martedì, agosto 25, 2009

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

Gli Stati Uniti accelerano il passo in Asia Centrale

di M. K. Bhadrakumar

Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.


Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione dell'Amu Darya.

Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa. Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.

Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”. Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent di intimorire il paese vicino.

Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia di Kunduz.

Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent non può contare su Mosca come arbitro della stabilità regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la sicurezza regionale.

L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava più i taliban come la “principale fonte di fanatismo ed estremismo nella regione” ma come un “partner nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento del regime taliban.

Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.

Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida. Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù avviato colloqui con i taliban.

Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione. Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.

Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban. In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.

Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.

La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.

Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso di Turkmenistan e Uzbekistan.

Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya, non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi ultimi nella vita politica afghana.

Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri” è stato impedio di compattarsi.

Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo di riconciliazione con i taliban.

Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina – avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina, in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan come rotta di transito verso i mercati mondiali.

L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa. Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine, ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami della NATO con questi paesi.

È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:

Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i russi considerino più utile per i loro interessi una condizione di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza militare russa nella regione...

Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti della Russia è così profondo che diverse figure di spicco hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe per Washington un alleato più affidabile di Mosca.

Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:

Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran]. È naturale che se verrà adottato un approccio unico e compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali possiamo cooperare con altri Paesi.

L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe imparare le lezione di Karimov.

Originale: US steps up its Central Asian tango

Articolo originale pubblicato il 25/8/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, aprile 24, 2009

L'Occidente, la Russia e l'"estero vicino"

L'Occidente intrappola la Russia nel cortile di casa

di
M. K. Bhadrakumar

Normalmente premere il bottone di reset non dovrebbe essere una cosa difficile. Però sono trascorsi due mesi da quando il vice presidente degli Stati Uniti ha proposto di fare esattamente questo.

Nel suo discorso di febbraio alla conferenza di Monaco, Biden aveva proposto di premere il bottone per resettare le relazioni USA-Russia. Tuttavia, nonostante i molti segnali positivi e un complessivo abbassamento dei toni retorici, i gesti sono stati finora soprattutto simbolici.
In Eurasia tutto fa pensare al contrario. Il Grande Gioco sta riprendendo slancio. Il crollo dei prezzi del petrolio ha complicato la ripresa economica russa, e questo a sua volta può turbare le dinamiche del processo di integrazione – politico, militare ed economico – condotto da Mosca nello spazio post-sovietico.

I diplomatici statunitensi stanno perlustrando la regione alla ricerca di occasioni per causare screzi tra Mosca e le capitali regionali. Il Tagikistan, uno degli alleati più fedeli della Russia, è decisamente diventato più amichevole nei confronti degli Stati Uniti. L'Uzbekistan sta ancora una volta nicchiando, il che suggerisce che è aperto al maggior offerente. Ma il Turkmenistan potrebbe essere il gioiello della corona della diplomazia statunitense nella regione.

Gli sforzi diplomatici concertati degli Stati Uniti hanno cominciato ad allontanare Ašgabat dalla sfera di influenza russa e dunque a incrinare le speranze dei russi di realizzare nuovi gasdotti per il mercato europeo. Al contempo c'è anche il chiaro proposito di sviluppare una rotta di rifornimento settentrionale verso l'Afghanistan attraverso il Caucaso e il Caspio escludendo il suolo russo. Benché la cooperazione russa sia gradita, gli Stati Uniti non permetteranno che la loro vulnerabilità in Afghanistan venga sfruttata per assecondare gli interessi russi in Europa.

Ora come ora, Mosca mantiene la calma. Innervosendosi farebbe il gioco dei fautori della linea dura a Washington. Mosca ha tenuto i nervi saldi agli inizi di aprile di fronte al tentativo di orchestrare una “rivoluzione colorata” in Moldova per deporre il governo democraticamente eletto amico di Mosca. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ammonito che gli Stati Uniti e la Russia non dovrebbero “costringere” le ex repubbliche sovietiche a scegliere tra l'alleanza con Washington o con Mosca, né dovrebbero esserci “fini nascosti” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. “È inammissibile metterle [le ex repubbliche sovietiche] di fronte a una falsa scelta, con noi o contro di noi. Questo porterebbe a una lotta ancor più grande per le sfere di influenza”, ha osservato Lavrov.

