionale all'Asia Centrale.

Nella complessità di queste circostanze, non è poi così impensabile immaginare una sorta di educata Guerra Fredda tra Teheran e Mosca.

Dal punto di vista della Russia è ancora una questione di “asse” - che sarebbe costituito da Mosca-Teheran-Erevan-Nuova Delhi e contrasterebbe l'asse spalleggiato dagli Stati Uniti Ankara-Tbilisi-Tel Aviv-Baku. Ma questo è ancora oggetto di accese discussioni, e l'ampio dibattito coinvolge perfino la dirigenza russa. La vecchia guarda, come l'ex primo ministro Evgenij Primakov, pensa che la Russia stia nuovamente diventando una grande potenza e debba coltivare gli ex clienti arabi e l'Iran; ma i cosiddetti “occidentalisti” sono convinti che l'Iran sia soprattutto un peso morto.

Potrebbero non aver tutti i torti. Il punto cruciale di quest'asse Mosca-Teheran è l'opportunismo: la necessità di contrastare i piani egemonici degli Stati Uniti. Con la sua politica del “pugno dischiuso” Obama sarà abbastanza scaltro da cercare di ribaltare la situazione oppure sarà costretto dalla lobby israeliana e dal complesso industriale-militare a colpire infine un regime ora universalmente disprezzato in tutto l'Occidente?

La Russia – e l'Iran – vogliono assolutamente un mondo multipolare. La nuova dittatura militare dei mullah a Teheran sa che di non potersi permettere l'isolamento. Il cammino verso la ribalta potrebbe dover passare per Mosca. Questo spiega perché l'Iran sta compiendo tanti sforzi diplomatici per entrare nella SCO.

Per quanto a Occidente i progressisti possano appoggiare i conservatori pragmatici iraniani – ben lungi dall'essere riformisti – la questione cruciale è sempre che l'Iran è una pedina cruciale per la Russia nella gestione delle sue relazioni con gli Stati Uniti e l'Europa. Indipendentemente dalla sgradevolezza dei toni, tutto indica una tendenza alla “stabilità” in questa arteria vitale nel cuore del Nuovo Grande Gioco.

Originale: Iran and Russia, scorpions in a bottle



Articolo originale pubblicato il 23/7/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, luglio 06, 2009

Momento della verità per Obama a Mosca

Momento della verità per Obama a Mosca

di M. K. Bhadrakumar

Negli annali dei summit russo-americani Mosca non ha mai concepito una cerimonia di benvenuto come questa per un presidente americano. I preparativi per l'arrivo del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, atteso lunedì a Mosca, sottolineano le complessità del contesto nel quale i due paesi si apprestano a dialogare.

Per ricevere Obama la Russia ha steso il suo tappeto rosso dal turbolento Caucaso, teatro cruciale per le relazioni USA-Russia, fino alla capitale. È un tappeto dal disegno complesso e intrigante, ricco di leggende sulle radici del conflitto che hanno fatto da barriera alla coesistenza pacifica tra le due superpotenze, e la saggezza a il valore di prendere le armi inopportunamente senza alcuna unità di propositi.

Obama è stato solo una volta in Russia, durante una breve missione del Congresso americano dominata da Richard Lugar. Ma uno statista come Obama, con un acuto senso della storia, non mancherà di prendere nota del viaggio che si svolgerà la settimana prossima. Washington non schera. Il Vice Presidente Joseph Biden ha messo in programma una visita in Ucraina e Georgia subito dopo il summit USA-Russia di Mosca.

Tensioni nel Caucaso
Lunedì la Russia ha dato il via a una gigantesca esercitazione militare, “Caucaso-2009” nell'area del Caucaso Settentrionale che confina con la Georgia. L'esercitazione, della durata di una settimana, si concluderà proprio il giorno in cui Obama atterrerà a Mosca. L'Itar-Tass ha citato le parole del vice Ministro della Difesa Aleksandr Kalmykov, il quale ha detto che le manovre vengono condotte su una scala che ricorda i tempi sovietici.

Con l'impiego di 8500 uomini, 450 veicoli blindati per il trasporto del personale e 250 cannoni d'artiglieria e con il contributo di aeronautica, difesa aerea, truppe aviotrasportate, Flotta del Caspio e a Flotta del Mar Nero, le manovre coprono un vasto territorio che comprende le regioni di Krasnodar e Rostov oltre all'Ossezia Settentrionale e alla Cecenia.

Se i crescenti segnali di attività dei militanti islamici nel Caucaso Settentrionale può parzialmente spiegare la logica delle esercitazioni, un obiettivo evidente è quello di dimostrare la potenza di fuoco della Russia per prevenire qualsiasi mossa azzardata da parte della Georgia contro le regioni separatiste dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale. Chiaramente Mosca non sta lasciando nulla al caso e risponde così alle esercitazioni di maggio in Georgia dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), esercitazioni che il Presidente Dmitrij Medvedev ha definito una “provocazione”. La Russia non ha invitato osservatori della NATO ai giochi di guerra “Caucaso - 2009”.

È superfluo dire che c'è un diffuso scetticismo tra gli analisti occidentali sulla questione se il “riavvio” delle relazioni USA-Russia, promesso dall'amministrazione Obama e promosso dai due presidenti durante l'incontro di Londra ad aprile in margine al summit del G20, possa di fatto avere inizio date le circostanze attuali.

Gli analisti politici russi sono anche più scettici. Sergej Karaganov, l'influente presidente del Consiglio per la Politica Estera e della Difesa della Russia, percepisce che la natura intrinseca del concetto di un “riavvio” è già di per sé “estremamente fragile”.

“Da parte della Russia c'è maggiore scetticismo in quanto la Russia non vede reali cambiamenti nella condotta politica degli Stati Uniti e ritiene che siano per lo più epidermici”, ha affermato. L'impressione della Russia, ha aggiunto Karaganov, è che gli Stati Uniti “non siano disposti ad apportare cambiamenti sostanziali alla loro condotta politica” su questioni come l'allargamento della NATO o la sicurezza pan-europea. Un documento diffuso a Mosca nel fine settimana sottolineava che alle relazioni USA-Russia non basterà un “semplice riavvio”, servirà una “riconfigurazione” completa.

Semplice gioco di parole? Non esattamente. Nel frattempo, anche gli analisti americani hanno la loro lista di lagnanze: “questo rinnovato senso d'orgoglio [russo]” e la conseguente “arroganza, prepotenza, assertività, presuntuosità e finanche aggressività che si mescola alla paranoia, all'insicurezza e all'ipersensibilità”, secondo le parole di David Kramer, alto funzionario del Dipartimento di Stato da più di otto anni.

Ciò che emerge oltre ogni dubbio è che dal summit di Mosca non ci si può aspettare nessun decisivo passo avanti. Ma allora perché Obama insiste nel voler fare questo “viaggio di lavoro”?

Dialogo selettivo
Washington ha l'urgente necessità di trattare con la Russia in maniera specifica e selettiva su alcune questioni. La carota che viene offerta a Mosca, in questo caso, è che se Mosca si dichiarerà d'accordo su alcuni o su tutti i passi specifici che Washington ha in mente c'è una possibilità che questi accordi si concretizino in modo che le relazioni nei prossimi tempi imbocchino una direzione più positiva.

In breve, il gesto di Obama di premere il pulsante per riavviare le moribonde relazioni USA-Russia durante il summit di Mosca è di per sé in dubbio, mentre la promessa di farlo rimane sul tavolo.

Con un “preludio” insolitamente duro alla visita di Obama, Michael McFaul, direttore del Consiglio della Sicurezza Nazionale per gli Affari Russi ed Europei, ha messo in chiaro che il presidente degli Stati Uniti “non coltiva illusioni sul divario spalancatosi” tra i due paesi. Ha detto che le autorità russe pensano al mondo con “ragionamenti a somma zero. Gli Stati Uniti sono considerati un avversario... e pensano che il nostro obiettivo numero uno sia quello di indebolire e circondare la Russia e fare tutto ciò che può rafforzare noi e indebolire la Russia”.

Ha aggiunto che Obama esporrà gli interessi nazionali degli Stati Uniti “in maniera molto esplicita” su questioni come l'allargamento della NATO. “Intendiamo parlar loro con grande franchezza... e poi vogliamo vedere se c'è un modo per convincere la Russia a cooperare su questioni che consideriamo nostri interessi nazionali”.

Le “cose” che secondo McFaul sono fondamentali per gli interessi nazionali americani si riducono a tre questioni prioritarie della politica estera di Obama: il controllo delle armi strategiche, la situazione iraniana e la guerra in Afghanistan. Tuttavia non v'è certezza che siano temi “praticabili”. Questo spiega parzialmente i toni delle dichiarazioni giunte da entrambe le parti prima del summit.

È ormai chiaro che grossi ostacoli potrebbero impedire di negoziare un nuovo accordo per il controllo delle armi nucleari che sostituisca il Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche in scadenza il 5 dicembre. La Russia si oppone energicamente al progetto statunitense di dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale e ai piani statunitensi a lungo termine per la realizzazione di un sistema di difesa globale. Il problema non è in cosa oggi consista il sistema di difesa anti-missile da un punto di vista tecnologico, ma in cosa finirà per consistere quando la tecnologia statunitense, in costante miglioramento, si avvicinerà a un grado di precisione del 100%.

Un sistema di difesa anti-missile efficace fondamentalmente fa vacillare la parità nucleare tra le due potenze e fa pendere l'ago della bilancia a favore degli Stati Uniti dopo più di sessant'anni di equilibrio strategico. Ma per Obama è impossibile rinunciare al programma di difesa anti-missile del suo paese. Nella migliore delle ipotesi potrà rinviarlo di due o tre anni (fatto comunque scontato, a causa dell'attuale crisi finanziaria degli Stati Uniti). È anche sorto un intoppo sul cosiddetto “potenziale di ritorsione” che gli Stati Uniti intendono mantenere pur accettando di ridurre le testate nucleari. Vale a dire che gli Stati Uniti vogliono conservare le circa 4000 testate smantellate e anche i 1200 vettori (missili balistici basati a terra e lanciati da sottomarini e bombardieri strategici) come parte delle proprie forze convenzionali per ogni uso bellico.

Non sorprende che i russi non siano d'accordo. In parole povere, la Russia teme un doppio svantaggio per l'inferiorità del suo arsenale di testate nucleari e missili, poiché il suo “potenziale di ritorsione” è molto più debole. Vale a dire che la riduzione delle armi nucleari che è stata proposta non farà che rafforzare in misura esponenziale il vantaggio militare degli Stati Uniti. Con l'enorme superiorità di cui godono gli Stati Uniti nel settore delle armi convenzionali, la Russia conta sul suo arsenale nucleare per conservare la propria strategia militare globale.

Nello stesso tempo la Russia non ha le risorse per costruire una propria difesa anti-missile globale. Dunque ha tracciato una “linea rossa” sia davanti al posizionamento del sistema di difesa anti-missile in Europa che all'allargamento della NATO. La Strategia della Russia per la Sicurezza Nazionale fino al 2020, esposta il 12 maggio scorso, afferma esplicitamente: La possibilità di mantenere la stabilità globale e regionale verrà sostanzialmente ridotta con il posizionamento di elementi del sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa... L'inaccettabilità per la Russia dei piani per promuovere l'infrastruttura militare dell'Alleanza [NATO] ai confini della Russia e i tentativi di attribuirle funzioni globali in contrasto con gli standard del diritto internazionale rimarrà il fattore caratterizzante delle relazioni con la NATO. Non vi sono dubbi che il summit di Mosca della prossima settimana annuncerà un qualche tipo di “progresso” – probabilmente una sorta di “pagella” – nei negoziati che condurranno a un nuovo patto per il controllo delle armi nucleari. Forse verrà annunciato perfino il quadro di un nuovo accordo, giacché ci si aspetta sempre dei risultati dai summit USA-Russia. Ma l'accordo finale potrebbe comunque venire ostacolato.

Le differenze sull'Iran
Dati i recenti fatti iraniani e la posizione di Obama, tutti gli occhi saranno puntati sugli esiti del summit di Mosca sulla questione. Di certo gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno della collaborazione russa se intendono mettere efficacemente sotto pressione Teheran. Ma è difficile che il summit di Mosca possa produrre reali convergenze USA-Russia sulla situazione iraniana.

L'impressione comune è che la posizione della Russa sull'Iran ultimamente sia cambiata. La dichiarazione dei ministri degli esteri del Gruppo degli Otto (G-8) che è stata resa pubblica a Trieste il 26 giugno e che esprimeva una condanna delle violenze a Teheran è stata interpretata come la prova del fatto che la Russia si è allineata con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma la Russia non ha fatto altro che seguire il consenso, come si usa nella diplomazia multilaterale.

Di fatto il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto alla stampa a Trieste che mentre la Russia intendeva esprimere la sua “più grave preoccupazione” per l'uso della forza sui manifestanti a Teheran e la perdita di vite umane, “nello stesso tempo non interferiremo con gli affari interni dell'Iran”, giacché la Russia “presume” che i conflitti “verranno risolti in linea con le procedure democratiche e le leggi che esistono per questo”.

In pratica Lavrov ha espresso comprensione per la posizione del regime iraniano. E sulla questione nucleare ha ribadito che “in ogni circostanza” la Russia insiste su una soluzione pacifica anche se ci sono “cambiamenti nella posizione della dirigenza iraniana”, e che la comunità internazionale deve “mostrare pazienza e seguire la nostra politica concertata”. È in questo senso che Lavrov ha descritto la dichiarazione del G-8 come “complessivamente... ben equilibrata e utile in tutti i sensi”.

Giovedì il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione che di fatto previene qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di proporre azioni che mettano sotto pressione l'Iran al summit moscovita. Vi si legge: “Riteniamo che sanzioni contro l'Iran per i suoi problemi interni sarebbero illegali e controproducenti. Potrebbero provocare sviluppi sgraditi nella situazione iraniana e nella regione”. La dichiarazione riaffermava la convinzione di Mosca che la situazione sorta in seguito alle elezioni contestate in Iran debba essere normalizzata “per vie legali” (e questa è anche la posizione ufficiale di Teheran).

Riflettendo la linea ufficiale, il quotidiano governativo Rossijskaja Gazeta ha pubblicato un'intervista con l'eminente politico vicino al Cremlino, Michail Margelov, che presiede la commissione del Consiglio Federale per gli affari internazionali. Margelov ha detto: “Esteriormente questo [le agitazioni a Teheran] ricorda da vicino lo sviluppo delle 'rivoluzioni colorate'... In ogni caso la comunità internazionale dovrà probabilmente avere a che fare con l'intrattabile [Presidente Mahmud] Ahmadinejad per un altro mandato presidenziale... Credo che non ci si possa aspettare cambiamenti radicali nella politica russa sotto questo aspetto”.

Uno dei massimi esperti di Iran a Mosca, Radzhab Safarov, direttore del Centro per gli Studi Iraniani, è stato esplicito quando ha detto che l'Occidente, “guidato dagli Stati Uniti”, voleva un cambiamento di regime a Teheran e i manifestanti di Teheran “stanno effettivamente ricevendo finanziamenti e ogni genere di idea dall'Occidente per scendere in piazza”, ma inutilmente. In un'intervista con Center TV, canale governativo russo, Safarov ha detto che i tentativi occidentali “non minacciano il sistema politico iraniano, più forte e solido che mai”.

Un tango nell'Hindu Kush
In contrasto con le percezioni divergenti di Stati Uniti e Russia sull'Iran, le due potenze si sono notevolmente avvicinate sulla guerra in Afghanistan. Come ha detto recentemente il consigliere per la politica estera del Cremlino Viktor Prichodko, “Vediamo con favore la politica sempre più trasparente degli Stati Uniti su Afghanistan e Pakistan. Lo spazio di cooperazione con l'Occidente sull'Afghanistan può essere più ampio”. Mosca considera la cooperazione sull'Afghanistan un elemento chiave per ripristinare le relazioni Stati Uniti-Russia.

Prichodko lo ha sottolineato dicendo che la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) non avrebbe “strappato l'iniziativa” alla coalizione guidata dagli Stati Uniti nella risoluzione del conflitto afghano. Tuttavia la Russia vuole un ruolo più forte. Per esempio, l'efficacia della lotta al traffico di droga dall'Afghanistan sta scemando più che aumentando. “Un ruolo più forte significa maggiori responsabilità. Se rivendichiamo un ruolo più forte, questo ci porterà a partecipare alla forza internazionale. Non intendiamo mandare soldati in Afghanistan. Per ora la principale responsabilità nei confronti dell'Afghanistan consiste nella formazione di forze internazionali. Ci andiamo soprattutto per prendere parte al processo di costruzione”.

Si tratta di una notevole semplificazione della politica russa. Mosca è preoccupata che Washington stia cercando di estendere la presenza della NATO in Asia Centrale. Da parte loro gli Stati Uniti hanno decisamente chiuso la porta a qualsiasi forma di cooperazione tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, guidata dalla Russia, o la SCO. Washington non ha nemmeno concesso a Mosca di svolgere un ruolo significativo nella risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington continua a trattare separatamente con i diversi paesi membri della SCO sul tema della cooperazione in Afghanistan. La Cina e il Kazakistan sono perfino stati invitati a contribuire con un proprio contingente.

La Russia ha essenzialmente colto l'occasione per creare una cooperazione trilaterale con l'Afghanistan e il Pakistan. I presidenti dei tre paesi hanno tenuto un incontro congiunto in margine al summit della SCO a Ekaterinburg, in Russia, il mese scorso. Un incontro tra i ministri degli esteri ha poi avuto luogo venerdì a Trieste.

Mosca vede delle possibilità nello sviluppo di questa cooperazione tripartita. I tre ministri degli esteri hanno concordato di intensificare la cooperazione ma “in linea con altre iniziative della comunità internazionale”. Hanno deciso di esplorare le potenzialità della cooperazione in settori specifici come il controllo delle frontiere, lo scambio di informazioni riguardanti il terrorismo internazionale, l'addestramento di personale specializzato nella lotta al terrorismo e alla droga. Tuttavia è interessante il fatto che abbiano deciso di promuovere rapporti di buon vicinato e la stabilità regionale e di perseguire la cooperazione economica, oltre a estendere la loro “interazione su aspetti di interesse reciproco” in seno alle Nazioni Unite, alla SCO e all'Organizzazione della Conferenza Islamica. I tre ministri degli esteri hanno anche concordato di “studiare e sviluppare una visione e una prospettiva comune per la pace e lo sviluppo nella regione”.

In breve, senza irritare gli Stati Uniti, la Russia ha elaborato una direzione tutta sua con i due protagonisti principali della strategia “AfPak” statunitense.

Mosca ha abilmente lavorato sull'estremo desiderio del Pakistan di sviluppare una relazione politico-militare con Mosca. Il capo dell'esercito pakistano Generale Ashfaq Kiani è stato ricevuto a Mosca, lo scorso mese, durante una visita d'alto profilo diplomatico. La visita era stata programmata sullo sfondo dell'incremento del contingente statunitense in Afghanistan e l'inizio di attese operazioni militari contro i Taliban.

Ciò che sembra accadere è che Islamabad ha ripagato Washington con la stessa moneta per i suoi insistenti tentativi di coinvolgere l'India nel problema afghano in quanto potenza regionale, malgrado le obiezioni pakistane. Il fatto che Mosca abbia rischiato di irritare Nuova Delhi creando una relazione regionale esclusiva con il Pakistan svela le acute rivalità geopolitiche nell'Hindu Kush.

Una posizione simile emerge dalla decisione di Mosca di non opporsi con le unghie e con i denti agli Stati Uniti quando questi hanno cercato di conservare alcune strutture della base di Manas, in Kirghizistan. Ciò ha condotto a una nuova formula, in base alla quale gli Stati Uniti avranno il permesso di gestire un “centro di transito” preservando l'attuale infrastruttura dei trasporti, e in cambio le somme pagate al governo kirghizo saranno triplicate.

Demolendo le speculazioni dei media secondo cui Biškek avrebbe agito suo moto senza il consenso della Russia (cosa improbabile dati gli obblighi del Kirghizistan come paese membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), Medvedev ha dichiarato esplicitamente che la Russia considera il centro della base di Manas parte integrante della lotta contro il terrorismo internazionale.

Un altra direzione è spuntata un po' di tempo fa con la decisione della Russia di consentire il transito di materiali militari non letali destinati alle forze NATO in Afghanistan. Alla vigilia del summit USA-Russia, gli editorialisti russi hanno alluso al fatto che “Mosca potrebbe fare di più consentendo il trasporto di merci militari verso l'Afghanistan attraverso il proprio territorio”, oltre a incrementare il traffico lungo la cosiddetta rotta settentrionale.

Il Vice Ministro degli Esteri russo Aleksandr Gruško, dopo l'incontro informale del Consiglio Russia-NATO di domenica a Trieste, ha dichiarato: “Per quanto i transiti militari abbiamo firmato accordi con la Germania, la Francia e la Spagna. Stiamo anche prendendo in considerazione una richiesta dell'Italia”. Mosca valuta che gli Stati Uniti stiano sperimentando gravi difficoltà nel trasporto di merci civili e militari in Afghanistan attraverso il Pakistan: gli Stati Uniti e i loro alleati attualmente perdono fino a 200 camion al mese a causa degli attacchi dei militanti contro i convogli.

La Russia capisce anche che nonostante gli americani continuino a parlare dello sviluppo di una rotta di transito attraverso la Georgia, questo è più facile da dirsi che da farsi visto che lungo la costa del Caspio dovranno essere costruiti o almeno modernizzati nuovi terminal; la nuova rotta comporterà doppi trasbordi; e inoltre dovrà utilizzare linee ferroviarie sovietiche fatiscenti. La costruzione del corridoio ferroviario Baku-Tbilisi-Akhalkalaki-Kars può accorciare i tempi ma sorge l'esigenza di attraversare il Mar Caspio e di trasportare poi le merci fino in Afghanistan, il che significa che quella rotta può al limite essere ausiliaria.

I portavoce russi fanno circolare il concetto che in un mondo globalizzato in cui la sicurezza è indivisibile e l'interdipendenza tra le nazioni è un pressante realtà, gli interessi di Mosca e degli Stati Uniti non solo non sono in conflitto in Afghanistan ma sono di fatto coincidenti. Segue poi l'argomentazione secondo la quale oggi non “c'è tempo né spazio per un gioco a somma zero, mentre un ritiro prematuro delle forze statunitensi [dall'Afghanistan] porrà una minaccia agli interessi nazionali della Russia in una regione strategica dell'Asia Centrale”.

Dunque Mosca deve assumere il ruolo di potenza mondiale responsabile e “aiutare concretamente” Washington a risolvere il problema afghano.

Non si tratta di un sofisma. La disposizione generale di Mosca nei confronti della minaccia del terrorismo si sta trasformando in rabbia. Gli attacchi terroristici nel Caucaso Settentrionale rivelano un brusco aumento in fatto di numeri e di ferocia. Solo quest'anno nel Caucaso Settentrionale sono stati commessi 300 atti di terrorismo che sono costati la vita a 75 membri delle forze di sicurezza, compresi omicidi di alto profilo come quello del Ministro degli Interni del Daghestan Adilgerei Magomedtagirov agli inizi di giugno.

Medvedev ha fatto un viaggio a sorpresa in Daghestan, indossando una giacca di pelle e un paio di occhiali scuri: offrendo un'immagine da duro, il giovanile presidente si è espresso con un genere di retorica che siamo abituati ad associare al Primo Ministro Vladimir Putin. “Questo è estremismo che viene dall'estero, con vari pazzi che vengono a lordare il nostro territorio”, avrebbe detto Medvedev in commenti trasmessi dalla televisione di Stato. “Deve essere portato avanti il lavoro volto a ristabilire l'ordine e liquidare la gentaglia terrorista”, ha sottolineato.

Curiosamente le parole di Medvedev si prestano anche a descrivere ciò che attende gli Stati Uniti in Afghanistan. Ha detto: È la povertà della popolazione, l'alto tasso di disoccupazione, le dimensioni della corruzione e delle deformazioni sistemiche nell'amministrazione del governo [locale] quando la sua efficacia diminuisce, che porta alla perdita di fiducia e dell'autorità dello Stato. Non bisogna permetterlo... La lotta alla droga, essenzialmente, deve accompagnare la lotta al terrorismo. Capiamo che il denaro che viene dalla droga, il denaro che viene dalla vendita della droga, va ad alimentare i terroristi. Siamo oggi nella situazione in cui i nostri vicini, purtroppo, ci danno problemi di questo tipo. Naturalmente questo ha anche complicato la situazione nel Caucaso. Attraverso queste manovre tortuose e labirintiche, che indubbiamente hanno origine da complesse realtà concrete, la Russia spera di ottenere leve di influenza nelle relazioni USA-Russia offrendo a Obama una maggiore cooperazione sull'Afghanistan. È assolutamente possibile che in una fase in cui le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono complessivamente vicine al collasso, la cooperazione nell'Hindu Kush possa fornire il motivo conduttore tanto necessario al summit di Mosca.

Come ha notato Medvedev in un commento pubblicato sul sito del Cremlino giovedì scorso, “La nuova amministrazione statunitense sotto il Presidente Obama sta mostrando la propria volontà di cambiare la situazione e creare relazioni più efficaci, affidabili e in ultima analisi più moderne. Siamo pronti per questo”.

Mosca valuterà che può essere vantaggioso aiutare Obama a lenire il dolore dove la ferita fa più male e corre il rischio di trasformarsi in cancrena. La buona volontà che ne deriverà sarà utile a far capire che le relazioni tra Stati Uniti e Russia possono ancora migliorare in maniera seria e sostenibile.

Originale da: A moment of truth for Obama in Moscow

Articolo originale pubblicato il 4/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, maggio 04, 2009

Il mito del Talibanistan

Il mito del Talibanistan

di Pepe Escobar

Apocalypse Now. Si salvi chi può. Arrivano i turbanti. È questo oggi lo stato del Pakistan, a dare ascolto all'isteria diffusa dall'amministrazione Barack Obama e dai media statunitensi, dal Segretario di Stato Hillary Clinton al New York Times. Perfino il Primo Ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che il Talibanistan pakistano è una minaccia alla sicurezza della Gran Bretagna.

Ma diversamente da San Pietroburgo nel 1917 o Teheran alla fine del 1978, Islamabad non cadrà domani stesso in mano a una rivoluzione in turbante.

Il Pakistan non è un'ingovernabile Somalia. I numeri dicono tutto. Almeno il 55% dei 170 milioni di abitanti del Pakistan è costituito da punjabi. Non ci sono indicazioni che stiano per abbracciare il
Talibanistan; sono essenzialmente sciiti, sufi o un misto di entrambi. Circa 50 milioni sono sindhi, fedeli seguaci della defunta Benazir Bhutto e di suo marito, l'attuale Presidente Asif Ali Zardari del centrista e laicissimo Partito del Popolo Pakistano. I fanatici del Talibanistan in queste due province – che raccolgono l'85% della popolazione pakistana, con una pesante concentrazione della classe media urbana – sono una minoranza infinitesimale.

I taliban che fanno base in Pakistan – suddivisi approssimativamente in tre grandi gruppi e costituiti da meno di 10.000 combattenti privi di un'aviazione, di drone Predator, di carri armati e di veicoli pesanti da combattimento – si concentrano nelle aree tribali pashtun, in alcuni distretti della Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP), e in alcune piccole zone del Punjab.

Credere che quest'armata Brancaleone possa sconfiggere i 550.000 soldati dell'esercito pakistano, ben equipaggiati e molto professionali, cioè il sesto esercito più grande del mondo già scontratosi in battaglia con il colosso indiano, è un'idea ridicola.

Inoltre non c'è alcuna indicazione che i taliban, in Afghanistan e in Pakistan, abbiano la capacità di colpire un bersaglio al di fuori di “Af-Pak”(Afghanistan e Pakistan). Quello è il mitico territorio privilegiato di al-Qaeda. Per quanto riguarda l'isteria nucleare secondo cui i taliban sarebbero capaci di violare i codici dell'arsenale nucleare pakistano (la maggioranza dei taliban, tra l'altro, è semianalfabeta), ricordiamo che perfino Obama, durante il discorso dei suoi primi cento giorni, ha sottolineato che l'arsenale nucleare è sicuro.

Naturalmente ci sono alcuni ufficiali pashtun, e anche sezioni significative dei potenti servizi segreti pakistani, che simpatizzano con i taliban. Ma l'istituzione militare è spalleggiata niente meno che dall'esercito americano – al quale è strettamente legata fin dagli anni Settanta. Zardari sarebbe uno sciocco a scatenare un'uccisione di massa di pashtun pakistani; anzi, i pashtun possono risultare molto utili ai piani di Islamabad.

Questa settimana il governo di Zardari ha dovuto inviare l'aviazione e le truppe di terra a occuparsi del problema di Buner, nel distretto di Malakand della Provincia della Frontiera di Nord Ovest, che confina con la provincia di Kunar in Afghanistan ed è dunque relativamente vicina alle truppe degli Stati Uniti e della NATO. Hanno a che fare con meno di 500 membri del Tehrik-e Taliban-e Pakistan (TTP). Ma per l'esercito pakistano la possibilità che l'area si unisca al Talibanistan è un gran dono, perché questo fa salire alle stelle il controllo del Pakistan sull'Afghanistan meridionale pashtun, sempre secondo l'eterna dottrina della “profondità strategica” che prevale a Islamabad.

Portatemi la testa di Baitullah Mehsud
Dunque se Islamabad non è destinata a bruciare domani stesso, qual è il motivo di questa isteria? I motivi sono vari. Per cominciare, quello che Washington – con la nuova strategia “Af-Pak” di Obama – non riesce a digerire è una democrazia autentica e un vero governo civile a Islamabad; rappresenterebbero una minaccia per gli “interessi statunitensi” ben più dei taliban, con i quali l'amministrazione Bill Clinton andava d'amore e d'accordo alla fine degli anni Novanta.

Quello che potrebbe invece piacere a Washington è un altro colpo di stato militare – e delle fonti hanno raccontato ad Asia Times Online che dietro questa isteria c'è l'ex dittatore Generale Pervez Musharraf (Busharraf, come era derisoriamente chiamato).

È fondamentale ricordare che ogni colpo di stato militare in Pakistan è stato condotto dal capo di stato maggiore dell'esercito. Dunque l'uomo del momento – e dei prossimi momenti, giorni e mesi – è il discreto Generale Ashfaq Kiani, l'ex capo dell'esercito di Benazir. È in ottimi rapporti con il capo dell'esercito statunitense Ammiraglio Mike Mullen, e decisamente non va pazzo per i taliban.

Inoltre certi anfratti della burocrazia militare e della sicurezza pakistana sarebbero ben felici di ottenere altri dollari da Washington per combattere i neo-taliban pashtun che nel frattempo stanno armando perché combattano gli americani e la NATO. Sta funzionando. Washington è ora in preda a una smania contro-insurrezionale, con il Pentagono che non vede l'ora di insegnare queste tattiche a qualsiasi ufficiale pakistano in circolazione.

Quello a cui i media statunitensi non accennano mai sono i tremendi problemi sociali che il Pakistan deve gestire a causa del pasticcio nelle aree tribali. Islamabad ritiene che tra le Aree Tribali ad Amministrazione Federale (Federally Administered Tribal Areas, FATA) e la Provincia della Frontiera del Nord Ovest siano almeno un milione gli sfollati (oltretutto disperatamente bisognosi di cibo). La popolazione delle FATA è di circa 3,5 milioni di persone, soprattutto poveri contadini pashtun. E ovviamente la guerra nelle FATA si traduce in insicurezza e paranoia nella leggendaria capitale della Provincia della Frontiera del Nord Ovest, Peshawar.

Il mito del Talibanistan, comunque, è solo un diversivo, una rotella nel grande lento ingranaggio regionale che a sua volta fa parte del nuovo grande gioco in Eurasia.

Durante una prima fase – chiamiamola branding del male – i think-tank e i media di Washington hanno martellato incessantemente sulla “minaccia di al-Qaeda” per il Pakistan e gli Stati Uniti. Le aree tribali sono state etichettate come la base dei terroristi, il luogo più pericoloso del mondo dove “i terroristi” e un esercito di attentatori suicidi venivano addestrati per poi essere riversati in Afghanistan a uccidere i “liberatori” di USA/NATO.

Nella seconda fase la nuova amministrazione Obama ha accelerato la guerra dei drone “inferno dall'alto” Predator sui contadini pashtun. Adesso arriva la fase in cui i soldati degli Stati Uniti e della NATO, che presto saranno più di 100.000, vengono dipinti come i veri liberatori della povera gente dell'Af-Pak (loro, e non i “cattivi” taliban) – un espediente essenziale nella nuova versione dei fatti che serve a legittimare il surge di Obama nell'Af-Pak.

Perché tutti i pezzi vadano al loro posto serve un super-spauracchio. Ed è il leader del Tehrik-e Taliban-e Pakistan Baitullah Mehsud, che curiosamente non è mai stato colpito neanche da un finto drone americano finché non ha ufficializzato, agli inizi di marzo, la propria lealtà al leader storico dei taliban Mullah Omar, “L'Ombra” in persona, che si dice viva indisturbato nei dintorni di Quetta, nel Belucistan pakistano.

Adesso c'è una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa di Baitullah. I Predator hanno diligentemente colpito le basi della famiglia Mehsud nel Waziristan meridionale. Ma – e la storia si fa sempre più strana – non una ma due volte i servizi segreti pakistani hanno inoltrato al loro cugino, la CIA, un particolareggiato dossier sul luogo in cui si trova Baitullah. Eppure i Predator non hanno colpito.

E forse non lo faranno mai, soprattutto adesso che un disorientato governo Zardari sta cominciando a pensare che il precedente super-spauracchio, un certo Osama bin Laden, non sia altro che un fantasma. I drone possono incenerire un matrimonio pashtun dopo l'altro. Ma gli spauracchi internazionali del mistero – Osama, Baitullah, il Mullah Omar – protagonisti d'eccezione delle nuove OCO (Overseas Contingency Operations, operazioni d'emergenza d'oltremare), già note come GWOT (“Global War on Terror”, guerra globale al terrore), naturalmente meritano un trattamento a cinque stelle.

Originale: The myth of Talibanistan

Articolo originale pubblicato il 30/4/2009


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, aprile 28, 2009

Gli Stati Uniti, l'Iran e il mercato dell'energia

Gli Stati Uniti promuovono l'Iran sul mercato dell'energia

di M. K. Bhadrakumar

La scorsa settimana l'amministrazione Barack Obama ha fatto la sua prima mossa nella geopolitica dell'Eurasia con la nomina di Richard Morningstar a inviato speciale per l'energia eurasiatica. Il brillante e straordinariamente efficace diplomatico dell'amministrazione Bill Clinton torna dunque alla sua specialità.

Curiosamente, malgrado i consistenti legami con Big Oil, le prestazioni dell'amministrazione George G. Bush nella sfera della politica energetica sono state mediocri, e il russo Vladimir Putin ha battuto gli Stati Uniti nel Caspio. Adesso entra in scena Morningstar. Durante l'amministrazione Bush è stato consigliere speciale sull'ex Unione Sovietica del presidente e del segretario di stato, consulente speciale sulla diplomazia energetica nel bacino del Caspio e ambasciatore all'Unione Europea. Ha avuto un ruolo cruciale nella promozione – in condizioni di assoluta inferiorità – dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che emerge come una conquista duratura della diplomazia energetica degli Stati Uniti nel periodo post-sovietico.

Mosca dovrebbe prendere nota del rientro in campo di un formidabile avversario. Con quell'esperienza nell'Unione Europea e nella diplomazia energetica nel Caspio, la nomina di Morningstar significa che Washington intende fare un altro tentativo con il progetto del gasdotto Nabucco. Per agire con decisione e per mettere in moto il progetto bisogna procurarsi i finanziamenti, assicurarsi le necessarie forniture di gas, neutralizzare le contromosse russe e garantirsi il sostegno europeo. Il progetto Nabucco potrebbe riscrivere le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea e consolidare la leadership transatlantica degli Stati Uniti. Il gasdotto lungo 3300 chilometri dal Caspio all'Austria attraverso la Turchia ridurrebbe la crescente dipendenza dell'Unione Europea dall'energia russa.

Nel 1998, in un importante discorso strategico, Morningstar disse: “L'obiettivo fondamentale della politica statunitense nel Caspio non è semplicemente quello di costruire gasdotti e oleodotti. Consiste piuttosto nell'usare quegli oleodotti e quei gasdotti, che devono essere validi sul piano commerciale, come strumenti per creare un quadro politico ed economico che rafforzi la cooperazione e la stabilità regionale e incoraggi le riforme per i prossimi decenni”.

Da allora la situazione è molto cambiata. Oggi la Russia sta risorgendo ed è molto diversa dal paese debole e traballante con cui aveva a che fare Morningstar negli anni Novanta. Neanche gli altri paesi produttori d'energia dello spazio post-sovietico – l'Azerbaigian, il Turkmenistan, il Kazakistan e l'Uzbekistan – possono più essere presi sottogamba. Sanno come funziona il mercato, sono abili nella negoziazione e non si fanno intimidire dalla diplomazia internazionale. La Cina è apparsa all'orizzonte come attore geopolitico dagli istinti assassini e dagli impareggiabili muscoli finanziari. Anche l'Iran si appresta a scendere in campo, e la Turchia non segue più docilmente i desideri americani.

Grandi potenze europee come la Germania, l'Italia, i Paesi Bassi e l'Austria hanno estesi legami energetici con la Russia e sono poco inclini a veder tracciare linee di divisione tra Occidente e Oriente. Purtroppo c'è una totale disunione nei tentativi di formulare la politica estera europea. I paesi membri non confidano nella capacità dell'Unione Europea di proteggere i loro interessi e preferiscono invece iniziative nazionali bilaterali su questioni di sicurezza energetica. La crisi finanziaria ed economica scoraggia progetti dalla lunga gestazione e che necessitano di pesanti investimenti.

Inoltre Nabucco pone dei problemi. Come gasdotto che punta a trasportare il gas del Caspio verso l'Europa meridionale deve affrontare la forte rivalità del progetto South Stream voluto dalla Russia. Questa rivalità si è vista a Sofia, in Bulgaria, alla conferenza sul “Gas naturale per l'Europa” di venerdì, alla quale hanno presenziato 28 paesi europei, caspici e centro-asiatici, nonché Morningstar. La conferenza ha accuratamente evitato di appoggiare l'uno o l'altro progetto.

Inoltre c'è una triplice divisione tra i paesi europei riguardo a Nabucco. Né la Germania né l'Italia – che si sono assicurate rapporti energetici bilaterali con la Russia – sono inclini a fare ulteriori investimenti in progetti di diversificazione energetica, mentre i paesi della “Nuova Europa” vedono Nabucco come un modo per sottrarsi alla dipendenza dal gas russo. Nel frattempo gli Stati balcanici vogliono sia Nabucco che South Stream, dato che hanno l'occasione di intascare pesanti tariffe di transito. E la Turchia, che ambisce a diventare lo snodo energetico dell'Europa se Nabucco verrà realizzato, spera di usare questa carta per conquistarsi l'ingresso nell'Unione Europea, prospettiva invisa alla “Vecchia Europa”.

Un'altra spinosa questione è rappresentata dalla necessità di assicurarsi le riserve upstream per Nabucco. L'Azerbaigian, che è un potenziale fornitore per Nabucco, si è recentemente avvicinato a Mosca e ha firmato un contratto per fornire gas azero ai gasdotti russi. Morningstar dovrà persuadere Baku a tornare all'ovile. Ha contatti eccellenti a Baku, ma Baku ha una forte tendenza a compiacere Mosca.

I legami fraterni tra l'Azerbaigian e la Turchia recentemente si sono allentati a causa del riavvicinamento (incoraggiato da Washington) tra Turchia e Armenia. Baku ha avvertito che la prevista apertura della frontiera turco-armena “potrebbe provocare tensioni e sarebbe contraria agli interessi dell'Azerbaigian”. Conta sull'appoggio di Mosca per il ritiro delle truppe armene dalle regioni che circondano il Nagorno-Karabach, insistendo che la “normalizzazione delle relazioni turco-armene deve procedere parallelamente al ritiro delle truppe armene dalle terre occupate dell'Azerbaigian”.

Se Mosca riesce a ottenere un ritiro delle truppe armene il grande gioco caucasico muterà radicalmente. È significativo che durante la sua visita a Mosca del 17 aprile il Presidente azero Ilham Aliyev abbia detto di non vedere ostacoli a un contratto per la fornitura di gas alla maggiore compagnia energetica russa, Gazprom.

Senza il gas azero Nabucco potrebbe venir meno. Questo ha spinto gli Stati Uniti ad assicurarsi le riserve di gas del Turkmenistan. Non sorprende che Bruxelles e Washington si siano entusiasmate quando durante la conferenza sull'energia svoltasi giovedì ad Ašgabat il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov ha detto: “Oggi stiamo alla ricerca di condizioni che ci permettano di diversificare le rotte energetiche e di includere nuovi paesi e regioni nella geografia delle rotte... Una componente cruciale per assicurare l'affidabilità delle consegne energetiche internazionali è la diversificazione delle rotte, la creazione di un'infrastruttura ramificata per la consegna ai consumatori”.

Ma è troppo presto per festeggiare. Per citare Ana Jelenkovic, analista del think tank londinese con sede a Londra Eurasia Group, “Penso che molti europei e gli Stati Uniti stiano cercando di sfruttare quella che vedono come una flessione nelle relazioni tra la Russia e il Turkmenistan, ma io non mi affretterei a definirla una frattura geopolitica significativa”.

Gli Stati Uniti stanno in effetti studiando tutte le opzioni. Con una mossa sorprendente, durante l'incontro con i giornalisti dopo la conferenza di Sofia Morningstar ha parlato dell'Iran come di un potenziale fornitore di gas per Nabucco. “Ovviamente adesso ricevere gas dall'Iran crea delle difficoltà per gli Stati Uniti e per altri paesi coinvolti”, ha ammesso.

“Ci [gli Stati Uniti] siamo rivolti all'Iran, vogliamo dialogare con l'Iran, ma per ballare bisogna essere in due e speriamo che riceveremo dall'Iran riscontri positivi”, ha detto Morningstar. Avrebbe anche detto che Nabucco potrebbe benissimo esistere senza il gas iraniano, ma che gli Stati Uniti stanno realmente cercando di dialogare con Teheran. Era speranzoso sull'esito, dato che in caso di disgelo una possibile “carota” sarebbe lo sviluppo del settore energetico iraniano con tecnologia occidentale. Ha fatto capire che l'Iran è destinato a trarre enormi vantaggi dal profondo impegno dell'amministrazione Obama a favore della sicurezza energetica dell'Europa.

Fatto interessante, proprio mentre Morningstar parlava a Sofia, il delegato degli Stati Uniti alla conferenza di Ašgabat, il vice assistente del Segretario di Stato George Krol, nel suo discorso ha fatto un'altra proposta che coinvolge l'Iran. Ha detto che gli Stati Uniti restano aperti alla prospettiva di esportare gas dall'Asia Centrale verso l'Europa attraverso l'Iran, che confina a sud con il Turkmenistan. Il pubblico di Krol comprendeva delegati iraniani.

Evidentemente l'Iran aveva previsto l'inevitabilità di questo cambiamento di mentalità degli Stati Uniti. A febbraio aveva firmato una bozza d'accordo per lo sviluppo dei giganteschi giacimenti di gas di Yolotan-Osman, vicino al Turkmenistan orientale. L'Iran ha anche firmato un contratto per aumentare l'acquisto annuale di gas turkmeno a 10 miliardi di metri cubi, un quinto di quello che la Russia compra dal Turkmenistan. L'Iran ha anche discusso con la Turchia il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa attraverso il gasdotto Iran-Turchia già esistente. Gli Stati Uniti inizialmente si erano opposti alla cooperazione turca con l'Iran su questo fronte, ma ora c'è uno spostamento di paradigma, con Washington a promuovere proprio questa cooperazione e a premere perché il gas iraniano assicuri la sicurezza energetica degli alleati europei.

Sorge però un interrogativo a proposito del testa a testa tra gli Stati Uniti e la Cina, in gara per accedere al gas turkmeno (e iraniano). La Cina è prossima a completare un gasdotto attraverso il Kazakistan e l'Uzbekistan verso il Turkmenistan (che può anche essere esteso all'Iran) che permetterà di esportare 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno entro i prossimi due anni. Pechino si dice fiduciosa sulla possibilità che i lavori sul gasdotto da 7000 chilometri terminino entro la fine di quest'anno. Il Turkmenistan ha promesso di fornire 40 miliardi di metri cubi di gas attraverso questo gasdotto.

Curiosamente, Morningstar ha adottato un atteggiamento differenziato con la Cina. Per quanto riguarda South Stream, ha espresso il proprio scontento senza mezze misure. Ha affermato con durezza: “Abbiamo dubbi su South Stream... Abbiamo dei gravi problemi”. Ma passando a parlare di Cina il suo atteggiamento è mutato completamente.

“Vogliamo sviluppare relazioni di collaborazione con tutti i paesi coinvolti”, ha detto Morningstar. “Viviamo un momento di crisi finanziaria che rappresenta davvero un problema per tutti noi. Non possiamo permetterci di litigare su questi argomenti e dobbiamo tentare di essere costruttivi e di di occuparci tutti insieme dei problemi comuni.

“La Cina è un paese con il quale ritengo che noi negli Stati Uniti vogliamo dialogare, a proposito di questioni energetiche. Non penso che sia una cattiva idea che la Cina sia coinvolta in Asia Centrale. Penso che questo sia d'aiuto ai paesi centroasiatici. Forse ci sono possibilità di cooperazione che riguardano le compagnie europee, le compagnie americane, i paesi europei, gli Stati Uniti – forse possiamo cooperare con la Cina in quella parte del mondo ed è un'occasione che dobbiamo almeno esplorare in quanto area di possibile cooperazione”.

A una sola settimana dall'inizio del suo nuovo incarico Morningstar ha già cominciato ad attaccare la volata. Ha delineato un ambizioso piano per la diplomazia energetica degli Stati Uniti nel Caspio che pone la sicurezza energetica europea sotto l'ala degli Stati Unitie punta a neutralizzare le conquiste russe nel Caspio risalenti all'era Bush. Ma vede positivamente le incursioni cinesi nell'Asia Centrale in quanto rispondono agli interessi geopolitici degli Stati Uniti di isolare la Russia e di stroncare le pretese di Mosca di considerare la regione come propria sfera di influenza.

Chiaramente Washington adotterà con l'Iran un approccio estremamente pragmatico. Sta segnalando la propria disponibilità a rinunciare alle sanzioni contro l'Iran e a promuovere invece l'Iran come rivale della Russia nel mercato europeo del gas sia come fornitore che come paese di transito per il gas centroasiatico. Pochi annali della storia diplomatica moderna eguaglierebbero il realismo degli Stati Uniti.

Washington spera dunque di ricostruire anche le relazioni USA-Iran. Teheran ha un disperato bisogno di modernizzare la sua industria energetica e di sviluppare il suo settore del gas naturale liquefatto, che fornisce lucrosissime opportunità di lavoro per le compagnie petrolifere hi-tech statunitensi. Non c'è dubbio che si tratti di una situazione favorevole sia a Washington che a Teheran.

Originale: US promotes Iran in energy market

Articolo originale pubblicato il 27/04/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, aprile 07, 2009

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

di M. K. Bhadrakumar

I faccia a faccia tra i presidenti degli Stati Uniti e della Russia hanno alle spalle una storia di ottimismo carico di promesse che poi si rivela illusorio e fugace. L'incontro a Soči sul Mar Nero, un anno fa, ne è stato un perfetto esempio. Il summit di Soči produsse una dichiarazione magniloquente che tracciava i contorni della cooperazione strategica tra le due grandi potenze.

Ma subito dopo la conclusione del vertice le relazioni si inasprirono e i legami tra Stati Uniti e Russia precipitarono. I rapporti peggiorarono sempre più. Il conflitto nel Caucaso meridionale dello scorso agosto condusse a una deriva pericolosa nelle relazioni tra la Russia e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), aggiungendosi alla lista di contenziosi che già complicavano la relazione USA-Russia: il posizionamento di componenti del sistema di difesa antimissile statunitense in Europa Centrale, l'allargamento a est della NATO, la rivalità per le risorse energetiche del Caspio, discordie non sopite nella regione del Mar Nero e via dicendo. Un'atmosfera di sfiducia, dovuta a tutti questi contrasti, scese sui legami USA-Russia.

Inoltre continuava a saltar fuori una questione fondamentale: quanto è centrale la Russia per gli interessi globali degli Stati Uniti? È dunque facile comprendere perché l'intensità retorica dell'incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Presidente russo Dmitrij Medvedev svoltasi in margine al summit del G20 di Londra, il 1° aprile, venga valutata con prudenza dalla maggior parte dei commentatori. È vero disgelo? Il “riavvio” delle relazioni USA-Russia è destinato a prendere velocità? Sono queste le domande all'ordine del giorno.

Una cosa è certa: le relazioni USA-Russia hanno toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda e potrebbero solo migliorare. Di certo, a giudicare dal disagio evidente nelle valutazioni dell'incontro di Londra da parte dei fautori della Guerra Fredda, potrebbe apparire un nuovo tono nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che il rapporto ha acquisito una “qualità nuova”.

Lavrov, eccellente diplomatico non portato per l'iperbole, ha detto che ai colloqui di Londra si è creato un “nuovo clima nelle relazioni”. “C'è interesse reciproco, e soprattutto disponibilità ad ascoltarsi a vicenda, cosa che mancava da molti anni. Ciò significa una nuova qualità delle relazioni”. Motivo più che sufficiente per prevedere che l'incontro di Londra può in fin dei conti portare da qualche parte, invece di finire in un vicolo cieco nelle prossime settimane.

Chiaramente, l'incontro è stato ben più di quello che Lavrov ha modestamente riassunto. Le due parti evidentemente hanno fatto un grande lavoro preparatorio per far sì che il colloquio fosse produttivo.

Prima del faccia a faccia Obama-Medvedev, oltre alle consultazioni di Lavrov con la sua controparte statunitense Hillary Clinton a Ginevra il 6 marzo, varie delegazioni ad alto livello si erano recate a Mosca per risuscitare le relazioni USA-Russia prima dell'incontro tra i due presidenti. C'erano dunque state le visite del Sottosegretario di Stato William Burns, degli ex segretari di Stato Henry Kissinger, George Schultz e James Baker, dell'ex segretario della difesa William Perry, dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, degli ex senatori Sam Nunn, Gary Hart e Chuck Hagel.

Nel frattempo nell'ambito dei colloqui USA-Russia era entrato anche il rapporto della Commissione Hart-Hagel su “La giusta direzione per la politica statunitense verso la Russia”, diffuso il 16 marzo. La commissione faceva tre fondamentali osservazioni: Uno, negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti e Russia avevano toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda. Due, un impegno americano volto a migliorare le relazioni USA-Russia non è né un premio da offrire in cambio della buona condotta di Mosca in campo internazionale né un sostegno alla politica interna del governo russo. Tre, è un riconoscimento dell'importanza della cooperazione russa nel raggiungimento di obiettivi americani essenziali: dall'impedire l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran a smantellare al-Qaeda e stabilizzare l'Afghanistan e a garantire la sicurezza e la prosperità europee.

Le principali raccomandazioni della Commissione comprendevano: primo, cercare la cooperazione della Russia con l'Iran; secondo, lavorare congiuntamente per rafforzare il regime internazionale di non-proliferazione; terzo, rivedere i posizionamenti della difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca e compiere un autentico sforzo per sviluppare un approccio collaborativo alla minaccia comune rappresentata dai missili iraniani; quarto, accettare il fatto che né l'Ucraina né la Georgia sono pronte a entrare nella NATO e avviare una stretta collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti per individuare opzioni che non siano l'ingresso di questi paesi nella NATO per dimostrare l'impegno a difendere la loro sovranità; e quinto, lanciare un serio dialogo sul controllo degli armamenti che comprenda l'estensione del Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche (START) e un'ulteriore riduzione delle armi nucleari tattiche e strategiche.

Il proposito della Commissione, nelle parole di Hart, è stato quello di “costruire nel nostro paese una base limitata che offrirà sostegno alla nuova amministrazione [Obama] nei suoi sforzi per migliorare le relazioni [USA-Russia]”. Prima di andare a Mosca, Hart e Hagel hanno incontrato il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jim Jones e altri rappresentanti dell'amministrazione Obama. È un fatto che, ricevendoli al Cremlino il 10 marzo, Medvedev ha sottolineato che i segnali provenienti da Washington erano incoraggianti. “Purtroppo le nostre relazioni sono deteriorate in misura significativa negli ultimi anni. Questo fatto ci rattrista”, ha detto Medvedev. “Crediamo di avere ogni opportunità per aprire una pagina nuova nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti. I segnali che riceviamo oggi dagli Stati Uniti – mi riferisco ai segnali che sto ricevendo dal Presidente Obama – mi sembrano assolutamente positivi”.

E di fatto le dichiarazioni (e le azioni) di Washington e Mosca nelle ultime settimane indicano che i due governi si stanno muovendo nelle direzioni suggerite dalla Commissione Hart-Hagel. La Commissione affermava:
Assicurare gli interessi nazionali vitali dell'America nel mondo complesso, interconnesso e interdipendente del XXI secolo richiede una profonda e significativa cooperazione con altri governi... E poche nazioni potrebbero fare la differenza per il nostro successo più della Russia, con il suo vasto arsenale di armi nucleari, la sua posizione strategica tra Europa e Asia, le sue considerevoli risorse energetiche e il suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un'azione rapida ed efficace per rafforzare le relazioni USA-Russia ha un'importanza critica nella promozione degli interessi degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti stanno affrontando una profonda crisi economica, le sfide in materia di politica estera che si pongono al nostro paese sono sempre più complicate e difficili – e i nostri interessi nel gestire particolari situazioni possono essere in competizione o perfino contraddittori. È per questa ragione che dobbiamo fare scelte difficili nel plasmare la nostra politica estera, concentrandoci soprattutto su ciò che è realmente vitale in senso stretto: innanzitutto la non-proliferazione nucleare, il controllo degli armamenti, il terrorismo e la ripresa economica globale.
Con straordinario candore la Commissione proponeva: “Dobbiamo anche significativamente migliorare la nostra comprensione degli interessi russi come i russi li definiscono”. Con il senno di poi, la commissione praticamente delineava i punti all'ordine del giorno dell'incontro di Londra. Dunque, se i risultati concreti di Londra possono sembrare scarsi, ciò che conta è che è stato avviato uno sforzo sostenuto e coerente per creare una massa critica nelle relazioni USA-Russia, che potrebbe benissimo sostanziarsi nei prossimi due o tre mesi.

Chiaramente la decisione dell'incontro Obama-Medvedev di perseguire un nuovo accordo per la riduzione delle armi nucleari segnala già di per sé un drammatico ribaltamento dell'ostinata posizione dell'amministrazione George W. Bush. Per citare Obama, la decisione ha segnato l'“inizio di una nuova fase di progresso nelle relazioni USA-Russia” dopo anni di stallo. La prevista visita di Obama a Mosca entro i prossimi tre mesi – prima del summit del G8 in Italia, l'8-10 luglio – incoraggerà i negoziatori ad “avviare subito i colloqui” su un accordo che sostituisca lo START, che scade a dicembre.

Le due parti non si sono ancora accordate su un nuovo limite, ma è ovvio che l'accordo andrà oltre il Trattato per la Riduzione delle Offese Strategiche del 2002, che impegnava entrambe le parti a mantenere i rispettivi arsenali nucleari sotto il limite delle 2200 testate entro il 2012.

I fautori della Guerra Fredda potranno dire che i colloqui sulla riduzione delle armi costituiscono un'importante concessione da parte di Obama, giacché “eleva” lo status della Russia nella comunità internazionale a quello di pari degli Stati Uniti. Del resto Obama sa che senza una profonda cooperazione da parte della Russia tutti i suoi piani in materia di non-proliferazione non riuscirebbero a decollare. Per citare Obama, “Sia gli Stati Uniti che la Russia e altre potenze nucleari si troveranno in una posizione molto più forte nel dare vigore a quello che è diventato un trattato di proliferazione alquanto fragile e logoro, se daremo l'esempio e sapremo compiere dei seri passi per ridurre l'arsenale nucleare”.

È vero che i due presidenti hanno ammesso che permangono divergenze sulla dibattuta questione del dispiegamento di elementi del sistema anti-missile statunitense in Europa. Ma presumibilmente si rendono anche conto che non è più una questione pressante, e che la cooperazione USA-Russia è fattibile. In ogni caso, Mosca sa che Obama non ha l'entusiasmo di Bush nel promuovere la cosa imponendo le condizioni americane, e inoltre l'opinione pubblica ceca è sempre più contraria al dispiegamento statunitense.

Anche le tensioni per l'allargamento della NATO si sono alleggerite, mentre trapela che l'ingresso dell'Ucraina o della Georgia nell'alleanza è semplicemente escluso per almeno 15-20 anni. Le divergenze permangono su altre questioni, come il conflitto del 2008 nel Caucaso e i successivi cambiamenti nella regione, o l'indipendenza del Kosovo, ma adesso non si tratta esattamente di “punti caldi” nelle relazioni USA-Russia.

Invece ciò che ha dato uno slancio sostanziale all'incontro di Londra tra Obama e Medvedev aveva a che fare con la cooperazione USA-Russia in Afghanistan. La dichiarazione congiunta dei due presidenti dice che hanno concordato la necessità di collaborare sull'Afghanistan in quanto “al-Qaeda e altri gruppi terroristici e rivoltosi in Afghanistan e Pakistan rappresentano una comune minaccia per molti paesi, Stati Uniti e Russia compresi”. La dichiarazione aggiungeva che Mosca e Washington avrebbero “lavorato e fornito appoggio a una risposta internazionale coordinata con le Nazioni Unite in un ruolo chiave”. (Corsivo dell'Autore)

È molto significativo che i russi abbiano deciso di calare l'asso offrendo agli americani alla vigilia dell'incontro di Londra il transito aereo e ferroviario completo e senza ostacoli sul territorio russo per il trasporto dei rifornimenti militari degli Stati Uniti (e della NATO) diretti in Afghanistan. Essenzialmente i russi hanno offerto agli Stati Uniti l'opportunità di non dipendere più da altre rotte di transito come il problematico Pakistan.

Ciò che emerge è che Mosca ha capito che la maggiore preoccupazione della politica estera dell'amministrazione Obama sarà la stabilizzazione dell'Afghanistan. E che non c'è niente di meglio, per stabilizzare le relazioni USA-Russia, che offrire piena cooperazione agli Stati Uniti nell'Hindu Kush. (A proposito, questo approccio è in linea con la prognosi della Commissione Hart-Hagel)

Bella pensata da parte di Mosca. Si basa sull'attenta analisi del fatto che non esiste alcun reale conflitto di interessi tra la Russia e gli Stati Uniti in Afghanistan finché la relazione USA-Russia si basa sulla sensibilità verso i reciproci interessi vitali.

Ciò risulta evidente se passiamo in rassegna i postulati fondamentali della nuova strategia afghana di Obama. Questa nuova strategia tanto reclamizzata – “più forte, più intelligente e completa” - si basa essenzialmente su nove principi.

Uno, c'è un collegamento fondamentale tra il futuro dell'Afghanistan e quello del Pakistan. Due, al-Qaeda rappresenta una minaccia per l'esistenza del Pakistan. Tre, la capacità del Pakistan di affrontare la minaccia di al-Qaeda è legata alla sua forza e alla sua sicurezza. Quattro, il Pakistan ha bisogno dell'aiuto degli Stati Uniti, ma dev'essere responsabilizzato. Cinque, le conquiste dei taliban in Afghanistan devono essere azzerate e bisogna promuovere un governo afghano più capace e responsabile. Sei, il “surge” dovrebbe avere componenti sia militari che civili, e queste dovrebbero essere integrate. Sette, la precondizione di una pace duratura è che deve esserci riconciliazione tra gli ex nemici. Otto, al-Qaeda può essere isolata e colpita seguendo lo schema del Risveglio Sunnita intrapreso con successo in Iraq. Nove, è necessaria la partecipazione internazionale, soprattutto quella della NATO.

Mosca non ha problemi con nessuno di questi parametri. Dunque il Cremlino valuta acutamente che gli interessi in termini di sicurezza della Russia non vengono in alcun modo danneggiati se la Russia aiuta gli Stati Uniti a stabilizzare l'Afghanistan. La strategia afghana di Obama ha scarse probabilità di successo, ma questo non è un problema della Russia. Aiutare un amico nel momento del bisogno potrebbe far sì che la Russia diventi davvero amica dell'amministrazione Obama. La logica è semplice, diretta e forse anche praticabile, visto che gli Stati Uniti rischiano seriamente di impantanarsi politicamente e militarmente in Afghanistan e hanno estremo bisogno dell'aiuto di chiunque.

Se la Russia riesce a capitalizzare sul conseguente favore degli Stati Uniti per creare un positivo clima di collaborazione nelle relazioni USA-Russia, questo avrà un impatto profondo sul sistema internazionale. Le potenze regionali osserveranno con molta attenzione, e forse hanno già cominciato a pensare come calibrare le loro mosse in Afghanistan. La posta è alta soprattutto per l'Iran e per il Pakistan.

Originale: US-Russia ties on a new trajectory

Articolo originale pubblicato il 4/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, aprile 02, 2009

Guerra Liquida: benvenuti nel Pipelineistan

Guerra liquida: benvenuti nel Pipelineistan

di Pepe Escobar

Quello che accade sull'immenso campo di battaglia per il controllo dell'Eurasia fornirà gli elementi decisivi nella corsa sfrenata verso un nuovo, policentrico ordine mondiale, il cosiddetto Nuovo Grande Gioco.

La cara vecchia insensata “ guerra globale al terrore” che il Pentagono ha astutamente ricommercializzato come “la guerra lunga”, ha una gemella ben più importante anche se semi-nascosta: una guerra globale per l'energia. Mi piace definirla la Guerra Liquida, perché il suoi vasi sanguigni sono gli oleodotti e i gasdotti che attraversano i potenziali campi di battaglia imperiali del pianeta. In altre parole, se la sua assediata e cruciale frontiera in questi giorni è il Bacino del Caspio, la sua scacchiera è la totalità dell'Eurasia. La definiremo, geograficamente, Pipelinestan.

Tutti i drogati di geopolitica hanno bisogno della loro dose. Io ho la fissa di gasdotti e oleodotti fin dalla seconda metà degli anni Novanta. Ho attraversato il Caspio su un cargo azero solo per seguire l'oleodotto da 4 miliardi di dollari Baku-Tblisi-Ceyhan, meglio noto in questo gioco degli scacchi con l'acronimo BTC, nel Caucaso. (Oh, a proposito, la mappa del Pipelineistan pullula di acronimi, fateci l'abitudine!)

Ho anche percorso alcune delle moderne e accavallate Strade della Seta, o forse Pipeline della Seta, i possibili flussi energetici futuri da Shanghai a Istanbul, prendendo nota delle mie rotte fai-da-te per il GNL (gas naturale liquefatto). Seguivo avidamente, manco fosse un eroe conradiano, le avventure del già Re Sole dell'Asia Centrale, l'ora defunto Turkmenbaši o “capo dei turkmeni”, Saparmurat Nijazov, il presidente della Repubblica del Turkmenistan immensamente ricca di gas.

Ad Almaty, allora capitale del Kazakistan (prima che la capitale fosse spostata ad Astana, nel mezzo del mezzo del nulla), la gente del posto era disorientata quando esprimevo l'impulso irrefrenabile di andare ad Aktau, la boomtown del petrolio. (“Perché? Lì non c'è niente”) Entrare nella stanza delle mappe in stile 2001 Odissea nello Spazio della sede del gigante energetico russo Gazprom a Mosca – con la dettagliata rappresentazione digitale di ogni singolo gasdotto e oleodotto in Eurasia – o nel quartier generale della Compagnia Petrolifera Nazionale iraniana a Teheran, con le sue file ordinate di esperte in chador, era per me come entrare nella grotta di Aladino. E non leggere mai le parola “Afghanistan” e “petrolio” nella stessa frase è ancora per me fonte di inesauribile divertimento.

Lo scorso anno il petrolio costava una follia. Quest'anno è relativamente a buon mercato. Ma non lasciatevi ingannare. Il punto qui non è il prezzo. Che piaccia o no, l'energia è ancora quello su cui vogliono mettere le mani tutti quelli che contano. Dunque considerate questo articolo semplicemente la prima puntata di un lungo, lungo resoconto delle mosse che sono state, o saranno, fatte nell'esasperante complessità del Nuovo Grande Gioco, che continua incessante a prescindere da quello che riesce a finire sulle prime pagine.

Dimenticatevi l'ossessione dei grandi media per al-Qaeda, Osama “vivo o morto” bin Laden, i taliban – neo, light, o classici – o la “guerra il terrore”, comunque la chiamino. Sono solo dei diversivi, se paragonati al gioco geopolitico dalla posta altissima che segue ciò che passa per i gasdotti e gli oleodotti del pianeta.

Chi lo dice che il Pipelineistan non può essere divertente?

Citofonare Dottor Zbig
Nel suo fondamentale libro del 1997, La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski – teorico straordinario della realpolitik ed ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, il presidente che avviò gli Stati Uniti alle loro moderne guerre per l'energia – espose piuttosto dettagliatamente come poteva essere conservato il “primato globale” americano. In seguito il suo piano sarebbe stato diligentemente copiato da quel mucchio letale di Dottor No riuniti nel Project for a New American Century (PNAC, nel caso aveste dimenticato l'acronimo quando i suoi creatori e il sito web sono tramontati) di Bill Kristol.

Per il Dottor Zbig, che come me si procura le dosi in Eurasia – e cioè pensando in grande – tutto si riduce a promuovere la giusta serie di “partner strategicamente compatibili” per Washington in luoghi dove i flussi energetici sono più forti. Questo, come disse allora molto garbatamente, servirebbe a plasmare “un sistema di sicurezza trans-eurasiatico più collaborativo”.

Ormai il Dottor Zbig – tra i cui ammiratori spicca il Presidente Barack Obama – deve essersi accorto che il treno eurasiatico che doveva consegnare le forniture energetiche è stato leggermente dirottato. Il settore asiatico dell'Eurasia, a quanto pare, si permette di dissentire.

Crisi finanziaria globale o no, il gas naturale e il petrolio sono le chiavi a lungo termine di un trasferimento inesorabile di potere economico dall'Occidente all'Asia. Chi controllerà il Pipelineistan – e, nonostante tutti i suoi sogni e i suoi piani, è improbabile che si tratti di Washington – avrà la meglio in tutto ciò che accadrà poi, e non un solo terrorista al mondo, né una “guerra lunga”, potranno cambiare questa realtà.

L'esperto di energia Michael Klare è stato fondamentale per identificare i vettori chiave nella lotta selvaggia e globale per il potere attualmente in corso sul Pipelineistan. Questi vettori vanno dalle sempre più scarse (e difficili da raggiungere) forniture di energia primaria allo “sviluppo dolorosamente lento di alternative energetiche”. Anche se non ve ne siete accorti, le prime schermaglie della Guerra Liquida del Pipelineistan sono già cominciate, e perfino nel momento peggiore per l'economia il rischio è sempre più alto, data la feroce competizione tra l'Occidente e l'Asia, che si svolga in Medio Oriente o nel teatro caspico o negli stati africani ricchissimi di petrolio come l'Angola, la Nigeria e il Sudan.

In queste prime schermaglie del XXI secolo, la Cina ha reagito prontamente. Già prima degli attacchi dell'11 settembre 2001, i suoi leader formulavano una risposta a ciò che vedevano come una strisciante intrusione dell'Occidente nei territori del petrolio e del gas dell'Asia Centrale, soprattutto nella regione del Mar Caspio. In particolare, nel giugno del 2001 i suoi leader formarono insieme alla Russia la Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, nota come SCO: altro acronimo che vi conviene memorizzare, perché ne sentiremo parlare per un bel po'.

All'epoca i membri minori della SCO erano, significativamente, gli “Stan”, cioè le ex repubbliche dell'Unione Sovietica ricche di risorse – Kirghizistan, Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan – su cui l'amministrazione Bill Clinton e poi la nuova amministrazione George W. Bush, guidate da uomini che avevano fatto i soldi con l'energia, avevano messo gli occhi. L'organizzazione doveva essere una società di cooperazione regionale economica e militare a vari livelli che, negli intenti dei russi e dei cinesi, avrebbe funzionato come una sorta di coperta di sicurezza attorno all'estremità superiore dell'Afghanistan.

L'Iran è, naturalmente, un nodo energetico cruciale dell'Asia Occidentale, e anche i suoi leader hanno dimostrato di saper darsi da fare nel Nuovo Grande Gioco. Servono almeno 200 miliardi di dollari in investimenti stranieri per modernizzare concretamente le favolose riserve iraniane di gas e petrolio, e dunque vendere molto di più all'Occidente di quanto ora lo consentano le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Non sorprende che l'Iran sia stato presto preso di mira da Washington. Non sorprende che un attacco aereo contro quel paese sia ancora il sogno bagnato definitivo di vari likudnik assortiti come dell'ex vice presidente Dick (“Lenza”) Cheney e i suoi ciambellani e compagni di merende neo-conservatori. Dal punto di vista delle dirigenze da Teheran a Delhi a Pechino e a Mosca, un simile attacco, ora probabilmente escluso almeno fino al 2012, sarebbe una guerra non solo contro la Russia e la Cina, ma contro tutto il progetto di integrazione asiatica che la SCO si propone di rappresentare.

BRIC-a-brac globale
Nel frattempo, mentre l'amministrazione Obama tenta di mettere a punto le sue strategie iraniana, afghana e centro-asiatica, Pechino continua a sognare una versione energetica sicura e veloce della vecchia Strada della Seta che si estenda dal Bacino del Caspio (gli Stan ricchi di energia più l'Iran e la Russia) fino alla provincia dello Xinjiang, il suo Far West.

Dal 2001 la SCO ha ampliato i suoi obiettivi e il suo ambito. Oggi l'Iran, l'India e il Pakistan godono dello status di “osservatori” in un'organizzazione che mira sempre più a controllare e proteggere non solo le forniture energetiche regionali, ma il Pipelineistan in tutte le direzioni. Questo, naturalmente, è il ruolo che nelle intenzioni della dirigenza di Washington dovrebbe spettare all'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico in Eurasia. Visto che la Russia e la Cina si aspettano che la SCO svolga un ruolo simile in Asia, sono inevitabili scontri di vario tipo.

Consultate qualunque esperto dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali di Pechino, e vi dirà che la SCO dovrebbe essere intesa come un'alleanza storicamente unica tra cinque civiltà non occidentali – russa, cinese, musulmana, hindu e buddhista – e grazie a questo in grado di fare da base per la creazione di un sistema di sicurezza collettivo in Eurasia. È certamente un'idea destinata a contrariare gli strateghi globali dell'establishment americano come il Dottor Zbig e il consigliere per la sicurezza nazionale di George H. W. Bush Brent Scowcroft.

Dal punto di vista di Pechino, il nascente ordine mondiale del XXI secolo sarà determinato in misura significativa da un quadrilatero di paesi del BRIC – per quelli di voi che fanno collezione di acronimi da Nuovo Grande Gioco, BRIC sta per Brasile, Russia, India e Cina – più il futuro triangolo islamico di Iran, Arabia Saudita e Turchia. Aggiungeteci un Sudamerica unificato, non più schiavo di Washington, e avrete una SCO-plus globale. Almeno sulla carta, è un sogno ad alto numero di ottani.

La chiave di tutto è la continuazione dell'intesa cordiale sino-russa.

Già nel 1999, osservando l'aggressiva espansione nei Balcani della NATO e degli Stati Uniti, Pechino identificò questo nuovo gioco per quello che era: l'evoluzione di una guerra per l'energia. E la posta in gioco erano i giacimenti di petrolio e di gas naturale di quello che gli americani avrebbero presto cominciato a chiamare “arco di instabilità”, cioè un arco di territori che si estendeva dal Nordafrica alla frontiera cinese.

Non meno importanti sarebbero state le rotte seguite da oleodotti e gasdotti per portare all'Occidente l'energia sepolta in quelle terre. I luoghi in cui sarebbero state costruite e i paesi attraversati avrebbero determinato molte cose, in futuro. E qui l'impero delle basi militari degli Stati Uniti (pensate, per esempio, a Camp Bondsteel in Kosovo) incontrava il Pipelineistan (rappresentato, nel 1999, dall'oleodotto AMBO).

L'AMBO, cioè Albanian Macedonian Bulgarian Oil Corporation (Corporazione Petrolifera Albanese Macedone Bulgara), società registrata negli Stati Uniti, sta costruendo un oleodotto da 1,1 miliardi di dollari, il “Trans-Balkan”. La fine dei lavori è prevista per il 2011. Porterà il petrolio del Caspio all'Occidente senza farlo passare né per la Russia né per l'Iran. Come oleodotto, l'AMBO rientrerà alla perfezione nella strategia geopolitica di creare una griglia di sicurezza energetica controllata dagli Stati Uniti, idea che fu sviluppata per la prima volta dal segretario all'energia del presidente Bill Clinton, Bill Richardson, e in seguito da Cheney.

