Thursday, July 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Tuesday, July 08, 2008

Mr Sikorski va a Washington

Dziennik riferisce che il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski oggi [il 7 luglio, N.d.T.] incontrerà Condoleezza Rice a Washington per parlare di difesa anti-missile e di “allargamento della NATO”. Il quotidiano aggiunge poi che Sikorski parlerà al telefono con i candidati alla presidenza John McCain e Barack Obama. In seguito Condi andrà subito a Praga sperando di chiudere l'accordo con i cechi, passando per Sofia e Tbilisi in un viaggio che comincerà questa settimana. Venerdì scorso il primo ministro polacco Tusk, in un colloquio con il vice presidente Cheney, ha respinto l'ultima offerta degli Stati Uniti che prevedeva un ulteriore sostegno militare e finanziario alla Polonia se avesse accettato di ospitare lo scudo di difesa anti-missile sul proprio territorio.

A Varsavia il presidente Kaczyński e il primo ministro Tusk sono in totale disaccordo su come uscire dallo stallo. Secondo l'articolo pubblicato da Dziennik, una fonte vicina all'ufficio del primo ministro ha detto “L'atmosfera era tesa. Da una parte c'era il presidente con i suoi, e dall'altra c'erano il primo ministro e i suoi subordinati. 'Signor presidente, dovrebbe avere maggiore fiducia nel ministro degli esteri', è stato detto dopo le critiche di Kaczyński a Sikorski. 'Non è il mio ministro degli esteri', ha risposto il presidente”.

Secondo l'analista e consulente dei repubblicani Edward Lutwak, "respingendo l'offerta degli Stati Uniti il governo della Repubblica di Polonia si è giocato un partner prezioso che l'avrebbe protetta dalla Russia. È un errore elementare”.

Queste parole convinceranno certamente i russi che lo scudo è diretto contro di loro, un errore ancor più elementare.

***

Sono deluso dal modo con cui AFP riferisce la notizia sullo scudo anti-missile e dalla sua interpretazione delle cifre dei sondaggi:

L'opposizione polacca alla proposta di installare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nell'ex-paese comunista si sta indebolendo, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati sabato. Alla fine di febbraio un sondaggio suggeriva che il 52% dei polacchi era contrario al piano, mentre questa nuova indagine – poco più di tre mesi dopo – ha rilevato che è contrario solo il 46%. Il progetto, che prevede il dispiegamento di 10 missili intercettori e di un radar nella vicina Repubblica Ceca, vede favorevole il 42% degli intervistati, in base al sondaggio pubblicato dalla Gazeta Wyborcza. A febbraio solo il 33% si era dichiarato favorevole .

... Anche se le Russia all'inizio si era opposta decisamente all'installazione di uno scudo anti-missile alle proprie porte, il Cremlino negli ultimi mesi ha ammorbidito la propria linea e sembra ora concentrarsi sull'ottenimento di garanzie in termini di sicurezza.


Ma ecco cosa riferisce il quotidiano Dziennik:

Il 46% dei polacchi non vuole lo scudo anti-missile statunitense. La maggioranza di noi teme che gli americani non modernizzeranno il nostro esercito e che l'installazione peggiorerà le relazioni con la Russia. Quasi tre-quarti degli intervistati da PBS ritengono che [la Polonia] dovrebbe dare la priorità ai contatti con l'Unione Europea piuttosto che con gli Stati Uniti. Il 42% dei polacchi è favorevole allo scudo e il 42% [sic] è contrario. Il 68% non crede che gli Stati Uniti equipaggerà il nostro esercito. Il sondaggio rivela che secondo i polacchi lo scudo peggiorerebbe la nostra posizione nel mondo. I polacchi, inoltre, temono più un peggioramento delle relazioni con la Russia a causa dell'installazione dello scudo anti-missile che l'eventualità di diventare il bersaglio di un attacco terroristico. Inoltre solo il 16% dei polacchi ritiene che dovremmo considerare prioritari i contatti con gli Stati Uniti. Più importanti dovrebbero essere i buoni rapporti con l'Unione Europea e con la Russia.

A quanto pare il quotidiano Dziennik ha fatto un errore tipografico scrivendo nel primo paragrafo che il 46% dei polacchi è contrario, per poi scrivere 42% nel secondo paragrafo. Ma questo è più scusabile della sciatteria con cui AFP ha dato la notizia.

Innanzitutto, AFP descrive la Polonia come un ex-paese comunista. Darebbe una notizia sul Sud Africa menzionando il suo status di ex-colonia? In secondo luogo, scrive che solo il 46% è contrario allo scudo anti-missile. Semmai l'opinione pubblica è spaccata quasi a metà sulla questione. In terzo luogo, afferma che secondo questo ultimo sondaggio PBS l'opinione pubblica a favore dello scudo è migliorata rispetto allo scorso febbraio. Trascura poi di dire che un sondaggio CBOS di giugno indica che l'opinione pubblica contraria allo scudo è al 60%. Infine, non voglio neanche commentare l'idea che la Russia stia ammorbidendo la propria linea sullo scudo anti-missile in Polonia. Questa mi ha lasciato senza parole.

Ma immagino che il diavolo stia nei dettagli, e che il 60% delle statistiche venga fabbricato sul momento, il 35% delle volte.

Fonte: http://leopolis.blogspot.com




Post originale pubblicato il 7 luglio 2008

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Friday, July 04, 2008

Sicurezza globale e propaganda, di Dmitrij Rogozin

Sicurezza globale e propaganda

di Dmitrij Rogozin

Con la disfatta del comunismo, le ragioni di uno scontro tra Occidente e Russia sono scomparse. La Russia ha intrapreso la strada della democrazia europea.

La cooperazione tra Russia e NATO ha avuto risultati positivi in molti settori. Questo vale per l'accordo sul transito in territorio russo di merci non militari dell'International Security Assistance Force in Afghanistan. Stiamo anche facendo progressi nella pianificazione della gestione delle emergenze civili e i nostri scienziati collaborano sui sistemi di lotta contro il terrorismo.

Questi successi, tuttavia, sono ampiamente messi in ombra dalle contraddizioni su un'altra questione: l'allargamento della NATO e l'ingresso di Ucraina e Georgia nell'alleanza. Come rappresentante ufficiale della Russia alla NATO devo occuparmi degli argomenti offerti dai rappresentanti della NATO e ancora fermi di fatto all'ammuffita propaganda della Guerra Fredda. Questi dogmi minacciano sia il progresso delle relazioni tra Russia e NATO sia le prospettive per la sicurezza globale e perfino il processo di rafforzamento della democrazia in Russia.

Dogma numero 1: la NATO è un'unione di stati democratici e gli stati democratici non combattono le altre democrazie.

Ciò è completamente privo di senso. La NATO non è un'unione di democrazie; è un'unione di forze militari. Quando il segretario generale della NATO critica le elezioni parlamentari del mio paese, travalica le proprie mansioni. Mettendo insieme il suo giudizio sulla democrazia russa e la tesi che la NATO non combatte le altre democrazia – e dunque combatte le non-democrazie – le sue parole potrebbero essere interpretate come una minaccia alla Russia.

Il secondo dogma, “la Russia e la NATO non sono nemici ma partner” suona incoerente.

Il documento finale del summit NATO tenutosi a Bucarest in aprile promette che l'Ucraina e la Georgia diventeranno membri della NATO. È un ovvio affronto a qualsiasi visione di cooperazione o di democrazia.

Né la Georgia né l'Ucraina godono del pieno consenso interno sull'ingresso nella NATO. In Georgia, gli abitanti dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale non hanno partecipato al referendum per l'ingresso nell'alleanza. Per quanto riguarda l'Ucraina, solo un quinto della sua popolazione, concentrata prevalentemente nelle province occidentali, è favorevole all'adesione. Ciononostante, l'“alleanza delle democrazie” sta cercando di trascinare il resto del paese nelle sue caserme, tracciando nuove linee di divisione non solo all'interno dell'Europa ma tra nazioni che hanno più di mille anni di storia in comune.

Dogma numero 3: i paesi che sono entrati nella NATO hanno migliorato le loro relazioni con la Russia.

È vero l'opposto. Una volta ottenuta l'ammissione, i neofiti della NATO spingono per globalizzare le loro relazioni con la Russia. Quando la Polonia è entrata nelle strutture europee ha trascinato i suoi nuovi alleati nella “guerra della carne” con la Russia. Questa manovra scandalosa è fallita e non ha avuto alcun impatto sulle relazioni Russia-Unione Europea, ma ha di fatto attirato molta attenzione.

L'Estonia, contando ovviamente sulla protezione degli alleati NATO, ha profanato una tomba comune nella quale erano sepolti i resti di soldati morti per liberare Tallin dai nazisti e ha smantellato un monumento dedicato ai soldati che hanno combattuto il fascismo. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte dei paesi occidentali ha rattristato perfino i politici russi più filo-occidentali.

Il dogma numero 4 suona anch'esso come propaganda: la NATO persegue una “politica della porta aperta”.