L'attenzione al momento si appunta su Cooperative Longbow 09/Cooperative Lancer, l'esercitazione militare che l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) intende effettuare dal 6 maggio al 1° giugno in Georgia. L'esercitazione è mirata al miglioramento dell'“interoperabilità” tra la NATO e i paesi alleati. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno orchestrato l'iniziativa per farla apparire come una reiterazione degli impegni sicuritari dell'Occidente nei confronti del regime georgiano. In questo caso gli Stati Uniti hanno faticato a convincere gli alleati della NATO a partecipare. La Germania e la Francia, contrarie a provocare inutilmente la Russia, hanno declinato l'invito.

Un'esercitazione militare NATO nel clima incandescente del Caucaso è effettivamente una scelta discutibile. La Russia la vede come un furtivo tentativo di Washington di coinvolgere la NATO nella sicurezza della Georgia e come una strisciante espansione dell'alleanza nel Caucaso. Di fatto devono ancora essere assimiliate le conseguenze geopolitiche del conflitto dello scorso agosto.

Mosca ha reagito annullando l'incontro tra i capi di stato maggiore della Russia e della NATO programmato per il 7 maggio. Questa reazione piuttosto blanda ha deluso i fautori della linea dura a Washington. Gli analisti russi hanno sottolineato che l'esercitazione militare costituisce un tentativo consapevole di viziare l'atmosfera in vista della visita a Mosca del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, programmata per il mese di giugno.

Il Presidente Dmitrij Medvedev ha espresso in forma pacata il proprio disappunto. Ha detto: “È una decisione sbagliata e pericolosa... [che] crea il rischio che sorga ogni genere di complicazioni... perché questo tipo di azioni ha a che fare con prove di forza e con il rafforzamento militare, e questa decisione appare miope considerato quanto è tesa la situazione nel Caucaso... Seguiremo attentamente gli sviluppi e se necessario prenderemo delle decisioni”.

Mosca dunque preferisce mantenere la questione strettamente a livello di relazioni Russia-NATO. Non si sa ancora se Lavrov sceglierà di discuterne con la sua controparte statunitense Hillary Clinton quando il 7 maggio si incontreranno per preparare il programma della visita di Obama a Mosca.

Nel frattempo l'ambasciatore della Russia alla NATO, Dmitrij Rogozin, ha dichiarato pubblicamente che la reazione di Mosca non influirà sul transito sul suolo russo dei rifornimenti per le truppe NATO in Afghanistan. “Non ritengo che rientrerà tra le possibili ritorsioni. Non abbiamo mai messo in dubbio l'importanza dei transiti di [merci NATO], neanche durante la guerra [nel Caucaso lo scorso agosto]. È una questione di interessi strategici in cui abbiamo un nemico in comune”, ha detto Rogozin.

La posizione di Mosca è attenta a far sì che Washington non abbia scuse per lamentarsi della cooperazione russa sull'Afghanistan. E questo mentre gli Stati Uniti perseguono il consolidamento di una rotta di transito verso l'Afghanistan dal Mar Nero attraverso la Georgia e l'Azerbaigian e il Turkmenistan: una rotta che esclude la Russia. La merce giunta in Turkmenistan può attraversare il confine con l'Afghanistan occidentale o passare per l'Uzbekistan e il Tagikistan, anch'essi confinanti con l'Afghanistan. Dunque la diplomazia statunitense si è concentrata sui tre paesi centroasiatici – Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan – accessibili dal Mar Nero, aggirando completamente la Russia.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno firmato un accordo di transito con il Tagikistan. Un accordo simile è stato firmato lo scorso mese con l'Uzbekistan e sono in corso consultazioni con il Turkmenistan. L'assistente Segretario di Stato americano Richard Boucher ha discusso la possibilità di di sorvolo e di transito terrestre durante un incontro con il Presidente turkmeno Gurbanguli Berdymukhamedov ad Ašgabat il 15 aprile scorso.
Questi sviluppi prendono forma sullo sfondo di un complessivo indebolimento della posizione russa in Asia Centrale. Il crollo dei prezzi del petrolio e la generale crisi economica in Russia evidentemente ostacolano la capacità della Russia di affermare la propria leadership nella regione.