Dietro l'idea di quella “griglia” c'era la militarizzazione a tutti i costi di un corridoio energetico che si sarebbe esteso dal Mar Caspio in Asia Centrale, attraverso una serie di ex repubbliche sovietiche ora indipendenti, fino alla Turchia, e da lì nei Balcani (e in Europa). Era pensato per sabotare i più ambiziosi piani energetici di Russia e Iran. L'AMBO avrebbe portato il petrolio dal bacino caspico a un terminal nell'ex repubblica sovietica della Georgia, nel Caucaso, da lì il greggio sarebbe stato trasportato in petroliera attraverso il Mar Nero fino al porto bulgaro di Burgas, dove un altro oleodotto lo avrebbe portato in Macedonia e poi al porto albanese di Vlora.

Per quanto riguarda Camp Bondsteel, era la base militare “duratura” che Washington aveva guadagnato dalle guerre per le spoglie della Jugoslavia. Sarebbe stata la più grande base su territorio straniero costruita dagli Stati Uniti dai tempi della Guerra del Vietnam. La controllata della Halliburton Kellogg Brown & Root l'avrebbe costruita, con il Corpo dei Genieri dell'esercito statunitense, su 400 ettari di terra agricola nei pressi del confine con la Macedonia nel Kosovo meridionale.

Immaginate una versione a cinque stelle di Guantanamo con incentivi per il personale che comprendevano massaggi thailandesi e cibo spazzatura a volontà. Bondsteel è l'equivalente balcanico di una gigantesca portaerei immobile, capace di sorvegliare non semplicemente i Balcani ma anche la Turchia e la regione del Mar Nero (considerata nella lingua neocon degli anni di Bush “la nuova interfaccia” tra la “comunità euro-atlantica” e il “Grande Medio Oriente”).

Come potevano la Russia, la Cina e l'Iran non interpretare la guerra in Kosovo e poi l'invasione dell'Afghanistan (dove in precedenza Washington aveva cercato di far coppia con i taliban e di incoraggiare la costruzione di un altro di quegli oleodotti che escludessero l'Iran e la Russia), l'invasione dell'Iraq (paese dalle vaste riserve petrolifere) e infine il recente scontro in Georgia (snodo cruciale per il trasporto energetico) come esplicite guerre per il Pipelineistan?

Anche se raramente i nostri media hanno valutato le cose da questo punto di vista, le dirigenze russa e cinese hanno visto una chiara “continuità” tra l'imperialismo umanitario di Bill Clinton e la “guerra globale al terrore” di George W. Bush. Il contraccolpo, come ricordò pubblicamente l'allora presidente russo Vladimir Putin, era inevitabile. Ma questa è un'altra storia, in questa grotta ci entreremo un'altra volta.

Notte di pioggia in Georgia
Se volete comprendere la versione americana del Pipelineistan dovete cominciare con la Georgia, un paese dominato dalla Mafia. Benché il suo esercito sia stato travolto nel recente conflitto con la Russia, la Georgia resta fondamentale per la politica energetica di Washington in quello che è ormai diventato un vero arco di instabilità, parzialmente per l'ossessione di escludere l'Iran dal flusso energetico.

La strategia americana si è coagulata attorno all'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), come ho osservato nel mio libro del 2007, Globalistan. Lo stesso Zbig Brzezinski volò a Baku nel 1995 come “consulente per l'energia”, a meno di quattro anni dall'indipendenza dell'Azerbaigian, e illustrò l'idea alla dirigenza azera. Il BTC doveva andare dal terminale di Sangachal, a circa mezz'ora a sud di Baku, e passare attraverso la vicina Georgia per arrivare al terminal marino nel porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo.

Ora operativo, quel serpente di acciaio lungo 1767 chilometri e largo 44 metri attraversa non meno di sei zone di guerra, in corso o potenziale: il Nagorno-Karabach (enclave armena in Azerbaigian), la Cecenia e il Daghestan (entrambe regioni di conflitto della Russia), l'Ossezia del Sud e l'Abchazia (su cui si è incentrata la guerra russo-georgiana del 2008) e il Kurdistan turco.

Da un punto di vista puramente economico, il BTC non aveva senso. Un oleodotto “BTK” da Baku all'isola iraniana di Kharg attraverso Teheran sarebbe costato, relativamente, quasi niente – e avrebbe avuto anche il vantaggio di escludere la Georgia corrosa dalla mafia e l'instabile Anatolia orientale popolata dai curdi. Quello sarebbe stato il modo più economico per portare in Europa il petrolio e il gas del Caspio.

Il Nuovo Grande Gioco fece sì che ciò non fosse, e quella decisione ebbe molte conseguenze. Anche se Mosca non aveva mai inteso occupare a lungo termine la Georgia nella guerra del 2008, né assumere il controllo dell'oleodotto BTC che la attraversa, l'analista energetico di Alfa Bank Konstantin Batunin ha osservato l'ovvio: interrompendo brevemente il flusso di petrolio che passa per il BTC, l'esercito russo ha fatto capire sin troppo chiaramente agli investitori globali che la Georgia non era un paese di transito energetico affidabile. In altre parole, i russi si sono presi gioco del mondo di Zbig.

Fino a poco tempo fa l'Azerbaigian aveva rappresentato un successo nella versione statunitense del Pipelineistan. Consigliato da Zbig, Bill Clinton letteralmente “sottrasse” Baku alla sfera russa promuovendo il BTC e le ricchezze che ne sarebbero derivate. Adesso, invece, interiorizzato il messaggio della guerra russo-georgiana, Baku si concede nuovamente di farsi sedurre dalla Russia. E poi il presidente azero Ilham Alijev non sopporta lo spavaldo presidente della Georgia Michail Saakašvili. E questo non sorprende. Dopo tutto, le avventate mosse militari di Saakašvili hanno fatto perdere all'Azerbaigian almeno 500 milioni di dollari quando il BTC è stato chiuso durante il conflitto.

Il blitzkrieg di seduzione energetica della Russia punta anche sull'Asia Centrale. (Ne parleremo nella prossima puntata sul Pipelineistan) Si incentra sull'offerta di acquistare gas kazako, uzbeko e turkmeno a prezzi europei anziché ai precedenti e molto più bassi prezzi russi. I russi, di fatto, hanno fatto la stessa proposta agli azeri: dunque ora Baku sta negoziando un accordo che comporta una maggiore capacità per l'oleodotto Baku-Novorossijsk, diretto verso le coste russe del Mar Nero, e sta prendendo in considerazione l'ipotesi di pompare meno petrolio per il BTC.

Obama deve capire le spaventose implicazioni di tutto questo. Meno petrolio azero nel BTC – la sua capacità massima è di 1 milione di barili al giorno, per la maggior parte diretti in Europa – significa che l'oleodotto rischia il fallimento, il che è esattamente ciò che vuole la Russia.

In Asia Centrale alcune delle poste più alte ruotano attorno al mostruoso giacimento petrolifero di Kashagan nel “leopardo delle nevi”, il Kazakistan: è l'indiscutibile gioiello della corona caspica con le sue riserve di 9 miliardi di barili. Come sovente accade nel Pipelineistan, tutto dipende da quali rotte consegneranno il petrolio di Kashagan al mondo dopo l'inizio della produzione nel 2013. Questo significa, naturalmente, Guerra Liquida. L'astuto presidente kazako Nursultan Nazarbajev vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per pompare il greggio di Kashagan verso il Mar Nero.

In questo caso i kazaki sono i padroni del gioco. La rotta che seguirà il petrolio di Kashagan deciderà se il BTC – un tempo spacciato da Washington come la via di fuga definitiva dalla dipendenza dal petrolio del Golfo Persico – dovrà vivere o morire.

Benvenuti, allora, nel Pipelineistan! Che ci piaccia o no, nella buona o nella cattiva sorte, possiamo ragionevolmente scommettere che diventeremo tutti turisti dell'oleodotto. Dunque seguite la corrente. Imparate gli acronimi cruciali, tenete d'occhio quello che succede a tutte quelle basi americane nelle heartland petrolifere del pianeta, fate caso a dove vengono costruiti oleodotti e gasdotti, e fate del vostro meglio per osservare attentamente il prossimo pacchetto di mostruosi contratti energetici cinesi e le favolose mosse della russa Gazprom.

E, già che ci siete, ricordate che questa è solo la prima cartolina dal Pipelineistan: torneremo (per adattare una battuta di Terminator). Immaginate una porta che si apre su un futuro in cui le direzioni dei flussi energetici e i loro beneficiari potrebbero rivelarsi la questione più importante del pianeta.

Originale: Liquid war: Welcome to Pipelineistan


Pubblicato il 26/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 20, 2009

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

Gli Stati Uniti estendono la guerra afghana al Pakistan

di M. K. Bhadrakumar

Tutto indica che si stiano apportando gli ultimi ritocchi alla nuova strategia afghana dell'amministrazione Barack Obama. “Ci siamo quasi”, ha detto il Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, l'Ammiraglio Mike Mullen. In base alle informazioni disponibili, l'obiettivo chiave è duplice: ottenere l'aiuto del Pakistan nella lotta contro il terrorismo e, in secondo luogo, ridimensionare le speranze americane in una vittoria militare.

Ma già emergono le contraddizioni. Di certo il ruolo del Pakistan diventa critico, e l'incertezza politica a Islamabad complica le cose. I vigorosi tentativi compiuti negli ultimi giorni dagli americani per persuadere gli ostinati protagonisti della vita politica pakistana a trovare un accordo vanno visti in questa prospettiva. Ma le turbolente affermazioni del leader dell'opposizione Nawaz Sharif, che reclama il posto che gli spetta ai vertici della politica nazionale, introducono un elemento del tutto nuovo nelle relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan. Basti dire che questi ultimi hanno davanti a sé un territorio inesplorato.

Dunque gli ultimi comunicati emanati da Washington sulla possibilità che l'amministrazione degli Stati Uniti decida di estendere le operazioni militari nelle aree tribali del Pakistan alla provincia del Belucistan infiammerà di certo l'opinione pubblica pakistana. Le notizie ipotizzavano anche che gli Stati Uniti potrebbero fare ricorso a operazioni di terra in aggiunta agli attacchi con i velivoli senza pilota Predator sulle aree tribali. È altamente improbabile che Sharif approvi questa intensificazione degli attacchi da parte degli Stati Uniti, cosa che gli permette di cavalcare l'onda del consenso popolare. Ma altrettanto contrariata dalla decisione americana è la fazione del governo civile pakistano guidata dal Primo Ministro Yousuf Raza Gilani, e questo anche ipotizzando che il Presidente Asif Ali Zardari possa scegliere di assistere in silenzio.

Senza dubbio il sistema della sicurezza pakistana non ha niente a che fare con una politica americana che si assume la prerogativa di violare l'integrità territoriale del Pakistan. È superfluo dire che l'opinione pubblica pakistana, compresa la classe compradora che fa parte della sua élite, si opporrà alla mossa statunitense. L'“anti-americanismo” pakistano sta già tracimando.

In sintesi, un allargamento della guerra afghana al territorio pakistano farà deragliare qualsiasi progetto di apertura di un dialogo politico da parte dell'amministrazione degli Stati Uniti. Di fatto, appare sempre più chiaro che l'amministrazione del Presidente Barack Obama è priva di una strategia chiara e lucida per questa guerra. E questa è anche la crescente percezione nella regione, anche se forse solo gli iraniani hanno articolato apertamente tale prospettiva a livello governativo.

Nel frattempo l'amministrazione Obama ha preso l'iniziativa di convocare una conferenza internazionale sull'Afghanistan, che si terrà il 31 marzo all'Aia. È previsto che vi partecipi il Segretario di Stato Hillary Clinton, in attesa del summit dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) che si svolgerà il 3-4 aprile. In altre parole, si preparano le condizioni per il lancio formale della nuova strategia di guerra statunitense in Afghanistan.

Questa strategia, stilata dal Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, apparentemente espone 15 “obiettivi”: ci si propone, tra le altre cose, di eliminare i rifugi sicuri dei terroristi nelle aree tribali del Pakistan, rafforzare la capacità del governo di Kabul di contrastare la minaccia dei taliban per mezzo di un sostanzioso incremento del contingente afghano, assicurare una migliore governabilità a Kabul e far sì che l'Afghanistan rimanga stabile. È un paniere di “obiettivi” impegnativi da perseguire in un arco temporale di tre-cinque anni. Evidentemente gli Stati Uniti hanno ridimensionato il grandioso progetto di trasformare l'Afghanistan in una democrazia di stampo occidentale.

Il presupposto della nuova strategia è che l'esercito da solo non può vincere la guerra. Con una stupefacente ammissione pubblica, Obama ha osservato che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra, mentre il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che il Presidente americano ha incontrato di recente, si è perfino spinto a dubitare che la guerra possa mai essere vinta. Si ha sempre più l'impressione che il massimo cui si possa aspirare sia contenere l'insurrezione. Dunque, come si è espresso un recente commento della BBC, lo scopo della componente militare nella nuova strategia sarà essenzialmente quello di prendere tempo mentre vengono prendono piede “tattiche contro-insurrezionali meno tangibili”.

La più importante di queste tattiche sarà la spinosa questione del dialogo con i taliban. Obama ha fatto un audace salto in avanti sottolineando la necessità di distinguere i taliban “moderati” e di dialogare con loro anziché etichettare tutta l'opposizione afghana come “fondamentalisti islamici”. È un ripensamento positivo.

L'islam politico è una cosa meravigliosamente sfaccettata. L'attuale spettro politico del Grande Medio Oriente, dal Levante alle steppe dell'Asia Centrale, si compone di islamisti di diverse sfumature che vanno dai Salafisti in Turchia ai Fratelli Musulmani e ai loro vari affiliati, al regime iraniano e alle frange violente ispirate da Osama bin Laden.

L'idea di aprire alla possibilità di un avvicinamento ai taliban non è nuova. In tutta la seconda metà degli anni Novanta fino all'ottobre del 2001 l'Arabia Saudita e il Pakistan ritenevano che con una politica del bastone e della carota gli Stati Uniti avrebbero potuto convincere i taliban a consegnare i capi di al-Qaeda, Bin Laden compreso.

Di fatto, negli Stati Uniti c'è un coro di opinioni secondo cui elementi dei taliban potrebbero essere sensibili alla riconciliazione. Anche gli europei, soprattutto i britannici, hanno per qualche tempo promosso questa linea. Anche Russia e China sono aperte all'idea. L'Iran tergiversa. Dunque Obama ha essenzialmente riecheggiato un'idea che già era nell'aria e per la quale potrebbe essere giunto il momento.

Ma i “taliban” sono un fenomeno molto complesso. Il loro islamismo è radicato nell'Islam tradizionale e nell'ideologia “anti-modernista” e corrisponde a una forma innovativa di sharia che unisce codici tribali pashtun, o pashtunwali, con estreme interpretazioni deobandi dell'Islam. Questa mescolanza comprende inoltre tracce di wahhabismo introdotte dai finanziatori sauditi dei taliban e il pan-islamismo dei movimenti contemporanei del “jihad”. L'ideologia dei taliban è radicalmente diversa dall'islamismo dei mujaheddin afghani, che traevano ispirazione dal sufismo mistico afghano e dai Fratelli Musulmani o Ikhwan.

Dunque, benché possa esserci una distinzione tra taliban “moderati” ed “estremisti”, la questione è se praticare quella distinzione serva a qualcosa. Insomma, come ha detto il Mullah Abdul Salam Zaeef, già ministro dei taliban e prigioniero a Guantanamo Bay, “Se gli americani pensano... di voler distinguere tra i taliban duri e quelli moderati non sarà accettabile per nessuno, perché è come dire a due fratelli che ne ami uno e vuoi giocare con lui mentre vuoi uccidere l'altro.”.

Inoltre i “taliban” comprendono, oltre a quelli più intransigenti, anche un assortimento composto da elementi delle tribù pashtun, delle sub-tribù e dei clan che possono essere o no alleati dei taliban, più la mafia locale, le bande criminali, semplici signori della guerra e perfino i mujaheddin di un tempo. E alcuni di loro, che non rientrano tra i neo-taliban, possono essere interlocutori molto importanti.

Per esempio il Partito Islamico dell'Afghanistan di Gulbuddin Hekmatyar. Il suo partito resta una forza politica molto importante. Per citare un commentatore di Mosca, la posizione di Hekmatyar differisce notevolmente da quella dei taliban: “Mentre [il leader dei taliban] Mullah Mohammad Omar insiste sul completo ritiro delle forze internazionali di peacekeeping dall'Afghanistan, Hekmatyar chiede che vengano sostituite da truppe di paesi musulmani. Questa idea è popolare in alcuni strati dell'opinione pubblica, e andrebbe presa in considerazione.”.

Ci sono poi altri aspetti.

- Uno, parlare con i taliban – anche se “moderati” – verrà percepito dall'opinione pubblica afghana come una ricerca di compromesso con i neo-taliban. Trasmette un segnale ambiguo in una guerra dove “conquistare i cuori” della popolazione è estremamente importante. Da un lato gli Stati Uniti inviano altre truppe, armano tribù locali e addestrano un esercito afghano a combattere contro i taliban, e dall'altro parlano di pace.

- Due, i taliban capiscono che non stanno perdendo la guerra, e questo equivale a vincerla. Perché dovrebbero negoziare? Che genere di offerta impossibile da rifiutare potrebbero ricevere?

- Tre, anche se teoricamente può essere possibile separare dagli altri i taliban “moderati”, non v'è certezza che siano dei collaboratori abbastanza forti da garantire la stabilizzazione dell'Afghanistan. Anzi, è altamente probabile che i taliban più intransigenti continuino a destabilizzare il paese.

- Quattro, gli intransigenti sono più che mai vicini ad al-Qaeda. Per citare le parole di Peter Bergen del think-tank statunitense New America: “La dirigenza dei taliban si è fusa ideologicamente e tatticamente con al-Qaeda”.

Non c'è dubbio che nella retorica dei taliban risuonino sempre più spesso riferimenti all'Iraq e alla Palestina. E poi una parte consistente della dirigenza dei taliban si trova in Pakistan. I negoziati diventano significativi solo se vi viene coinvolta la shura [il Concilio, N.d.T.] dei taliban. Ma l'elusiva shura probabilmente non si lascerà impressionare, considerato che gli Stati Uniti stanno negoziando da una posizione di debolezza o di stallo.

Così è nata l'idea che debba esserci una “smart policy”, una “strategia intelligente” in cui gli Stati Uniti innanzitutto intensificheranno i bombardamenti sulle aree tribali del Pakistan infliggendo molti danni ai taliban. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti Richard Holbrooke, che pilota questa strategia “intelligente”, ha incaricato Barnett Rubin, esperto di Afghanistan, di coordinare l'approccio con i taliban.

Sembra che il processo di dialogo con i taliban non sarà bello da vedere. In un recente articolo per Foreign Affairs Rubin ha scritto che in un “grande patto” gli Stati Uniti avrebbero posto fine all'azione militare quando e se i taliban gravemente colpiti ne avessero compreso la sensatezza acconsentendo a “proibire l'uso del territorio afghano (o pakistano) per il terrorismo internazionale”, e che il conseguente accordo avrebbe “costituito una sconfitta strategica per al-Qaeda”.

Un approccio pesante degli Stati Uniti, come quello delineato da Holbrooke, può solo fare il gioco dei taliban, poiché sicuramente infiammerà il nazionalismo dei pashtun. Se l'obiettivo è quello di assicurare una maggiore partecipazione dei pashtun ai governo, poteva essere conseguito agevolando un aperto dialogo intra-afghano a livello nazionale.

Gli Stati Uniti dovrebbero fare ricorso al collaudato metodo di raggiungere un'intesa nazionale, il che significa convocare una loya jirga, o grande concilio. Non c'è alcuna vera alternativa, visto che l'élite politica del paese manca disperatamente di unità e non vi sono nella società una forza consolidatrice o un partito nazionale.

Il governo di Kabul del Presidente Hamid Karzai annaspa, mandato alla deriva dall'amministrazione Obama, e né l'opposizione dei mujaheddin né i taliban sono in grado di rimpiazzarlo. Questa è una profonda crisi sistemica. Dialogare con i taliban moderati è necessario, ma è non più sufficiente come lo sarebbe stato nel 2002 o nel 2003.

Originale: US spills Afghan war into Pakistan

Articolo originale pubblicato il 20/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 18, 2009

La caccia ai taliban "buoni" in un articolo di Pepe Escobar

I taliban sono destinati a incendiare il Reichstag?

di Pepe Escobar

Per chi si stesse chiedendo dove il vice presidente degli Stati Uniti trascorra il suo – abbondante – tempo libero, ha appena passato un martedì ricco di eventi ai quartieri generali dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) e dell'Unione Europea a Bruxelles.

Il messaggio di Biden agli europei nel panico per la crisi finanziaria (ma esitanti a salvare l'Europa Orientale) è stato, be', confortante: “Vale la pena di avviare un dialogo per determinare se ci sia o no chi è disposto a partecipare a uno stato afghano sicuro e stabile”.
Questo doveva servire a sottolineare la fondamentale (rivoluzionaria) tattica contro-insurrezionale degli Stati Uniti nel sempre più tumultuoso teatro afghano-pakistano: l'urgenza di lanciare un bel dibattito con i taliban “buoni”.

Come se i pezzi grossi della NATO non se ne fossero accorti – e forse è così – seguendo l'esempio dei loro soldati che preferirebbero comprare tappeti a Chicken Street a Kabul piuttosto che affrontare un mujaheddin, Biden ha sottolineato che la situazione nel teatro sud-asiatico si sta aggravando.

Gli europei non sono rimasti impressionati; cioè non hanno cacciato fuori altri soldati. Biden ha detto che l'attuale caos “rappresenta una minaccia per la sicurezza... non solo per gli Stati Uniti, ma per ogni singola nazione attorno a questo tavolo”. Non ci sono ancora prove credibili che i taliban intendano entrare dalla Porta di Brandeburgo sui loro fuoristrada Toyota e vogliano incendiare (una seconda volta) il nuovo, post-moderno Reichstag riprogettato da Sir Norman Foster.

La caccia ai taliban “buoni”
Uno stratega francese ha confermato ad Asia Times Online che Biden e la sua eminente tavola rotonda della NATO non sono riusciti ad accordarsi sui “buoni” taliban con cui dialogare. Una conferenza via Skype con il Presidente afghano Hamid Karzai non era in grado di far luce sulla questione. Una telefonata al fantoccio oltreconfine, il vedovo di Benazir Bhutto Presidente Asif Ali Zardari, avrebbe potuto.

Contrariamente a un membro femminile del parlamento afghano di Kabul che la scorsa settimana ha riassunto molto bene il tutto (“Mandateci 30.000 studiosi. O 30.000 ingegneri. Ma non mandate altri soldati, questo non farà che portare altra violenza”), il presidente afghano Karzai – lo chiamano il sindaco di Kabul – rimane isolato, e così ha deciso di restare fermo sulle sue posizioni cercando di prevedere i risultati delle elezioni fissate per agosto.

Gli afghani non ci sono cascati. Non ci è cascata neanche la cricca di realisti neo-liberali che compongono la squadra per la politica estera del Presidente Barack Obama. Certo, preferirebbero avere un altro fantoccio afghano quanto prima, ma per ora aspettano tutti le elezioni di agosto.

Per quanto riguarda Zardari, resta in fin dei conti il tizio a cui fare riferimento quando si tratta di abbracciare un taliban. Ha stretto un patto con Baitullah Mehsud, il capo del Tehrik-i-Taliban in Pakistan. Ha stretto un patto con il Tehreek-e-Nafaz-e-Shariat-e-Mohammadi (TNSM) che ha portato alla liberazione del suo leader, l'intrattabile Sufi Mohammad. Il 16 febbraio il governo della Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) ha firmato il trattato di pace di Swat; questo significa che la TNSM applicherà la sharia nella valle e non attaccherà le truppe di Zardari.

Questo modello può valere anche per altre aree tribali. Due settimane fa i taliban e il governo pakistano hanno dichiarato una tregua nella regione di Bajaur, e questo porterà certamente a un altro accordo di pace. Subito dopo tre fazioni chiave dei taliban – il gruppo Mehsud, il Gul Bahadur e il Mullah Nazir – hanno comunicato la formazione di una stretta alleanza nel Waziristan per combattere non Zardari e l'élite di potere feudale pakistana ma la NATO, gli americani, la loro “guerra al terrore” e in generale l'occupazione straniera.

Il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David “Mi sto posizionando per le elezioni del 2012” Petraeus, il capo del Pentagono Robert Gates, Obama, Biden, la NATO, sono tutti concordi con la linea ufficiale. Il problema adesso è trovare questi “buoni” taliban così elusivi.

Biden di certo sa che alla fine dello scorso anno un gruppo scelto di diplomatici afghani più il fratello di Karzai, Ahmad Wali, ha infine parlato con alcuni taliban, buoni o cattivi, grazie alla famigerata mediazione saudita. Doveva per forza esserci l'approvazione degli Stati Uniti.

Quello che Biden non ammette pubblicamente è che la strategia di Petraeus-Gates-Obama-Biden consiste nel riversare una pioggia di dollari americani su qualsiasi comandante taliban sia disposto a stringere qualche tipo di accordo con la NATO. Zardari da parte sua sta facendo lo stesso; ma molto, molto più velocemente.

"Taliban" naturalmente è un termine straordinariamente elastico. L'eterogenea ciurma che sta dando la caccia ai taliban “buoni” dovrebbe almeno sapere chi sta cercando.

Numero uno: i taliban storici guidati dal Mullah Omar, visto l'ultima volta nell'autunno del 2001 nella provincia di Kandahar mentre fuggiva dalle bombe americane per entrare nella leggenda in sella a uno scooter Honda 50cc. Gli assi del controspionaggio degli Stati Uniti sanno che ora è a Quetta, nel Belucistan – territorio pakistano, e ha accesso alla posta elettronica. Però non sono stati capaci di mandargli neanche un SMS.

Numero due: l'Hizb-i-Islami (Partito Islamico) dell'ex primo ministro afghano nonché super signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar; in senso stretto non sono taliban.

Numero tre: il gruppo del famoso comandante del jihad Jalaluddin Haqqani, che fa base nelle aree tribali del Waziristan in Pakistan.

Poi ci sono almeno tre gruppi taliban pakistani: il Mehsud, il Gul Bahadur e il TNSM.

E infine qualsiasi gruppo di pastori pashtun che abbiano in odio l'occupazione straniera (praticamente tutti); si siano visti uccidere la famiglia dagli americani, dalla NATO o dall'esercito pakistano (molti); o abbiano perso i loro raccolti d'oppio, cioè la loro fonte di sussistenza (e ce ne saranno molti altri, non appena le ulteriori truppe mandate da Obama toccheranno la provincia di Helmand).

Tutti questi taliban, sul suolo afghano, fanno non più di 15.000 persone, secondo il Ministro degli Interni afghano; ma si dà il caso che siano molto attivi, e raggiungibili, in non meno di 17 province afghane. Di certo gli oltre 60.000 soldati statunitensi e della NATO, per non parlare dei 17.000 del “surge” di Obama, potrebbero farci due chiacchiere.

Dove sta il mullah
Si può scommettere una cassa di Chateau Margaux del 1982 sul fatto che nessuno alla NATO sa trattare con Hekmatyar – l'uomo che scelse di distruggere Kabul durante la guerra civile alla metà degli anni Novanta prima che i taliban prendessero il potere nel 1996 (e di lui si dice che riuscì a uccidere più afghani che sovietici).

Hekmatyar è il Michael Corleone del jihad. Recentemente a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la gente di Karzai ha pensato di aver fatto a Hekmatyar la famosa “offerta che non si può rifiutare”: prima asilo in Arabia Saudita, poi ritorno in Afghanistan con immunità totale. Avevano dimenticato che il fiero Hekmatyar non vuole asilo. Vuole la sua fetta di torta a Kabul – preferibilmente quella più gustosa.
L'ex ministro degli esteri dei taliban Mullah Muttawakil – che il vostro corrispondente ha avuto il piacere di incontrare all'epoca d'oro dei taliban – sa per esperienza che non funzionerà. Ha detto ad al-Jazeera: “Non porterà vantaggi a nessuno... non porrà fine alla guerra”.

Questo significa che la caccia al buon taliban dovrà concentrarsi sulla ricerca dell'Ombra in persona, il Mullah Omar, con il quale tentare un dialogo.

E cosa direbbe mai il Mullah Omar a tutti questi occidentali improvvisamente così loquaci? Direbbe esattamente quello che il suo caro amico Mullah Mutassim, ex ministro delle finanze dei taliban, ha detto al periodico al-Samoud due settimane fa: vogliamo gli Stati Uniti e la NATO subito fuori dall'Afghanistan, vogliamo la sharia e non vogliamo assolutamente alcuna interferenza occidentale nel nostro paese.

Cosa vuole invece Michael Corleone – ops, Hekmatyar?

Non è un taliban. Non è di al-Qaeda. Era un cocco degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita e dei servizi segreti pakistani, l'ISI, durante il jihad degli anni Ottanta. Non è un fondamentalista, è più vicino ai Fratelli Musulmani. La CIA ha cercato di ucciderlo con un missile Hellfire (cos'altro?). L'ha scampata.

Il vostro corrispondente ci si è quasi imbattuto nella provincia di Kunar nel 2002 – con grande sorpresa delle truppe statunitensi che gli davano la caccia. Poi l'ISI (chi altri?) lo aiutò a riorganizzarsi. Karzai gli offrì una fetta della torta a Kabul, ma non era abbastanza gustosa. Il Pakistan rilasciò suo fratello. La Cina invitò alcuni suoi soci a Pechino.

E così tutti lo amano: Karzai, Zardari, l'ISI, la Casa di Saud, la Cina e, prima o poi, l'amministrazione Obana. Potrebbe perfino ricevere un'offerta che non può rifiutare. Ma c'è un problema: vuole anche che gli Stati Uniti e la NATO se ne vadano. Ed è abbastanza scaltro da tentare di far combattere un'alleanza taliban rinvigorita ed eccitata dai soldi dell'oppio contro le tattiche contro-insurrezionali di Petraeus e Gates. A proposito, Hekmatyar fu un pioniere nella raffinazione dell'eroina in Afghanistan, invece di limitarsi a tassare l'oppio.

E allora cosa succederà? Beh, le solite cose. I taliban pakistani daranno una mano nella preparazione della grande offensiva di primavera guidata dal... Mullah Omar contro gli Stati Uniti e la NATO in Afghanistan. A Bruxelles i cinici scommettono sul fatto che alla NATO si sappia benissimo che questo braccio armato dell'arroganza occidentale non ha una sola occasione di farcela contro mujaheddin nati per combattere che hanno sconfitto chiunque da Alessandro Magno in poi.

A beneficio dell'opinione pubblica Obama insiste nel dire che “non abbiamo alcun interesse o aspirazione” a restare in Afghanistan “a lungo”. Ovviamente si è dimenticato di chiederlo al Pentagono. La loro bibbia infestata di acronimi, il famoso FM 3-05.202 [Special Forces Foreign Internal Defense Operations, il manuale di 110 pagine per l'appoggio – anche non dichiarato – delle Forze Speciali degli Stati Uniti a governi stranieri contro le rivolte o le insurrezioni interne, N.d.T.] fa capire che la contro-insurrezione durerà per sempre. Il Tenente Colonnello in congedo David Barno, ex comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ha perfino detto che gli Stati Uniti ci resteranno fino al 2025.

Un sacco di tempo per cercare dei taliban “buoni” con cui parlare oppure, Allah non voglia, assistere impotenti mentre conquistano Berlino al suono della Cavalcata dei Pashtun eseguita dai Berliner Philharmoniker.

Originale: Taliban set to burn the Reichstag?

Articolo originale pubblicato il 13/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 13, 2009

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

di Scott Ritter

tradotto da Manuela Vittorelli

La scorsa settimana il Presidente Obama ha ricevuto una lezione di destrezza diplomatica quando la sua proposta segreta di rinunciare al posizionamento del controverso sistema di difesa antimissile in Europa Orientale in cambio dell'aiuto della Russia nel costringere l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare è stata pubblicamente respinta. La lezione? Non si riceve niente per niente, soprattutto se quello che si vuole è già di per sé niente.

Se i membri dell'amministrazione Obama si prendessero la briga di andare un po' indietro con la memoria, ricorderebbero che una volta esisteva un documento chiamato trattato anti missili balistici, firmato nel 1972 dagli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, nel quale si riconosceva che gli scudi di difesa antimissile erano intrinsecamente destabilizzanti, e come tali non dovevano essere impiegati. Il trattato ABM rappresentò l'accordo fondamentale per una serie di patti successivi che sancirono la limitazione delle armi strategiche e la riduzione degli armamenti. Il Presidente Obama aveva 10 anni quando fu firmato quel trattato. Ne aveva 40 quando nel dicembre del 2001 il Presidente George W. Bush decise di ritirarsi dal trattato ABM e mise in moto una serie di eventi che videro andare a rotoli la questione del controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia. Il piano statunitense che prevede il posizionamento di uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca ha fatto sì che i russi esprimessero l'intenzione di affossare il trattato INF (il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminava due classi di missili balistici a testata nucleare che minacciavano l'Europa) e di posizionare missili SS-21 “Iskander” (caratterizzati da un grado estremo di accuratezza) nel raggio di azione del sito di intercettazione polacco.

Non è stata la Russia a creare la crisi del sistema di difesa antimissile. Sono stati gli Stati Uniti, che dunque non possono aspettarsi di ricevere un credito diplomatico immediato quando mettono questo controverso programma sul tavolo della politica estera come se fosse una legittima merce di scambio nelle contrattazioni.

La Russia ha sempre, giustamente, affermato che qualsiasi sistema di difesa posizionato in Europa Orientale poteva solo essere diretto contro la Russia. Mentre le amministrazioni Bush e Obama hanno sempre negato che fosse così, la Polonia ha di fatto ammesso di temere non gli eventuali missili di Teheran ma quelli di Mosca. Il contentino che gli Stati Uniti offrono alla Polonia in cambio della perdita dello scudo antimissile è costituito da avanzati missili terra-aria Patriot, il cui bersaglio ovviamente non sarebbero i missili persiani, che non sono in grado di raggiungere il suolo polacco, ma i missili e l'aviazione russa che evidentemente possono farlo.

Ci sono tre fatti fondamentali di cui l'amministrazione Obama deve occuparsi, cosa che finora non ha fatto.

In primo luogo, i sistemi di difesa antimissile sono intrinsecamente destabilizzanti e contribuiscono esclusivamente all'acquisizione di misure offensive concepite per sconfiggere quelle difese. In secondo luogo, il rapido allargamento della NATO nello scorso decennio ha di fatto minacciato la Russia. Infine, la “minaccia” missilistica iraniana all'Europa è sempre stata illusoria.

Il piano statunitense per uno uno scudo antimissile in Europa Orientale si è basato fin dall'inizio su una concezione profondamente errata. Benché impiegasse una tecnologia non verificata, fu venduto come strumento per proteggere l'Europa da una minaccia inesistente (i missili iraniani), creando al contempo le condizioni per esporre l'Europa a un minaccia reale che lo scudo di difesa antimissile era incapace di sconfiggere (i missili russi). Il fatto che Obama abbia messo sul piatto lo scudo antimissile per concludere un “grande patto” con la Russia sull'Iran non fa che sottolineare lo scarsissimo valore di quel sistema. È uno zero assoluto, sia dal punto di vista militare che da quello diplomatico. Obama, rendendolo merce di scambio, ha cercato di dargli il valore che gli mancava, e i russi non ci sono cascati.

La situazione iraniana è fin troppo reale, ma non in termini di pericoli rappresentati da qualsiasi cosa l'Iran stia facendo. Gli Stati Uniti non hanno facilitato le cose esasperando la minaccia rappresentata da inesistenti missili iraniani puntati sull'Europa e armati di inesistenti testate nucleari. La Russia ha espresso il desiderio di collaborare con gli Stati Uniti per controllare meglio il programma iraniano di arricchimento dell'uranio, che sia secondo l'Iran che secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica fa parte di un programma nucleare energetico pacifico. Per credere al “patto” proposto da Obama, la Russia avrebbe anche dovuto credere alla minaccia dei programmi nucleari e dei missili iraniani. E non ci crede.

Obama farebbe bene a convocare la sua squadra per la sicurezza nazionale e farle esporre le informazioni di intelligence usate per valutare la minaccia iraniana. Un documento di questo genere deve esistere, giacché il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Michael Mullen e il presidente stesso hanno tutti ripetutamente fatto riferimento alla “minaccia” rappresentata dalle ambizioni iraniane di possedere “armi nucleari”. È importante distinguere tra ciò che sappiamo e quello che pensiamo di sapere. Per esempio sappiamo che l'Iran non possiede uranio arricchito del genere necessario a fabbricare un'arma nucleare. Chiedetelo all'Ammiraglio Dennis Blair, direttore della National Intelligence. È quello che ha detto questa settimana alla Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti nella sua testimonianza sull'Iran. E tuttavia nella comunità dell'intelligence statunitense molti continuano ad affermare inequivocabilmente che l'Iran è sul punto di possedere un'arma nucleare.

Obama dovrebbe prendere ciascuna affermazione sulle ambizioni nucleari dell'Iran e poi smontare accuratamente tutte le basi fattuali su cui si fonda quell'affermazione. Se lo facesse, scoprirebbe subito che lui e i suoi consiglieri sanno meno di quanto pensino dell'Iran. Tutti gli argomenti degli Stati Uniti a sfavore dell'Iran si basano su ipotesi e speculazioni. Se il presidente smontasse queste speculazioni, scoprirebbe che ciò che le tiene insieme è una metodologia ideologicamente motivata che serve più a giustificare una politica di contenimento e di destabilizzazione della teocrazia iraniana che a comprendere le sue ambizioni nucleari.

Obama dovrebbe studiarsi il trattato ABM del 1972 e il caso della CIA contro la “Squadra B”. Questo capitolo del fallimento della politica di controllo delle armi degli Stati Uniti si è svolto negli anni 1975 e 1976, durante l'amministrazione di Gerald Ford.
C'erano una volta l'Unione Sovietica e la Guerra Fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Per impedire che la Guerra fredda si trasformasse in una “guerra calda”, le due superpotenze avviarono iniziative per il controllo degli armamenti, nell'ambito di un programma di distensione Est-Ovest, per gestire meglio l'intensificazione di una corsa alle armi prodotta dalle tensioni della Guerra Fredda. In questo era fondamentale capire al meglio non solo la realtà concreta dei programmi per le armi strategiche dell'Unione Sovietica, ma anche il loro scopo. La CIA elaborò un documento che trattava proprio questi temi, il National Intelligence Estimate (NIE) 11-3/8-74, “Soviet Forces For Intercontinental Conflict Through 1985” (“Le forze sovietiche per il conflitto intercontinentale fino al 1985”).

Le conclusioni rassicuranti del rapporto della CIA sulle potenzialità strategiche sovietiche contrariavano i fautori dei programmi di difesa statunitensi, programmi che in base a quel rapporto risultavano ingiustificati. Questi ideologi, invece di affrontare i fatti presentati dal documento della CIA, attaccarono la metodologia usata per accertarli. I conservatori che si opponevano alla politica della distensione fecero pressioni politiche sul Presidente Ford perché approntasse una “Squadra B” di analisti (esterni) per contrastare le conclusioni espresse nel documento della CIA dalla “Squadra A” (costituita da personale CIA). La “Squadra B” non fornì dati migliori (anzi, ciascuna delle sue asserzioni si dimostrò errata), ma fu più efficace nel produrre paura. Le sue affermazioni sulle intenzioni e le potenzialità sovietiche, altamente esagerate e imprecise, erano politicamente esplosive e non potevano essere ignorate, soprattutto nel 1976, anno di elezioni presidenziali. La “Squadra B” sconfisse la “Squadra A”, e si gettarono le basi non solo per lo smantellamento della politica di distensione USA-Russia, ma anche per la più grande corsa agli armamenti della storia moderna, che culminò nella distruzione di quegli stessi patti pensati per contenere una tale escalation.

Obama dovrebbe studiarsi la storia della “Squadra B” perché la “Squadra B” è ancora oggi all'opera, e diffonde fantasie sulla “minaccia” iraniana che ricordano quelle impiegate dalla squadra che riuscì a spacciare la favola della “minaccia” sovietica. Il nuovo presidente ha avuto un atteggiamento critico nei confronti della guerra in Iraq, e della triste storia di inganno e disinformazione che è stata poi definita “fallimento dell'intelligence”. Non c'è stato nessun “fallimento” perché non c'era nessuna “intelligence”. La “Squadra B” non fornisce alcun tipo di intelligence, ma piuttosto affermazioni ideologiche che servono a giustificare una condotta. Le stesse metodologie da “Squadra B” che ci hanno fornito le informazioni sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono oggi al lavoro con i dati di “intelligence” sull'Iran usati dal Presidente Obama e dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.

Obama avrebbe la sorpresa di scoprire che uno dei programmi proposti dalla “Squadra B” nel suo attacco contro la verità c'era uno scudo antimissile per contrastare la percezione di una minaccia missilistica sovietica. Le falsità e le invenzioni spacciate dalla “Squadra B” negli anni Settanta posero l'America sulla strada del ritiro dal trattato ABM del 2001 e del piano per quello stesso scudo antimissile che Obama sta ora usando come merce di scambio per convincere la Russia a collaborare sulla “minaccia” iraniana, una minaccia peraltro confezionata da quella stessa “Squadra B”.

Molti sono rimasti colpiti dal Segretario di Stato quando ha detto che l'America avrebbe dovuto abbracciare lo “smart power” [potere intelligente, sintesi di hard e soft power, ovvero forza militare e diplomazia, N.d.T.]. Intendeva dire che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Obama, avrebbero usato tutti gli strumenti a loro disposizione, soprattutto la diplomazia, per cercare di risolvere la miriade di problemi che devono affrontare ovunque nell'era post-Bush, compreso quello iraniano. Ma non è possibile cominciare a risolvere un problema se prima non lo si definisce accuratamente, perché senza quella definizione la “soluzione” non risolverebbe nulla. Una soluzione al problema iraniano deve partire da un accurato quadro informativo su ciò che avviene oggi all'interno del paese, un quadro che si basi sui fatti più che sulle finzioni basate sull'ideologia. Si consiglia a Obama di mettere in discussione tutte le informazioni di intelligence degli Stati Uniti usate per definire l'Iran una minaccia, e di liquidare una volta per tutte i resti della “Squadra B” che ancora permangono nella struttura dei servizi segreti americani. Intelligence non è ascoltare ciò che si vuol sentire, ma sapere ciò che si ha bisogno di sapere.

Obama deve sapere la verità sull'Iran e sul sistema di difesa antimissile in Europa. Questa verità potrebbe essere scomoda, ma lo metterebbe in grado di elaborare soluzioni significative per problemi molto gravi evitando di ripetere l'imbarazzante “grande patto” proposto alla Russia, e cioè di scambiare niente con niente nello sforzo di garantirsi qualcosa in cambio di niente. Ci sono molte “somme zero” in quell'equazione, e questo riassume piuttosto bene l'attuale strategia politica di Obama nei rapporti con la Russia e con l'Iran.


Originale: Barack Obama, Meet Team B

Articolo originale pubblicato il 12/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, marzo 11, 2009

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

Si apre la stagione dei compromessi sull'Afghanistan

di M.K. Bhadrakumar

Tradotto da Manuela Vittorelli


Con la probabilità che gli Stati Uniti scelgano la strada del dialogo con l'Iran e con la decisione di “resettare” le relazioni tra Washington e Mosca, si fa ora un gran parlare di compromessi imminenti. Ed è inevitabile, date le correnti che si intersecano attorno ai rapporti USA-Iran-Russia.

Gli iraniani sono sensibili ai compromessi, e sui compromessi si basava storicamente la distensione tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Dunque potrebbe aprirsi una stagione di compromessi. Ma non si sa mai, perché spesso essi recano il marchio dell'opportunismo e sono negabili perfino quando si basano evidentemente su un equilibrio legittimo di interessi.

Nelle settimane recenti Teheran ha osservato con disagio il gioco condotto dall'amministrazione Obama per isolare l'Iran tentando la Russia (e la Siria) a un compromesso. Ma pare che sul fronte russo di tale accordo non vi sia traccia. La posizione ufficiale della Russia è che non c'è stata alcuna proposta di compromesso da parte degli americani.

Questo smentisce la notizia, diffusa dai media americani e russi, che a febbraio Obama avesse mandato una lettera alla sua controparte russa Dmitrij Medvedev proponendo di abbandonare il piano americano di posizionamento di elementi del sistema di difesa antimissile in Europa Centrale in cambio dell'aiuto russo nel cercare di bloccare le attività nucleari iraniane.

Se ci fosse stata una simile offerta da parte degli Stati Uniti, sarebbe stata “fin dall'inizio insensata e rozzamente semplicistica”, per citare un commentatore di Mosca. Il fatto è che l'Iran è un attore chiave in un vasto panorama geopolitico in cui la Russia ha profondi interessi in materia di sicurezza e che va dal Medio Oriente al Caspio, all'Asia Centrale e all'Afghanistan: dunque la Russia non può mettere in pericolo le sue eccellenti relazioni con l'Iran, e non lo farà.
Inoltre gli esperti russi vedono la questione dello scudo antimissile all'interno di uno schema molto diverso: le relazioni della Russia con l'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) e la sicurezza in Europa, compreso il problema fondamentale dell'equilibrio strategico o mantenimento della parità nucleare e missilistica tra la Russia e gli Stati Uniti.

Inoltre la Russia sa che l'amministrazione Obama potrebbe non avere altra scelta che scartare (o almeno mettere in naftalina) il programma di difesa antimissile, dato che fatica a sbloccare i fondi per finanziare un progetto così ambizioso. Dunque perché mai la Russia dovrebbe scendere a compromessi quando il piano di difesa antimissile degli Stati Uniti potrebbe essere lasciato cadere dall'albero come una mela marcia? È un ragionamento fondato.

Si può star certi che i russi non hanno vacillato sulla questione nucleare iraniana. Non si stanno solo accordando per la costruzione dell'impianto nucleare di Bushehr, ma sono anche in corso negoziati per la fornitura di combustibile a lungo termine per l'impianto.

Inoltre la scorsa settimana il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto: “Gli americani dovrebbero sposare la posizione dei 5+1 [i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non solo sulla carta, ma anche in colloqui con l'Iran come è stato proposto dal gruppo... Si tratta anche di coinvolgere l'Iran su base degna e paritaria negli sforzi per risolvere i conflitti in Iraq e in Afghanistan, nonché in tutti gli aspetti della questione mediorientale”.

Una settimana dopo, in seguito a colloqui con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton a Ginevra, lo scorso venerdì, Lavrov ha aggiunto: “Oltre a stimoli economici seri e tangibili, abbiamo bisogno di un dialogo con l'Iran con il coinvolgimento di tutti i paesi della regione per assicurare condizioni di sicurezza stabili e affidabili in cui tutti i paesi della zona, compreso Israele, possano convivere in pace e in sicurezza”.

Anche sulla questione della fornitura russa di missili a lungo raggio all'Iran Lavrov ha rintuzzato gli attacchi dicendo che, benché la Russia tenga ampiamente conto delle preoccupazioni degli Stati Uniti e di Israele, “Tali questioni... si decidono esclusivamente nell'ambito del diritto e degli obblighi nazionali della Russia... Stiamo fornendo armi difensive, non-destabilizzanti”. Prima dell'incontro di venerdì, Clinton aveva annunciato che avrebbe chiesto a Lavrov di bloccare il trasferimento di missili all'Iran in quanto rappresentano “una minaccia sia per la Russia che per l'Europa e i paesi vicini della regione”. Ma sembra che Lavrov non abbia fornito questa assicurazione. L'ambiguità costruttiva della posizione russa permane.

Nel frattempo le divergenze tra Russia e Stati Uniti sulla questione iraniana sono sotto gli occhi di tutti. Nel corso di una visita in Israele, la scorsa settimana, Clinton ha detto che gli Stati Uniti e e Israele “condividono la valutazione della minaccia rappresentata dall'Iran. Intendiamo fare tutto il possibile per dissuadere l'Iran e impedirgli di ottenere le armi nucleari. Questa è la nostra politica dichiarata. Questo è l'obiettivo di ogni tattica da noi impiegata”.

Clinton ha anche citato “il continuo finanziamento di organizzazioni terroristiche come Hamas [a Gaza] e Hezbollah [in Libano]” da parte dell'Iran e ha annunciato “una stretta consultazione” con i paesi arabi pro-occidentali e Israele su “come l'Iran oggi ponga una minaccia e come questa minaccia potrebbe aumentare se mai riuscisse ad ottenere le armi nucleari”. Clinton ha sottolineato che “il legame tra gli Stati Uniti e Israele e il nostro impegno per la sicurezza di Israele e la sua democrazia in quanto Stato ebraico restano fondamentali, incrollabili, e perennemente validi”.

Evidentemente, dato il contesto, a questo punto c'è poco spazio per eventuali compromessi USA-Russia che coinvolgano i legami della Russia con l'Iran. Ma, d'altro canto, potrebbe essere anche perché la Russia ha un'intesa con l'Iran? Dopotutto entrambi i paesi vantano una grande tradizione scacchistica.

La scorsa settimana, durante la sua visita in Germania, l'influente presidente della Commissione Affari Esteri del Majlis (parlamento) iraniano, Alaeddin Broujerdi, ha seccamente escluso che l'Iran possa fornire strutture di transito per i rifornimenti NATO in Afghanistan. “L'Iran non è interessato a diventare un ponte logistico per la NATO verso l'Afghanistan”, ha detto ribadendo l'opposizione di principio di Teheran alla presenza in Afghanistan dell'alleanza guidata dagli Stati Uniti. Broujerdi ha detto che la NATO non ha campo libero per una “presenza permanente” in Afghanistan e dovrebbe procurarsi una strategia d'uscita, giacché la sua presenza produrrebbe solo “ulteriore estremismo e terrorismo”.

Teheran sta anche dando una mano alla Russia: la sua ferma posizione giunge in un momento in cui, dopo aver garantito alle forze NATO le rotte di transito verso l'Afghanistan, la Russia ha cominciato a discutere del trasporto di attrezzature militari dell'alleanza. Lo scorso martedì a Mosca i ministri della difesa di Russia e Germania hanno discusso del transito di forniture ed equipaggiamenti militari per il contingente tedesco in Afghanistan attraverso la Russia, anche su rotaia.

Di primo acchito le posizioni di Iran e Russia sono in contraddizione, ed è questo a renderle sospette. Il punto è che Mosca e Teheran hanno un alto livello di intesa sulla situazione afghana, ed è improbabile che possano permettere alle contraddizioni di emergere proprio ora che la guerra in Afghanistan attraversa una fase critica. Anzi, l'Iran sta aiutando indirettamente la Russia rifiutandosi di concedere alla NATO rotte di transito. Una rotta di transito iraniana avrebbe ridotto in misura significativa la crescente dipendenza dei paesi NATO dal corridoio settentrionale, che attraversa il territorio russo.

Da parte sua, però, Mosca ha tutte le ragioni per incoraggiare la NATO a diventare sempre più dipendente dal corridoio settentrionale. Questa cooperazione costituisce già un fattore significativo nei complicati rapporti della Russia con la NATO. Le grandi potenze europee come la Germania adesso contrasteranno ogni iniziativa della NATO che possa provocare la Russia, come l'allargamento dell'alleanza o la questione del sistema di difesa antimissile statunitense.

Abbiamo dunque un curioso paradigma: di certo non può esserci alcun compromesso USA-Russia sull'Iran, ma un'intesa Russia-Iran sulle rotte di transito verso l'Afghanistan permette a Mosca di sfruttare la dipendenza della NATO dal corridoio settentrionale, il che a sua volta costringe l'alleanza a essere sensibile agli interessi e alle preoccupazioni della Russia in tema di sicurezza e apre la strada a un maggiore ruolo della Russia nella stabilizzazione dell'Afghanistan. E questo a sua volta sta bene all'Iran.

Come ha ben riassunto il Ministro degli Esteri russo martedì scorso, Mosca è favorevole a una “collaborazione pratica e realistica” con la NATO, e “ la lotta al terrorismo, alle armi di distruzione di massa, al narcotraffico e ad altre minacce e la cooperazione sull'Afghanistan possono essere efficaci solo se tutti i paesi dell'area euro-atlantica uniranno le forze”. L'incontro Lavrov-Clinton di venerdì a Ginevra ha prospettato esattamente questo.

Secondo Lavrov, la Russia e gli Stati Uniti adesso considerano come un “obiettivo comune” la stabilizzazione della situazione afghana. Inoltre i due paesi sono interessati alla “cooperazione pratica”. In terzo luogo, svilupperanno “nuove aree di cooperazione” sul problema afghano. In quarto luogo, hanno concordato un compromesso virtuale: Washington “agevolerà il buon esito” della conferenza sull'Afghanistan che si terrà a Mosca il 27 marzo sotto gli auspici della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), mentre Mosca “agevolerà lo svolgimento” di una conferenza simile sull'Afghanistan su iniziativa degli Stati Uniti, che si svolgerà il 31 marzo all'Aia.

Il compromesso USA-Russia sulle conferenze sull'Afghanistan sembra garantire che le due iniziative non siano in contrasto. La conferenza di Mosca si incentrerà sulle “minacce della droga e del terrorismo che hanno origine in Afghanistan”, mentre la conferenza voluta dagli Stati Uniti sotto gli auspici delle Nazioni Unite si proporrà l'intento più ampio di stabilizzare l'Afghanistan. Essenzialmente gli Stati Uniti hanno rinunciato a opporsi con le unghie e con i denti alla conferenza della SCO a Mosca, mentre la Russia accetta di contenere l'ambito delle questioni trattate in modo da non rendere la vita difficile alla strategia afghana di Obama.

D'altro canto, la Russia è riuscita a imporsi come partner chiave degli Stati Uniti in Afghanistan, grazie alla cooperazione offerta alla NATO sulle rotte di transito. E inoltre il corridoio settentrionale pone la Russia nella condizione di chiedere una contropartita: che si ponga fine all'allargamento della NATO e al posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti.

E infine la Russia torna in grande stile in Afghanistan dopo un'assenza di due decenni. Gli impulsi apparentemente contraddittori della politica russa – se Mosca sia interessata alla riuscita, al fallimento o allo stallo della guerra guidata dagli Stati Uniti – potrebbero semplicemente dissiparsi. A quanto pare, la Russia potrebbe non avere alcun problema se la NATO riuscisse a evitare una sconfitta in Afghanistan.

Originale: The trade-off season begins on Afghanistan

Articolo originale pubblicato l'11/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.


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lunedì, marzo 02, 2009

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Nel contesto violento e letale in cui visse e sopravvisse per poi guidare la marcia di Pechino verso un socialismo dai tratti cinesi, Deng Xiaoping aveva motivo di essere cauto. Sull'atteggiamento internazionale della Cina, Deng ebbe a dire: “Osservare con calma; fortificare la nostra posizione; occuparsi con calma degli affari; tenere celate le nostre capacità e attendere il momento opportuno; saper mantenere un basso profilo; e mai rivendicare il comando”.

Dunque la Cina non ha mai detto quello che pensa del problema afghano. L'organo del Partito Comunista Cinese, il People's Daily, ha ora infranto quella regola empirica con un editoriale ricco di sfumature.

Naturalmente il momento è critico: il clima della regione che circonda l'Afghanistan minaccia di diventare infernale in men che non si dica. Ma questo non basta a spiegare la scelta dei tempi per un editoriale cinese intitolato “Avranno successo le correzioni alla strategia anti-terrorismo degli Stati Uniti?”

Il contesto è importantissimo. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha appena concluso un'epocale visita in Cina. Pechino sta chiaramente tirando un sospiro di sollievo per il “senso di certezza” nelle relazioni sino-americane sotto il Presidente Barack Obama. Inoltre Pechino è rimasta affascinata dal fatto che Clinton abbia citato l'antico aforisma cinese tongzhou gongji –“su una stessa barca ci si aiuti a vicenda” – come spirito dei nostri tempi difficili. Questo va ben oltre l'amore severo di George W. Bush, che voleva rendere la Cina uno “stakeholder” nel sistema internazionale.

Tra gli argomenti trattati da Clinton con i leader cinesi ci sarà stato sicuramente l'Afghanistan, tanto più che la sua visita ha coinciso con l'annuncio della decisione di Obama di aumentare il contingente statunitense in Afghanistan.

Pescare nel torbido
Ci sono però altri due sottintesi. Gli Stati Uniti stanno tangibilmente cambiando marcia nella loro politica in Asia Meridionale, come risulta evidente dalla decisione di Obama di nominare Richard Holbrooke rappresentante speciale per l'Afghanistan e il Pakistan. Holbrooke non è nuovo a Pechino.

Evidentemente, all'indomani della recente visita di Holbrooke nella regione, Pechino ha concluso che la relazione degli Stati Uniti con l'India sta entrando in una fase qualitativamente nuova che ha mostrato alcuni segni di attrito. Per Pechino è vantaggioso pescare nel torbido e accumulare ulteriori pressioni sul suo vicino meridionale.

In secondo luogo, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato la scorsa settimana che erano stati estesi gli inviti per l'attesa conferenza sull'Afghanistan della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), che si terrà a Mosca il 27 marzo. Per Pechino si avvicina il momento di prendere posizione sul problema afghano. I sermoni reticenti non possono più bastare.

La Cina ha un senso di solidarietà con la Russia – o con paesi osservatori della SCO come l'India e l'Iran? Pechino però non può neanche permettersi di dissipare l'attuale slancio di cooperazione con l'amministrazione Obama. E gli Stati Uniti (e i loro alleati) stanno boicottando la conferenza della SCO.

Dunque prossimamente potremmo assistere ad alcuni formidabili equilibrismi di Pechino. L'editoriale del People's Daily ha praticamente sollecitato un ampliamento del mandato di Holbrooke a includere il “problema indo-pakistano”. Certo, non nomina il Kashmir, ma non lascia dubbi sul fatto che proprio al Kashmir stia alludendo: e cioè che gli Stati Uniti dovrebbero mediare per una soluzione a ciò che il Pakistan definisce “una questione centrale” nelle sue tese relazioni con l'India.

L'editoriale cinese dice che il solo aumento del contingente americano in Afghanistan non può contribuire al raggiungimento degli “obiettivi strategici” di Obama, a meno che gli Stati Uniti non stabilizzino l'Asia Meridionale, soprattutto la relazione tra Pakistan e India. Così prosegue l'editoriale:

È chiaro che senza la cooperazione del Pakistan gli Stati Uniti non possono vincere la guerra contro il terrorismo. Dunque per salvaguardare i loro interessi nella lotta al terrorismo nell'Asia Meridionale gli Stati Uniti devono assicurare al Pakistan un clima interno e internazionale stabile e alleviare le tensioni tra il Pakistan e l'India. Ciò rende facile capire perché Obama abbia nominato Richard Holbrooke inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan, e perché l'India sia stata inclusa nel primo viaggio all'estero di Holbrooke. Di fatto, il “problema afghano”, il “problema pakistano” e il “problema indo-pakistano” sono tutti collegati. (Corsivo mio).

Queste non sono parole buttate là. E queste osservazioni poco amichevoli difficilmente passeranno inosservate a Nuova Delhi. I diplomatici indiani hanno fatto di tutto per far sì che l'incarico di Holbrooke non coprisse l'India, benché nei think tank americani e nell'establishment statunitense ci sia una consistente corrente di pensiero che insiste sul fatto che finché il problema del Kashmir resterà irrisolto le tensioni tra l'India e il Pakistan continueranno. Pechino adesso ha fatto il suo ingresso nella discussione. Si esprime apertamente a favore della posizione pakistana.

Il fatto interessante è che Pechino tralascia del tutto la causa fondamentale dell'“anti-americanismo” diffuso in Pakistan, che ha molto a che vedere con l'interferenza degli Stati Uniti negli affari interni di quel paese, soprattutto il sostegno americano alle dittature militari, o con la psiche ferita dei musulmani o con la brutale guerra in Afghanistan. Anzi, l'editoriale cinese tace sulla questione centrale dell'occupazione straniera dell'Afghanistan.

Pechino non può nutrire ingenuità sul fatto che la contrarietà dell'India all'intervento di terzi in Kashmir sia meno acuta dell'allergia di Pechino a tutto ciò che concerne l'opinione mondiale sul Tibet o lo Xinjiang. Una possibile spiegazione può essere che Pechino vede con nervosismo la prospettiva che l'India decida nuovamente di giocare la “carta del Tibet” nell'imminenza del 50° anniversario della rivolta del Tibet, che ricorre il prossimo mese.

In vista di quell'anniversario Pechino sta usando la mano pesante con i nazionalisti tibetani. Si può supporre che intenda avvisare l'India che anche la Cina potrebbe usare una “carta del Kashmir”. Tutto considerato, dunque, gli strateghi indiani dovranno analizzare tutto lo spettro delle motivazioni cinesi che stanno dietro alla richiesta di una mediazione statunitense nella disputa tra India e Pakistan proprio in questo frangente, subito dopo i colloqui tra Hillary Clinton e la dirigenza di Pechino.

Oltre all'India, Pechino vede anche la Russia come un'altra potenza regionale che influisce negativamente sulla strategia statunitense di stabilizzazione dell'Afghanistan. (Tra l'altro, l'editoriale ignora del tutto l'Iran, come se non fosse un fattore di peso sullo scacchiere afghano). L'editoriale scrive: “.... gli Stati Uniti devono cercare di placare la Russia. La regione dell'Asia Centrale, dove è situato l'Afghanistan, era tradizionalmente una sfera di influenza russa... Se le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia mostrano segni di ripresa dopo l'ascesa alla presidenza di Obama, le reazioni russe alla decisione statunitense di incrementare il contingente in Afghanistan sono alquanto oscure”.

Dunque, cosa farà Obama? Pechino esprime la seguente valutazione: “È evidente la determinazione della Russia a non permettere agli Stati Uniti di avere il controllo esclusivo sulla questione afghana. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la loro relazione 'collaborativa e competitiva' con la Russia sul problema afghano metterà alla prova la capacità degli Stati Uniti di conseguire i propri obiettivi strategici in Afghanistan”.

Ma la Cina è anche parte interessata nei due contenziosi che affliggono attualmente le relazioni tra Stati Uniti e Russia: l'espansione della NATO in Asia Centrale e il posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. La Cina non può soffrire l'espansione della NATO nella propria sfera di influenza centro-asiatica e si oppone al sistema di difesa antimissile statunitense che demolirà la capacità di attacco nucleare della Cina, che è relativamente ridotta.

Ma, come direbbe Deng, perché rivendicare il comando dell'opposizione a queste mosse statunitensi quando Mosca sta già facendo uno splendido lavoro?

L'editoriale del People's Daily distingue tra gli interessi russi in Afghanistan. Implicitamente, invita Washington a non interpretare la prossima conferenza della SCO come una sorta di coalizione di Cina e Russia. Inoltre, affermando che la chiusura della base aerea di Manas da parte delle autorità kirghize fa parte di “un gioco strategico tra Stati Uniti e Russia”, il People's Daily ha di fatto ridimensionato la prossima conferenza della SCO. Dopo tutto, la ragion d'essere della conferenza è che la situazione afghana rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'Asia Centrale. Ma l'editoriale cinese non nomina questo aspetto nemmeno una volta.

Sintetizzando, quello che emerge è che indipendentemente dalla determinazione di Mosca a sfidare il “monopolio [statunitense] sulla risoluzione del conflitto” in Afghanistan, la Cina non si farà trascinare in questi calcoli. Come direbbe Deng, la Cina osserverà con calma e manterrà un basso profilo. Dopo tutto, la Russia si sta facendo strada a forza in Afghanistan e se avrà successo ne beneficeranno non solo la SCO ma la Cina stessa. D'altro canto, se gli Stati Uniti decideranno di ignorare la Russia ne uscirà danneggiato solo il prestigio di Mosca, non quello di Pechino.

Pechino è indispettita dai nuovi fermenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia? Mosca avrebbe motivo di riflettere sul perché il People's Daily abbia scelto di battere sul tasto del risentimento russo per l'influenza statunitense in Asia Centrale in un momento così delicato, proprio quando l'amministrazione Obama ha deciso di non far pesare la chiusura della base di Manas sulle relazioni con la Russia. Il fatto di essere dipinta come “guastafeste” nella strategia di Obama per l'Afghanistan potrebbe mettere Mosca in imbarazzo.

Mano tesa agli islamisti
L'aspetto straordinario dell'editoriale cinese è il riferimento obliquo alla questione centrale dei taliban. Pare che Pechino non abbia di per sé alcun problema se i taliban trovano posto nella struttura di potere afghana nel quadro di una soluzione politica. Fatto interessante, l'editoriale consiglia agli Stati Uniti di essere “pragmatici a proposito delle vere condizioni dell'Afghanistan”. Esprime anche supporto per l'argomento secondo il quale l'Afghanistan è privo di “quasi tutti i prerequisiti della modernità”. Suggerisce inoltre che l'Afghanistan non può essere uno stato unitario.

Questi commenti vanno considerati alla luce della linea di pensiero diffusasi tra le élite statunitensi e britanniche secondo la quale un approccio “dal basso verso l'alto” che comporti la diffusione del potere statale a favore delle dirigenze locali potrebbe essere la risposta ai problemi dell'Afghanistan e il sistema migliore per coinvolgere i taliban nella struttura di potere delle regioni pashtun.

Con una mossa inedita, la scorsa settimana il Partito Comunista Cinese ha invitato in Cina una delegazione dell'influente partito pakistano Jamaat-e-Islami (JI). Durante la visita, che si è protratta per una settimana, le due parti hanno firmato un memorandum d'intesa che enuncia quattro principi delle relazioni Cina-Pakistan: indipendenza, parità, reciproco rispetto e non-ingerenza nei rispettivi affari interni.

Intanto il JI ha assicurato pieno sostegno all'unità nazionale e geografica della Cina e ha appoggiato la posizione della Cina sulle questioni di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang. Pechino ha poi ricambiato con la sua “posizione di principio” sulla questione del Kashmir e ha “ribadito la continuità di questa posizione e della vitale cooperazione della Cina”.

Il socialismo – anche con caratteristiche cinesi – non si mescola facilmente con l'islamismo. La cooperazione del PCC con il maggiore partito islamico del Pakistan non si spiega se non come un patto faustiano sullo sfondo dell'influenza nella regione delle forze dell'Islam militante.

Il People's Daily ammette che l'esito della strategia statunitense del “surge” in Afghanistan rimane incerto. Prende nota del fatto che gli Stati Uniti si stanno anche muovendo verso “un compromesso con i taliban moderati”, perché altrimenti il Presidente Hamid Karzai non si sarebbe avventurato su quella strada. L'editoriale loda questo atteggiamento come manifestazione di “smart power”, il concetto di potere intelligente “frequentemente menzionato” da Clinton. Vale a dire che mentre l'aumento del contingente statunitense è una “misura dura”, “politiche come aiutare il governo afghano a consolidare il suo regime per stabilizzare gradualmente il paese saranno la 'misura morbida'”.

Nello stesso tempo, Pechino è consapevole che i veri piani statunitensi potrebbero essere strategici nella misura in cui l'Afghanistan è situato “al crocevia dell'Eurasia”. Se sconfiggere al-Qaeda costituisce un obiettivo, la strategia di Washington rafforzerà anche “la cooperazione e l'alleanza della NATO per garantire che la prima azione militare della NATO al di fuori dell'Europa non fallisca”. E a sua volta questo permetterà agli Stati Uniti di “innalzare il loro prestigio tra gli alleati e consolidare la loro presenza nel cuore dell'Eurasia con questi mezzi”.

Sembra che Cina non abbia alcun problema con questi piani. La Cina “terrà celate le proprie capacità” – per citare Deng – anche se gli Stati Uniti e la Russia si scontreranno e si annulleranno a vicenda e alla fine crolleranno esausti. Come conclude il People's Daily, l'Afghanistan è noto come la “tomba degli imperi”. Dunque la Cina deve limitarsi a fortificare la sua posizione e ad attendere il momento opportuno: strategia che Deng avrebbe sicuramente apprezzato.

Originale: China breaks its silence on Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 25/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, febbraio 20, 2009

Obama, Osama e Medvedev

Obama, Osama e Medvedev
di Pepe Escobar

Per chi stesse ancora nutrendo dei dubbi, l'adozione da parte dell'amministrazione Obama dell'apparato della “guerra al terrore” di George W. Bush sembra tanto una “continuità” da ritorno al futuro. Ecco due fatti cruciali:
  • Obama ha ufficialmente dato il via al suo tanto reclamizzato “surge” afghano, autorizzando lo spiegamento di 17.000 uomini (8000 marines, 4000 soldati dell'esercito e 5000 truppe d'appoggio) prevalentemente nella provincia meridionale di Helmand dominata dai pashtun. Giustificazione: “La situazione in Afghanistan e Pakistan richiede attenzione urgente”. I marines cominceranno ad arrivare in Afghanistan a maggio. La loro missione è confusa quanto rischiosa: eradicazione delle coltivazioni d'oppio, fonte dell'eroina (che compone quasi il 40% del prodotto interno lordo dell'Afghanistan). In Afghanistan ci sono già 38.000 soldati statunitensi, più altri 18.000 che fanno parte del contingente di 50.000 uomini della NATO.
  • Nel corso delle audizioni di conferma alcuni membri del governo di Obama hanno fatto dichiarazioni che sembrano essere sparite in un buco nero e nelle quali hanno detto di essere favorevoli alla continuazione delle pratiche della CIA relative alle consegne straordinarie e alla possibilità di detenere all'infinito e senza processo i sospettati di “terrorismo”, anche se sono stati catturati molto lontano da una zona di guerra. (Tenendo conto dell'elastico concetto di “arco di instabilità” del Pentagono, significa ovunque dalla Somalia allo Xinjiang). Tanto che il New York Times è stato spinto a fare un titolo incantevole: “La guerra al terrore di Obama può ricordare in certe aree quella di Bush”.
Nel dubbio, bombardiamoli
Fondamentalmente la strategia dell'amministrazione Obama – per ora – si riduce a mettere il turbo a una guerra contro contadini e pastori pashtun. La coltivazione del papavero fa parte della cultura afghana da secoli. Una sofisticata guerra aerea contro miseri contadini avrà un solo risultato certo: far sì che sostengano sempre più la multiforme lotta contro l'occupazione straniera che il Pentagono continua a voler definire “insurrezione”, o passino decisamente da quella parte.

Per tutta la durata della sua campagna presidenziale, Obama ha detto che l'obiettivo fondamentale della sua “missione” in Afghanistan (promosso a “fronte principale della guerra al terrore”) è quello di catturare Osama bin Laden e la dirigenza di al-Qaeda. Non c'è alcuna prova che Osama sia coinvolto nel traffico di eroina. Ci sono anche poche prove che il sofisticato ed esteso sistema di sorveglianza degli Stati Uniti sia davvero interessato a trovare Osama. Dopotutto questo eliminerebbe l'unico pretesto della “guerra al terrore” che permette agli Stati Uniti di continuare la semi-occupazione dell'Afghanistan.

Inoltre non ci sono indicazioni che questi 17.000 uomini in più daranno la caccia a Osama nella provincia di Helmand. Sempre che non sia già andato a incontrare le sue 72 vergini nella beatitudine eterna, Osama dovrebbe nascondersi a Parachinar, nella provincia di Kurram, almeno secondo un'ipotesi che circola nella vasta legione degli osservatori di Osama e che viene da un articolo pubblicato su Foreign Policy da Thomas Gillespie della University of California Los Angeles,.

Prima che quella legione cominci a perlustrare freneticamente Google Earth, va notato che per una bizzarra ironia storica Parachinar è lo stesso piccolo villaggio polveroso nel quale Osama e pochi altri membri di al-Qaeda ripararono nel dicembre del 2001, in fuga da una Tora Bora bombardata dai B-52: erano ancora i tempi in cui i neocon non vedevano l'ora di bombardare non montagne vuote ma un Iraq “ricco di bersagli”.

In realtà, da quella leggendaria fuga a Parachinar, alla fine del 2001, non ci sono più state informazioni credibili su Osama. La mossa dei papaveri di Obama in effetti aggira la questione Osama. Dunque è corretto supporre che l'apparato della sicurezza nazionale statunitense non abbia offerto a Obama alcun dato di intelligence, per non parlare di pure e semplici informazioni sul campo, dato che annientare contadini e pastori a Helmand a furia di bombardarli con i drone Predator non è esattamente la migliore strategia per convincerli a collaborare con gli Stati Uniti e aiutarli a trovare quei fantasmi di al-Qaeda, come è stato ampiamente dimostrato nelle aree tribali del Pakistan.