La Russia però non può entrare per quella porta, diversamente – per esempio – dall'Albania o dalla Croazia. Ciò significa che l'allargamento della NATO diminuisce il peso politico delle vecchie democrazie europee a favore degli Stati Uniti e pregiudicando un ambiente di sicurezza europeo in grado di affrontare minacce concrete.

Sulla questione dei piani americani di impiego di elementi di difesa anti-missile in Polonia e in Repubblica Ceca: veniamo costantemente rassicurati sul fatto che “la Russia non è un nostro nemico” e che "lo scudo anti-missile è un ombrello che ci proteggerà contro i cattivi iraniani che minacciano i buoni, cioè America e Israele”

Di fatto, niente unisce e compromette l'opposizione meglio di un nemico esterno. Da persona che ha vissuto una buona parte della sua vita sotto il regime sovietico, permettete di dirvi che se non ci fosse stata la Guerra Fredda la democratizzazione dell'URSS sarebbe cominciata decenni prima.

In secondo luogo, i piani per intercettare i missili iraniani sopra la Repubblica Ceca e la Polonia sono assurdi. Anche supponendo che l'Iran sia in grado di fabbricare quei missili, non sarebbe più logico dispiegare sistemi di difesa in Turchia, Bulgaria o Iraq? Eppure Washington continua insistentemente a ripetere le proprie ragioni, il che ci porta a credere che non ci dicano tutta la verità.

Poi ci sono i riferimenti al famoso discorso di Monaco del Presidente Vladimir Putin e al fatto che la Russia starebbe diventando più aggressiva.

Cos'è, Putin ha rivelato qualche oscuro segreto? Il segreto che la NATO si sta allargando, sta aprendo nuove basi militari e tracciando nuove linee di divisione in Europa? È un segreto che la NATO ha sfidato le Nazioni Unite e ignorato il diritto internazionale?

È solo che Putin ha detto queste cose apertamente e schiettamente, come si addice a un capo di stato che incontra i colleghi stranieri, sollecitandoli a condividere le sue preoccupazioni.

Facciamo anche fatica a capire cosa induce gli Stati Uniti a dividere la Serbia e a creare uno stato criminale sotto il controllo di fatto di una mafia di narcotrafficanti. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per il Kosovo passa fino al 75% dell'eroina consumata in Europa.

Dov'è dunque la presunta aggressività russa? Nel cercare di convincere i propri interlocutori a non commettere errori fatali? Nell'affermare apertamente che il concetto di “deterrenza della Russia” è privo di senso, e che l'allargamento della NATO non risolve i problemi della sicurezza europea ma al contrario crea un'illusione di sicurezza, rendendo l'Europa vulnerabile a nuove minacce come il terrorimo, l'estremismo religioso e l'immigrazione illegale?

Le nuove minacce rendono necessaria una nuova visione della collaborazione tra Russia e NATO, che il presidente Dmitrij Medvedev ha definito come “unione dell'intero spazio euro-atlantico, da Vancouver a Vladivostok”.

Le relazioni della Russia con la NATO costituiscono la base della sicurezza globale. Oggi questo è l'unico prerequisito per lo sviluppo delle nostre relazioni. La Russia e l'Europa hanno un passato, dei valori e una cultura in comune. Avremo in comune anche il futuro, se sarà ispirato alla fiducia e alla vera cooperazione.

Per quanto riguarda gli scheletri della propaganda, meglio riporli nell'armadio della Guerra Fredda.

Dmitrij Rogozin è l'ambasciatore russo alla NATO.

Originale da: http://www.iht.com/bin/printfriendly.php?id=14130220

Articolo originale pubblicato il 1° luglio 2008

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Tuesday, July 01, 2008

L'esperienza ebraica contemporanea

L'esperienza ebraica contemporanea

di Gilad ATZMON جيلاد أتزمو

Per più di mezzo secolo coloro che hanno cercato di contrapporsi alle forze che sottendono il paradigma israeliano hanno identificato la politica e la pratica israeliane con il sionismo e con l'ideologia sionista. Temo di dover dire che si sono completamente sbagliate. Certo, il progetto sionista impone di depredare la Palestina nel nome delle aspirazioni nazionali ebraiche. Ed è anche corretto affermare che Israele è stato alquanto efficiente nel tradurre la filosofia sionista in una devastante pratica repressiva e omicida. Tuttavia gli israeliani, o più precisamente la grande maggioranza degli ebrei laici nati in Israele, non sono motivati né invigoriti dall'ideologia sionista. Il suo spirito o i suoi simboli sono per loro praticamente privi di significato. Per quanto strano possa sembrare, per la maggior parte degli ebrei laici nati in Israele il sionismo è una nozione straniera o semplicemente arcaica.

Dato che la grande maggioranza di israeliani è confusa dalla nozione di sionismo, buona parte delle cosiddette critiche anti-sioniste hanno avuto scarso effetto su Israele, sulla politica israeliana e sul popolo israeliano. In altre parole, negli ultimi sessant'anni coloro che hanno usato il paradigma del sionismo e il suo opposto non hanno fatto altro che predicare ai convertiti.

Va ora rivisto completamente il complesso amalgama composto da Israele, sionismo ed ebraismo.

Viaggio interiore
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai (12) e Yann (7) partono per Israele. Mia moglie la chiama visita di famiglia, insiste che i bambini devono vedere i loro parenti stretti e che le mie idee su Israele, identità ebraica e sionismo globale non devono mettersi in mezzo o interferire con gli affari di famiglia. Per ovvi motivi, io non vado mai in Israele. Ho deciso dieci anni fa che, a meno che Israele non diventi lo stato di tutti i suoi cittadini, io lì non ho niente da fare.

Nei nostri primi anni a Londra come genitori Tali e io abbiamo avuto un po' di discussioni sulla sua scelta di Israele come meta pasquale. All'inizio la disapprovai. Insistevo sul fatto che trascinare dei bambini innocenti nell'apartheid dello “Stato per soli ebrei” avrebbe contribuito ben poco alla loro futura serenità, e che avrebbe anzi potuto distorcere il loro senso etico. In quegli anni da genitori alle prime armi Tali liquidava le mie paure, diceva che i nostri figli andavano trattati come esseri umani liberi. Avevano il diritto di vedere la loro famiglia e sarebbe spettato a loro decidere quando sarebbero stati pronti a farlo.

Quando i nostri figli erano molto piccoli trovavo molto difficile argomentare la mia posizione. Mai e Yann non certo interessati alle complessità politiche o etiche. Tuttavia, mentre i miei figli crescevano, i loro ripetuti soggiorni nello shtetl ebraico diventavano un importante capitolo educativo per me più che per chiunque altro. Assistere alla trasformazione dei miei figli in blandi filo-israeliani mi ha aperto gli occhi. Mi è accaduto di comprendere l'impatto di Israele e del sionismo attraverso gli occhi dei miei bambini britannici. Ho imparato ad ammettere quanto sia facile innamorarsi di Israele.

I miei figli adorano quel posto. Amano il cielo blu, il mare, le spiagge sabbiose. Penso che amino anche l'hummus e il falafel. Non bisogna essere un genio per capire che tutto ciò che ho appena citato appartiene alla terra, cioè alla Palestina, e non allo Stato di Israele. Ma non finisce qui. Adorano anche parlare ebraico circondati da persone che lo parlano, ridere e perfino addolorarsi in ebraico. Amano la chutzpah ebraica che è intrinsecamente unita alla schiettezza israeliana. In fin dei conti, l'ebraico è la loro lingua materna.

Quando Tali e i bambini fanno ritorno nella nuvolosa Londra si sentono confusi e spaesati per un po'. Tali diventa lievemente nostalgica al pensiero della fortunata carriera teatrale che si è lasciata alle spalle. E questo è normale. Il caso dei miei figli è leggermente più complesso. Loro sono britannici. Anche se l'ebraico è la loro lingua materna, l'inglese è la loro prima lingua. A Londra sentono la mancanza di alcune libertà celebrate laggiù: vorrebbero continuare a giocare nei campi, godersi il glorioso sole mediterraneo inebriati dai fiori di una primavera secca. Però l'aspetto più percettibile è che Israele risolve quello che sembra essere il loro inevitabile complesso identitario. Quando vivono qui a Londra sono turbati dalla loro identità etnica, non sanno decidere chi sono, se ex-israeliani, ex-ebrei, ebrei laici, di cultura cristiana, discendenti di un palestinese di lingua ebraica, figlio e figlia di un famigerato personaggio che odia se stesso e fiero di farlo e via dicendo. In Israele, soprattutto quando sono circondati dai loro familiari, non si pongono nessuna di queste domande. Gli israeliani tendono ad accettarti come fratello, sempre che tu non sia arabo. Mentre nella Londra multietnica i miei figli si trovano spesso ad affrontare ovvie domande che riguardano le loro origini, domande cui fanno molta fatica a rispondere a causa mia e della mia posizione, in Israele quelle domande sono inesistenti.