La diplomazia statunitense è riuscita in qualche misura ad allentare i legami della Russia con l'Uzbekistan e il Tagikistan. L'Uzbekistan non ha preso parte a due incontri regionali importanti per i processi di integrazione della Russia: il vertice dei ministri degli esteri della CSTO, l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, della scorsa settimana a Erevan e la conferenza sull'Afghanistan della SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, svoltasi lo scorso mese a Mosca.

La “defezione” di Taškent sarebbe davvero un bel successo per Washington e resusciterebbe la strategia della “Grande Asia Centrale” mirata a ridurre l'influenza russa (e cinese) nella regione.

Al momento, tuttavia, la diplomazia statunitense appunta grandi speranze sul Turkmenistan. Washington intravede una finestra di opportunità nella misura in cui la cooperazione energetico russo-turkmena, che costituisce la spina dorsale dei rapporti tra i due paesi, è entrata in difficoltà. Essenzialmente gli Stati Uniti sperano di spezzare il controllo della Russia sulle esportazioni di gas turkmeno e di disturbare i piani russi di alimentare con il gas turkmeno il progettato gasdotto South Stream. Gli Stati Uniti stanno cercando di circuire Ašgabat per farla entrare nel progetto rivale del gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia e contribuirà alla diversificazione delle forniture energetiche europee.

Che la leadership turkmena decida effettivamente di cedere alle lusinghe americane è però un'altra storia. I turkmeni hanno fiuto per il commercio, e devono molto gradire la crescente rivalità tra USA e Russia che non mancheranno di sfruttare per strappare alla Russia (e alla Cina) le condizioni più favorevoli. Sia come sia, l'instancabile martellamento statunitense sta erodendo la posizione della Russia.

Solo un anno fa la Russia proponeva di pagare prezzi europei ai paesi produttori di petrolio dell'Asia Centrale. Oggi Gazprom non può più permettersi questi contratti d'acquisto per tutta una serie di fattori, come la diminuzione della domanda europea di energia a causa della recessione economica e il crollo dei prezzi dell'energia.

Gazprom si trova in una situazione difficile. Con il crollo della domanda in Europa l'importazione del gas turkmeno comincia a non avere senso. Ma la Russia non può neanche interrompere le forniture turkmene. Quando la domanda ricomincerà ad aumentare – e prima o poi succederà – la Russia avrà nuovamente un gran bisogno del gas turkmeno. Il quotidiano Kommersant' ha commentato: “Nel medio termine Ašgabat non ha un'alternativa a Gazprom per l'acquisto o il trasporto del gas... Ovviamente si raggiungerà qualche tipo di compromesso per cercare una via d'uscita. Ma indipendentemente dall'esito le relazioni Mosca-Ašgabat non saranno più le stesse”.

I diplomatici statunitensi stanno facendo il possibile per far capire ai produttori di energia dell'Asia Centrale che non è saggio confidare nella Russia e che la cosa giusta da fare sarebbe acquisire l'accesso diretto al mercato internazionale senza la mediazione russa. Queste argomentazioni sembrano assumere un peso sempre maggiore ad Ašgabat. La firma di un memorandum di intesa, il 16 aprile, tra il Turkmenistan e la compagnia energetica tedesca Rheinisch-Westfaelische Elektrizitaetswerk (RWE) per il trasporto del gas turkmeno verso l'Europa e i diritti di esplorazione nel Caspio segnala una nuova direzione nella mentalità turkmena.

La RWE è il maggiore produttore e fornitore di energia e il secondo fornitore di gas della Germania. Fa parte del consorzio internazionale che spera di costruire il gasdotto Nabucco, che aggirerà la Russia trasportando il gas dall'Azerbaigian all'Europa attraverso la Turchia. L'accordo con la RWE è il primo del Turkmenistan con una grande compagnia energetica occidentale. In base a quell'accordo la RWE fornirà la propria consulenza per individuare le opzioni di esportazione del gas turkmeno verso la Germania e l'Europa. Inoltre la RWE esplorerà e svilupperà i giacimenti di gas sulla piattaforma continentale del Turkmenistan nel Mar Caspio.