Negli Stati Uniti, naturalmente, in tutta questa sciarada non si fa minimamente menzione – neanche di striscio – del reale motivo per cui l'Afghanistan è così importante: perché è uno snodo di transito del “Pipelinestan”, fondamentale per il trasporto del petrolio e del gas del Caspio nel Nuovo Grande Gioco eurasiatico. Paragonato al gioco vero, la monocromatica retorica di Washington sul “conquistare l'Afghanistan alla democrazia” non è nemmeno all'altezza di una barzelletta.

L'aiuto di Mosca
La linea di rifornimento lunga 1600 chilometri Karachi-Khyber-Kabul concepita dagli Stati Uniti e dalla NATO è a tutti gli effetti morta, e questo grazie alle tattiche di guerriglia dei neo-taliban nelle aree tribali del Pakistan e non di Osama e dei suoi fantasmi di al-Qaeda.

La scorsa settimana, l'inviato di Obama in Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke è stato debitamente accolto a Kabul – il giorno prima del suo arrivo – da un gruppo di attentatori suicidi e uomini armati che hanno scatenato l'inferno nei Ministeri della Giustizia e dell'Istruzione uccidendo 26 persone, ferendone 57 e paralizzando la capitale. E questo dopo che il Kirghizistan aveva dato agli Stati Uniti sei mesi di preavviso per fare le valigie e lasciare la base aerea di Manas nei pressi dell'aeroporto civile di Bishkek. Un'altra prova che l'Asia Centrale adesso dà retta soprattutto a Mosca, e non a Washington.

Quello che non è stato raccontato è come il Generale David “surge in Iraq” Petraeus – un uomo che calcola ogni sua mossa puntando alle elezioni presidenziali del 2012 – si è fatto fregare da quei furbi dei russi. Petraeus ha detto personalmente a Obama il 21 gennaio, il giorno dopo l'insediamento, che le linee di rifornimento degli Stati Uniti in Asia Centrale erano assicurate. Ovviamente aveva dimenticato di tener conto dell'imminente offensiva di seduzione del presidente russo Dmitrij Medvedev nella regione, offensiva che ha prodotto il risultato opposto.

Alla fine, la salvezza per i rifornimenti di Stati Uniti e NATO viene proprio da Mosca, ma alle sue condizioni: questo significa che la Russia potrebbe usare i suoi aerei militari per trasportare i rifornimenti. Un Medvedev ingannevolmente seducente ha dichiarato di vedere “segni molto positivi” nella nuova partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha osservato che il transito dei rifornimenti non militari alle truppe statunitensi e della NATO attraverso la Russia comincia solo pochi giorni dopo il 20° anniversario del ritiro sovietico da Kabul.

Da parte sua Obama avrebbe poco da perdere se ascoltasse le parole dell'uomo che era allora al comando: il Tenente Generale in congedo Boris Gromov. Gromov – parlando per esperienza personale – ha detto che il surge di Obama è destinato a fallire: “Che si aumentino o no le forze, il risultato non potrà che essere negativo”.

Il prezzo che gli Stati Uniti e la NATO dovranno pagare per far passare i loro rifornimenti attraverso la Russia è chiaro: basta con l'accerchiamento, basta con l'allargamento della NATO, basta con lo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia a proteggere da inesistenti missili iraniani. Tutto questo andrà negoziato dettagliatamente. I media russi hanno riferito che Medvedev vuole un summit con Obama a Mosca, e il Primo Ministro Vladimir Putin ovviamente sarà presente. Ma questa ipotesi sembra ancora irrealizzabile; a marzo a Ginevra si svolgerà invece un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton.

Anche ammettendo che Medvedev abbia offerto ad Obama un enorme successo per quanto riguarda la nuova rotta di transito in Afghanistan, rimane però aperta una questione spinosa: in cosa consiste, in fin dei conti, la missione degli Stati Uniti? Non può trattarsi di nation-building; alle amministrazioni americane non è mai importato dell'Afghanistan, considerato un elemento secondario. Non può trattarsi di “mettere in sicurezza” il paese e di impedirgli di diventare una base per le aggressioni contro gli Stati Uniti perché – visto che neanche la Russia vuole un Afghanistan talibanizzato – se mai una base è esistita adesso si trova nelle aree tribali del Pakistan.

La parte migliore, come sempre, rimane inespressa. Washington non può ammettere che il suo unico vero interesse per l'Afghanistan è in quanto corridoio di transito per un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan e all'India (il gasdotto TAPI). Mosca non può ammettere che l'opportunità di aiutare gli Stati Uniti a restare impantanati in Afghanistan ancora per qualche anno è troppo buona per essere lasciata cadere.

E c'è di meglio.

Nell'improbabile eventualità che Obama e Medvedev decidano di non collaborare, l'unica alternativa realistica per gli Stati Uniti e la NATO sarebbe quella di corteggiare l'Iran per ottenere una rotta di rifornimento verso l'Afghanistan. In pratica significherebbe una rotta molto lunga dalla Turchia attraverso il Kurdistan turco/iraniano, l'Iran e poi Kabul. Una rotta molto comoda e più breve dovrebbe passare per un porto iraniano, per esempio Bandar Abbas, e di lì in Afghanistan.

È ovvio che per l'amministrazione Obama giocare a scacchi con la Russia è molto più facile che farlo con l'Iran. In questo caso, per ottenere quello che vogliono gli Stati Uniti dovrebbero abbattere una volta per tutte il trentennale “muro di sfiducia” tra Washington e Teheran; dovrebbero porre fine alle sanzioni e all'embargo; dovrebbero rinunciare al cambiamento di regime a Teheran; e dovrebbero perfino permettere all'Iran di sviluppare il suo programma nucleare civile, che gli spetta di diritto in base al Trattato di Non-Proliferazione nucleare di cui è firmatario.

L'amministrazione Obama dovrebbe anche far fronte alle inimmaginabili pressioni della destra israeliana – dal leader del Likud Bibi Netanyahu all'ultranazionalista ed ex buttafuori nelle discoteche moldave Avigdor Lieberman – e dei suoi tirapiedi che operano nella lobby israeliana a Washington.

L'Iran si sta avvicinando sempre più alla Russia. La Russia attualmente è alla presidenza della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), la risposta eurasiatica alla NATO non solo in termini di sicurezza ma anche nelle sfere economica ed energetica. La SCO riunisce la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Tagikistan, il Kirghizistan e l'Uzbekistan, con l'Iran e il Pakistan nel ruolo di osservatori. In un'intervista con RIA Novosti, il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha detto: “L'Iran ha fatto richiesta ufficiale ai membri della SCO e si aspetta di passare dallo status di osservatore a quello di membro a tutti gli effetti durante la presidenza russa”.

Ecco cosa è in ballo in Eurasia: la marcia inesorabile dell'integrazione asiatica, attraverso la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e, in termini di sicurezza, attraverso la SCO. Sia la Cina che la Russia sono profondamente legate all'Iran. La Cina ha firmato contratti multimiliardari per rifornirsi di petrolio e gas iraniano vendendo armi e una miriade di prodotti; e la Russia è destinata a vendere altre armi e sta già vendendo tecnologia per l'energia nucleare. E nel frattempo Washington è intenta a bombardare contadini pashtun e a dare la caccia al fantasma di Osama bin Laden.

Originale: Obama, Osama and Medvedev

Articolo originale pubblicato il 20/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, febbraio 11, 2009

Il Kirghizistan, la base, gli USA, la Russia e i soldi

Torniamo per un momento al Kirghizistan che avrebbe messo alla porta gli Stati Uniti negando loro l'uso della base aerea di Manas. Ne ha scritto il sublime Bhadrakumar nel suo pezzo dominato dalla metafora scacchistica, e il tema è stato ripreso da vari commentatori. Dovendo scegliere, riporto due interventi interessanti che fanno luce sui diversi aspetti della decisione kirghiza.

L'articolo di di Peter Lavelle, opinionista di Russia Today, è utile perché riassume schematicamente alcuni punti probabilmente azzeccati.

Traduco e sintetizzo (traduzione libera del titolo):

Washington, l'uscita è da quella parte
di Peter Lavelle

Dunque il Kirghizistan ha deciso di mettere alla porta gli americani: Washington non è più ospite gradito alla base militare di Manas. Al contempo il Kirghizistan ha deciso di rafforzare i legami con la Russia. Non dovrebbe sorprenderci: per come vanno le cose, a Washington non potrebbe importare meno degli interessi del Kirghizistan in fatto di sicurezza o delle preoccupazioni di Russia e Asia Centrale sotto questo aspetto.

Cerchiamo di essere realistici. Perché Bishkek ha deciso di chiudere il contratto di affitto della base firmato subito dopo l'11 settembre? Secondo me ci sono vari motivi. E ricordiamoci che gli americani avevano detto di aver bisogno di Manas solo “temporaneamente”. Be', temporaneamente cominciava a diventare “per sempre”. E il Kirghizistan non aveva firmato per questo.

Ecco una serie di possibili motivi del cambiamento di rotta kirghizo:

1. Il Kirghizistan naviga in cattive acque: la sua economia è in gravi difficoltà e questo alimenta l'estremismo islamico. Il Kirghizistan ha semplicemente bisogno di aiuti finanziari, e Mosca ha fatto un'offerta a Bishkek, un affare che vale il doppio del suo attuale PIL annuo. Non è stato esattamente un quid pro quo, ma il fatto è che nella politica internazionale gli stati devono fare degli scambi. Comunque gli americani non erano mai stati ben accetti in Kirghizistan: due donne kirghize erano state investite da soldati americani e un uomo era stato ucciso senza alcun motivo a colpi d'arma da fuoco. Secondo l'accordo in vigore tra Stati Uniti e Kirghizistan per l'uso della base, il personale militare americano gode dell'immunità rispetto alla legge kirghiza.

2. Il Kirghizistan non vuole più stare in prima linea nella fallita “guerra al terrorismo” dell'America. Il disastro in Afghanistan non si sistemerà ancora per un bel po' e Bishkek non vuole più essere associata agli sforzi di guerra americani.

3. Il Kirghizistan capisce che gli Stati Uniti potrebbero cambiare atteggiamento con l'Iran, ma anche no. Ancora una volta, non vuole schierarsi pubblicamente solo per i pochi soldi che riceve per l'affitto di Manas. Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo.

4. Il Kirghizistan è semplicemente troppo piccolo, fragile e debole per ignorare le realtà geopolitiche. Vuole fare parte della regione e ha la necessità di armonizzarsi con i suoi vicini. E Manas era un punto dolente nei rapporti con i russi e i cinesi. Manas aveva concesso all'esercito statunitense la capacità di “osservare” i movimenti delle operazioni militari di Russia e Cina.

5. Il Kirghizistan è profondamente preoccupato per quello che sta succedendo in Afghanistan, e lo stesso vale per la Russia. Chiedere agli americani di lasciare Manas rafforza la posizione della Russia a scapito di Washington.

6. Non credo che la decisione di Bishkek sia un voluto affronto a Washington. Essenzialmente il messaggio è: “Possiamo esservi utili, ma come partner di Mosca. Che Mosca vada avanti, noi seguiremo”.

Si spera che Washington e Bruxelles capiranno i ragionamenti di Bishkek. La NATO è nei guai fino alla punta dei capelli in Afghanistan. Deve volgersi a Mosca per elaborare una nuova strategia per l'Afghanistan. Come ho scritto ripetutamente, dipende da Washington. Il Kirghizistan ha deciso di uscire dal “grande gioco”.

Link: Peter Lavelle's weblog

"Cedere l'uso di Manas significava guadagnare un po' di soldi facili, non vendere l'anima del paese a Washington per il resto del tempo", scrive Peter Lavelle. Bene, a quanto pare quei soldi non erano così facili. O meglio, non erano finiti nelle casse dello Stato ma nelle tasche dei familiari dell'ex presidente. Insomma, alla base della decisione del Kirghizistan ci sarebbe una faccenda di soldi.
Ecco cosa scrive Laura Rozen su Foreign Policy:

Guai in Kirghizistan
di Laura Rozen

Mentre la Repubblica del Kirghizistan minaccia di cacciare gli Stati Uniti dalla base di Manas, da loro utilizzata come importante punto logistico e di rifornimento verso l'Afghanistan, fonti a conoscenza degli eventi dicono che sotto c'è una storia di pagamenti precedentemente fatti dagli Stati Uniti e che non sarebbero arrivati nelle casse del governo di Bishkek ma nelle tasche di imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente Askar Akayev.

Nel 2006 la NBC riferì che il governo degli Stati Uniti aveva pagato più di 100 milioni di dollari a imprese controllate dalla famiglia dell'ex presidente:
“L'esercito degli Stati Uniti ha indirizzato più di 100 milioni di dollari in contratti di subfornitura al monopolio del combustibile della famiglia Akaev, secondo compagnie statunitensi che hanno presieduto ai pagamenti e alle transazioni”.

Un rapporto dell'FBI ottenuto dal giornalista Aram Roston “suggerisce che la famiglia del presidente [kirghizo]... controllava una vasta rete criminale internazionale che comprendeva anche tutta una serie di compagnie di facciata negli Stati Uniti”.

“Fondamentalmente si è sempre trattato di soldi”, dice Alexander Cooley, professore di scienze politiche al Barnard College ed esperto di basi militari statunitensi. Quando la Rivoluzione dei Tulipani del marzo 2005 costrinse Akayev alla fuga per Mosca, il nuovo governo chiese agli Stati Uniti di pagare per l'utilizzo della base. “Arriva il tizio nuovo, Bakiyev, e prevedibilmente capisce subito che Akayev traeva profitto personalmente dalla base e che bisognava doveva rinegoziare le riscossioni in modo da beneficiare il Kirghizistan”.

Aggiornamento: Una fonte del Kirghizistan coinvolta nei negoziati ha raccontato a The Cable che l'amministrazione Obama sta ereditando la crisi della base kirghiza, una crisi che cova da molto tempo ed è stata trascurata per anni dall'amministrazione Bush.

“Il governo degli Stati Uniti avrebbe potuto evitarlo se fosse stato sensibile alle lamentele kirghize”, ha detto la fonte. “Quando [a Bishkek] il nuovo governo è salito in carica e ha scoperto l'imbroglio, ha chiesto agli americani un risarcimento per le perdite. Ma gli americani hanno esitato a riconoscere che ci fosse qualcosa di sbagliato”.

Secondo la fonte, il governo kirghizo aveva sollevato la questione con l'ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, l'ex Segretario di Stato Condi Rice e il Segretario della Difesa Robert Gates.
“Torna a merito di Gates l'aver detto di non conoscere la questione e che avrebbe fatto loro sapere. Ma non l'ha mai fatto”.

Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto: “I negoziati iniziali e le discussioni attuali [sulla base] sono stati tutti condotti dal Dipartimento di Stato... per quanto ne so, [il Pentagono] normalmente non parla agli organi di governo. Ci rivolgiamo al Dipartimento di Stato e all'ambasciata”.

Lo scorso mese il comandante di Centcom Generale David Petraeus è stato a Bishkek, ma gli è stato negato un faccia a faccia con il Presidente kirghizo, anche se ha incontrato funzionari del suo ufficio che hanno risollevato la questione dei pagamenti.

Secondo la fonte, la settimana scorsa l'ambasciatore del Kirghizistan a Washington ha parlato della faccenda con Hillary Clinton. Ha fatto capire che venivano prese in considerazione varie opzioni per “salvare la faccia” a tutte le parti coinvolte. Tra queste opzioni c'è forse la possibilità che gli Stati Uniti annuncino che lasceranno la base dopo un certo numero di anni. Probabilmente si sta discutendo anche di qualche forma di pagamento. (Le fonti dicono che il Kirghizistan inizialmente aveva chiesto 150 milioni di dollari all'anno per l'uso della base, ma i costi per la permanenza sono destinati a lievitare).

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha detto che avrebbe fatto le necessarie verifiche. Nel frattempo, ha dichiarato, la posizione del governo degli Stati Uniti è che non ha ricevuto dai kirghizi alcuna notifica sulla chiusura della base.

Fonte: Trouble in Kyrgyzstan

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martedì, febbraio 10, 2009

Lo zwischenzug di Mosca e Teheran

Mosca e Teheran forzano la mano agli Stati Uniti

di M.K. Badrakumar

Può sembrare che non ci sia niente in comune tra un ponte fatto esplodere nel Khyber, l'uso di una base aerea ai piedi dei Pamir e il lancio nel cielo notturno di un satellite del peso di 37,2 chilogrammi che compirà 15 rivoluzioni della terra ogni 24 ore.

Ma mettete insieme tutte queste notizie e produrranno l'equivalente politico e diplomatico di ciò che nel gioco degli scacchi è noto come zwischenzug, cioè una mossa intermedia che migliora la posizione di un giocatore.

I persiani, che inventarono gli scacchi, devono essere maestri dello zwischenzug. Il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano Hassan Qashqavi ha detto mercoledì a Teheran che “l'Iran non intende arrestare la sua attività nucleare. Nel loro prossimo incontro i '5+1' dovranno elaborare un approccio logico e accettare il fatto che l'Iran è uno stato nucleare”.

I taliban non giocano a scacchi
È improbabile che i taliban abbiano messo in conto l'imminente zwischenzug iraniano quando lunedì scorso hanno fatto saltare il ponte di ferro lungo 30 metri sul Passo Khyber, 24 chilometri a ovest di Peshawar, nel Pakistan nord-occidentale, interrompendo i rifornimenti alla truppe della NATO in Afghanistan. Ma il blocco dei transiti ha messo in luce ancora una volta la vulnerabilità della principale rotta di rifornimento della NATO e ha fatto sì che l'attenzione si concentrasse su Teheran.

Tutto ciò sta costringendo la NATO a un cambiamento di strategia. Il comandante della NATO in Afghanistan, Generale John Craddock, ha ammesso che l'alleanza non avrebbe ostacolato gli accordi dei singoli paesi membri dell'Alleanza con l'Iran per garantire i rifornimenti alle loro truppe in Afghanistan. Per citare Craddock, un generale a quattro stelle che è anche il supremo comandante alleato della NATO, “Si tratterebbe di decisioni nazionali. I paesi dovrebbero agire coerentemente con i loro interessi nazionali e con la loro capacità di rifornire le proprie truppe. Credo che spetti esclusivamente a loro”.

Craddock non faceva che trasferire rapidamente sul piano operativo quello che il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, aveva affermato solo una settimana fa, e cioè che gli stati membri della NATO, Stati Uniti compresi, dovrebbero coinvolgere l'Iran per combattere i taliban in Afghanistan.

Scheffer non avrebbe parlato senza il beneplacito di Washington. Craddock l'ha sottolineato. La NATO vorrebbe usare la nuova strada costruita dal governo indiano e che va dall'Afghanistan centrale al confine iraniano a Zaranj e che consentirebbe l'accesso al porto sul Golfo Persico di Chabahar. La strada è largamente inutilizzata. Gli indiani hanno completato i lavori neanche due settimane fa.

La NATO si sta dando da fare. Deve in qualche modo ridurre la propria dipendenza dalle rotte di rifornimento pakistane, che vengono attualmente usate per trasportare circa l'80% dei rifornimenti. Agli osservatori non sfuggirà l'ironia della situazione: la NATO vuole una rotta di transito iraniana mentre Teheran chiede un ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Lo scorso giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha osservato che l'Iran aveva prestato attenzione ai piani dell'amministrazione del Presidente statunitense Barack Obama per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha dichiarato: “riteniamo che ciò dovrebbe essere esteso anche all'Afghanistan”.

L'ironia si accentua se si pensa che due settimane fa il Segretario della Difesa Robert Gates, nella sua prima testimonianza davanti al Congresso della nuova amministrazione ha lanciato delle insinuazioni sull'aumento delle “interferenze” e dell'ambiguità dell'Iran a proposito dell'Afghanistan, facendo intendere che Teheran sta alimentando l'insurrezione.

Lo zwischenzug russo
Il cuore del problema è che gli sforzi degli Stati Uniti per aprire rotte di rifornimento da nord attraverso l'Amu Darya sono rimasti coinvolti nel grande gioco in Asia Centrale. I portavoce americani hanno frettolosamente affermato che la Russia e gli stati centroasiatici stavano garantendo rotte di transito sul loro territorio. Ma la geopolitica non lo conferma.

Il Presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiyev ha sganciato una bomba, martedì scorso, chiedendo la chiusura della base militare degli Stati Uniti a Manas, usata per il trasporto dei rifornimenti verso l'Afghanistan. L'ha comunicato dopo dei colloqui con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, durante i quali Mosca ha promesso a Bishkek la cancellazione di un debito di 180 milioni di dollari e la concessione di un prestito a interessi minimi per circa 2 miliardi e aiuti per 150 milioni di dollari.

L'inviato della NATO in Asia Centrale, Robert Simmons, si è precipitato a Bishkek in un estremo tentativo di bloccare la mossa kirghiza, ma non ha potuto fare altro che rammaricarsi per l'accaduto e ammettere che le operazioni in Afghanistan ne avrebbero risentito negativamente. Washington spera ancora di salvare la situazione, ma ciò significa ricorrere all'aiuto di Mosca.

Mosca è pronta, come sempre – purché gli Stati Uniti siano disposti ad accantonare gli inopportuni piani geopolitici volti ad ampliare e approfondire la loro presenza strategica (e quella della NATO) nell'Asia Centrale con il pretesto di sviluppare nuove rotte di rifornimento verso l'Afghanistan. In parole povere, Mosca è irritata dalla diplomazia abrasiva condotta nelle ultime settimane da Washington in Asia Centrale.

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il Kazakistan, l'alleato-chiave della Russia, offrendosi di procurare una “parte significativa” dei propri rifornimenti per l'Afghanistan in quel paese e facendo pressioni perché il Kazakistan inviasse un proprio contingente in Afghanistan. Si può presumere che Mosca (e Pechino) vedano con ansia l'iniziativa degli Stati Uniti di corteggiare il loro importante alleato all'interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e della Collective Security Treaty Organization (CSTO) per attirarlo nell'orbita strategica occidentale. Si può presumere anche che lo zwischenzug di Mosca per far sloggiare l'esercito statunitense dal Kirghizistan goda del tacito incoraggiamento della Cina.

Niet agli accordi selettivi
Washington preferisce gli “accordi selettivi” senza doversi occupare dei fattori che stanno alla base del raffreddamento nelle relazioni. Il Cremlino rimane cautamente ottimista riguardo alla possibilità che Obama guardi alle relazioni tra i due paesi con occhi nuovi. Gli umori si riflettono in un vigoroso commento dell'ex Presidente russo Michail Gorbačëv: “c 'è ragione di essere ottimisti, finora”.

Ma è visibile uno strisciante senso di esasperazione. Come ha scritto un editorialista russo, l'era di George W. Bush potrà essersi conclusa ma “le conseguenze si fanno ancora sentire”; Obama potrà avere idee nuove, ma i “vecchi burattinai” occupano ancora posizione chiave nell'establishment; e dunque a Obama potrebbero volerci degli “anni, più che dei mesi, per plasmare una nuova politica estera”.

Così Mosca ha deciso di ricorrere allo zwischenzug. Sabato scorso l'influente giornale moscovita Nezavisimaja Gazeta ha riferito la proposta della Russia di riaprire l'importante base aerea sovietica di Bombora in Abchazia, sulla costa del Mar Nero. Martedì la Russia ha firmato un accordo con la Bielorussia per creare un sistema di difesa aerea integrato. Mercoledì Medvedev ha approfittato del forum della CSTO per riaffermare la propria disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan.

Al proposito, mercoledì il vice Ministro degli Esteri russo Grigory Karasin ha detto: “Speriamo di poter presto avere con gli Stati Uniti colloqui speciali e professionali sulla questione [delle rotte di transito verso l'Afghanistan]. Vedremo quanto efficacemente possiamo cooperare... Gli Stati Uniti, l'Asia Centrale, la Cina – siamo tutti interessati nella riuscita dell'operazione anti-terrorismo in Afghanistan”.

Karasin ha assicurato che l'allontanamento degli Stati Uniti da Manas “non sarà un impedimento”.

Dunque adesso la palla passa all'amministrazione Obama. La grande domanda è se sarà in grado di neutralizzare i fautori della linea dura e di disfarsi del pesante bagaglio geopolitico inutilmente portato dalla sua incerta guerra in Afghanistan.

Nel frattempo, l'ombra delle relazioni tra Stati Uniti e Russia cade sull'Hindu Kush. I media russi hanno riferito che una delegazione militare afghana di alto livello è attesa a Mosca “in tempi brevi”. Con la crescente possibilità che Obama possa ritirare l'appoggio al Presidente afghano Hamid Karzai, Mosca starà soppesando le proprie opzioni.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione precaria in Afghanistan. La rinascita dei taliban continua e la situazione della sicurezza sta peggiorando, ma la NATO non è in grado di aumentare il proprio livello di truppe né di elaborare una strategia efficace. Le linee di rifornimento della NATO sono gravemente minacciate, ma le rotte alternative devono ancora essere negoziate. La frattura tra gli Stati Uniti e il regime di Karzai si aggrava, ma è difficile che a Kabul si giunga rapidamente a un rimpiazzo. Inoltre Washington dovrebbe fare pressioni su Islamabad, ma la situazione in Pakistan è troppo fragile per reggere a pressioni maggiori.

È su questo sfondo estremamente complesso che lunedì il satellite iraniano, chiamato Speranza, ha iniziato il proprio viaggio nella limpida notte stellata. Il suo lancio ha un effetto moltiplicatore sulla geopolitica. Nelle capitali europee stanno suonando campanelli d'allarme: ci si rende conto che non ci si può aspettare che Teheran abbassi la guardi. Il lancio può essere visto come un'impresa tecnologica, come effettivamente è, ma lo Speranza manda anche un duro messaggio sulla capacità militare iraniana.

Secondo gli esperti il razzo a due fasi usato per il lancio potrebbe anche facilmente portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza. Non sarà un missile balistico intercontinentale, ma l'Europa meridionale si trova nel suo raggio, come del resto tutto Israele. Insomma, l'Iran dispone di un credibile deterrente contro un attacco militare di Stati Uniti e Israele.

Il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs ha definito il lancio “una grave preoccupazione per la nostra amministrazione”. Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha dichiarato dopo il suo primo incontro con il Segretario di Stato Hillary Clinton: “Vogliamo contribuire a far sì che la mano tesa del Presidente Obama sia una mano forte”. Non ci sono dubbi, queste sono parole forti.

Ma è un impareggiabile termine tedesco a cogliere meglio nel segno: zugzwang. Significa letteralmente “costretto a muovere”. Sulla scacchiera si verifica cioè una situazione in cui qualsiasi mossa un giocatore possa fare indebolirà la sua posizione; eppure è costretto a muovere.
Può essere azzardato ipotizzare che Mosca e Teheran abbiano coordinato i loro rispettivi zwischenzug, ma di certo entrambi attendono con interesse lo zugzwang di Washington.

Originale: Moscow, Tehran force the US's hand

Articolo originale pubblicato il 5/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, febbraio 09, 2009

Gli Stati Uniti e i piani per una NATO asiatica

È davvero nei piani degli Stati Uniti una "NATO asiatica"?

José Miguel Alonso Trabanco

Si è parlato delle intenzioni americane di creare una NATO asiatica, cioè un'alleanza militare guidata dagli Stati Uniti finalizzata a promuovere gli interessi geopolitici dei suoi membri nella regione.

Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti crearono la Southeast Asia Treaty Organization (SEATO, Organizzazione del Trattato per il Sud-Est Asiatico) che comprendeva la Francia, il Regno Unito e Stati pro-occidentali della regione come l'Australia, la Nuova Zelanda, la Thailandia, il Pakistan e le Filippine. Questa organizzazione fu però sciolta nel 1977.

Inoltre dobbiamo anche tenere conto dell'esistenza del Trattato per la Sicurezza di Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, meglio conosciuto come ANZUS. Entrambi gli alleati americani combatterono insieme durante la Guerra del Vietnam, la Guerra del Golfo e l'Operazione Enduring Freedom (in Afghanistan). Canberra ha anche dato il proprio appoggio e partecipato all'invasione anglo-americana dell'Iraq del 2003. L'Australia fornisce poi un importante contributo al Sistema di Difesa Anti-Missile Nazionale. Dunque si può dare per scontato che una potenziale versione asiatica o pacifica della NATO comprenderà questi fidi alleati americani. Il Giappone si è avvicinato ulteriormente alla NATO, e un accresciuto livello di dialogo tra NATO e Giappone indica che le due parti hanno acconsentito a rafforzare i loro legami politici e militari.

Per capire se Washington stia davvero cercando di creare un'alleanza nella regione Asia-Pacifico (più o meno analoga alla sua controparte atlantica) bisogna esaminare quali potrebbero essere le motivazioni americane. Alcuni politici americani si sono fatti promotori di tali piani. Per esempio, Rudolph Giuliani ha proposto che la NATO accetti l'Australia, Israele, l'India, il Giappone e Singapore. Forse è questo che il Senatore John McCain aveva in mente quando ha raccomandato la creazione di una Lega di Democrazie guidata dagli Stati Uniti, un eufemismo che significa che gli alleati non-europei dovevano essere inclusi in una coalizione militare globale (contro chi?, ci si potrebbe chiedere).

Come vedremo, sono molte le ragioni per cui gli Stati Uniti sono interessati a creare una simile organizzazione. I geostrateghi americani devono aver prestato molta attenzione a questi fattori:
  • Il programma nucleare della Corea del Nord.
  • L'ascesa rapidissima della Cina come centro di potere economico. O meglio, per usare la definizione dell'US National Intelligence Council, “l'inaudito trasferimento di ricchezza da Ovest a Est”. Il PIL della Cina ha già sorpassato quello della Germania portandosi al terzo posto. Pechino ha le riserve valutarie più consistenti del mondo e il fatto che siano per la maggior parte denominate in dollari conferisce un notevole potere alla Repubblica Popolare Cinese.
  • Altre economie regionali hanno registrato una crescita impressionante: si tratta in particolare della Corea del Sud, di Singapore, della Malaysia, dell'Indonesia, di Taiwan e di Hong Kong. Questo significa che l'Asia ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo sempre più importante nella politica internazionale.
  • L'ascesa della Cina ha anche rafforzato il potere militare, geopolitico, diplomatico e tecnologico dell'“Regno di Mezzo”. La Cina è verosimilmente la più grande potenza dell'Asia Orientale. Pechino sta migliorando e modernizzando le sue attrezzature militari e sta cercando di sviluppare la propria capacità di proiettarsi come potenza marittima nel lungo periodo.
  • La Cina e la Russia hanno avviato una cooperazione più stretta attraverso la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, o Gruppo di Shanghai). Le due potenze hanno acconsentito a spartirsi l'influenza in Asia Centrale e a impedire agli americani di avanzare ulteriormente nel Grande Turkestan. Inoltre hanno compiuto esercitazioni militari congiunte.
  • Pechino ha corteggiato diversi regimi apertamente ostili alla potenza americana. Di fatto la Cina è il principale destinatario delle esportazioni petrolifere dell'Iran, ed è stata esplorata l'idea di costruire un oleodotto che colleghi i due paesi. Inoltre Myanmar è diventata uno degli alleati più stretti della Cina. Il “Regno di Mezzo” è un grande importatore di risorse myanmaresi (combustibili fossili, pietre preziose, legname, e così via) e il regime di Myanmar ha permesso ai cinesi di aprirvi e gestire strutture di intelligence. La Repubblica Popolare Cinese, per assicurarsi le forniture di materie prime, è diventata un importante partner commerciale anche per molti paesi africani.
  • La rinascita della Russia quale grande potenza è un fattore importante. Il Cremlino ha mostrato interesse verso progetti relativi allo sviluppo di risorse energetiche. Per esempio, al fine di diversificare i suoi partner commerciali, la Russia ha preso seriamente in considerazione l'ipotesi di fornire combustibili fossili alle maggiori economie dell'Asia Orientale (Cina, Giappone e Corea del Sud). Inoltre la Federazione Russa prevede di aumentare la propria compartecipazione ai mercati degli armamenti dell'Est e del Sud-Est asiatico.
  • Benché la Corea del Sud accolga ancora molti militari statunitensi, Seoul (diversamente da Tokyo) ha messo in atto una politica estera che è stata piuttosto attenta a non infastidire Pechino.
  • Benché alcune Rivoluzioni Colorate orchestrate dagli americani siamo inizialmente riuscite a produrre cambiamenti di regime, sembra che sia i cinesi che i russi abbiano meticolosamente studiato questo modus operandi; Pechino è riuscita a contrastare questa metodologia nella Rivoluzione Zafferano di Myanmar e durante le rivolte del 2008 in Tibet.

Dunque gli strateghi statunitensi hanno deciso che l'America deve aumentare la propria presenza in Asia se Washington mira davvero all'egemonia (cioè al “Nuovo Secolo Americano”). Washington ha posizionato truppe in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Diego Garcia, Indonesia, Singapore, Thailandia, Malaysia, Guam e Australia. Questi spiegamenti militari, sembrano pensare i pianificatori americani, devono essere amplificati mediante una versione asiatica della NATO.

Il fine ultimo di una NATO asiatica sarebbe quello di impedire alla Cina di diventare una sfida formidabile. Dunque gli strateghi americani hanno concluso che l'America deve mantenere la sua posizione di maggiore potenza marittima mondiale così da conservare la propria capacità di controllare le rotte marittime strategiche (come lo Stretto di Malacca e il Mare Cinese Meridionale) e mettere in atto un blocco navale nell'eventualità dello scoppio di una guerra. In questo caso le economie asiatiche sarebbero costrette a fare significative concessioni agli Stati Uniti per garantire la continuità dei propri flussi commerciali via mare.

Dopo i passi falsi commessi in Iraq e in Afghanistan, si può supporre che gli Stati Uniti abbiano compreso che anche se l'America è la maggiore potenza mondiale è tuttavia ancora incapace di far prevalere i propri interessi unilateralmente. Washington ha capito che avrà bisogno di diversi alleati per conservare il proprio primato. Dunque gli americani si sono dati da fare per approfondire la cooperazione strategica con gli alleati tradizionali (Giappone, Australia, Nuova Zelanda e via dicendo). Inoltre gli Stati Uniti hanno cercato di sedurre l'India e di coinvolgerla in una NATO asiatica, fatto che trasformerebbe drammaticamente l'intero equilibrio delle forze in Eurasia.

Per l'Impero Britannico l'India era la colonia più preziosa perché portava grandi profitti e soprattutto la sua posizione geografica era strategicamente significativa. Secondo il CIA World Factbook, l'India nel 2008 è salita al dodicesimo posto nella classifica delle maggiori economie mondiali grazie alla crescita del suo PIL. Inoltre l'India è situata strategicamente nella parte meridionale del continente eurasiatico e il suo territorio è molto vasto. La popolazione indiana è un altro bene prezioso, perché il paese ha una classe professionale molto competitiva a livello internazionale. Ultimo ma non meno importante aspetto, non va dimenticato che l'India ha un arsenale nucleare.

Sembra che l'India abbia abbandonato la sua politica di non allineamento dei tempi della Guerra Fredda. Pare infatti che Delhi si sia lentamente avvicinata all'orbita angloamericana e ai suoi alleati. Alcuni membri della dirigenza politica indiana sono apertamente ostili alla Cina. Per esempio, l'ex Ministro della Difesa indiano George Fernandes disse che la Cina era “il nemico numero uno dell'India”, e questa affermazione conferma che almeno alcuni dirigenti politici di Delhi sono realmente convinti che la Repubblica Popolare Cinese sia una sorta di rivale strategico, anche se la maggioranza di essi non esprime questo punto di vista per timore di ripercussioni diplomatiche.

Il Bharatiya Janata Party (BJP) è una forza politica indiana che, tra le altre cose, promuove una politica estera più aggressiva e appoggia anche un programma fortemente nazionalista. Se gli attentati di Mumbai del 2008 fossero stati davvero un'operazione clandestina condotta dall'affiliato della CIA, l'ISI (i servizi segreti pakistani, cui si è fatto ricorso in Cecenia, in Afghanistan, nei Balcani e ovunque fosse necessaria una plausibile smentita) uno dei suoi obiettivi sarebbe il consolidamento politico delle forze indiane (come il BJP) ben più disposte dell'attuale amministrazione guidata dal Partito del Congresso ad accettare un'alleanza con gli Stati Uniti.

La dice lunga il fatto che il Dalai Lama (che è ancora probabilmente un uomo della CIA) continui a operare indisturbato da Dharamsala (soprannominata “piccola Lhasa”), in India, il che dimostra che Delhi politicamente non vede l'ora di contenere l'ascesa della Cina. L'India è anche interessata ad avere accesso alle abbondanti riserve di risorse naturali del Tibet, in particolare l'acqua e l'uranio.

Alcuni anni fa, l'India era disposta a negoziare con l'Iran per garantire la propria sicurezza energetica. Sembra però che Washington sia riuscita a mandare all'aria quei colloqui. Ci si può solo chiedere cosa sia stato promesso o concesso a Delhi in cambio di ciò. È anche interessante il fatto che gli Stati Uniti prevedano un trasferimento di tecnologia nucleare all'India.

L'India ha anche cercato contatti più stretti con altri alleati degli Stati Uniti. Per esempio Delhi è diventata un grande compratore di armi e di sistemi di difesa di fabbricazione israeliana.

D'altro canto, però, l'India è Stato osservatore della SCO. Tuttavia Delhi non avrebbe chiesto di potervi entrare come membro a tutti gli effetti in seguito alle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti. L'India è un importante acquirente di mezzi militari di fabbricazione russa, compresi aerei e carri armati. Inoltre la Russia e l'India stanno collaborando allo sviluppo di un caccia stealth di quinta generazione.

Durante la Guerra Fredda le relazioni tra la Russia e l'India erano strette. Il Cremlino sa che le due potenze non hanno interessi nazionali reciprocamente esclusivi, cosa che non si può dire delle relazioni sino-indiane. Mosca e Delhi condividono il desiderio di contrastare l'irrequietezza islamica in Asia Centrale. Il Presidente Medvedev ha recentemente annunciato che il Governo russo prenderà in considerazione la possibilità di condividere la propria tecnologia nucleare con l'India per dare impulso ai legami bilaterali, impegno chiaramente volto a mettere fuori gioco gli americani.

Insomma, gli americani sono molto interessati a creare una “NATO asiatica”; ciononostante, una tale organizzazione non avrebbe senso se l'India non ne facesse parte. Questo spiega perché gli Stati Uniti si siano dimostrati piuttosto favorevoli a fare una serie di concessioni all'India in cambio della lealtà geopolitica e strategica di quest'ultima. A questo punto non si sa se l'India aderirà a una simile alleanza. Forse le élite politiche indiane devono ancora decidere se si allineeranno con gli atlantisti (gli americani e gli europei), con gli eurasiatisti (i russi e i cinesi) oppure... con nessuno dei due. In fin dei conti Delhi può anche metterli gli uni contro gli altri per ottenere il maggior numero possibile di concessioni da entrambi senza essere per forza costretta a schierarsi. Comunque, se l'India deciderà a favore di uno dei due campi, produrrà un terremoto geopolitico in tutta l'Eurasia.

Originale: Is an "Asian NATO" Really On The US Agenda?

Articolo originale pubblicato il 28/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 28, 2009

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

Lo stop della Russia agli Stati Uniti sulla rotta verso l'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

Preciso, rapido, mortale: sono solo queste le competenze richieste a un soldato. Ma il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il Generale David Petraeus, è più di un soldato. Il mondo si sta abituando a considerarlo quasi uno statista. Certo, la seduzione della guerra fa ancora presa su di lui, ma ci si aspetta anche che sia consapevole delle realtà politiche delle due guerre che sta conducendo, in Iraq e in Afghanistan.

Ecco perché ha fatto un passo falso, lo scorso martedì, quando durante una visita in Pakistan ha detto che l'esercito americano si era assicurato degli accordi per far transitare i rifornimenti verso l'Afghanistan da nord, allentando la pesante dipendenza dalla rotta pakistana. “Sono stati raggiunti degli accordi, e adesso ci sono linee di transito e accordi di transito per rifornimenti e servizi che coinvolgono diversi paesi centro-asiatici e la Russia”, ha dichiarato Petraeus.

È stato inutilmente preciso, come un soldato. Forse doveva impressionare i generali pakistani facendo loro capire che non avrebbero potuto continuare ancora a lungo a tenere in ostaggio le forze statunitensi in Afghanistan. Oppure era semplicemente esasperato dall'ambiguità e la doppiezza dei generali del sud-ovest asiatico.

Un'impressionante valutazione dell'intelligence russa resa nota da Mosca rivela che quasi la metà dei rifornimenti statunitensi che passano attraverso il Pakistan viene rubata da un miscuglio di militanti talebani, venditori ambulanti e semplici ladri. L'esercito degli Stati Uniti viene rapinato alla luce del sole e non può farci molto. Quasi l'80% di tutti i rifornimenti diretti in Afghanistan passano attraverso il Pakistan. Il bazar di Peshawar ospita un florido commercio di articoli militari statunitensi rubati, come negli anni Ottanta durante il jihad afghano contro l'Unione Sovietica. Questo volume di affari registrerà un poderoso balzo in avanti con il raddoppio dei soldati americani in Afghanistan, che saliranno a 60.000. Le guerre sono essenzialmente delle tragedie, ma non mancano di lati comici.

Mosca smentisce
In ogni caso, un giorno dopo le affermazioni di Petraeus Mosca si è affrettata a correggerlo. Il vice ministro degli Esteri Aleksej Maslov ha dichiarato all'Itar-Tass: “Alla missione permanente della Russia alla NATO non è stato sottoposto alcun documento ufficiale che certifichi che la Russia ha autorizzato gli Stati Uniti e la NATO a trasportare merci militari attraverso il paese”.

Il giorno dopo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha aggiunto da Bruxelles: “Non sappiamo niente del presunto accordo della Russia sul transito dei rifornimenti militari degli americani o della NATO. Ci sono state indicazioni in tal senso, ma non sono state formalizzate”. E con un tocco di ironia Rogozin ha insistito che la Russia desiderava il successo dell'alleanza militare in Afghanistan.

“Posso responsabilmente dire che, nel caso di una sconfitta della NATO in Afghanistan, i fondamentalisti ispirati da questa vittoria punteranno a nord. Prima colpiranno il Tagikistan, poi cercheranno di entrare nell'Uzbekistan... Se le cose vanno male, nel giro di dieci anni i nostri ragazzi dovranno combattere estremisti islamici ben armati e ben organizzati da qualche parte del Kazakistan”, ha aggiunto il popolare politico moscovita passato alla carriera diplomatica.

Gli esperti russi hanno fatto sapere che Mosca guarda con inquietudine alle trattative degli Stati Uniti con i paesi centro-asiatici per la firma di accordi di transito bilaterali che escludano la Russia. Sono stati raggiunti accordi con la Georgia, l'Azerbaigian e il Kazakistan. Mosca capisce che gli Stati Uniti continuano a mirare a una nuova rotta di transito caspica che comporti il passaggio dei rifornimenti attraverso la Georgia verso l'Azerbaigian, da lì al porto kazako di Aktau e attraverso il territorio uzbeko all'Amu Darya fino all'Afghanistan settentrionale.

Gli esperti russi stimano che la rotta di transito caspica possa diventare una rotta energetica nella direzione opposta, e questo equivarrebbe a una sconfitta strategica per la Russia nella decennale lotta per le riserve di idrocarburi della regione.

La Russia preme per avere un ruolo a Kabul
Effettivamente l'Uzbekistan è il paese-chiave dell'Asia Centrale nel grande gioco per la rotta di transito settentrionale verso l'Afghanistan. Durante la visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Taškent, la scorsa settimana, l'Afghanistan è stato un argomento cruciale. Medvedev ha caratterizzato le relazioni russo-uzbeke come un'“alleanza e partenariato strategico” e ha detto che sulle questioni relative all'Afghanistan la cooperazione di Mosca con Taškent assume un'“importanza eccezionale”.
Ha anche detto che con il Presidente uzbeko Islam Karimov c'è accordo sul fatto che non possa esserci alcuna “soluzione unilaterale” al problema afghano e che “non è possibile risolvere nulla senza prendere in considerazione l'opinione collettiva di stati che hanno un interesse nella risoluzione della situazione”.

Ma soprattutto Medvedev ha sottolineato che la Russia non ha obiezioni in merito all'idea del Presidente Barack Obama di collegare i problemi dell'Afghanistan e del Pakistan, ma per una ragione del tutto diversa, in quanto “non è possibile esaminare la creazione e lo sviluppo di un sistema politico moderno in Afghanistan isolandolo dal contesto della normalizzazione delle relazioni tra l'Afghanistan e il Pakistan nelle regioni di confine tra i due paesi, mettendo in moto gli adeguati meccanismi internazionali e via dicendo”.

Mosca tocca raramente la delicata questione della Linea Durand, cioè il controverso confine che separa l'Afghanistan e il Pakistan. Medvedev ha sottolineato che la Russia resta parte in causa, in quanto “è necessario far sì che questi problemi vengano risolti su base collettiva”.

In secondo luogo, Medvedev ha messo in chiaro che Mosca resisterà ai tentativi degli Stati Uniti di espandere la propria presenza politica e militare nelle regioni centro-asiatiche e del Caspio. Ha affermato infatti: “Questa è una regione-chiave, una regione in cui si svolgono diversi processi e nella quale la Russia ha un lavoro cruciale da svolgere per coordinare le nostre posizioni con i nostri colleghi e contribuire a trovare soluzioni comuni ai problemi più complessi”.

In parole povere, Mosca non consentirà che si ripeta la tattica degli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, quando vollero imporre una presenza militare in Asia Centrale come misura temporanea e poi procedettero freddamente a trasformarla in una base d'appoggio a lungo termine.

Karzai guarda a Mosca
È interessante che le affermazioni di Medvedev coincidano con la notizia secondo la quale Washington starebbe abbandonando il Presidente afghano Hamid Karzai e progettando di istallare un nuovo “dream team” a Kabul.

Medvedev aveva scritto a Karzai offrendogli assistenza militare. Karzai ha apparentemente accettato l'offerta russa, ignorando le obiezioni degli Stati Uniti secondo cui in base ad accordi segreti tra USA e Afghanistan Kabul doveva ottenere il consenso di Washington prima accordarsi con paesi terzi.

Una dichiarazione rilasciata lunedì scorso dal Cremlino diceva che la Russia è “pronta a fornire ampia assistenza a un paese indipendente e democratico [l'Afghanistan] che conviva con i suoi vicini in un'atmosfera pacifica. La cooperazione nel settore della difesa... contribuirà efficacemente a instaurare la pace nella regione”. Per Kabul ha senso stringere accordi militari con la Russia, dato che le forze armate afghane usano sistemi d'arma sovietici. Ma Washington non vuole una “presenza” russa a Kabul.

Ovviamente Mosca e Kabul hanno sfidato il segreto potere di veto degli Stati Uniti sulle relazioni esterne dell'Afghanistan. Lo scorso venerdì a Mosca si sono incontrati diplomatici russi e afghani, i quali si sono “impegnati a continuare a sviluppare la cooperazione russo-afghana in ambito politico, commerciale ed economico, nonché nella sfera umanitaria”. Significativamente, hanno anche “rilevato l'importanza della Shanghai Cooperation Organization [SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, anche nota come Gruppo di Shanghai, N.d.T.]”, che è dominata dalla Russia e dalla Cina.

La SCO vuole un ruolo nella risoluzione del problema afghano
Washington non può censurare apertamente Karzai impedendogli di avvicinarsi alla Russia (e alla Cina), giacché l'Afghanistan è teoricamente un paese sovrano. Nel frattempo, Mosca sta assumendo un ruolo nelle aspirazioni di Kabul all'indipendenza. Mosca ha intensificato i propri sforzi per ospitare una conferenza internazionale sull'Afghanistan sotto l'egida della SCO. Gli Stati Uniti non vogliono che Karzai legittimi un ruolo della SCO nel problema afghano. Ed è qui che sorge l'attrito.

Il 14 gennaio Mosca ha ospitato un incontro tra i vice ministri degli Esteri dei paesi membri della SCO (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). Il ministero degli Esteri russo ha in seguito annunciato una conferenza prevista per la fine di marzo. L'iniziativa russa ha ricevuto grande impulso grazie alla decisione di Iran e India di partecipare alla conferenza.

Nuova Delhi ha accolto con favore l'opportunità di svolgere un ruolo più importante come membro osservatore della SCO e intende “partecipare maggiormente” alle attività dell'organizzazione. In particolare, Nuova Delhi ha “espresso interesse a prendere parte alle attività” del gruppo di contatto della SCO sull'Afghanistan.

La grande domanda ora è: Karzai coglierà queste tendenze regionali e risponderà all'apertura della SCO, liberando Kabul dalla morsa di Washington? Di certo Washington è in corsa contro il tempo per produrre un “cambiamento di regime” a Kabul.

Il fatto è che un numero sempre maggiore di paesi della regione trovano difficile accettare il monopolio statunitense sulla risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington faticherà a dissociarsi dalla conferenza della SCO prevista a marzo e avrebbe idealmente voluto che anche Karzai se ne fosse tenuto lontano, pur trattandosi di una iniziativa regionale a pieno titolo che coinvolge tutti i vicini dell'Afghanistan.

Sicuramente la SCO metterà l'Afghanistan all'ordine del giorno del vertice annuale che si terrà ad agosto a Ekaterinburg, in Russia. Pare che in questa fase Washington non sia in grado di distogliere la SCO dal suo proposito, a meno di coinvolgere le potenze regionali nella ricerca di una soluzione del problema afghano e consentire loro di parteciparvi appieno com'è loro legittimo interesse.

L'attuale linea di pensiero statunitense, d'altro canto, è orientata a stringere “grandi accordi” bilaterali trattando separatamente con le potenze regionali e impedendo loro di coordinarsi collettivamente sulla base di preoccupazioni e interessi condivisi. Ma le potenze regionali vedono il piano degli Stati Uniti per quello che è: un'astuta mossa del solito divide et impera..

Mosca respinge l'impegno selettivo
Senza dubbio queste manovre diplomatiche rivelano anche il deficit di fiducia nelle relazioni russo-americane. Mosca esprime ottimismo sulla capacità d Obama di affrontare in modo costruttivo i problemi accumulatisi nei rapporti USA-Russia. Ma non si è parlato di Russia né nel discorso di insediamento di Obama né nel documento sulla politica estera che espone il suo programma.

Lo scorso martedì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha così sintetizzato le aspettative minime di Mosca: “Spero che gli elementi controversi delle nostre relazioni, come la difesa anti-missile, l'opportunità dell'allargamento della NATO... verranno risolti sulla base del pragmatismo, senza la presa di posizione ideologica che ha caratterizzato l'amministrazione uscente... Ci siamo accorti che... Obama era disposto a prendersi una pausa sulla questione della difesa anti-missile... e a valutare la sua efficacia e la sua efficienza in termini di costi”.

Ma la Russia non è tra le priorità della nuova amministrazione statunitense. Inoltre, come osservava la scorsa settimana l'influente quotidiano Nezavisimaja Gazeta, “Un consistente numero di congressisti [statunitensi] di entrambi i partiti ritengono che la Russia abbia bisogno di una lavata di capo”. L'attuale priorità della Russia sarà di organizzare presto un incontro tra Lavrov e il Segretario di Stato Hillary Clinton, e prima di questo incontro tutte le questioni – compresa quella spinosa della rotta di transito verso l'Afghanistan – resteranno in sospeso.

Pertanto, nella conferenza stampa di Taškent Medvedev ha acconsentito in linea di principio a concedere agli Stati Uniti il permesso di usare una rotta di transito verso l'Afghanistan che passi per il territorio russo, ma al contempo ha precisato che “Questa dev'essere una cooperazione a tutti gli effetti e su base paritaria”. Ha ricordato a Obama che la strategia del “surge” – l'aumento del livello di truppe in Afghanistan – potrebbe non sortire gli effetti auspicati. “Speriamo che la nuova amministrazione abbia maggiore successo di quella che l'ha preceduta nelle questioni relative all'Afghanistan”, ha detto Medvedev.

Evidentemente Petraeus ha trascurato il fatto che l'inutile ostinazione con cui gli Stati Uniti mantengono il controllo geopolitico dell'Hindu Kush, proprio nel cuore dell'Asia, è diventata una questione controversa. Indipendentemente dai bei discorsi, l'amministrazione Obama troverà difficile sostenere il mito che la guerra afghana serva esclusivamente a sconfiggere una volta per tutte al-Qaeda e i taliban.

Originale: Russia stops US on road to Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 27/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 21, 2009

Oggi Gaza, domani il Libano?

La prossima guerra di Israele: oggi la Striscia di Gaza, domani il Libano?

di Mahdi Darius NAZEMROAYA


In Medio Oriente c'è la diffusa convinzione che la guerra contro Gaza sia un'estensione della guerra del 2006 contro il Libano. Non c'è dubbio che la guerra nella Striscia di Gaza faccia parte dello stesso conflitto.

Inoltre, dalla sconfitta israeliana nel 2006, Tel Aviv e Washington non hanno abbandonato il progetto di trasformare il Libano in uno stato cliente.

Il Primo Ministro Ehud Olmert ha praticamente detto al Presidente francese Nicolas Sarkozy, in visita a Tel Aviv agli inizi di gennaio, che Israele stava attaccando l'Hamas nella Striscia di Gaza e che un domani avrebbe combattuto l'Hezbollah in Libano. [1]

Il Libano è ancora nel mirino. Israele sta cercando una giustificazione o un pretesto per scatenare un'altra guerra contro il Libano.

Washington e Tel Aviv avevano inizialmente sperato di controllare Beirut attraverso le forze politiche dell'Alleanza del 14 Marzo. Quando risultò chiaro che quelle forze non sarebbero riuscite a dominare politicamente il Libano, si lasciò mano libera all'esercito israeliano con l'obiettivo di rovesciare una volta per tutte l'Hezbollah e i suoi alleati. [2] Nel 2006 le aree in cui il sostegno all'Hezbollah e ai suoi alleati politici era più forte furono oggetto degli attacchi israeliani più violenti nel tentativo di ridurre, se non eliminare, l'appoggio della popolazione.

Dopo la guerra del 2006, la seconda sconfitta israeliana in Libano, Washington e Tel Aviv con l'aiuto di Giordania, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita cominciarono ad armare i loro protetti all'interno del Libano perché attuassero l'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati. Dopo il breve periodo di lotte interne tra l'Opposizione Nazionale Libanese e l'Alleanza del 14 Marzo e l'Accordo di Doha, firmato in Qatar il 21 maggio 2008 in seguito al fallimento dell'opzione della lotta armata interna contro l'Hezbollah e i suoi alleati, il piano israelo-statunitense per sottomettere il Libano è stato drammaticamente compromesso.

È stato formato un “governo di unità nazionale” in cui l'Opposizione Nazionale Libanese – non solo l'Hezbollah – ha il potere di veto potendo contare su un terzo dei seggi del governo, compreso quello del vice primo ministro.

L'obiettivo in Libano è il “cambiamento di regime” e la repressione di tutte le forme di opposizione politica. Ma come? I pronostici per le elezioni generali del 2009 in Libano non sono favorevoli all'Alleanza del 14 Marzo. In assenza di un'opzione armata o politica in grado di condurre all'instaurazione di una “democrazia” spalleggiata dagli Stati Uniti, Washington e il suo indefettibile alleato Israele hanno scelto l'unica strada rimasta: una soluzione militare, un'altra guerra al Libano. [3]
Incrociare le armi III: Israele simula una guerra su due fronti contro Libano e Siria
Questa guerra è già a uno stadio avanzato di pianificazione. Nel novembre del 2008, un mese prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha condotto delle esercitazioni per una guerra su due fronti contro il Libano e la Siria chiamata Shiluv Zro’ot III (Incrociare le Armi III). [4]

L'esercitazione militare comprendeva la simulazione di un'invasione della Siria e del Libano. Diversi mesi prima Tel Aviv aveva inoltre avvisato Beirut che avrebbe dichiarato guerra a tutto il Libano e non solo all'Hezbollah. [5]

La giustificazione di Israele per questi preparativi di guerra era che l'Hezbollah si era fatto più forte e dopo l'Accordo di Doha faceva parte del governo libanese. L'Accordo era stato firmato nel Qatar tra l'Alleanza del 14 Marzo e l'Opposizione Nazionale Libanese. Vale la pena di osservare che l'Hezbollah era membro del governo di coalizione libanese prima della guerra del 2006 di Israele contro il Libano.

Senza dubbio Tel Aviv citerà il sostegno dell'Hezbollah all'Hamas a Gaza per motivare una guerra preventiva contro il Libano all'insegna della lotta contro il terrorismo islamico. In tale contesto, Dell Lee Dailey, capo della sezione ani-terrorismo del Dipartimento di Stato americano, aveva detto in un'intervista ad Al-Hayat che un attacco israeliano contro il Libano era “imminente” e rientrava nell'ambito della lotta contro il terrorismo. [6]

Guerra lampo in preparazione
Tel Aviv ha progettato una guerra lampo su vasta scala contro tutto il Libano che comprende anche un'invasione di terra immediata. [7] Poco prima dell'inizio del massacro nella Striscia di Gaza, le autorità civili e militari israeliane avevano promesso che nessun villaggio libanese sarebbe rimasto immune dalla furia dei bombardamenti aerei israeliani a prescindere dalla religione, la setta e/o l'orientamento politico. [8]

In sostanza, Tel Aviv ha promesso di distruggere completamente il Libano. Israele ha anche confermato che in una guerra futura contro il Libano prenderà di mira l'intero paese e non il solo Hezbollah, cosa che in pratica era già successa negli attacchi aerei israeliani del 2006. [9]

Il Jerusalem Post cita le parole del Generale di Brigata Michael Ben-Baruch, uno degli addetti alla supervisione delle esercitazioni militari: “Nell'ultima guerra abbiamo sparato per smantellare l'attività dell'Hezbollah” e “La prossima volta spareremo per distruggere”. [10]

Dopo la sconfitta di Israele nel 2006, il governo israeliano ammise che il suo “grande errore” era stato quello che contenersi invece di attaccare il Libano con tutta la forza del suo esercito. Le autorità israeliane hanno dichiarato che nell'eventualità di una futura guerra contro i libanesi saranno prese di mira tutte le infrastrutture civili e statali.

La nuova dottrina della difesa di Beirut: una minaccia per gli interessi e gli obiettivi israeliani per il controllo del Libano
Perché il Libano è nuovamente nel mirino?
La risposta è geopolitica e strategica. È anche legata a questioni di consenso politico e alle elezioni generali del 2009 in Libano. In seguito alla formazione di un governo di unità nazionale a Beirut sotto un nuovo presidente, Michel Suleiman (Sleiman), è stata concepita una nuova dottrina della difesa per il paese. L'obiettivo di questa dottrina è tenere a bada Israele e portare la sicurezza e la stabilità politica nel paese.

Al dialogo per una “Strategia di Difesa Nazionale” tenutosi tra i 14 firmatari libanesi dell'Accordo di Doha, tutte le parti hanno concordato sul fatto che Israele rappresenta una minaccia per il Libano.
Nei mesi precedenti alla campagna militare israeliana contro Gaza, Beirut ha intrapreso importanti passi diplomatici e politici. Il Presidente Michel Suleiman, accompagnato da vari ministri, ha visitato Damasco (la sua prima visita di stato bilaterale, 13-14 agosto 2008) e Teheran (24-25 novembre 2008).

Anche il Generale Jean Qahwaji (Kahwaji), il comandante delle Forze Armate libanesi, è sato a Damasco (29 novembre 2008) per consultazioni con la sua controparte siriana, il Generale Al-Habib. Durante la visita a Damasco il Generale Qahwaji ha anche incontrato il Generale Hassan Tourkmani, il ministro della difesa della Siria e il Presidente siriano. [11] Il suo viaggio seguiva la visita in Siria del ministro degli interni libanese, Ziad Baroud, e rientrava nello stesso ambito. [12] Nel frattempo il ministro della difesa del Libano, Elias Murr, si è recato in visita ufficiale a Mosca (16 dicembre 2008).

Ciò che ha cominciato a emergere da questi colloqui è che sia Mosca che Teheran avrebbero fornito armi alle Forze Armate libanesi, che precedentemente erano equipaggiate con materiale militare di fascia bassa di fabbricazione statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre proibito all'esercito libanese di procurarsi armi pesanti in grado di sfidare la forza militare israeliana.

Si è anche saputo che la Russia avrebbe donato a Beirut 10 caccia MiG-29 in linea con la nuova strategia di difesa del Libano. [13] L'impiego dei MiG-29 russi comporta anche l'installazione di sistemi radar e di rilevamento a distanza. Il Libano è inoltre interessato a carri armati, razzi anticarro, veicoli corazzati ed elicotteri militari russi. [14]

L'Iran ha proposto di fornire all'esercito libanese missili a medio raggio nel quadro di un accordo quinquennale di difesa tra l'Iran e il Libano. [15] Durante la sua visita in Iran, Michel Suleiman ha incontrato i funzionari della difesa iraniani ed è andato a una fiera dell'industria della difesa iraniana.

Se i colloqui con Mosca e Teheran servivano ad armare l'esercito libanese, i colloqui con i siriani erano volti a stabilire e consolidare un quadro comune di difesa e sicurezza diretto contro un'aggressione israeliana. [16]

Integrare l'Hezbollah nelle Forze Armate libanesi
Anche Michel Aoun, leader del Libero Movimento Patriottico e del Blocco parlamentare per la Riforma e il Cambiamento, si è recato in visita a Teheran (12-16 ottobre 2008; prima della visita ufficiale di Michel Suleiman), e in seguito a Damasco (3-7 dicembre 2008). [17] Michel Aoun, che è un figura centrale nel “consenso politico”, ha avallato e ribadito la sua alleanza politica con l'Hezbollah.

Pur sollecitando il disarmo pacifico dell'Hezbollah nell'ambito della strategia di difesa libanese, Aoun ha accettato il fatto che i combattenti Hezbollah si integreranno nell'esercito libanese. Il processo di disarmo avverrà solo al momento giusto e quando Israele non rappresenterà più una minaccia per il Libano. L'Hezbollah ha ampiamente acconsentito a disarmarsi, se e quando non esisterà una minaccia israeliana alla sicurezza del paese. Questa posizione sulle armi dell'Hezbollah è specificata nella clausola 10 (La Protezione del Libano) del memorandum di intesa con l'Hezbollah del 6 febbraio 2006 che Michel Aoun ha firmato a nome del suo partito politico, il Libero Movimento Patriottico.

Rientrato da Teheran, Aoun ha anche presentato le sue argomentazioni a favore della formazione di una nuova strategia di difesa libanese e ha annunciato che l'esito del suo viaggio in Iran si sarebbe concretizzato nel giro di circa sei mesi. Aoun ha detto anche che l'Iran, in quanto “grande potenza regionale tra il Libano e la Cina”, assume un'importanza strategica per gli interessi libanesi. [18]

Gli amici politici di Washington in Libano sono allarmati dalla direzione che sta prendendo il paese grazie alla nuova strategia di difesa. Hanno criticato gli acquisti di armi dall'Iran e la cooperazione difensiva con la Siria. Hanno anche attaccato il viaggio in Siria del Generale Jean Qahwaji su incarico unanime del governo libanese. [19] Inoltre, queste forze libanesi pro-Stati Uniti premono per una “politica di difesa neutrale” “alla svizzera”. Una simile posizione di “neutralità” sarebbe vantaggiosa per gli Stati Uniti e Israele da un punto di vista geopolitico e strategico. Inutile dire che con l'incombente minaccia di un'aggressione militare israeliana questa posizione si sta dimostrando alquanto popolare in Libano.

Porre fine alle pressioni israelo-americane su Beirut per naturalizzare i rifugiati palestinesi
La formazione di una nuova e attiva dottrina della difesa implica che i combattenti dell'Hezbollah verranno incorporati nelle Forze Armate libanesi e che le attuali forze paramilitari dell'Hezbollah saranno sciolte quando si realizzeranno determinate condizioni.

Dunque si risolverebbe così una cruciale questione politica del Libano. Con l'integrazione dei combattenti Hezbollah nell'esercito del paese e con l'assistenza militare della Russia e dell'Iran il Libano acquisirebbe capacità difensive che gli permetterebbero di affrontare la minaccia dell'aggressione militare israeliana. Questi sviluppi, contrari al tipico schema di regimi mediorientali clienti degli Stati Uniti modellati sull'esempio dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, hanno allarmato Tel Aviv, Washington e Londra.

A seguito del ravvicinamento del Libano alla Russia e all'Iran, due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano sono stati mandati in tutta fretta a Beirut nel mese di dicembre. [20] Durante la loro missione, Dell Lee Dailey e David Hale, rispettivamente Coordinatore dell'Ufficio Contro-Terrorismo del Dipartimento di Stato e vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari mediorientali, hanno rinnovato le velate minacce di un attacco israeliano contro il Libano attribuendone la responsabilità all'Hezbollah. [21] Queste minacce sono dirette a tutto il Libano. Servono a impedire l'attuazione della sua nuova dottrina della difesa.

Il tempo è agli sgoccioli per i tentativi di Israele, gli Stati Uniti e la NATO di ostacolare l'attuazione della nuova strategia di difesa nazionale di Beirut.

Israele non avrebbe più pretesti per lanciare nuove incursioni militari nel Libano se l'Hezbollah dovesse diventare un partito politico a tutti gli effetti in base alla nuova strategia di difesa libanese. Inoltre, se Beirut fosse in grado, grazie a un nuovo accordo per la difesa, di proteggere i suoi confini dalle minacce militari, questo non solo porrebbe fine alle ambizioni di Tel Aviv di dominare politicamente ed economicamente il Libano, ma farebbe anche cessare le pressioni israeliane sul Libano per naturalizzare i rifugiati di guerra palestinesi che attendono di fare ritorno alle loro terre ancestrali occupate da Israele.

Chiaramente la questione della naturalizzazione dei palestinesi in Libano è anche legata al processo di creazione del consenso politico interno e alla nuova strategia di difesa, ed è stata discussa da Michel Suleiman con le autorità iraniane a Teheran. [22]

La polveriera mediorientale: uno scenario da terza guerra mondiale? Nel 2006, quando Israele attaccò il Libano, la guerra fu presentata all'opinione pubblica internazionale come un conflitto tra Israele e l'Hezbollah. Essenzialmente la guerra del 2006 era un attacco israeliano contro tutto il Libano. Il governo di Beirut non riuscì a prendere posizione, dichiarò la propria “neutralità” e l'esercito libanese ricevette l'istruzione di non intervenire contro gli invasori israeliani. Ciò era dovuto al fatto che i partiti politici dell'Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri che dominava il governo libanese si aspettavano che la guerra finisse presto, che l'Hezbollah (loro avversario politico) fosse sconfitto e che gli fosse precluso qualsiasi ruolo significativo sulla scena politica libanese. È successo l'esatto contrario.

Inoltre, se il governo libanese avesse dichiarato guerra a Israele in risposta all'aggressione israeliana, la Siria sarebbe stata costretta da un trattato bilaterale libanese-siriano firmato nel 1991 a intervenire a fianco del Libano.

Nel caso di una futura guerra israeliana contro il Libano, assume importanza cruciale la struttura delle alleanze militari. La Siria potrebbe di fatto intervenire a fianco del Libano. Se la Siria entrasse nel conflitto, Damasco chiederebbe il sostegno di Teheran in base a un accordo bilaterale di cooperazione militare con l'Iran.

Si verificherebbe dunque un'escalation potenzialmente incontrollabile.

Se l'Iran dovesse intervenire a fianco di Libano e Siria in una guerra difensiva contro Israele, interverrebbero anche gli Stati Uniti e la NATO trascinandoci in una guerra più vasta.

L'Iran e la Siria hanno entrambi accordi di cooperazione militare con la Russia. L'Iran ha anche accordi bilaterali di cooperazione militare con la Cina. L'Iran fa inoltre parte della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o Gruppo di Shanghai). Gli alleati dell'Iran, che comprendono la Russia, la Cina, gli stati membri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbero essere tutti coinvolti nel conflitto allargato.

NOTE

[1] 'We’re fed up with empty gestures’, The Jerusalem Post, January 6, 2009.

[2] La militarizzazione del Libano, la distruzione di ogni credibile resistenza armata a Israele nel Libano, e la volontà di colpire la Siria erano tutti fattori alla base degli attacchi israeliani del 2006.

[3] Andrebbe osservato che i combattimenti tra l'Hamas e il Fatah e la campagna israeliana contro la Striscia di Gaza cominciata il 27 dicembre 2008 hanno bloccato il processo elettorale palestinese.

[4] Amos Harel, IDF concludes large drill simulating double-front war in North, Haaretz, November 6, 2008.

[5] Barak Ravid, Israel: Lebanon is responsable for Hezbollah’s actions, Haaretz, August 8, 2008.

[6] "Hezbollah Terrorist Group; War with Israel Imminent", Al-Manar, December 17, 2008

[7] Yakkov Katz, Preparing for a possible confrontation with Hizbullah, The Jerusalem Post, December 11, 2008.

[8] Andrew Wander, Top Israeli officer says Hizbullah will be destroyed in five days 'next time', The Daily Star (Lebanon), December 17, 2008.

[9] Ibid.

[10] Yakkov Katz, Preparing for a possible, Op. cit.

[11] Ahmed Fathi Zahar et al., President al-Assad Receives General Qahwaji, Underlines Role of Lebanese Army in Defending Lebanon's Security and Stability, Syrian Arab News Agency (SANA), November 29, 2008.

[12] Lebanese army commander pays visit to Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[13] Wang Yan, Russian donation of 10 Mig-29 fighters to Lebanon raises suspicions, Xinhua News Agency, December, 17, 2008; Yoav Stern, Russia to supply Lebanon with 10 MiG-29 fighter jets, Haaretz, December 17, 208; Russia 'to give' Lebanon war jets, British Broadcasting Corporation News (BBC News), December 17, 2008.

[14] Lebanon defense minister to talk arms in Moscow, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), December 15, 2008.

[15] Zheng E, Lebanese president requests medium weapons from Iran, Xinhua News Agency, November 26, 2008; Kahwaji stresses LAF role, while politicians bicker some more, The Daily Star (Lebanon), November 27, 2008; Russian donation, Op. cit.

[16] Sun, Lebanese army commander returns from Syria, Xinhua News Agency, November 30, 2008.

[17] Sami Moubayed, Former foe a celebrity in Damascus, Gulf News, December 4, 2008.

[18] Aoun: Iran, most powerful country, Islamic Republic News Agency (IRNA), October 21, 2008.

[19] Lebanese ctiticizes army commander's visit to Syria [sic.], Xinhua News Agency, December 1, 2008.

[20] More praise for Russia's promise of 'free' MiGs, Agence France-Presse (AFP) and The Daily Star (Lebanon), December 18, 2008.

[21] War with Israel Imminent, Op. cit.; US envoy warns against rearming Lebanon's Hezbollah, Deutsche Presse-Agentur/German Press Agency (DPA), December 17, 2008.

[22] Kahwaji stresses LAF role, Op. cit.


Originale: Israel's Next War: Today the Gaza Strip, Tomorrow Lebanon? Articolo originale pubblicato il 17/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 19, 2009

Nazemroaya a proposito della guerra israeliana contro Gaza

[Questo pezzo di Nazemroaya sintetizza e aggiorna un lungo e complesso articolo di quasi un anno fa, "La NATO e Israele: strumenti delle guerre americane in Medio Oriente", che potete leggere a questo indirizzo].

La guerra israeliana contro la Striscia di Gaza: “I dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”


di Mahdi Darius NAZEMROAYA

Per comprendere realmente lo specifico bisogna capire il generale, e per dominare la conoscenza del generale bisogna comprendere lo specifico.
Quello che sta accadendo nei Territori Palestinesi si ricollega a ciò che sta accadendo in tutto il Medio Oriente e nell'Asia Centrale, dal Libano all'Iraq e all'Afghanistan presidiato dalla NATO, come parte di un più vasto obiettivo geostrategico. Tutti gli eventi in atto in Medio Oriente compongono un gigantesco rompicapo geopolitico: ciascun pezzo fornisce solo una parte del quadro, ma mettendo insieme tutti questi pezzi è possibile vedere il quadro nel suo complesso.

Per questa ragione a volte è necessario esaminare più di un singolo evento per giungere a una migliore comprensione di un altro evento, anche se talvolta ciò costringe ad ampliare il proprio raggio di osservazione.

Il testo seguente si basa su alcuni capitoli fondamentali di un testo precedente e più esteso. Questo è breve ma complesso, e maggiormente concentrato sui fatti che hanno luogo nei Territori Palestinesi e sul loro ruolo nella più ampia concatenazione di eventi in atto nella regione Mediterranea e del Medio Oriente.

Operazione Piombo Fuso: i “dolori del parto di una nuova Palestina”
Gli attacchi israeliani contro i palestinesi nella Striscia di Gaza rientrano in un più ampio progetto geo-strategico. Secondo Israele e gli Stati Uniti fanno parte dei “dolori del parto di una nuova Palestina e di un nuovo Medio Oriente”. Ma questo progetto non si svilupperà come hanno previsto gli Stati Uniti e Israele. Tutto il Medio Oriente e il Mondo Arabo sono percorsi da un vento di cambiamento. Questo processo sta scatenando una nuova ondata di resistenza popolare diretta contro gli Stati Uniti e Israele, nel Mondo Arabo e oltre.