Quando i miei figli ritornano a Londra, per una settimana o due mi fanno sentire come se fossimo io e la mia pazzia a imporre loro queste condizioni di esilio invernale. In fondo al mio cuore so che hanno assolutamente ragione. ‘È dura’, è tutto quello che posso dire in mia difesa.

Per una settimana o due dopo il loro ritorno i miei figli diventano leggermente sionisti. Non che siano in disaccordo con quello che dico della Palestina, non che sviluppino una qualche aspirazione nazionale ebraica, e non è neanche che i miei figli siano ciechi alle sofferenze del popolo palestinese. Anzi, il mio figlio più piccolo, che ha sette anni, è sconvolto da quel muro gigantesco e non fa che domandare delle persone che ci vivono dietro. Ma c'è qualcosa che sperimentano in Israele, qualcosa che ha fatto del sionismo la storia di maggior successo tra gli ebrei della diaspora per più di due millenni. Non è l'ideologia a rendere così attraente il sionismo, ai miei figli non interessa l'ideologia e probabilmente non sanno neanche cosa significhi questa parola. E non è neanche la politica, i miei figli non sanno molto di politica. È tutta una questione di appartenenza. Il sionismo è un identificatore simbolico e offre agli ebrei della diaspora un ordine simbolico. Dà un significante a ogni possibile apparenza, crea un mondo logico e coerente. Dà un nome al mare, al cielo, al sole, alla terra, alla fratellanza, al desiderio e all'amicizia. Ma dà anche un nome al nemico, ai gentili (goyim) e perfino agli ebrei che odiano se stessi. Il sionismo è un lucido ordine mondiale, purtroppo anche spietato e omicida.

Attraverso gli occhi dei miei bambini ho l'occasione di studiare il significato di Israele più che la sua politica o le sue azioni. Grazie a loro posso capire cosa offre Israele e quanto efficace sappia essere. Analizzando il rapporto empatico dei miei figli con Israele ho compreso che l'esperienza ebraica contemporanea si fonda su due sistemi dialettici. L'uno si basa su Eretz Yisrael e la Diaspora, l'altro può essere formulato come “ama te stesso quanto odi tutti gli altri”.

Eretz Yisrael e la Diaspora
“Sono un essere umano, sono ebreo e sono israeliano. Il sionismo è stato uno strumento che mi ha fatto passare dalla condizione di ebreo alla condizione di israeliano. Credo che sia stato Ben-Gurion a dire che il movimento sionista era l'armatura necessaria per costruire la casa, e che dopo la fondazione dello stato doveva essere smantellato”. (Avraham Burg, ‘Leaving the Zionist ghetto' in un'intervista con Ari Shavit, 25 luglio 2007)

Per gli ebrei laici nati in Israele il sionismo significa ben poco. Se il sionismo serve ad affermare che gli ebrei hanno diritto a una patria in Sion, l'ebreo laico nato in Israele questa realtà la vive. Per lui/lei, il sionismo è un capitolo storico remoto collegato a una vecchia fotografia che ritrae un uomo con una gran barba nera, Theodor Herzl. Per gli israeliani il sionismo non è una trasformazione in attesa di realizzarsi ma piuttosto un capitolo storico noioso, tedioso e datato, poco più che chiacchiere senza senso. È molto meno interessante delle buste piene di denaro di Olmert o della conversione di Obama in portavoce di Israele. Di fatto, per i nuovi israeliti la parola Galut (Diaspora) ha delle connotazioni negative. È associata ai ghetti, alla vergogna e alla persecuzione, e non ha niente a che fare con Manhattan o con il quartiere londinese di Soho. In altre parole, gli israeliani non tendono a identificare la loro emigrazione da Israele come un ritorno alla Diaspora. Come altre popolazioni migranti, cercano semplicemente una vita migliore. Va detto che per la maggioranza degli israeliani Israele è lungi dall'essere un luogo glorioso ed eroico. È naturale, dopo sessant'anni passati con la stessa donna capita che non si apprezzi più la sua bellezza.

Il cosiddetto “israeliano”, vale a dire l'ebreo laico nato in Israele, il riuscito prodotto del sionismo post-rivoluzionario, è ora così abituato alla propria esistenza in quella regione che ha perso il suo istinto di sopravvivenza ebraico. Adotta invece la più edonistica interpretazione dell'individualismo illuminato occidentale che abolisce le residue reminiscenze del collettivismo tribale. Questo può spiegare perché Israele sia stato sconfitto nell'ultima guerra del Libano. Il nuovo israeliano non vede alcun valido motivo per sacrificarsi su un altare ebraico collettivo. È molto più interessato a esplorare gli aspetti pragmatici della filosofia della “bella vita”. Questo può anche spiegare come mai l'esercito israeliano non riesca a far fronte alla crescente minaccia dei razzi Qassam. Per farlo, i generali israeliani dovrebbero ricorrere ad audaci tattiche di fanteria. Apparentemente hanno imparato la lezione in Libano: la società edonistiche non producono guerrieri spartani e senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere da lontano. Invece di mandare a Gaza reparti speciali di fanteria all'alba, sembra che sia molto più semplice sganciare bombe su quartieri popolosi oppure affamarne gli abitanti per costringerli alla sottomissione. Inutile dire che i palestinesi, i siriani, Hezbollah, gli iraniani e tutto il mondo islamico lo sanno benissimo. Giorno dopo giorno assistono alle codarde tattiche israeliane e sanno che Israele ha i giorni contati.

Per quanto possa sembrare allarmante, gli israeliani non sono troppo preoccupati da questa fatale e inevitabile realtà, almeno non consapevolmente. Dato che il loro istinto di sopravvivenza tribale è stato sostituito dall'individualismo illuminato, i giovani israeliani si preoccupano più della sopravvivenza individuale che di progetti collettivi. L'israeliano può arrivare al punto di pensare “come diavolo faccio a andarmene di qui?” Il nuovo ebreo laico israeliano è un artista della fuga. Non appena termina la leva obbligatoria, corre all'aeroporto o impara a disconnettersi da tutti i canali di informazione. Il numero di israeliani che lasciano la madrepatria cresce giorno per giorno. Gli altri, quelli condannati a restare, sviluppano un'apatica cultura di indifferenza.

Beaufort e Sderot
Di recente ho visto Beaufort, un pluripremiato film israeliano di guerra. Anche se le sue qualità cinematografiche non mi hanno affatto colpito, la pellicola è una sorprendente denuncia della stanchezza e del disfattismo israeliani. Il film narra la storia di un reparto speciale della brigata Golani dell'Esercito di Difesa Israeliano in un bunker all'interno di una fortezza bizantina in cima a una montagna del Libano meridionale. L'azione si svolge nei giorni che precedono la prima ritirata israeliana da quella zona, nel 2000. Fatto sta che i soldati israeliani sono circondati dai guerriglieri di Hezbollah. Trascorrono giorni e notti in trincea, si nascondono in rifugi di cemento armato e sono sottoposti a una pioggia incessante di razzi e missili. Nonostante i loro progetti per il futuro, in una vita lontana da quell'inferno in cui sono intrappolati, muoiono uno dopo l'altro per mano di un nemico che non vedono nemmeno.

Gli israeliani hanno molto amato questo film, il resto del mondo era un po' meno convinto dei suoi pregi artistici. Se vi state chiedendo perché sia piaciuto così tanto agli israeliani, questa è la mia risposta. Per gli israeliani, la trama di Beaufort è l'allegoria di uno stato che giunge a rendersi conto della temporalità e della futilità della propria esistenza. Così come i soldati israeliani sognano di scappare più lontano possibile, andando a vivere a New York o sballandosi a Goa, la società israeliana sta facendo i conti con il proprio fatale destino. Come i soldati del film, gli israeliani vogliono diventare americani, parigini, londinesi e berlinesi. Il numero di israeliani in coda per ottenere un passaporto polacco aumenta ogni giorno che passa. Beaufort è la metafora di una società che si sa assediata. Una società che si sta accorgendo che potrebbe non esserci una via d'uscita, né fisica né attraverso una crescente indifferenza. Il film può essere interpretato come la parabola di una società che sta facendo i conti con la drammatica nozione della propria temporalità.

È curioso che, mentre i soldati di Beaufort e gli abitanti reali di Sderot o Ashkelon sentono che niente più li trattiene in quei luogi e vogliono confusamente lasciarsi alle spalle tutto e scappare per salvarsi la pelle, per l'ebreo della Diaspora Israele è un luminoso modello di gloria. Israele è sia il significato che il significato nel suo farsi. Per l'ebreo della Diaspora Israele è la trasformazione simbolica che mira alla liberazione e perfino alla redenzione dalla sofferenza ebraica. Israele è tutto ciò che l'ebreo della Diaspora non è. È ricco di chutzpah, è energico, è militante, lotta per quello in cui crede. Dunque per un giovane ebreo di Golders Green o di Brooklyn emigrare in Israele o arruolarsi in quello che erroneamente considera l'eroico esercito israeliano è ben più glorioso che fare l'avvocato, il dentista o il commercialista nello studio di papà.