Dal punto di vista occidentale, l'accordo RWE-Turkmenistan non sarebbe potuto giungere in un momento migliore. La decisione turkmena senza dubbio ridà slancio a Nabucco, liquidato dalla Russia come un sogno a occhi aperti. Si prevede che al vertice dell'Unione Europea del 7 maggio a Praga verrà raggiunta la decisione definitiva sull'attuazione del progetto Nabucco. Con la possibilità di assicurarsi le forniture di gas turkmeno per il Nabucco, se il vertice dell'UE formalizzerà il progetto, l'Europa avrà compiuto un grande passo verso la diversificazione delle sue fonti di energia e la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Dunque il Nabucco è profondamente rilevante per il futuro delle relazioni tra la Russia e l'Occidente.

Ci si attende che il vertice del 7 maggio dell'Unione Europea trasformi la geopolitica eurasiatica anche in altre direzioni. Il summit lancerà la nuova politica di “Partenariato orientale” dell'UE, che coinvolgerà sei ex repubbliche sovietiche – Ucraina, Bielorussia, Moldova, Georgia, Azerbaigian e Armenia – con la malcelata intenzione di accrescere l'influenza di Bruxelles in questi paesi a scapito di Mosca. L'Unione Europea non intende offrire l'ingresso nel proprio assetto alle ex repubbliche sovietiche, ma nello stesso tempo vorrebbe prenderle politicamente sotto la propria ala.

Il “Partenariato orientale” è concepito molto ingegnosamente per fare in modo che attraverso scambi commerciali, viaggi e aiuti economici l'Unione Europea garantisca una maggiore integrazione delle ex repubbliche sovietiche senza essere costretta ad accettarle come membri a tutti gli effetti.

L'UE continua a contare sul fatto che le ex repubbliche sovietiche trovino le offerte di Bruxelles molto più allettanti dei processi di integrazione concepiti a Mosca. In termini strategici, la ragion d'essere del “Partenariato orientale” dell'Unione Europea è contrastare l'influenza della Russia nella propria sfera di influenza, il cosiddetto “estero vicino”: per questo lavora efficacemente in tandem con l'allargamento a est della NATO.

Originale: West traps Russia in its own backyard

Articolo originale pubblicato il 24/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, settembre 16, 2008

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

Il tango di Russia e Turchia nel Mar Nero

di M. K. Bhadrakumar

Nella frenetica attività diplomatica svoltasi a Mosca la scorsa settimana sulla questione del Caucaso, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è preso una pausa per svolgere in Turchia una missione importantissima che potrebbe rivelarsi un punto di svolta per la sicurezza e la stabilità della vasta regione che le due potenze si sono sempre spartite e contese.

Di fatto la diplomazia russa ha preso a muoversi con grande rapidità, già mentre le truppe lasciavano la Georgia per fare ritorno alle loro caserme. Mosca sta tessendo una nuova complicata rete di alleanze regionali, attingendo in profondità alla memoria storica collettiva della Russia come potenza nel Caucaso e nella regione del Mar Nero.

Il poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht avrebbe guardato con meraviglia ai “cerchi di gesso caucasici” tracciati la scorsa settimana sull'agenda di Lavrov e alle trame e sottotrame che vi si intrecciavano: un summit straordinario del Consiglio Europeo a Bruxelles; un incontro dei Ministri degli Esteri della Collective Security Treaty Organization (CSTO, Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva) a Mosca; tre controparti straniere in visita a Mosca (il belga Karl de Gucht, l'italiano Franco Frattini e l'azero Elmar Mamedyarov); le visite dei presidenti delle repubbliche dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, fresche di indipendenza; e le consultazioni con il rappresentante speciale del segretario delle Nazioni Unite per la Georgia, Johan Verbeke.

Tuttavia Mosca ha assegnato la massima importanza alle consultazioni con la Turchia. Martedì Lavrov ha piantato tutto ed è corso a Istanbul per una visita di lavoro, essenzialmente mirata ad assicurarsi una conversazione confidenziale urgente di poche ore con la sua controparte, Ali Babacan. La missione di Lavrov ha sottolineato l'acuto senso russo delle proprie priorità nell'attuale crisi regionale nel Caucaso e nel Mar Nero.