L'“Operazione Piombo Fuso” è stata pianificata per quasi un anno. La “Shoah” (termine ebraico per olocausto) che il politico israeliano Matan Vilnai aveva promesso ai palestinesi è stata smascherata, anche se molti media hanno cercato di nasconderla.

Le autorità israeliane avevano avvertito dell'ingresso nella Striscia di Gaza fin dall'elezione dell' Hamas. La ragione implicita di una campagna contro Gaza era che i combattenti del Fatah (appoggiati dagli Stati Uniti e Israele) non erano riusciti a rovesciare il governo palestinese dell'Hamas con un colpo di stato. L'idea di un colpo di stato contro l'Hamas aveva l'approvazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e diverse dittature arabe tra cui l'Arabia Saudita, la Giordania e l'Egitto.

La pubblicazione NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East (Nato e Israele: strumenti delle guerra dell'America nel Medio Oriente) documenta chiaramente l'obiettivo strategico di Tel Aviv di invadere Gaza e rovesciare il sistema politico democratico dei palestinesi a favore dei propri protetti.

L'obiettivo israeliano è anche di “internazionalizzare” la Striscia di Gaza sull'esempio del Sud del Libano, in modo tale che richieda l'intervento della NATO e di altre forze militari straniere in qualità di cosiddetti peacekeeper. [1] Tale modus operandi è molto simile a quello dell'Iraq occupato dagli anglo-americani e dell'Afghanistan presidiato. Anche l'ex Jugoslavia rappresenta un caso significativo in cui un processo di ristrutturazione politica ed economica (incluso un programma di privatizzazioni) è stato attuato sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi e NATO. La differenza dei Territori Palestinesi sta nel fatto che figure politiche disposte ad mettere in atto questi piani, come Mahmoud Abbas, si trovano già in carica.

Dall'Iniziativa Araba di Pace del 2002 alla Conferenza di Annapolis
Gli eventi in questione cominciano con l'Iniziativa Araba del 2002 che fu proposta a Beirut dall'Arabia Saudita durante una conferenza della Lega Araba in Libano. L'iniziativa dell'Arabia Saudita veniva di fatto da Londra e Washington e rientrava in un programma politico anglo-americano per il Medio Oriente e nel cosiddetto Progetto per il “Nuovo Medio Oriente”.

La spaccatura tra l'Hamas e il Fatah, il calcolato inganno che stava dietro il ruolo dell'Arabia Saudita nell'Accordo della Mecca e gli obiettivi a lungo termine dell'America e dei suoi alleati nel Medio Oriente e lungo il litorale mediterraneo hanno fatto da sfondo ai combattimenti nei Territori Palestinesi.

La lotta in Palestina, come in Iraq e in Libano, non riguarda soltanto la sovranità e l'“auto-determinazione”. La posta in gioco è l'imposizione con la forza di un piano economico neo-liberista. Si tratta di una versione moderna di schiavitù generata dal debito e di privatizzazione imposta con la forza militare nel Medio Oriente e in tutto il mondo.

Ciò che non sempre viene compreso è che la lotta palestinese viene combattuta per conto di tutti i popoli. I palestinesi sono in prima linea nella battaglia contro – parlando in senso politico ed economico – il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Per capire dove dovrebbe condurre i palestinesi e tutto il Levante il cammino promosso ad Annapolis bisogna anche capire quello che è successo in Palestina dall'inizio della “Guerra globale al terrore” nel 2001.

Atto I: dividere i palestinesi attraverso la frattura Hamas-Fatah
L'America e l'Unione Europea hanno ormai capito che il Fatah non rappresenta la volontà popolare della Nazione palestinese e che perderà il potere rappresentativo.

È, questo, un problema fondamentale per Israele, l'Unione Europea e l'America, che necessitano di una leadership del Fatah compiacente e corrotta che attui i loro obiettivi a lungo termine nei Territori Palestinesi e nel Mediterraneo orientale, come pure nella più ampia regione mediorientale.

Nel 2005 Washington e Tel Aviv cominciarono a prepararsi a una vittoria dell'Hamas nelle elezioni generali palestinesi. Si perfezionò così una strategia prima della vittoria dell'Hamas per neutralizzare non solo l'Hamas ma tutte le forme legittime di resistenza ai piani stranieri che hanno tenuto in ostaggio i palestinesi fin dalla “Nakba”.

Israele, l'America e i loro alleati, compresa l'Unione Europea, sapevano bene che l'Hamas non sarebbe mai stato complice di ciò che Washington aveva in mente per i palestinesi e il Medio Oriente. In breve, l'Hamas si sarebbe opposto al progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Questa ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente richiedeva la concomitante creazione dell'Unione Mediterranea. L'Iniziativa Araba di Pace nel 2002 doveva preludere sia alla materializzazione del “Nuovo Medio Oriente” che alla sua implementazione attraverso l'Unione Mediterranea.

Se i Sauditi fecero la loro parte nell'impresa americana del “Nuovo Medio Oriente”, il Fatah venne manipolato affinché si scontrasse e combattesse con l'Hamas. Ciò fu fatto sapendo che la prima reazione dell'Hamas, in quanto partito di governo nei Territori palestinesi, sarebbe stata quella di mantenere l'unità palestinese. Ed è qui che entra in gioco l'Arabia Saudita nel suo ruolo di organizzatrice dell'Accordo della Mecca. Vale anche la pena di notare che l'Arabia Saudita non concesse alcun riconoscimento diplomatico all'Hamas prima dell'Accordo della Mecca.

Atto II: Intrappolare i palestinesi con l'Accordo della Mecca e attraverso la spaccatura Gaza-Cisgiordania
L'Accordo della Mecca è stato una trappola tesa all'Hamas. La tregua Hamas-Fatah e il successivo governo di unità palestinese che venne costituito non erano destinati a durare. Erano spacciati fin dall'inizio, quando l'Hamas fu convinta con l'inganno a firmare l'Accordo della Mecca. L'Accordo della Mecca aveva stabilito la fase successiva: doveva legittimizzare quello che sarebbe successo in seguito, cioè una piccola guerra civile a Gaza.

Fu dopo la firma dell'Accordo della Mecca che elementi interni al Fatah sotto la guida di Mohammed Dahlan (e con la supervisione del Tenente Generale statunitense Keith Dayton) ricevettero dagli Stati Uniti e Israele l'ordine di rovesciare il governo palestinese guidato dall'Hamas. Probabilmente esistevano due piani, uno per il possibile successo del Fatah e l'altro (d'emergenza, e il più probabile dei due) in caso di fallimento. Quest'ultimo piano prevedeva due governi palestinesi paralleli, uno a Gaza guidato dal Primo Ministro Haniyeh e dall'Hamas e l'altro in Cisgiordania controllato da Mahmoud Abbas e dal Fatah.
L'obiettivo di Israele e Stati Uniti era trasformare la Striscia di Gaza e la Gisgiordania in due differenti identità politiche sotto due amministrazioni molto diverse. Con la cessazione dei combattimenti Hamas-Fatah nella Striscia di Gaza gli israeliani cominciarono a parlare di una “soluzione a tre nazioni”.

Dopo la frattura Gaza-Cisgiordania Mahmoud Abbas e i suoi sollecitarono anche la creazione di un parlamento palestinese in Cisgiordania, di fatto un parlamento fantoccio. [2] Altri piani per questa cosiddetta “soluzione a tre nazioni” comprendevano la consegna della Striscia di Gaza all'Egitto e la spartizione della Cisgiordania tra Israele e la Giordania.

Inoltre l'Accordo della Mecca permetteva al Fatah di governare la Cisgiordania in un paio di mosse. Poiché con l'Accordo della Mecca fu formato un governo d'unità nazionale, il ritiro del Fatah dal governo fu usato per definire illegittimo il governo di Hamas. E questo mentre la ripresa dei combattimenti a Gaza rendeva impraticabile lo svolgimento di nuove elezioni.

Mahmoud Abbas fu anche messo nella posizione di poter rivendicare la “legittimità” del processo di formazione della sua amministrazione nella Cisgiordania, che l'opinione pubblica mondiale avrebbe altrimenti visto per quello che era: un regime illegittimo, privo di base parlamentare. E non è un caso neanche che l'uomo messo alla guida del governo di Mahmoud Abbas, Salam Fayyad, sia un ex funzionario della Banca Mondiale.

Con l'Hamas efficacemente neutralizzato ed escluso dal potere in Cisgiordania, tutto era pronto per i due passi successivi: la proposta di inviare una forza militare internazionale nei Territori palestinesi e la Conferenza di Annapolis. [3]

Atto III: L'Accordo di Principio israelo-palestinese e la Conferenza di Pace di Annapolis
Prima della Conferenza di Annapolis tra Mahmoud Abbas e Israele furono stilati degli “accordi di principio” che garantivano che i palestinesi non avrebbero posseduto una forza militare se alla Cisgiordania fosse stata concessa una qualche forma di auto-determinazione politica.

Gli accordi sollecitavano anche un'integrazione tra le economie del Mondo Arabo e di Israele e il posizionamento di una forza internazionale, simile a quelle messe in campo dalla NATO in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo, per supervisionare l'implementazione di questi accordi nei Territori Palestinesi. L'obiettivo era neutralizzare l'Hamas e legittimare Mahmoud Abbas.

La visita del Segretario Generale della NATO, Jakob (Jaap) de Hoop Scheffer negli Emirati Arabi Uniti, subito dopo le visite di George W. Bush Jr. e Nicholas Sarkozy, doveva portare alla firma di accordi militari tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti e la Francia.

Mentre si trovava negli Emirati, il Segretario Generale de Hoop Scheffer disse in sostanza che era solo una questione di tempo prima che la NATO entrasse nel conflitto arabo-israeliano. [4] Il Segetario Generale della NATO disse anche che ciò sarebbe avvenuto dopo la formazione di uno Stato palestinese sostenibile. In realtà de Hoop Scheffer voleva dire che la NATO sarebbe entrata nei Territori Palestinesi dopo la formazione di uno stato cliente palestinese sotto la guida di Mahmoud Abbas. Disse anche che la NATO non avrebbe concesso alcun riconoscimento all'Hamas.

L'Hamas non è più utile a Israele e ai suoi alleati. Il Fatah avrebbe anche potuto essere usato per colpire nuovamente la Striscia di Gaza. Il Fatah è un alleato di Israele nell'offensiva contro la Striscia di Gaza. Nel settembre del 2008 i media israeliani avevano parlato degli attacchi contro la Striscia di Gaza come di un piano congiunto di Israele e del Fatah per estromettere militarmente il governo palestinese guidato dall'Hamas. [5]

Quando il governo statunitense ospitò la Conferenza di Annapolis, esperti e analisti di tutto il mondo dissero che il summit era privo di sostanza ed essenzialmente una mossa per ritirare tutto quello che era dovuto ai palestinesi, compreso il diritto a ritornare nlle loro terre e alle loro case. La Conferenza di Annapolis era solo una stravagante riproposizione dell'Iniziativa Araba di Pace proposta dall'Arabia Saudita nel 2002.

Atto IV: si chiude il cerchio, tornando all'Iniziativa Araba dell'Arabia Saudita del 2002
I popoli del Medio Oriente devono aprire gli occhi su ciò che è stato pensato per le loro terre. L'Accordo di Principio, l'Iniziativa Araba di Pace e la Conferenza di Annapolis sono tutti mezzi per raggiungere il medesimo fine. Tutti e tre, come Israele stesso, affondano le radici nei piani di egemonia economica nel Medio Oriente.

Ed è qui che la Francia e la Germania convergono con la politica estera anglo-americana. Per anni, già prima della “Guerra Globale al Terrore”, Parigi aveva sollecitato il posizionamento di un contingente militare dell'Unione Europea o della NATO in Libano e nei Territori Palestinesi.

Nel febbraio del 2004, l'allora Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin disse che quando gli israeliani avessero lasciato la Striscia di Gaza vi si sarebbero potute inviare delle truppe straniere, con una conferenza internazionale a legittimare la loro presenza come parte della seconda fase della Roadmap israelo-palestinese e di un'iniziativa per il Grande Medio Oriente o “Nuovo Medio Oriente”. [6] La dichiarazione di Villepin fu fatta prima che entrasse in scena l'Hamas e prima dell'Accordo di Principio di Mahmoud Abbas. Seguiva tuttavia l'Iniziativa Araba di Pace del 2002.

È chiaro che gli eventi che stanno avendo luogo in Medio Oriente rientrano in un piano militare elaborato prima della “Guerra Globale al Terrore”. Perfino le conferenze dei donatori organizzate per il Libano dopo gli attacchi israeliani del 2006 e quelle di cui si parla ora per i palestinesi sono legate a questi piani di ristrutturazione.

È giunto il momento di esaminare la proposta di Nicolas Sarkozy per un'Unione Mediterranea. L'integrazione economica dell'economia israeliana con le economie del Mondo Arabo promuoverà ulteriormente la rete di relazioni globali strette dagli agenti globali del Washington Consensus [espressione coniata nel 1989 dall'economista John Williamson per definire un insieme di direttive rivolte a paesi in via di svilluppo afflitti dalla crisi economica da istituzioni con sede a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; il termine è poi passato a identificare la mancanza di autonomia delle istituzioni economiche internazionali nei confronti della superpotenza americana, N.d.T.]. L'Iniziativa Araba di Pace del 2002, l'Accordo di Principio e Annapolis sono tutte fasi della costituzione di un'integrazione economica del Mondo Arabo con Israele attraverso il progetto per il “Nuovo Medio Oriente” e l'integrazione di tutto il Mediterraneo con l'Unione Europea per mezzo dell'Unione Mediterranea. La presenza di truppe di paesi membri della NATO e dell'Unione Europea in Libano rientra anch'essa in questo piano.

Verso l'instaurazione di una dittatura palestinese: sono in atto altri piani per estromettere l'Hamas?
Gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza e il popolo palestinese sono un attacco alla democrazia e alla libertà di scelta. Israele, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e i loro alleati non hanno tardato a riconoscere Mahmoud Abbas come leader legittimo dei palestinesi benché il suo mandato si fosse concluso.

Nonostante si vantino di promuovere la democrazia e l'auto-determinazione in tutto il Medio Oriente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea si oppongono a qualsiasi autentica forma di auto-determinazione o democrazia in Medio Oriente perché la libertà di scelta per le popolazioni del Medio Oriente ostacolerebbe e neutralizzerebbe gli interessi economici di queste potenze. È proprio per questo che le dittature sono la forma migliore di governo in Medio Oriente dal punto di vista degli interessi anglo-americani e franco-tedeschi.

I Territori Palestinesi non rappresentano un'eccezione. Gli Stati Uniti, Israele, i loro alleati e gli oligarchi corrotti ai vertici del Fatah sono decisi a instaurare un regime autocratico nei Territori Palestinesi. Per la soddisfazione degli strateghi israeliani e americani, la frattura Hamas-Fatah ha contribuito a frenare il cammino democratico intrapreso dai palestinesi attraverso l'elezione della loro dirigenza e ha aperto la strada a tentativi di instaurare future amministrazioni palestinesi compiacenti. In Cigiordania il processo è già cominciato.

Alla fine del 2008 l'Hamas aveva messo in chiaro che intendeva presentare un proprio candidato alla carica di Presidente dell'Autorità Palestinese nelle elezioni che dovevano tenersi nel gennaio del 2009. Era una sfida diretta al potere detenuto da Mahmoud Abbas e i capi del Fatah attraverso il controllo della Presidenza dell'Autorità Palestinese. Prima degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza Mahmoud Abbas e il Fatah avevano replicato seccamente all'Hamas che una tale elezione non si sarebbe svolta finché l'Hamas non avesse rimesso il proprio potere nelle mani di Mahmoud Abbas, del primo ministro e del governo palestinese della Cisgiordania, che Mahmoud Abbas ha scelto ponendosi al di fuori del processo democratico.

Il governo guidato dall'Hamas nella Striscia di Gaza ha allora replicato che si appellerà al codice giuridico palestinese. Il diritto palestinese stipula che in tali situazioni il ruolo e la carica di presidente debbano essere trasferiti al presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dei palestinesi, per un periodo di transizione. L'attuale presidente del Consiglio Legislativo Palestinese è Ahmed Bahar, membro dell'Hamas.

Schiacciare la democrazia palestinese: la geopolitica mediorientale e il governo palestinese
Legate a questa mossa per estromettere l'Hamas vi sono più ampie iniziative geopolitiche e strategiche per accerchiare e affrontare la Siria e l'Iran. [7] Israele, con l'aiuto dell'Egitto, della Giordania e dell'Arabia Saudita, aveva cercato per mesi di negoziare una tregua unilaterale con il governo palestinese guidato da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa fu lanciata parallelamente a iniziative israeliane verso l'Hezbollah, il Libano e la Siria.

Queste iniziative israeliane sono un mezzo per smantellare e sciogliere il Blocco di resistenza, una coalizione di stati-nazione e attori non statali che si oppone al controllo e all'occupazione stranieri nel Medio Oriente. Questo raggruppamento comprende, tra gli altri, i movimenti arabi di resistenza nell'Iraq occupato dagli anglo-americani, i Territori Palestinesi e il Libano. Ha sfidato il Washington Consensus e la riconfigurazione economica del Medio Oriente che viene implementata attraverso azioni come l'invasione e occupazione anglo-americana dell'Iraq.

Tel Aviv era a un punto morto nei negoziati con l'Hamas e adesso sembra favorire l'instaurazione di un'amministrazione autocratica del Fatah nella Striscia di Gaza che ubbidirà diligentemente agli editti israeliani. Questo libererebbe inoltre Israele dalla necessità di confrontarsi con il Libano, la Siria e/o l'Iran.

L'atto finale: Il potere del popolo, l'atto che non è ancora andato in scena
Le brecce al confine di Rafah tra l'Egitto e la Striscia di Gaza erano un sintomo che la tirannia stava crollando, ma c'è ancora molta strada da fare. [8] Le proteste di massa in tutto il mondo, dall'Egitto e il Mondo Arabo e l'Asia sono un segnale che la “Seconda superpotenza” – il potere del popolo – sta alzando la testa.

Alla fine sarà la gente a decidere, contro gli interessi dei politici e dei loro intrallazzatori economici.

La gente è in grado di vedere oltre la nazionalità, le divisioni etniche e i confini tracciati dall'uomo. Crede nella giustizia e nell'uguaglianza per tutti e soffre quando vede gli altri soffrire, indipendentemente dalle differenze.

Nel mondo i giusti e gli onesti costituiscono una nazione a sé – che siano israeliani o arabi o americani – e saranno le loro scelte a determinare la direzione del futuro.

I palestinesi della Striscia di Gaza, che comprende una serie diversificata di gruppi dall'Hamas ai comunisti (come il Fronte Marxista Democratico per la Liberazione della Palestina) e ai cristiani, hanno fatto quello che non sono riusciti a fare gli eserciti della Giordania, dell'Egitto, della Siria e dell'Iraq.

I massacri israeliani nella Striscia di Gaza si riveleranno un punto di svolta e un catalizzatore del cambiamento.

La mappa politica e strategica del Medio Oriente e del Mondo Arabo cambierà, ma non a favore di Israele, la Casa di Saud e i dittatori del Mondo Arabo.

Il cambiamento è vicino.

NOTE

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, NATO and Israel: Instruments of America’s Wars in the Middle East, Centre for Research on Globalization (CRG), January 28, 2008. [La NATO e Israele: Strumenti delle guerre americane in Medio Oriente]

[2] Khaled Abu Toameh, PLO to form separate W. Bank parliament, The Jerusalem Post, January 14, 2008.

[3] Emine Kart, Ankara cool towards Palestine troops, Today’s Zaman, July 3, 2007.

[4] Jamal Al-Majaida, NATO chief discusses alliance’s role in Gulf, Khaleej Times, January 27, 2008.

[5] Avi Isaacharoff, PA chief of staff: We must be ready to use force against Hamas to tahe control of Gaza, Haaretz, September 22, 2008.

[6] Dominique René de Villepin, Déclarations de Dominique de Villepin à propos du Grand Moyen-Orient, intervista con Pierre Rousselin, Le Figaro, February 19, 2004.

[7] Mahdi Darius Nazemroaya, Beating the Drums of a Broader Middle East War, Centre for Reseach on Globalization (CRG), May 6, 2008.

[8] Qualche giorno dopo l'apertura del Valico di Rafah, Mahmoud Abbas, il governo israeliano e il governo egiziano hanno fatto pressioni sul Fatah perché acquisisse il controllo armato del Valico e lo chiudesse al transito dei palestinesi. Non solo questo dimostra che a nessuno di questi attori importa della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, ma illustra anche che Mahmoud Abbas non ha interesse per il benessere dei palestinesi. Il Valico di Rafah ha anche una forza d'osservazione dell'Unione Europea che coinvolge l'Unione Europea come complice dell'oppressione dei palestinesi.

Originale: The Israeli War on the Gaza Strip: "The Birth Pangs of a New Palestine/Middle East"

Articolo originale pubblicato il 15/1/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, gennaio 12, 2009

La guerra non è finita, ma Israele ha perso

La guerra non è finita, ma Israele ha perso
di Tony Karon

I. L'ultimo valzer?
Replicare comportamenti che hanno condotto a fallimenti catastrofici e aspettarsi un risultato diverso è folle; e quando il comportamento psicotico di una persona pone quella persona e tutte quelle che la circondano in una condizione di immediato pericolo fisico, la responsabilità di chi si definisce suo amico è cercare di fermarla. Ma proprio quando Valzer con Bashir viene proiettato nei multisala di tutto il mondo come un fosco promemoria della folle marcia brutale di Israele su Gaza, gli Stati Uniti (e le redazioni del New York Times e del Washington Post) insistono che è perfettamente sano e razionale mandare uno dei più potenti eserciti del mondo in un gigantesco campo profughi per straziare le carni e stritolare le ossa di coloro che stanno sul suo cammino, per sfidarlo o per la semplice sfortuna di essere nati nella tribù sbagliata e di vivere posto sbagliato. Vogliono farci credere che entrando con la forza nella cittadella dell'Hamas Israele sarà in grado di distruggere l'organizzazione e aprire la strada a un'epoca aurea di pace. Oppure, per prendere a prestito il disinvolto cinismo di Condi Rice [1] durante l'ultima simile esibizione di futile ferocia, stiamo assistendo ai “dolori del parto di un nuovo Medio Oriente”. Israele ha fallito nel 2006, come aveva fallito nel 2002 e nel 1982. Questa volta, ci dicono, sarà diverso.

E poi si scatena l'orrore, come sempre – le centinaia di civili massacrati per caso mentre si rannicchiavano in quelli che erano stati definiti posti sicuri, mettendo in ridicolo il diluvio di autocompiacimento di Israele per la propria moderazione e la propria brillante intelligenza [2] –, e il nemico disperatamente inferiore riesce a sopravvivere, come sempre. E sopravvivendo si rafforza politicamente. Indipendentemente dal numero di persone uccise, i leader presi di mira dall'esercito israeliano si rigenerano all'infinito nel suolo fertile del dolore e del risentimento nati dalle circostanze che Israele ha creato [3]. Circostanze che ha creato, ma cui non ha rimediato, benché Israele e i suoi più fervidi sostenitori si rifiutino di riconoscerlo.

Arafat è morto e sepolto. Lo stesso vale per lo Sceicco Yassin e Rantissi. E Abbas al-Musawi, e Imad Mughniyeh. La spietata efficienza con cui Israele sopprime i capi dei gruppi della resistenza palestinese e libanese non ha rivali. Tuttavia, indipendentemente dal numero di persone che riesce a uccidere, ce ne sono sempre altre mille pronte a dichiarare “Io sono Spartaco”. E questo perché chi sale al comando di queste organizzazioni non agisce per ambizione personale: nell'Hamas la leadership è una condanna a morte. Il flusso infinito di palestinesi pronti a sacrificarsi in quel ruolo, dunque, è un sintomo della condizione del loro popolo. E i capi di Israele lo sanno. Quando dieci anni fa chiesero a Ehud Barak, che era candidato alla carica di primo ministro, cosa avrebbe fatto se fosse stato palestinese, Barak – l'uomo che dirige l'attuale offensiva contro Gaza – rispose brutalmente, “Sarei entrato in un'organizzazione terroristica” [4].

Ma secondo la logica espressa durante la campagna elettorale del 1999, Ehud Barak dovrebbe sapere che l'Operazione Piombo Fuso a Gaza non può avere successo, se non forse nel rilanciare le sue prospettive politiche. Indipendentemente dal numero di capi, militanti e semplici civili che Israele riuscirà a uccidere a Gaza, Hamas – o qualcosa del genere – sopravviverà.

Valzer con Bashir – un film che doveva per forza essere fatto in Israele, suppongo, perché mettere in discussione il militarismo israeliano sarebbe stato considerato “antisemita” a Hollywood – ci ricorda che nel 1982 Ariel Sharon guidò un'invasione del Libano, apparentemente mirata a far cessare gli attacchi contro il nord di Israele, e avanzò fino a Beirut per schiacciare l'OLP. Certo, l'OLP fu cacciato da Beirut ed esiliato in Tunisia, ma nel giro di sei anni gli israeliani furono costretti ad avviare negoziati con l'OLP a causa della sollevazione dei giovani della Cisgiordania e di Gaza. Il Libano nel 1982 fu una campagna feroce e fondamentalmente inutile che generò solo le immagini brutali dei massacri di Sabra e Chatila sui quali si incentra il film.

Dal 1982 Israele ha messo sotto assedio e bombardato quasi tutte le principali città palestinesi, uccidendo e imprigionando migliaia di Palestinesi, ha commesso nuovamente l'errore di entrare in Libano e ha ucciso un altro migliaio di libanesi, ha bombardato ripetutamente Gaza e ha soffocato la sua economia per la maggior parte degli ultimi tre anni, e tuttavia niente è cambiato: ha ucciso circa 700 abitanti di Gaza, e i lanci di razzi continuano; indipendentemente dalle condizioni in cui trovano le sue strutture, Hamas è politicamente più forte tra i palestinesi, mentre i capi palestinesi che hanno collaborato con Israele e gli Stati Uniti sono più deboli e più screditati che mai. Gli israeliani – e i loro sostenitori nel sistema politico americano – appaiono incapaci di comprendere quello che è empiricamente ovvio: l'Hamas e i suoi simili si rafforzano ogniqualvolta Israele tenta di eliminarli con la forza.

II. Pericolose illusioni e la scelta della guerra
“Ma quale scelta aveva, Israele?” dicono i suoi più fervidi sostenitori negli Stati Uniti. “Nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio. L'Hamas non le ha lasciato alternative”.

Be', in realtà, come spiega Jimmy Carter basandosi sulla sua esperienza personale, Israele aveva molte alternative e ha scelto di ignorarle [5], perché resta intrappolata nella fallimentare politica appoggiata dagli Stati Uniti di cercare di rovesciare il verdetto democratico delle elezioni palestinesi del 2006 che hanno fatto dell'Hamas il partito di governo. La principale strategia israelo-americano-europea (tacitamente spalleggiata dagli autocrati arabi, da Mubarak a Mahmoud Abbas) è stata quella di applicare sanzioni economiche sempre più rigide, con la speranza che soffocare la possibilità di una vita dignitosa per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza li avrebbe costretti a tornare sulla propria scelta politica.

In altre parole, punizione collettiva. Così, anche quando Hamas ha osservato una tregua, tra giugno e novembre, Israele si è rifiutata di aprire i valichi di confine. Il 5 novembre, quando Israele ha bombardato ciò che ha definito un tunnel dell'Hamas, l'Hamas ha intensificato i lanci i razzi ma ha messo in chiaro che avrebbe rispettato ed esteso la tregue se Israele avesse acconsentito ad aprire i valichi. La risposta di Israele, spiega Carter, è stata che se l'Hamas avesse fermato i lanci Israele avrebbe permesso l'accesso a Gaza del 15% del traffico normale di merci.
C'è dunque da sorprendersi che l'Hamas non fosse disposta ad accordarsi per un allentamento del 15% dello strangolamento economico cui era sottoposta Gaza?

Pare che l'Hamas abbia pensato che creare una crisi avrebbe costretto Israele a concordare nuovi termini. Resta da vedere se questa fosse una convinzione errata o no: se la tregua che porrà fine all'Operazione Piombo Fuso lascerà l'Hamas intatta e porterà alla revoca del blocco, sarà giustificata. Ancora adesso la dirigenza israeliana continua a insistere, scioccamente, sul fatto che l'Hamas non può acquisire vantaggi diplomatici da una tregua che deve, necessariamente, richiedere la sua cooperazione diplomatica. Proprio come nel 2006, gli israeliani hanno ottenuto un risultato politico diametralmente opposto a quello che si erano prefissi: hanno reso ampiamente evidente, anche agli occhi della futura amministrazione statunitense, che la strategia di tentare di isolare l'Hamas è spettacolarmente disfunzionale, e dovrà essere urgentemente abbandonata [6].

Benché comincino a rendersi conto che il loro avversario riemergerà ancora una volta politicamente più forte da una batosta militare, gli israeliani contemplano un'altra sanguinosa scorreria bellica nel cuore di Gaza City, con la speranza che l'azione militare possa indebolire l'Hamas e costringerla ad arrendersi alle condizioni di Israele. Alcuni decisori politici americani restano ancora legati alla fantasia che si possa ristabilire a Gaza il regime del malleabile Mahmoud Abbas – una fantasia patetica, certo, perché chi conosce bene la politica palestinese sa che la sola cosa che tiene al governo Abbas nella Cisgiordania, adesso, è la presenza dell'Esercito di Difesa israeliano e la sua capacità di immobilizzare i suoi oppositori. Per esempio, Abbas non deve occuparsi della sua assemblea legislativa, che è dominata dall'Hamas, perché Israele ha messo sotto chiave gran parte dei suoi membri. Mahmoud Abbas si è lasciato trasformare in un Petain palestinese, e perfino gran parte della base del Fatah gli si è rivoltata contro. Neanche gli israeliani pensano che sia in grado di controllare Gaza senza di loro, e loro non sono inclini a rimanere.

Se all'Hamas non è consentito governare a Gaza, è probabile che a Gaza non governerà nessuno. Sarà più simile a Mogadiscio che alla Cisgiordania: un calderone caotico in mano a signori della guerra rivali, con l'Hamas – non più responsabile del governo – come presenza politico-militare preponderante (anche se al-Qaeda farà un pensierino sulla possibilità di mettersi in affari a Gaza se il governo dell'Hamas verrà rovesciato: l'Hamas è il più potente ostacolo al dilagare di al-Qaeda a Gaza).

III. La sovranità palestinese
L'altro spostamento di significato disperatamente tentato dai sostenitori di Israele è l'idea che questo sia semplicemente un altro episodio di un conflitto regionale tra Israele e il suo nemico mortale, l'Iran. L'Hamas, ci viene detto da molti mezzi di informazione che dovrebbero invece pensarci due volte, agisce “per conto dell'Iran”. Non è affatto così, e gli analisti più seri lo sanno: l'Hamas a Gaza dipende sicuramente dalle finanze iraniane, anche se i geni strategici occidentali e israeliani che l'hanno privata di tutte le altre fonti di finanziamento non dovrebbero sorprendersi che abbia ricevuto del denaro da chi era in grado di offrirglielo. Non c'è dubbio che riceverà anche tutto l'aiuto militare che le è stato offerto. Ma l'Hamas non condivide né l'ideologia né il genere di rapporti politici che legano l'Iran all'Hezbollah in Libano. In origine l'Hamas è stata creata dai Fratelli musulmani egiziani, e la sua capacità decisionale in materia politica è completamente indipendente dall'Iran. La Siria ha una maggiore influenza politica sull'Hamas, naturalmente, e non si può certo dire che agisca per conto dell'Iran nonostante la loro alleanza: se lo facesse, perché gli Stati Uniti starebbero lavorando tanto alacremente a una strategia diplomatica per spezzare quell'alleanza? Inoltre l'idea che l'Iran possa mettersi sulla rotta di collisione con Israele è una specie di illusione. Certo, Ahmadinejad ama dire che Israele scomparirà, ma lui e il suo superiore hanno da molto tempo messo in chiaro che l'Iran non intende attaccare Israele. E chi insiste che i mullah iraniani vivono per distruggere Israele, anche a costo di mettere a rischio la propria sopravvivenza (sapete, il ragionamento per cui gli iraniani sono così dediti ideologicamente alla distruzione di Israele che le normali strategie di dissuasione non li conterranno) dovrebbe forse cercare di rispondere a questa domanda: perché l'Hezbollah non ha scatenato il suo enorme arsenale di razzi su Israele durante il massacro di palestinesi a Gaza? Israele ci dice che ne ha i mezzi, e di sicuro c'è anche una rabbia implacabile. Forse la risposta è che questo presunto intermediario dell'Iran è condizionato dalla pragmatica preoccupazione per la propria sopravvivenza e il proprio progresso in Libano? E se è così questo cosa ci dice dell'Iran? L'Iran non è dunque particolarmente importante per il conflitto a Gaza.

Né la crisi è stata creata dalla militanza dell'Hamas: è invece il sanguinoso capitolo finale della fallita strategia di Israele e dell'Amministrazione Bush per rovesciare l'Hamas. L'alternativa alla guerra, ignorata da Israele ma quantomai evidente, è semplice: negoziare con l'Hamas. (E risparmiatemi il solito discorso “ma l'Hamas non riconosce il diritto di Israele a esistere”: Non un solo leader palestinese, se potesse cambiare il corso della storia, permetterebbe a Israele di nascere [7], per la semplice ragione che la nascita di Israele è stata la Nakba palestinese, la catastrofe che ha espropriato i palestinesi e li ha resi profughi. Israele ha cominciato a parlare con l'OLP molto prima che lo statuto di quest'ultimo fosse rivisto per consentire il riconoscimento di Israele; i suoi capi compresero che non si poteva sconfiggere militarmente Israele. Nell'Hamas molti sono giunti alla stessa conclusione; secondo Efraim Halevy, l'ex capo del Mossad, l'Hamas si starebbe muovendo verso l'accettazione di uno stato palestinese con i confini del 1967. Gli americani devono semplicemente rinunciare all'idea di negoziare con una dirigenza palestinese che soddisfi le loro esigenze, come fa Mahmoud Abbas, e non quelle dei palestinesi).

Uno storico israeliano che insegna a Oxford, Avi Shlaim, scrive:
Israele ama descriversi come un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Ma in tutta la sua storia Israele non ha mai fatto niente per promuovere la democrazia tra gli arabi e ha fatto moltissimo per minarla. Israele ha lunghi trascorsi di collaborazione segreta con regimi reazionari arabi per schiacciare il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti gli handicap, il popolo palestinese è riuscito a costruire la sola vera democrazia del mondo arabo, con l'eccezione forse del Libano. Nel gennaio del 2006, un voto libero e democratico per eleggere il Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese ha mandato al potere un governo guidato dall'Hamas. Israele ha però rifiutato di riconoscere il governo democraticamente eletto, affermando che l'Hamas è un'organizzazione terroristica pura e semplice.

L'America e l'Unione europea si sono spudoratamente unite a Israele nell'ostracismo e demonizzazione del governo dell'Hamas e nel tentativo di farlo cadere bloccando i proventi delle imposte e dei diritti doganali riscossi per l'Anp nonché i finanziamenti stranieri. È subentrata così una situazione surreale con una parte significativa della comunità internazionale che ha imposto sanzioni economiche non contro l'occupante ma contro l'occupato, non contro gli oppressori ma contro gli oppressi.

Come spesso accade nella tragica storia della Palestina, le vittime sono state incolpate delle loro sventure. La macchina propagandistica di Israele ha promosso insistentemente il concetto secondo il quale i palestinesi sono terroristi, respingono la coesistenza con lo stato ebraico, il loro nazionalismo è poco più che antisemitismo, l'Hamas è solo un manipolo di fanatici religiosi e l'Islam è incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i palestinesi sono un popolo normale, con aspirazioni normali. Non sono migliori ma neanche peggiori di qualsiasi altro gruppo nazionale. Ciò a cui aspirano, soprattutto, è un pezzo di terra che possano chiamare propria e sulla quale vivere in libertà e dignità.

Come altri movimenti radicali, l'Hamas ha cominciato a moderare il suo programma politico dopo l'ascesa al potere. Dal negazionismo ideologico del suo statuto, ha cominciato a orientarsi verso la soluzione pragmatica dei due stati. Nel marzo del 2007 l'Hamas e il Fatah hanno formato un governo di unità nazionale che era pronto a negoziare una tregua a lungo termine con Israele. Israele, tuttavia, si è rifiutato di negoziare con un governo che comprendesse l'Hamas.

Ha continuato a giocare al vecchio “divide et impera” tra le fazioni palestinesi rivali. Alla fine degli anni Ottanta Israele aveva appoggiato la nascente Hamas per indebolire il Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha cominciato a incoraggiare i manipolabili e corrotti leader del Fatah a rovesciare i loro religiosi rivali politici e riprendere il potere. Gli aggressivi neoconservatori americani hanno preso parte al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro ingerenza ha svolto un ruolo rilevante nel crollo del governo di unità nazionale e nel condurre l'Hamas a prendere il potere a Gaza nel giugno del 2007 per prevenire un colpo di stato del Fatah.

L'offensiva scatenata da Israele su Gaza il 27 dicembre è stata il culmine di una serie di scontri con il governo dell'Hamas. In senso più ampio, tuttavia, è una guerra tra Israele e il popolo palestinese, perché il popolo ha eletto il partito e l'ha mandato al governo. Lo scopo dichiarato della guerra è indebolire l'Hamas e intensificare la pressione finché i suoi capi non acconsentiranno a una nuova tregua secondo le condizioni imposte da Israele. Lo scopo non dichiarato è far sì che i palestinesi a Gaza siano visti dal mondo semplicemente come un problema umanitario e dunque far deragliare la loro lotta per l'indipendenza e lo stato.
Shlaim ci presenta il vizio di fondo del ragionamento “nessuna società normale tollererebbe il lancio di razzi sul proprio territorio”: Israele, semplicemente, non è una società normale. È un paese senza confini fissati legalmente, e le dispute su come dovrebbero essere tracciati quei confini – il principale conflitto non è sulla religione o l'ideologia, ma sulla terra e il potere – sono all'epicentro dell'attuale scontro a Gaza, e della serie infinita di guerre di Israele con i paesi circostanti.

Si può solo sperare, con grande fervore, che Barak Obama abbia tenuto conto della saggezza del suo consigliere per la politica estera Brent Scowcroft [8], le cui osservazioni sulla follia dell'appoggio offerto dall'Amministrazione Bush alla campagna israeliana del 2006 contro l'Hezbollah si applicano anche all'attuale offensiva contro Gaza: “L'Hezbollah non è la fonte del problema”, scrisse Scowcroft sul Washington Post [9]. “È un derivato della causa, che è il tragico conflitto sulla Palestina cominciato nel 1948. La costa orientale del Mediterraneo è in tumulto da un capo all'altro, una ripetizione di continui conflitti qua e là che hanno avuto inizio con i tentativi abortiti delle Nazioni Unite di creare due stati separati per Israele e la Palestina nel 1948”.

Se ciò è vero del Libano, vale tanto più per Gaza. Per capire tutto, dal perché l'Hamas si rifiuti di riconoscere lo Stato di Israele; perché combatta con metodi sia leali che orrendamente sleali; e perché a Gaza abbia vinto con una valanga di voti le elezioni del 2006, un buon punto di partenza è la composizione demografica della Striscia. L'80% degli abitanti attuali di Gaza sono famiglie di profughi cacciati nel 1948 dalle loro case e dalla loro terra in quello che è ora Israele, e il cui ritorno è proibito da una delle leggi fondamentali dello Stato di Israele. Sorprende dunque che la posizione basilare della politica palestinese sia sempre stata quella di rifiutarsi di “riconoscere” Israele, dato che questo avrebbe comportato la rinuncia al diritto a ritornare alle case e alla terra rubate loro al momento della creazione di Israele? Certo, Israele può affermare di avere vinto la guerra del 1948, e al vincitore va tutto il bottino. Ma cosa farebbe Ehud Barak se fossero stati suo padre o suo nonno a essere cacciati da una fattoria di Ashkelon e ora si ritrovasse nell'inferno di Gaza? La risposta la sapete già.

E la risposta resterà la stessa (anche se Barak oggi non si sognerebbe mai di ammetterlo) finché la giustizia e la dignità saranno negate alla comunità in cui è sorta l'Hamas.

La nuda e brutale verità rivelata dall'Operazione Piombo Fuso è che la dirigenza di Israele è incapace di uscire dagli schemi disfunzionali che la intrappolano in un ciclo morboso che preclude la stabilità del Medio Oriente. Politicamente Israele si sta spostando costantemente a destra – anche quando il centro-sinistra era al potere e negoziava con i palestinesi, gli insediamenti nei territori occupati continuavano a espandersi; nessun governo israeliano si ritirerà dalla Cisgiordania alla Linea Verde. Dunque per fermare questa follia Israele e i palestinesi dovranno sapere quali sono i loro confini nell'ambito di una soluzione giusta e avallata dalla comunità internazionale che non dia altra scelta alle parti coinvolte e dia alle truppe turche il compito di metterla in atto. Ma su questo non mi faccio illusioni… [10] [11]

Note:
[1] http://tonykaron.com/2006/09/10/911-and-the-children-of-a-lesser-god/
[2] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1053428.html
[3] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
[4] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1052057.html
[5] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/01/07/AR2009010702645_pf.html
[6] http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/08/barack-obama-gaza-hamas
[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1539653,00.html
[8] http://www.thenational.ae/article/20090104/OPINION/190097450&SearchID=73341631799354
[9] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/07/28/AR2006072801571.html
[10] http://technorati.com/tag/Israel
[11] http://technorati.com/tag/Hamas

Originale: The War Isn't Over, But Israel Has Lost

Articolo originale pubblicato il 9/1/2009

L’autore


Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, dicembre 30, 2008

Gaza: la logica del potere coloniale

Gaza: la logica del potere coloniale
Ovvero, come il termine "terrorismo" serve a mascherare la sopraffazione dei più deboli

di Nir Rosen

Ho trascorso la maggior parte degli anni dell'amministrazione Bush come corrispondente dall'Iraq, dall'Afghanistan, dal Libano, dalla Somalia e da altre zone di conflitto. I miei articoli sono usciti sulle pubblicazioni più importanti. Sono stato intervistato dai maggiori canali televisivi e ho perfino testimoniato davanti alla commissione del senato per le relazioni estere. L'amministrazione Bush è cominciata con i palestinesi che venivano massacrati e si conclude con Israele che commette uno dei suoi peggiori massacri in sessant'anni di occupazione del territorio palestinese. L'ultima visita di Bush nel paese che ha scelto di occupare è finita con un iracheno sciita colto e laico che gli ha lanciato contro le sue scarpe, esprimendo i sentimenti dell'intero mondo arabo con l'eccezione di quei dittatori imprudentemente legatisi all'inviso regime americano.

E adesso gli israeliani bombardano la popolazione affamata e assediata di Gaza. Il mondo osserva in diretta televisiva e su internet le sofferenze del milione e mezzo di abitanti di Gaza; i media occidentali giustificano ampiamente l'operazione israeliana. Perfino alcune testate arabe cercano di mettere sullo stesso piano la resistenza palestinese e la possente macchina bellica israeliana. E niente di tutto questo sorprende. Gli israeliani hanno appena concluso una campagna mondiale di relazioni pubbliche per raccogliere consensi per la loro offensiva e guadagnarsi perfino la collaborazione di paesi arabi come l'Egitto.

La comunità internazionale è direttamente colpevole di quest'ultimo massacro. Resterà immune alla rabbia di un popolo disperato? Finora si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in Libano, nello Yemen, in Giordania, Egitto, Siria e Iraq. Il mondo arabo non dimenticherà. I palestinesi non dimenticheranno. “Tutto quello che avete fatto alla nostra gente sta scritto nei nostri taccuini”, come disse il poeta Mahmoud Darwish.

Analisti, decisori politici e chi si occupa di mettere in atto queste politiche mi hanno spesso chiesto un parere su ciò che dovrebbe fare l'America per promuovere la pace o conquistare la mente e il cuore del mondo musulmano. Si ha spesso una sensazione di futilità, perché ci vorrebbe una tale rivoluzione nella politica americana che solo una vera trasformazione del governo americano potrebbe produrre i cambiamenti necessari. Una pubblicazione americana una volta mi chiese di contribuire con un saggio a un dibattito sulla possibilità di giustificare il terrorismo o gli attacchi contro i civili. Risposi che una pubblicazione americana non dovrebbe chiedersi se gli attacchi contro i civili possano essere giustificati. Questa è una domanda che devono porsi i deboli: gli indiani d'America del passato, gli ebrei della Germania Nazista, i palestinesi di oggi.

Terrorismo è un termine normativo e non un concetto descrittivo. Una parola vuota che significa tutto e niente, usata per definire quello che fa l'Altro, non quello che facciamo noi. I potenti – che si tratti di Israele, dell'America, della Russia o della Cina – descriveranno sempre la lotta delle loro vittime come terrorismo, ma la distruzione della Cecenia, la pulizia etnica della Palestina, il lento massacro dei palestinesi rimasti, l'occupazione americana dell'Iraq e dell'Afghanistan, con le decine di migliaia di civili uccisi... tutto questo non verrà mai etichettato come terrorismo, anche se i bersagli erano civili, e lo scopo era terrorizzarli.

Contro-insorgenza, un termine ora nuovamente popolare al Pentagono, è un altro modo di definire la repressione delle lotte di liberazione nazionale. Il terrorismo e l'intimidazione ne costituiscono una parte essenziale quanto conquistare cuori e menti.

Le regole normative vengono determinate dai rapporti di potere. Chi ha potere determina ciò che è legale e illegale. Assilla i deboli con proibizioni legali per impedire loro di resistere. Per i deboli resistere è illegale per definizione. Concetti come “terrorismo” vengono inventati e usati normativamente come se li avesse creati una corte neutrale e non l'oppressore. Il pericolo di questo uso eccessivo della legalità mina di fatto la legalità stessa, intaccando la credibilità di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Diviene evidente che i potenti, che creano le regole, insistono sulla legalità semplicemente per preservare i rapporti di potere che servono loro a mantenere le condizioni di occupazione e colonialismo.

L'attacco contro i civili è l'ultimo, basilare e più disperato metodo di resistenza quando si affrontano situazioni estreme e un imminente sradicamento. I palestinesi non attaccano i civili israeliani aspettandosi di distruggere Israele. La terra della Palestina viene rubata giorno dopo giorno; il popolo palestinese viene sradicato giorno dopo giorno. Di conseguenza reagiscono come possono pur di riuscire a fare pressione su Israele. Le potenze coloniali usano i civili strategicamente, insediandoli per reclamare la terra e confiscarla alla popolazione indigena, che siano gli indiani d'America o i palestinesi in ciò che sono ora Israele e i Territori Occupati. Quando la popolazione indigena si accorge che una dinamica irreversibile le sta sottraendo la terra e l'identità con il sostegno di un'immensa potenza, è costretta a ricorrere a qualsiasi forma di resistenza.

Non molto tempo fa il diciannovenne Qassem al-Mughrabi, un palestinese di Gerusalemme, si lanciò con la sua auto contro un gruppo di soldati a un incrocio. “Il terrorista”, come lo chiamò il giornale israeliano Haaretz, venne ucciso. In due diversi incidenti, lo scorso luglio, altri palestinesi di Gerusalemme usarono lo stesso metodo per attaccare israeliani. Gli assalitori non facevano parte di un'organizzazione. Non solo vennero uccisi, ma le autorità israeliane decretarono anche che le loro abitazioni fossero demolite. In un altro incidente, Haaretz riferì che una donna palestinese aveva accecato un soldato israeliano da un occhio gettandogli dell'acido in faccia. “La terrorista è stata arrestata dalle forze di sicurezza”, scrisse il giornale. Una cittadina occupata attacca un soldato occupante ed è lei la terrorista?

A settembre Bush ha parlato alle Nazioni Unite. Nessuna causa può giustificare l'uccisione premeditata di un essere umano, ha detto. Eppure gli Stati Uniti hanno ucciso migliaia di civili bombardando aree abitate. Quando si sganciano bombe su aree abitate sapendo che ci saranno danni civili “collaterali” ma lo si accetta perché ne vale la pena, allora si tratta di un'uccisione premeditata. Quando si impongono sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di persone, come hanno fatto gli Stati Uniti con l'Iraq di Saddam, per poi affermare che ne valeva la pena, come fece il segretario di stato Albright, si tratta di un'uccisione premeditata a fini politici. Quando si cerca di “colpire e terrorizzare”, come ha fatto il presidente Bush bombardando l'Iraq, si fa terrorismo.

Come i classici film di cowboy mostravano gli americani bianchi sotto assedio e gli indiani nel ruolo di aggressori, cioè il contrario della verità, nello stesso modo i palestinesi sono diventati gli aggressori e non le vittime. A partire dal 1948, 750.000 palestinesi sono stati epurati e cacciati dalle loro case, i loro villaggi sono stati distrutti a centinaia, e su quella terra si sono insediati coloni che hanno negato la loro stessa esistenza e hanno scatenato una guerra di sessant'anni contro chi era rimasto e i movimenti di liberazione nazionale che i palestinesi hanno creato nel mondo. Ogni giorno viene rubato un altro pezzo di Palestina, vengono uccisi altri palestinesi. Definirsi sionista israeliano significa prendere parte alla spoliazione di un intero popolo. Non è in qualità di palestinesi che questi hanno il diritto di usare se necessario tutti i mezzi: è perché sono deboli. I deboli hanno molto meno potere dei forti, e possono causare danni molto minori. I palestinesi non avrebbero mai fatto saltare in aria dei caffè o usato missili artigianali se avessero avuto a disposizione carri armati e aerei. È solo nel contesto attuale che le loro azioni sono giustificate, e con ovvi limiti.

È impossibile fare un'affermazione etica universale o stabilire un principio kantiano che giustifichi qualsiasi atto di resistenza al colonialismo o al dominio di una grande potenza. E ci sono altre domande a cui fatico a trovare una risposta. Un iracheno può essere giustificato se attacca gli Stati Uniti? Dopo tutto il suo paese è stato attaccato senza alcuna provocazione, causando milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti. E questo dopo 12 anni di bombardamenti e sanzioni, che hanno ucciso tante persone e rovinato la vita a molte altre.

Potrei dire che tutti gli americani stanno beneficiando delle imprese del loro paese senza doverne pagare il prezzo, e che nel mondo di oggi la macchina imperiale non è solo quella militare ma una rete civile-militare. E potrei anche dire che gli americani hanno eletto due volte l'amministrazione Bush e hanno votato rappresentanti che non hanno fatto niente per fermare la guerra, come non l'ha fatto neanche il popolo americano. Dalla prospettiva di un americano, di un israeliano o di altri potenti aggressori, se sei forte tutto è giustificabile, e niente di ciò che fanno i deboli è legittimo. È semplicemente un problema di scegliere da che parte stare: quella dei forti o quella dei deboli.

Israele e i suoi alleati a Occidente e nei regimi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono riusciti a corrompere la dirigenza dell'OLP, a sobillarla con la promessa del potere a scapito della libertà del suo popolo, creando una situazione singolare: un movimento di liberazione che collaborava con l'occupante. In Israele presto si andrà alle urne, e come sempre la guerra serve a dare una spinta ai candidati. Non si diventa primo ministro senza le mani sporche di una sufficiente quantità di sangue arabo. Un generale israeliano ha minacciato di riportare Gaza indietro di decenni, proprio come nel 2006 minacciarono di riportare indietro di decenni il Libano. Come se strangolare Gaza e negare ai suoi abitanti il carburante, l'elettricità o il cibo non li avesse già riportati indietro di decenni.

Il governo democraticamente eletto di Hamas è stato condannato alla distruzione dal giorno in cui ha vinto le elezioni, nel 2006. Il mondo ha detto ai palestinesi che non possono avere la democrazia, come se l'obiettivo fosse quello di estremizzarli ulteriormente e come se tutto questo non dovesse avere delle conseguenze. Israele dice di mirare alle forze militari di Hamas. Non è vero. Prende di mira i poliziotti palestinesi e li uccide, compreso il capo della polizia Tawfiq Jaber, che era un ex ufficiale di Fatah rimasto al suo posto quando Hamas assunse il controllo di Gaza. Cosa succederà a una società priva di forze di sicurezza? Cosa si aspettano che accada, gli israeliani, quando prenderanno il potere forze più estremiste di Hamas?

Un Israele sionista non è un progetto praticabile a lungo termine e gli insediamenti israeliani, la confisca delle terre e le barriere di separazione hanno da molto tempo reso impossibile una soluzione basata su due stati. Può esistere un solo stato nella Palestina storica. Nei prossimi decenni gli israeliani dovranno scegliere tra due possibilità. Effettueranno una transizione pacifica verso una società giusta, nella quale i palestinesi godano degli stessi diritti, come nel Sudafrica post-apartheid? O continueranno a vedere la democrazia come una minaccia? Se sarà così, uno dei popoli sarà costretto ad andarsene. Il colonialismo ha funzionato solo quando la maggior parte della popolazione indigena è stata sterminata. Ma spesso, come nell'Algeria occupata, sono stati i coloni ad andarsene. Alla fine i palestinesi non vorranno scendere a compromessi e perseguire un unico stato per entrambi popoli. Il mondo vuole estremizzarli ulteriormente?

Non lasciatevi ingannare: il persistere del problema palestinese è il principale movente di tutti i militanti del mondo arabo e oltre. Ma adesso l'amministrazione Bush ha aggiunto il risentimento per l'Iraq e l'Afghanistan. L'America ha perso la propria influenza sulle masse arabe, benché riesca ancora a esercitare pressioni sui regimi arabi. Ma i riformisti e le élite del mondo arabo non vogliono avere niente a che fare con l'America.

Un'amministrazione americana fallita se ne va, la promessa di uno Stato palestinese resta una bugia con l'uccisione di un numero sempre maggiore di palestinesi. Sale al potere un nuovo presidente, ma il popolo del Medio Oriente ha un ricordo troppo amaro delle passate amministrazioni statunitensi per sperare in un vero cambiamento. Il presidente eletto Obama, il vice-presidente Biden e il prossimo segretario di stato Hillary Clinton non hanno dimostrato che la loro idea del Medio Oriente è diversa da quella delle amministrazioni che li hanno preceduti. Mentre il mondo si prepara a celebrare un nuovo anno, quanto ci vorrà perché sia costretto a sentire la sofferenza di coloro la cui oppressione ignora o appoggia?

Originale: Gaza: the logic of colonial power

Articolo originale pubblicato il 29/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, dicembre 28, 2008

Dove porta la politica del bastone e della carota

Dove porta la politica del bastone e della carota

da Missing Links
traduzione di Andrej Andreevič

Se vi state chiedendo quale potrebbe essere la storia di copertura che porterà con sé l'approvazione ufficiale americana dell'attuale carneficina a Gaza, potrebbe essere d'aiuto ricordare il cosiddetto Piano d'azione del marzo 2007. In tale documento, fatto trapelare a un giornale giordano, si profilava una duplice politica: umiliazione e vessazione del governo di Hamas nella Striscia di Gaza, e cooperazione internazionale per una West Bank economicamente e politicamente prospera. (Link e altro materiale sono disponibili se si cerca "Action Plan" nella casella di ricerca in alto a sinistra di questa pagina*).

Un articolo di qualche giorno fa (pubblicato sul New York Times, giusto per non farsi notare), in cui si parlava dell'ultima visita di Condoleeza Rice a Jenin, in Cisgiordania, conteneva una celebrazione della storiella della rinascita economica della Cisgiordania:
Oggi, però, Jenin è una vetrina di successo per l'Autorità palestinese, dopo la campagna di ordine e giustizia compiuta la scorsa primavera da forze di sicurezza palestinesi appositamente addestrate, e un esempio di come una situazione particolarmente spinosa possa essere capovolta.
L'attuale ferocia scatenatasi su Gaza può essere vista come il rovescio di questa politica israeliana, vale a dire l'umiliazione e la vessazione di Gaza fintanto che è controllata da Hamas. Questa umiliazione doveva essere messa in pratica soprattutto nel settore delle forze di sicurezza con il finanziamento di una nuova agenzia di sicurezza fedele ad Abbas e Fatah, sotto la sapiente supervisione del generale americano Keith Dayton, il cui lavoro è celebrato nel citato articolo del NYT in questo modo:
Nel mese di maggio a Jenin sono stati dispiegati circa 600 membri del personale di sicurezza palestinese, alcuni dei quali addestrati in Giordania nel quadro di un programma sponsorizzato dagli Stati Uniti in appoggio alle forze già dispiegate. La maggior parte di questi uomini è stata riassegnata ad altre parti della Cisgiordania, compresa Hebron.

Il Luogotenete Generale W. Keith Dayton, coordinatore della sicurezza americano, ha detto ai giornalisti che l'esercitazione era stata un "grande successo", e che gli israeliani avevano detto di aver ridotto le loro incursioni a Jenin di circa il 40 per cento.
Ovviamente il "grande successo" nella parte relativa a Gaza di questa duplice strategia è stao più difficile da ottenere: du qui la decisione israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, di ricorrere a ciò che stiamo vedendo.

Proprio come il bombardamento americano di Sadr City durante le campagne di sicurezza di Maliki fu dettato dalla strategia di dividere l'Iraq per conquistarlo (il nuovo aeroporto di Najaf fu aperto più o meno in quel periodo, con lo stesso tipo di celebrazioni per la "rinascita economica" che abbiamo visto sul NYT in relazione a Jenin), così il bombardamento di Gaza nel contesto globale della strategia americana per la Palestina. I nostri amici devono prosperare, e la resistenza languire.

Allora la cieca arroganza di tutto ciò era forse meno ovvia di ora, perché con il fallimento continuo della politica i mezzi diventano sempre più feroci e barbari. Ed è sempre più chiaro che è l'America ad essere fuori controllo, non la resistenza.

Sarebbe bene, al tempo stesso, ricordare da dove proviene questo potenziale distruttivo, in termini di quadro strategico globale in cui è cresciuto l'establishment americano. Per esempio, tanto per cominciare, ne fa parte la natura di ispirazione politica della filosofia dello "sviluppo economico" della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

A proposito, dov'è finita l'idea di "diplomazia pubblica" di cui abbiamo tanto sentito parlare negli ultimi tempi?

* Qui il link all'articolo in cui si parla del piano in questione, altri approfondimenti qui, qui e qui [N.d.T]

Originale: Where the carrot and stick policy leads

Pubblicato il 28 dicembre 2008

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martedì, dicembre 23, 2008

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

Tutte le strade portano fuori dall'Afghanistan

di M. K. Bhadrakumar

La misura del successo della nuova “strategia afghana” del presidente eletto Barack Obama sarà direttamente proporzionale alla sua capacità di slegare la guerra dai piani geopolitici ereditati dall'amministrazione Bush.

È ovvio che la cooperazione tra la Russia e l'Iran non è meno importante per lo sforzo bellico di ciò che gli Stati Uniti stanno diligentemente strappando ai generali pakistani. Presumibilmente Obama godrà di una posizione negoziale ancora più forte con i duri generali di Rawalpindi se solo Mosca e Teheran appoggeranno la sua strategia afghana.

Ma in questo caso la Russia e l'Iran si aspetteranno che Obama ricambi con la disponibilità a rinunciare alla strategia di contenimento degli Stati Uniti nei loro confronti. I segnali non sono confortanti. E questo non solo in base alla squadra della sicurezza nazionale di Obama e alla conferma di Robert Gates nel suo incarico di Segretario della Difesa.

Anzi, nelle ultime settimane dell'amministrazione Bush gli Stati Uniti stanno decisamente spingendo per accrescere la propria presenza militare nelle vicinanze della Russia (e della Cina) in Asia Centrale, motivando quella presenza con l'intensificazione dell'impegno bellico in Afghanistan.

Inoltre l'insistenza dell'amministrazione Bush a coinvolgere l'Arabia Saudita nel problema afghano con lo specioso pretesto che un partner wahabita potrebbe contribuire a domare i taliban non convince l'Iran. Il leader supremo dell'Iran, Ali Khamenei, mercoledì ha sottolineato energicamente la necessità di essere vigili sulla possibilità di “complotti dell'arroganza mondiale per creare discordia” tra i sunniti e gli sciiti.

La vicinanza tra Russia e Iran
Sembra quasi inevitabile che Mosca e
Teheran debbano unire le forze. È verosimile che abbiano già cominciato a farlo. Anche i paesi centro-asiatici e la Cina e l'India osserveranno attentamente la dinamica di questa fosca lotta per il potere. Sono parte in causa nella misura in cui potrebbero subire i danni collaterali del grande gioco in Afghanistan. La “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti in Afghanistan ha già destabilizzato il Pakistan. Le macerie minacciano di colpire anche l'India.

È certo che l'attacco terroristico dello scorso mese a Mumbai non possa essere considerato un evento isolato dalle turbolenze provocate dalla guerra afghana. Proprio mentre il Gruppo di Lavoro russo-indiano si riuniva a Delhi, martedì e mercoledì, nella capitale indiana giungeva per consultarsi sul problema afghano un altro alto diplomatico, il vice Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Mahdi Akhounjadeh.

Martedì a Mosca il capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, il Generale Nikolaj Makarov, aveva appena svelato la geopolitica della guerra afghana facendo sapere al mondo che l'amministrazione Bush stava sferrando un ultimo assalto nel grande gioco in Asia Centrale. Makarov non può aver parlato senza l'autorizzazione del Cremlino. Mosca sembra segnalare la propria frustrazione alla squadra di Obama. Makarov ha rivelato che Mosca dispone di informazioni in base alle quali gli Stati Uniti stanno spingendo per nuove basi militari in Kazakistan e Uzbekistan.

Che sia una coincidenza oppure no, si è diffusa la notizia che la Russia sta per trasferire all'Iran il sistema di difesa aerea S-300. L'S-300 è uno dei sistemi missilistici terra-aria più avanzati, ed è capace di intercettare 100 missili balistici o velivoli simultaneamente, a quote alte e basse in un raggio di più di 150 chilometri. Per citare un vecchio consigliere del Pentagono, Dan Goure, “Se Teheran ottenesse l'S-300, questo comporterebbe un drastico cambiamento di mentalità nel modo di fronteggiare militarmente l'Iran. Questo è un sistema che spaventa ogni forza aerea occidentale”.

Difficile dire esattamente cosa stia accadendo, ma la Russia e l'Iran sembrano prepararsi a una contromossa nell'eventualità che l'amministrazione Obama intenda mantenere l'attuale politica statunitense volta a isolarli o a escluderli dalle loro zone d'influenza.

Recentemente la rivista Aviation Week ha citato fonti americane secondo le quali Mosca intenderebbe usare la Bielorussia come tramite per vendere all'Iran i sistemi missilistici SA-20. “Gli iraniani stanno trattando per l'SA-20”, ha detto un funzionario statunitense, “Abbiamo davanti una serie di sfide senza precedenti. Ci siamo cullati in un falso senso di sicurezza perché le nostre operazioni negli ultimi vent'anni hanno comportato la nostra superiorità aerea e siamo stati liberi di operare in tutte le aree”.

L'alto funzionario statunitense ha detto che lo spiegamento dell'SA-20 attorno agli impianti nucleari iraniani costituirebbe una diretta minaccia per la flotta di F-15I e F-16I israeliani, caratterizzati da una tecnologia avanzata ma non “stealth”. Il quotidiano Ha'aretz ha riferito martedì che il consigliere politico-militare del Ministero della Difesa israeliano, il Generale Amos Gilad, si stava recando a Mosca per chiedere alla Russia di non trasferire l'S-300 all'Iran.

Evidentemente Mosca mantiene un atteggiamento di “costruttiva ambiguità” su ciò che sta accadendo esattamente. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha commentato a ottobre che Mosca non avrebbe venduto l'S-300 a paesi situati in “regioni instabili”.

Ma mercoledì l'agenzia di informazione russa Novosti, citando fonti anonime del Cremlino, ha scritto che Mosca sta “attualmente implementando un contratto per la consegna di sistemi S-300”. Sempre mercoledì il vice capo del Servizio Federale russo per la Cooperazione Tecnico-Militare, Aleksandr Fomin, ha difeso pubblicamente la cooperazione militare russo-iraniana in quanto portatrice di un'“influenza positiva sulla stabilità della regione”. Fomin ha detto in particolare che sistemi come l'S-300 sono un beneficio per l'intera regione in quanto “prevengono nuovi conflitti militari”.

La penetrazione statunitense nella sfera di influenza russa nel Caucaso e in Asia Centrale avrà certamente delle conseguenze sulle mosse russo-iraniane in relazione all'S-300. Mosca e Teheran staranno attente alla possibilità che i veterani della guerra fredda di Washington continuino il loro grande gioco nell'Hindu Kush nonostante lo stallo della guerra afghana e le crescenti difficoltà in cui si trovano le forze della NATO.

La politica delle rotte di transito
Tutto ciò è evidente se guardiamo alla saga delle rotte di rifornimento degli Stati Uniti verso l'Afghanistan. Fatti recenti hanno mostrato che i militanti sono capaci di tenere la NATO in ostaggio bloccando le rotte di rifornimento verso l'Afghanistan attraverso il porto di Karachi. Logicamente gli Stati Uniti sono costretti a cercare rotte alternative.

Oltre a quella di Karachi ci sono altre tre rotte per rifornire le truppe in Afghanistan: quella che passa per il porto di Shanghai attraversando la Cina e il Tagikistan verso l'Afghanistan; le rotte terrestri Russia-Kazakhstan-Uzbekistan/Turkmenistan fino al confine afghano sull'Amu Darya; e la rotta più breve e pratica che passa per l'Iran.

La Russia è collegata al confine afghano sia da strade che dalla ferrovia. La Cina, d'altro canto, dispone attualmente di un solo collegamento ferroviario con l'Asia Centrale, la linea da Urumqi, nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, che termina al confine kazako. La Cina però sta lavorando su due ulteriori anelli ferroviari: uno da Korgas sul confine kazako fino ad Almaty e l'altro da Kashi al Kirghizistan. Entrambi collegano la Cina alla griglia ferroviaria centro-asiatica d'epoca sovietica che porta alla città portuale uzbeka di Termez sull'Amu Darya, che è una tradizionale via d'accesso all'Afghanistan.

Sorprendentemente, però, Washington non vuole prendere in considerazione nessuna di queste rotte alternative. L'Iran è comprensibilmente un'area off-limits (anche se nell'invasione del 2001 dell'Afghanistan l'amministrazione Bush chiese e ottenne il supporto logistico dell'Iran). Ma gli Stati Uniti esitano anche a coinvolgere nella guerra la Russia e la Cina. Capiscono che un domani questi paesi potrebbero esigere di avere voce in capitolo nella strategia di guerra, che finora è stata privilegio esclusivo degli Stati Uniti. Poi ci sono altre implicazioni.

La strategia di contenimento nei confronti della Russia e della Cina non può essere sostenuta se c'è una dipendenza cruciale da questi paesi per l'impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan. Inoltre il loro coinvolgimento congelerebbe efficacemente i piani di espansione della NATO nell'Asia Centrale, per non parlare della creazione di nuove basi militari statunitensi nella regione. Dunque coinvolgendo la Russia e la Cina nelle rotte dei rifornimenti alle truppe in Afghanistan, gli Stati Uniti si troverebbero costretti ad archiviare l'intera strategia per una “Grande Asia Centrale”, che mira ad escludere l'influenza russa e cinese dalla regione.

E allora cosa fanno gli Stati Uniti? Hanno scelto un triplo approccio. Innanzitutto convinceranno i recalcitranti generali pakistani a non creare problemi ai convogli NATO in transito attraverso il Pakistan. E così il senatore John Kerry, che ha visitato l'India diretto in Pakistan la scorsa settimana durante una missione di mediazione, ha promesso tra l'altro che gli Stati Uniti avrebbero soddisfatto la richiesta del Pakistan di ammodernare la flotta di F-16, in grado di trasportare armi nucleari, oltre ad accelerare un nuovo pacchetto multimiliardario di aiuti.

In secondo luogo gli Stati Uniti hanno cominciato a lavorare a una nuova rotta di rifornimento per l'Afghanistan che evita Teheran, Mosca e Pechino e che soprattutto non solo corrisponde alla strategia di contenimento nei confronti della Russia e l'Iran, ma promette di ampliarla e perfino rafforzarla.

La penetrazione degli Stati Uniti nel Caucaso
Dunque gli Stati Uniti hanno cominciato a sviluppare una rotta terrestre assolutamente nuova attraverso il Caucaso meridionale verso l'Afghanistan, una rotta che attualmente non esiste. Stanno lavorando all'idea di traghettare le merci dirette in Afghanistan attraverso il Mar Nero al porto di Poti in Georgia e poi di farle passare per i territori della Georgia, dell'Azerbaigian, del Kazakistan e dell'Uzbekistan. Un ramo potrebbe anche andare dalla Georgia via Azerbaigian al confine turkmeno-afghano.

Il progetto, se si materializzerà, sarà il più grosso colpo geopolitico che Washington abbia mai potuto mettere a segno nell'Asia Centrale e nel Caucaso post-sovietici. Con un solo gesto gli Stati Uniti potranno stringere legami di cooperazione militare a livello bilaterale con l'Azerbaigian, il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Inoltre gli Stati Uniti avvicineranno efficacemente questi paesi all'orbita della NATO. La Georgia, in particolare, otterrà uno status privilegiato in quanto paese di transito chiave, e questo metterà fuori gioco l'attuale opposizione europea al suo ingresso nella NATO. Gli Stati Uniti avranno anche inferto un colpo alla Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) guidata dalla Russia. Non solo gli Stati Uniti saranno riusciti a impedire che la CSTO e la SCO (Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) ficchino il naso nel calderone afghano, ma avranno anche reso queste organizzazioni ampiamente irrilevanti per la sicurezza regionale facendo uscire il Kazakistan e l'Uzbekistan, i due principali attori dell'Asia Centrale, dall'orbita di queste organizzazioni per farli entrare direttamente in quella degli Stati Uniti e della NATO.

In terzo luogo, il quotidiano russo Kommersant il 12 dicembre ha riferito che gli Stati Uniti stanno stabilendo la propria presenza in Kazakistan. Scriveva infatti: “I colloqui che i rappresentanti dell'amministrazione Bush stanno conducendo in Asia Centrale confermano l'esistenza di un nuovo progetto. La scorsa settimana il parlamento del Kazakistan ha ratificato dei memorandum di sostegno all'Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Permettono agli Stati Uniti di usare la sezione militare dell'aeroporto di Almaty per gli atterraggi di emergenza di velivoli militari”.

Dunque gli Stati Uniti si stanno muovendo con decisione per spuntare gli artigli della diplomazia russa sull'Afghanistan. Aspetto interessante, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente consentito alla NATO di negoziare con la Russia per ottenere strutture di appoggio alla rotta di transito, e la Russia difficilmente potrà rifiutare. La scorsa settimana l'inviato della NATO per l'Asia Centrale, Robert Simmons, è giunto in visita a Mosca. Se Mosca aveva pensato che offrire appoggio logistico alla rotta di rifornimento della NATO le avrebbe permesso di influire su altri aspetti delle relazioni con l'Occidente o sull'Afghanistan, questo non accadrà perché gli Stati Uniti non dipenderanno dalla Russia e non saranno costretti a ricambiare.

Washington ha di certo avuto una bella pensata. Prende il meglio da entrambe le situazioni: la NATO riceve l'aiuto della Russia mentre gli Stati Uniti colpiscono la CSTO e gli interessi russi nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Quello che più colpisce gli interessi russi è che se la rotta caucasica si materializzerà gli Stati Uniti avranno consolidato la loro presenza militare nel Caucaso meridionale a lungo termine. Fin dal conflitto del Caucaso in agosto gli Stati Uniti hanno mantenuto una presenza navale nel Mar Nero, con regolari soste in Georgia. Tutto indica che gli Stati Uniti stiano pianificando anche una ben calibrata presenza sul suolo georgiano. Un Accordo Militare e per la Sicurezza tra Stati Uniti e Georgia è entrato nelle fasi finali. Martedì scorso il sottosegretario di Stato Matt Bryza ha visitato Tbilisi proprio a tale proposito.

Washington starebbe finalizzando un documento che prevede che si aiuti la Georgia a soddisfare i requisiti per l'ingresso nella NATO e si promuova “la cooperazione nella sicurezza e il partenariato strategico”. Come ha dichiarato un esperto statunitense, “L'opzione del Caucaso meridionale è più costosa ma incomparabilmente più sicura. È anche immune alla manipolazione politica russa... un flusso maggiore di rifornimenti via terra e aria presupporrebbe una non vistosa presenza logistico-militare degli Stati Uniti sul territorio. Richiederebbe inoltre un controllo affidabile dello spazio aereo georgiano e azero”.