Essendo terrorizzato dalla remota possibilità che i miei figli un giorno possano sorprendermi con la scelta di trascorrere del tempo in Israele da soli, senza il controllo materno, negli ultimi tempi ho cercato di capire quello che Israele ha da offrire agli ebrei del mondo. Di fatto, non sono molti i genitori ebrei che vieterebbero ai propri figli di entrare nell'esercito israeliano. E perché dovrebbero? L'esercito israeliano è molto sicuro, evita gli scontri sul campo, uccide da lontano e tiene in considerazione i propri soldati almeno quanto ama infliggere sofferenza estrema agli altri. Ogni genitore ebreo deve accettare l'utilità che suo figlio impari a guidare un carro armato o un elicottero e a sparare con un MK 47. Diversamente dai combattenti palestinesi scandalosamente male equipaggiati che muoiono tutti i giorni in gran numero, è difficile che i soldati israeliani rischino la vita. Ecco dunque che l'eroismo dell'emigrazione e perfino dell'arruolamento sembrano essere un'avventura sicura, almeno per ora.

Benché sia chiaro che la maggioranza dei giovani ebrei della Diaspora scelga di continuare la propria vita evitando di raccogliere la sfida dell'aliyah (lett. ascesa, l'immigrazione ebraica nella terra di Israele), il sionismo comunque fornisce loro un identificatore simbolico. Il sionismo e i suoi “aliyah operators” offrono loro la possibilità di identificarsi con i pochi che sono arrivati a tanto o di diventare essi stessi soldati di uno degli eserciti più forti del mondo.

Il nuovo ebreo errante
Il sionismo inventò il popolo ebraico e pose il suo Stato, Israele, in un conflitto devastante che sta ora assumendo proporzioni globali, trasformandosi in una pericolosa minaccia mondiale. Ma per gli israeliani, cioè coloro che si trovano nell'occhio del ciclone, “sionismo” significa molto poco. Gli israeliani si arruolano nell'esercito israeliano non perché sono sionisti ma perché sono ebrei (in contrapposizione con i musulmani che li circondano). Questa fondamentale constatazione può dare un nuovo significato al concetto dell'“ebreo errante”. La dialettica instauratasi tra la Diaspora e Eretz Yisrael porta a un flusso incrociato di migrazione, aspirazione e speranza. Gli ebrei della Diaspora si sentono attratti da Israele alla luce della fantasia sionista, mentre gli ebrei israeliani sono decisi a fuggire dallo stato di assedio in cui si trovano. La Diaspora si sta dirigendo verso Eretz Yisrael, mentre buona parte degli ebrei israeliani cerca disperatamente di uscirne.

Questo flusso incrociato di attrazione/emigrazione non è fortuito, ma il prodotto diretto delle sacre scritture. Come ho esplorato nel mio articolo “Esther to AIPAC” [1], sono sempre più numerosi gli studiosi della Bibbia che mettono in discussione la sua storicità. Apparentemente la Bibbia sarebbe stata scritta prevalentemente “dopo l'esilio babilonese e le sue pagine rielaborano (e in gran parte inventano) la storia israelita precedente facendo sì che rifletta e reiteri le esperienze di coloro che ritornarono da quell'esilio”.

Questo fa sì che la Bibbia, essendo un testo sull'esilio, conduca a una realtà frammentata nella quale l'ebreo della Diaspora anela al “ritorno”, ma una volta consumato questo ritorno l'ideologia perde la sua attrattiva. Il caso del sionismo è incredibilmente simile: è riuscito ad attirare alcuni ebrei a Sion, ma una volta lì l'ideologia non offre loro l'avventura sperata.

Possiamo chiaramente rilevare nel progetto ebraico una tensione dialettica tra il sionismo, l'identità dell'ebreo della Diaspora e l'israelianità. Il sionismo e Israele sono i due poli che insieme formano l'esperienza ebraica contemporanea.

Ama te stesso quanto odi tutti gli altri
Una volta compresa l'opposizione dialettica tra Eretz Yisrael e la Diaspora, passiamo a riflettere sui rapporti speciali tra i due.

Mentre Eretz Yisrael e la Diaspora instaurano un flusso incrociato di attrazione ed emigrazione, Israele stabilisce una coerente e logica interpretazione simbolica della supremazia e dello sciovinismo ebraici. Israele converte la massima “ama te stesso quanto odi tutti gli altri” in una devastante realtà in cui l'ebreo che ama se stesso si rivela capace di infliggere dolore estremo a coloro che lo circondano.

Per comprendere il concetto ebraico dell'amore di sé, dovremmo prima riflettere su ciò che rende possibile questa forma particolare di coscienza personale emotiva: l'appartenenza al “popolo eletto”.

Mentre l'interpretazione ebraica religiosa vede la condizione di “eletto” come un fardello morale con cui Dio ordina agli ebrei di essere un esempio di comportamento etico, l'interpretazione ebraica laica si riduce a una banale forma sciovinista di supremazia etnicamente orientata. Incoraggia chiaramente coloro che sono abbastanza fortunati da avere una madre ebrea ad amare se stessi ciecamente. È importante precisare a questo punto che nella maggioranza dei casi la supremazia ebraica è solita produrre un certo livello di disprezzo dei diritti fondamentali dell'altro. In molti casi conduce all'animosità e perfino all'odio, latente o manifesto.

Alla base della rivendicazione sionista della Palestina a spese dei suoi abitanti autoctoni c'è proprio questa supremazia. Ma ovviamente non si limita alla Palestina, e un altro caso è rappresentato dalla radicale manifestazione del gruppo di pressione ebraico per l'estensione della “Guerra al terrore”, come espressa, per esempio, dall'American Jewish Committee. Lungi da me affermare che questo genere di bellicismo sia caratteristico degli ebrei (come popolo); tuttavia è purtroppo sintomatico del pensiero politico tribale ebraico di sinistra, destra e centro. Dunque non dovrebbe sorprenderci che in prima linea nella lotta per l'umanesimo e i valori etici universali ci siano ebrei come Gesù, Spinoza e Marx, che fecero di tutto per introdurre un principio di fratellanza opponendosi in primo luogo alla supremazia tribale che trovavano in sé e nel loro patrimonio culturale. Protestarono soprattutto contro quello che era loro familiare e vi preferirono la fratellanza e l'amore.

Tuttavia va notato che Gesù, Spinoza e Marx non riuscirono a trasformare gli ebrei (come collettività), anche se riportarono un certo successo con alcuni di essi. Tutto fa pensare che lo spostamento dal tribalismo monoteista dogmatico all'universalismo pluralista tollerante sia quasi impossibile. Di fatto, molti ebrei sono riusciti a lasciarsi alle spalle Dio, altri sono diventati marxisti, ma in qualche modo molti di questi sono rimasti fedeli alla loro filosofia monoteista esclusiva e tribale “solo per ebrei” (Bund, Jews Agains Zionism). Altri si sono spinti a diventare una “nazione come le altre nazioni” (lo slogan del sionismo), solo che si sono preoccupati di epurare e uccidere tutti coloro che non rientravano etnicamente nelle loro visione di se stessi (la Nakba del 1948). Alcuni sono diventati così liberali e cosmopoliti da riuscire a ridurre il conflitto mondiale contemporaneo a una questione di bibite. “Quelli che bevono Coca-Cola non si fanno la guerra”, ci hanno detto. Sarà anche vero, ma a quanto sembra i bevitori di Coca-Cola hanno recentemente assassinato un milione e mezzo di iracheni nel nome della “democrazia”.

È estremamente importante ricordare che molti ebrei sono riusciti ad assimilarsi e a lasciarsi alle spalle le loro caratteristiche tribali, e ora si comportano come normali esseri umani. Non hanno niente a che fare con il Bund, con i neo-conservatori, con il sionismo. A quanto pare questi esseri umani davvero emancipatisi non sono oggetto del mio studio, e posso solo augurare loro fortuna e successo.

Tuttavia, anche se gli ebrei sono tra loro divisi su molte questioni, sono però uniti nella lotta contro quelli che identificano collettivamente come i loro nemici. Ci ho messo un po' a capire che chi opera sotto l'esclusiva bandiera ebraica nei movimenti di solidarietà con la Palestina e contro la guerra si preoccupa innanzitutto di combattere qualsiasi riferimento alla lobby ebraica o al potere ebraico.

Una spiegazione è già stata fornita. Il sionismo in sé ha poco a che fare con Israele, è un discorso interno alla Diaspora ebraica. Ne consegue che il dibattito tra sionisti e anti-sionisti ebrei non ha alcun effetto su Israele o sulla lotta contro le azioni israeliane. Serve a mantenere la discussione all'interno della famiglia e a creare più confusione tra i gentili. Permette all'attivista etnico ebreo di affermare che “non tutti gli ebrei sono sionisti, anzi, ci sono al mondo circa due dozzine di 'anti-sionisti ebrei'”. Per patetico che possa suonare, questo argomento ottuso è comunque riuscito a mandare in frantumi qualsiasi critica rivolta negli ultimi quarant'anni al lobbismo etnocentrico ebraico. A quanto pare (e purtroppo), quando si tratta di “azione” i sionisti e i cosiddetti “anti”-sionisti ebrei agiscono come un solo popolo. E perché agiscono come un solo popolo? Perché lo sono. Lo sono davvero? Non importa, finché lo credono o si comportano come se lo fossero. E cos'è che li rende un solo popolo? Probabilmente odiano chiunque altro almeno quanto amano se stessi.