Rivali storici diventano alleati
Inevitabilmente c'è un grande significato storico nelle discussioni tra Russia e Turchia sul Mar Nero. Durante l'assedio lungo un anno della base navale russa di Sebastopoli, nel 1854-55, per opera dei britannici e dei francesi, la Russia zarista si rese conto di un paio di verità fondamentali. Uno, che il ruolo della Turchia poteva essere cruciale per la salvezza della sua flotta del Mar Nero; due, che senza la flotta del Mar Nero la penetrazione della Russia nel Mediterraneo non sarebbe stata possibile. Ma soprattutto la Russia imparò che gli estremi per una guerra possono venir meno, ma le ostilità proseguire.

Quando nel 1856 con il Congresso di Parigi si giunse finalmente alla pace, le clausole riguardanti il Mar Nero svantaggiarono enormemente la Russia, tanto che nel giro di un anno lo zar cospirò con Otto von Bismarck, denunciò l'accordo e passò a ripristinare una flotta nel Mar Nero.

La scelta dei tempi per le consultazioni di Lavrov in Turchia è degna di nota. Il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney si trovava nella regione, in visita in Ucraina, Azerbaigian e Georgia, per soffiare sul fuoco del malcontento verso la Russia. La Turchia non rientrava nel suo itinerario. Mosca ha scaltramente valutato la necessità del dinamismo politico nei rapporti con la Turchia.

Mosca ha osservato che, diversamente da NATO e Unione Europea, la Turchia ha avuto una reazione evidentemente sottotono. Ankara si è limitata a esprimere brevemente la propria ansia per gli sviluppi, ma in termini quasi pro-forma ed evitando di schierarsi. Da un lato la Turchia è un paese membro della NATO e aspira a entrare nell'Unione Europea; è stata un alleato stretto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda; sarà uno snodo energetico se si materializzeranno gli ambiziosi piani di accedere all'energia del Caspio aggirando il territorio russo; è il punto franco dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

Dall'altro lato la Russia si profila come primo partner commerciale della Turchia, con scambi annuali che già si avvicinano ai 40 miliardi di dollari. Anche il commercio invisibile è sostanzioso, con i 2,5 milioni di turisti russi che visitano ogni anno la Turchia e le molte compagnie turche che lavorano nel settore russo dei servizi. E poi la Russia soddisfa il 70% della domanda turca di gas naturale.


Dunque la Turchia ha concepito ingegnosamente il “Patto di stabilità e cooperazione nel Caucaso”, la cui principale virtù sarebbe, per citare l'editorialista turco Semih Idiz, “fornire alla Turchia la possibilità di rimanere relativamente neutrale in questa disputa, anche se ciò non è gradito a tutti a Washington”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Mosca il 12 agosto per discutere la proposta con il Cremlino. Aggiunge Idiz: "In altre parole, pur essendo membro della NATO Ankara non è nella condizione di schierarsi in questa disputa ora che si sta profilando una nuova 'frattura tra est e ovest'".

È noto che Mosca detesta le ingerenze nella sua "sfera di influenza" nel Caucaso da parte di forze esterne. Tuttavia in questo caso il Cremlino ha subito accolto favorevolmente la proposta turca e ha accondisceso ad avviare consultazioni per instaurare un dialogo bilaterale e multilaterale su tutti gli aspetti del problema del Caucaso. L'approccio russo è pragmatico.

In primo luogo era fondamentale coinvolgere la Turchia, un'importante potenza della regione, per contribuire a mitigare l'isolamento della Russia durante la crisi. In secondo luogo era vantaggioso attirare la Turchia dalla parte della Russia, giacché essa non fa parte dell'iniziativa di pace dell'Unione Europea.

L'influenza della Turchia nel Caucaso Meridionale è innegabile. Il commercio annuale della Turchia con la Georgia ammonta a un miliardo di dollari, un volume considerevole se si tiene conto dei parametri georgiani. Gli investimenti turchi in Georgia sono in eccesso di mezzo miliardo di dollari. La Turchia ha anche fornito armi e addestramento all'esercito georgiano. Anche i legami della Turchia con l'Azerbaigian sono tradizionalmente stretti.