Un altro drammatico contraccolpo sarebbe che una rotta Georgia-Azerbaigian, Kazakistan-Turkmenistan può essere anche facilmente convertita in un corridoio energetico per il gas e il petrolio del Caspio aggirando la Russia. Questo corridoio è un vecchio sogno di Washington. Inoltre i paesi europei sentiranno l'imperativo di acconsentire alla richiesta statunitense che i paesi attraversati dal corridoio energetico possano godere della protezione della NATO, in un modo o nell'altro. E questo a sua volta porterà all'espansione della NATO nel Caucaso e nell'Asia Centrale.

Di certo la rinnovata minaccia dei taliban in Afghanistan e l'intensificazione dei combattimenti sta fornendo un contesto fantastico. Per la prima volta gli Stati Uniti stabilirebbero una presenza militare nel Caucaso, ed emergerebbe la concreta possibilità di un corridoio energetico caspico orientato verso il mercato europeo. Sia la Russia che l'Iran si sentirebbero direttamente minacciati da una presenza militare statunitense praticamente alle loro periferie, ed entrambi rischierebbero di essere messi fuori gioco da Washington nella partita dell'energia del Caspio.

Questi intrighi sulle rotte di rifornimento mettono in luce la portata dell'aspra lotta geopolitica che si svolge nell'Hindu Kush, una lotta per lo più ignorata dall'opinione pubblica mondiale che continua a concentrare la propria attenzione sul destino di al-Qaeda e dei taliban. Il fatto è che sette anni dopo l'invasione dell'Afghanistan gli Stati Uniti si sono condotti eccezionalmente bene sul piano geopolitico, anche se la guerra in sé è andata piuttosto male per gli afghani, i pakistani e i soldati europei in servizio in Afghanistan.

Le carte vincenti degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono riusciti a stabilire una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Ironicamente, con l'aggravarsi della guerra hanno ora il pretesto per creare nuove basi militari in Asia Centrale. Mentre resta intatta la stretta collaborazione degli Stati Uniti con l'esercito pakistano, la ricerca di nuove rotte di rifornimento crea il contesto ideale per espandere la presenza militare americana nelle sfere di influenza della Russia e della Cina (e dell'Iran) in Asia Centrale.

Anche la velata minaccia di riaprire la “questione del Kashmir”, evidentemente mirata a tenere a bada l'India, serve a un utile scopo. In parole semplici, gli Stati Uniti correrebbero concreti rischi geopolitici in Afghanistan se solo prendesse forma una coalizione di potenze regionali come la Russia, la Cina, l'Iran e l'India e queste potenze cominciassero a confrontarsi seriamente sulla direzione che sta prendendo la guerra in Afghanistan e sui reali obiettivi statunitensi. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a impedirlo trattando separatamente queste potenze regionali. Di fatto Washington ha tratto un netto vantaggio dalle contraddizioni che hanno caratterizzato le relazioni tra queste potenze regionali.

Complessivamente gli Stati Uniti hanno in mano diverse carte vincenti, date le contraddizioni delle relazioni sino-indiane e sino-russe, la questione dell'Iran, le relazioni tra India e Pakistan, tra Iran e Pakistan, e naturalmente Russia e Pakistan. La principale sfida diplomatica per gli Stati Uniti in questa congiuntura sarà quella di prevenire e sventare ogni forma di incipiente coordinamento tra le potenze regionali sulla questione della guerra afghana sotto forma di un processo di pace su iniziativa regionale. Gli Stati Uniti hanno fatto il possibile per far sì che la conferenza internazionale sull'Afghanistan proposta dalla SCO non si materializzasse.

Ma come testimoniano le consultazioni russo-indiane e iraniano-indiane di questa settimana a Delhi, le potenze regionali potrebbero lentamente svegliarsi e rendersi conto della geostrategia statunitense in Afghanistan. Forse presto potrebbero accorgersi che la “guerra al terrorismo” sta dando agli Stati Uniti la possibilità di assicurarsi una presenza permanente nelle montagne dell'Hindu Kush e del Pamir, nelle steppe centro-asiatiche e nel Caucaso, che costituiscono lo snodo strategico che domina la Russia, la Cina, l'India e l'Iran.

La domanda da un milione di dollari è la sincerità di Obama. Se vuole davvero porre fine alla carneficina e alle sofferenze in Afghanistan, combattere efficacemente e in modo duraturo il terrorismo, stabilizzare l'Afghanistan e garantire la stabilità dell'Asia Meridionale deve fare una scelta decisiva. Deve semplicemente rigettare il “danno collaterale” che il grande gioco sta infliggendo alla condizione umana, e perseguire una complessa soluzione della questione afghana in termini di sicurezza e stabilità regionali.

Questo cambiamento sarà coerente con i suoi valori dichiarati. La questione essenziale è se romperà con il passato per principio.

Non c'è dubbio che Obama dovrà affrontare un compito difficile, essendo un essenziale “outsider” a Washington, perché dovrà confrontarsi con gli interessi dell'establishment della sicurezza degli Stati Uniti, il complesso militare-industriale, il Big Oil e gli influenti veterani della guerra fredda decisi ad andare avanti. La guerra nell'Hindu Kush sta entrando in una fase decisiva per il progetto di un Nuovo Secolo Americano.

Originale: All roads lead out of Afghanistan

Pubblicato il 20 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 22, 2008

Stratfor sulla ripresa dei negoziati Russia-USA sul controllo degli armamenti

[Il 17 dicembre gli analisti di Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) hanno prestato attenzione al viaggio in Russia del senatore Lugar, preceduto di poco dalla significativa visita di Henry Kissinger. Visto che se ne è letto poco traduco qui la notizia, accessibile solo agli utenti registrati:]

Ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti?
Il senatore statunitense Richard Lugar (repubblicano dell'Indiana) martedì è giunto a Mosca per dei colloqui. La sua visita, che si protrarrà fino a sabato, dovrebbe concentrarsi sul disarmo, in vista di un rinnovo o di una sostituzione del regime di controllo degli armamenti instaurato in base allo Strategic Arms Reduction Treaty (START I, Trattato per la Riduzione degli Armamenti Strategici) del 1991, che scadrà il 5 dicembre 2009.

Benché normalmente prestiamo poca attenzione ai viaggi di membri del Congresso, questa visita è degna di nota. Lugar è senatore da più di 30 anni, ed è il repubblicano più alto in grado del Comitato per le Relazioni Estere del Senato. Ha svolto un ruolo cruciale nei negoziati per il disarmo durante la Guerra Fredda e per la non-proliferazione in epoca post-sovietica. Nel 1991 è stato coautore (con il senatore Sam Nunn, democratico della Georgia) del Lugar-Nunn Cooperative Threat Reduction Program (Programma di riduzione congiunta della minaccia) che tentava di eliminare quello che lo START aveva contribuito a mettere al bando, fornendo finanziamenti statunitensi per mettere in sicurezza e smantellare gli armamenti nucleari di epoca sovietica e relativi sistemi di lancio (oltre alle armi biologiche e chimiche). A oggi sono state smantellate circa 7200 testate nucleari d'epoca sovietica.

Tuttavia l'eredità del regime di controllo degli armamenti della Guerra Fredda – e il coinvolgimento di Lugar in questo processo – non si limita alle armi nucleari. Le componenti sono tre. Una è l'Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF, Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio), che metteva al bando tutti i missili balistici a corto e medio raggio (300-3400 miglia) e i missili da crociera terra basati a terra al fine di ridurre la minaccia di un rapido scambio nucleare nel teatro europeo. Un'altra componente è rappresentata dal Treaty on Conventional Forces in Europe (CFE, Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa) del 1992, che poneva espliciti limiti alle armi convenzionali, dai carri armati ai veicoli da combattimento e dagli elicotteri d'attacco ai caccia, in tutto il teatro europeo, sia per la NATO che per il Patto di Varsavia (Russia a ovest degli Urali compresa). E infine c'è lo START I, che stabilì meccanismi rigorosi di dichiarazione, ispezione e verifica allo scopo di ridurre gli arsenali degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica.

In anni più recenti, tuttavia, l'impegno per il disarmo è entrato in una fase di stallo. Gli americani hanno preferito non dare seguito allo START; gli Stati Uniti vedono venir meno l'arsenale strategico russo, dunque Washington considera qualsiasi rigida restrizione bilaterale imposta alle armi nucleari strategiche come un'indebita limitazione delle proprie opzioni militari a lungo termine. I russi non amano il CFE, dato che gli stati satelliti che facevano parte del Patto di Varsavia sono ora membri della NATO; i numeri delle armi convenzionali sono tutti a favore della NATO. E i russi non amano neanche il trattato INF, perché impedisce loro di costruire grandi quantità di più economici missili a breve raggio per contrastare la superiorità tecnica e a lungo raggio degli Stati Uniti.

Messi assieme, questi tre trattati segnano la fine della realtà militare della Guerra Fredda in Eurasia. E la visita di Lugar in Russia segnala che gli americani e i russi potrebbero essere pronti ad ammettere che tutti e tre gli accordi vanno rivisti.

Lugar non è il solo peso massimo in gioco. La sua visita segue un fatto ancora più rivelatore: anche l'ex segretario di stato Henry Kissinger ha di recente visitato la Russia. Avrebbe incontrato il presidente russo Medvedev il 12 dicembre, ma secondo una fonte di Stratfor avrebbe soprattutto trascorso molto tempo con il primo ministro Vladimir Putin. In Russia Kissinger è l'americano più rispettato e considerato, punto. Quando si trova lì, ha l'autorità di parlare per conto dell'amministrazione degli Stati Uniti. Il successivo viaggio di Lugar suggerisce che gli incontri di Kissinger si sono almeno in parte concentrati sul riavvio di significative discussioni sul controllo degli armamenti.

Per i russi il solo fatto di riuscire a convincere gli americani a discutere l'idea di rinegoziare i trattati è una vittoria significativa. A parte il prestigio di essere ancora capace di riuscire a condurre colloqui strategici bilaterali, la Russia ha convinto Washington – e parliamo qui della Washington di Bush ma anche di Obama – di avere la capacità non solo di influenzare ma anche di dettare gli eventi in gran parte dell'ex impero sovietico. Il riconoscimento statunitense di questo semplice fatto significa che sono destinate a svolgersi discussioni in materia di sicurezza. Il processo di rinegoziazione probabilmente si protrarrà per anni, ma le visite di Kissinger e Lugar sono mosse di apertura in quella direzione.

Fonte: www. stratfor.com (Strategic Forecasting Inc), 17 dicembre 2008

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martedì, dicembre 16, 2008

Negligenza giornalistica

Negligenza giornalistica
Il Washington Post, la Russia e il caso Moskalenko
di Mark Ames

Negli ultimi anni gli editoriali del Washington Post hanno promosso una linea sempre più ostile nei confronti della Russia, descrivendone i complessi sviluppi in termini manicheistici e attribuendo al Cremlino – solitamente Vladimir Putin – tutte le cose sbagliate, vere o immaginarie, che accadevano in quella parte del mondo.

Durante la recente guerra tra la Russia e la Georgia gli editoriali del Post hanno esplicitamente puntato il dito contro il neo-imperialismo russo e sono arrivati a negare che i georgiani avessero inflitto gravi danni alla capitale dell'Ossezia del Sud, nonostante i resoconti delle organizzazioni per i diritti umani, dell'OSCE e perfino degli stessi giornalisti del Post. Questa linea dura e profondamente sbagliata adottata da una delle pagine delle opinioni più influenti di tutto il paese ha svolto un ruolo fondamentale nello spingere l'America e la Russia sull'orlo di una nuova guerra fredda.

Un iperbolico editoriale del 22 ottobre, “More Poison: Another prominent adversary of Vladimir Putin is mysteriously exposed to toxins” (“Ancora veleno: altra importante avversaria di Vladimir Putin misteriosamente esposta a tossine”), mi ha spinto a chiedere al caporedattore della pagina delle opinioni del Post, già alla direzione della redazione di Mosca del giornale, Fred Hiatt, quali fossero le fonti di queste accuse. La diligente risposta di Hiatt mi ha concesso involontariamente uno spiraglio per comprendere come, quando si tratta di Russia e Putin, l'incessante demonizzazione messa in atto dagli editoriali del giornale dia più peso all'ideologia che alla professionalità giornalistica o alla semplice verifica delle fonti.

L'editoriale essenzialmente accusava il Primo Ministro Putin di avere avvelenato un'avvocatessa dei diritti umani a Strasburgo, in Francia, ordinando che nella sua auto fosse messo del mercurio. L'avvocatessa, Karina Moskalenko, aveva accusato in varie occasioni il Cremlino alla Corte Europea per i Diritti Umani. Così, quando si è sentita male e suo marito ha trovato tracce di mercurio nella loro auto, gli investigatori francesi sono stati chiamati a condurre un'indagine su un possibile crimine. Ma, senza attendere il rapporto degli investigatori, la pagina delle opinioni di Hiatt ha frettolosamente offerto il proprio verdetto, salmodiando solennemente: “È spaventoso pensare che possa esserci un altro avvelenamento di un altro nemico di Putin in un'altra città europea”.

Le Figaro, che pochi giorni prima aveva dato la notizia del sospetto avvelenamento, ha riferito che secondo gli inquirenti francesi l'avvocatessa probabilmente non era stata avvelenata; il mercurio veniva da un barometro rotto appartenuto al precedente proprietario dell'auto. Il Post non ha ritrattato né si è scusato. La pagina delle opinioni non ha fatto menzione della rivelazione, e le pagine di cronaca ha relegato l'aggiornamento a una notiziola sepolta a pagina A14.

Nella sua e-mail di risposta alle mie critiche all'editoriale, Hiatt ha ignorato la mia domanda sul perché il Post non abbia atteso gli esiti delle indagini prima di pubblicare il proprio verdetto. Ha fatto invece ulteriori accuse. “Sono consapevole di articoli del Figaro e del New York Times che citavano fonti anonime della polizia che avanzavano la teoria di un termometro rotto come fonte del mercurio nell'auto della Moskalenko”, ha detto. “Queste fonti si trovavano a Parigi, dove le autorità possono avere una ragione politico-diplomatica per non scatenare una disputa con la Russia, e non a Strasburgo, dove aveva luogo l'indagine”. Ha fatto anche capire che la Moskalenko, che dubitava della “teoria del termometro rotto”, per citare Hiatt, era più affidabile degli inquirenti. Erano accuse incredibili nei confronti di Le Figaro e dei sistemi politico e giudiziario francesi. Ma Hiatt aveva ragione?

Ho deciso di verificare la sua versione dei fatti chiamando Cyrille Louis, il giornalista del Figaro. Louis aveva dato per primo entrambe le notizie: il presunto avvelenamento della Moskalenko e le scoperte degli investigatori che avevano smontato quelle ipotesi. Diversamente dal Post, The Nation non ha una redazione a Parigi. Eppure ci sono volute solo due telefonate per raggiungere Louis e chiedergli come avesse raccontato la storia. “Sono francamente sorpreso che il redattore capo della pagina delle opinioni del Washington Post abbia potuto dire una cosa del genere senza neanche chiamarmi per verificare se quello che dice è vero”, mi ha detto ridendo un Louis molto sorpreso. “È assolutamente falso. Ho usato diverse fonti, ma le due principali erano un alto ufficiale di polizia qui a Parigi e un alto funzionario della procura di Strasburgo”. Louis ha perfino nominato la fonte di Strasburgo – il sostituto procuratore Claude Palpacuer. Le sue fonti di Parigi sono persone affidabili perché ci lavora da anni. Louis ha spiegato che gli investigatori pensarono di avere probabilmente risolto il caso quando rintracciarono l'ex proprietario dell'auto, un antiquario che aveva effettivamente rotto un vecchio barometro (non un termometro) nell'auto poco tempo prima di venderla.

Ho poi domandato a Louis cosa pensasse dell'ipotesi più ampia di Hiatt: il fatto che le fonti di Le Figaro a Paris non fossero affidabili perché i francesi potevano non voler infastidire la Russia. Louis è nuovamente scoppiato a ridere per l'incredulità: “Sembra una specie di teoria del complotto. Bisognerebbe credere che dei giudici e degli ufficiali di polizia di due città abbiano complottato per manipolare un giornalista di Le Figaro fabbricando una storia che innanzitutto qui non era neanche una grossa notizia. Perché le autorità dovrebbero scomodarsi tanto per una storia così piccola? Trovo l'idea del complotto totalmente inverosimile”. Louis era deluso dalle accuse di Hiatt: “Magari dovrei sentirmi onorato per il fatto che il Washington Post si prende il disturbo di parlare di me, ma sai, sono un po' sorpreso. Se mi avesse chiamato gli avrei spiegato come ho scritto questa notizia. Ma non ci ha nemmeno provato. Spesso qui siamo colpiti dal modo di lavorare dei giornalisti americani, dai criteri rigorosi che usano per verificare le fonti... Dunque è una delusione sapere che [Hiatt] è giunto a queste conclusioni sul mio metodo di lavoro senza nemmeno prendersi la briga di chiamarmi”.

Louis mi ha passato il numero del sostituto procuratore Palpacuer, che sovrintende all'indagine. Ho chiesto a un vecchio amico di Parigi che fa lo scrittore e il traduttore, Thierry Marignac, di farmi da interprete. Palpacuer ha confermato tutto quello che aveva detto Louis, anche se le indagini avevano fatto dei passi avanti: “La quantità di mercurio era così piccola da non risultare tossica. Abbiamo prelevato campioni di sangue dalla famiglia Moskalenko e i risultati dicono che le tracce di mercurio nel loro sangue erano insignificanti. In ogni caso, per essere letale il mercurio dovrebbe essere inalato o iniettato”, ha detto Palpacuer. “L'indagine non è ancora chiusa ed è stata passata alla divisione criminale del dipartimento di polizia di Strasburgo. Ma sappiamo che l'ex proprietario del veicolo vi ruppe un barometro prima di vendere l'auto, e le quantità corrispondono effettivamente a quelle trovate”.

Di fronte alla teoria di Hiatt secondo cui le indagini sarebbero state inaffidabili e probabilmente influenzate dalle autorità parigine che non volevano infastidire la Russia, Palpacuer è scoppiato a ridere: “Scusi, è più forte di me. Io lavoro con le prove che mi trovo davanti nelle indagini. Ma... i russi? Influenzare questo caso? Non so che dire, è ridicolo. Vorrei solo dire: ben vengano le prove, se qualcuno le ha. Se ci sono prove delle influenze russe sulle indagini, ben vengano”.

Prove. Fatti. La risposta di Hiatt non aveva niente a che fare con questo. Comunque Hiatt mi ha chiesto di mandargli qualsiasi aggiornamento sul caso Moskalenko. Be', eccolo qui: un aggiornamento ottenuto con la magia di un paio di telefonate.

E questo ci riporta al punto di partenza. Il Post ritratterà questo editoriale malamente documentato e scarsamente professionale? La pagina delle opinioni verrà giudicata responsabile dal suo ombudsman e da altri giornalisti del Post? In fin dei conti l'ombudsman è riuscito recentemente ad attaccare il presunto “pregiudizio in senso liberale” del giornale, una posizione molto discussa. Ma in questo caso abbiamo un chiaro esempio di notizia non accertata e di mancata ritrattazione degli errori.

Dati i trascorsi del Post negli ultimi dieci anni, dalla guerra in Iraq al conflitto in Ossezia del Sud, e la replica di Hiatt relativa a questo caso, viene da chiedersi se la pagina delle opinioni abbia gestito male altre notizie fondamentali, soprattutto quelle che riguardano la Russia, come ha fatto con il caso Moskalenko. Questa domanda esige una risposta.

Originale: Editorial Malpractice

Articolo originale pubblicato il 10/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, dicembre 12, 2008

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio

L'amicizia tra India e Russia riprende slancio
di M. K. Bhadrakumar

La visita del Presidente russo Dmitrij Medvedev a Nuova Delhi la scorsa settimana si è rivelata per il Governo indiano una buona occasione per ristabilire l'importanza strategica del tradizionale partenariato India-Russia. Senza dubbio la visita si è svolta in un momento cruciale della storia e della politica contemporanee, sullo sfondo di enormi trasformazioni nel sistema internazionale.

Medvedev è giunto in India immediatamente dopo gli orrendi attentati di Mumbai. La situazione della sicurezza regionale – e in particolare dell'Afghanistan – ha naturalmente assunto un ruolo di primo piano nei colloqui.

La Dichiarazione Congiunta firmata dal Primo Ministro Manmohan Singh e Medvedev dopo estesi colloqui a Nuova Delhi dimostra che le due parti si sono seriamente impegnate a comprendere i reciproci interessi vitali e a trovare il modo di conciliarli. Hanno anche consapevolmente tentato di ampliare il terreno comune nel sistema internazionale. Dopo un lasso di tempo considerevole, la relazione russo-indiana sembra ora ripartire.

Si sono presi in considerazione i contenziosi che hanno turbato i rapporti tra i due paesi negli ultimi anni. Il maggiore è la questione dell'aumento dei costi per la portaerei russa Admiral Gorškov, che l'India si è impegnata ad acquistare. Alla vigilia della visita di Medvedev il gabinetto indiano ha preso la decisione di approvare il pagamento degli ulteriori 2,2 miliardi di dollari chiesti dalla Russia. Il governo ha anche approvato l'acquisizione dalla Russia di 80 elicotteri multiruolo Mi-17 del valore di 1,3 miliardi di dollari.

Mani tese in un mondo in transizione
Medvedev aveva anche il compito di discutere l'affitto alla marina indiana di un sottomarino nucleare. La cooperazione militare India-Russia torna a pieno regime con tutta una serie di progetti in cantiere. La Russia ha consolidato la propria posizione di primo fornitore di armi per l'India. Ma la ciliegina sulla torta è stata la proposta di collaborazione nei settori spaziale e nucleare. In base agli accordi firmati, la Russia costruirà in India quattro nuovi impianti nucleari e assisterà un volo spaziale con equipaggio indiano. La Russia ha offerto un nuovo impianto nucleare AES-2006, che incorpora un reattore WER-1200 di terza generazione da 1170MW. La Russia ha anche concordato di fornire uranio per un valore di 700 milioni di dollari per soddisfare i bisogni dell'India.

Manmohan ha descritto questi accordi come una “nuova pietra miliare nella storia della cooperazione con la Russia”. Ha aggiunto: “È una relazione che ha superato la prova del tempo”. Ha riconosciuto che il dialogo dell'India con la Russia si è “intensificato in misura considerevole”. Significativamente, ha affermato che gli attacchi terroristici di Mumbai “costituiscono una minaccia per le società pluraliste” [leggasi Russia] e che “c'è molto che la Russia e l'India possono fare per promuovere la pace globale”.

Chiaramente i due paesi hanno riscoperto il vecchio slancio della loro amicizia. Si tendono la mano ancora una volta in un mondo che appare in transizione. Oltre la mutevolezza della situazione internazionale, sia l'India che la Russia sentono l'imminenza di un cambiamento nelle politiche globali degli Stati Uniti, ma nessuna delle due scommetterebbe sulla direzione e le proporzioni di quel cambiamento. Entrambe sono acutamente consapevoli dell'inesorabile declino dell'influenza degli Stati Uniti nella politica mondiale e dell'urgente necessità di adeguarsi alle realtà emergenti del multipolarismo.

Nello stesso tempo, gli Stati uniti rimangono l'interlocutore unico più importante sia per l'India che per la Russia nel vicino futuro. Nessuna delle due vorrebbe che il partenariato russo-indiano fosse diretto contro gli Stati Uniti. Proprio mentre Medvedev giungeva a Delhi, un alto funzionario indiano prendeva contatti con i consiglieri del presidente eletto Barack Obama per informarli delle prospettive e delle politiche di Delhi. Anche lo stato d'animo di Mosca è di attesa nei confronti della presidenza Obama, benché mitigato da un cauto ottimismo.

Il bilanciamento dei rispettivi interessi russo-indiani che emerge nella Dichiarazione Congiunta mette in luce questi delicati impulsi che interessano vari settori. La dichiarazione è priva di retorica anti-americana in quanto tale ma è ovvio che i due paesi stanno riorganizzando il loro partenariato in armonia con un “secolo post-americano”. L'India si è identificata con la posizione russa sulla necessità di riformare i sistemi economico e finanziario internazionali per adattarli a “nuove realtà” e promuovere un “ordine economico mondiale più giusto basato sui principi del multipolarismo, dello stato di diritto, dell'uguaglianza, del reciproco rispetto e della responsabilità comune”.

La Russia promuove i rapporti sino-indiani
L'India si trova anche a sottolineare l'“interazione crescente e più concentrata” della trilaterale Russia, Cina e India, nonostante lo scarso entusiasmo mostrato nel passato recente per un processo che Washington non approva considerandolo un'iniziativa superflua da parte dell'India.

È significativo che la Dichiarazione Congiunta affermi che la trilaterale “acquista importanza nel quadro dei meccanismi di dialogo multilaterale, contribuisce in maniera sostanziale al rafforzamento dell'emergente multipolarismo e promuove la leadership collettiva di grandi potenze mondiali”. Questa formula accuratamente studiata è indicativa dell'intenzione di iniettare nuovo dinamismo nell'intesa. Presumibilmente Mosca ha convinto Delhi a riaffermare la portata della trilaterale nella mutevole situazione internazionale. La Russia ha visto con crescente sconforto la propria incapacità di promuovere l'intesa sino-indiana.

La Russia deve anche avere sollecitato l'India a svolgere un ruolo più attivo e “a contribuire e partecipare in modo più costruttivo” alla Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Da parte sua, l'India ha abbandonato un'ambivalenza attentamente coltivata per esprimere apertamente il proprio incondizionato appoggio alla posizione russa sulla situazione nella regione caucasica. È una notevole vittoria per il Cremlino essere infine riuscito a tirare l'India dalla propria parte, trattandosi di una questione sensibile che ha un ruolo di primo piano nella politica estera russa ed sarà di fatto un motivo conduttore delle relazioni della Russia con gli Stati Uniti nei prossimi tempi. La dichiarazione comune sottolinea che “L'India appoggia l'importante ruolo svolto dalla Federazione Russa nella promozione della pace e della cooperazione nella regione caucasica”.

L'espressione chiave qui è “caucasica”: tutto ciò che riguarda la regione del Caucaso. Il sostegno dell'India è senza limiti ed esplicito.

Inoltre l'India ha espresso il proprio sostegno al desiderio della Russia di entrare nei meccanismi dell'incontro Asia-Europa e del vertice dell'Asia Orientale, mentre la Russia ha ribadito il proprio sostegno alla richiesta dell'India di diventare membro permanente in un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite allargato.

Dalla prospettiva indiana, indubbiamente, ha un valore inestimabile il fatto che Mosca abbia espresso “appoggio e solidarietà” totali a New Delhi per gli attacchi terroristici di Mumbai. Il gesto russo supera di gran lunga le parole di solidarietà offerte da Washington. Naturalmente Mosca non deve affrontare il dilemma di Washington, che comporta la necessità di tenersi in equilibrio tra Nuova Delhi e Islamabad. In parole semplici, ciò che gli attacchi di Mumbai hanno messo in luce è che per quanto il terrorismo sia una preoccupazione condivisa da Stati Uniti e India, le loro priorità in questo frangente differiscono ampiamente.

L'India si aspetterebbe che Washington punisse severamente Islamabad costringendola a prendere seriamente le ipotesi indiane secondo cui l'attacco terroristico di Mumbai sarebbe stato perpetrato da elementi con base in Pakistan e forse legati ai servizi di sicurezza del paese. Evidentemente Washington non è nella condizione di soddisfare le aspettative indiane. La sua priorità numero uno è la guerra in Afghanistan e la stabile cooperazione del Pakistan in tale guerra. Washington non può permettersi un Pakistan “distratto”, e il suo principale obiettivo politico e diplomatico è dunque quello di far sì che il Pakistan continui a “concentrarsi” sulla guerra nelle aree tribali alla frontiera con l'Afghanistan.

Nuova Delhi percepisce che con il passare del tempo finirà per trovare frustrante questo paradigma. Non che sia nuovo, come paradigma. Ma le alternative di Delhi sono limitate, benché il governo sia sottoposto a enormi pressioni per far sì che non solo agisca ma lo faccia in modo visibile e attivo. Il delicato equilibrio strategico tra l'India e il Pakistan prefigura perfino l'opzione di una guerra “limitata” per le due potenze nucleari. La sola alternativa praticabile per l'India è quella di rivalutare le proprie opzioni diplomatiche. Ma per questo Nuova Delhi deve elaborare nuove idee.

Ed è qui che entra in gioco la collaborazione con Mosca. La comunità strategica di Nuova Dehli si rende conto con grande sconforto che tutto l'insieme di presupposti su cui si fondava il partenariato strategico Stati Uniti-India nel periodo post-Guerra Fredda attualmente non è di alcun uso all'India nella sua formidabile impresa di mettere sotto pressione il Pakistan. La supposizione che gli Stati Uniti si sarebbero occupati del “problema pakistano” dell'India permettendo a quest'ultima di concentrarsi sull'appuntamento con il proprio destino di superpotenza o di “garante dell'equilibrio” nel sistema internazionale si sta rivelando un grottesco errore di giudizio da parte dei guru strategici indiani. E lo stesso vale per le loro supposizioni in materia di “sicurezza assoluta”.

La dichiarazione congiunta russo-indiana suggerisce che Nuova Delhi si sta rapidamente adattando alla necessità di diversificare i muscoli della cooperazione e rivitalizzare i partenariati con diversi paesi sulla base di preoccupazioni condivise e interessi comuni invece di perseguire una politica estera il cui principale obiettivo è stato quello di armonizzare le politiche regionali indiane con quelle degli Stati Uniti. Ciò è evidente soprattutto nel rivelatore paragrafo della Dichiarazione Congiunta dedicato all'Afghanistan.

Riallineamento sull'Afghanistan
Ironicamente Nuova Delhi sembra aver deciso che se è la guerra afghana a mettere a disagio Washington quando si tratta di sostenere apertamente l'India a proposito degli attacchi di Mumbai, è proprio sull'Afghanistan che la politica regionale indiana dovrà ricominciare sganciandosi per la prima volta dopo tanto tempo dalle aspettative e dai parametri statunitensi.

Il colpo di scena della Dichiarazione Congiunta arriva in maniera quasi innocua. Condividendo la preoccupazione per l'“aggravamento della situazione in materia di sicurezza” in Afghanistan, l'India e la Russia chiedono “un impegno internazionale globale e compatto” nella gestione delle minacce che vengono da quel paese. La critica implicita della guerra guidata dagli Stati Uniti è ovvia, come lo è il rifiuto della politica degli Stati Uniti tesa a mantenere la strategia della guerra come propria prerogativa esclusiva. La Dichiarazione Congiunta afferma poi: “Entrambe le parti accolgono favorevolmente l'iniziativa russa di organizzare una conferenza internazionale nel quadro della Shanghai Cooperation Organization, coinvolgendo i suoi Membri e Osservatori”.

Nuova Delhi ha deciso di appoggiare apertamente un'iniziativa regionale della SCO sull'Afghanistan che Washington avrebbe tanto voluto soffocare nella culla. La posizione indiana è significativa per varie ragioni. L'India ha deciso che non è necessario segnare il passo in attesa che l'amministrazione Obama metta a punto la propria strategia afghana. Sta stabilendo i propri interessi e i propri rischi indipendentemente dalla strategia degli Stati Uniti. In secondo luogo, l'India si sta identificando con la Russia, la Cina e l'Iran, e questo ha un significato immenso nella politica regionale. In terzo luogo, l'India si sta schierando con un'iniziativa regionale sull'Afghanistan guidata dalla Russia in un momento in cui vari influenti opinionisti americani hanno ipotizzato un “approccio regionale” a una soluzione afghana sotto la guida degli Stati Uniti.

È certo che l'India sta implicitamente riconoscendo l'importanza della SCO per la sicurezza sud-asiatica. L'Afghanistan è membro del SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation, Associazione Sud-Asiatica per la Cooperazione Regionale) e potrebbe fare da ponte tra l'Asia Meridionale e l'Asia Centrale. Essenzialmente, dunque, l'India sta disdegnando la tanto pubblicizzata strategia degli Stati Uniti per una “Grande Asia Centrale” che mira a sminuire il suolo della SCO nell'Asia Centrale e appunta le proprie speranza sull'India come contrappeso all'influenza regionale della Russia e della Cina.

È evidente che l'India si sta dissociando dalla politica concepita dagli Stati Uniti per tenere fuori dall'Afghanistan la SCO. Mosca ha cercato invano di creare un punto d'appoggio per la SCO come organo regionale mentre Washington persuadeva il Presidente afghano Karzai a non dar peso al Gruppo di Contatto SCO-Afghanistan. Ma soprattutto resta il fatto che l'iniziativa russa per una conferenza della SCO è intesa come una sfida al monopolio arrogatosi da Washington nel decidere i contorni di qualsiasi soluzione afghana.

Questo offre a Karzai maggiori possibilità di ampliare l'“autonomia strategica” nei confronti di Washington, autonomia che è stato incline a esercitare, benché timidamente, negli ultimi tempi. Karzai ha tutte le ragioni per collaborare con un'iniziativa regionale che coinvolga le maggiori potenze che circondano l'Afghanistan come la Russia, la Cina, l'India e l'Iran. Agli Stati Uniti e al Pakistan l'onere di spiegare perché intendano dissociarsi.

Naturalmente gli Stati Uniti avrebbero preferito incoraggiare l'iniziativa turca di mediazione dei colloqui afghano-pakistani. Ad Ankara si è appena concluso l'ultimo incontro a tre tra Turchia, Pakistan e Afghanistan. Washington è stata ben lieta che la Turchia le desse una mano a mantenere il processo di pace afghano in un ambito ristretto, escludendo paesi “esterni” come la Russia o l'Iran. Dal punto di vista turco-statunitense l'iniziativa della SCO è un'intrusione indesiderata.

La posizione della SCO sull'Afghanistan
Un aspetto estremamente significativo della Dichiarazione Congiunta russo-indiana è il suo silenzio assordante sui colloqui con i taliban promossi dagli Stati Uniti. La posizione russa e indiana è che non esistono capi taliban moderati, mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso un approccio in base al quale finché la leadership talebana si disimpegna e disconosce al-Qaeda, non dovrebbero esserci problemi ad assimilarla in un governo di coalizione a Kabul. Di fatto, a breve si svolgerà la seconda sessione di colloqui con i taliban con la mediazione saudita.

Nel contesto degli attacchi di Mumbai, l'atteggiamento indiano nei confronti dei taliban può solo irrigidirsi, entrando in conflitto con la strategia attuale degli Stati Uniti. Per così dire, la convergenza russo-iraniano-indiana nel potenziare la resistenza anti-taliban alla fine degli anni Novanta sta cercando di ricrearsi, anche se sotto una forma completamente nuova. È interessante notare che anche le autorità iraniane hanno svolto recenti consultazioni a Nuova Delhi sull'Afghanistan.

Senza alcun dubbio l'India ha riflettuto sulla posizione collettiva della SCO sul problema afghano prima di concedere il proprio sostegno all'iniziativa dell'organismo regionale di convocare una conferenza internazionale. Il discorso per conto della SCO tenuto dall'ambasciatore russo Vitalij Čurkin il 10 novembre alla sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato per Nuova Delhi un banco di prova. Evidentemente Delhi si trova in armonia con i principali elementi del discorso di Čurkin, che sono:

  • È necessaria un'“azione concertata” della comunità internazionale per arrestare il “costante aggravarsi della situazione politica e militare” in Afghanistan.
  • La politica di isolare i capi taliban estremisti non va ammorbidita, e la riconciliazione dovrebbe limitarsi a includere “i membri dei taliban che non si sono macchiati di crimini militari”.
  • Bisognerebbe instaurare un sistema di “cinture di sicurezza anti-droga e finanziarie” attorno all'Afghanistan con il coordinamento delle Nazioni Unite e il coinvolgimento dei paesi vicini.
  • La NATO deve cessare operazioni che comportino “un indiscriminato o eccessivo uso della forza, compresi i bombardamenti” che causano pesanti perdite civili. Il livello di danno collaterale nelle operazioni militari ostacola la stabilizzazione a lungo termine dell'Afghanistan.
  • Una durevole soluzione afghana è “impossibile senza un approccio integrato da parte della comunità internazionale, sotto la guida delle Nazioni Unite, e al contempo senza delegare a Kabul una maggiore autonomia nella risoluzione dei problemi inter-afghani”.
  • “La situazione in Afghanistan non può essere risolta con metodi esclusivamente militari”. Dunque la sicurezza dev'essere sostenuta da “provvedimenti concreti” per la ripresa socio-economica.
  • “È essenziale assicurare un atteggiamento rispettoso nei confronti di valori nazionali e religiosi, di tradizioni e usi secolari del popolo multi-etnico e multi-religioso dell'Afghanistan e su questa base conseguire la riconciliazione delle forze antagoniste dell'Afghanistan”.

In sintesi, gli attacchi di Mumbai possono rivelarsi un punto di svolta nelle politiche regionali indiane. Nelle strategie regionali di Nuova Delhi le relazioni con la Russia, la Cina e l'Iran assumono un nuovo livello di importanza. L'avvicinamento all'orbita della SCO è indice di una nuova concezione. Non troppo tempo fa, l'India vedeva la SCO essenzialmente come un “club dell'energia”. Infatti agli incontri della SCO l'India era abitualmente rappresentata dal suo ministro del petrolio. Nuova Delhi ne ha fatta di strada, per giungere a comprendere il ruolo fondamentale di un'iniziativa sull'Afghanistan guidata dalla SCO. Di certo Medvedev dev'essere tornato a Mosca con la quieta soddisfazione di avere incontrato un amico perduto da molto tempo.

Originale: India, Russia regain elan of friendship

Articolo originale pubblicato il 9 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 08, 2008

Continua il teso confronto tra Pakistan e India

Continua il teso confronto tra Pakistan e India

di Peter Symonds

L'amministrazione Bush sta esercitando un'intensa pressione sul Pakistan perché prenda provvedimenti contro i gruppi islamisti presunti responsabili degli attacchi terroristici del mese scorso a Mumbai. Invece di placare le tensioni tra Pakistan e India, il sostegno di Washington a Nuova Delhi minaccia di destabilizzare ulteriormente il Pakistan e di causare un'escalation tra i due rivali regionali.

Il segretario di Stato USA Condoleeza Rice, che la scorsa settimana si è recata a Nuova Delhi e successivamente a Islamabad, ha dichiarato ieri alla ABC NEWS che il Pakistan deve impegnarsi a "sradicare il terrorismo e i terroristi". Ha detto di avere scartato l'ipotesi secondo la quale gli attacchi di Mumbai sarebbero stati eseguiti da "agenti non legati allo stato" in quanto "non accettabile", dicendo alle autorità pakistane che la situazione era "comunque vostra responsabilità".

Rice ha sottolineato che questo "è un momento in cui il Pakistan deve agire. E deve agire di concerto con l'India e gli Stati Uniti." Alla domanda se l'India avesse il diritto di intraprendere un'azione militare, ha risposto che capiva la rabbia e la frustrazione indiana, aggiungendo: "Ma in questo caso le azioni compiute dall'India che potrebbero peggiorare la situazione. E non abbiamo bisogno di una crisi in Asia meridionale".

Secondo un articolo apparso sabato sul pakistano Dawn, la Rice avrebbe minacciato il Pakistan di ritorsioni internazionali se quest'ultimo non avesse preso i necessari provvedimenti. Durante un incontro al quale hanno preso parte il primo ministro, il presidente e il capo dell'esercito pakistani, il segretario di Stato USA avrebbe "fatto pressioni affinché i leader pakistani intraprendessero azioni contro gli esecutori dell'attentato, oppure sarebbero stati gli USA ad agire". Ha inoltre sottolineato "l'urgenza di andare a fondo" e il bisogno di una risposta "efficace e mirata".

In un resoconto successivamente smentito dalle autorità statunitensi e pakistane, il Washington Post ha scritto, citando un alto funzionario pakistano, che Islamabad avrebbe concordato con Nuova Delhi un ultimatum di 48 ore chiesto dall'India e dagli Stati Uniti per formulare un piano d'azione contro le basi dei separatisti kashmiri di Lashkar-e-Taiba, accusati di aver effettuato gli attacchi di Mumbai. Secondo l'alto funzionario la Rice avrebbe anche insistito per l'arresto di almeno tre pakistani con presunti collegamenti con gli attacchi.

Washington sta chiaramente usando la minaccia dell'azione militare indiana e di non precisate azioni punitive americane per spingere il governo pakistano a piegarsi alle richieste USA e indiane. Da parte sua, l'India sta sfruttando le atrocità di Mumbai per spingere per un'azione armata contro i gruppi separatisti islamisti e kashmiri opposti alla presenza indiana nel Kashmir.

Quanto agli Stati Uniti, certamente vogliono evitare "una crisi" tra due potenze nucleari, che potrebbe minacciare i suoi interessi nella regione e in particolare minare gli sforzi per stabilizzare l'occupazione dell'Afghanistan. Rice ha indubbiamente colto al volo l'opportunità per chiedere all'esercito pakistano un aumento delle operazioni contro gli insorti che operano lungo la frontiera con l'Afghanistan. Gli Stati Uniti vogliono evitare lo spostamento di truppe pakistane dal confine afghano a quello indiano in risposta alla minaccia militare dell'India.

Quanto siano tese le relazioni tra Nuova Delhi e Islamabad è stato sottolineato dalla notizia che le forze aeree pakistane sarebbero state poste per 24 ore al più alto livello di allerta in seguito a una telefonata di minacce ricevuta dal presidente pakistano Asif Ali Zardari il 28 novembre. Il giornale Dawn ha riferito questo sabato che la chiamata, effettuata da qualcuno che sosteneva di essere il ministro degli esteri indiano Pranab Mukherjee, ha provocato riunioni di crisi a Islamabad e la minaccia di spostare le truppe sul confine indiano.

La conversazione telefonica, riconosciuta da entrambe le parti come uno scherzo, ha provocato uno scambio di accuse e controaccuse. Mukherjee ha negato di aver mai fatto la telefonata e rigettato le accuse pakistane secondo cui sarebbe stata fatta dal ministero indiano degli affari esteri. Gli ufficiali indiani hanno invece accusato i servizi militari pakistani (Inter Services Intelligence, ISI), di avere effettuato la chiamata per distogliere l'attenzione dagli attacchi di Mumbai. Non è chiaro chi abbia fatto la telefonata, ma non può essere escluso il coinvolgimento di elementi estremisti degli apparati statali (indiani o pakistani) con l'intento di provocare un conflitto militare.

Il pericolo di sconti tra India e Pakistan è tutt'altro che scongiurato. Il governo indiano, che l'anno prossimo affronterà le elezioni, è sottoposto alle pressioni di gruppi e partiti estremisti indù, che chiedono ritorsioni contro il Pakistan. Le autorità indiane sostengono di aver identificato gli agenti di Lashkar-e-Taiba che hanno pianificato gli attacchi di Mumbai e di avere le prove del coinvolgimento dell'ISI: Nuova Delhi ha già congelato il dialogo con Islamabad non ha escluso la possibilità di attacchi militari contro i "campi di addestramento dei terroristi".

Il pakistano Daily Times ha riportato ieri i commenti del senatore statunitense John McCain, membro della delegazione del Senato USA che ha incontrato venerdì i leader pakistani. McCain, appena tornato da Nuova Delhi, ha dichiarato al giornale che se il Pakistan non prenderà provvedimenti, e anche rapidamente, l'India condurrà attacchi aerei all'interno del paese. "Il governo democratico indiano è sotto pressione, e una volta presentate le prove al Pakistan sarà solo questione di giorni prima che l'India scelga di usare la forza, se Islamabad non prenderà provvedimenti contro i terroristi", ha detto.

Un articolo pubblicato sabato su Asia Times ha citato la dichiarazione di un funzionario del ministero degli interni indiano secondo il quale ad alti livelli si sarebbe deciso che l'impegno diretto dell'India nell'"annientare" uomini e infrastrutture dei terroristi con base in Pakistan. L'ufficiale ha parlato di attacchi sotto copertura da parte di reparti d'élite con l'appoggio dei servizi segreti per tentare di prevenire una risposta pakistana e la guerra totale. Le operazioni sarebbero estese, e colpirebbero non solo il Kashmir pakistano ma anche le aree di confine nella provincia del Punjab, così come la sorveglianza della zona costiera pakistana.

Cosa accadrà non è chiaro. Alla domanda se gli USA avrebbero reagito agli attacchi indiani contro il Pakistan, McCain ha dichiarato al Daily Times che Washington non sarebbe stata in grado di fare molto. Riferendosi all'invasione americana dell'Afghanistan in seguito agli attacchi dell'11 settembre, ha detto: "Non possiamo dire all'India di non agire, visto che noi l'abbiamo fatto". Se è vero che McCain non parla per conto dell'amministrazione Bush, indubbiamente le sue parole riecheggiano gli umori della della Casa Bianca, i quali a loro volta non fanno che incoraggiare l'India ad assumere una posizione più bellicosa.

Dopo un attacco dei separatisti kashmiri al parlamento indiano nel dicembre 2001, l'India ha posizionato mezzo milione di soldati pesantemente armati sul confine col Pakistan, portando il continente sull'orlo della quarta guerra indo-pakistana a partire dal 1947. Un articolo apparso ieri sul giornale Hindu notava che per mobilitarsi le forze indiane non avevano più bisogno di un ovvio e costoso potenziamento. Dopo lo scontro del 2001-2002, l'esercito indiano ha adottato la nuova dottrina dell'"Avvio a freddo" per reagire ancora più rapidamente senza preavviso.

Le pressioni degli Stati Uniti sul Pakistan potrebbero facilmente causare contraccolpi. L'ostilità e la rabbia dei pakistani in seguito all'occupazione statunitense di Iraq e Afghanistan sono ora rafforzate dai ripetuti attacchi statunitensi alle aree tribali di confine. Dopo decenni di tensioni con l'India, molti pakistani diffidano della raffica di insinuazioni indiane sui bombardamenti di Mumbai. Spingere il governo pakistano a piegarsi alle richieste indiane e statunitensi minerà ulteriormente la sua fragile base di consenso e rischierà di causare una nuova crisi politica.

Per più di 60 anni dall'indipendenza, gli establishment politici di India e Pakistan hanno fatto ripetutamente ricorso allo sciovinismo e al militarismo per distogliere l'attenzione dalla loro incapacità di risolvere i profondi problemi sociali ed economici cui la vasta maggioranza della popolazione si trova di fronte. Davanti alla attuale crisi economica globale, i governi di entrambi i paesi stanno sfruttando la tesa situazione del dopo Mumbai per gli stessi identici scopi. Lungi dal calmare le tensioni, l'intervento di Washington non farà che aumentare il pericolo di conflitto militare.

Originale: Tense India-Pakistan standoff continues

Articolo originale pubblicato l'8 dicembre 2008

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martedì, dicembre 02, 2008

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

Nell'Asia Meridionale si addensa una strana tempesta

di M. K. Bhadrakumar

Non appena a Mumbai le armi hanno smesso di sparare e la carneficina ha avuto fine si è avviata un'intensa mischia diplomatica tra India, Pakistan e Stati Uniti. Le due potenze dell'Asia Meridionale sono infatti entrate in gara per portare dalla propria parte gli Stati Uniti.

Per gli Stati Uniti, però, non si tratta più di agire come mediatori imparziali e neutrali. Oggi Washington partecipa a tutti gli effetti e con i propri interessi ai rapporti strategici sud-asiatici grazie alla guerra in Afghanistan, che sta attraversando una fase critica. Di fatto il garbuglio sud-asiatico non potrebbe essere più strano.

Come direbbe “Il Vecchio” nel Macbeth di Shakespeare,

“Settant'anni io posso ben ricordare:
in un giro di tempo come questo ho visto
ore tremende e cose strane: ma questa notte atroce
ha ridotto a un'inezia tutto quello che sapevo finora”.*

Washington sembra comprendere che l'intensificazione delle tensioni in Asia Meridionale può sfuggirle di mano. Secondo gli ultimi indizi, il Segretario di Stato Condoleezza Rice giungerà a New Delhi mercoledì in missione di mediazione.

Ancora una volta il Mossad osserva nell'ombra. I fidayeen (guerriglieri) apparentemente pakistani che hanno attaccato Mumbai sono stati particolarmente attenti a prendere di mira degli ebrei, cittadini israeliani inclusi, per sottoporli alle violenze più raccapriccianti. Tra le vittime ci sono nove ebrei. A Mumbai sono giunti esperti israeliani. La furia di Israele non conosce limiti.

Nel frattempo la Cina si sta cautamente avvicinando all'occhio del ciclone. Sabato il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha discusso a telefono la crisi con la sua controparte pakistana, Shah Mehmood Qureshi. Hanno naturalmente condannato gli attacchi terroristici di Mumbai. Ma poi Yang ha anche espresso la speranza che “il Pakistan e l'India possano continuare a rafforzare la cooperazione, mantenere vivo il processo di pace e intensificare i legami bilaterali in modo stabile e salutare”, per citare l'agenzia di informazione Xinhua.

Yang ha detto: “Queste misure sono nel fondamentale interesse di entrambi i paesi”. Curiosamente, Yang e Qureshi hanno “promesso sforzi congiunti per promuovere i legami bilaterali”. Essenzialmente, Yang ha espresso solidarietà con il Pakistan e ha consigliato moderazione da parte dell'India. Non è chiaro se Washington abbia suggerito a Pechino di usare i propri buoni uffici per calmare le acque o se Pechino abbia voluto sottolineare la propria rilevanza per la sicurezza sud-asiatica.

Ma una cosa è chiara. Mentre a Mumbai il bilancio dei morti continua a salire e sta per superare le 200 vittime innocenti, l'India è percorsa e travolta da ondate di dolore e di rabbia. Il governo di Delhi è stato scosso fino alle fondamenta dallo sdegno dell'opinione pubblica per il colossale fallimento della dirigenza politica. Il partito di governo, il Congresso Nazionale Indiano, che è il vecchio grande partito che guidò la lotta per l'indipendenza, si trova di fronte a una grave minaccia per il suo futuro sulla scacchiera della politica interna indiana. I rappresentanti di tutte le correnti politiche si sono riuniti per ore, fino alla mezzanotte di domenica, nella residenza del Primo Ministro alla ricerca di un modo per affrontare nuovamente la luce del giorno e un'opinione pubblica che sta perdendo rapidamente fiducia in loro e nei loro intrighi.

Il Ministro degli Interni è stato costretto dalla leadership del partito a dimettersi, assumendosi l'enorme responsabilità di non aver saputo impedire ai fidayeen di attaccare con tale impunità la capitale finanziaria indiana. Curiosamente, non mancavano informazioni di intelligence sul fatto che bisognasse prevenire esattamente un simile attacco dal Mare Arabico.

La testa dell'azzimato ministro è caduta, ma l'opinione pubblica non ne è impressionata. Le ferite prodotte nella psiche indiana sono profonde. E c'è una crescente possibilità che la rabbia possa portare a una selvaggia oscillazione dell'opinione pubblica verso il nazionalismo di destra nelle elezioni per il rinnovo delle assemblee provinciali e nelle prossime elezioni parlamentari.

Il governo punta il dito contro il Pakistan, sospettando che da lì sia partito l'attacco accuratamente pianificato dei fidayeen. La percezione popolare in India è che debba esserci stato un sostanziale grado di coinvolgimento di elementi della dirigenza politica pakistana per permettere un'operazione così meticolosamente orchestrata e con un supporto logistico tanto preciso.

Il governo mantiene faticosamente la posizione ufficiale, che distingue tra gruppi terroristici che fanno base in Pakistan e potrebbero aver compiuto l'attacco e il governo pakistano in quanto tale. L'opinione pubblica non crede a questa distinzione, ma il governo non ha molte possibilità di scelta.

Di fatto, la dirigenza indiana non sembra convinta di quello che dice quando assolve gli organi di sicurezza pakistani da un coinvolgimento negli attentati. L'alternativa per il governo equivarrebbe però a chiamare l'attacco con il suo nome: un atto di guerra, date le sue proporzioni gigantesche, compiuto dell'establishment pakistano. Ma questo obbligherebbe l'India a rispondere militarmente a quella che percepisce come un'aggressione, il che è impensabile perché significherebbe giungere rapidamente al punto critico dello scontro nucleare.

Il fatto è che il rapporto tra India e Pakistan, con le sue correnti sotterranee di sospetti e reciproche accuse e irto di innumerevoli rancori che sconfinano nell'ostilità, si trova in un equilibrio così precario che in poche ore potrebbe degenerare in una situazione di conflitto solo a causa di un passo falso, pur essendo mascherato da strati di cordialità come lo è stato negli ultimi tre o quattro anni.

Islamabad, naturalmente, respinge ostinatamente tutte le accuse di coinvolgimento nell'attacco terroristico. Messa sotto pressione da Washington, ha accettato frettolosamente l'idea che il Tenente Generale Ahmad Shuja Pasha, direttore generale dell'Inter-Service Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani, si rechi in India per discutere della questione.

Ma questa decisione, frutto di una conversazione telefonica tra Rice e il Presidente pakistano Asif Ali Zardari, sembra essere stata uno scaltro tentativo di arginare diplomaticamente la crescente rabbia indiana ed è stata successivamente annacquata dall'esercito pakistano. Evidentemente il capo dell'esercito pakistano, il Generale Pervez Kiani, già capo dell'ISI, ha pensato che fosse potenzialmente demoralizzante per l'esercito essere visti vacillare sotto le pressioni indiane.

I riflessi si stanno irrigidendo da entrambe le parti. Nel clima politico interno indiano, con le elezioni nazionali alle porte, per il governo è un suicidio politico farsi vedere debole perfino nei tentativi di persuadere Islamabad a dialogare. Se i partiti indiani di sinistra hanno messo da parte le acrimoniose divergenze con il governo e hanno fatto appello all'“unità nazionale”, i politici di destra non sentono l'impulso di fare altrettanto giacché intravedono la possibilità di essere catapultati al potere da un'ondata popolare di sdegno nazionalistico.

Nel frattempo Delhi chiede aiuto a Washington. E, prevenendo ulteriori pressioni da parte degli Stati Uniti, l'esercito pakistano ha cominciato a minacciare velatamente che a meno che Washington e Delhi non facciano marcia indietro la sua partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan è in dubbio. Questo può aver messo in difficoltà Washington, e spiega forse l'affrettato viaggio di Rice nella regione.

L'esercito pakistano sa fin troppo bene che mettendo in gioco il “fattore Afghanistan” i calcoli cambiano completamente. Con una presenza stimata di 32.000 soldati statunitensi sul campo e una forza di combattimento e supporto di più di 20.000 uomini forse già in arrivo su richiesta dei comandanti in Afghanistan, il gioco per Washington si fa rischioso.

Dalla prospettiva di Washington la crisi si presenta in un momento delicato, con vari dipartimenti e organi dell'amministrazione degli Stati Uniti impegnati a elaborare una nuova strategia per la guerra in Afghanistan: il coordinatore della Casa Bianca per l'Iraq e l'Afghanistan Generale Douglas Lute, il comandante di CENTCOM Generale Petraeus, il capo dei Joint Chiefs of Staff (Comandi Congiunti del Personale) Ammiraglio Mike Mullen, il Dipartimento di Stato e la CIA devono ancora portare a termine il loro compito.

Il fattore afghano influisce sugli interessi statunitensi in vari modi.
Innanzitutto, in caso di intensificazione delle tensioni tra India e Pakistan nei prossimi giorni e settimane, gli Stati Uniti devono aspettarsi che il Pakistan decida di spostare le sue divisioni scelte dalle regioni che confinano con l'Afghanistan, per un totale di circa 100.000 uomini, per posizionarle al confine occidentale con l'India. La dinamica della guerra in Afghanistan ne risentirebbe quasi immediatamente.

In un recente discorso a Washington il Generale David McKiernen, comandante supremo delle forze NATO in Afghanistan, ha sottolineato quanto sia importante che l'esercito pakistano continui così in Afghanistan. Ha detto che Kiani era atteso a breve a Kabul e ha aggiunto: “abbiamo cominciato con il parlarci e oggi coordiniamo la cooperazione a livello tattico lungo il confine”.

McKiernen ha poi detto che vedeva “un cambiamento nel modo di pensare delle autorità pakistane, che si stanno convincendo che l'insorgenza è un problema che minaccia l'esistenza stessa del Pakistan e che devono occuparsene forse in modi che non avevano contemplato anni fa sul loro lato del confine. Dunque vedo una volontà e una capacità, anche se devono fare ancora molta strada nelle operazioni di contro-insorgenza sul lato pakistano del confine”.

Ha espresso “cauto ottimismo” a proposito della guerra, in considerazione della disponibilità dell'esercito pakistano a collaborare. Adesso la peggiore paura di McKiernen sarà che la leadership militare pakistana dica che vuole sì combattere al-Qaeda e i taliban, ma non dispone delle risorse e della capacità per farlo a causa della necessità urgente di schierare le truppe al confine con l'India.

Un secondo fattore che peserà sugli Stati Uniti sarà la pressione che il tutto potrà esercitare sulle vie di rifornimento alle truppe in Afghanistan. Circa il 75% dei rifornimenti per i soldati americani passa per il Pakistan e non ci sono rotte alternative praticabili – oltre all'Iran – per rifornire i reparti posizionati nelle critiche regioni meridionali e sud-orientali dell'Afghanistan.
In terzo luogo, se l'appoggio pakistano verrà a mancare i taliban si scateneranno nelle regioni di confine. E le perdite per la NATO aumenteranno, il che avrà gravi conseguenze politiche per le capitali europee.

Dunque il primo compito di Washington sarà quello di raffreddare gli animi ed evitare un confronto diretto tra i due avversari nucleari sud-asiatici. Sarà l'ultima grande mossa della politica estera dell'amministrazione Bush e un'interessante prova generale per la presidenza entrante di Barack Obama.

Il Pakistan è interessato a imporre agli Stati Uniti un ruolo di mediazione al fine di “contenere” l'India. L'esercito pakistano è innervosito dalla rapida evoluzione del partenariato strategico USA-India e vorrebbe da Washington una politica sud-asiatica imparziale. Curiosamente l'attacco dei fidayeen a Mumbai sottolinea efficacemente proprio l'affermazione pakistana secondo cui Washington non può isolare la guerra afghana senza affrontare le questioni centrali delle tensioni tra India e Pakistan.

Ma tutto ciò non tiene conto della possibilità che l'esercito pakistano possa avere un grande motivo per alimentare le tensioni con l'India proprio in questo momento, e cioè trovare un alibi per sbrogliarsi dalla partecipazione alla “guerra al terrorismo” in Afghanistan. Il fatto è che l'esercito pakistano ha brutti presentimenti sulla politica afghana dell'amministrazione Obama. Obama ha lasciato intendere più volte che userà la linea dura con l'esercito pakistano per la sua doppia politica di combattere la guerra e contemporaneamente usare i taliban come strumento di influenza geopolitica in Afghanistan.

L'attuale linea di pensiero degli Stati Uniti tenderebbe ad armare delle tribù pashtun per farle combattere contro i taliban e al-Qaeda. È una mossa controversa che preoccupa l'esercito pakistano, poiché potrebbe innescare violenze nelle regioni pashtun all'interno del Pakistan e alimentare le pretese del Pashtunistan. Inoltre Obama ha ammonito duramente che ordinerebbe alle Forze Speciali americane di colpire il territorio del Pakistan se la situazione lo richiedesse. Queste mosse sarebbero uno smacco per l'esercito pakistano.

Ciò che più sconcerta l'esercito pakistano è la probabilità che la “strategia di uscita” di Obama incoraggi la rapida formazione di un esercito nazionale afgano di 134.000 uomini. Si tratta di un'idea cara al Segretario della Difesa Robert Gates e può ampiamente spiegare la decisione di Obama di confermarlo nell'incarico.

Comunque, non appena un esercito nazionale afghano entrerà a regime, per l'esercito pakistano entrerà in azione la legge di riduzione dei profitti. Il futuro esercito afghano sarà certamente comandato da ufficiali di etnia tagika. Attualmente i tagiki costituiscono più dei tre quarti del corpo ufficiale afghano. Ma i tagiki sono sempre stati fuori dei confini dell'influenza pakistana, perfino durante il jihad afghano negli anni Ottanta. Il nazionalismo tagiko sfida le aspirazioni del Pakistan a controllare l'Afghanistan. Riassumendo i dilemmi che si porranno all'esercito pakistano, l'ex Ministro degli Esteri del Pakistan Najmuddin Sheikh ha recentemente osservato: “Con [la politica afghana di Obama] si avvererebbero in effetti le peggiori paure del Pakistan in materia di sicurezza”.

*Macbeth, Atto II, scena 4. Traduzione di Mario Praz.

Originale: Strange storm brews in South Asia

Articolo originale pubblicato il 2 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, dicembre 01, 2008

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?

di Yoichi Shimatsu

L'assalto notturno coordinato contro sette importanti bersagli a Mumbai ricorda le bombe del 1993 che devastarono la Borsa di Bombay. I recenti attacchi recano la firma della stessa mente criminale: preparazione meticolosa, spietata esecuzione e assenza di richieste e rivendicazioni.

Il pauroso silenzio che ha accompagnato le esplosioni è la firma di Dawood Ibrahim, ora proprietario multimilionario di una società di costruzioni a Karachi, Pakistan. Il suo nome non è un marchio di fabbrica conosciuto in tutto il mondo come Osama bin Laden. Nell'Asia Meridionale, tuttavia, Dawood è molto temuto e, con una morale un po' contorta, ammirato per la sua tardiva trasformazione da boss del crimine a sedicente vendicatore.

La sua ascesa ai ranghi più alti della criminalità indiana ha avuto un inizio improbabile: era il diligente figlio di un agente di polizia nella popolosa capitale commerciale allora nota come Bombay.

La sua familiarità infantile con la routine poliziesca e con gli ingranaggi della giustizia donarono all'ambizioso adolescente l'impareggiabile capacità di sconfiggere le autorità con piani criminali sempre più ingegnosi. Nel mondo poco istruito delle bande criminali di Bombay, Ibrahim emerse come leader credibile di una mafia multi-religiosa, non solo grazie alla sua abilità nell'organizzare campagne di estorsione e nel gestire il libro paga ma anche per lo spietato sterminio dei rivali.

Ibrahim DawoodIbrahim, noto come uno che risolveva problemi in modo professionale, si guadagnò l'amicizia di ambiziosi ufficiali dei servizi segreti indiani noti come Research and Analysis Wing (RAW, Ramo Analisi e Ricerca). Attirò presto l'attenzione di agenti segreti americani che allora appoggiavano i mujaheddin islamici contro gli occupanti sovietici in Afghanistan. Ibrahim contribuì personalmente a molte operazioni segrete degli Stati Uniti, convogliando soldi ai ribelli afghani attraverso casinò gestiti da americani a Kathmandu, nel Nepal.

Avido di piacere a tutti, Dawood ogni tanto fece un po' di confusione, per esempio fornendo documenti di viaggio e altri servizi a dirottatori islamici. Così i vertici dei servizi a Washington tentarono di “sequestrare” ufficiosamente i suo investimento nei casinò nepalesi. La furia di Ibrahim è leggendaria tra la gente del posto. Uomo d'affari d'onore, credeva fermamente che un contratto era un contratto e che per nessun motivo ci si poteva rimangiare la parola data.

Mentre Bombay si apprestava a diventare una delle maggiori metropoli asiatiche – le tariffe degli alberghi e gli affitti sono i più alti della regione –Ibrahim avrebbe potuto fare la vita comoda del boss. Invece ebbe un sussulto di coscienza, uno scatto di ritrovata indignazione morale, quando nel 1992 i nazionalisti di destra indù distrussero una moschea nel nord dell'India, massacrando 2000 fedeli musulmani, per la maggior parte donne e bambini.

Nel successivo mese di maggio i suoi uomini fecero scoppiare una serie di bombe a Bombay, uccidendo più di 300 persone. Le sue convinzioni personali avevano – stranamente – avuto la meglio sulla sua imparziale etica professionale. Sconvolto, il suo braccio destro indù tentò di ucciderlo. Seguì una cruenta guerra intestina, ma come sempre Ibrahim trionfò, anche se in esilio a Dubai e Karachi.

Nel decennio successivo, al culmine delle violenze nel Kashmir, Ibrahim mandò in barca da Karachi i suoi uomini ben addestrati e pesantemente armati per farli sbarcare in segreto sulle spiagge indiane. Lo stesso metodo usato nell'assalto di Mumbai con un maggior numero di barche: sette secondo le prime dichiarazioni della marina.

Perché questa azione è avvenuta proprio all'alba di quello che in America è il Giorno del Ringraziamento? Il capo dell'opposizione indiana ed ex vice Primo Ministro L. K. Advani aveva chiesto a lungo l'estradizione di Ibrahim dal Pakistan, una mossa avversata dall'allora governo militare di Islamabad. Con il ritorno di un governo a guida civile, il nuovo Primo Ministro pakistano (Gillani) aveva acconsentito alla richiesta di estradizione di New Delhi.

Washington e Londra si erano dette d'accordo con la richiesta legale dell'India e avevano tolto la “protezione ufficiale” accordata a Ibrahim per i passati servigi offerti ai servizi segreti occidentali. I diplomatici statunitensi, tuttavia, non avrebbero mai potuto permettere il ritorno di Dawood: sa troppe cose dei più oscuri segreti dell'America in Asia Meridionale e nel Golfo, segreti che se rivelati potrebbero affossare le relazioni tra Stati Uniti e India. Alla fine di giugno Dawood è stato portato in una casa sicura a Quetta, nei pressi dell'area tribale del Waziristan, ed è poi scomparso, probabilmente di nuovo in Medio Oriente.

Come nel caso del beniamino americano della guerra afghana, Osama bin Laden, il contraccolpo delle secrete manovre statunitensi è giunto all'improvviso, questa volta con effetti spettacolari a Mumbai. L'assalto al Taj Mahal Palace Hotel verrà probabilmente ricordato come il primo colpo letale inflitto all'entrante amministrazione Obama. Gli assalitori, che parlavano punjabi e non il dialetto del Deccan, hanno faticato parecchio per incendiare il prestigioso albergo, di proprietà del Gruppo Tata. Questo gigante industriale è tra i maggiori sostenitori dell'accordo di cooperazione nucleare tra Stati Uniti e India, e sta ora progettando di diventare un importante fornitore di energia nucleare. I Clinton, in qualità di emissari di Enron, furono i primi a suggerire l'accordo nucleare con New Delhi, dunque Obama eredita la catastrofe di Mumbai ancor prima di insediarsi alla presidenza.

Dawood Ibrahim è quarto sulla lista di Forbes dei 10 uomini più ricercati del mondo. Dopo la nuova serie di attacchi che hanno ucciso più di 100 persone e devastato prestigiosi alberghi di lusso Ibrahim può ora ambire al primo posto. Contrariamente al fanatico e spesso inefficace bin Laden, Ibrahim è un professionista sotto tutti gli aspetti e dunque un avversario ancor più formidabile. Tuttavia nei servizi segreti militari pakistani gira voce che Dawood sia morto, assassinato a luglio. Questa versione degli eventi ricorda una variante della storia di bin Laden. Se è vera, i tirapiedi di Dawood stanno continuando la missione di un fuorilegge diventato leggenda.

Originale da: Dawood - Did Criminal Mastermind Stage Mumbai Nightmare?

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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domenica, novembre 30, 2008

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

La Cina e le guerre del Congo: AFRICOM, il nuovo Comando militare degli Stati Uniti

di F. William Engdahl

A poche settimane dalla costituzione formale, con la firma del Presidente George W. Bush, di un nuovo comando militare dedicato all'Africa, AFRICOM, gli sviluppi recentemente emersi nel continente ricco di risorse suggeriscono che il Presidente di origini keniote Obama dovrà impegnare le risorse statunitensi, militari e non, occupandosi della Repubblica del Congo, del Golfo di Guinea ricco di petrolio, del Darfur (anch'esso ricco di petrolio) nel Sudan meridionale e del crescente “pericolo pirati” che minaccia le rotte marittime nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano. È legittimo chiedersi se il fatto che l'Africa stia proprio ora diventando un nuovo “punto caldo” geopolitico sia una semplice coincidenza o se vi sia un collegamento diretto con l'ufficializzazione di AFRICOM.

Ciò che più colpisce è la tempistica. Mentre AFRICOM diventava operativo, nell'Oceano Indiano e nel Golfo di Aden si verificavano incidenti spettacolari provocati dalla cosiddetta pirateria somala, mentre nella provincia di Kivu, nella Repubblica del Congo, scoppiava un nuovo sanguinario conflitto. Ciò che accomuna questi fatti è la loro rilevanza, insieme al Darfur nel Sudan meridionale, per il futuro flusso di materie prime verso la Cina.

Il conflitto più recente nella parte orientale del Congo (DRC) è scoppiato alla fine di agosto quando i miliziani tutsi appartenenti al Congrès National pour la Défense du Peuple (CNDP, Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) del Generale Laurent Nkunda hanno costretto le truppe lealiste delle Forces armées de la République démocratique du Congo (FARDC, Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) a ritirarsi dalle loro posizioni nei pressi del Lago Kivu mettendo in fuga centinaia di migliaia di civili, tanto che il Ministro degli Esterni francese, Bernard Kouchner, ha avvisato del rischio imminente di “enormi massacri”.

Nkunda, come il suo mentore, il dittatore ruandese appoggiato da Washington, Paul Kagame, è un tutsi che afferma di proteggere la minoranza tutsi da ciò che resta dell'esercito hutu del Ruanda, fuggito in Congo dopo il genocidio ruandese del 1994. I peacekeeper della missione MONUC delle Nazioni Unite non hanno riferito di simili atrocità commesse contro la minoranza tutsi nella regione nordorientale di Kivu. Secondo fonti congolesi gli attacchi contro tutti i gruppi etnici sono all'ordine del giorno nella regione. Le truppe di Laurent Nkunda sono responsabili della maggior parte di questi attacchi, sostengono.

Strane dimissioni
Un ulteriore passo verso il caos politico in Congo è stato fatto a settembre, quando l'83enne Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo, Antoine Gizenga, si è dimesso dopo due anni alla guida del governo. Alla fine di ottobre, con una scelta dei tempi sospetta, il comandante dell'operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Congo (MONUC, Missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Congo), il Tenente Generale spagnolo Vicente Diaz de Villegas, si è dimesso dopo meno di due mesi citando una “mancanza di fiducia” nella leadership del Presidente Joseph Kabila. Kabila, il primo Presidente democraticamente eletto del Congo, è stato anche coinvolto nella negoziazione di un accordo commerciale da 9 miliardi di dollari tra la DRC e la Cina, cosa di cui Washington non può ovviamente rallegrarsi.

Nkunda è un vecchio seguace del Presidente ruandese, Kagame, spalleggiato dagli Stati Uniti. Tutti gli indizi fanno pensare a un pesante benché segreto ruolo della CIA nelle ultime uccisioni perpetrate in Congo dagli uomini di Nkunda. Lo stesso Nkunda è un ex ufficiale dell'esercito congolese, insegnante e pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ma sembra che uccidere sia la cosa che gli riesce meglio.

Buona parte dei soldati di Nkunda, bene equipaggiati e relativamente disciplinati, viene dal vicino Ruanda, e il resto è stato reclutato dalla minoranza tutsi della provincia congolese di Nord Kivu. Il sostegno materiale, politico e finanziario a questo esercito congolese ribelle viene dal Ruanda. Secondo l'American Spectator, “Il Presidente Paul Kagame del Ruanda è un vecchio sostenitore di Nkunda, che era un ufficiale dei servizi all'epoca del rovesciamento a opera del leader ruandese del dispotico governo hutu nel suo paese”.

Come ha riferito il 30 ottobre l'agenzia di informazione congolese, “Alcuni hanno accettato il pretesto di una minoranza tutsi in pericolo in Congo. Non si manca mai di affermare che Laurent Nkunda starebbe combattendo per proteggere 'il suo popolo'. Ma non ci si è chiesti quali siano i suoi veri fini, che consistono nell'occupare la provincia di Nord Kivu, ricchissima di minerali, saccheggiare le sue risorse, e combattere nel Congo orientale per conto del governo ruandese a guida tutsi di Kigali. Kagame vuole un punto d'appoggio nel Congo orientale così che il suo paese possa continuare a beneficiare dei saccheggi e dell'esportazione di minerali come la columbite-tantalite (coltan). Molti esperti oggi concordano sul fatto che le risorse sono il vero motivo per cui Laurent Nkunda continua a creare caos nella regione con l'aiuto di Paul Kagame”.

Il ruolo degli Stati Uniti e AFRICOM
Secondo prove presentate in un tribunale francese e rese pubbliche nel 2006, Kagame organizzò l'abbattimento dell'aereo su cui volava il Presidente hutu del Ruanda, Juvénal Habyarimana, nell'aprile del 1994, fatto che scatenò l'uccisione indiscriminata di centinaia di migliaia di hutu e tutsi.

Il risultato finale dell'eccidio, nel quale morì forse un milione di africani, fu che Paul Kagame – spietato dittatore addestrato alla scuola militare di Fort Leavenworth, nel Kansas, e spalleggiato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – si ritrovò saldamente al potere come dittatore del Ruanda. Da allora ha sempre segretamente appoggiato le ripetute incursioni militari del generale Nkunda nella ricca regione di Kivu con il pretesto di difendere una piccola minoranza tutsi. Kagame aveva più volte respinto i tentativi di rimpatriare quei profughi tutsi in Ruanda, temendo evidentemente di poter perdere un prezioso pretesto per occupare il ricco Kivu.