C'è un vecchio detto ebraico: “Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei”. Per una lettura ben più attenta della politica tribale contemporanea ebraica, sarebbe appropriato correggerlo così: “Basta che tu mi dica chi odi e ti dirò chi sei”. Se, per esempio, odi Finkelstein, Atzmon, Blankfort, Mearsheimer & Walt e così via, sei ebreo. Se ti limiti a non essere d'accordo con loro puoi essere chiunque.

L'odio e l'avversione personale sono tristemente sintomatici della politica tribale ebraica, probabilmente per il fatto che la politica ebraica è marginale e si definisce attraverso la negazione. Va notato che Israele è riuscito a perfezionarla e a darle nuovo significato. Se l'ebreo della Diaspora ha il diritto di amare se stesso, il suo odio per l'altro è ampiamente soffocato. Per quanto alcuni ebrei amino seguire alla lettera i loro dettami religiosi e sputare sulle chiese [2] o semplicemente distruggere le vite di illustri accademici e artisti, l'odio e la violenza non sono tollerati nel discorso occidentale contemporaneo. Ed è qui che entra in gioco Israele. Gli israeliani amano se stessi ma sono capaci di odiare chiunque altro. Sono capaci di affamare milioni di palestinesi, di uccidere quando ne hanno voglia. Israele ha trasformato lo slogan “ama te stesso/odia tutti gli altri” nella pratica di tutti i giorni. Ha risolto la tensione ambivalente insita nell'amare se stessi quando si è in mezzo agli altri. Israele non si limita a odiare il professor Finkelstein, è anche capace di arrestarlo e deportarlo. Israele non si limita a odiare i palestinesi, è ugualmente capace di affamarli, di imprigionarli tra muri e filo spinato, di bombardarli e perfino di attaccare con armi nucleari gli irriducibili, quando il momento è propizio.

Questo è l'aspetto più spaventoso della complementarità tra Eretz Yisrael e la Diaspora. È la materializzazione di una società guidata dall'odio. Dopo due millenni di vita errante, l'ebreo nazionale recentemente riformato è capace non solo di odiare ma anche di infliggere l'estrema sofferenza a coloro che odia.

Esplorare la questione ebraica
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia moglie Tali e i nostri due bambini Mai e Yann partono per Israele. Vedo chiaramente quanto adorino andarci. Capisco benissimo cos'è che amano laggiù. Per fortuna posso dire che almeno per ora i miei figli non sono follemente innamorati di sé e non si vedono come parte di una collettività tribale. E dunque non odiano nessuno.

Però attraverso la loro esperienza posso capire cosa ha da offrire Israele, soprattutto a coloro che non ci abitano. Posso capire quanto appaia attraente l'avventura israeliana vista da lontano. Attraverso la loro esperienza apprendo la dialettica tra Israele e l'aspirazione sionista della Diaspora. Il rapporto di negazione e di complementarità tra i due è l'essenza dell'esperienza ebraica contemporanea.

Se vogliamo combattere i crimini commessi da Israele e il male promosso dalle lobby sioniste globali, faremmo bene ad avviare uno studio approfondito della questione ebraica e dell'esperienza ebraica. Non si tratta solo di Israele e o del sionismo, ma dell'amalgama complesso e devastante formato da entrambi. A meno di interrogarci sull'esperienza ebraica, siamo destinati a sprecare il nostro tempo continuando a impiegare una terminologia ottocentesca irrilevante e arcaica che non ha niente a che fare con il conflitto.

Se saremo abbastanza coraggiosi da esplorare la questione ebraica e l'identità ebraica potremo essere in grado di capire che l'apartheid israeliano non è solo dovuto a circostanze politiche ma è di fatto l'esito naturale di una filosofia tribale orientata etnicamente. Il muro israeliano non è una misura politica ma piuttosto la manifestazione di un atteggiamento razzista esclusivo che sta alla base del concetto ebraico di segregazione. Quando saremo in grado di affrontare la questione ebraica esaminando le differenze tra israeliani e sionisti della Diaspora potremo capire anche perché il senatore Obama è corso alla conferenza dell'AIPAC tre ore dopo essersi assicurato la candidatura per il Partito Democratico. La serie di promesse fatte da Obama, Clinton e McCain all'AIPAC pochi giorni fa è un riflesso concreto dell'esperienza ebraica contemporanea. I senatori offrono ai lobbisti ebrei americani proprio quello che vogliono. A spese dei palestinesi, degli iracheni, dei siriani, degli iraniani e di miliardi di musulmani, i politici americani promettono apertamente che l'America continuerà a essere favorevole a Israele. A quanto pare l'America preferisce assecondare la sua piccola minoranza ebraica invece di essere un credibile mediatore internazionale e un vero negoziatore.

Tenendo conto dei crimini commessi dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico, credo che abbiamo il pieno diritto di mettere in dubbio la filosofia e la prassi dell'esperienza ebraica. Non dobbiamo farci intimidire dagli attivisti etnici ebrei e dalle campagne di diffamazione sioniste.

Visto che gli ebrei non costituiscono una razza ma soccombono ampiamente a diverse forme di politica collettiva ed etnicamente orientata, non dovremmo temere di toccare questo argomento. Una volta dato per scontato che gli ebrei non costituiscono una razza, lo studio dell'identità e della politica ebraica non è né razzismo né essenzialismo. Al contrario, è una lettura critica dell'ideologia razzista e della sua inerente supremazia.

Quelli di noi che considerano Israele e il sionismo un grave pericolo per la pace mondiale devono insistere in questo studio. Invece di concentrarci separatamente sul sionismo o su Israele, dobbiamo apprendere l'amalgama unico e complesso formato da entrambi. Questo composto dialettico plasma la nozione contemporanea di esperienza ebraica. Il sionismo in sé non è altro che un diversivo che serve ad attirare la nostra attenzione e a distrarci. Sembra proprio che i nostri attacchi contro il sionismo non abbiano alcun effetto su Israele, la sua politica e la sua gente. Al massimo disturbano alcuni ebrei sionisti.

Se lo studio dell'esperienza ebraica può aiutarci a salvare le vite di milioni di palestinesi, di iracheni, di siriani e di iraniani, è anche nell'interesse collettivo ebraico comprendere la vera natura dell'esperienza e della politica ebraica. In fin dei conti è la politica ebraica (più che la religione) quello che potrebbe demonizzare l'intera collettività degli ebrei per il prossimo millennio. È nell'interesse della collettività ebraica arrestare la bestia politica prima che sia troppo tardi.

Lo devo ai miei fratelli e alle mie sorelle palestinesi, lo devo a me stesso, lo devo a Yann e a Mai: voglio essere sicuro che quando verrà il momento, per loro, di protestare contro la mia “esperienza anti-ebraica”, sarò abbastanza intelligente da discuterne con loro in maniera aperta e ponderata.

Note

[1] http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html

[2] Secondo il Dr. Israel Shahak, nel suo libro Jewish History, Jewish Religion, questa pratica ha radici antiche ed è diventata sempre più diffusa: disonorare i simboli religiosi cristiani è un antico dettame religioso dell'Ebraismo. Sputare sulla croce, in particolare sul Crocifisso, e sputare quando un ebreo passa accanto a una chiesa, sono obbligatori per gli ebrei devoti fin dal 200 d.C. circa. In passato, quando il pericolo dell'ostilità anti-semita era concreto, i rabbini raccomandavano agli ebrei devoti di sputare in modo che non ne fosse chiaro il motivo o di sputarsi sul petto, non direttamente sulla croce o apertamente davanti a una chiesa.

Originale da: http://palestinethinktank.com/2008/06/10/the-jewish-experience-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 10 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Tuesday, June 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Monday, June 09, 2008

L'Occidente e le proposte di Medvedev

Quando risponderà l'Occidente alle proposte di Medvedev?
di Andrej Fedjašin,
commentatore politico di RIA Novosti

A Berlino Dmitrij Medvedev ha fatto così tante proposte all'Occidente che sarebbe molto maleducato rifiutarle. Sarà interessante vedere quanto a lungo l'Occidente ci penserà su e quali di esse accetterà.

In breve, Medvedev ha suggerito una pausa sul Kosovo, sull'allargamento della NATO (ancora un passo verso Est e le relazioni con la Russia saranno compromesse per sempre), e sulla nuova difesa anti-missile degli Stati Uniti in Europa. Ha detto che le posizioni della Russia non devono adattarsi alle posizioni occidentali, che le Nazioni Unite e l'OSCE non dovrebbero essere rimpiazzate da altri organismi, e ha proposto un patto internazionale per la sicurezza universalmente vincolante sul modello degli accordi Helsinki-2.