Dunque Mosca ha intravisto la possibilità che la proposta turca consentisse di elaborare meccanismi per limitare il potenziale conflittuale della regione e per rafforzare la stabilità regionale e facesse da contrappeso alle azioni invasive dirette dall'Occidente contro gli interessi russi.

Lavrov ha detto a Babacan che mentre “è necessario in questa fase creare condizioni adeguate” per l'iniziativa di pace di Ankara, “compresa l'eliminazione delle conseguenze dell'aggressione contro l'Ossezia del Sud”, “concordiamo assolutamente con i nostri interlocutori turchi sul fatto che le basi di questa interazione devono essere gettate ora”.

L'essenza della linea russa sta nella preferenza per un approccio regionale che escluda forze esterne. Lavrov è stato esplicito al proposito. Ha detto: “Vediamo il principale valore dell'iniziativa turca nel fatto che si basa sul buon senso e presuppone che i paesi di qualsiasi regione, e innanzitutto di questa, debbano decidere da soli come condurvi gli affari che li riguardano. Gli altri possono dare il loro contributo, ma non dettare le regole”.

Lavrov alludeva qui allo scontento per il ruolo degli Stati Uniti. Ha poi aggiunto: “Naturalmente si tratterà di uno schema aperto, ma l'iniziativa qui spetterà ai paesi della regione. È più o meno quello che succede nell'ASEAN [Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico], che ha molti partner, ma sono i membri dell'ASEAN a definire i programmi per la regione e la sua vita”.

La posizione della Russia è orientata un'“intesa cordiale” con la Turchia nella regione del Mar Nero, il che vanifica i tentativi degli Stati Uniti di isolare la Russia nella sua tradizionale zona di influenza. Durante la visita di Lavrov a Istanbul, le due parti hanno concordato sulla “necessità di utilizzare maggiormente i meccanismi esistenti – l'Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [con sede a Istanbul] e la Blackseafor [forza navale regionale] – e sviluppare l'idea turca di un'armonia nella regione del Mar Nero, idea che sta sempre più assumendo un carattere multilaterale e pratico”.

Alla conferenza stampa di Istanbul, mentre Babacan sedeva al suo fianco, Lavrov ha operato un curioso salto logico ponendo in relazione l'interesse russo-turco nell'intraprendere iniziative congiunte con due altre questioni regionali, l'Iraq e Iran. Ha affermato: “Essenzialmente condividiamo la stessa posizione nel sollecitare le necessarie misure per una risoluzione decisiva della situazione in Iraq sulla base dell'integrità territoriale e della sovranità di quello stato. Le nostre posizioni sono simili anche per quanto riguarda la necessità di risolvere politicamente e pacificamente la questione del programma nucleare iraniano”.

La portata della dichiarazione di Lavrov richiede un'attenta analisi. Le sue ramificazioni sono profonde. Può essere compresa tenendo conto della vecchia idea degli Stati Uniti di utilizzare la costa orientale del Mar Nero come base per le operazioni militari in Iraq e per un potenziale attacco contro l'Iran: idea che Ankara ha fermamente respinto, con grande sollievo di Mosca. Qui basti dire che Lavrov ha agito magnificamente suggerendo un collegamento tra Iraq e Iran e un'intesa russo-turca per la sicurezza e la cooperazione.

La questione degli stretti
Ma nei termini immediati l'attenzione di Mosca è puntata sulla pressione militare statunitense nel Mar Nero. Alle radici della situazione attuale c'è la cosiddetta “questione degli stretti”. In breve, Mosca vorrebbe che Ankara continuasse a resistere ai tentativi statunitensi di rivedere la Convenzione di Montreux del 1936, che affida alla Turchia il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Gli Stati Uniti non presero parte alla Convenzione del 1936, che limitava severamente il passaggio di navi da guerra attraverso gli stretti e praticamente assicurava il controllo russo-turco sul Mar Nero.

La Convenzione di Montreux è cruciale per la sicurezza della Russia. (Durante la seconda guerra mondiale la Turchia negò alle potenze dell'Asse il permesso di inviare navi da guerra nel Mar Nero per attaccare la flotta sovietica con base a Sebastopoli).