Almeno fin dal 2001, secondo fonti congolesi, l'esercito statunitense ha una base a Cyangugu, in Ruanda, naturalmente costruita dalla vecchia compagnia di Dick Cheney, la Halliburton, e comodamente vicina al confine con la regione di Kivu.

Il massacro di civili hutu e tutsi del 1994 fu, come l'ha descritta il ricercatore canadese Michel Chossudovsky, “una guerra non dichiarata tra la Francia e l'America. Sostenendo il rafforzamento degli eserciti ugandese e ruandese e intervenendo direttamente nella guerra civile congolese, Washington ha anche la responsabilità diretta dei massacri etnici commessi nel Congo orientale, comprese le centinaia di migliaia di persone morte nei campi profughi”. Aggiunge Chossudovsky: “Il Generale Maggiore Paul Kagame era uno strumento di Washington. La morte di tanti africani non aveva importanza. La guerra civile in Ruanda e i massacri etnici erano parte integrante della politica estera statunitense, attentamente orchestrati in conformità con precisi obiettivi strategici ed economici”.

Adesso l'ex ufficiale dei servizi di Kagame, Nkunda, guida le sue ben equipaggiate truppe su Goma nel Congo orientale secondo un piano che sembra essere quello di staccare la regione ricca di risorse da Kinshasha. Con l'esercito degli Stati Uniti che a partire dal 2007 ha preso a rafforzare la propria presenza in Africa con AFRICOM, sembra essere tutto pronto per l'attuale sottrazione di risorse da parte di Kagame e del suo ex ufficiale, Nkunda.

Oggi il bersaglio è la Cina
Se il bersaglio segreto della “guerra surrogata” degli Stati Uniti nel 1994 era la Francia, oggi quel bersaglio è chiaramente la Cina, vera minaccia al controllo statunitense delle ricchezze minerarie dell'Africa Centrale.

La Repubblica Democratica del Congo è stata così rinominata nel 1997, dopo che l'esercito di Laurent Désiré Kabila ha messo fine al regno di Mobutu, durato 32 anni. Prima di allora si chiamava Repubblica dello Zaire. Gli abitanti chiamano il loro paese Congo-Kinshasa.

La regione congolese di Kivu è sede geologica di minerali tra i più strategici al mondo. Il confine orientale, tra il Ruanda e l'Uganda, corre lungo il bordo orientale della Rift Valley, che i geologi considerano una delle zone più ricche di minerali sulla faccia della terra.

La Repubblica Democratica del Congo contiene più della metà del cobalto mondiale. Ha un terzo dei suoi diamanti, e, cosa estremamente significativa, tre quarti delle risorse mondiali di columbite-tantalite o “coltan”, componente primario dei microchip e dei circuiti stampati, essenziale per i telefoni cellulari, i portatili e altri moderni dispositivi elettronici.

L'America Minerals Fields, compagnia pesantemente coinvolta nell'ascesa al potere di Laurent Kabila nel 1996, all'epoca della guerra civile in Congo aveva il proprio quartier generale a Hope, Arkansas. I principali azionisti comprendevano vecchie conoscenze dell'ex Presidente Clinton che risalivano ai tempi in cui era Governatore dell'Arkansas. Alcuni mesi prima della caduta del dittatore dello Zaire sostenuto dai francesi, Mobutu, Laurent Desire Kabila si stabilì a Goma, nello Zaire orientale, e rinegoziò i contratti minerari con diverse compagnie statunitensi e britanniche, compresa l'American Mineral Fields. Il governo corrotto di Mobutu fu rovesciato con la forza e con l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale sotto la direzione degli Stati Uniti.

Washington non era del tutto soddisfatta di Laurent Kabila, che finì assassinato nel 2001. In uno studio pubblicato nell'aprile del 1997, appena un mese prima che il Presidente Mobutu Sese Seko fuggisse dal paese, il Fondo Monetario Internazionale aveva raccomandato di “interrompere completamente e bruscamente l'emissione monetaria” nell'ambito di un programma di risanamento economico. Pochi mesi dopo aver assunto il potere a Kinshasa, il nuovo governo di Laurent Kabila Desire ricevette dall'FMI l'ordine di congelare gli stipendi dei funzionari statali per “ripristinare la stabilità macroeconomica”. Eroso dall'iperinflazione, il salario mensile medio nel settore pubblico era crollato a 30.000 nuovi Zaire (NZ), l'equivalente di un dollaro statunitense.

Secondo Chossudovsky le imposizioni dell'FMI equivalevano a mantenere l'intera popolazione in uno stato di disperata povertà. Preclusero fin dall'inizio una significativa ricostruzione economica postbellica, contribuendo dunque alla continuazione della guerra civile congolese che ha portato alla morte di quasi 2 milioni di persone.

A Laurent Kabila successe il figlio, Joseph Kabila, che divenne il primo Presidente democraticamente eletto del Congo e sembra avere avuto maggiormente a cuore il benessere dei suoi connazionali.

E adesso arriva l'AFRICOM. In un discorso all'International Peace Operations Association (Associazione per le Operazioni di Pace Internazionali) tenuto a Washington il 27 ottobre, il Comandante di AFRICOM Generale Kip Ward ha così definito la missione del comando: “di concerto con altri organi governativi degli Stati Uniti e con i partner internazionali, [condurre] prolungati impegni per la sicurezza attraverso programmi di cooperazione militare, attività sponsorizzate dall'esercito e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”.

Le “operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro a sostegno della politica estera statunitense”, oggi, sono chiaramente pensate per bloccare la crescente presenza economica della Cina nella regione.

Di fatto, come dichiarano apertamente diverse fonti di Washington, l'AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, compresa la Repubblica Democratica del Congo, dove si assicura contratti economici a lungo termine per le materie prime africane in cambio degli aiuti cinesi e di accordi di production sharing [ripartizione della produzione, N.d.T.] e royalties. Secondo fonti bene informate, i cinesi sono stati molto più furbi. Invece di offrire l'austerità e il caos economico imposti dall'FMI, la Cina sta offrendo consistenti crediti e prestiti a tassi agevolati per la costruzione di strade e scuole così da instaurare buoni rapporti con i paesi interessati.

Il dottor J. Peter Pham, un importante insider di Washington che lavora come consulente per i Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti, dice francamente che tra gli scopi del nuovo AFRICOM c'è quello di “proteggere l'accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l'Africa possiede in grande abbondanza... compito che prevede la salvaguardia dalla vulnerabilità di quelle ricchezze naturali e far sì che terze parti come la Cina, l'India, il Giappone o la Russia non ottengano monopoli o trattamenti preferenziali”.

Nella sua testimonianza al Congresso a favore della creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, che è strettamente legato alla neo-conservatrice Foundation for Defense of Democracies (Fondazione per la Difesa delle Democrazie), ha dichiarato:

“Questa ricchezza naturale rende l'Africa un obiettivo invitante per la Repubblica Popolare Cinese, la cui economia dinamica, che ha registrato una crescita media annua del 9% negli ultimi vent'anni, ha una sete quasi insaziabile di petrolio e una necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina sta attualmente importando circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo; più di 765.000 di quei barili – all'incirca un terzo delle sue importazioni – vengono da fonti africane, soprattutto il Sudan, l'Angola e il Congo (Brazzaville). Non ci si meraviglia dunque che... forse nessun'altra regione possa competere con l'Africa agli occhi di Pechino e dei suoi interessi strategici a lungo termine. Lo scorso anno il regime cinese ha pubblicato il primo libro bianco ufficiale in cui si elaboravano le linee guida della sua politica africana.

Quest'anno prima del suo tour di dodici giorni in otto nazioni africane – il terzo viaggio di questo tipo da quando ha assunto l'incarico, nel 2003 – il Presidente cinese Hu Jintao ha annunciato un programma triennale da 3 miliardi di dollari in prestiti preferenziali e vasti aiuti per l'Africa. Questi stanziamenti si aggiungono ai 3 miliardi in prestiti e i 2 miliardi in crediti all'esportazione annunciati da Hu nell'ottobre del 2006 all'apertura dello storico summit di Pechino del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) che ha portato nella capitale cinese quasi cinquanta capi di stato e ministri africani.

Intenzionalmente o no, molti analisti si aspettano che l'Africa – soprattutto gli stati della costa occidentale, ricca di petrolio – diventi sempre più un teatro di competizione strategica tra gli Stati Uniti e il loro unico vero concorrente quasi alla pari sulla scena mondiale, la Cina, dato che entrambi i paesi cercando di estendere la loro influenza e assicurarsi l'accesso alle risorse”.

Cosa degna di nota, alla fine di ottobre le ben armate truppe di Nkunda hanno circondato Goma nel Nord Kivu e chiesto che il Presidente del Congo Joseph Kabila negoziasse con lui. Tra le richieste di Nkunda c'era la cancellazione di una joint venture Congo-Cina da 9 miliardi di dollari in base alla quale la Cina ottiene i diritti sulle estese risorse di rame e cobalto della regione in cambio di 6 miliardi per la costruzione di strade, due dighe idroelettriche, ospedali, scuole e collegamenti ferroviari con l'Africa meridionale, con la provincia di Katanga e con il porto di Matadi sull'Atlantico. I restanti 3 miliardi saranno investiti dalla Cina nello sviluppo di nuove aree minerarie.

Curiosamente gli Stati Uniti e la maggioranza dei media europei tralasciano questo piccolo dettaglio. Sembra che il compito di AFRICOM sia quello di opporsi alla Cina in Africa. La cartina al tornasole sarà rappresentata dalla persona del Presidente Obama in Africa e il suo eventuale tentativo di indebolire il Presidente del Congo Joseph Kabila sostenendo le squadre della morte di Nkunda, naturalmente nel nome del “ristabilimento della democrazia”.

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sabato, novembre 29, 2008

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo

I massacri di Mumbai come sconfitta del controterrorismo
di Gilad Atzmon

Mentre sto scrivendo è ancora tutt'altro che chiaro cosa sia davvero accaduto a Mumbai. Le domande che mi faccio sono le stesse di tutti: chi erano gli attentatori? Chi c'era dietro di loro e cosa cercavano di ottenere? Ma una cosa appare evidente. La “Guerra al Terrore” è un completo disastro. I cosiddetti “terroristi”, chiunque essi siano, hanno vinto. L'America e i suoi alleati sono stati sconfitti.

Ma non finisce qui, perché in tutta questa guerra l'America ha perso il proprio ruolo dominante di superpotenza. È finanziariamente rovinata. La sua dirigenza politica è vista dalla maggior parte dell'opinione pubblica mondiale come un nucleo solido di malvagità. Non bisogna essere dei geni per dedurre che questa enorme sconfitta è l'esito di una catena di eventi innescata da un unico orchestrato attacco che ha avuto luogo nel settembre del 2001. Per chi non lo ricordasse, i 18 terroristi che hanno devastato il mondo l'11 settembre non avevano con sé una bomba nucleare né armi avanzate. Erano muniti solo di coltelli. Per bizzarro che possa sembrare, per far crollare l'impero americano è bastata una dozzina e mezza di persone molto motivate armate di coltelli.

Sfortunatamente l'America e la Gran Bretagna mentre affondavano sono riuscire a mettere in atto crimini di guerra di proporzioni colossali. Sono morti due milioni di iracheni e di afghani. Molti altri milioni sono rimasti gravemente feriti, altri ancora sono profughi. Ciascuna di queste vittime è il risultato diretto di una guerra illegale lanciata dalle democrazie anglo-americane.

Nonostante i molti massacri che queste guerre coloniali anglo-americane si sono già lasciate alle spalle, la carneficina è ben lungi dall'essersi conclusa. Leggiamo da settimane di aerei americani che sganciano bombe su villaggi pakistani. Apprendiamo che i cosiddetti alleati prendono di mira “presunti terroristi” nelle zone rurali del Pakistan. Evidentemente i nostri leader democratici vedono i civili musulmani innocenti come facili bersagli eliminabili. Dunque non dovrebbe sorprenderci che a Est qualcuno ci consideri ugualmente suscettibili di atti di terrorismo. Ci vedono come potenziali bersagli facili. Tuttavia, se i crimini britannici e americani vengono commessi per contro nostro, in nome della democrazia, da capi che noi stessi abbiamo mandato al potere, i crimini di Mumbai sono stati commessi da un'entità sconosciuta, non da un'entità eletta. I crimini di Mumbai sono stati commessi solo nel nome di chi li ha perpetrati. I crimini anglo americani in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Siria vengono commessi da governi eletti, nel nome dei popoli britannico e americano.

Il terrore è un messaggio scritto sul muro, ma per qualche motivo la maggioranza degli occidentali non riesce a leggerlo. L'entusiasmo con cui portiamo la Coca-Cola al mondo musulmano va immediatamente frenato. Dobbiamo tenere per noi le nostre fantasie liberali e democratiche, soprattutto ora che il concetto di base si è dimostrato errato. L'insistenza con cui tentiamo di rendere gli arabi e i musulmani stupidi quanto noi non funzionerà. Dobbiamo permettere alle altre persone di vivere secondo le loro convinzioni e la loro tradizione culturale.

Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato ieri insieme ad altri politici che l'attacco di Mumbai è un attacco alla democrazia occidentale. Penso che faremmo meglio ad ammetterlo: finché le democrazie occidentali tratteranno i musulmani come facili bersagli, gli occidentali potranno essere altrettanto suscettibili di ritorsioni e di atti di terrorismo.

Vorrei suggerire a Miliband e ai suoi colleghi di cessare immediatamente i loro tentativi di democratizzare il mondo. Così facendo renderebbero semplicemente il mondo un luogo di gran lunga migliore e più sicuro in cui vivere.

Originale: Mumbai Massacres as the Defeat of Counter-terrorism

Articolo originale pubblicato il 28/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, novembre 26, 2008

Dal Kurdistan a K Street

Dal Kurdistan a K Street
I faccendieri come Shlomi Michaels e il lato nascosto della politica estera di Washington

di Laura Rozen

La routine della politica estera di Washington è chiara e, be', anche un po' noiosa. Presidenti e Segretari di Stato fanno discorsi e rilasciano dichiarazioni. I diplomatici discutono in sale di rappresentanza riccamente ornate. Questa è la versione ufficiale, e anche se siamo ben consapevoli che la realtà si allontana dalla versione dei fatti offerta da C-Span e Foreign Affairs, i ritmi, i riti e i fasti plasmano la nostra comprensione delle relazioni internazionali.

Questa storia riguarda l'altro mondo, quello i cui veri protagonisti non figurano mai nelle notizie in sovrimpressione della CNN. È la storia di un uomo che ha l'abitudine di spuntare come Zelig alle intersezioni tra politica estera e quel genere di affari che prosperano in tempo di guerra: contratti privati per la sicurezza, sviluppo delle infrastrutture e ricostruzione postbellica, passaggio di informazioni.

È anche la storia di come questo imprenditore e intermediario, nel clima confuso creato dagli attentati dell'11 settembre e della preparazione della guerra di Washington contro l'Iraq, ha colto l'occasione per trasformarsi da piccolo affarista ad attore globale. La traiettoria di Shlomi Michaels dimostra non solo la determinazione di un singolo, ma anche le opportunità che la guerra al terrore ha offerto a chi possedeva le informazioni, i contatti e l'ambizione per coglierle.

I. Il dossier: dove un ex uomo dei reparti speciali israeliani tenta di salvare George W. Bush

Un pomeriggio di primavera del 2004, non lontano dalla Casa Bianca, l'ex ufficiale della CIA Whitley Bruner si recava all'appuntamento con un nuovo contatto. Agente della vecchia scuola, arabista formatosi ad Harvard, Bruner era stato a molti incontri come questo: alcuni banali e altri più importanti, come quando nel 1991 aveva ricevuto istruzioni per incontrare un iracheno di nome Ahmad Chalabi. (“Gli dissi 'Mi chiamo Whitley Bruner, abbiamo amici in comune, e vorrei parlarle dell'Iraq'”) Misurato ed efficiente, Bruner aveva smesso di lavorare per l'Agenzia alla fine del 1997 e nel 2004 aveva accettato un posto nella società privata di intelligence Diligence LLC. Il nuovo lavoro, che lo aveva portato a fare la spola tra Washington e il Medio Oriente per conto di clienti alla ricerca di opportunità nel Selvaggio West dell'Iraq post-Saddam, non era poi così diverso da quello vecchio, e lo ha messo in contatto con tutta una serie di personaggi curiosi.

Quel giorno di primavera Bruner stava andando da uno dei più potenti lobbisti repubblicani di Washington, Ed Rogers, ex assistente alla Casa Bianca sotto Reagan e la prima amministrazione Bush. Rogers parlava con la soffice cadenza strascicata dell'Alabama e aveva un curriculum repubblicano impareggiabile; si sapeva inoltre che gli piacevano le spie, tanto che la sua compagnia, la Barbour Griffith & Rogers, aveva acquisito una quota di controllo della Diligence. Bruner doveva solo salire le scale.

Mentre si accomodava nell'ufficio di Rogers notò un uomo che “emanava clandestinità”, ricorda, con capelli tagliati cortissimi e portamento militare. Si strinsero la mano: “Me la stritolò. Quando udii il suo accento israeliano non mi fu difficile indovinare i suoi trascorsi”.

Il veemente estraneo si presentò come Shlomi Michaels. Aveva fatto parte dell'unità speciale antiterrorismo israeliana, lo Yamam, e poi era diventato uno di quegli intermediari che fanno da tramite tra gli ambienti della sicurezza, dei servizi segreti e del business internazionale, oltre a occuparsi di altre attività più pittoresche come una società di sicurezza e investigazioni a Beverly Hills. Anche per gli standard degli ex membri delle forze speciali israeliane convertitisi in esperti di sicurezza, pensò Bruner, questo sembrava insolitamente ben introdotto: il suo socio in affari era l'ex capo del Mossad Danny Yatom. Prima di arrivare a Washington Michaels, che aveva la doppia cittadinanza israeliana e statunitense, aveva gestito tutta una serie di attività a Beverly Hills: un caffé/cioccolateria in franchising, una palestra di arti marziali, investimenti immobiliari e una società di sicurezza high-tech mirata ai “super ricchi” di Hollywood. Dopo l'11 settembre lasciò Los Angeles per approdare prima a New York (dove per un semestre insegnò antiterrorismo alla Columbia University) e poi a Washington, dove presto lanciò una lucrosa attività per trarre profitto dalla guerra e dal dopoguerra in Iraq.

Ma quel giorno Michaels aveva una proposta diversa per l'ex agente della CIA: una proposta, disse, che poteva trasformare i presenti in un bel comitato e perfino contribuire alla rielezione di George W. Bush. Aveva una fonte irachena ben piazzata – un ex ufficiale in un'unità operazioni psicologiche dell'esercito iracheno, disse – che aveva raccolto centinaia di pagine di contratti, mappe e fotografie che documentavano degli incontri tra funzionari iracheni e ucraini. L'informazione, disse Michaels, avrebbe dimostrato che l'Iraq aveva perseguito un programma segreto di fabbricazione di armi chimiche. Michaels voleva che Bruner organizzasse a lui e alla sua fonte irachena un incontro con la CIA. In cambio del dossier completo chiedeva un milione di dollari.

Quest'uomo era una spia, un faccendiere politico, un imprenditore aggressivo? Bruner non lo sapeva, e non sembra saperlo nessuno che lo abbia conosciuto. “È quello che è” è una delle espressioni preferite di Michaels, mi ha detto un socio. “La dice un sacco” (Rogers non ha mai richiamato a proposito della tentata vendita del dossier e del suo ruolo nella vicenda).

Quello che si sa è che Michaels è apparso a Washington in momenti chiave, negli ultimi anni, per architettare complesse collaborazioni internazionali e proporre informazioni politicamente utili. Nel 2002 incontrava vari esperti di politica estera di Washington nell'atrio del Mayflower Hotel per discutere di una joint venture mirata a fare affari con i curdi iracheni; dopo l'invasione questi colloqui gli fruttarono la concessione di lucrosi contratti di ricostruzione da parte del governo curdo. Contribuì a far arrivare a Washington l'informazione che il programma oil-for-food delle Nazioni Unite era pieno zeppo di corruzione, vicenda che divenne uno degli argomenti di punta dei repubblicani per promuovere la guerra. In seguito Michaels aiutò i curdi a trovare a Washington lobbisti (la BGR di Rogers) che premessero per la restituzione al Kurdistan di circa 4 miliardi di dollari in pagamenti arretrati del programma oil-for-food. Secondo il Los Angeles Times, nel giugno del 2004, durante i suoi ultimi giorni in Iraq, il proconsole statunitense Paul Bremer mandò in Kurdistan tre elicotteri dell'esercito degli Stati Uniti con 1,4 miliardi di dollari in banconote da cento. Questi soldi servirono a finanziare i contratti per lo sviluppo e le infrastrutture che Michaels e i suoi soci avevano stipulato con il governo curdo. Per quale ragione Michaels tentò di vendere il dossier sulle armi di distruzione di massa? Nessuno afferma di saperlo. Ma, come dice Bruner, “Erano tutti consapevoli che gli americani erano abbastanza disperati da pagare grosse cifre per qualcosa di non vero”.

Bruner chiese di vedere alcuni dei documenti di Michaels prima di accettare di volare in Giordania per incontrare la fonte irachena. Racconta che gli diedero contratti scritti in arabo e “fotografie di vari iracheni che sarebbero stati coinvolti nella vicenda delle armi di distruzione di massa. C'erano foto di incontri, erano tutti seduti attorno a un tavolo in missioni commerciali”. Immagini e documenti sembravano autentici, pensò Bruner, ma non era sicuro che provassero alcunché. C'erano stati molti incontri tra funzionari dell'Iraq e dell'ex blocco sovietico. Chi poteva sapere a cosa avevano portato?

Comunque lui e Rogers decisero che valeva la pena di fare una verifica. Pochi giorni dopo Bruner era nel cigar bar dell'Hotel Le Royal, una torta nuziale di cemento armato nel formicolante centro di Amman, per incontrare il misterioso iracheno di Michaels. Era ancora scettico, ma alla fine decise di chiamare un ex collega di Langley che all'epoca era capo della stazione CIA di Amman. Subito dopo Michaels e l'iracheno ebbero un incontro con l'Agenzia.

Non andò molto bene. La CIA non si interessò al dossier, né allora né durante un secondo tentativo di cui riferiscono i soci di Michaels. Quest'ultimo, secondo Bruner e altri, era furioso.

II. Amman, Londra

Ho sentito parlare per la prima volta dell'incontro di Michaels con la CIA mentre sedevo in un freddo appartamento di Amman, a gennaio. Ero lì per incontrare una serie di personaggi mediorientali che avevano avuto a che fare con Michaels. Nella Casablanca che è in questi giorni Amman – uno snodo commerciale pieno di iracheni, giordani, americani, libanesi, israeliani e ricchi investitori del Golfo a caccia di buoni affari nell'Iraq del dopoguerra – Michaels emergeva come un personaggio enigmatico: in parte intrallazzatore, in parte agente, attraverso Yatom, di un piano segreto di politica estera. In entrambi i ruoli risultava appariscente ed eccessivo. “Ho discusso con l'hotel [Le Royal] per procurargli una buona tariffa per stranieri”, mi ha raccontato un socio giordano. “Poi sono tornato e ho scoperto che si era trasferito nella suite più lussuosa dell'albergo”.

Per uomini come Michaels Amman era la porta d'accesso alle opportunità commerciali irachene. Una joint venture di Michaels e Yatom, la Kudo AG (dove Kudo sta per Kurdish Development Organization, Organizzazione curda per lo sviluppo), registrata in Svizzera, si aggiudicò un grosso appalto come contraente generale per la ricostruzione dell'Aeroporto Internazionale Hawler di Erbil, un progetto da 300 milioni di dollari. Secondo un socio che è al corrente degli affari curdi di Michaels, il contratto era strutturato in modo tale che la Kudo (una joint venture tra Michaels e lo Yatom e il loro socio curdo che rappresentava uno dei due partiti di governo del Kurdistan) fosse pagata il 20% su ogni contratto assegnato nel progetto per l'aeroporto. Benché non sia chiaro quanto abbia ricevuto la Kudo complessivamente, quella percentuale fa pensare a un contratto da circa 60 milioni di dollari. (Michaels si è rifiutato di commentare la vicenda).

Michaels si aggiudicò anche un contratto più piccolo con il Ministero degli Interni curdo per fornire addestramento ed equipaggiamento antiterrorismo; nel 2004 Michaels portò in un campo di addestramento nell'Iraq settentrionale diverse decine di ex funzionari della sicurezza israeliana, cani anti-esplosivi, tecnologie per comunicazioni sicure e altre attrezzature militari. Il traffico non passò inosservato alla Turchia, allarmata da ogni possibile traccia di appoggio occidentale al separatismo curdo; quando i media israeliani riferirono delle attività, la squadra di Michaels fu costretta a una precipitosa ritirata dall'Iraq. La presenza israeliana in Kurdistan si fece notare perfino dalle agenzie di intelligence americane, che nel 2004 seppero che agenti iraniani progettavano di colpire il personale statunitense e israeliano che operava nel nord dell'Iraq. Nel luglio del 2004 Larry Franklin, un ufficiale del Pentagono che era stato sorpreso a spartire informazioni sull'Iran con alcuni falchi di Washington, fu reclutato dall'FBI per un'operazione sotto copertura nella quale gli fu detto di comunicare a un funzionario dell'AIPAC la presunta minaccia per gli israeliani che operavano nel nord dell'Iraq; in seguito Franklin si dichiarò colpevole della trasmissione di informazioni coperte da segreto militare e fu condannato a 12 anni di carcere.

Da parte loro, le autorità israeliane si impegnarono a indagare sull'attività di addestramento. (I cittadini israeliani non hanno il permesso di entrare in Iraq senza un permesso esplicito o di occuparsi di equipaggiamenti militari senza una licenza del Ministero della Difesa, secondo i portavoci del governo israeliano). Le indagini vennero chiuse senza che fosse formalizzata alcuna accusa. Forse perché, come ha riferito recentemente il corrispondente di Haaretz Yossi Melman, un ex alto funzionario del Ministero della Difesa israeliano aveva dato a Yatom il permesso verbale di condurre le attività curde, proprio quando il funzionario stava lasciando il suo incarico per passare a sua volta al settore privato della difesa.

L'ironia, secondo un socio in affari di Michaels, è che quando quell'attività fu scoperta e cominciò a creare guai Michaels voleva disperatamente uscire dal business della sicurezza. “Shlomi ha tutto l'aspetto di un membro dei reparti speciali”, ha detto il socio. “Trasuda quella porcheria. Ma voleva cambiare identità. Se potesse trasformarsi in un professore universitario con gli occhiali e la giacca di tweed lo farebbe in tre secondi”.

“Ciò che voleva era davvero semplicissimo”, ha aggiunto il socio. “Voleva diventare miliardario, e voleva farlo in Kurdistan. È quello il vero Shlomi Michaels. Tutta la faccenda dell'addestramento... l'ha messa dentro solo per realizzare gli altri progetti”.

“Durante tutto il tempo che ho trascorso con lui, Shlomi era estremamente coerente nel suo desiderio di assicurarsi progetti per lo sviluppo delle infrastrutture, magari entrare nel consiglio di amministrazione di una banca e fare altri affari di quel genere”, mi ha detto Russell Wilson, membro del comitato per le relazioni internazionali del Congresso che ha svolto attività di consulenza presso i curdi per conto di Washington ed è stato a lungo in rapporti d'affari con Michaels. “La gente pensa che solo perché era nei reparti speciali il suo forte fosse la sicurezza. Non era così”.

A proposito del dossier di Michaels, Wilson si è limitato a dire: “Penso che nei suoi viaggi d'affari all'estero si sia imbattuto in quelle informazioni e si sia sentito in dovere di trasmetterle”.

Ad Amman sembrano esserci ovunque due pesi e due misure. Le alleanze si formano e altrettanto rapidamente si sciolgono; le restrizioni legali dell'Occidente si scontrano con le realtà del Medio Oriente e dell'Iraq postbellico, dove le tangenti e l'evasione fiscale con la complicità di alti funzionari sono pratica comune. Alcuni soci sono usciti dall'affare Kudo preoccupati che fosse troppo opaco e potesse violare la legge statunitense assegnando una quota dei contratti ai parenti dei funzionari che li avevano aggiudicati. Ma se gli stretti legami con il governo curdo turbavano alcuni, per altri costituivano invece parte dell'attrattiva. Il Kurdistan è uno dei pochi luoghi al mondo a possedere giacimenti di idrocarburi non ancora assegnati; nella corsa ai contratti per svilupparli gli operatori del settore energetico sono disposti a pagare milioni di dollari per le giuste entrature.

Dopo una giornata di interviste sono tornata nella mia camera d'albergo di Amman e ho trovato un messaggio che mi comunicava che Michaels si sarebbe trovato a Londra nel fine settimana. Questa volta doveva incontrare un gruppo di operatori del settore petrolifero e della sicurezza ansiosi di attingere alle sue conoscenze curde sue e a quelle di Yatom. I curricula dei presenti, che sono riuscita a ricostruire dopo un lavoro di diversi mesi, ne facevano il cast perfetto per un thriller. C'era Steve Lowden, già amministratore delegato di Suntera Resources, affiliata di una compagnia energetica russa, Itera. (Su Itera starebbe investigando l'FBI per presunti legami con il crimine organizzato e tentata corruzione di funzionari degli Stati Uniti. Tra le persone coinvolte nell'indagine ci sarebbe l'ex membro del Congresso Curt Weldon [R-Pa.]). C'era poi un funzionario di una società di sicurezza privata con sede a Ginevra, Abraham Golan, specializzato nella fornitura di servizi di sicurezza a compagnie energetiche in Africa. Yatom, che allora era membro della Knesset aveva il divieto di usare quella posizione a proprio vantaggio, non presenziò all'incontro con i petrolieri. Però in seguito raggiunse Michaels, Golan e sua moglie, Wilson e un magnate israeliano del settore immobiliare e la sua giovane accompagnatrice per una serata in un esclusivo club londinese per soli membri.


III. Un progetto discreto

Il socio israeliano in Giordania di Michaels mi raccontò anche un'altra storia. Yatom, disse, diceva di lavorare con Michaels in collaborazione con l'ex capo della CIA, James Woolsey, e l'ex capo dell'FBI Louis Freeh. Poteva essere vero? Ho deciso di chiederlo direttamente all'ex capo del Mossad.

Danny Yatom ha accettato di incontrarmi a maggio in un caffè nel suo villaggio natale, Nof Yam, un semplice avamposto su un altopiano erboso situato nella valle di Sharon, vicino alla città di Natanya. Portamento diritto, abbronzato, capelli bianchi tagliati cortissimi, il 63enne ex generale del Sinai dà un'impressione di autentica franchezza: le preoccupazioni etiche che potrebbero turbare altri semplicemente non lo riguardano. Negli anni Novanta, quando fu costretto a lasciare il suo incarico di capo del Mossad (dopo un abborracciato tentativo di assassinio di un leader di Hamas), Yatom entrò in affari con l'imprenditore di origini russe Arkadi Gaydamak. Alla fine degli anni Novanta, ha raccontato Yatom, i due divennero soci in una società, la Geo-Strategic Consultancy, impegnata in Kazakistan e in Africa. Lo scorso ottobre Gaydamak e il suo ex socio, Pierre Falcone, sono finiti sul banco degli accusati in Francia insieme ad altri personaggi di alto profilo per il loro presunto ruolo in quello che è stato chiamato “Angolagate”. Sono accusati di aver venduto illegalmente armi dell'ex Unione Sovietica per un valore di circa 800 milioni di dollari al presidente comunista dell'Angola, Eduard dos Santos, mentre vigeva un embargo imposto al paese dalle Nazioni Unite. Yatom mi ha detto di non avere alcun rimorso etico per aver lavorato con Gaydamak.

Quando l'ho interrogato a proposito di quello che avevo saputo ad Amman, Yatom non si è scomposto. Sì, “Avevo quest'idea di fare affari con Woolsey”, con l'ex direttore dell'FBI Louis Freeh, con l'ex capo dell'intelligence tedesca Berndt Schmidbauer e altre figure di spicco della sicurezza internazionale, ha detto. L'idea era creare una discreta società di consulenza strategica chiamata Interop, ha spiegato Yatom, con Michaels nel ruolo cruciale di addetto alle pubbliche relazioni. “Woolsey e Schmidbauer si dissero d'accordo. Ma il progetto non realizzò mai”, perché, ha detto Yatom, nel 2003 era stato eletto al parlamento israeliano. Per evitare il conflitto di interessi proibito dalle leggi israeliane affidò i suoi interessi finanziari a un blind trust amministrato da Michaels.

Interrogato sull'effettiva cecità del trust, dati i frequenti contatti con Michaels, Yatom si è mostrato inflessibile. “Non so cosa faccia Michaels”, mi ha detto. “Schmidbauer ci ha offerto un primo contatto con i curdi, [ma] una volta preso contatto io sono entrato nel governo e non ho più potuto essere coinvolto”. Quella restrizione, comunque, era ormai agli sgoccioli. Solo poche settimane dopo il nostro colloquio, Yatom ha annunciato le sue dimissioni dal suo posto alla Knesset. Stava, mi ha detto, per dedicarsi nuovamente agli affari: sicurezza, immobili, costruzioni.

Quando a marzo ho interrogato Woolsey sulla società di consulenza abortita, ha riconosciuto di essere in amicizia con Yatom e Michaels (per esempio Woolsey e Yatom hanno tenuto delle lezioni al corso di Michaels alla Columbia University nel 2002), ma ha negato di essere mai stato loro socio. “Direi proprio di no”, ha detto. “Mi faccia sapere se ne sa di più”. Contattato nuovamente a ottobre, Woolsey ha negato categoricamente di aver fatto affari insieme a Yatom e Michaels. “Dev'esserci stato un equivoco”, ha scritto in un'email. “Forse qualcuno ha esagerato la portata di ipotetiche discussioni informali dopo qualche conferenza?” Freeh non ha risposto alla mia richiesta di commenti su Interop. Schmidbauer riconosce di essere amico di Yatom e Michaels, ma ha negato i legami con il loro affare curdo. “Danny Yatom è amico di Bernd Schmidbauer”, hanno scritto dal suo ufficio in un'email. “Conosce anche Shlomi Michaels. Il signor Schmidbauer non era coinvolto nelle attività nel… nord dell'Iraq”. Documenti societari ottenuti da Mother Jones elencano Freeh e Schmidbauer tra i membri del consiglio di amministrazione di Interop.

Un altro socio di Michaels al corrente della costituzione di Interop descrive così il progetto d'impresa: “L'idea era che fosse think tank per fornire servizi di consulenza in materia di sicurezza in diverse parti del mondo. Era un buon modello di impresa. L'organizzazione di base prevedeva che gli uffici dei vari [ex] capi delle agenzie di sicurezza fossero situati dove avevano maturato le loro esperienze e i loro contatti. Schmidbauer doveva operare in Germania, l'ex capo del KGB [Sergei] Stepashin in Russia, il suo equivalente giapponese in Giappone. Shlomi avrebbe coordinato le varie sedi e indirizzato i clienti alle figure competenti. Per esempio, se qualcuno avesse voluto fare affari nell'ex Unione Sovietica noi avremmo creato un contatto e l'avremmo gestito attraverso la sede di Mosca. Il tutto grazie alla rete di Danny”. Malgrado Yatom abbia insistito sulla propria estraneità durante la permanenza alla Knesset, i documenti della società dimostrano che continuò a prendervi parte per qualche tempo. I documenti di costituzione conservati nel Delaware rivelano un certo Interop Group, Ltd., registrato il 13 marzo del 2002; in Svizzera risulta un Interop Group LTD registrato il 3 febbraio 2003, la cui liquidazione è cominciata nel 2007. In Svizzera risulta anche che la società di Yatom e Michaels, Kudo, ha avviato il processo ufficiale di scioglimento nel maggio del 2007.

La recente liquidazione delle attività può essere una conseguenza delle pressioni esercitate su Michaels per ridurre la presenza israeliana nel Kurdistan, e anche di quelle che i soci definiscono dispute finanziarie e di altra natura con i curdi. Ma riflette anche la nuova direzione presa da Michaels e Yatom. Negli ultimi due anni Michaels ha cercato opportunità in Africa, Marocco, Serbia, e, secondo un socio americano, nella Libia post-sanzioni. Per quanto riguarda Yatom, secondo un rapporto pubblicato a settembre dalla newsletter Africa Energy Intelligence, pubblicata a Parigi, lui e Golan hanno formato una nuova società, il Global Strategic Group, che si concentrerà sulla fornitura di servizi di sicurezza e addestramento a corporazioni, singoli e governi, prestando un'attenzione particolare al mercato energetico africano. La sede della nuova società è a Ramat Gan, nello stesso grattacielo in cui Gaydamak ha ancora i propri uffici.

Quando ho telefonato a Yatom, agli inizi di ottobre, ha detto che non voleva parlare della sua nuova società o dei suoi finanziatori. “Vogliamo passare inosservati”, ha detto. “Per molti imprenditori è meglio lavorare in silenzio”.

Originale: From Kurdistan to K Street

Articolo originale pubblicato il 18/11/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, novembre 14, 2008

La Florida, caso di studio sulle elezioni del 2008

La Florida, caso di studio sulle elezioni del 2008
Voce di Pepe Escobar, analista di The Real News




Pepe Escobar, analista, The Real News Network: la Florida è un caso di studio su come sono state vinte le elezioni del 2008. Per la campagna di Obama una vittoria in Florida avrebbe non solo cancellato il film dell'orrore vissuto otto anni fa, ma anche portato a una bruciante e brillante redenzione, schiacciando i repubblicani con una campagna "colpisci-e-terrorizza". L'affascinante e vivace Stato del Sole era diventato un'ossessione ancora più dell'Ohio. I soldi non erano un problema. C'era una base di militanti pronta a spingere la gente al voto con telefonate e porta a porta, a muoversi tra poliziotti, auto e viali curatissimi, battendo sobborghi poveri e isole di privilegi, spendendo tre volte più della campagna radiotelevisiva di McCain. Alla fine Obama ha ottenuto quasi il 71% dei voti dei nuovi elettori. Grazie all'impulso dei voti degli indecisi, dei giovani, degli indipendenti, degli afroamericani, il grosso dei centro-sudamericani e dei giovani cubanoamericani, in Florida Obama ha battuto McCain con il 51% contro il 48%. Joe the Plumber [Joe l'idraulico, N.d.T.] magari non avrà votato Obama, ma José el Plomero in Florida invece sì.

Un mio ex collega alla facoltà di legge di Chicago descrive Obama come un visionario minimalista. Il mondo, ancora ubriaco di gioia, scoprirà presto che Obama, oltre a essere stato un eccezionale organizzatore politico del proprio successo, è portatore di un nazionalismo civico post-etnico. Non fraintendetemi: a modo suo anche lui vuole un Nuovo Secolo Americano. I suoi discorsi parlano da soli. Crede davvero nell'eccezionalismo americano e nel destino manifesto degli USA. Ma non è un ideologo; è un pragmatico. I suoi discorsi ci dicono che non è una questione di destra o sinistra, di governo grande o piccolo, ma di un governo che funzioni. E come funzionerà? Obama è il leader e il portavoce di una nuova generazione. Mobiliterà la base militante per parlare direttamente agli americani progressisti? O sarà un cauto conservatore e preparerà un terzo mandato Clinton? È questo il segnale che dai, quando nomini capo di gabinetto un portavoce di Wall Street, di Israele e della globalizzazione aggressiva. Sarà un conservatore camaleontico e compassionevole? Tutti in America e nel resto del mondo devono ora diventare intellettuali critici. Come Obama stesso ha detto nel suo discorso di accettazione:

Senatore Barack Obama, Presidente eletto: La strada di fronte a noi sarà lunga. La salita ardua. Potremmo non farcela in un anno, o addirittura in un mandato. Ma, America, prima di stasera non sono mai stato più fiducioso che ci arriveremo. Lo prometto, noi come popolo là ci arriveremo.

Escobar: Ma "là" dove? Per arrivare a questa incerta terra promessa, dopo tutto, c'è un uomo che ha vinto un'elezione essenzialmente con uno slogan formato da una sola parola, "Cambiamento". Obama deve costruire un ponte non solo tra bianchi e neri, ma anche tra democratici e repubblicani e ricchi e poveri. Un recente sondaggio Gallup rivela che il 58% degli americani e l'84% degli elettori democratici crede che negli Stati Uniti si debba distribuire più uniformemente il benessere. Obama deve scalare una montagna e sfidare il piano di salvataggio per Wall Street da 700 miliardi di dollari Bush-Paulson-Pelosi-Obama-McCain, pagato dai contribuenti. Oserà o gli sarà permesso riregolare Wall Street nell'interesse pubblico? Oserà tassare l'oligarchia statunitense?

Molti di questi oligarchi lo hanno supportato, così come alcune grandi multinazionali. Deve essere pronto a promuovere un piano per la sanità che non venga controllato dalle grandi compagnie di assicurazioni, dalle ultraconservatrici associazioni ospedaliere e dall'industria farmaceutica. Perché non creare un programma sanitario universale centralizzato? Deve poi chiarire i suoi rapporti con le grandi corporazioni agroalimentari. Lui e la sua squadra – Volcker, Rubin, Summers, Warren Buffett – devono spiegare come l'austerità fiscale possa essere compatibile con la creazione di posti di lavoro, come salvare Wall Street sia compatibile con gli investimenti produttivi, come la guerra al terrore sia compatibile con una ripresa interna. Il Pentagono ha festeggiato l'elezione di Obama con un altro massacro a una festa di matrimonio nella provincia afghana di Kandahar. Quarantotto morti, soprattutto donne e bambini, e molti feriti. Obama vuole aumentare il numero di uomini in Afghanistan; Obama vuole espandere la guerra al terrore nelle aree tribali del Pakistan; Obama vuole un ridispiegamento in Iraq, non il ritiro. Non ha un termine ultimo preciso per il ritiro dall'Iraq perché la presenza del Pentagono in Iraq è legata direttamente all'accesso al petrolio del Medio Oriente in un'ininterrotta guerra d'attrito con Iran, Siria e Hezbollah in Libano. E Obama non ha rinunciato al suo supporto incondizionato alla guerra neocoloniale di Israele in Palestina. Il grande botto di Obama potrebbe essere la decisione di seppellire la fanatica visione del mondo dei neo-conservatori. Basta eccezionalismo unilaterale; basta guerre preventive, consegne straordinarie, torture, Guantanamo, demonizzazione delle Nazioni Unite, un Pentagono che assorbe più fondi di tutto il resto del pianeta, demonizzazione della Russia, ostilità malamente celata verso la Cina.

E poi c'è l'altra America: Obama capirà l'ampiezza e il potere trasformativo dei profondi movimenti sociali in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay e in tutto il resto dell'America Latina? Capirà che la dottrina Monroe è morta e che l'America Latina è pronta per una relazione matura con gli Stati Uniti?

Qui a Key West Cuba è a sole 90 miglia. Da qui gli USA ascoltano Cuba. In tutto il paese Obama ha ottenuto il 66% del voto latino. Avrà il coraggio di porre fine a un embargo fallito, doloroso e criminale? Gli è già stato chiesto da Chàvez in Venezuela e da Lula in Brasile. È un embargo che colpisce principalmente la gente comune.

Geograficamente gli Stati Uniti finiscono qui, alle mie spalle. Politicamente la lunga notte di Bush finirà tra una settantina di giorni. Questo passaggio storico, che avverrà per mano di un nero con una formidabile arma di seduzione di massa, il suo illimitato "potere morbido", ha il potenziale per essere il preludio di un nuovo giorno. Sta alla società civile americana, instancabilmente capace di impegnarsi e mobilitarsi, trasformare quella speranza in realtà.

Originale da: The key to the highway

Articolo originale pubblicato il 10 novembre 2008

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì, novembre 10, 2008

Il nuovo avanza, ma il vecchio crea fondazioni

[Questa la mettiamo qui, nel caso ci servisse in seguito e ci stessimo chiedendo in cosa fosse affacendato il vecchio Rumsfeld].

Famigerato neocon dell'amministrazione Bush continua a occuparsi di Asia Centrale e Caucaso

di Joshua Kucera

Donald Rumsfeld, ex segretario della difesa degli Stati Uniti, ha creato una fondazione che ha tra le proprie principali aree di interesse l'Asia Centrale e il Caucaso.

Finora il lavoro della fondazione sull'Asia Centrale è stato limitato: ha avviato un programma di borse di studio per giovani studiosi della regione gestito dal Central Asia Caucasus Institute (CACI, Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso) alla Johns Hopkins School for Advanced International Studies di Washington, DC. Il direttore del CACI, S. Frederick Starr, è amico personale di Rumsfeld.

Gran parte del denaro della fondazione viene dallo stesso Rumsfeld. (Prima di entrare nell'amministrazione Bush, nel 2000, Rumsfeld aveva ricoperto ottimi posti di dirigente nell'industria farmaceutica e delle comunicazioni). La fondazione ha ricevuto una piccola quantità di finanziamenti esterni, “da amici”, ha detto Keith Urbahn, un portavoce della fondazione. Gli obbligatori documenti fiscali che elencano le sue donazioni e il suo bilancio non sono ancora stati resi pubblici, e Urbahn si è rifiutato di nominare specifici finanziatori.

I primi cinque studiosi sono già a Washington e hanno tenuto delle relazioni al CACI il 5 novembre scorso, in una conferenza intitolata “L'Asia Centrale e il Caucaso dopo la guerra d'agosto”.

In un'intervista concessa lo scorso anno al Washington Post Rumsfeld ha spiegato che molte delle persone emerse dai governi comunisti possono contare su comunità etniche negli Stati Uniti che le appoggiano e le supportano. Ma chi viene dal Caucaso e dall'Asia Centrale non ha questo vantaggio, e uno degli obiettivi della fondazione è ovviare a questo problema.

“A Chicago o Detroit o Pittsburgh non abbiamo uzbeki, tagiki o kazaki”, ha spiegato. “Penso che ci sia bisogno di persone che capiscono quello che succede in Asia Centrale... e la difficoltà di quella transizione”.

“Ha sempre messo tra le sue priorità la visita a quella parte del mondo perché pensava fosse importante. Il suo interesse per quelle zone è precedente all'11 settembre, voleva creare legami con i paesi dell'Asia Centrale e del Caucaso che non avevano precedenti negli ultimi decenni”, ha dichiarato Urbahn.

Il direttore del CACI Starr ha detto che Rumsfeld era l'unico alto rappresentante dell'amministrazione Bush a prestare un'attenzione più che simbolica all'Asia Centrale e al Caucaso. Mentre complessivamente “a livelli più alti abbiamo semplicemente trascurato [la regione]”, Rumsfeld ha rappresentato un'eccezione, con i suoi molti viaggi nella regione per stabilire forti legami con i suoi leader, ha dichiarato Starr. “Rumsfeld è stato, a livello di amminiastrazione, il segretario di gran lunga più attivo degli ultimi 18 anni”, ha detto.

“Questo programma nasce dalla sua esperienza nella regione e dalla comprensione dell'importanza di quest'ultima in quanto area emergente del mondo, e anche dalla consapevolezza che molti giovani di grande talento avrebbero meritato di essere resi il più possibile visibili al mondo, e viceversa”, ha detto Starr.

L'altro principale centro di interesse della fondazione sarà la microfinanza, e sotto questo aspetto la fondazione segue la strategia di limitarsi a finanziare programmi consolidati di microfinanza. Ma Urbahn ha dichiarato che l'attività microfinanziaria ha incluso programmi in Eurasia, in particolare in Tagikistan, Georgia e Afghanistan.

Nonostante Rumsfeld sia stato uno dei neo-conservatori più tristemente noti dell'amministrazione Bush, Urbahn ha detto che l'attività della fondazione sarà “completamente apolitica e apartitica” e continuerà la stretta collaborazione con il CACI.

Se le relazioni presentate al CACI possono essere indicative, gli studiosi non si sono segnalati per le loro credenziali neocon. Un relatore del Kirghizistan ha criticato la Georgia, l'Ucraina e gli Stati baltici per avere ripudiato il comune passato sovietico. Un'altro, azero, ha suggerito che il suo paese, in bilico tra Stati Uniti e Russia, avrebbe scelto di allearsi con qualsiasi paese lo avesse aiutato a riprendersi il Nagorno-Karabakh.

Joshua Kucera is a Washington, DC,-based freelance writer who specializes in security issues in Central Asia, the Caucasus and the Middle East.

Joshua Kucera è uno scrittore e giornalista freelance di Washington D.C. esperto di sicurezza in Asia Centrale, Caucaso e Medio Oriente.

Originale: Notorious Bush administration neo-con remains egaged with Central Asia, Caucasus


Pubblicato il 6 novembre 2008

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venerdì, novembre 07, 2008

Il libro di Rahm: il piano di guerra di Emanuel per i democratici

[Articolo di due anni fa, quindi in alcuni punti superato, ma che riassume efficacemente la carriera del probabile prossimo capo di gabinetto di Barack Obama prendendo in esame la sua fulminante ascesa e il suo attivismo in occasione della guerra contro l'Iraq]

Il libro di Rahm: il piano di guerra di Emanuel per i democratici

di John Walsh

24 ottobre 2006

Traduzione di Andrej Andreevič

La scorsa settimana su Counterpunch [1] ho scritto che il presidente del Democratic Congressional Campaign Committee (DCCC), il membro del congresso Rahm Emanuel, ha lavorato alacremente per assicurare che i candidati democratici in corsa [alle elezioni di Medio Termine tenutesi nel 2006, N.d.T.] fossero a favore della guerra. Ci è ampiamente riuscito grazie al denaro di cui dispone e alle celebrità politiche pronte a rispondere alla sua chiamata, assicurandosi che 20 dei 22 candidati democratici in quei distretti fossero pro-guerra. Dunque l'esito delle prossime elezioni sarà truccato.

Nel 2006, indipendentemente dal partito che controllerà la Casa Bianca, una maggioranza sarà pronta ad appoggiare la guerra in Iraq, nonostante il fatto che tra le file democratiche e tra gli elettori ci sia indubbiamente una forte opposizione al conflitto (dico subito che questa situazione può essere rovesciata anche dopo le elezioni-beffa tra i due partiti della guerra).

Qual è la posizione di Emanuel su guerra e pace? Emanuel ha appena fornito la risposta a questa domanda con uno smilzo libretto scritto con Bruce Reed, umilmente intitolato The Plan: Big Ideas for America ("Il piano: grandi progetti per l'America"). Gli autori riassumono premurosamente ognuna delle otto parti del "piano" in un singolo paragrafo. La sezione che abbraccia tutta la politica estera è intitolata "Una nuova strategia per porre fine alla guerra al terrore": titolo rivelatore, visto che la "guerra al terrore" è la maniera in cui neocon e lobby israeliana amano inquadrare la discussione sulla politica estera. Questo è il paragrafo riassuntivo del libro, coi miei commenti tra parentesi:
"Una nuova strategia per vincere la guerra al terrore"
("Guerra al terrore", come osserva George Soros, è una falsa metafora usata da coloro che vorrebbero trascinarci in avventure militari che non sono del nostro interesse o in quello dell'umanità)

"Dobbiamo usare tutte le radici del potere americano per rendere sicuro il nostro paese (Comincia giocando la carta della paura). L'America deve guidare la battaglia del mondo contro il diffondersi del male e del totalitarismo, ma dobbiamo smettere di provare a vincere questa battaglia da soli. (Imperialismo messianico). Dobbiamo riformare e rafforzare le istituzioni multilaterali per il ventunesimo secolo, non allontanarcene. Abbiamo bisogno di fortificare la "sottile linea verde" militare attorno al mondo aggiungendola alla Forze Speciali Statunitensi e ai Marines, ed incrementando l'esercito statunitense di ulteriori 100.000 unità (Un esercito ancora più grande per le forze armate più potenti del mondo, una visione parecchio militarista del modo di trattare i conflitti tra nazioni. Che genere di impiego ha in mente Emanuel per queste truppe?). Innanzitutto dovremmo approvare un nuovo GI Bill [provvedimento che istituisca borse di studio per finanziare l'istruzione dei veterani, N.d.T.] per i soldati che tornano a casa. (Più incentivi per spingere chi ha maggiori problemi finanziari a diventare carne da cannone). Infine dobbiamo proteggere la nostra patria e le nostre libertà civili creando una nuova forza antiterrorismo come l'MI5 britannico (Un nuovo servizio segreto sarebbe una chiara minaccia alle nostre libertà civili; in Gran Bretagna l'MI5 dispone di file segreti su un adulto ogni 160, nonché documentazione su 53.000 organizzazioni).
Queste le testuali parole [2].

Ma cosa pensa esattamente Emanuel, l'uomo che ha esaminato e scelto i candidati democratici per il Congresso del 2006, della guerra in Iraq, questione numero uno nei pensieri degli elettori? Nel loro libro Emanuel e Reed non citano l'Iraq, tranne che in termini di "guerra al terrore". Emanuel non menziona l'Iraq nemmeno sul suo sito web quando parla delle questioni importanti cui dobbiamo far fronte, omissione piuttosto sorprendente e condivisa da Chuck Schumer, sua controparte al Senato, che presiede il DSCC (Democratic Senatorial Campaign Committee). Tuttavia, in un recente profilo pubblicato su Fortune (25/9/2006) dal titolo "Emanuel Rahm, politico pitbull", il capo della redazione di Washington Nina Easton osserva: "Sull'Iraq Emanuel sta alla larga dalla folla che chiede il ritiro immediato, preferendo criticare Bush per i fallimenti militari a partire dall'invasione del 2003. 'La guerra non doveva andare così', mi ha detto durante la sua campagna. Nel gennaio 2005, quando Tim Russert di Meet the Press domandò se avrebbe votato per autorizzare la guerra 'sapendo che non c'erano armi di distruzione di massa', Emanuel rispose di sì (Emanuel non entrò in carica fino a dopo il voto). 'Credo ancora che sbarazzarci di Saddam Hussein fosse la cosa giusta da fare, ok?', aggiunse". [3]

Quando Jack Murtha fece la sua proposta di ritiro dall'Iraq, Emanuel subito dopo dichiarò che "Jack Murtha ha parlato per sé". Per quanto riguarda la politica irachena, Emanuel aggiunse: "Al momento giusto prenderemo posizione su questo". Era il novembre 2005. Nel giugno 2006, ovviamente il momento giusto, Emanuel svelò finalmente la sua posizione in una dichiarazione al Parlamento durante il dibattito sull'Iraq: "La discussione di oggi è se il popolo americano voglia mantenere questa rotta con un'amministrazione e un Congresso che si sono allontanati dai propri doveri o intenda perseguire una vera strategia per vincere la guerra contro il terrorismo. Non raggiungeremo la vittoria standocene seduti a guardare, fermi e immobili, lo status quo: questa è la politica repubblicana. I democratici sono decisi a battersi contro il nemico". Il ritornello è noto, un aumento delle truppe è il mezzo e la vittoria in Iraq l'obiettivo.

La guerra in Iraq ha portato vantaggi a Israele, devastando un paese che Israele vedeva come uno dei suoi principali avversari. L'impegno a favore di Israele di Emanuel [4] e il suo ruolo al Congresso sono indubbi. La dimostrazione più recente è stata il suo attacco al Primo Ministro fantoccio iracheno, Nuri al Maliki, perché Maliki aveva definito l'attacco israeliano contro il Libano un atto di "aggressione". Emanuel ha invitato Maliki ad annullare il suo intervento al Congresso, ed è stato seguito a ruota dal suo amico e controparte nel DSCC, il senatore Chuck Schumer, che ha chiesto: "Nella guerra al terrorismo, (Maliki) da che parte sta?" Se, secondo la definizione dell'ex senatore Fritz Holling, il Congresso è territorio occupato israeliano, Rahm Emanuel fa parte delle truppe di occupazione. Ed è certamente un importante ingranaggio nella lobby israeliana descritta da Mearsheimer e Walt. L'idea che la lobby esiste e ha un'enorme influenza sulla politica mediorientale non è più un tabù per l'opinione pubblica. Secondo un sondaggio appena effettuato da Zogby International per CNI, [5] il 39% del pubblico americano si ritiene "d'accordo" o "parzialmente d'accordo" con l'affermazione che "le pressioni della lobby israeliana sul Congresso e l'amministrazione Bush siano state un fattore chiave della guerra in Iraq e l'attuale confronto con l'Iran". Un numero simile, il 40%, è "fortemente in disaccordo" o "parzialmente in disaccordo" con questa posizione. Circa il 20% del pubblico si dice incerto.

Sotto certi aspetti Emanuel è un uomo misterioso, come dimostra la sua biografia: che è sì disponibile su Wikipedia e nell'articolo su Fortune, [3] ma con un paio di cose che mancano o non pienamente spiegate. In primo luogo, come è stato spesso sottolineato, il padre di Emanuel sarebbe un medico emigrato in Israele. Secondo Leon Hadar però negli anni Quaranta ha lavorato anche con il famigerato Irgun, che è stato etichettato come organizzazione terroristica dalle autorità britanniche. [6] Forse Rahm ha preso l'interesse per il terrorismo dal padre.

In secondo luogo, durante la Guerra del Golfo, nel 1991, Emanuel faceva il volontario civile in Israele, dove si occupava di "manutenzione dei freni in una base militare nel nord di Israele". (Wikipedia, New Republic). Questo è strano per due ragioni. Gli Stati Uniti vanno in guerra contro l'Iraq ed Emanuel, cittadino statunitense, parte volontario non per il suo paese, ma per Israele. Inoltre è un noto politico dell'Illinois, con un padre che è stato nell'Irgun, ma viene assegnato alla "manutenzione dei freni" in una "base militare". Forse.

In terzo luogo, subito dopo essere tornato dal deserto, Emanuel ha avuto un ruolo importante nella campagna di Clinton, "che ha acclamato fin dall'inizio, aprendogli il portafogli per la raccolta dei fondi necessari". [3] Come ha potuto farlo, dopo essere stato isolato all'estero e senza alcuna esperienza in politica nazionale? Quarto, dopo aver lasciato la Casa Bianca di Clinton, ha deciso che, se aveva intenzione di rimanere in politica, aveva bisogno di avere un po' di soldi da parte e di "sicurezza". Allora andò a lavorare per Bruce Wassertein, uno dei principali benefattori democratici e finanziere di Wall Street.

Secondo Easton, "In poco più di due anni e mezzo ha fatto il broker, spesso utilizzando legami politici, per Wassertein Perella. Secondo informazioni finanziarie congressuali, in quel periodo ha incassato più di 18 milioni di dollari. I suoi contratti comprendono le offerte di fusione di Unicom con Peco Energia e l'acquisto della SBC, filiale di SecurityLink, da parte della GTCR Golder Rauner. Ma suoi amici dicono che avrebbe inoltre beneficiato da due vendite della stessa Wassertein, prima alla Dresdner Bank e quindi alla Allianz AG". Anche in questo caso, per un nuovo arrivato guadagnare 18 milioni di dollari in due anni è quasi miracoloso. Come ha fatto? Successivamente, nel 2002, Emanuel ha conquistato un seggio al Congresso, e nel 2006 è diventato presidente del DCCC. Un'altra ascesa quasi miracolosa.

Ma Emanuel e i suoi amici falchi potrebbero non riuscire a raggiungere il loro scopo. Personaggi di spicco dell'impero americano, e i loro ben pagati consulenti, da James Baker a Jimmy Carter, a Zbigniew Brzezinski e Mearsheimer e Walt, prevedono una catastrofe incombente per i neocon, a meno che i partiti della guerra di entrambi gli schieramenti politici, con la loro doppia lealtà a Stati Uniti e Israele, non vengano ricondotti all'ordine. Ma soprattutto la gente è stanca della guerra in Iraq e diffida di altre guerre, come quelle progettate da falchi come Emanuel. I politici che verranno eletti, che siano repubblicani di Rove o democratici di Emanuel, dovranno fare i conti con questa crescente ondata di rabbia o rischieranno di perdere i loro privilegi. Tale rischio è compensato dalle macchinazioni di Emanuel e di altri per garantire che non esista un vero partito o movimento di opposizione. E l'assenza di una vera opposizione è un problema che dobbiamo risolvere.

John Walsh può essere contattato a john.endwar@gmail.com .

Note:

[1] http://www.counterpunch.com/walsh10142006.html
[2] Emanuel e Reed parlano anche con approvazione di Peter Beinart, il guerriero neocon teorico dei democratici che scrive sulla New Republic di Marty Peretz, dicendo di lui: "Nel suo recente libro The Good Fight [La buona battaglia], Peter Beinart spiega perché una nuova politica di sicurezza nazionale più rigida sia essenziale per il futuro delle politiche progressiste, così come un fronte unito contro totalitarismo e comunismo era essenziale per il New Deal e per la Grande Società". (Questo capitolo di The Plan è intitolato: "Chi ha affondato la mia nave da guerra". Non c'è bisogno di dire che la nave da guerra non è la USS Liberty). A Emanuel e Reed piace anche la proposta di Anne-Marie Slaughter di "una divisione del lavoro nella quale le Nazioni Unite si occupano dell'assistenza economica e sociale, mentre una NATO allargata (!) porta il fardello della sicurezza collettiva". In altre parole le Nazioni Unite svolgono il lavoro caritatevole mentre la NATO, dominata dagli USA, fa il poliziotto mondiale. Che visione. E la loro richiesta di più truppe è condivisa dai repubblicani neocon, mentre il Weekly Standard di William Kristol la scorsa settimana chiedeva 250.000 uomini in più per l'esercito.
[3] http://money.cnn.com/2006/09/17/
[4] http://www.radioislam.org/islam/english/jewishp/usa/rahmzion.htm
[5] http://www.cnionline.org/learn/polls/czandlobby/index2.htm
[6] J. Palestine Studies, 23: 84(1994).

Originale: Emanuel's War Plan for Democrats: the Book of Rahm

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giovedì, novembre 06, 2008

I consiglieri di Obama discutono la preparazione della guerra all'Iran

I consiglieri di Obama discutono la preparazione della guerra all'Iran

di Peter Symonds


Lunedì, alla vigilia delle elezioni statunitensi, il New York Times ha cautamente fatto notare l'emergere di un consenso bipartisan a Washington su una strategia aggressiva nei confronti dell'Iran. Mentre nel corso della campagna non è stato detto praticamente niente, dietro le quinte i principali consiglieri di Obama e McCain hanno discusso della rapida escalation della pressione diplomatica e di sanzioni punitive contro l'Iran, sostenute dalla preparazione di attacchi militari.

L'articolo intitolato "New Beltway Debate: What to do about Iran" ("Il nuovo dibattito nell'establishment politico di Washington: che fare con l'Iran") notava con un certo allarme: "È una possibilità spaventosa, ma non è solo l'amministrazione dal grilletto facile di Bush a discutere, anche se solo teoricamente, la possibilità di un'azione militare contro l'Iran per fermarne il programma di armi nucleari... Membri ragionevoli di entrambi i partiti stanno esaminando la cosiddetta opzione militare, oltre a nuove iniziative diplomatiche".

All'insaputa degli elettori americani i consiglieri più vicini al neoeletto presidente Barack Obama hanno preparato lo scenario per una grossa escalation nello scontro con l'Iran non appena l'amministrazione si insedierà. Un rapporto pubblicato a settembre dal Bipartisan Policy Center, un think tank con sede a Washington, ha sostenuto che un Iran con capacità nucleari sarebbe "strategicamente insostenibile" e ha descritto un approccio deciso, "che integri nuovi strumenti diplomatici, economici e militari".

Un membro chiave della task force del centro era l'attuale consigliere di Obama sul Medio oriente, Dennis Ross, ben noto per la sua linea aggressiva. Ross ha appoggiato l'invasione statunitense dell'Iraq ed è molto vicino a neoconservatori come Paul Wolfowitz. Ha lavorato per Wolfowitz nelle amministrazioni Carter e Reagan prima di occuparsi di Medio Oriente sotto il presidente Bush senior e Clinton. Dopo avere lasciato il Dipartimento di Stato nel 2000, si è unito al think tank proisraeliano di destra, il Washington Institute for Near East Policy, e ha lavorato come analista di politica estera per la Fox News.

Il resoconto del Bipartisan Policy Center insiste sul fatto che ci sia poco tempo, affermando che "i progressi di Teheran indicano che la prossima amministrazione potrebbe avere poco tempo e ancor meno opzioni di fronte a questa minaccia". Respinge senza ombra di dubbi gli argomenti di Teheran secondo i quali il programma nucleare avrebbe scopi pacifici e il National Intelligence Estimate delle agenzie di Intelligence statunitensi del 2007, secondo cui l'Iran aveva terminato ogni programma di fabbricazione di armi nucleari nel 2003.

Il resoconto critica l'incapacità dell'amministrazione Bush di bloccare il programma nucleare iraniano, ma la sua strategia è essenzialmente la stessa: incentivi limitati sostenuti da sanzioni economiche più dure e minacce di guerra. Il suo piano per consolidare il supporto internazionale si fonda anch'esso sull'attacco militare preventivo all'Iran. Russia, Cina e le potenze dell'Unione Europea devono sapere che la mancata applicazione di sanzioni più dure, incluso un provocatorio blocco dell'esportazione del petrolio iraniano, non farà che aumentare la probabilità di una guerra.

Per sottolineare questi avvertimenti, la relazione propone che gli Stati Uniti rafforzino immediatamente la propria presenza militare nel Golfo Persico. "Questo dovrebbe accadere il giorno dell'insediamento del nuovo Presidente, soprattutto perché la Repubblica islamica e i suoi alleati potrebbero cercare di testare la nuova amministrazione. Questo gesto implicherebbe il pre-posizionamento degli Stati Uniti e delle forze alleate, la distribuzione di ulteriori gruppi tattici di portaerei e dragamine, e il dispiegamento di ulteriore materiale bellico nella regione", afferma il rapporto.

Con un linguaggio che ricorda da vicino quello di Bush, per il quale "tutte le opzioni restano sul tavolo", il resoconto dichiara: "Crediamo che un attacco militare sia un'opzione concreta e debba rimanere l'estremo rimedio per ritardare il programma nucleare iraniano". Tale attacco militare "avrebbe come obiettivo non solo le infrastrutture nucleari iraniane, ma anche la sua infrastruttura militare convenzionale, al fine di impedire una risposta iraniana".

Significativamente, la relazione è stata elaborata da Michael Rubin, del neoconservatore American Enterprise Institute, che è stato fortemente coinvolto nella promozione dell'invasione irachena del 2003. Un certo numero di consulenti democratici di Obama "ha approvato all'unanimità" il documento, tra cui Dennis Ross, l'ex senatore Charles Robb, che ha co-presieduto la task force, e Ashton Carter, che è stato assistente segretario per la difesa sotto Clinton.

Carter e Ross hanno inoltre partecipato alla stesura di una relazione per il bipartisan Center for a New American Security, pubblicata nel mese di settembre, nella quale si concludeva che l'azione militare contro l'Iran dovrebbe essere "un elemento da tenere in considerazione in ogni reale opzione". Mentre Ross ha esaminato le opzioni diplomatiche nei dettagli, Carter ha definito gli "elementi militari" che dovevano sottenderle, compresa un'analisi costi/benefici di un bombardamento aereo statunitense contro l'Iran.

Altri consulenti per la politica estera e la difesa di Obama hanno preso parte a questo dibattito. Una dichiarazione dal titolo "Strengthening the Partnership: How to deepen US-Israel cooperation on the Iranian nuclear challenge" ("Rafforzare il partenariato: come approfondire la cooperazione USA-Israele sulla sfida nucleare iraniana"), redatta nel mese di giugno da una task force del Washington Institute for Near East Policy, raccomanda all'amministrazione successiva di condurre colloqui con Israele "sull'intera gamma di opzioni politiche", comprese le "azioni militari preventive". Ross è stato co-presidente della task force, e alla stesura del documento hanno partecipato alcuni dei principali consulenti di Obama, Anthony Lake, Susan Rice e Richard Clarke.

Come ha notato il New York Times di lunedì, il consulente per la difesa di Obama, Richard Danzig, ex segretario della marina sotto Clinton, ha partecipato ad una conferenza sul Medio Oriente convocata nel mese di settembre dallo stesso think tank proisraeliano. Ha detto al pubblico che il suo candidato ritiene che un attacco militare contro l'Iran sarebbe una scelta "terribile", ma "può essere che in un mondo terribile dovremo affrontare una scelta terribile". Richard Clarke, anch'egli presente, ha dichiarato che secondo Obama "la crescente influenza di Teheran va frenata, e l'acquisizione iraniana di un'arma nucleare è inaccettabile." Benché "il suo primo istinto non sia quello di premere il grilletto", Clarke ha dichiarato che "se le circostanze richiedessero l'uso della forza militare, Obama non esiterebbe".

Se l'articolo del New York Times era abbastanza smorzato e non esaminava le relazioni molto approfonditamente, la scrittrice Carol Giacomo si è mostrata chiaramente preoccupata per i parallelismi con l'invasione americana dell'Iraq. Dopo aver ricordato che "l'opinione pubblica americana è in gran parte ignara di questo dibattito", ha dichiarato: "Quello che mi rende nervosa è che nella fase di preparazione alla guerra in Iraq è accaduto proprio questo".

Giacomo ha continuato: "Gli uomini dell'amministrazione Bush hanno guidato il dibattito, ma chi ne era al corrente ne è stato complice. La questione è stata posta e ha ricevuto una risposta nei circoli politici americani prima che la maggior parte degli americani sapesse che cosa stava accadendo... Come corrispondente diplomatico per Reuters in quei giorni, mi sento un po' di responsabilità per non aver fatto di più per assicurarmi che la catastrofica decisione di invadere l'Iraq fosse esaminata più attentamente"

L'emergente consenso sull'Iran negli ambienti della politica estera americana sottolinea ancora una volta il fatto che le differenze tra Obama e McCain erano puramente tattiche. Mentre milioni di americani hanno votato per il candidato democratico credendo che avrebbe posto fine alla guerra in Iraq e dato ascolto alle loro necessità economiche, potenti sezioni dell'élite americana si sono accodate a lui considerandolo un veicolo migliore per perseguire gli interessi economici e strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente e Asia centrale, compreso l'uso della forza militare contro l'Iran.

Originale: Obama advisers dicuss preparations for war on Iran

Articolo originale pubblicato il 6/11/2008

Andrej Andreevič è associato a Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, novembre 04, 2008

Le armi a bordo della Faina

Le armi a bordo della Faina

di Il'ja Kramnik

La nave ucraina carica di carri armati, altri armamenti e munizioni che si trova nelle mai dei pirati somali nel porto di Hobyo è stata sequestrata già il 25 settembre 2008. In seguito il capitano della nave – un cittadino russo – è morto per attacco cardiaco. L'equipaggio della Faina ha ora gravi problemi di cibo e di acqua potabile. Come è stato riferito, i pirati, che all'inizio avevano chiesto un riscatto di 35 milioni di dollari e in seguito hanno ripetutamente cambiato la cifra (il limite inferiore era di 5 milioni) adesso chiedono 8 milioni per liberare la nave e l'equipaggio. Inoltre non sono intenzionati a consegnare il carico: secondo quanto ha comunicato la compagnia Tomex, i pirati intendono “distruggere gli armamenti” o gettarli in mare. Ma sono solo parole. E poi “distruggere un carro armato a mazzate non è affatto semplice.
Nella vicenda finora ci sono più domande che risposte. Innanzitutto non è chiara la composizione del carico. Si sa che a bordo si trovano 33 carri armati Т-72, un numero indeterminato di armi leggere e munizioni. In base ad alcune informazioni la Faina trasportava anche sistemi lanciarazzi multipli “Град” e perfino elementi di difesa aerea. Per molto tempo è rimasta irrisolta la questione del destinatario finale del carico: si è detto che i Т-72 e le altre armi erano diretti in Sudan, che attualmente si trova sotto un regime di sanzioni internazionali. Tuttavia il ministero della difesa del Kenia, ammettendo aver commissionato gli equipaggiamenti militari trasportati dalla Faina, ha sollevato l'Ucraina dalla responsabilità di avere infranto le sanzioni.
Ciononostante il destino delle armi rimane incerto. Se i pirati riusciranno a portare a riva i carri armati e le altre armi, teoricamente un acquirente in questa travagliata regione potrà essere trovato. Una tale quantità di armamenti relativamente avanzati potrebbe influire seriamente sull'equilibrio delle forze in Somalia, minacciando la stabilità del governo di transizione riconosciuto dalla comunità internazionale. Inoltre va notato che lo scarico, che necessita di tempi lunghi e di un porto attrezzato, è già di per sé problematico, ed è improbabile che i pirati riusciranno a metterlo in pratica, tenendo conto della presenza nelle acque territoriali della Somalia delle molte navi da guerra della “coalizione antipirateria”. Però, come minimo, i pirati potranno scaricare dalla Faina le armi leggere e le munizioni, che non contribuiranno certo alla tranquillità del paese già afflitto dalla guerra civile.