Le sue proposte non verranno accettate in blocco, ed è improbabile che la risposta dell'Occidente sia immediata. Inoltre molti europei sono ancora paralizzati dagli “effetti secondari” della transizione russa. Faticano ad assimilare il fatto che Medvedev è il successore di Vladimir Putin e non il suo oppositore.

Il primo viaggio a Occidente del nuovo presidente era destinato ad suscitare commenti, e Medvedev non poteva che essere paragonato al suo predecessore. Questo è naturale. Ma i paragoni sono stati fatti sullo sfondo del discorso di Monaco, il 10 febbraio 2007, nel quale Putin espresse lo scontento della Russia. Quel discorso mise un bel po' di paura all'Occidente.

Così, alla vigilia della sua prima visita a Berlino, ci si aspettava che Medvedev dimostrasse un rinnovato "liberalismo", "moderazione" e "mitezza", tutte caratteristiche che Putin aveva già perso quando ha tenuto il discorso di Monaco (queste sono espressioni usate dai giornali britannici, tedeschi e americani). Difficile dire dove l'Occidente avesse preso queste “informazioni confidenziali” non solo sul contenuto del discorso di Medvedev ma anche sul suo tono.

E non era neanche bene informato. Parlando davanti a 700 imprenditori, politici e personaggi pubblici tedeschi, Medvedev ha delineato nei dettagli le stesse idee alle quali Putin aveva dato voce – non senza emozione – a Monaco. Anzi, è arduo trovare delle differenze tra i due discorsi. A Monaco, Putin disse che “il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea”. A Berlino Medvedev ha parlato di tentativi di giustificare l'esistenza della NATO “globalizzando le sue missioni, anche contro le prerogative delle Nazioni Unite, e invitando nuovi membri ad aderirvi”.

Inoltre Putin disse che l'allargamento della NATO “rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?” Suona ben più liberale di Medvedev quando avverte che se la NATO si allargherà ulteriormente “le relazioni con la Russia ne sarebbero completamente compromesse” e il “il prezzo di ciò sarebbe molto alto”.

Putin disse che la Russia ha il “privilegio di condurre una politica estera indipendente”. Medvedev ha ricordato che le posizioni della Russia non dovrebbero adattarsi a quelle occidentali e ha invocato una discussione “su una base comune e paritaria”.

Si ha l'impressione che molti abbiano capito che l'epoca della “malleabilità el'ciniana” è finita per sempre, e tuttavia non possano o non intendano accettarlo. Cercano di sottoporre la Russia a una sorta di “check-up europeo”, per scoprire con chi farà amicizia e a chi si opporrà.

Questa gente sembra pensare che il detto di Winston Churchill secondo il quale la Gran Bretagna non ha amici né nemici, ma solo interessi, possa applicarsi solo alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, alla Francia, alla Germania, all'Italia, all'Australia o al Canada. Dimenticano che nessun paese ha il monopolio sul pragmatismo.

La parte finanziario-imprenditoriale dell'incontro invece non ha conosciuto intoppi. Dopo tutto la Germania e la Russia hanno un rapporto speciale che risale ai tempi di Pietro il Grande. Per secoli i due paesi hanno rispettato un accordo non scritto in base al quale la Germania fornisce alla Russia le tecnologie in cambio dell'accesso alle sue ricchezze minerarie. Oggi quel rapporto è più stretto che mai. La Germania è il maggiore consumatore europeo di energia russa, e la Russia è sempre stata il suo fornitore più affidabile. Oggi il petrolio e il gas costituiscono il 70% delle esportazioni russe verso la Germania. I metalli e le leghe costituiscono un altro 15%, e poi c'è il legname. Il 90% delle esportazioni tedesche verso la Russia è costituito da macchinari, auto, prodotti metallici, prodotti chimici ed elettrotecnici.

Quando un giornale tedesco gli ha chiesto che consiglio avrebbe dato alla signora Merkel per il colloquio con Medvedev, Andreas Schockenhoff, coordinatore per la cooperazione tedesco-russa, ha risposto che le suggeriva di invitare il presidente russo alla conferenza annuale di Monaco sulla sicurezza, che si svolge tradizionalmente a febbraio.

Buona idea. Medvedev ha detto quello che doveva dire. Forse a Monaco gli europei gli daranno una risposta?

Originale da: RIA Novosti

Articolo originale pubblicato il 6 giugno 2008

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Saturday, June 07, 2008

L'intervista di Le Monde a Putin

[nota: la traduzione si basa sulla trascrizione pubblicata sul sito del governo russo, che è molto più completa. A questa è stata aggiunta una domanda che figurava invece solo su Le Monde. In calce alla traduzione sono citate entrambe le fonti]

Intervista del quotidiano francese Le Monde al primo ministro russo Vladimir Putin

31 maggio 2008

Questa visita in Francia è la prima che Lei fa all'estero come primo ministro. Il Suo incontro faccia a faccia con Nicolas Sarkozy, insolito dal punto di vista del protocollo, mette in luce un'ambiguità: chi dirige la politica estera, Lei o Dmitrij Medvedev?

Non c'è nessuna ambiguità, solo il fatto che i politici svolgono le loro funzioni ma continuano a essere delle persone. Con il signor Sarkozy ci siamo conosciuti quando io ero ancora presidente. Sono nati dei legami d'amicizia. Quando si è posta la questione del mio futuro, mi ha domandato cosa avessi intenzione di fare. Gli ho risposto che non avevo ancora deciso. Allora lui mi ha detto: “In ogni caso sarò felice di incontrarti a Parigi. Promettimi che la tua prima visita all'estero nel tuo nuovo ruolo sarà a Parigi”. E così ho fatto.

Per quanto concerne il mio compito, ho parlato ovviamente con il signor Fillon, soprattutto delle relazioni economico-commerciali. Ma naturalmente anche con il Presidente abbiamo toccato la sfera delle nostre relazioni economiche. Anche se, ovviamente, il Presidente è il Presidente, e abbiamo anche parlato di politica estera e di affari internazionali. In quanto umile servitore dello stato oggi mi occupo innanzitutto di questioni economiche e sociali, ma come membro del Consiglio di Sicurezza della Russia mi riguardano anche le questioni affrontate con il presidente francese. Quanto alla divisione dei poteri in Russia, il presidente ha indiscutibilmente l'ultima parola. E il presidente, oggi, è il signor Medvedev.


Venerdì mattina ha incontrato Jacques Chirac. Siete semplicemente amici o c'era un interesse particolare?

Nessun interesse particolare. Abbiamo lavorato insieme per molti anni. Ha un rapporto molto caloroso con la Russia, la conosce profondamente. Io condivido le sue idee, secondo le quali i rapporti tra la Russia e l'Europa, la Russia e la Francia, devono pesare sulla scena internazionale. Ed è proprio questo che ci unisce. Jacques è anche una persona molto gradevole, un interlocutore brillante, con una cultura enciclopedica, lo dico senza esagerazioni. Quando collaboravamo nell'ambito del G8 avevo già potuto osservare che si trovava al centro dell'attenzione generale. Ha sempre un punto di vista argomentato sulle questioni civili e sugli argomenti di attualità. Trovo molto interessante confrontarmi con lui. E giacché ha fatto molto per le relazioni tra i nostri due paesi, il presidente Medvedev ha deciso di assegnargli il Premio di Stato della Federazione Russa. Speriamo che ci concederà l'onore di una visita al Cremlino in occasione della festa nazionale del 12 giugno, così che il presidente possa consegnargli il premio.


Il potere russo ha attualmente due facce: è una soluzione transitoria o Lei vorrebbe che il primo ministro russo divenisse l'equivalente del cancelliere tedesco?

Come sa, la Russia è una repubblica presidenziale e noi non intendiamo modificare il ruolo centrale del capo dello Stato nel sistema politico del paese. Il fatto che io diriga il governo è di certo un fatto curioso per la nostra storia politica. Ma forse la questione essenziale è un'altra: io dirigo nello stesso tempo un partito che occupa un ruolo di primo piano nella vita politica del paese e che ha una maggioranza stabile al Parlamento. È un segno incontestabile che in Russia siamo legati al sistema multipartitico e a una valorizzazione del ruolo del Parlamento. È questo il vero segnale politico.


Quando ha avuto luogo la transizione, Lei e Medvedev avete esposto i piani per la Russia per i prossimi 10-20 anni. In quali circostanze potrebbe abbandonare le Sue funzioni, diciamo nel giro di uno o due anni?