Nello scenario post-Guerra Fredda, Washington ha intensificato le pressioni sulla Turchia per rinegoziare la Convenzione di Montreux in maniera da trasformare il Mar Nero in una riserva della NATO. La Turchia, la Romania e la Bulgaria sono paesi NATO; gli Stati Uniti hanno basi militari in Romania; gli Stati Uniti contano sull'ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Dunque la resistenza turca alle pressioni statunitensi per la rinegoziazione della Convenzione di Montreux assume grande importanza per Mosca. (Durante l'attuale conflitto nel Caucaso Washington ha cercato di inviare nel Mar Nero due navi da guerra da 140.000 tonnellate con lo scopo dichiarato di fornire “aiuti” alla Georgia, ma Ankara ha rifiutato il permesso perché un tale passaggio attraverso il Bosforo avrebbe violato le disposizioni della Convenzione di Montreux).

Mosca apprezza la sfumatura della politica turca. Di fatto Mosca e Ankara hanno un interesse comune a far sì che il Mar Nero rimanga una loro riserva. Inoltre Ankara comprende giustamente che qualsiasi ipotesi di riapertura della Convenzione di Montreux – che la Turchia negoziò grazie alla grande abilità, saggezza politica e lungimiranza di Kemal Ataturk – aprirebbe un vaso di Pandora. Potrebbe anche rappresentare un primo passo verso la riapertura del Trattato di Losanna del 1923, la pietra angolare su cui è stato eretto il moderno stato turco sorto dalle rovine dell'Impero Ottomano.

L'importante analista politico turco Tahya Akyol ha lucidamente riassunto il paradigma in un recente articolo apparso sul giornale liberale Milliyet:

La geografia dell'Anatolia richiedeva che si guardasse prioritariamente all'Occidente durante le epoche bizantina e ottomana, senza però ignorare il Caucaso e il Medio Oriente. Naturalmente le sfumature mutano con il mutare degli eventi e dei problemi. Una Turchia che si volgesse a Occidente non ignorerebbe mai la Russia, il Mar Nero, il Caucaso, il Medio Oriente o il Mediterraneo. Tutta una sinfonia di possibilità cangianti e complesse dipende dalla capacità della nostra politica estera e dalla nostra forza. Non esistono politiche infallibili, ma la Turchia ha evitato di commettere enormi errori in fatto di politica estera. I suoi principi basilari sono validi.

Mosca ha una profonda comprensione del pragmatismo della politica estera “kemalista” della Turchia. (Ataturk aveva cercato l'accordo con i bolscevichi nei primi anni Venti del Novecento). Lavrov ha glissato con delicatezza sulle pagine della storia contemporanea. A Istanbul ha detto che la Russia post-sovietica non risentiva di alcuna “limitazione” per l'appartenenza della Turchia alla NATO, finché le due potenze fossero rimaste “sincere, autenticamente fiduciose e reciprocamente rispettose”. Cosa intendeva dire?

Dal punto di vista russo, ciò che conta è che la Turchia non dovrebbe usare l'appartenenza alla NATO a scapito degli interessi della Russia, pur adempiendo legittimamente ai propri obblighi e impegni con l'alleanza. In altre parole, Lavrov ha ricordato che la Turchia non dovrebbe dimenticare i suoi “altri impegni e obblighi” come “la cornice dei trattati internazionali che governano il regime del Mar Nero, per esempio”.

Lavrov ha rilevato con soddisfazione che “la Turchia non pone mai i propri impegni nei confronti della NATO al di sopra degli altri obblighi internazionali, ma ubbidisce sempre fedelmente a tutti i suoi obblighi. È una caratteristica molto importante e non comune a tutti i paesi. La apprezziamo, e cerchiamo di impostare le nostre relazioni nello stesso modo”. Di certo con questa affermazione ha dato agli ospiti turchi molto su cui riflettere.