Va tenuto conto di un altro fattore. I pirati non possono non capire che non appena gli ostaggi saranno al sicuro le forze internazionali faranno il possibile chi ha sequestrato la nave e ha incassato i soldi del riscatto. Ne consegue che i pirati potrebbero cercare di trattenere parte degli ostaggi a garanzia della propria incolumità fino a quando non si troveranno fuori portata.
In ogni caso, indipendentemente dall'esito della vicenda, la storia della pirateria somala è lungi dal concludersi, e il ristabilimento dell'ordine nelle acque circostanti richiede grandi sforzi. Alla fregata russa Neustrašimyj, che sta cominciando il pattugliamento del golfo di Aden, di sicuro toccherà in sorte un bel po' di lavoro.

Originale: Оружие на борту "Фаины", RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 29 ottobre 2008

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giovedì, ottobre 30, 2008

Cosa c'è dietro i colloqui tra Stati Uniti e taliban?

[Se già in questo articolo di M. K. Bhadrakumar si analizzava la nuova fase della politica statunitense in Afghanistan mettendone in luce le implicazioni e la complessa rete di rapporti e di alleanze, il pezzo più sintetico di Alex Lantier si concentra soprattutto sui negoziati USA-taliban e sui probabili orientamenti della politica estera della prossima amministrazione].

Cosa c'è dietro i colloqui tra Stati Uniti e taliban?

di Alex Lantier

Ieri il Wall Street Journal ha riferito dei piani degli Stati Uniti di aprire negoziati diretti con i leader taliban in Afghanistan. Il fatto che la notizia sia stata data dal Journal, un giornale finanziario conservatore, dimostra che non si è trattato di uno scoop giornalistico ma di una dichiarazione pubblica sul nuovo orientamento della politica estera statunitense.

Secondo il Journal, “Gli Stati Uniti stanno attivamente prendendo in considerazione un dialogo con elementi dei taliban, il gruppo islamico armato che un tempo governava l'Afghanistan e ha offerto rifugio ad al Qaeda, segnalando un cambiamento che sarebbe stato impensabile pochi mesi fa”. Il giornale ha riferito che questi colloqui erano inclusi nella “bozza di una raccomandazione contenuta in una valutazione riservata della strategia degli Stati Uniti in Afghanistan”.

Questi piani cercano di porre rimedio al grave peggioramento della posizione degli Stati Uniti in Afghanistan. La violenza si è estesa nel paese e nelle vicine aree tribali del Pakistan, il cui governo appoggiato dagli Stati Uniti è stato screditato dall'acquiescienza con cui ha affrontato i bombardamenti degli Stati Uniti e le incursioni nel suo territorio contro i militanti taliban. La guerra degli Stati Uniti contro i taliban ha anche contrapposto importanti alleati degli Stati Uniti, che hanno aiutato questi ultimi a organizzare le milizie dei taliban a vantaggio della politica americana degli oleodotti alla metà degli anni Novanta: il regime saudita e i potenti servizi segreti militari pakistani, l'Inter-Service Intelligence (ISI).

Nonostante la retorica americana della “guerra al terrore”, che ritrae i taliban come mostri, i colloqui USA-taliban non sono una novità. L'invasione dell'Afghanistan, nel 2001, vide uno spiegamento relativamente limitato di truppe e l'occupazione statunitense del paese dipendeva dalla capacità di manipolare la frammentata élite tribale afghana. Un rappresentante del Dipartimento di Stato ha dichiarato al Journal: “Noi e gli afghani negoziamo con le tribù tutti i giorni, a livello distrettuale. A volte sono taliban, o loro sostenitori. Spesso dicono: 'Se ci date quello che vogliamo deponiamo le armi'”.

Il Journal ha anche riferito che “nelle ultime settimane in Arabia Saudita” funzionari del regime afghano (controllato dagli Stati Uniti) hanno negoziato con rappresentanti taliban.

I tentativi delle autorità statunitensi di creare una politica afghana efficace, tuttavia, sono stati limitati dalle restrizioni ai negoziati con i taliban. Un funzionario dei servizi ha detto al Journal: “alcuni rappresentanti degli Stati Uniti hanno condotto tranquillamente contatti informali con i leader taliban, ma i militari erano più interessati ad arrestarli”. La fuga di notizie sui colloqui USA-taliban è un segnale agli opinionisti e agli osservatori stranieri, soprattutto in Afghanistan e Pakistan, ai quali si vuole fare capire che Washington non accetterà più queste limitazioni.

Il cambio della guardia ai vertici dell'impero statunitense – con le imminenti elezioni presidenziali e la promozione del Generale David Petraeus a capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, che gli dà autorità sulle forze statunitensi in Afghanistan – fornisce ai decisori politici statunitensi l'opportunità di condurre una certa ricalibrazione della “guerra al terrore”.

La storia di Petraeus è particolarmente significativa a tale proposito. È stato mandato in Afghanistan per replicarvi il “surge” attuato come comandante delle forze statunitensi in Iraq.

In Iraq, Petraeus ha comprato gli intermediari locali: i membri delle tribù sunnite della provincia di Anbar, parte delle milizie del Mahdi e milizie sunnite nelle città più grandi. Poi, con un incremento delle truppe statunitensi in tutto l'Iraq – la provincia di Anbar, poi Baqubah, Baghdad, Basra, ecc. - le forze americane hanno massacrato chi si rifiutava di allearsi con loro. Dopo la morte di innumerevoli migliaia di iracheni e centinaia di soldati americani, la resistenza irachena all'occupazione statunitense è diminuita e i media e gli ambienti politici hanno osannato il “surge” come un grandissimo successo.

Adesso il “surge” sta per arrivare in Afghanistan. Almeno 12.000 altri soldati americani sono stati destinati laggiù. Il Journal osserva che Petraeus ha pubblicamente approvato la politica di dialogo con i taliban. In un discorso dell'8 ottobre sulla politica afghana alla Heritage Foundation, ha detto: “Con i nemici bisogna parlare. Bisogna cercare di riconciliarsi con il maggior numero possibile di essi per poi identificare quelli che sono davvero irreconciliabili”.

Petraeus dunque supervisionerà una politica basata su un'attenta selezione dei leader tribali afghani per poi fare a ciascuno di essi la proverbiale proposta che è impossibile rifiutare. Per i capi della milizia che si allineeranno con gli Stati Uniti ci saranno premi adeguati. Per gli irriducibili, gli “irreconciliabili” ci saranno bombardamenti, incursioni e operazioni speciali.

Questo cambiamento di strategia è particolarmente importante per il fatto che il candidato che è ora considerato il probabile vincitore, il democratico Barack Obama, ha accusato per molto tempo l'amministrazione Bush di essersi distratta dalla guerra in Afghanistan, e ha sollecitato attacchi contro obiettivi in Pakistan.

Il Journal osservava che entrambi i candidati presidenziali, Obama e il repubblicano John McCain, hanno appoggiato i colloqui USA-taliban, contribuendo ad “far sì che questa condotta venga attuata indipendentemente da chi vincerà le elezioni”.

Tutto questo sottolinea una realtà essenziale delle elezioni USA 2008: con la probabile vittoria di Obama andranno al potere rappresentanti della classe dirigente statunitense tatticamente più competenti, ma non meno implacabili.

Originale: World Socialist Web Site

Originale pubblicato il 29 ottobre 2008

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mercoledì, ottobre 29, 2008

La guerra fredda che non c'era

La guerra fredda che non c'era

di Mark Ames

Forse non ve ne siete accorti, ma un paio di settimane fa il New York Times ha pubblicato una storia che contraddiceva completamente la versione perfezionata per due mesi di fila, una versione che stava trascinando l'America in una nuova guerra, una cosiddetta “Nuova Guerra fredda”. L'articolo smascherava l'orribile volto autoritario della cosiddetta democrazia georgiana, dipingendo a fosche tinte un ritratto del regime del Presidente Mikheil Saakashvili che contraddiceva la favola confezionata dal Times e da tutti gli altri grandi media fin dallo scoppio della guerra in Ossezia del Sud, agli inizi di agosto. La favola era questa: La Russia (cattiva) ha invaso la Georgia (buona) unicamente perché la Georgia era un paese libero. Putin odia la libertà e Saakashvili è il “leader democraticamente eletto” di un “piccolo paese democratico”. Sì, solo un mese fa eravamo così stupidi e folli da pensare che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che dichiarare una costosa nuova guerra fredda contro una potenza nucleare, anche se non avevamo ancora chiuso i conti su un paio di mini-guerre contro gli avversari della 3ª divisione e ci trovavamo sull'orlo del fallimento. Ah, essere beatamente ingenui e assetati di sangue nello stesso tempo! Non era meraviglioso?

Mentre infuriava la guerra in Ossezia del Sud, nella prima metà di agosto, il Times ha pubblicato un editoriale che etichettava l'invasione georgiana come "Russia's War of Ambition" (La guerra d'ambizione della Russia); ha pubblicato anche una serie di editoriali isterici, come quello di William Kristol che paragonava la Russia alla Germania nazista (il teschio carbonizzato di Hitler si starà rivoltando nella sua teca per come è stato trasformato nel cliché più logoro dell'inventario di quello scribacchino) e quello di Svante E. Cornell dell'Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso della Johns Hopkins, proprio l'istituto con problemi di corruzione che – come ha scoperto ABC News – prendeva soldi dal tiranno del Kazakistan per pubblicare notizie positive sull'autoritario paese ricco di petrolio.

L'articolo di Cornell diceva che la Russia aveva attaccato la Georgia non in reazione all'invasione da parte della Georgia della provincia separatista dell'Ossezia del Sud ma perché la Russia era cattiva, e nello stile dei cattivi di tutto il mondo non aveva altra ragione se non quella di mostrare “le conseguenze che i paesi post-sovietici dovranno subire opponendosi a Mosca, attuando riforme democratiche e perseguendo legami militari ed economici con l'Occidente”.

L'isteria di due mesi fa sembra già così datata e perfino bizzarra, ora che ci troviamo nel mezzo del crollo dell'economia: è come se osservassimo quell'isteria da un'epoca in bianco e nero.

E però, anche se quell'isteria ha lasciato il campo a riflessioni più serie, e quella versione pericolosamente semplicistica dei fatti si è sbriciolata, il Times non ha mai ritrattato né si è corretto, non ha mai nemmeno finto di fare mea culpa come con l'Iraq, ammissione che giunse con anni di ritardo. Invece di ritrattare, il Times ha infilato alla chetichella un articolo in mezzo alle storie sul crollo economico, dicendo ai suoi lettori: “Ah, sì, sulla Georgia abbiamo toppato, speriamo che non ve ne siate accorti, e, insomma, buona giornata a tutti”. Ecco un assaggio, dall'edizione del 7 ottobre 2008 (“News Media Feel Limits to Georgia's Democracy”, “I media intravedono i limiti della democrazia georgiana”, di Dan Bilefsky e Michael Schwirtz):

TBILISI, Georgia – Il 7 novembre le telecamere del principale canale d'opposizione georgiano, Imedi, erano rimaste accese mentre poliziotti mascherati in assetto anti sommossa armati di mitragliatori hanno fatto irruzione negli studi televisivi. Hanno distrutto le attrezzature, ordinato ai dipendenti e agli ospiti di stendersi sul pavimento e sequestrato loro i cellulari. Per tutto il tempo un conduttore è rimasto al suo posto, davanti alle telecamere, a descrivere la baraonda. Poi lo schermo è diventato nero...

Ora, 11 mesi dopo, la credenziali democratiche della Georgia sono messe nuovamente in discussione, e alla prova, mentre il paese si trova in prima linea nello scontro tra la Russia e l'Occidente. La Georgia e i suoi sostenitori americani, compresi i candidati presidenziali repubblicano e democratico, hanno presentato la Georgia come una coraggiosa piccola democrazia in una regione instabile, un paese meritevole di generosi aiuti e di entrare nella NATO. Ma secondo un numero crescente di commentatori americani e stranieri la Georgia è ben lungi dal soddisfare i criteri democratici occidentali, e lo dimostra in modo lampante la mancanza di libertà di stampa.

È interessante che il Times abbia pubblicato questo pezzo esattamente due mesi dopo l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud, una decisione così sproporzionatamente idiota che chiamarla “azzardo” è un insulto a gente come Bill Bennett [il politico neo-conservatore, ex ministro dell'istruzione e “zar” antidroga con un problema di dipendenza dal gioco d'azzardo, N.d.T.].

La vera domanda, dunque, è perché il Times abbia aspettato così tanto per rivedere la propria posizione: perché attendere che la guerra avesse ormai lasciato da tanto tempo le prime pagine per pubblicare un articolo su una cosa che chiunque possieda pochi grammi di curiosità giornalistica già sapeva, e cioè che le Saakashvili era un democratico quanto era un genio militare?

Il tentativo di testate occidentali come il New York Times e il Washington Post di alimentare una nuova guerra fredda si imperniava su due errori principali: (1) che la Russia avesse invaso la Georgia per prima, senza essere stata assolutamente provocata, perché la Georgia è una “democrazia”; e (2), che la Georgia è una “democrazia”.

È come se il Times avesse intenzionalmente dimenticato quello che aveva riferito di Saakashvili lo scorso anno, quando il presidente georgiano ha mandato le sue squadre di sicari a soffocare le proteste dell'opposizione:

“Penso che Misha abbia tendenze autoritarie”, ha detto Scott Horton, un avvocato dei diritti umani statunitense che è stato professore di Saakashvili alla Columbia Law School a metà degli anni Novanta, in seguito l'ha assunto in uno studio legale di New York ed è rimasto in buoni rapporti con lui. “La metterei così: c'è una notevole somiglianza tra Misha e Putin, per quanto riguarda i loro atteggiamenti nei confronti delle prerogative e dell'autorità del presidente”, ha detto Horton. Come Putin, ha aggiunto, Saakashvili ha emarginato il Parlamento e ha preso a minimizzare l'opposizione.

Intuendo forse che la versione di Saakashvili come novello Thomas Jefferson era un po' debole, il Times si è concentrato sull'altro vacillante pilastro di questa favola: che la Russia avesse invaso la Georgia per prima. Solo questo può spiegare la decisione di usare in prima pagina un tono “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” in un articolo basato su prove così assurdamente deboli che sarebbe stato in grado di innervosire Sean Hannity (dall'edizione del 16 settembre 2008, “Georgia Offers Fresh Evidence on War's Start”, “La Georgia offre nuove prove sull'inizio della guerra”, di C. J. Chivers):

TBILISI, Georgia - Si è aperto un nuovo fronte tra la Georgia e la Russia, su chi sia stato l'aggressore che con le sue operazioni militari all'inizio di questo mese ha scatenato l'asimmetrica guerra dei cinque giorni. Al centro dell'attenzione ci sono nuove informazioni, in sé non conclusive [grassetto mio, N.d.A.], che nondimeno dipingono un quadro più complesso delle ultime critiche ore prima dello scoppio del conflitto....

La Georgia sta tentando di ribattere alle accuse in base alle quali lo scontro, che covava da molto tempo, sulla provincia confinante con la Russia dell'Ossezia del Sud, sarebbe sfociato in una guerra solo dopo l'attacco georgiano di Tskhinvali. La Georgia considera l'enclave proprio territorio sovrano.

Qualcuno qui sta proiettando: nell'ultimo paragrafo si sarebbe dovuto leggere “Il New York Times sta cercando di contrastare le imminenti conseguenze della realtà sulla credibilità già compromessa del giornale”. Ricordate che questo articolo è uscito quando la maggioranza delle dirigenze occidentali aveva ormai da molto tempo convenuto con l'opinione espressa settimane prima dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, il quale aveva ammesso che i russi, invece di invadere senza essere stati provocati, “avevano reagito ad attacchi contro i peacekeeper russi in Ossezia del Sud, legittimamente”.

Ho chiamato un po' di giornalisti a Mosca che avevo lasciato lì ad agosto per chiedere loro cosa pensassero di questa storia, e la maggior parte di loro ha deriso lo “scoop” del Times.

“Era una versione così chiaramente fabbricata da Saakashvili per pura disperazione”, mi ha detto un giornalista americano. “Non posso credere che il Times sostenga ancora questa versione. Lo sanno tutti il casino che ha combinato [Saakashvili]. Anche se le intercettazioni telefoniche sono vere, sono convinto che i georgiani ascoltavano conversazioni del genere tutte le settimane, se non tutti i giorni. È imbarazzante, sul serio”.

Non è stato l'unico articolo in stile “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” pubblicato dal Times sulla Georgia. Di tutte le facili favole sui cattivi del Cremlino che sono circolate ultimamente, la migliore è quella della presunta “guerra cibernetica” del Cremlino contro i suoi nemici.

Per ragioni che non riesco a comprendere, i lettori americani inorridiscono profondamente all'idea che un paese possa fare quello che qualsiasi gruppo di secchioni brufolosi già fa: entrare in server e siti internet o mandarli in sovraccarico per oscurarli. Per molti americani oscurare un qualche noioso e mal tradotto sito governativo è più sconvolgente che, mettiamo, bombardare matrimoni. La storia della “guerra cibernetica del Cremlino” è il chupacabra delle favole sulla Malvagità del Cremlino: non ci sono prove che il governo russo abbia condotto una guerra cibernetica, ma fa così paura e fa vendere così tante copie, dunque perché non scriverlo?

I primi a tentare di gabbare l'Occidente con il chupacabra cibernetico sono stati gli estoni, un anno fa, ma le successive indagini hanno rivelato che la cosa era come minimo “indimostrabile”.

Però è una storia che fa notizia. Così il 13 agosto, con il conflitto tra Russia e Georgia ancora incandescente, il Times, alla disperata ricerca di nuovi lati della malvagità russa, ha pubblicato il suo bel chupacabra sul Cremlino, intitolato “Before the Gunfire, Cyberattacks” (“Prima degli spari, i cyber-attacchi”).

Secondo gli esperti di internet è stata la prima volta che un attacco cibernetico ha coinciso con una vera guerra... Non si sa esattamente chi stia dietro l'attacco cibernetico... Le prove sull'RBN [Russian Business Network, presunto gruppo criminale di San Pietroburgo, N.d.T.] e sul fatto che possa essere controllato dal Cremlino, o agisca in coordinamento con il governo russo non sono chiare.

“Saltare alle conclusioni sarebbe prematuro”, ha detto il signor Evron, fondatore della Israeli Computer Emergency Response Team.

Sì, ma saltare alle conclusioni è così divertente, signor Guastafeste!

Ma facciamo un altro salto in avanti per arrivare a metà settembre. A questo punto è ormai chiaro che Saakashvili non è né un democratico né una vittima innocente. Ma il Times e altri mezzi di informazione americani sono ancora impantanati in quella interpretazione, così mentre si danno disperatamente da fare per puntellarla il tedesco Der Spiegel pubblica un articolo investigativo – “Did Saakashvili Lie? The West Begins to Doubt Georgian Leader” (“Saakashvili ha mentito? L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano”) – che istruiva la controparte americana sui rudimenti del giornalismo:

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Questa storia è stata pubblicata lo stesso giorno dello “scoop” del Times sulle intercettazioni telefoniche che a detta dei georgiani dimostravano che la Russia aveva invaso per prima, anche se ormai quella teoria era stata abbandonata da tutti. L'articolo di Der Spiegel è un'inchiesta approfondita che passa in rassegna diversi paesi, punti di vista e organizzazioni. Per il Times “inchiesta” significa prendere delle cassette dalla scrivania di Saakashvili e metterle nelle prime pagine.

Come se questo non fosse già grave, pochi giorni dopo perfino Condi Rice ha incolpato la Georgia di avere iniziato la guerra (anche se in un discorso in cui condannava la reazione eccessiva della Russia).

La scelta dei tempi non avrebbe potuto essere peggiore: il Times, ancora infatuato di Saakashvili, era stato appena colto con le mani nel sacco in un modo che perfino i suoi rivali erano riusciti ad evitare. Presto avrebbe dovuto affrontare un grave problema di credibilità.

E io non ne vedevo l'ora.

Fin da quando sono andato in Ossezia del Sud per vedere la guerra con i miei occhi ho sviluppato una specie di curiosità morbosa per come il Times e tutti gli altri sarebbero usciti da quel vuoto di credibilità in cui si erano cacciati. Sentivo che il momento sarebbe arrivato, perché Saakashvili non era solo un evidente bugiardo, ma anche un pessimo bugiardo. Mi trovavo nell'Ossezia del Sud alla fine della guerra: ho visto la distruzione causata dai georgiani “amanti della libertà” e i cadaveri gonfi e in decomposizione nelle strade della capitale della provincia, Tskhinvali. Dunque ero particolarmente interessato a vedere quanto a lungo sarebbe durata la squallida storia del bene contro il male, e con quali contorsioni i media sarebbero usciti dal più grande fiasco giornalistico dai tempi della bufala sulle armi di distruzione di massa in Iraq.

Il Times avrebbe fatto tirato fuori dalla gabbia il suo ombudsman per delle finte scuse? “Oops! Chi avrebbe mai pensato che il nostro stimato giornale potesse toppare così alla grande per ben due volte di fila, trascinando l'America in un'altra guerra solo per la nostra incapacità di fare il nostro lavoro di giornalisti?! Sentite, vogliamo dire solo che ci dispiace tanto e passare ad altro, va bene? Dunque, siete passati ad altro, voi? Perché noi sì”.

E qui è intervenuto il dio laico-umanista dei media liberali. Il Times e tutti gli altri che avevano spacciato per vera la versione dei neocon e di Saakashvili sono stati salvati dall'ammettere il loro colossale fallimento da un disastro ancora più grande, il peggiore disastro che abbia colpito questo paese dall'11 settembre: il crollo dell'economia globale. Le preghiere di qualcuno sono state ascoltate.

Uno dei segreti più grandi del regno della preghiera è quanto siano comuni questi bisbigli “Spero che venga un disastro a salvarmi”. Per esempio, quando andavo all'università ogni volta che si avvicinavano gli esami finali volevo essere investito da un'auto. Gli esami finali significavano affrontare l'insostenibile vergogna di quattro mesi buttati via. Così mi mettevo le cuffie, mi tuffavo dal marciapiede e saltellavo per le strade trafficate di Berkeley come un setter irlandese, aspettando di finire spiaccicato sul finestrino del furgone Volkswagen di qualche hippy. Se voleva dire passare i prossimi anni attaccato a un respiratore a me sembrava un affare onesto.

Ma gli hippy, con il loro folle rispetto per i pedoni, non volevano collaborare. Come l'apocalisse cristiana, quel mega-disastro che mi avrebbe salvato dal mio mini-disastro privato non arrivò mai.

In questo senso il Times e tutti i tifosi di Saakashvili sono stati fortunati: il furgone Volksvagen che non mi ha mai tirato sotto durante la settimana degli esami ha azzerato la tranquillità finanziaria del pianeta, risparmiando ai grandi nomi del giornalismo l'imbarazzo di ammettere il loro fallimento. E le inconfondibili prove di questo fallimento continuano ad arrivare: oggi, per esempio, Reporter Senza Frontiere ha messo la Georgia agli ultimi posti del suo indice per la libertà di stampa: ben dopo paesi tristemente noti per il loro dispotismo come il Tagikistan, il Gabon e perfino il cattivissimo Venezuela di Chávez. Dunque, grazie [NOME DI ESSERE ONNISCIENTE] per il crollo finanziario, perché anche se potrà significare il licenziamento di molti dei redattori e dei giornalisti che hanno taroccato la storia della Georgia ho come la sensazione che mentre faranno la fila per un piatto di minestra, tra qualche mese, penseranno comunque con sollievo: “Non avere un tetto sulla testa è una rottura, ma è un piccolo prezzo da pagare per avere evitato la vergogna colossale che stavo per affrontare per la storia della Georgia. Grazie, depressione globale! Hai fatto felice questo giornalista!”

Fonte: The Nation

Originale pubblicato il 22 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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lunedì, ottobre 27, 2008

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

La NATO si spinge nell'Oceano Indiano

di M. K. Bhadrakumar

L'incontro informale tra i ministri della difesa dei paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) svoltosi il 9-10 ottobre a Budapest, in Ungheria, è degno di nota per tre motivi.

Uno, si è trattato dell'ultimo incontro del Segretario della Difesa statunitense, Robert Gates, con le sue controparti NATO. Ci si era chiesti se Gates avrebbe apportato idee nuove sulla guerra della NATO in Afghanistan. Ma così non è stato, giacché a Washington è ancora in atto una revisione strategica.

Due, è emerso che l'alleanza ha sanzionato per la guerra una maggiore potenza muscolare autorizzando la NATO a usare la forza contro i coltivatori di oppio e i narcotrafficanti: una decisione controversa che turba molti membri.

Tre, l'incontro di Budapest ha deliberato su questioni relative alla trasformazione dell'alleanza. Nonostante la crisi finanziaria globale, l'egemonia degli Stati Uniti non si è indebolita. La Commissione NATO-Georgia, creata su insistenza degli Stati Uniti, si è riunita il 10 ottobre per la prima volta e l'alleanza ha ribadito il proprio impegno a continuare il processo di supervisione avviato al summit di Bucarest in aprile “tenendo conto delle aspirazioni euro-atlantiche della Georgia”. Una formulazione alquanto vaga che non corrispondeva alle aspettative di Tbilisi, ma comunque un passo verso l'allargamento dell'alleanza progettato dagli Stati Uniti.

Una mossa ben pianificata

La decisione di maggiore portata dell'incontro di Budapest è stata quella di stabilire una presenza navale NATO nell'Oceano Indiano con il pretesto di proteggere le navi del World Food Program che trasportano aiuti umanitari per la Somalia.

Annunciando la decisione il 10 ottobre, un portavoce della NATO ha detto: “Le Nazioni Unite hanno chiesto l'aiuto della NATO per affrontare questo problema [la pirateria al largo delle coste somale]. Oggi i ministri hanno concordato che la NATO debba svolgere un ruolo. Entro due settimane la NATO manderà nella regione il suo Standing Naval Maritime Group (Gruppo Navale Permanente), che è composto da sette navi”. Ha aggiunto che la NATO collaborerà con “tutti gli alleati le cui navi si trovano nell'area in questo momento”.

Il 15 ottobre sette navi della flotta NATO erano già transitate nel Canale di Suez dirette verso l'Oceano Indiano. Durante il tragitto condurranno una serie di visite ai porti del Golfo Persico dei paesi che confinano con l'Iran: il Bahrain, Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, che sono “partner” della NATO nell'ambito della cosiddetta Iniziativa di Cooperazione di Istanbul. La missione comprende navi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia.

Il Comandante Alleato Supremo della NATO in Europa, il Generale John Craddock, ha riconosciuto che la missione promuove l'ambizione dell'alleanza di diventare un'organizzazione politica globale. Ha detto: “La minaccia della pirateria è oggi crescente e concreta in molte parti del mondo, e questa risposta illustra bene la capacità della NATO di adattarsi rapidamente alle nuove sfide alla sicurezza”.

Evidentemente la NATO ha pianificato attentamente il proprio posizionamento nell'Oceano Indiano. La rapidità con cui ha inviato le navi tradisce una certa fretta, prevedendo che alcuni degli stati litorali della regione dell'Oceano Indiano potessero contestare un tale spiegamento da parte di un'alleanza militare occidentale. Muovendosi con velocità fulminea e senza pubblicità, la NATO ha sicuramente creato un fait accompli.

Serie di coincidenze

Sotto ogni punto di vista, lo spiegamento navale NATO nell'Oceano Indiano è una mossa storica e un punto cruciale nella trasformazione dell'alleanza. Neanche al culmine della Guerra Fredda l'alleanza aveva una presenza nell'Oceano Indiano. Interventi di questo tipo tendono quasi sempre a non avere limiti precisi.

Con il senno di poi, la prima comparsa di una forza navale NATO nell'Oceano Indiano, alla metà di settembre dello scorso anno, appare come una prova generale. All'epoca Bruxelles disse: “Lo scopo della missione è dimostrare la capacità della NATO di affermare la sicurezza e il diritto internazionale nell'alto mare e stabilire collegamenti con le flotte regionali”. Nel 2007 una forza navale NATO ha visitato le Seychelles e la Somalia e ha condotto esercitazioni nell'Oceano Indiano per poi rientrare nel Mediterraneo attraverso il Mar Rosso alla fine di settembre.

Lo spiegamento della navi NATO ha già avuto alcune ricadute interessanti. In una curiosa coincidenza, il 16 ottobre, proprio mentre la forza NATO raggiungeva il Golfo Persico, un portavoce del Ministero della Difesa indiano ha annunciato a Nuova Delhi: “Il governo [indiano] oggi ha approvato l'invio di una nave da guerra indiana nel Golfo di Aden per pattugliare la rotta normalmente seguita dalle navi battenti bandiera indiana nel passaggio tra Salalah nell'Oman e Aden nello Yemen. “Il pattugliamento ha inizio immediato”.

La scelta dei tempi sembra intenzionale. Le notizie sulla stampa indicano che il governo lavorava a questa decisione da diversi mesi. Come la NATO, anche Delhi ha agito rapidamente quando è giunto il momento e quando una nave indiana era già partita. Inizialmente Delhi ha informato i media che la decisione è stata presa in seguito a un incidente del 15 agosto in cui i pirati somali hanno sequestrato una nave mercantile giapponese con a bordo 18 indiani. In seguito però ha fatto marcia indietro e ha dato una connotazione più ampia dicendo: “Comunque la decisione attuale di pattugliare le acque africane non è direttamente collegata [con l'incidente di agosto]”.

La dichiarazione indiana diceva: “La presenza di una nave da guerra indiana in quest'area sarà significativa, poiché il Golfo di Aden è una strozzatura di grande importanza strategica nella regione dell'Oceano Indiano e fornisce accesso al Canale di Suez, attraverso il quale passano una considerevole parte dei commerci indiani”.

Le autorità indiane hanno detto che la nave da guerra opererà in collaborazione con le navi occidentali inviate nella regione e che in caso verrà incrementata con una forza più grande e ben equipaggiata. Ma Delhi ha omesso di precisare che le navi occidentali si trovano lì sotto l'egida della NATO e che ogni collaborazione con le marine occidentali comporterà una collaborazione con la NATO. Data la tradizionale politica indiana di tenersi alla larga dai blocchi militari, Delhi è comprensibilmente sensibile su questo aspetto.

Chiaramente la nave indiana dovrà alla fin fine operare in tandem con la forza navale NATO. Sarà la prima volta che le forze armate indiane lavoreranno fianco a fianco con forze NATO in vere operazioni in acque territoriali o internazionali.

Le operazioni sono in grado di portare i legami dell'India con la NATO a un livello qualitativamente nuovo. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l'India a stringere legami con la NATO e a svolgere un ruolo più rilevante nell'ambito della sicurezza marittima. Nel 2006 i due paesi hanno firmato un protocollo bilaterale relativo alla cooperazione nella sicurezza marittima. Il testo esordisce così: “Coerentemente con la loro cooperazione strategica globale e il nuovo schema di riferimento della loro relazione in termini di difesa, l'India e gli Stati Uniti hanno intrapreso un'ampia cooperazione per assicurare la sicurezza marittima. Così facendo, si sono impegnati a lavorare insieme e con altri partner regionali come necessario”.

Il comando della marina indiana era impaziente di giungere a una stretta collaborazione con la marina degli Stati Uniti intraprendendo operazioni di sicurezza ben oltre le sue acque territoriali. Le due marine hanno istituito un'esercitazione annuale su vasta scala nell'Oceano Indiano: le esercitazioni di Malabar. Le esercitazioni di quest'anno sono attualmente in corso lungo la costa occidentale dell'India.

La Russia rispolvera la base nello Yemen

Di certo gli stati litorali avranno preso nota del fatto che NATO e India si sono affrettate a posizionare le loro navi da guerra su una rotta marittima cruciale per i paesi della regione asiatica. I commerci e le importazioni di petrolio della Cina passano di lì. Tuttavia la Cina si è limitata a riferire l'iniziativa della NATO senza fare commenti. La Russia, invece, non si è neanche presa la briga di riferirla e ha preferito passare direttamente all'azione.

Lo scorso martedì, proprio mentre la forza navale NATO salpava per l'Oceano Indiano, Mosca ha dichiarato che una fregata lanciamissili della flotta del Baltico russa – dal significativo nome di Neustrašimyj [Impavida] – si stava già dirigendo verso l'Oceano Indiano per “combattere la pirateria al largo della Somalia”. Secondo Mosca il governo somalo aveva chiesto l'aiuto della Russia.

Due giorni dopo, giovedì, quando il Ministro della Difesa indiano faceva la sua dichiarazione, il presidente della Camera Alta del parlamento russo, Sergej Mironov, influente politico vicino al Cremlino, ha detto che la Russia avrebbe potuto ristabilire la propria presenza navale in Yemen, come ai tempi dell'Unione Sovietica. Mironov ha fatto questa dichiarazione proprio mentre si trovava in visita a Sana, nello Yemen. Ha detto che lo Yemen aveva chiesto l'aiuto della Russia nella lotta contro la pirateria e possibili minacce terroristiche, e che a Mosca sarebbe stata presa una decisione in accordo con la “nuova direzione” della politica estera e di difesa della Russia.

“Forse verrà considerata la possibilità di usare i porti dello Yemen non solo per le visite delle navi da guerra russe ma anche per scopi più strategici”, ha detto Mironov. Ha poi rivelato che nel prossimo futuro è atteso a Mosca il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, e che nei colloqui verrà trattato l'argomento della cooperazione tecnico-militare. È significativo che Mironov abbia spiegato che lo Yemen percepisce una minaccia relativa a gruppi affiliati ad al-Qaeda che potrebbero nascondersi nella regione di Somali. (L'Unione Sovietica disponeva di un'importante base navale nell'ex Yemen del Sud, unitosi con lo Yemen del Nord nel 1990 per formare lo Yemen attuale).

Essenzialmente Mosca ha fatto a capire a Washington (e a Delhi e agli altri stati litorali) di essere capace di giocare al gioco della NATO e di potere e volere combattere una “guerra contro il terrorismo” nell'Oceano Indiano.

Il fatto è che la Somalia non ha un governo vero e proprio e l'affermazione della NATO (o dell'India) di aver ricevuto il permesso o la richiesta da Mogadiscio di intraprendere il pattugliamento navale nelle acque territoriali dei quel paese è come minimo insostenibile. È anche incerto se tale pattugliamento in alto mare sia conforme al diritto internazionale. La NATO ha addotto come giustificazione la richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ma è anche vero che Ban non agisce mai senza tenere conto dei desideri di Washington.

Chiaramente la Russia sta stabilendo un proprio punto d'appoggio per una questione di principio, affermando che la NATO e i suoi “partner” nella regione non possono arrogarsi il ruolo di poliziotti dell'Oceano Indiano.

Spifferi da guerra fredda

Da un punto di vista logico gli Stati Uniti e l'India avrebbero dovuto verificare se il problema della pirateria marittima potesse essere gestito in primo luogo attraverso un'iniziativa regionale degli stati litorali. L'India ha infatti una piattaforma di cooperazione con i paesi che si affacciano sull'Oceano Idiano, che avrebbero potuto essere coinvolti. Ma questa ipotesi non è stata esplorata. La NATO – così come l'India e la Russia – si sono affrettate ad attribuirsi il ruolo di poliziotti. Come minimo avrebbero prima dovuto svolgersi consultazioni regionali, dato che questa è una questione di sicurezza collettiva, e neanche questo sembra essersi verificato.

È ovvio che questi prime raffiche di una nuova guerra fredda si sono fatte sentire nella regione dell'Oceano Indiano nel contesto più ampio delle relazioni tra le grandi potenze. Un nuovo comando, Africom, ha appena assunto la guida di tutte le operazioni militari degli Stati Uniti in Africa con effetto dal 1° ottobre. In precedenza l'Africa ricadeva sotto il Comando Centrale degli Stati Uniti. La diffusa percezione in Africa è che sotto Africom si celi il secondo fine di una gara per le risorse del continente con il falso pretesto della “guerra contro il terrorismo”.

L'Associated Press ha riferito recentemente: “La resistenza all'Africom tra i governi africani è stata così forte che i comandanti [statunitensi] hanno abbandonato l'iniziale decisione di creare un quartier generale sul continente per scegliere invece come sede Stoccarda, con una ventina di ufficiali di collegamento di Africom assegnati alle ambasciate”.

Ha aggiunto: “Le ragioni dei sospetti africani affondano le radici nel passato. La tradizione statunitense, risalente ai tempi della guerra fredda, di sostenere brutali dittatori, unita alla tragica storia coloniale africana, ha generato sfiducia nei confronti degli stranieri. E molti pensano che non sia un caso che Africom sia nato proprio quando potenze emergenti come la Cina e l'India stanno intraprendendo una nuova corsa alle sempre più preziose risorse del continente”.

È accertato che Africom e NATO prevedono un collegamento istituzionale a valle. La strategia complessiva degli Stati Uniti consiste nel portare gradualmente la NATO in Africa così che il suo ruolo futuro nell'Oceano Indiano (e in Medio Oriente) come strumento della sicurezza globale americana diventi ottimale. Perché questa strategia abbia successo nell'Oceano Indiano, tuttavia, la NATO dovrà allineare tre stati litorali di importanza cruciale: l'India, lo Sri Lanka e Singapore. Ai tempi della Guerra Fredda Singapore era un alleato degli Stati Uniti. Domina lo Stretto di Malacca.

Finale di partita per gli insorti Tamil

Per quanto riguarda lo Sri Lanka, dal punto di vista statunitense la sua posizione altamente strategica, che domina le rotte marittime tra il Golfo Persico e lo Stretto di Malacca, è molto importante. La posizione dell'isola la rende adatta a svolgere il ruolo di portaerei permanente. Washington sta spingendo per una soluzione militare al problema tamil dello Sri Lanka a ogni costo perché l'élite politica filo-occidentale singalese possa concentrarsi sull'allineamento con la strategia regionale degli Stati Uniti e agire in concertazione con Delhi e Singapore.

Per la rivolta tamil si sta dunque avvicinando il finale di partita. La continuazione delle lotte interne costringe lo Sri Lanka a cercare aiuto all'esterno, compresi Iran, Pakistan e Cina. La dirigenza singalese sarebbe invece ben lieta di disfarsi di questa dipendenza e di orientare la sua politica in senso pro-occidentale se ne avesse la possibilità.

Gli Stati Uniti e l'India hanno coordinato strettamente le loro politiche relativamente allo Sri Lanka, concentrando la propria attenzione sulla situazione geopolitica nell'Oceano Indiano. Spazzare via la ribellione tamil e ristabilire la capacità dello Sri Lanka di lavorare in accordo con la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano indiano è diventato una necessità imperativa. Sia Washington e Delhi hanno le idee chiare al proposito.

Ma per la strategia degli Stati Uniti nell'Oceano Indiano è indubbiamente Delhi a essere il gioiello della corona. La questione è molto semplice: come Singapore e lo Sri Lanka l'India ha una posizione geografica impeccabile, ma ha anche una significativa forza militare. Gli Stati Uniti hanno assiduamente coltivato i vertici delle forze armate indiane, soprattutto la marina. Hanno astutamente giocato sulle ambizioni e sugli interessi corporativi della marina indiana al fine di garantirsi una presenza estesa e dominante nell'Oceano Indiano. La marina indiana è sedotta dalla prospettiva di ottenere accesso alla tecnologia militare statunitense. Seppur tardivamente, Delhi si rende conto che la marina indiana è un potente strumento politico e diplomatico.

Washington ha anche abilmente giocato sulle paure indiane di un potenziale “accerchiamento” cinese. Se può mancare il consenso sugli obiettivi, la rapidità e le conseguenze di un ingresso della Cina nella regione dell'Oceano Indiano, le comunità strategiche di Stati Uniti e India concordano però sul fatto che la Cina è un fattore importante che va tenuto sotto osservazione. Il crescente potere della Cina, le sue intenzioni e il suo ruolo nell'Oceano Indiano sono inevitabilmente un tema “caldo” delle riflessioni di India e Stati Uniti.

Probabilmente l'accordo sul nucleare civile recentemente concluso da Stati Uniti e India darà impulso alla cooperazione militare, della quale le relazioni tra marine sono la parte più solida e di vecchia data. Washington sottolinea in questa collaborazione il ruolo dell'India in quanto potenza regionale e attore indipendente, soprattutto come potenza navale, e dice che è motivata da un impulso più vasto della necessità di “controbilanciare” o “contenere” la Cina. Alcuni influenti settori della comunità strategica indiana sono inclini a credere alle parole di Washington.

Dunque è perfettamente concepibile che Delhi abbia agito di concerto con gli Stati Uniti nell'ambito della “cooperazione strategica” tra i due paesi, tenendo conto degli imperativi che emergevano dalla mossa della NATO e del lancio ufficiale di Africom da parte del Pentagono.

È incerto se la decisione indiana sia mirata alla lotta contro la pirateria o sia essenzialmente una mossa strategica per dominare l'Oceano Indiano. Perfino un astuto pirata dei Caraibi come il capitano Jack Sparrow si chiederebbe se sia il caso di usare l'ingegno e la negoziazione o di combattere, oppure di scappare da una situazione estremamente pericolosa.

Originale: Asia Times

Originale pubblicato il 21 ottobre 2008

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lunedì, ottobre 20, 2008

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica: il Turkmenistan

[A quanto pare il defunto presidente Niyazov non faceva lo spaccone quando disse prima di morire che il suo paese avrebbe potuto esportare 150 miliardi di metri cubi di gas all'anno per 250 anni. I risultati preliminari dell'audit sulla consistenza dei giacimenti di gas naturale turkmeni hanno riazzerato ogni calcolo sulla sicurezza energetica: la Russia potrebbe aver fatto un errore di calcolo "di proporzioni himalayane", gli Stati Uniti rientrare in gara, il progetto Nabucco resuscitare. Dimentichiamo qualcun altro? Ah, già, la Cina.
Ecco la fondamentale analisi proposta con la solita eleganza da M. K. Bhadrakumar].

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica


di M. K. Bhadrakumar

Il Turkmenistan sa meglio di qualsiasi altro paese che i predatori faranno di tutto per portargli via i suoi ambiti possedimenti. Ben cinque popoli conquistatori – gli sciti, i parti, gli eftaliti, gli unni e i turkmeni – lo invasero in successione per trovare nel deserto del Kara-Kum l'oasi di “Akhal” ai piedi della catena montuosa del Kopet Dag, nel sud del paese, e devastarono tutto ciò che incontrarono sul loro cammino finché non riuscirono a portarsi via i preziosi cavalli Akhal-Teke come bottino di guerra.

L'antica razza di cavalli Akhal-Teke, che risale al 2400 a.C., era molto apprezzata per la sua eleganza, forza, vitalità e bellezza. Pare che Alessandro Magno si fosse portato via centinaia di questi cavalli come ambiti trofei durante la sua campagna nell'Asia Centrale.

Dunque la memoria collettiva del Turkmenistan lunedì si sarà risvegliata alla notizia che i giacimenti di Yoloten-Osman potrebbero essere al quarto o quinto posto al mondo per grandezza.

La società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (GCA), annunciando ad Ashgabat i primi risultati dell'audit sui giacimenti di gas turkmeni, ha detto che secondo la sua valutazione basata sul sistema di classificazione internazionale i giacimenti potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi a ben 14000 miliardi di metri cubi di gas.

Questo catapulta Yoloten-Osman, nel sud-est del paese, nella condizione di maggiore giacimento di gas del Turkmenistan, sorpassando perfino il favoloso Dowalatabad, le cui riserve supererà di almeno cinque volte. Va ricordato che molti altri giacimenti turkmeni devono ancora essere completamente esplorati, e che la GCA ha reso pubblici solo i primi risultati.

È indubbio che il Turkmenistan stia colmando il divario con la Russia e l'Iran, finora al primo e al secondo posto per grandezza di giacimenti rispettivamente con 48.000 miliardi e 26.000 miliardi di metri cubi. Se verranno confermati i risultati della GCA, il Turkmenistan avrà riserve inferiori solo del 20% a quelle della Russia e potrebbe superare l'Iran.

Sembra proprio che il defunto presidente del Turkmenistan Saparmurat Niyazov sia ora vendicato. Poco prima di morire, nel dicembre del 2006, Niyazov disse che il Turkmenistan possedeva riserve che lo avrebbero messo in grado di esportare 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per i prossimi 250 anni. Il mondo, compreso il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier allora in visita ufficiale, non prese sul serio le parole di Niyazov.

A marzo il successore di Niazyov, Gurbanguly Berdimukhamedov, ha commissionato un audit alla GCA per fare chiarezza sulla controversa affermazione. Con britannico understatement, il dirigente della GCA Jim Gillet ha detto ad Ashgabat: “Date le enormi riserve di gas, è ora evidente che – qualsiasi sia il risultato della perizia finale – posso confermare che il gas è più che sufficiente per permettere al Turkmenistan di soddisfare i suoi impegni contrattuali”. Il Turkmenistan ha contratti per fornire circa 50 bcm all'anno alla Russia, 40 bcm alla Cina e 8 bcm all'Iran.

Senza dubbio questo riazzera i calcoli sulla sicurezza energetica. Il 13 ottobre sarà ricordato come una data epocale nella corsa all'energia del Caspio. Come i timidi cavalli Akhal-Teke, il Turkmenistan si porta in testa catturando l'attenzione del mondo, soprattutto dei principali scommettitori: i russi, gli europei, i cinesi e gli onnipresenti americani. Per questi giocatori navigati si tratterà anche – per usare un'espressione francese del gergo delle scommesse – di un pari-mutuel, una scommessa di gruppo in cui ciascuno scommette contro gli altri.

Il Turkmenistan è sicuramente un partner vitale per Russia per le forniture di gas. I due paesi hanno un accordo sui prezzi del gas e il volume delle forniture per il 2007-2009. Ashgabat è andata richiedendo alla Russia prezzi sempre più alti. Lo scorso anno il prezzo è stato aumentato da 65 a 100 dollari per 1000 metri cubi. Poi è stato ulteriormente alzato a 130 dollari nel gennaio-giugno 2008 e a 150 nella seconda metà del 2008.

Ashgabat ha giocato con la pazienza del colosso energetico russo Gazprom e con il suo disperato bisogno del gas turkmeno per soddisfare gli obblighi contrattuali con il mercato europeo, attualmente responsabile del 70% dei proventi totali della compagnia russa. Gazprom vende quasi due terzi della produzione annua di gas della Russia (che ammonta a 550 bcm) sul mercato domestico in rapida crescita, e questo la costringe ad assicurarsi le forniture turkmene per soddisfare gli impegni presi con gli europei.

Il quotidiano russo Kommersant' mercoledì ha fatto un riferimento apparentemente innocuo citando una fonte di Gazprom secondo la quale il famoso accordo del 25 luglio tra il monopolio russo e Turkmengaz non comprende Yoloten-Osman. Sembra, in altre parole, che la Russia si sia ingannata immaginando che l'accordo del 25 luglio affidasse a Gazprom tutte le esportazioni turkmene: indubbiamente un errore di valutazione di proporzioni himalayane.

Si può supporre che per la Russia il gioco adesso riparta da zero. Innanzitutto, non è più la superpotenza nel mondo del gas naturale che era considerata fino allo scorso fine settimana. Il Turkmenistan è anch'esso, incontestabilmente, una superpotenza caratterizzata da una forza muscolare comparabile a quella della Russia.

Inoltre la Russia dovrà scendere a patti con un mondo “multipolare” di paesi produttori di gas. Deve rivedere la propria strategia di consolidamento di un mercato del gas mondiale. La prospettiva di un cartello del gas – un'OPEC del gas – che sembrava doversi concretizzare da un momento all'altro, ora si allontana. Teheran ne sarà scontenta, ma le capitali europee tireranno un sospiro di sollievo.

Ma soprattutto la Russia dovrà lavorare per rivedere i legami con i suoi partner centro-asiatici. Il Turkmenistan era un anello di importanza vitale nella catena dei principali paesi centro-asiatici produttori di gas (gli altri erano l'Uzbekistan e il Kazakhstan). Lo scorso anno la Russia ha fatto progetti – che coinvolgevano il Kazakistan e il Turkmenistan – per un gasdotto lungo la costa orientale del Mar Caspio che trasportasse le esportazioni turkmene. A settembre, durante la visita a Tashkent del Primo Ministro russo Vladimir Putin, l'Uzbekistan ha acconsentito al piano russo di espandere il sistema di gasdotti centro-asiatico sempre per gestire le esportazioni turkmene.

Queste iniziative si basavano sul presupposto che la Russia dovesse attrezzarsi per gestire tutte le esportazioni di gas turkmeno. Durante l'anno passato, la Russia ha ottenuto i diritti sulle esportazioni di gas del Turkmenistan, del Kazakistan e dell'Uzbekistan grazie alla proposta di comprare a “prezzi europei”. Tutta l'economia e la logistica dei complessi intrecci della diplomazia del gas russa in Asia Centrale vanno ora aggiornate: e anche rapidamente, dato che adesso i rivali della Russia conoscono ormai le sue tattiche e la sua etica del lavoro, e dunque non c'è più l'effetto sorpresa.

La preoccupazione immediata della Russia riguarderà il progetto del gasdotto Nabucco avanzato dall'Unione Europea e sostenuto dagli Stati Uniti come progetto energetico che ridurrebbe in qualche misura la dipendenza dell'Europa dalle forniture russe. Nabucco prevede che il gas del Caspio venga portato sui mercati europei attraverso uno snodo in Turchia che aggirerebbe il territorio russo. L'efficacia di Nabucco dipende dall'accesso alle riserve di gas turkmene (o iraniane).

Con l'annuncio fatto dalla GCA lunedì, si è fatta chiarezza almeno su un aspetto: il Turkmenistan è effettivamente in grado di affidare a Nabucco tutto il gas di cui ha bisogno. La notizia giunge in un momento delicato per Mosca: il suo progetto rivale, South Stream, che mira a legare ulteriormente il mercato europeo alle forniture russe, fatica a decollare.

Nabucco darà a South Stream del filo da torcere. Se si concretizzerà, sarà uno scacco anche per la portata più ampia della diplomazia russa, che negli ultimi due anni ha mirato a coltivare paesi del mercato europeo come l'Austria, l'Italia, la Grecia e gli stati balcanici e centro-europei. Gli Stati Uniti stanno già esercitando una pressione immensa sui paesi di transito di South Stream perché evitino di impegnarsi in una collaborazione energetica a lungo termine con la Russia.

Subito dopo viene la geopolitica. La Russia sperava di frenare l'espansione a est della NATO e i piani degli Stati Uniti di respingere la presenza russa nella regione del Mar Nero elaborando un sistema di dipendenza energetica con gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Mosca ha offerto recentemente un prestito di 4 miliardi all'Ucraina per costruire due centrali nucleari nella sua regione occidentale. E questo nonostante la posizione chiaramente pro-statunitense del Presidente ucraino Viktor Juščenko.

La strategia di Mosca stava funzionando bene. In una dichiarazione rivelatrice fatta martedì scorso durante una conferenza stampa con il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha praticamente riconosciuto l'efficacia della diplomazia russa in Europa. Ha detto infatti che se l'Unione Europea si sta orientando verso una ripresa dei negoziati con la Russia per un nuovo accordo di cooperazione perfino dopo il conflitto nel Caucaso, non è per fare un “regalo” alla Russia ma perché è nell'interesse dell'Europa. Ha detto che l'Unione Europea ha interessi economici e finanziari da salvaguardare e che ha bisogno di sviluppare forme di cooperazione con Mosca per il mantenimento della sicurezza energetica.

“Penso che sia negli interessi dell'Unione Europea mantenere il dialogo con la Russia per promuovere la stabilità in Europa”, ha sottolineato praticamente snobbando la dottrina statunitense di isolamento della Russia dopo la crisi nel Caucaso.

La diplomazia russa ha efficacemente usato l'energia come strumento di influenza politica e strategica non solo con i paesi europei ma anche con i partner della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Come minimo, con l'ascesa del Turkmenistan allo status di superpotenza energetica, la “correlazione di forze” all'interno della CSI subisce dei cambiamenti. Questo non vale solo per la Russia ma anche per gli altri paesi che si considerano protagonisti in Asia Centrale e nel Caspio – il Kazakistan, l'Uzbekistan e l'Azerbaigian (tutti loro hanno rapporti di cooperazione storicamente difficili con il Turkmenistan post-sovietico).

La Russia può anche contare su elementi di vantaggio. Ha un surplus di denaro liquido in un momento in cui il sistema bancario occidentale è al collasso. Gazprom può usare questa liquidità finanziaria per mettere fuori gioco le compagnie petrolifere occidentali che cercano i favori di Ashgabat. Un quotidiano finanziario russo ha riferito martedì che Putin sta fornendo 9 miliardi di dollari alle quattro maggiori compagnie russe del gas e del petrolio per “rifinanziare” il loro debito estero nel crollo del sistema bancario occidentale.

In precedenza il governo aveva annunciato tagli fiscali per 5,5 miliardi per le compagnie energetiche russe. Lo scorso mese le quattro maggiori compagnie petrolifere russe avevano scritto a Putin chiedendo un totale di 80 miliardi di dollari per pagare i loro debiti esteri e finanziare progetti strategici. Putin ha risposto venerdì dicendo che il governo avrebbe sborsato fino a 50 miliardi di dollari.

Quanti governi occidentali possono eguagliare questa Russia che nella fase attuale di crisi del credito fornisce alle sue compagnie petrolifere finanziamenti attingendo ai propri fondi sovrani? Ashgabat dovrà tenere conto di questa dura realtà quando si troverà a soppesare i pro e i contro delle offerte di Gazprom e delle compagnie occidentali.

C'è anche un potente fattore psicologico. Nell'ambiente delle scommesse succede sempre che quando si sta essenzialmente scommettendo contro tutti gli altri le proprie possibilità di vincere dipendano dalla capacità di prendere una decisione più informata. In parole semplici, Mosca ha molte linee di comunicazione aperte con Ashgabat che risalgono all'epoca sovietica.

Tuttavia gli ultimi sviluppi forniscono agli Stati Uniti una finestra di possibilità per ritornare in gara, dopo essere stati ripetutamente messi fuori gioco dalla Russia nella regione caspica. Chiaramente ora non manca una base di risorse se Washington intende premere per la realizzazione di gasdotti trans-caspici.

Il governo turkmeno ha annunciato la scorsa settimana che intende accrescere le sue esportazioni di gas a 125 bcm l'anno entro il 2015. Dal punto di vista statunitense, quell'obiettivo sembra abbastanza ragionevole per dare un'energica spinta a Nabucco nel breve periodo, anche se ci vorrà del tempo perché si possa esportare il gas di Yoloten.

Gli Stati Uniti tenteranno l'approccio per conto delle compagnie occidentali mettendo a disposizione le proprie competenze. Il campo è ormai libero. Washington non batte più sul tasto dei diritti umani in Turkmenistan, né fa appello ai governi occidentali perché convincano Ashgabat ad attuale fondamentali riforme democratiche. Per citare un commentatore americano, “Quest'anno è apparso chiaro che nelle discussioni con il governo turkmeno il bisogno di forniture energetiche ha spinto in secondo piano le preoccupazioni per i diritti umani”.

Un tale pragmatismo non è una novità nella diplomazia statunitense, e Ashgabat ne terrà conto. Di certo il grafico delle aspettative statunitensi si sta impennando. Washington avrebbe voluto essere informata in anticipo dell'audit della GCA. Come ha scritto un esperto statunitense, “Le implicazioni dei risultati dell'audit [della GCA] sono importantissime per la sicurezza europea e transatlantica... Brussels e Washington possono incoraggiare le compagnie occidentali a partecipare allo sviluppo di South Yoloten-Osman, Yaslar e altri giacimenti turkmeni con gasdotti diretti verso l'Europa attraverso l'Azerbiagian. Ciò controbilancerebbe in misura significativa il dominio di Gazprom sui mercati europei”.

Riconosceva tuttavia che “D'altro canto il Cremlino cercherà indubbiamente una via d'accesso privilegiato per Gazprom alle risorse turkmene appena accertate, agendo preventivamente contro l'Occidente. Mettendo insieme quelle nuove risorse (oltre alle importazioni già assicurate) con i propri volumi, Gazprom potenzierebbe il suo dominio in Europa a livelli inespugnabili per molto tempo”.

C'è un eccesso di iperbole in queste aspettative. L'essenza della questione è che gli esperti statunitensi non tengono conto di un potente outsider. È eccessivamente presuntuoso inscenare la battaglia in termini così netti di Russia contro Occidente. C'è un altro importante attore che osserva i favolosi giacimenti turkmeni da est: la Cina.

Gli esperti statunitensi e i veterani della Guerra fredda sono ossessionati dalla necessità di combattere contro la Russia sulle spiagge del Mar Caspio, sulle montagne del Caucaso e nelle steppe dell'Asia Centrale. Ma stanno sottovalutando le potenzialità della Cina come mercato per il gas turkmeno e come concorrente per paesi europei.

Ashgabat è già impegnata a fornire fino a 40 bcm di gas l'anno alla Cina attraverso un gasdotto da 2,6 miliardi di dollari tra l'Asia Centrale e la Cina e finanziato da quest'ultima. PetroChina (un'affiliata della Corporazione Petrolifera Nazionale Cinese) e la China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC, Compagnia Nazionale Cinese per l' Esplorazione e lo Sviluppo del Gas e del Petrolio) si spartiscono a metà i costi del progetto e hanno formato a questo scopo la Trans-Asia Gas Pipeline Company Ltd.

Va notato che la Cina sta collaborando con compagnie locali in Kazakistan e Uzbekistan per la costruzione del gasdotto, esperienza del tutto nuova e interessante per i paesi centro-asiatici.

La Cina è arrivata tardi al Turkmenistan ma ha già raggiunto l'Occidente ed è seconda solo alla Russia. Al tempo della firma dell'accordo sino-turkmeno del luglio 2007 per la fornitura di gas turkmeno, gli analisti hanno l'intesa considerandola un tipico espediente di Ashgabat per spuntare prezzi migliori con le compagnie russe e occidentali. Non si sono resi conto che la Cina faceva sul serio.

La CNOGEDC non è certo l'ultima arrivata: la sua competenza nell'esplorazione di gas e petrolio è ben nota in diversi mercati, non solo nel Caspio (Kazakistan e Azerbaigian) ma anche in Indonesia, Algeria, Oman, Niger, Ciad, Ecuador, Perù, Venezuela e Canada.

La Cina ha in mano molte carte vincenti. Innanzitutto è un mercato “vergine” con un forte impulso a espandersi. Pechino progetta di aumentare la sua percentuale di consumo di gas naturale rispetto all'energia totale di 2,5 punti per arrivare al 5,3% nel 2010. È un dato ancora di molto inferiore alla media mondiale del 25% e indicativo delle potenzialità della Cina come mercato. In secondo luogo la Cina non è oppressa da un ingombrante bagaglio imperiale, diversamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Non è normativa. Non promuove “rivoluzioni colorate”. La Cina non si mette a dare lezioni sul libero mercato o sui diritti umani. I paesi dell'Asia Centrale si sentono estremamente a loro agio con questo atteggiamento.

In terzo luogo, la Cina ha una strategia di gioco. Non sarà avara come le compagnie occidentali. La cooperazione energetica farà invariabilmente parte di un'ampia spinta cinese verso la cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa. Dunque la Cina non esiterà a offrire aiuti sostanziosi al Turkmenistan. In quarto luogo, la Cina non competerà apertamente, ma molto probabilmente collaborerà con la Russia a progetti di sviluppo per incrementare la produzione del gas turkmeno.

Invece i veterani americani della Guerra Fredda immaginano le compagnie occidentali come cavalieri solitari nella steppa centro-asiatica. Di fatto, la diplomazia energetica europea nel Caspio soffre quasi fatalmente dello spirito di rivalità con la Russia alimentato da Washington. Ogniqualvolta le compagnie petrolifere tedesche, italiane e francesi si sono liberate dalla tutela statunitense e hanno cominciato a collaborare con la Russia se la sono cavata molto meglio. La diplomazia energetica della Cina nell'Asia Centrale e nel Caspio può servire da modello alle compagnie europee.

Naturalmente sarà interessante vedere come la Cina imparerà dalla propria storia. Nel 101 a.C. L'imperatore Han Wu-Ti si innamorò degli Akhal-Teke, che definì “cavalli celesti”. Voleva comprare uno stallone come modello per una statua d'oro da esporre nel suo palazzo, ma i turkmeni per qualche oscura ragione respinsero la sua richiesta. Wu-Ti si vendicò mandando un esercito di 80.000 uomini negli inospitali deserti turkmeni dove gli Akhal-Teke vivevano allo stato brado. I cinesi si impadronirono semplicemente di 30 purosangue e 3000 mezzosangue e fecero ritorno da Wu-Ti.

Certo, la Cina era incantata dall'Akhal-Teke. Tu Fu, un poeta cinese dell'VIII secolo scrisse:

Tra le razze nomadi il cavallo di Ferghana è rinomato.
Corpo snello come punta di lancia;
Due orecchie aguzze come punte di bambù;
Quattro zoccoli leggeri come il vento.
Galoppando per gli spazi infiniti,
Affidagli tranquillo la tua vita.

Però oggi è improbabile che la Cina possa fare quello che venne naturale a Wu-Ti. Anche se Ashgabat dovesse dire alla Cina che non può concederle la produzione totale dei giacimenti di Yoloten-Osman, difficilmente Pechino protesterà. Si accontenterà di spartire la produzione con i suoi amici in Russia o a Occidente, se questo è ciò che Ashgabat vuole.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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giovedì, ottobre 16, 2008

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

L'influenza degli Stati Uniti nel Mar Caspio è agli sgoccioli

di M. K. Bhadrakumar

Domenica 5 ottobre, in viaggio verso Astana, in Kazakistan, dopo un “bel viaggio in India”, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha detto ai giornalisti che l'accompagnavano: “Avrei voluto potermi fermare più a lungo in India”. Nuova Delhi deve far parte di quella manciata di capitali in cui i rappresentanti dell'amministrazione George W. Bush ricevono un'accoglienza speranzosa e i foschi moniti provenienti da New York e Washington non sembrano importare.

Ma la trepidazione espressa da Rice mentre il suo aereo iniziava la discesa su Astana aveva un'altra ragione: l'influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Asia Centrale e nella regione del Caspio sono di nuovo precipitati. Rice capisce che non c'è più tempo per riguadagnare il terreno perduto e che l'eredità lasciata dall'amministrazione Clinton nel Caspio e nell'Asia Centrale si è ampiamente dissipata. Il motivo principale è stato il fallimento dell'amministrazione Bush nel gestire le relazioni con la Russia. Si è già cominciato a contare i danni.

In un articolo uscito sul Washington Post mercoledì, gli ex Segretari di Stato Henry Kissinger e George Shultz hanno rimproverato l'amministrazione Bush per la sua “tendenza allo scontro con la Russia”, osservando che “isolare la Russia non è una politica sostenibile a lungo termine”. Hanno scritto che gran parte dell'Europa è “inquieta”. Il loro bersaglio era Condoleezza Rice, sedicente “sovietologa”, autrice dell'imperdonabile attacco al vetriolo contro il Cremlino in un discorso al German Marshall Fund di Washington il 18 settembre scorso.

La diplomazia dello scontro
Kissinger e Shultz, in particolare, mettevano in guardia l'amministrazione Bush dall'incoraggiare una diplomazia dello scontro nei confronti della Russia da parte dei suoi vicini, cosa che si rivelerebbe controproducente. Quel che è certo è che nella regione si assiste ai primi contraccolpi. L'Azerbaigian, che l'amministrazione Bush un tempo considerava uno stretto alleato regionale, ha snobbato il vice Presidente Dick Cheney durante il suo ultimo viaggio a Baku, lo scorso mese. Washington ha finto di non accorgersene, e la scorsa settimana ha mandato a Baku un altro pezzo grosso, il vice Segretario di Stato John Negroponte, che il sito del Dipartimento di Stato descrive come l'“alter ego” di Rice.

Al suo arrivo, il 2 ottobre, Negroponte ha detto di essere venuto a portare un “semplice messaggio”: che gli Stati Uniti hanno “interessi profondi e durevoli” in Azerbaigian e che si tratta di “interessi importanti”, densi di implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale. Voleva dire che Washington non intende farsi da parte e lasciare spazio a Mosca nel Caucaso meridionale.

Sullo sfondo del conflitto di agosto nel Caucaso, il Mar Caspio è diventato un punto focale. Era inevitabile. Al centro c'è la determinazione di Washington a impedire la partecipazione russa alla catena di fornitura energetica europea. Per citare Ariel Cohen, del think-tank conservatore statunitense Heritage Foundation, “Da agosto i diplomatici statunitensi sono concentrati a rafforzare la posizione geopolitica degli Stati Uniti tutt'attorno al Caspio, comprese Baku, [la capitale del Turkmenistan] Ashgabat e Astana”.

Russia sta avendo la meglio nella regione. Nonostante i notevoli sforzi diplomatici degli Stati Uniti ad Ashgabat – visitata l'anno passato da più di 15 delegazioni americane – il Turkmenistan, che già esporta circa 50 miliardi di metri cubi di gas attraverso la Russia, ha reagito positivamente alle aperture di Mosca. Ha deciso di aderire ai termini di un accordo dell'aprile 2003 in base al quale praticamente tutte le sue esportazioni verranno gestite dalla Russia “fino a tutto il 2025”, e si prevede che le esportazioni di gas turkmeno verso la Russia aumentino fino a 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2009, non lasciando praticamente alcuna eccedenza per le compagnie occidentali. Ashgabat si è anche impegnata per la costruzione di un gasdotto verso la Russia via Kazakistan lungo la costa orientale del mar Caspio.

Decisiva è stata l'offerta russa di comprare il gas turkmeno a “prezzi europei”, lo stesso approccio adottato da Mosca per assicurarsi il controllo delle esportazioni del gas kazako e uzbeko. La Russia ha poi fatto un'offerta simile all'Azerbaigian, che Baku sta prendendo in considerazione. L'Azerbaigian costituiva il vero successo della diplomazia petrolifera statunitense di era post-sovietica. Clinton l'ha letteralmente strappato dall'orbita della Russia negli anni Novanta riuscendo nell'impresa apparentemente impossibile di promuovere l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan [BTC].

Adesso l'Azerbaigian sta rientrando nell'orbita di Mosca. Sta negoziando con la Russia un incremento della capacità annua dell'oleodotto Baku-Novorossiisk. La riduzione della partecipazione agli oleodotti Baku-Supsa e BTC, promossi dagli Stati Uniti, che hanno una capacità massima di 60 milioni di tonnellate annue e potrebbero facilmente gestire le esportazioni petrolifere azere, è un grande successo per la Russia.

La posizione decisa della Russia nel Caucaso ha attirato l'attenzione di Baku. Baku comprende la rinascita della Russia nel Caucaso meridionale, e il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev non ama il carattere volubile del presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Ad agosto a causa del conflitto l'Azerbaigian avrebbe potuto perdere 500 milioni di dollari per la sospensione del trasporto petrolifero attraverso gli oleodotti Baku-Supsa e Baku-Tbilisi-Ceyhan, e il nuovo interesse di Baku per l'oleodotto russo deriva dal desiderio di proteggere le relazioni con Mosca.

Le conseguenze per Washington sono gravi. Qualsiasi riduzione delle esportazioni azere via BTC potrebbe influire sull'efficacia dell'oleodotto, che è stato un pilastro della diplomazia petrolifera statunitense nel Caspio pompando 1 milione di barili di petrolio al giorno dall'Azerbaigian alla costa mediterranea della Turchia, da dove gran parte delle forniture viene poi trasportata in Europa. L'oleodotto BTC sembra al sicuro, per ora, ma si trova sotto l'occhio sempre più vigile di Mosca.

Altri punti di domanda sono emersi in merito al futuro del gasdotto Nabucco, che, se realizzato, aggirerebbe il territorio russo e porterebbe il gas del Caspio dall'Azerbaigian al mercato europeo attraverso la Georgia e la Turchia. Cosa succede se l'Azerbaigian accetta l'offerta russa di comprare il suo gas a “prezzi europei”? Il conflitto nel Caucaso ha inferto un colpo fatale al futuro di Nabucco?

La Russia è in vantaggio
C'è invero una nuova ambivalenza nella geopolitica della regione. In tutta l'Europa Occidentale, l'Eurasia e la Cina i paesi stanno assimilando quello che è successo nel Caucaso in agosto e stanno valutando la propria posizione nei confronti di una Russia in ripresa
. Vogliono accordarsi con la Russia. La Russia ne è uscita vincitrice.

La guerra in Georgia ha in qualche modo turbato le relazioni tra la Russia e l'Unione Europea. La dichiarazione finale del summit dell'Unione Europea tenutosi il 1° settembre sottolineava la necessità di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Ma le possibilità di scelta dell'Unione Europea sono anch'esse limitate. L'Europa ha appuntato le proprie speranze su Nabucco, ma quest'ultimo può essere attuato solo con la partecipazione della Russia. Claude Mandil, ex capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, ha detto recentemente in un'intervista con il quotidiano russo Kommersant': “C'è una grande quantità di petrolio e gas in Asia Centrale, ma comunque meno che in Russia o in Iran”.

Mandil, che consiglia il presidente francese Nicolas Sarkozy sulle questioni energetiche, ha criticato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sull'Europa per isolare la Russia, che ha definito “controproducenti”. Ha detto: “L'Unione Europea dovrebbe decidere da sola in merito alla sicurezza energetica. Gli Stati Uniti a loro volta dipendono ampiamente dalle esportazioni petrolifere dal Venezuela, ma nessun membro dell'Unione Europea dice a Washington che è tempo di occuparsi di quel problema”.
Anche la Cina riconosce il consolidamento della Russia nella regione del Caspio e dell'Asia Centrale. Un editoriale apparso sul People's Daily agli inizi di settembre osservava che la diplomazia centro-asiatica della Russia è stata “coronata da grande successo”. Notava che le visite dei leader russi alle capitali centro-asiatiche in agosto avevano contribuito a “consolidare e rafforzare” i legami di Mosca con la regione e avevano riportato “risultati sostanziali” nel settore della cooperazione energetica.

Così concludeva l'editoriale cinese: “Su uno sfondo globale contraddistinto da crescenti conflitti con l'Occidente, la spola diplomatica ad alto livello dei leader russi rafforzerà la posizione strategica della Russia nell'Asia Centrale, consoliderà il controllo delle risorse energetiche e contribuirà a coordinare le posizioni della Russia e dei paesi centro-asiatici sulla questione transcaucasica”. Pechino ha ovviamente compiuto una valutazione realistica delle proprie opzioni in Asia Centrale.

Di fatto, durante la visita del primo ministro russo Vladimir Putin a Tashkent l'1-2 settembre, la Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto con una capacità di 26-30 miliardi di metri cubi (bcm) annui per portare il gas turkmeno e uzbeko verso l'Europa. Un simile gasdotto minerà il piano statunitense di sviluppare una rotta energetica transcaspica che aggiri la Russia. Inoltre la russa LUKoil ha annunciato progetti per produrre 12 bcm di gas all'anno nei giacimenti uzbeki di Kandym e Gissar.

Tutto considerato, dunque, la visita di Rice in Kazakistan si è svolta in un pessimo clima. Né l'Azerbaigian né il Kazakistan sembrano sensibili alle proposte statunitensi di dirottare le esportazioni energetiche aggirando la Russia. Entrambi sperano di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma non al costo di attaccar briga con la Russia. In una conferenza stampa con Rice ad Astana, domenica 5 ottobre, il Ministro degli Esteri kazako Marat Tazhin ha sottolineato che le relazioni con la Russia resteranno una priorità. “Posso affermare che il nostro rapporto con la Russia è semplicemente eccellente. Abbiamo ottime relazioni politiche. La Russia è un nostro partner strategico. Al contempo vorrei sottolineare che il nostro rapporto con gli Stati Uniti ha uno stabile carattere strategico”.

Apparentemente né Tazhin né il presidente kazako hanno preso alcun impegno con Rice riguardo ai gasdotti e agli oleodotti che godono del sostegno degli Stati Uniti. Anzi, parlando alla stampa con il presidente russo Dmitrij Medvedev dopo il forum sulla regione di confine russo-kazaka svoltosi ad Aktyubinsk, Kazakistan, il 22 settembre, Nazarbayev ha detto che il Kazakistan nel 2009 aumenterà la propria produzione petrolifera di 12 milioni di tonnellate metriche e intende pompare il petrolio aggiuntivo attraverso la Russia. “È molto importante che il petrolio kazako passi attraverso la Russia”, ha detto.

Il rompicapo di Kashagan
Nazarbayev ha accennato al fatto che Astana vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per trasportare il greggio kazako dal giacimento di Kashagan, nel 2012-2013, al terminal russo sul Mar Nero. Nurlan Balagimbayev, consigliere di Nazarbayev, ha detto giovedì che il Kazakistan è interessato all'acquisto di un ulteriore 13,7% di quote azionarie del Consorzio che appartengono a BP e Oman, mentre la Russia dispone del 24% oltre a Chevron, Shell ed ExxonMobil.