[Giovedì sera], Nicolas [Sarkozy] mi ha parlato dei suoi piani di modernizzazione della Francia. È molto appassionato e sincero, vuole cambiare lo stato delle cose nel suo paese per il bene dei francesi. Chiaramente non ci saranno cambiamenti positivi a breve termine, certe decisioni dovranno produrre i loro frutti nel giro di qualche anno. Tutto questo suscita dei dibattiti all'interno della società. Anche la Russia si trova obbligata a modernizzarsi in molti settori. Innanzitutto in quello economico, dove dobbiamo privilegiare l'innovazione. Ne stiamo discutendo attivamente. Del resto i primi risultati si fanno sentire. Bisogna anche cambiare il sistema di retribuzione nel settore pubblico, modernizzare il nostro sistema pensionistico garantendo ai nostri cittadini una vecchiaia e delle entrate dignitose. La pensione dovrà essere proporzionata al reddito percepito durante la vita lavorativa della persona. Va modernizzata l'agricoltura. La Russia deve affrontare molte sfide impegnative. Siamo determinati ad agire in modo del tutto onesto e trasparente davanti ai nostri connazionali, senza scadere nella politica da caffè. Se riusciremo nel nostro intento, l'organizzazione del potere ai massimi livelli non sarà poi così importante. L'essenziale sono gli obiettivi comuni. La squadra attualmente in carica è molto competente, molto professionale, composta di specialisti, e ha l'appoggio degli eletti al Parlamento. Bisogna cercare di conservare questa unità il più a lungo possibile. La distribuzione dei ruoli e delle ambizioni è un elemento secondario.


Signor primo ministro, negli ultimi anni la Russia ha conseguito un indubbio successo economico. Quanto hanno inciso rispettivamente i prezzi del petrolio e il Suo lavoro su questo successo?

Preferirei non essere io a giudicare il lavoro che ho svolto. Anche se ritengo di aver lavorato coscienziosamente, onestamente, e di avere ottenuto molto, a cominciare dal ristabilimento dell'integrità territoriale del paese e della legalità costituzionale, fino a garantire una maggiore crescita economica e un calo della povertà. Naturalmente i prezzi e la congiuntura internazionale hanno avuto un effetto positivo notevole. Ma, come saprà, anche in epoca sovietica ci sono stati dei periodi in cui i prezzi del petrolio erano molto alti. Quel denaro è stato però sperperato e non ha influenzato lo sviluppo economico. Più recentemente, i prezzi del petrolio hanno cominciato a salire nel 2004. Ma già nel 2000 noi siamo stati in grado di ottenere una crescita record del 10%, che non era collegata con il petrolio. In questi ultimi anni, per quanto riguarda il sistema fiscale e l'amministrazione, abbiamo scelto di privilegiare lo sviluppo dell'industria di trasformazione, di incoraggiare l'innovazione. Questa è la nostra missione principale. I primi risultati si fanno sentire. Come? L'industria di trasformazione influisce sulla crescita del PIL più dell'industria delle materie prime. E tuttavia non è ancora abbastanza. Di recente ho trattato l'argomento pubblicamente, in una riunione del Governo. Vogliamo che la nostra economia sia innovativa, anche se nei programmi per i prossimi cinque anni i nostri obiettivi sono ancora troppo bassi. Comunque tutto ciò significa che adesso ci stiamo concentrando su questi problemi e ci lavoreremo finché non li avremo risolti.


Non c'è contraddizione tra il fatto che Lei vuole perseguire l'innovazione e nello stesso tempo aumentare il ruolo dello stato nell'economia? Per esempio, negli ultimi anni lo Stato russo ha assunto nuovamente il controllo dei settori strategici dell'economia, in particolare quello dell'industria petrolifera. Non è controproducente?

No no, non è affatto così. Lei ha parlato del settore petrolifero. È un'interpretazione errata di ciò che accade nel settore petrolifero dell'economia russa. Negli ultimi anni l'estrazione del petrolio non è aumentata, o è aumentata molto poco, è vero, ma non perché lo Stato ha assunto il controllo. Vorrei richiamare la sua attenzione su alcuni fattori. Innanzitutto la Russia non fa parte dell'OPEC. In secondo luogo, nella maggioranza dei paesi estrattori di petrolio le compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato. In terzo luogo, in Russia i privati sono invece presenti nel settore degli idrocarburi. Le multinazionali, comprese quelle francesi come Gaz de France o Total, sono presenti nel settore petrolifero russo e sviluppano i nostri giacimenti naturali. Certo, abbiamo cercato di sostenere le imprese controllate dallo Stato, come Gazprom e Rosneft. Le altre, ne abbiamo decine, sono grandi compagnie private. Comprese quelle con capitali stranieri. Compagnie britanniche, americane, indiane, cinesi, francesi, tedesche.

Nel nostro settore energetico c'è più liberismo che in quelli della maggior parte degli altri paesi, Europa compresa. Stiamo portando a termine una grande riforma del settore dell'energia elettrica. Il 1° luglio la nostra maggiore compagnia elettrica, la UES, cesserà di esistere e si scinderà in varie compagnie più piccole che facevano parte della UES. Il settore della produzione, piccole centrali e grandi unità, verrà messo in vendita ai privati. Interverranno grandi compagnie europee – l'italiana ENI, compagnie tedesche – con investimenti di 6, 8, 10, 12 miliardi di dollari e di euro. Con investimenti miliardari. Vi faccio notare che pochi paesi europei hanno dato prova di un tale liberismo. Mentre a noi, investitori russi, viene ancora impedito l'accesso a progetti analoghi. Dunque è del tutto sbagliato affermare che il nostro settore energetico, in particolare quello degli idrocarburi, è un mercato chiuso.

In quel settore economico ci sono però dei problemi. In cosa consistono? Consistono nel fatto che da quando le grandi compagnie petrolifere e del gas con l'aumento dei prezzi dell'energia hanno cominciato a guadagnare troppo il governo ha deciso di riversare i profitti eccedenti nel bilancio della Federazione Russa, creando per esempio un'imposta sull'estrazione delle materie prime e tasse sulle esportazioni. Adesso abbiamo scoperto che questi metodi non sono più necessari, che i mezzi di cui dispongono le imprese petrolifere non permettono loro di sviluppare l'estrazione. Per questo diminuiremo l'imposta sull'estrazione delle materie prime. Speriamo che questo produca effetti positivi nei prossimi anni. Abbiamo anche accordato uno statuto preferenziale ai nuovi giacimenti, in particolare nel mare del Nord e nella Siberia orientale, dove non esiste alcuna infrastruttura.
Non dubito che questo settore dell'economia russa si svilupperà attivamente nei prossimi anni.


Adesso sono sorti dei problemi con le compagnie straniere. Non pensa che questo possa spaventare gli investitori, soprattutto dopo quello che è successo con la TNK-BP, la Shell e via dicendo?

Co la TNK-BP non è ancora successo niente. Hanno problemi con i loro soci russi, e io li avevo avvertiti qualche anno fa che questi problemi ci sarebbero stati. E la questione non è che si tratta della TNK-BP. La questione è che qualche anno fa si sono accordati per dividersi a metà il pacchetto azionario, e quando l'hanno fatto, e io ero presente alla firma di questo accodo, dissi loro: “Non bisogna farlo. Parlate tra di voi, decidete che uno di voi possieda il pacchetto di controllo, e noi non siamo contrari che sia la BP. Noi vi appoggeremo anche se sarà la parte russa, cioè la compagnia TNK”. Ma era necessario che ci fosse un padrone, altrimenti in quella struttura ci sarebbero stati problemi.

Mi hanno detto: “No, no, ci metteremo d'accordo”. “Allora accordatevi”, ho detto io. Ed ecco il risultato: continuano ad avere attriti su chi di loro debba prevalere. Lì sta essenzialmente il problema. Il problema principale sono gli attriti economici all'interno della compagnia.

Per quanto riguarda la Shell, con loro abbiamo risolto i problemi e speriamo che non si ripetano in futuro. E non dovrebbero ripetersi anche perché i nostri partner dovrebbero sapere che non ammettiamo il metodo coloniale di sfruttamento delle risorse russe.


Non temete che l'inflazione possa diventare un fattore di destabilizzazione della società russa e un argomento dell'opposizione politica?

No, non lo temiamo per molte ragioni. In primo luogo comprendiamo l'impatto negativo dell'inflazione, ce ne rendiamo conto e intraprendiamo e continueremo a intraprendere tutte le misure necessarie a eliminare questa minaccia. L'inflazione non viene dal nostro mercato interno, è stata esportata in Russia dalle economie sviluppate, comprese quelle europee. È legata al rapido e infondato aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base. Gli esperti sanno che è collegata ai consumi in India e Cina, ai biocarburanti fabbricati dal grano o dal mais. È legata anche a un afflusso importante di investimenti in Russia. Prima uscivano dal paese 20-25 miliardi di dollari all'anno. L'anno scorso il livello degli investimenti esteri diretti ha raggiunto gli 81 miliardi di dollari. Questi investimenti in petrodollari si aggiungono ai petrodollari delle nostre imprese. La Banca centrale li preleva e deve emettere dei rubli che vengono poi reimmessi nell'economia.