Rice avrebbe voluto usare la sua visita ad Astana per verificare la questione di Kashagan. È previsto che il Kazakistan e un gruppo di compagnie petrolifere occidentali guidate dall'italiana Eni finalizzino i dettagli del futuro di Kashagan il 25 ottobre prossimo. Ci si aspetta la creazione di una nuova compagnia, e le singole compagnie - Eni, Shell, ConocoPhillips, la giapponese Inpex Holdings e la kazaka KazMunaiGas – probabilmente controlleranno diversi aspetti della gestione, come la produzione o il trasporto.
Si stima che Kashagan contenga 7-9 miliardi di barili ed è indubbiamente il gioiello della corona del Bacino del Mar Caspio. Probabilmente serviranno diverse rotte di trasporto per consegnare il petrolio di Kashagan ai clienti, e si renderà necessario anche costruire nuovi oleodotti. Rice potrebbe aver dato inizio alle accese rivalità che precederanno l'inizio della produzione: sta per cominciare la battaglia per Kashagan.

Le rotte di trasporto per Kashagan avranno un impatto vitale sull'efficienza economica a lungo termine dell'oleodotto BTC. Ma per ora Astana non ha mostrato alcuna fretta di affidare il petrolio di Kashagan al BTC. Kazakistan potrebbe voler prendere tempo e sincronizzarsi così con l'atteso completamento da parte della Russia dell'oleodotto dalla Siberia Orientale al Pacifico (ESPO), previsto per il 2020, che esporterà il greggio verso i mercati asiatici.

Il Ministro russo dell'Energia Sergei Šmatko ha detto mercoledì che la compagnia di stato kazaka KazTransOil è interessata a trasportare il petrolio kazako attraverso l'ESPO. “I nostri partner kazaki guardano al progetto con grande interesse ed entusiasmo. Ne siamo felici”, ha detto durante la cerimonia di inaugurazione della tratta dell'ESPO compresa tra Talakan e Taishet. La tratta Taishet-Talakan dell'ESPO è stata completata a settembre, mentre il completamento della restante tratta fino a Skovorodino, vicino al confine con la Cina, è previsto per la fine del 2009.

Astana deciderà di affidare la sua produzione petrolifera – stimata sui 150 milioni di tonnellate l'anno entro il 2015 – attraverso l'ESPO? Se accadrà ne trarrà un enorme beneficio la Cina, e la geopolitica della regione del Caspio subirà una trasformazione storica.

L'“alleanza del petrolio” russo-kazaka
Rice ha affermato con finta indifferenza che “Non si tratta di una specie di gara per l'amicizia del Kazakistan tra i paesi della regione”. Ma è del tutto ovvio che Washington è innervosita dagli allarmanti segnali di avvicinamento a Mosca lanciati dal Kazakistan. Astana ha dato il proprio appoggio alla campagna russa nel Caucaso e ridotto i propri investimenti in Georgia. Se Rice sperava di incoraggiare il Kzakistan a opporsi alla “prepotenza” russa, è rimasta delusa.

Alla vigilia dell'arrivo di Rice ad Astana Nazarbayev ha detto: “Sono stato personalmente testimone del fatto che la Georgia ha attaccato per prima. L'8 agosto mi trovavo a Pechino con il signor Putin quando è giunta la notizia. Credo che la copertura mediatica di quei fatti fosse distorta. Chiunque si possa incolpare del conflitto, i fatti sono già abbastanza gravi”.

Dall'inizio della sua presidenza, il 7 maggio 2008, Medvedev ha visitato il Kazakistan tre volte. Durante l'ultima visita ha fatto una promessa: “Noi [la Russia e il Kazakistan] continueremo ad accrescere la produzione ed esportazione degli idrocarburi, a costruirere nuovi gasdotti e oleodotti quando sarà vantaggioso e necessario e ad attirare investimenti su vasta scala nel settore dell'energia e del combustibile”.

Mercoledì, mentre si trovava in visita ad Almaty, la città più grande del Kazakistan, l'influente capo del comitato per la CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) del parlamento russo, Vadim Gustov, ha lanciato l'idea della creazione di un mercato energetico comune tra la Russia e il Kazakistan. Ha detto che un'“alleanza petrolifera” sarebbe reciprocamente vantaggiosa.

“Un mercato energetico comune russo-kazako contribuirebbe a sviluppare la cooperazione energetica, a fornire ai mercati domestici risorse energetiche a prezzi convenienti e a incrementare le forniture energetiche a paesi terzi”, ha detto Gustov.

Secondo Gustov la Russia e il Kazakistan dovrebbero sviluppare e adottare una concezione comune del mercato energetico, che potrebbe fare da base per lo spazio della Comunità Economica Eurasiatica.
È evidente che Washington fatica a tenere il passo con la diplomazia russa. A peggiorare le cose, la crisi finanziaria ha eroso la credibilità degli Stati Uniti. L'intera ideologia dello sviluppo economico propagandata nella regione dai diplomatici statunitensi appare ora screditata.

C'è un profondo simbolismo politico nel fatto che l'Islanda abbia espresso “disappunto” nei confronti del mondo occidentale e si sia rivolta a Mosca per un prestito di 4 miliardi di euro (5,5 miliardi di dollari) per salvare la sua economia dall'imminente bancarotta. Immagini del genere lasciano impressioni difficili da cancellare nelle steppe dell'Asia Centrale.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 10 ottobre 2008

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lunedì, ottobre 13, 2008

L'inchiesta di Maurizio Torrealta su RaiNews24

[Penso che questa inchiesta giornalistica di Maurizio Torrealta per RaiNews24, segnalata nei commenti (grazie), meriti grandissima attenzione. È corredata da una documentazione testuale e fotografica, a questi indirizzi. Per chi non può accedere al video, ecco il testo:]

L’ACCUSA DEL VETERANO
LA TERZA BOMBA NUCLEARE

- Può presentarsi?
Il mio nome è Jim Brown, sono un veterano dell'esercito americano con dieci anni d'esperienza.

- Quando è stato in Iraq?
Sono stato mandato in Arabia Saudita in appoggio alle truppe che dovevano intervenire in Iraq. Ho iniziato la mia attività il 25 settembre e ho lasciato l' Arabia Saudita il 16 di Febbraio 1991.

- Cosa è avvenuto là che non è mai stato rivelato?
I militari americani assieme ai loro alleati hanno sganciato una bomba nucleare di circa cinque chilotoni di potenza, nell'area di Basra in Iraq.

- Dove è stata usata ?
La bomba fu utilizzata tra la città di Basra e il confine con l' Iran.

- Chi l'ha sganciata?
È stata usata dai militari americani, l'arma utilizzata è una bomba nucleare da cinque chilotoni; viene anche chiamata bomba nucleare a potenza variabile.

- Che tipo di arma era ?
L' arma è essenzialmente una bomba a penetrazione ad alta efficienza, quando viene sganciata penetra all'interno dell'obbiettivo, in questo caso è penetrata all'interno del terreno ed è esplosa là dentro. Viene anche utilizzata per rendere inaccessibili certe aree. Significa in pratica che l'intera area viene irradiata di radiazioni. È anche un messaggio molto efficace se volete dire a qualcuno di stare lontano da quel posto. Viene chiamata "Bunker Buster".

La versione del veterano

di Maurizio Torrealta

Secondo l'accusa del veterano Jim Brown , durante la prima guerra del Golfo una piccola bomba nucleare di 5 chilotoni sarebbe stata fatta esplodere tra la città irachena di Basra e il confine con l'Iran. Se cosi fosse stato, si sarebbe trattato della terza bomba nucleare usata durante un conflitto dopo quelle di Hiroshima e Nagasaki.

Una bomba nucleare di 5 Chilotoni è una bomba relativamente piccola, più piccola di quella di Hiroshima che era di 16 Chilotoni, e di quella di Nagasaki che era di 22. Gli effetti della radioattività, però, sono ugualmente terribili.

Siamo venuti a conoscenza della testimonianza di Jim Brown grazie a Willam Thomas, un giornalista canadese che ha molto lavorato con i veterani dell'Esercito americano e ci ha messo in contatto con lui.

JIM BROWN
-Non ha paura di parlare di queste cose?
Bisogna capire cosa è la paura. C'è un punto in cui devi dire: basta, e quando superi quella linea non hai molto compagnia accanto a te, o lo fai o non lo fai, quando ero nei militari ho alzato la mano destra ed ho fatto un giuramento ed ho detto "questo è quello che io difenderò".

Chi è Jim Brown?

Nato nel 1965, entra nell' esercito a 22 anni e diventa ingegnere meccanico nella decima divisione montana di Fort Drum. Partecipa a Desert Storm in Arabia Saudita dal 25 settembre del 1990 al 16 Febbraio 1991, rientra per problemi familiari e comincia ad accusare strani disturbi. Come altri veterani inizia una lunga battaglia perché la sua malattia venga riconosciuta. Si ammala, a suo dire, a causa di un vaccino contro l' antrace che gli è stato iniettato in Arabia Saudita. Nel 1997 viene ripreso ufficialmente per alcuni contrasti e degradato da Ingegnere di Livello 4 ad ingegnere di 3 livello. L'abbassamento di livello non gli permette di svolgere le mansioni delle quali è incaricato e quindi viene congedato, ma con onore. La sua attività nell' organizzazione dei veterani dell'esercito americano lo ha gia portato a essere citato dalla grande stampa, come in questo articolo del 2003 sul New York Times e a essere ascoltato dal Comitato di Consulenza della Presidenza degli Stati Uniti sulle malattie dei Veterani della Guerra del Golfo.

Di ritorno da Desert Storm fonda l'Organizzazione di Veterani Gulf Watch Intelligent Networking Sistem. Jim Brown parla per la prima volta dell'uso di una piccola bomba nucleare sotto pseudonimo nel sito del giornalista canadese Thomas William. Questa è invece la prima intervista televisiva di Jim Brown sull'argomento.

- Perché è stata usata?
La spiegazione migliore che sono stato in grado di verificare fino ad ora è che è stata usata per mandare un messaggio a Sadam che eravamo determinati a finire questa guerra e vincere il conflitto.

Ma quali sono i riscontri al suo racconto? Abbiamo controllato se nella banca dati online del Centro Sismologico Internazionale, nell'area intorno alla citta di Basra in Iraq, era stato registrato un evento sismico della stessa forza di 5 chilotoni, 5 chilotoni corrispondono ad una magnitudo di circa 4,2 nella scala Richter.

Abbiamo trovato che l'unico evento sismico avvenuto durante i 43 giorni di Desert Storm è stato un evento di magnitudo 4,2 scala Richther ed è stato registrato proprio nella zona descritta da Jim Brown tra la città di Basra e il confine con l'Iran.
È catalogato con il numero 342793 ed è avvenuto il 27 di Febbraio del 1991, proprio l'ultimo giorno del conflitto, alle ore 13:39. Il fenomeno è stato registrato da 9 centri sismici, 2 in Iran, 4 in Nepal, uno in Canada, uno in Svezia e uno in Norvegia; questi ultimi due hanno anche misurato l'intensità dell'esplosione di circa Magnitudo 4, 2. La sua profondità viene collocata nel primo livello superficiale che va da 0 a 33 km.

Ulteriori informazioni possono essere fornite dall’analisi delle onde sismiche registrate dalle stazioni nei diversi Paesi, ma data la vastità del lavoro chiediamo agli organismi internazionali che svolgono il monitoraggio antinucleare e ai centri sismici nazionali coinvolti di aiutarci nella raccolta di elementi certi e dirimenti per capire se sia trattato di una esplosione o di un terremoto.

Ma in che contesto storico e politico un'arma come quella di cui ci parla il veterano avrebbe potuto essere utilizzata durante "desert sorm"? rileggiamo la sequenza dei fatti:

il 2 agosto 1990 Saddam Hussei invade il Kuwait
il 16 gennaio 1991 Il Presidente George Bush annuncia al mondo che è inizata "Desert Storm", la più grande opeazione bellica dopo il 1948, 28 paesi intervengono a fianco degli Usa.

Ma come avrebbe reagito il mondo islamico?

Dichiarazione di James Baker
Noi vogliamo creare le basi che ci mettano nella posizione di avere una credibile opzione per l’uso della forza (nucleare) che è molto differente da dire che il Presidente abbia preso la decisione di muoversi in quella direzione, noi vorremo che fosse un segnale molto chiaro, - e lo è, molto chiaro - e indiscutibile che quando il Presidente dice che non vuole escludere la possibilità non l' abbiamo esclusa come opzione ma la riteniamo una credibile opzione.

Se Saddam avesse utilizzato armi chimiche o batteriologiche il Pentagono avrebbe potuto rispondere anche con l'atomica, ma sull'utilizzo del nucleare viene lasciata una voluta ambiguità, tanto che lo stesso Segretario di Stato James Baker conia l'espressione “Dottrina dell'ambiguità calcolata".

JIM BROWN
Il punto centrale è che comunque fosse andata si sarebbe trattato di risultato positivo per gli Stati Uniti: potevano lanciare questa bomba in una delle zone più deserte immediatamente disponibili, nel corso di un conflitto, poteva essere riconosciuta per quello che in realtà era o non poteva neanche essere riconosciuta dal momento che esplodeva in parte sottoterra, poteva essere vista una versione minore del caratteristico fungo atomico, ma se si era abbastanza distanti non si sarebbe capito quello che stava succedendo. Gli effetti potevano essere immediati e a lunga scadenza.

Ma nel 1991 un'altra arma fa il suo debutto sul campo di battaglia: l'uranio impoverito.

- Durante Desert Storm per la prima volta sono stati usati proiettili all'uranio impoverito. Perché?
L'uranio impoverito e l'uranio non impoverito, entrambi mostrano una sorta di firma radioattiva che poteva permettere di confonderli uno con l'altro, di scambiarli l'uno con l'altro, inoltre con l'uranio impoverito gli effetti immediati che vengono provocati sugli individui, sui palazzi, sui veicoli, imitano in qualche modo gli effetti che vengono provocati da una esplosione nucleare più grande come l'essicazione dei corpi, l'immediata distruzione delle strade, la perdita di sangue dagli occhi e dal naso. Le radiazioni rilasciate da piccoli proiettili all'uranio impoverito sono anche esse sempre presenti, ma se questi proiettili vengono usati ripetutamente come ad esempio nelle mitragliatrici dell’aereo A 10, un proiettile dopo l'altro, uno dopo l' altro, provocano un forte impatto di radiazioni, non solo nelle polveri che rilasciano, ma nelle radiazioni liberate dall'esplosione dei proiettili.

-Poteva servire a coprire?
Poteva coprire praticamente tutto quello che avveniva.

Se fosse fondata la denuncia del veterano Jim Brown, quale potrebbe essere stato l'evento che ha convinto l'amministrazione americana ad usare una mini atomica proprio l'ultimo giorno di guerra? Possiamo solo fare un'ipotesi: 2 giorni prima della ipotetica decisione di sganciare una bomba atomica, il 25 febbraio, un missile Scud lanciato dagli iracheni riuscì a colpire la base americana di Dhahran in Arabia Saudita uccidendo 28 militari americani e ferendone 99. Questo provocò un forte reazione americana: nella notte tra il 26 ed il 27 di febbraio fu distrutta una intera colonna di macchine di fuggitivi appena oltre il confine del Kuwait. Potrebbe non essere stata l'unica azione di ritorsione; si tratta di un'ipotesi azzardata ma la politica dell' amministrazione americana nel '91 è stata volutamente ambigua:

- Ci sono dei testimoni?
Ci sono testimoni, io personalmente ho parlato con persone che si trovavano sul posto nel periodo in cui questo è successo, so di altre persone che hanno parlato con altre persone - lo so che sembra strano, ma questo è il modo in cui funziona l'intelligence comunity: si sente una informazione da un individuo, la si verifica con un altro e alla fine si butta fuori l'intero dettaglio e si raccoglie la storia completa. Quando è coinvolto il governo, non esiste un governo al mondo che ammetterà mai di avere fatto nulla di questo genere.

- Come è venuto a saperlo?
L'organizzazione che ho creato si chiama Gulf Watch Intelligence Networking System, noi abbiamo provato per molti anni a raccogliere queste informazioni per farle diventare pubbliche ed impedire che possa succedere questo di nuovo, perché ti posso garantire che se sono riusciti a passarla liscia su questo argomento nel '91, l'hanno passata liscia anche nel 2002 e continueranno a passarla liscia finché gli verrà permesso di fare questo e questo deve finire.

Prima di mandare in onda questa intervista abbiamo informato il Dipartimento della Difesa che un veterano dell'esercito americano ci aveva raccontato che una minibomba nucleare era stata usata durante Desert Storm, ci hanno chiesto delucidazioni sul giorno in cui sarebbe successo e ci hanno inviato il seguente comunicato:

"Durante la guerra del Golfo del 1991 sono state usate solo armi convenzionali, Gli Stati Uniti hanno un certo numero di munizioni che hanno una capacità esplosiva di oltre 5000 pound (duemila tonnellate), non è possibile per noi confermare il preciso incidente al quale vi riferite, ma se una bomba potente fosse stata sganciata in quel luogo è ragionevole supporre che la detonazione sarebbe stata registrata dalle attrezzature di rilevamento sismografico. Di nuovo, sono state utilizzate solo munizioni convenzionali durante la guerra del golfo del 1991".

In un lettera successiva il Dipartimento della Difesa ci ha informato che potrebbe essere stata utilizzata la bomba BLU-82, che ha una capacità esplosiva di circa 7000 tonnellate e ha ribadito che sono state utilizzate solo armi convenzionali. La bomba BLU-82 detta anche madre di tutte le bombe o taglia margherite, facendo esplodere una miscela di ossigeno, idrogeno ed altri elementi nell'aria, e non sottoterra, produce però una magnitudo 3 scala Richter e non 4.2 come appare nei dati sismici

JIM BROWN
Queste bombe venivano usate contemporaneamente con altre testate: l’FI, le bombe a aereosol esplosivo, conosciute anche come MOEB, madre di tutte le bombe.

La differenza principale tra le due è che la MOEB, o la bomba FI, hanno gli stessi effetti di una bomba nucleare, possono anche causare l’effetto di un fungo atomico, ma non c’è inquinamento radiattivo. Mentre il problema con una testata ucleare è che quando esplode non hai solo la detonazione ma rimangono delle fuoriuscite di inquinamento radiattivo. Questa non è una cosa che semplicemente accade e poi passa, è una cosa che succede e resta. Inoltre, c’è una questione generazionale che si pone.

Il racconto di Jim Brown è tanto agghiacciante quanto al momento privo di tutte quelle conferme che possano certificarne la veridicità: la sua tesi che l'uso dell'uranio impoverito abbia potuto coprire l'esplosione di un'atomica resta una pura ipotesi che tuttavia doverosamente registriamo attenendoci ad una sorta di "principio di precauzione": quando un'ipotesi, non palesemente falsa, è di così drammatica rilevanza sociale, parlarne è molto meglio che tacerne aspettando, anche perché molte persone e troppi bambini si sono ammalati dopo “Desert Storm” nella zona intorno a Basra. Siamo riusciti a contattare durante una conferenza ad Instanbul il dott Jawad al Ali, responsabile della divisione oncologica dell' ospedale di Basra, autore di diverse ricerche sulla radioattività nella città.

JAWAD AL ALI
La storia delle radiazioni a Basra è cominciata durante la prima guerra del Golfo nel 1991 quando circa 300 tonnellate di proiettili e bombe all’uranio impoverito sono state sganciate su Basra e questo ha portato alla moltiplicazione del livello delle radiazioni rispetto a quello di fondo che a Bassora era molto basso.

È stato l'attacco più aggressivo, quello del 1991, hanno distrutto completamente le infrastrutture del Paese, hanno distrutto tutti i ponti e non era possibile viaggiare da Basra a Bagdad. Il problema si è ripetuto nel 2003 e questa volta centinaia di tonnellate di uranio impoverito sono state scaricate di nuovo sulla popolazione civile in aree dove abitava solo gente comune e questo ha provocato nuovi problemi, cioè l'aumento dei tumori, l'aumento di malformazioni congenite: come sapete il tempo di decadimento della radioattività dell’uranio è di 4,5 miliardi di anni. Il problema si configura dunque come un tentativo di uccidere la popolazione irachena tramite l'avvelenamento del suolo e delle risorse idriche dell’Iraq per milioni di anni.

- È difficile fare ricerca sulla radioattività a Basra?
Non vogliono che nessuno parli di radiazioni eccetto i portavoce ufficiali e noi non lo siamo, possiamo fare ricerche sulla diffusione del cancro ma non possiamo fare studi sui fattori di rischio, non danno fondi per nessuna di queste ricerche, puoi fare ricerche epidemiologiche o cliniche ma non ricerche su radiazioni o relative a questo settore.

Fare indagini sulle radiazioni in Iraq è difficile non solo in Iraq ma anche in Italia. Sentiamo l'esperienza dell'allora Ministro all'ambiente Gianni Mattioli.

PROF. GIANNI MATTIOLI
È nel gennaio del 2001 che chiede di incontrarmi il Ministro della sanità iracheno Mubarak. Nel corso dell'incontro Mubarak mi presenta gli elementi per una situazione davvero grave per zone che erano state bombardate con proiettili all uranio impoverito, la richiesta da parte del ministro Mubarak è che l'Italia collabori ad una ricerca epidemiologica per mettere in evidenza la dimensione della problematica, la individuazione delle zone ma anche possibilità in qualche modo di innescare una salvaguardia. Io venni a sapere che c'era una precisa obiezione, un vero e proprio divieto da parte dell'Amministrazione atlantica, del Patto Atlantico.

Ma, nonostante i divieti di svolgere ricerche, i dati sugli effetti delle armi utilizzate a Basra con gli anni cominciano drammaticamente ad emergere.

JAWAD AL ALI
Questo grafico mostra l'aumento della mortalità a causa di tumori a Basra, che è aumentato in modo significativo e nel 2001 ha superato il numero di 600 morti all'anno a causa di tumori. Nel 1989 i morti per tumore erano solo 34. Per quanto riguarda le foto, ho collezionato le foto dei casi più strani, come l'istiocitoma fibroso maligno. Sono tumori molto rari e sono strettamente associati alle radiazioni, sono causati dalle radiazioni, così ho documentato con le foto quei tumori.

Ho raccolto foto di bambini che hanno tumori, perché i tumori sembrano avere cambiato i gruppi di età in cui si manifestano, alcuni tumori che prima si manifestavano in pazienti anziani ora si manifestano in pazienti giovanissimi, di soli sei anni: c'è stato uno slittamenteo di tipologie di tumori da fasce di età di pazienti maturi a bambini sotto i dieci anni e questo è rarissimo, così come è rarissimo che si manifesti un tumore all'apparato linfatico di bambini sotto i dieci anni.

Le altre foto sono foto di famiglie, moglie e marito che hanno avuto più di un caso di tumore nella stessa famiglia. Ho studiato circa 31 casi di questo genere con più di un parente affetto da tumore nella stessa famiglia e le famiglie sono aumentate fino a 71, è molto raro che una famiglia abbia due casi di tumore. Perché avviene che tutti e due siano affetti da tumore?

JAWAD AL ALI
Questa mappa mostra la distribuzione di quelle famiglie che hanno almeno due malati di cancro , 21 famiglie si trovano nella area centrale di Basra, 7 nell’area Nord, una in quella Ovest e 2 nella zona sud est.
Questa è la mappa della distribuzione percentuale dei cinque tumori più comuni.

Gli effetti disastrosi della guerra a Basra sono evidenti, tra le cause probabili anche le radiazioni , per il dottor Jawad provocate dall'uranio impoverito. Quello che racconta Brown, e cioè che le armi ad uranio impoverito celassero l'uso di una bomba atomica, lo ripetiamo ancora una volta, non che una sua ipotesi. Quello che è certo, invece, è che nel 1991 le armi all' uranio vengono sdoganate, i proiettili all'uranio impoverito entrano a far parte degli arsenali della NATO di Israele, della Russia, della Cina e di altri paesi, e si affiancano alle bombe nucleari che sono già negli arsenali americani, inglesi, francesi, israeliani, russi, cinesi, indiani e pachistani e di altri paesi, pronte ad essere utilizzate sul campo. Davanti a questa, che è già ora una realtà spaventosa, non chiudiamo gli occhi davanti alle immagini di alcune delle vittime che il dottor Jawadi ha avuto in cura.

JAWAD AL ALI
Questa è Ali Isra, 15 anni, soffriva di leucemia acuta ed è morta a causa della leucemia.

Questa è Wala Habit Mosan, ha 5 anni e ha un tumore alle ovaie, che è molto raro a questa età, è una malattia delle donne di mezza età.

Questa è una donna anziana con un tumore molto grosso ai linfonodi del collo e nella parte alta del torace.

Questo bambino, che ha solo 5 anni, ha un non-Hodgkins, linfoma che è raro sotto i dieci anni, ed è morto il primo giorno di ammissione all'ospedale.

Questo ragazzo ha 14 anni, si chiama Leiv, ha un tumore alle ossa, il tumore si è diffuso al torace ed è morto per questa ragione.

Questa bimba ha 3 anni ha un linfoma non-Hodgkins che è molto raro a questa età, è morta a causa di questo tumore dopo una operazione al torace.

Questa signora ha un tumore alle ossa, alla mascella, era una rifugiata in Iran e poi viveva nella zona attorno a Basra.

Questa giovane, Sheda, ha 12 anni, ha un tumore alle ossa, il tumore si è diffuso le è stato tagliato un braccio, è morta per questi tumori.

Questo ha una testa molto grossa piena di liquido; sono foto simili a quelle di Hiroshima dopo l'esplosione della bomba atomica.

JIM BROWN
- Pensa che l'abbiano usata altre volte?
In Afghanistan nel 2002.

-Può essere più specifico sulle date?
Dal 1° al 3 Marzo.

Invitiamo i nostri colleghi giornalisti di tutto il mondo e le organizzazioni internazionali preposte al monitoraggio dell’attività nucleare nel pianeta a collaborare nella verifica di queste notizie.

Fonte: Rai News24

Originale pubblicato il 7 ottobre 2008

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domenica, ottobre 12, 2008

La mediazione saudita nel processo di pace afghano secondo M. K. Bhadrakumar

Un errore fatale nel processo di pace afghano

di M. K. Bhadrakumar

Alla notizia dei negoziati tra governo afghano e taliban svoltisi con la mediazione dell'Arabia Saudita alla Mecca il 24-27 settembre, l'attenzione si sposta inevitabilmente sugli aspetti nascosti della “guerra al terrore” in Afghanistan: la geopolitica della guerra. Il Primo Ministro canadese Stephen Harper, che ha promesso di ritirare le truppe del suo paese dall'Afghanistan nel 2011, la scorsa settimana si è lasciato sfuggire che alcuni leader occidentali sbagliano a credere che le truppe della NATO possano rimanere laggiù per sempre.

“Una delle cose sulle quali sono in disaccordo con altri leader occidentali è che il nostro piano [NATO] possa comportare una durata indefinita della nostra presenza in Afghanistan”, ha detto Harper durante un dibattito elettorale televisivo a Ottawa. L'importanza della dichiarazione di Harper sta nel cambiamento rispetto alla sua posizione iniziale, quando disse che il Canada non avrebbe lasciato l'Afghanistan finché quest'ultimo non fosse stato in grado di cavarsela da solo.

Harper ha sottolineato l'importanza di una tempistica per la presenza NATO in Afghanistan: “Se dobbiamo pacificare realmente quel paese e vedere la sua evoluzione... non conseguiremo questo obiettivo a meno che non fissiamo una tempistica efficace e lavoriamo in quest'ottica... Se non ce ne andremo, quel compito si realizzerà mai?” Harper ha rivelato di avere esposto questo punto di vista a entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore democratico Barack Obama e il senatore repubblicano John McCain.

Il ruolo saudita nella mediazione dei negoziati tra il governo afghano e i taliban metterà in luce la geopolitica della guerra. È già chiaro dalle notizie contraddittorie sui colloqui alla Mecca.

A Kabul c'è un forte imbarazzo per la possibilità che una prematura fuga di notizie possa contribuire a indebolire l'edificio politico che ospita il Presidente Hamid Karzai. Kabul ha dunque scelto la via più semplice, rifiutandosi di ammettere che alla Mecca durante l'Iftar si fossero svolti dei colloqui.

La CNN ha dato la notizia in un servizio da Londra lunedì, citando fonti autorevoli secondo cui il Re Abdullah dell'Arabia Saudita aveva ospitato colloqui ad alto livello tra il governo afghano e i taliban che “stanno rompendo i contatti con al-Qaeda".

La capziosità del portavoce di Kabul è tipicamente afghana. Può una riunione della natura dell'Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il mese del Ramadan, essere interpretata come “colloqui di pace”? La risposta è “sì” e “no”. Da un lato si è semplicemente trattato di un “ricevimento”, come è stato spiegato dal pittoresco ex ambasciatore taliban in Pakistan ed ex detenuto a Guantanamo, Abdul Salam Zaeef, che ha partecipato al pasto religioso alla Mecca.

Ma dall'altro lato le cose stanno come segue. L'Arabia Saudita è un leader del mondo musulmano sunnita. È stata tra i pochi paesi ad avere riconosciuto il regime taliban in Afghanistan. È stato il re saudita a ospitare al pasto religioso i rappresentati taliban, le autorità del governo afghano e un rappresentante del potente capo mujaheddin Gulbuddin Hekmatyar. L'ex presidente della Corte Suprema afghana Hadi Shinwari era tra i rappresentanti del governo all'Iftar. Anche il capo di stato maggiore dell'esercito afghano, il Generale Bismillah Khan, si trovava guarda caso in Arabia Saudita.

Inoltre, secondo le fonti citate dalla CNN, il pasto alla Mecca era frutto di due anni di “intensi negoziati dietro le quinte” e “il coinvolgimento dell'Arabia Saudita, amica di Stati Uniti ed Europa, è una conseguenza delle perdite sempre più pesanti tra le truppe della coalizione in un inasprito clima di violenza che ha causato anche molte vittime civili”.

I media hanno anche rilevato che dietro la mossa saudita si riconoscono le ombre del controverso ex capo dei servizi segreti sauditi e nipote del re, il principe Turki al-Faisal, che è specializzato in affari afghani avendo diretto i servizi sauditi per 25 anni dal 1977 a poco prima degli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Secondo alcuni, Turki avrebbe perfino negoziato segretamente con il leader taliban Mullah Omar nel 1998 nel vano tentativo di ottenere l'estradizione di Osama bin Laden.

Negli ultimi giorni c'è stata un'ondata di dichiarazioni che sottolineavano l'inutilità della guerra in Afghanistan. Lo stesso Karzai ha invitato il Mullah Omar a candidarsi alle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno.

Il comandante militare britannico in Afghanistan, il brigadier generale Mark Carleton-Smith, ha dichiarato al Sunday Times di Londra che la guerra contro i taliban non può essere vinta. Ha avvertito i britannici di non aspettarsi una “vittoria militare decisiva” ma di prepararsi a un possibile accordo con i taliban. “Non vinceremo questa guerra. Si tratta di ridurla a un livello di insorgenza che non rappresenti una minaccia strategica e possa essere gestito dall'esercito afghano”, ha detto il comandante britannico.

L'alto ufficiale britannico non è noto per l'abitudine di parlare a sproposito. La sua dura valutazione seguiva una fuga di notizie su una fosca dichiarazione attribuita all'ambasciatore britannico a Kabul, sir Sherard Cowper-Coles, secondo cui l'attuale strategia sarebbe “condannata al fallimento”. Come minimo la tempistica di queste affermazioni è altamente significativa. Secondo l'influente giornale saudita Asharq Alawsat, i servizi britannici stanno abilmente assistendo l'impegno mediatore saudita.


Chi segue da molto tempo la guerra civile afghana ricorderà le tortuose peregrinazioni politiche e diplomatiche culminate negli Accordi di Ginevra del 1988 che condussero al ritiro sovietico dall'Afghanistan. I negoziati informali erano già cominciati nel 1982. Vale a dire che le rivendicazioni e le contro-rivendicazioni, le dichiarazioni attribuite a fonti anonime e perfino il silenzio se non un'esplicita falsificazione, tutto questo promette di essere il prezzo del bazar afghano nelle prossime settimane.


Tuttavia, quello che è fuori di dubbio è che i negoziati di pace tra governo afghano e taliban sono finalmente cominciati. Si è pronti ad ammettere che l'eredità della conferenza di Bonn del dicembre 2001 va esorcizzata dallo Stato afghano e archiviata nei libri di storia. Sembra che ci si stia rendendo conto che la pace è indivisibile e i vincitori devono imparare a spartirla con i vinti.

Sono diversi i fattori che hanno contribuito a questa presa di coscienza. Uno, la guerra che dura ormai da sette anni è in una fase di stallo e il tempo gioca a favore dei taliban. Due, gli Stati Uniti sono sempre più concentrati sul piano di salvataggio della loro economia, che lascia a Washington poco tempo e risorse per indulgere nella stravaganza di intraprendere le sue guerre senza fine in terre remote. Tre, gli Stati Uniti stanno faticando a convincere i loro alleati a fornire truppe, e perfino alleati fedeli come la Gran Bretagna sembrano affaticati e a disagio sulla strategia di guerra degli Stati Uniti. Quattro, lo scarso consenso popolare di cui poteva godere il regime fantoccio di Kabul sotto la guida di Karzai è in rapido declino, il che rende l'attuale assetto insostenibile. Quinto, i taliban si sono guadagnati il diritto di residenza sul territorio afghano e nessuna insinuazione sul ruolo ambiguo del Pakistan può nascondere la realtà che la base di consenso dei taliban si sta rapidamente ampliando. Sei, il clima regionale – crescente instabilità in Pakistan, tensioni nelle relazioni Stati Uniti-Russia, ruolo della NATO, la nuova assertività dell'Iran, compreso un possibile futuro sostegno alla resistenza afghana – sta rapidamente peggiorando e per gli Stati Uniti comincia a rendersi necessario ricalibrare gli allineamenti geopolitici prevalenti e mettere al sicuro i vantaggi strategici e politici maturati nel periodo 2001-2008.

Su questo sfondo complesso, Washington avrebbe potuto – e forse dovuto – rivolgersi alle Nazioni Unite o alla comunità internazionale per avviare un processo di pace interno all'Afghanistan. Si è invece rivolta al suo vecchio alleato nell'Hindu Kush, l'Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno fatto di tutto per allevare al-Qaeda e i taliban, negli anni Ottanta e quasi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Al-Qaeda gli si rivoltò contro nei primi anni Novanta, ma il flirt degli Stati Uniti con i taliban è continuato fino all'inizio del primo mandato di George Bush, nel 2000.


È possibile affermare che Washington attualmente non può fare altro che chiedere aiuto ai sauditi. I sauditi conoscono con esattezza l'anatomia dei taliban, le loro interazioni tra muscoli e nervi, i punti più deboli, quelli più sensibili. I sauditi sanno indubbiamente come trattare con i taliban. Adesso possono fare quasi quello di cui è stato capace il Pakistan, che aveva abilità simili, finché non ha cominciato a perdere la presa e la sicurezza logorandosi sempre più. Islamabad tendeva a indugiare nell'ombra e osservare i taliban mentre cominciavano a prendersi sul serio e sembravano non avere più bisogno di mentori.

Washington è anche incerta se affidare ad Islamabad il ruolo centrale in delicate missioni con lo scopo di manovrare diplomaticamente o imbrigliare i talebani. Tutto considerato, mentre il presidente Asif Ali Zardari è una figura prevedibile, affidabile e sempre pronta a stare al gioco degli americani, ci sono fin troppe incognite nella struttura di potere post-Musharraf di Islamabad perché gli Stati Uniti possano essere certi di tenere tutto sotto controllo.

Presumibilmente anche i sauditi avranno le loro trame nell'Hindu Kush, considerato il fattore al-Qaeda e il lavoro che al-Qaeda ha lasciato incompiuto in Medio Oriente, ma in compenso Washington deve affidarsi a un mediatore che i capi taliban e i leader mujaheddin come Hekmatyar e vari altri comandanti ascolteranno. Un fattore decisivo è che ai sauditi non mancano le risorse per finanziare un processo di pace all'interno dell'Afghanistan, e nell'attuale impoverito Afghanistan il denaro è potere.


Al di là di tutte queste considerazioni, dal punto di vista degli Stati Uniti un grande vantaggio del coinvolgimento saudita sarebbe che i tentativi iraniani di stabilire contatti con la resistenza afghana subirebbero uno scacco.
L'Afghanistan tende a essere un campo di battaglia per le grandi potenze. Lo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Russia ha grande significato. Il 10 ottobre a Budapest è previsto un incontro tra i ministri della difesa della NATO, che prevedibilmente si occuperanno dell'inasprimento dei legami tra Russia e NATO. Gli Stati Uniti stanno avanzando la proposta di un “piano di difesa” della NATO contro la Russia.

Un tale piano ispirato alla centralità dell'Articolo 5 della carta NATO sulla sicurezza collettiva per i nuovi paesi membri dell'Europa Centrale e dei Balcani dovrà basarsi sulla percezione di minacce derivanti dalla Russia post sovietica. In altre parole, gli Stati Uniti stanno cercato di spingere la NATO ad adottare una posizione antagonistica nei confronti della Russia su linee guida molto simili a quelle della Guerra Fredda.

Ma qui c'è un intoppo. Diversamente dall'Unione Sovietica, la Russia non sta predicando alcuna perniciosa ideologia “espansionistica” che minacci la sicurezza occidentale. Al contrario, la Russia permette alla NATO di trasportare i rifornimenti per l'Afghanistan attraverso il suo territorio e il suo spazio aereo. Malgrado le tensioni nel Caucaso, Mosca non ha interrotto questa collaborazione che coinvolge soprattutto paesi NATO come la Germania a la Francia che sono piuttosto scettici sulla strategia statunitense di opporre l'alleanza transatlantica alla Russia. Gli Stati Uniti non gradiscono che Mosca possa usare le proprie relazioni con la Germania o la Francia nel contesto della NATO come asso nella manica nei rapporti con Washington.

Paradossalmente Washington accoglierebbe con sollievo la fine della collaborazione tra Russia e NATO sull'Afghanistan. Non c'è infatti altro modo per far sì che la NATO assegni alla Russia il ruolo di avversario. Però la Russia non ci sta. Le autorità russe hanno recentemente accusato Washington di avere convinto Karzai a congelare la cooperazione con la Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva) sul fronte vitale del narcotraffico. Ma invece di reagire la Russia ha cominciato a rafforzare i propri dispositivi nell'ambito della CSTO (e della SCO, il Gruppo di Shanghai) per contrastare il narcotraffico.

La principale sfida per la NATO è che la sua dipendenza da Mosca per il supporto logistico nella guerra afghana non può cessare finché rimarranno incerte le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan. Qui i sauditi possono tornare utili. Il loro coinvolgimento nel processo di pace afghano scoraggerà i taliban dal compromettere seriamente le rotte di rifornimento attraverso il Pakistan.

Dalla prospettiva statunitense, il vantaggio politico immediato del coinvolgimento saudita sarà duplice: nel suo impatto sull'opinione pubblica pakistana e nel contrastare l'influenza iraniana in Afghanistan, attualmente in fase di espansione. Ci si augura che il ruolo saudita mitighi gli eccessi dell'“antiamericanismo” in Pakistan. Gli Stati Uniti possono imparare a convivere con l'“antiamericanismo” dei pakistani, a patto che si mantenga a un livello accettabile e si limiti alla retorica politica. È qui che possono essere utili i sauditi, data la loro rilevante influenza sui partiti islamici del Pakistan, soprattutto il Jammat-i-Islami, che trae un capitale politico dalla retorica antiamericana, e tutta una serie di leader pakistani, sia civili che militari.

Aspetto interessante, la CNN ha citato fonti saudite secondo le quali “la percezione dell'espansionismo iraniano è una della principali preoccupazioni dell'Arabia Saudita” in Afghanistan: è questo che motiva i sauditi a mediare un processo di pace che coinvolga i taliban.

Va ricordato che una delle attrattive del sostegno offerto dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita ai taliban nella prima metà degli anni Novanta era la posizione decisamente anti-sciita del movimento e le infinite possibilità di opporlo all'Iran sullo scacchiere geopolitico.

Nell'agosto del 1998 i taliban uccisero nove diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif, città dell'Afghanistan settentrionale. Il Ministro degli Esteri iraniano disse all'epoca che “le conseguenze dell'azione dei taliban ricadranno sui taliban e sui loro sostenitori”. Il presidente iraniano di allora, Akbar Hashemi Rafsanjani, vide l'incidente come parte di “una cospirazione molto profonda per occupare l'Iran ai suoi confini orientali”.

Visti i flussi e i riflussi del ruolo pakistano-saudita-statunitense nel promuovere i taliban negli anni Novanta, Teheran e Mosca sono destinate ad allarmarsi e a prendere nota delle tendenze attuali. Tuttavia né Teheran né Mosca possono risentirsi per il ruolo saudita in Afghanistan, perché negli ultimi anni si sono impegnate assiduamente a promuovere le relazioni bilaterali con l'Arabia Saudita. Teheran, in particolare, vorrà mantenere l'attuale apparenza di cordialità nei suoi complessi e stratificati rapporti con Riyad e non concedere agli Stati Uniti il vantaggio di trasformare l'Afghanistan in un campo di battaglia sunniti-sciiti (Iran-Arabia Saudita) come il Libano o l'Iraq.

Ma l'Iran e la Russia saranno profondamente preoccupati per i piani strategici degli Stati Uniti. A turbare maggiormente i due paesi sarà il perdurante tentativo statunitense di mantenere il processo di pace afghano in una cerchia ristretta, esclusiva e privilegiata di amici e alleati, che svela la determinazione di Washington a impedire che l'Afghanistan sfugga alla sua tenace presa nel futuro prossimo. Chiaramente prenderanno nota del fatto che la strategia degli Stati Uniti consiste nel far sì che la guerra in Afghanistan sia una “gestione redditizia” in termini di risultati e di costi e non un tagliare la corda quando le cose si mettono male.

Una fonte del Pentagono ha recentemente detto che “i paesi [NATO] che hanno esitato a contribuire con i loro contingenti, fornendo in particolare truppe da combattimento, possono prendere parte alla missione offrendo contributi finanziari”. Ci sono “quelli che combattono e quelli che firmano assegni”, ha aggiunto. Durante l'incontro della NATO di giovedì verranno discusse le questioni della missione in Afghanistan.

A parte i metodi di “gestione redditizia” della guerra che assicurano che non gravi finanziariamente sugli Stati Uniti, ci si può anche aspettare che il nuovo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale David Petraeus, renda la guerra più “efficiente”. Ha seguito una strategia per certi versi simile in Iraq con quella che chiamò una politica di “risveglio” delle tribù sunnite. La variante afghana della strategia, che Petraeus promuoverà nel suo nuovo incarico, probabilmente comprenderà l'arruolamento di mercenari pashtun per ridurre le perdite occidentali e fare sì che la permanenza della NATO in Afghanistan non venga messa in pericolo da un'opinione pubblica avversa in Occidente.

La strategia richiederà che si facciano incursioni nel settore talebano per distruggerne l'unità. Nel gergo militare statunitense in Iraq queste si chiamavano “attività non-cinetiche” e contribuivano a invertire la spirale di violenza per le truppe americane. Tutto questo può creare “nuove speranze” per la guerra della NATO in Afghanistan.

Evidentemente Washington si aspetta che un uomo abile come il principe Turki, agendo con la benedizione del Custode delle Due Sacre Moschee [il re saudita, N.d.T.], riuscirà a creare spaccature all'interno dei taliban e a separarli da al-Qaeda. (Turki è stato anche ambasciatore saudita a Washington). Il compito di Turki conterrà un misto pressoché ottimale di sacro e profano, il che è molto utile per gestire diplomaticamente un movimento come i taliban che attraversa le sfere della religione e della politica.

Il coinvolgimento saudita è una scommessa disperata dell'amministrazione Bush ormai agli sgoccioli. In termini immediati, se Turki farà progressi la violenza taliban contro le truppe occidentali potrebbe diminuire, il che darebbe l'impressione che in Afghanistan le cose si stanno finalmente mettendo bene per gli Stati Uniti.

Ma non durerà a lungo. L'Afghanistan è etnicamente molto più frammentato dell'Iraq. I sauditi con tutti i loro fondi sovrani zeppi di petrodollari non possono colmare le divisioni afghane ormai irrecuperabili. O per lo meno servirà moltissimo tempo per sanare ferite così profonde. Quasi certamente il coinvolgimento saudita verrà accolto con risentimento da vari gruppi afghani che si oppongono visceralmente ai taliban, come gli sciiti hazara. A quanto pare i nodi verranno al pettine nel 2009, che per l'Afghanistan è anno di elezioni.

Petraeus ha fatto rullare i suoi tamburi di guerra e ha dichiarato vittoria in Iraq, ma non è detta l'ultima parola. Gli eventi politici sono raramente ciò che sembrano. L'essenza della questione è che la cooperazione dell'Iran ha reso possibile la “vittoria” di Petraeus in Iraq. Un progetto di pace costruito con l'esclusione dell'Iran e della Russia – per non parlare di un'“islamizzazione” dell'Afghanisfan su linee wahabite – è destinato a fallire.

Fonte: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/JJ08Df03.html

Articolo originale pubblicato l'8 ottobre 2008

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mercoledì, ottobre 08, 2008

Il Congresso USA e il pacchetto di aiuti per la Georgia

Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto di aiuti per la Georgia

di Joshua Kucera

Solo pochi giorni prima del piano di salvataggio di Wall Street, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto di aiuti per la Georgia che potrebbe ammontare a un miliardo di dollari nei prossimi due anni. L'aiuto sarebbe circa 30 volte quello che la Georgia ha ricevuto annualmente dal governo degli Stati Uniti e tre volte la cifra che la Casa Bianca ha proposto di spendere nel Caucaso post-sovietico e nell'Asia Centrale l'anno venturo.

Il presidente George W. Bush ha annunciato il pacchetto di aiuti il 3 settembre, ma alcuni membri del Congresso – che doveva approvare il pacchetto – hanno esitato data l'enormità della somma e la percezione che sarebbe stato come premiare la Georgia per la sventatezza del suo attacco contro l'Ossezia del Sud.

Ma il provvedimento che comprendeva gli aiuti alla Georgia è passato alla Camera dei Rappresentanti il 23 settembre e al Senato quattro giorni dopo. La firma del Presidente Bush è attesa il 1° ottobre. “Sono tutti rimasti sorpresi dall'opposizione che si è manifestata in merito al decreto, ma non è indicativa dell'atteggiamento del Congresso nei confronti della Georgia”, ha detto un funzionario del Congresso che ha chiesto di restare anonimo.
La legge è stata approvata da entrambe le Camere del Congresso con scarse discussioni perché i leader del Congresso l'hanno resa prioritaria, ha detto il funzionario. Il presidente Bush e i due principali candidati alla presidenza si sono pronunciati decisamente a favore del rafforzamento dei legami con la Georgia, e “la leadership del Congresso vuole dimostrare il proprio sostegno alla Georgia, e questo era il modo migliore per farlo”, ha detto la fonte.

Il decreto approvato dal Congresso stanzia 365 milioni di dollari in nuovi finanziamenti per la Georgia per quest'anno. La Casa Bianca ha anche cambiato la destinazione di 200 milioni di dollari dalla Millennium Challenge Corporation e l'Overseas Private Investment Corporation per trasferirli alla Georgia. La legge propone inoltre che ciò che resta del miliardo di dollari venga assegnato il prossimo anno. “Il Congresso appoggia fortemente lo stanziamento complessivo di un miliardo di dollari di aiuti alla Georgia”, come si esprime il decreto. “Il Congresso si impegna a autorizzare i fondi restanti per l'anno fiscale 2009 in una successiva Legge del Congresso”.

Ma questo avrà luogo con un nuovo presidente e un nuovo Congresso e con il Tesoro degli Stati Uniti in difficoltà per la crisi finanziaria. “Resta da vedere cosa succederà con il prossimo Congresso, con la prossima amministrazione”, ha detto un'altra fonte del Congresso.

Il governo georgiano si è rallegrato per gli aiuti, che verranno usati per ricostruire il paese dopo il conflitto di agosto con la Russia. “Siamo grati agli Stati Uniti per il sostegno e le tempestive offerte di assistenza finanziaria fatte dall'Amministrazione e dal Congresso per aiutarci a rispondere alle necessità più pressanti del nostro paese dopo l'invasione russa della Georgia”, afferma una dichiarazione diffusa dall'Ambasciata georgiana a Washington.

La prima fase di assistenza non comprenderà alcun aiuto militare, ma una squadra di valutazione del Comando europeo degli Stati Uniti sta visitando la Georgia per determinare quale tipo di aiuto militare sarebbe appropriato, ha detto Matthew Bryza, vice assistente segretario di stato per gli affari europei ed eurasiatici. Bryza ha testimoniato a un'udienza del 10 settembre della Commissione Helsinki.
Il modo in cui è strutturato l'esercito georgiano potrebbe subire trasformazioni significative. Sotto l'addestramento statunitense l'esercito georgiano ha mirato a diventare un esercito di stampo NATO in grado di operare all'estero: un contingente di 2000 soldati georgiani è stato impiegato in Iraq fino al recente conflitto e altri contingenti più piccoli in Afghanistan e Iraq. Bryza ha suggerito che alla luce del recente conflitto la Georgia potrebbe prendere in considerazione l'ipotesi di formare un esercito di tipo diverso.

"[i membri della squadra di valutazione degli Stati Uniti] devono valutare alcune decisioni impegnative che l'esercito georgiano dovrà prendere a seconda che desideri ancora concentrarsi sulla difesa interna e/o voglia continuare a contribuire ad altre missioni all'estero, mi riferisco alla coalizione in Iraq o in Kosovo o in Afghanistan”, ha dichiarato.

Joshua Kucera è un giornalista freelance; risiede a Washington, D.C.

Fonte: Eurasianet

Originale pubblicato il 30 settembre 2008

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lunedì, ottobre 06, 2008

Passa l'accordo nucleare Stati Uniti-India

Passa l'accordo nucleare Stati Uniti-India

da Mother Jones

Nel bel mezzo della discussione del piano di bailout per Wall Street il Senato si è preso una pausa per votare un provvedimento che, benché passato quasi inosservato, è destinato a pesare sul futuro dei già travagliati impegni per la non-proliferazione nucleare mondiale: con un voto 86-13 il Senato ha approvato il piano dell'amministrazione Bush di avviare le forniture all'India di reattori nucleari civili, combustibile nucleare e altre tecnologie correlate. In cambio l'India aprirà 14 reattori nucleari civili alle ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica; altri 8 siti nucleari resteranno invece chiusi alle ispezioni. Il voto del senato ha seguito l'approvazione del provvedimento da parte della Camera dei Rappresentanti, la scorsa settimana, e la decisione presa lo scorso mese dal Nuclear Suppliers Group (il Gruppo Fornitori Nucleari, un consorzio di 45 nazioni che partecipano al commercio nucleare) di emettere un atto di rinuncia riconoscendo all'India lo status di paese nucleare.

Per quanto riguarda le armi nucleari, l'India è sempre stata considerata un pariada quando fece esplodere una bomba atomica nel 1974. (il Nuclear Suppliers Group è stato creato su impulso degli Stati Uniti dopo il test indiano per impedire al paese di accrescere le proprie capacità nucleari; l'India era allora allineata con l'Unione Sovietica). A oggi l'India non ha ancora firmato il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, e altri test nucleari compiuti nel 1998 hanno accentuato il disprezzo internazionale e indotto l'amministrazione Clinton a imporre sanzioni economiche.
Ma tutto ciò fa ormai parte del passato. Se un tempo gli Stati Uniti vedevano l'India attraverso il prisma della politica della Guerra Fredda, ora considerano il paese un importante contrappeso nel nuovo gioco di potere con la Cina. E il cosiddetto Accordo sul Nucleare Civile tra Stati Uniti e India (noto in ambito commerciale come "Accordo 123") solidifica la nuova collaborazione strategica.

Il provvedimento è passato al Congresso con ampi margini in entrambe le Camere e, date le sue implicazioni per la non-proliferazione, sorprendere sapere che tra i suoi promotori c'è per esempio il senatore Richard Lugar (R-Ind.), uno dei principali fautori della non-proliferazione. Lugar ha dichiarato al New York Times che “la sicurezza nazionale e il futuro economico degli Stati Uniti saranno rafforzati da una solida e duratura cooperazione con l'India”. Gli ha fatto eco John McCain, che il 2 ottobre ha diffuso una dichiarazione congratulandosi con il Congresso per aver passato l'accordo e suggerendo che “permetterà [all'India] di integrarsi ulteriormente nell'impegno globale per il controllo della proliferazione e delle tecnologie pericolose” e consentirà al paese di produrre energia “senza dover ricorrere a combustibili fossili con alte emissioni di gas serra” (l'India attualmente genera solo il 3% della propria energia per mezzo del nucleare, parzialmente a causa dell'efficacia delle restrizioni internazionali imposte al suo commercio nucleare).

Quest'ultimo aspetto però impallidisce al confronto con ciò che l'accordo potrebbe significare per la non-proliferazione. Malgrado McCain e altri (democratici e repubblicani) sostengano che l'accordo porterà l'India sotto il controllo internazionale e la costringerà ad accettare le ispezioni, in realtà secondo i suoi detrattori creerà un'eccezione esonerando un paese dai controlli sulla proliferazione nucleare e costituirà dunque un pessimo precedente per altri aspiranti paesi nucleari come l'Iran, dimostrando cosa c'è da guadagnare dall'ostinazione. Come ha dichiarato al Times il senatore Byron Dorgan, democratico del North Dakota, “Con questo accordo abbiamo detto all'India: 'Potete fare cattivo uso della tecnologia nucleare americana e sviluppare segretamente armi nucleari'. Questo è quello che hanno fatto. 'Potete testare queste armi'. Questo è quello che hanno fatto. E dopo i test, dieci anni dopo, sarà tutto perdonato”.
Oltre a dare la Cina altro a cui pensare, questo accordo è anche un accordo economico. C'è un sacco di denaro da guadagnare fornendo energia all'India, il secondo paese più popoloso del mondo. E Washington non è sola in gara. Il governo francese ha appena annunciato di avere firmato un contratto con l'India per la fornitura di almeno due reattori nucleari civili che saranno costruiti da Areva, una compagnia francese. Anche la Russia è interessata a partecipare alla gara. L'India è in grado di garantire fino a 27 miliardi di dollari in contratti per 18-20 reattori nucleari, e le stime indicano che i contratti potrebbero totalizzare i 175 miliardi di dollari nel prossimi 25 anni: non quanto servirebbe a salvare l'economia americana ma comunque molti soldi. Tra le compagnie statunitensi che si apprestano a trarne profitto ci sono la General Electric, la Westinghouse e la Bechtel.

Le conseguenze dell'accordo nucleare Stati Uniti-India emergeranno lentamente, e forse per questo non è stato dato ampio spazio alla notizia sulla stampa o al Congresso. Subito dopo il voto i senatori sono tornati a discutere il pacchetto di salvataggio dell'industria finanziaria: l'accordo con l'India era stato semplicemente un punto dell'ordine del giorno da spuntare dalla lista. Per un provvedimento così importante per il futuro della proliferazione delle armi nucleari, ha detto Dorgan, “mai un tema di così grande portata e importanza era stato discusso in un lasso così breve di tempo e trattato in modo tanto sbrigativo”.

Fonte: Mother Jones

Originale pubblicato il 2 ottobre 2008

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giovedì, ottobre 02, 2008

Intervista a Brzezinski su Obama e l'eredità di Bush

[Tanto per ripassare quello che pensa il tizio vecchio del tizio nuovo].

Intervista a Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale, sull'eredità di Bush e sul perché appoggi Obama contro McCain.


di Michael Mechanic per Mother Jones

Mother Jones: Quali sono per lei i fallimenti più rilevanti dell'amministrazione Bush?

Zbigniew Brzezinski: Ne emergono due in particolare. Il primo è la guerra totalmente auto-distruttiva in Iraq, che ha enormemente minato la posizione americana nel mondo, e, ancor peggio, l'influenza globale dell'America. Servirà molto tempo per rimediare a queste conseguenze. Il secondo è l'economia, che ha non solo danneggiato la capacità di sussistenza di migliaia di americani ma sta anche danneggiando la fiducia in sé del paese. L'insieme di questi aspetti costituisce un trascorso penoso.

MJ: A quale parte della sua eredità sarà più facile porre rimedio?

ZB: Alla percezione simbolica dell'America, perché se un nuovo presidente personalizzerà un concetto molto diverso dell'America e un senso diverso della missione americana nel mondo rispetto al presidente George W. Bush, questo contribuirà quasi automaticamente a migliorare l'immagine globale dell'America. Ma agli aspetti concreti legati alla guerra e all'economia non sarà facile porre rimedio.

MJ: C'è qualcosa di irreparabile?

ZB: È davvero difficile dirlo. È certamente possibile per l'America ridefinire il suo ruolo nel mondo, soprattutto se nel breve periodo l'America sarà capace di gestire efficacemente il dilemma mediorientale.

MJ: E per quanto riguarda la guerra al terrore interna? Come ce ne tiriamo fuori?

ZB: Diventando più razionali. Stiamo conducendo una guerra contro il terrorismo, ma abbiamo avuto la fortuna che non sia stato commesso alcun atto di terrorismo contro gli Stati Uniti dall'11 settembre. È in parte fortuna, in parte conseguenza del semi-isolamento dell'America e in parte il risultato, forse, di un buon lavoro di spionaggio e controspionaggio. Ma ben poco è dovuto alle conseguenze dell'auto-generatosi clima di terrore in questo paese, che ha prodotto reazioni ridicole, molte delle quali non sono certo servite a scoraggiare o prevenire il terrorismo. A Washington, DC, non puoi nemmeno entrare in un edificio finanziario senza che delle persone supponenti in uniforme e con mansioni di sicurezza controllino occasionalmente la tua identità e ti chiedano lo scopo della visita in un modo – e spesso con toni – che indicano un atteggiamento piuttosto flemmatico verso le loro responsabilità. E se rispondi che sei nell'edificio con lo scopo di farlo esplodere c'è il caso che ti dicano: “La suite 908 è al nono piano, gli ascensori sono sulla destra”. Siamo in una situazione in cui un qualche oscuro studio legale è protetto, ma i grandi magazzini, le sale da concerto, il Kennedy Center, le mense e i ristoranti non lo sono. Qual’è la logica?

MJ: Cosa dovrebbe fare come prima cosa il prossimo presidente per rimediare al danno dell'amministrazione Bush?

ZB: Ovviamente bisogna lavorare energicamente per porre fine alla guerra in Iraq; avviare negoziati con l'Iran su un piano ragionevole, con un senso di fiducia e apprezzamento per il fatto che la deterrenza ha funzionato in passato e non c'è ragione di ritenere che non possa funzionare con l'Iran; e infine, ma non ultimo per importanza, impegnare l'America in maniera più attiva nello sforzo di pacificazione tra gli israeliani e i palestinesi.

MJ: Cosa pensa dell'idea secondo cui dialogare con l'Iran legittimerebbe Ahmadinejad?

ZB: È un'assurdità che viene ripetuta scioccamente. Eravamo legittimati a parlare con Stalin? Con Mao? La legittimità di una leadership dipende da quello che un Paese pensa dei suoi leader. Quando allentiamo la presa notiamo che un numero sempre maggiore di iraniani tende a essere critico nei confronti di Ahmadinejad. Più siamo invasivi e più li mettiamo sotto pressione, più il nazionalismo in Iran si unisce al fondamentalismo.

MJ: In quali altri modi la posizione di Bush è sbagliata?

ZB: Abbiamo adottato una politica di sanzioni, abusi e minacce chiedendo che, per negoziare con noi, l'Iran cedesse sulla principale questione in gioco, cioè il suo diritto ad arricchire l'uranio. Questa è una posizione seria o una proscrizione?

MJ: Pensa che l'Iran arriverà alle armi nucleari?

ZB: Quasi certamente, se continueremo con la condotta attuale. L'alternativa, dunque, è una guerra più estesa nel Golfo Persico con conseguenze calamitose per gli Stati Uniti, nella regione e nel mondo.

MJ: In quali circostanze l'Iran potrebbe voler rinunciare alle armi nucleari?

ZB: Solo se si sentisse sicuro e ne ricevesse in cambio vantaggi – importanti vantaggi – economici.

MJ: Se dialoghiamo con l'Iran e questo dialogo non funziona, qual è il prossimo passo?

ZB: Se non funziona, ma nel frattempo contribuisce a ridurre le tensioni, e tuttavia l'Iran continua a voler perseguire il nucleare a fini militari, possiamo ricorrere alla deterrenza nucleare come abbiamo fatto con la Cina e l'Unione Sovietica. E anche con la Corea del Nord, il Pakistan e l'India.

MJ: Lo scorso ottobre abbiamo parlato con lei dell'Iraq. La sua idea in merito è cambiata da allora?

ZB: Le persone che hanno perpetrato questa calamità dicono che non possiamo andarcene finché le cose vanno male. E se le cose vanno meglio, per esempio grazie al surge, dicono che non possiamo andarcene proprio adesso che vanno meglio.

MJ: All'epoca era gravemente preoccupato che questa amministrazione potesse tentare di trascinarci in un conflitto con l'Iran prima delle elezioni. La pensa ancora così?

ZB: Penso che esista il rischio che l'amministrazione possa tentare di surriscaldare il clima così si crei un senso di emergenza, di crisi e perfino di paura nel paese. Perché secondo alcuni questo darebbe un vantaggio a McCain.

MJ: Come pensa che potrebbero essere influenzate le percezioni globali dell'America dal fatto di avere un presidente nero?

ZB: Penso che dimostrerebbe che quando parliamo di un'America globale veramente pluralista, tollerante e multietnica non si tratta solo di retorica e propaganda.

MJ: Che accordo ha con Obama?

ZB: Nessun accordo. Sono un suo sostenitore. Lo scorso settembre, prima di presentare un suo importante discorso sull'Iraq davanti al pubblico dello Iowa, gli ho detto che non volevo essere citato come consigliere o come parte della sua squadra perché sono attivamente impegnato in discussioni pubbliche sulla politica estera americana e non voglio dover cominciare a pensare quello che devo o non devo dire perché potrebbe influenzare in un modo o nell'altro la sua campagna.

MJ: Questo la rende troppo controverso per un ruolo nella sua amministrazione?

ZB
: Il fatto che abbia avuto dei ruoli in amministrazioni precedenti probabilmente esclude quella possibilità. Un nuovo presidente vuole accanto a sé gente nuova.

MJ
: Ma lo prenderebbe in considerazione?

ZB
: Inutile prendere in considerazione ciò che è altamente irrealistico.

MJ
: Passiamo ad altro, allora. Il prossimo presidente cosa può imparare dagli anni di Bush su quello che deve o non deve fare un leader?

ZB: La lezione principale è che non si deve fare demagogia con gli americani, perché ti si ritorce contro. In secondo luogo, si deve informare ed educare il popolo americano se si vuole ottenere il suo stabile sostegno nella politica estera, e bisogna stare molto attenti a non ingannarlo perché significa poi perdere il suo appoggio. E in terzo luogo bisogna essere preparati a ridefinire il ruolo dell'America, perché l'idea che sia abbastanza potente da dettare legge al mondo è stata screditata negli ultimi otto anni.

MJ: Può farlo, Obama?

ZB: Ha migliori probabilità di qualunque altro candidato. Pensa che Nader ne abbia di migliori?

MJ
: Lei ha consigliato McCain in passato. Perché appoggia Obama?

ZB
: Perché sento in lui un'istintiva e cerebrale comprensione di cosa sia il mondo oggi, e di come l'America debba ridefinirsi in rapporto a questo mondo così da essere una forza autenticamente costruttiva e da riuscire ad ispirarlo. Può suonare molto ambizioso, ma penso che la scelta sia tra questo o un maggiore isolamento, una sorta di gated community, una comunità recintata globale, mentre il mondo scivola verso condizioni sempre più caotiche.

MJ: Suona in effetti molto ambizioso e anche molto difficile, perché il nuovo presidente dovrà vedersela con il Pentagono.

ZB: Sarà incredibilmente difficile. Richiederà grande sapienza politica e soprattutto la capacità di educare e mobilitare il popolo americano.

MJ
: A proposito di sapienza politica, come valuterebbe la diplomazia nell'era di Bush?

ZB
: Praticamente inesistente. Voglio dire, guardi il totale fallimento degli sforzi per promuovere la pace tra Israele e i palestinesi.

MJ
: E per quanto riguarda le condizioni del nostro esercito all'estero? Abbiamo una grande presenza all'estero: quasi 800 basi in giro per il mondo. Siamo l'unico Paese a farlo. Crede che sia necessario o saggio?

ZB
: Potrebbe essere utile per il prossimo presidente passare in rassegna le dimensioni e l'efficacia dei nostri sforzi difensivi. C'è un che di preoccupante in una situazione in cui un solo Paese, che ha circa il 5% della popolazione mondiale, è responsabile di più del 50% della spesa militare mondiale. C'è qualcosa di bizzarro, in questo. Forse ha a che fare con il ruolo che dobbiamo svolgere nel mondo, il fatto che dobbiamo avere una spesa militare molto ma molto grande. Però bisogna semplicemente chiedersi se è davvero necessario che sia così. Mi ha stupito la frequenza e la pervasività di pubblicità pomposamente patriottiche per l'industria della difesa, solitamente accompagnate da deferenti saluti agli uomini e alle donne che stanno sacrificando le loro vite per difenderci. Siamo attualmente la potenza più orientata militarmente. Ma abbiamo davvero bisogno di tutto questo per la nostra sicurezza?

MJ
: Per quanto riguarda l'Iraq, abbiamo costruito molte di quelle che possono solo essere definite basi permanenti…

ZB
: Basi permanenti possono diventare impermanenti.

MJ
: Pensa che il piano sia questo?

ZB
: Non è il piano, ma il fatto che costruiamo qualcosa non significa che debba esistere per sempre. Penso che se vinceranno i democratici non dovremo mantenere basi permanenti in Iraq nei modi e nelle dimensioni che Bush sta forse ora progettando. Se firma degli accordi con Maliki lei pensa che il Congresso democratico li avallerà?

MJ
: Vedremo.

ZB
: Io penso che lo sappiamo.

MJ: Un'ultima domanda sulle nostre basi. Cosa pensa che potrebbe succedere se dovessimo cominciare a eliminare la nostra presenza militare?

ZB
: Non eliminerei la nostra presenza militare. Ci sono molti luoghi nel mondo in cui è nel nostro interesse essere presenti e dove siamo i benvenuti. Il problema è: abbiamo bisogno di essere presenti ovunque nelle proporzioni attuali, abbiamo bisogno di spendere nella difesa quello che stiamo spendendo? Soprattutto se guardiamo ad altri aspetti della società americana: la decadenza delle infrastrutture, il sistema ferroviario sempre più obsoleto, i servizi aerei sovraccarichi, e così via. E se aggiungiamo a questo le potenziali conseguenze della malaccorta politica nei confronti dell'Iran, di qui a non molto penseremo ai 4 dollari per gallone di benzina come a un affare. Perché ne staremo pagando 10.

Michael Mechanic è redattore capo a Mother Jones.

Fonte: Mother Jones

Originale pubblicato il 4 settembre 2008

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martedì, settembre 30, 2008

L'India e il mondo di domani

[Non solo sull'India e non solo per feticisti della diplomazia indiana].

L'India e il mondo di domani

di M. K. Bhadrakumar

Come lo spettro di Banquo alla tavola di Macbeth nel dramma di Shakespeare, ci sarà un ospite invisibile anche nello Studio Ovale della Casa Bianca, venerdì prossimo, quando il Presidente George W. Bush riceverà il Primo Ministro indiano Manmohan Singh. Sarà lo spettro del periodo post-Guerra Fredda, morto a diciassette anni per cause innaturali e inutilmente. Bush riesce a vederlo, quel fantasma, e sa che è una metafora dell'usurpazione, ma il dottor Singh, come i nobili ospiti di Macbeth, probabilmente no.

Il periodo seguito alla fine della Guerra Fredda è giunto a morte prematura la notte tra il 7 e l'8 agosto. Il conflitto transcaucasico ha avuto un impatto sulle relazioni della Russia con gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la NATO, per non parlare della leadership transatlantica degli Stati Uniti, del futuro della NATO e delle relazioni tra NATO e Unione Europea.

Ma soprattutto la Russia si è trasformata. Tutto ciò ci costringe a rivisitare le ipotesi e le previsioni dalle quali decollò la nuova politica estera indiana, all'inizio degli anni Novanta. Poteva Delhi prevedere – come Washington, le capitali europee o Pechino – che la rinascita russa era inevitabile, che era solo questione di tempo perché la Russia risorgesse dalle ceneri sovietiche? La nostra comunità strategica, che ha abbandonato l'osservazione della Russia nel 1991 a favore dei più verdi pascoli dell'euroatlantismo, sembra ancora attribuire la rinascita russa alle fortune dei petrodollari. Sembra inconsapevole del fatto che i primi segni di quella rinascita erano già visibili nella seconda metà degli anni Novanta, quando Boris El'cin introdusse nella gerarchia cremliniana Evgenij Primakov e Mosca si volse a Pechino. La Cina e l'Occidente almeno se ne accorsero. Tutto questo avveniva molto tempo fa, quando un barile di petrolio stava ancora sotto i 20 dollari.

Perché la nostra comunità di analisti strategici ha volontariamente sospeso l'incredulità a proposito della permanenza del caos della Russia post-sovietica? Dopo tutto pochissimi paesi hanno saputo come l'India riconoscere il genio russo e la sua infinita capacità di rigenerarsi. Ma i protagonisti della nostra politica si sono avidamente bevuti la versione trionfalistica degli Stati Uniti sulla morte del comunismo e la fine della storia. Sono giunti tristemente a usare il disordine della Russia come convincente giustificazione per le cosiddette “correzioni di rotta” della politica estera, che finirono per trasformarsi in quello straordinario “partenariato strategico” che abbiamo oggi con gli Stati Uniti.

Resta il fatto che siamo scivolati, come inebriati, verso la coabitazione nel modello egemonico degli Stati Uniti post-Guerra Fredda, il cui scopo principale era quello di mantenere una struttura di potere per il Nuovo Secolo Americano assorbendo alcune potenze emergenti.

È questo modello la Russia ha messo sottosopra il 7-8 agosto. Naturalmente il cambiamento era nell'aria da molto tempo, e quando è giunto – per prendere a prestito le parole di W.B. Yeats – una “terribile bellezza” è nata nell'ordine mondiale. Ma quali sono i fatti concreti? In primo luogo, è ovvio che la Russia ha tracciato una linea rossa davanti all'ulteriore espansione della NATO verso il Transcaucaso, punto vulnerabile della Russia e via d'accesso all'Asia Centrale e al Medio Oriente. In secondo luogo, la Russia non si è scomposta quando le navi da guerra della NATO e degli Stati Uniti sono entrate nel Mar Nero per una prova di forza davanti alla base navale di Sebastopoli. In terzo luogo, la Russia ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia ignorando le proteste degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e della NATO. Sta inoltre per creare basi militari nei due paesi per contrastare le basi degli Stati Uniti nel Mar Nero sulle coste orientali della Romania.

Ma ci sono anche realtà più vaste. Primo, la Russia fatto capire di essere decisa ad affermare i propri legittimi interessi. Secondo, non accetterà più quella sorta di fatto compiuto che si è vista presentare dall'Occidente nei Balcani negli anni Novanta o in Kosovo lo scorso febbraio. Insiste invece nel voler essere attivamente protagonista nella sua regione e nel mondo. Terzo, gli Stati Uniti devono abituarsi a negoziare con la Russia da pari a pari e con reciproco vantaggio. Quarto, la Russia praticamente non ha vulnerabilità economiche che l'Occidente possa manipolare. Né è particolarmente in debito con l'Occidente. Sarebbe comico se l'Occidente si mettesse a sventolare la carta del G8 o dell'ingresso nella WTO per spaventare la Russia.

Quinto, la Russia post-sovietica non è intralciata da futili bagagli ideologici, né rischia l'isolamento per aver respinto il mondo “unipolare”. Promuovendo il multilateralismo e un ordine democratico mondiale riecheggia lo spirito dei nostri tempi e l'opinione mondiale prevalente. Sesto, la Russia è tuttora convinta della validità di una politica estera non orientata allo scontro e “multivettoriale” per il perseguimento ottimale dei propri interessi nazionali in quanto potenza eurasiatica.

Dunque, come ha scritto sul quotidiano China Daily uno studioso cinese di spicco, Fu Mengzi, Vice Presidente dell'Istituto Cinese per le Relazioni Internazionali Contemporanee, “il fatto che la Russia abbia tenuto testa all'Occidente su questa vicenda significa che si è finalmente conclusa l'epoca in cui la Russia doveva permettere alle potenze occidentali di fare tutto ciò che volevano. Come grande potenza risorgente, la Russia ha scoperto la propria profonda energia... e la volontà di essere la pote