Esistono anche altri fattori, che noi conosciamo e che siamo in grado di analizzare obiettivamente per contenere queste minacce. Ma innanzitutto dobbiamo sviluppare la nostra industria agroalimentare e garantire il volume indispensabile di grano per i nostri bisogni con l'aiuto delle regole doganali, così come le importazioni necessarie. Lotteremo contro l'inflazione come si fa ovunque. La Banca centrale ha recentemente alzato al 10,5% i tassi di interesse per limitare l'afflusso di moneta nell'economia. Per quanto riguarda l'impatto sociale, l'aumento dei prezzi dei prodotti di base colpisce soprattutto gli strati più vulnerabili della popolazione, quelli che spendono praticamente tutti i loro redditi per nutrirsi. Sono loro che soffrono maggiormente. Ma grazie all'aumento dei salari, delle pensioni e dei sussidi cercheremo di minimizzare le conseguenze negative dell'inflazione. Anche se comprendiamo che questo significa un afflusso di denaro nell'economia, nel paese: ma dobbiamo farlo per i nostri cittadini e lo faremo.


Cosa risponderebbe a Dmitrij Medvedev se Le chiedesse un parere su un alleviamento della pena o un miglioramento delle condizioni di detenzione dell'ex padrone della Jukos, Michail Chodorkovskij?

Gli risponderei che deve prendere questa decisione in completa autonomia. Come ho fatto io in passato, deve basarsi sulla legislazione. Lui ed io abbiamo fatto gli stessi studi universitari alla facoltà di diritto di San Pietroburgo. Abbiamo avuto degli ottimi professori, i quali ci hanno somministrato un vaccino: il rispetto della legge. Conosco il signor Medvedev da molto tempo. Rispetterà la legge, come del resto ha affermato pubblicamente più volte. Se la legge lo permette, non ci sarà alcun ostacolo. Tutto dipende dalla situazione concreta e dalle procedure sancite dalla legge.


Le condizioni di detenzione dipendono dall'amministrazione? Dal detenuto?

Ma certo. Come da voi. E di chi dovrebbero dipendere?


Be', voglio dire, la legge permette un alleviamento delle loro condizioni di detenzione?

Ma certo. Però bisogna che i detenuti adempiano alle leggi.


Signor primo ministro, Lei dice spesso che la Russia condivide i valori europei. Ma d'altro canto vediamo che in Russia non si ammette ancora la concorrenza nell'economia e nella politica. Come spiega questa contraddizione?

Non vedo alcuna contraddizione. La concorrenza è lotta. Se una delle parti prende il sopravvento e vince significa che la competizione esiste. Ovunque i protagonisti dell'economia tentano di mantenere stretti rapporti con il potere e di ottenere dei vantaggi competitivi. Abbiamo evocato uno dei “capitani” dell'industria petrolifera russa. Un tempo queste persone si vedevano rifiutare il visto di ingresso negli Stati Uniti perché si pensava fossero legate alla mafia. Oggi chiedete se sia possibile migliorare le loro condizioni di detenzione: non significa applicare due pesi e due misure? La lotta per i privilegi esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. La Russia non è un caso unico. Abbiamo cercato di tenere il mondo degli affari distante dalla politica, e mi sembra che ci siamo complessivamente riusciti.


Ma forse sta tutto nel fatto che Chodorkovskij ci andava troppo spesso negli Stati Uniti, e il visto ce l'aveva...

Si, alla fine è riuscito ad ottenerlo, al contrario di altri imprenditori, come il signor Deripaska. Ne ho chiesto il motivo ai miei colleghi americani. Se avete dei motivi per non concedergli il visto, se avete informazioni su attività illegali, passateli a noi e sapremo farne uso nel nostro paese. Ma non ci hanno dato niente, non ci hanno spiegato niente e gli hanno negato il visto. [Oleg Deripaska] non mi è né amico, né parente. Rappresenta la grande finanza russa. Ha affari per svariati miliardi di dollari in diversi paesi del mondo. Perché impedirgli gli spostamenti? Cos'ha fatto? Se non avete niente in mano, lasciatelo entrare. Per quanto riguarda Chodorkovskij, il problema non sono i suoi viaggi all'estero, ma il fatto che ha infranto la legge più volte e in maniera brutale. È stato dimostrato che il gruppo di cui faceva parte ha commesso crimini contro delle persone, e non solo crimini di natura economica. Hanno ucciso più di una persona. Un tale genere di lotta competitiva è intollerabile e noi intendiamo porvi fine senza esitazioni e con tutti i mezzi.

Ma c'è anche il caso del britannico William Browder, del fondo di investimento Hermitage, che si vede proibire l'ingresso dal 2005 senza sapere perché…

Sa, sento questo nome per la prima volta. Non so chi sia questo signor Browder, né perché non possa entrare in Russia come lei dice. Non posso commentare perché non ne so nulla. Tuttavia... la Russia è un grande paese. Queste complicazioni possono verificarsi. Possono verificarsi conflitti con le autorità, conflitti per questioni finanziarie, conflitti interpersonali. Ma è la vita che è complessa e varia. Se qualcuno ritiene che i suoi diritti siano violati, si rivolga al tribunale. Il nostro sistema giudiziario, grazie a Dio, funziona. A proposito, recentemente una giornalista è stata accusata di aver infranto le norme valutarie quando si è recata all'estero. Contro di lei è stata aperta un'indagine. Credo che adesso si trovi in Francia. Così? Me ne hanno già parlato in passato, e io ho detto: che venga qui, si presenti in tribunale e lotti per i propri diritti. Ma ha paura. Adesso comunque la Corte costituzionale si è pronunciata: sì, ha infranto la legge, ma non sarà perseguita penalmente. Questi casi ricadono nel diritto amministrativo. Ecco cosa intendo quando dico che il sistema giudiziario russo funziona.


Alcuni osservatori e perfino gli stessi russi spesso faticano a dare una definizione della Federazione Russa. Cos'è: dittatura, totalitarismo, democrazia? Lei pensa di avere inventato un sistema, e come dev'essere questo sistema?

No, noi non inventiamo nulla. Noi sviluppiamo il nostro paese secondo principi che sono stati sperimentati nel mondo civile e che corrispondono alle nostre tradizioni e alla nostra cultura politica. Il multipartitismo non consiste in migliaia di partiti incapaci di organizzare il processo politico, che demoliscono lo Stato con il loro lavoro, le loro azioni e le loro ambizioni. Il multipartitismo è un sistema nel quale i grandi partiti rappresentano gli interessi di diversi segmenti della popolazione, funzionano efficacemente e, nell'ambito di un civile confronto, giungono a elaborare decisioni che rispondono agli interessi della maggioranza della popolazione. Abbiamo lavorato molto al rafforzamento del parlamentarismo e del multipartitismo. Abbiamo fatto reali progressi, sul piano legislativo, nella trasmissione dei poteri federali alle regioni e alle amministrazioni comunali. Abbiamo decentralizzato il potere accompagnandolo con le risorse finanziarie. Non esiste una società democratica, normale e civile senza una componente municipale. Noi questo lo capiamo e lavoriamo in questa direzione.

Dobbiamo però anche far sì che che le nostre azioni siano efficaci e portino a un miglioramento effettivo delle condizioni del paese. Esistono le tradizioni. Guardate il Libano. I diversi gruppi della popolazione devono essere rappresentati nelle alte sfere politiche. Succede anche da noi. Prendiamo il Caucaso, la Repubblica del Daghestan. Qui sono riconosciute le diverse nazionalità. Se il rappresentante di una si esse dirige la Repubblica, il rappresentante di un'altra diventa presidente del Parlamento e un terzo capo del Governo. Guai a infrangere questa gerarchia! Per la coscienza collettiva della Repubblica non è accettabile. Si può fingere il contrario, e dire che non va bene, non è democratico, e che servono a tutti i costi elezioni dirette del presidente, con voto segreto. Ma questo distruggerebbe la Repubblica, e non posso permetterlo. Sono costretto a tener conto delle idee di persone che abitano quel territorio da più di 1000 anni. Rispetterò la loro scelta, il loro modo di organizzare la propria vita. Queste particolarità da voi possono non esistere e non essere sentite, ma da noi esistono, le conosciamo. E dobbiamo farci i conti, e lo faremo. Ma oltre a questo ci muoveremo ovviamente nella direzione generale dello sviluppo civile.


Lei vanta la qualità del sistema giudiziario russo?

Non ho detto questo. Ho detto che malgrado tutti i problemi il sistema giudiziario russo si sviluppa e dimostra la propria vitalità. Bisogna ancora fare molto perché questo sistema funzioni al cento per cento a favore delle persone. Non so se questo sia possibile, e se da qualche parte si sia mai raggiunto un tale obiettivo. Ma non ci sono alternative.


Il signor Medvedev si è espresso in modo più negativo, parlando di “nichilismo giuridico”. Dove sta la verità?

La verità è che avete compreso male. Ha parlato di nichilismo politico non nei tribunali ma nella coscienza collettiva. Senza dubbio esiste. Ma la coscienza collettiva non ne ha colpa. Nel settore della sicurezza e