Lo scacchiere caucasico
Nel frattempo, per riprendere la metafora di Akyol, nel Mar nero e nel Caucaso Meridionale è davvero cominciata una nuova sinfonia. Gli osservatori internazionali, che riducono l'attuale contesa a una questione di sostegno russo al principio dell'autodeterminazione, rischiano di contare gli alberi e non vedere il bosco. Dopo aver messo alla prova la reale capacità della NATO di fare la guerra alla Russia nel Mar Nero – un esperto militare russo ha stabilito che a Mosca basterebbero 20 minuti per affondare la flotta NATO – la Russia ha annunciato la sua intenzione di dispiegare truppe regolari negli stati da poco indipendenti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia in base ai trattati di “amicizia, cooperazione e reciproca assistenza” che ha firmato con loro a Mosca martedì scorso. Il Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov ha già specificato i contingenti che saranno dislocati in Ossezia del Sud e in Abkhazia.

In termini pratici, la Russia ha rafforzato la sua presenza nella regione del Mar Nero. Martedì a Mosca Lavrov ha spiegato che “la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia ricorreranno congiuntamente a tutte le possibili misure per eliminare e prevenire le minacce per la pace o i tentativi di distruggere la pace e per contrastare atti d'aggressione da parte di qualsiasi paese o gruppo di paesi”. Ha aggiunto che secondo Mosca qualsiasi discussione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle questioni della sicurezza regionale “non avrebbe senso” senza la partecipazione dei rappresentanti di Ossezia del Sud e Abkhazia, precondizione che Washington sicuramente respingerà.

Un'altra sinfonia russo-turca si fa sentire altrove nel Caucaso. Sabato 6 settembre il presidente turco Abdullah Gul si è recato a Erevan, rompendo il ghiaccio secolare delle relazioni turco-armene. Mosca incoraggia questo disgelo. Erevan spera di trarre benefici dalla concordanza di intenti tra Russia e Turchia per normalizzare le relazioni con Ankara e riaprire il confine turco-armeno dopo quasi un secolo. Il presidente armeno Serge Sarkisian è atteso in Turchia il 14 ottobre. I contatti che si sono svolti per mesi dietro le quinte in Svizzera sono ora elevati al rango di relazioni formali. Le insidie permangono, soprattutto per quanto riguarda il complesso problema del Nagorno-Karabakh. Ancora una volta Washington potrebbe allarmarsi e cominciare a manovrare esercitando pressioni sulla diaspora armena negli Stati Uniti, e viceversa.

In ogni caso mercoledì scorso Gul ha visitato Baku, in Azerbaigian, per informare la leadership azera. Nello stesso contesto il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamedyarov si è recato Mosca, lo scorso finesettimana, dopo una conversazione telefonica tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e la sua controparte azera Ilkham Aliyev. Medvedev ha invitato Aliyev a visitare Mosca. Anche il presidente armeno Sarkisian è recentemente andato in visita a Mosca.

Il giornale russo Kommersant' ha citato una fonte del Cremlino secondo la quale Mosca potrebbe fare da intermediario per un incontro al vertice tra Armenia e Azerbaigian. Se è così, la Russia e la Turchia lavorando in tandem stanno efficacemente aggirando l'Europa e gli Stati Uniti. Il cosiddetto gruppo di Minsk dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha svolto finora un importante ruolo di mediazione nel processo di pace del Nagorno-Karabakh. (Si noti che la Russia è membro del Gruppo di Minsk, mentre la Turchia ne è rimasta esclusa).

Baku fa uno sgarbo a Cheney
Secondo il Kommersant', “Mosca e Ankara stanno consolidando la propria posizione nel Caucaso, indebolendo così l'influenza di Washington nella regione”. I segnali ci sono già tutti. Quando Cheney è giunto in visita a Baku, la scorsa settimana, durante una missione che aveva l'unico scopo di isolare la Russia nella regione, si è imbattuto in alcune spiacevoli sorprese.

Gli azeri hanno fatto un'eccezione all'ospitalità tradizionalmente riservata ai leader statunitensi riservando un'accoglienza di basso livello al vice presidente in arrivo all'aeroporto di Baku. Poi Cheney ha dovuto aspettare fino a sera prima di essere finalmente ricevuto da Aliyev. E questo nonostante l'intesa personale che Cheney riteneva di avere con il leader azero e che risaliva ai tempi dell'Halliburton. (Aliyev dirigeva la compagnia petrolifera dello stato SOCRAM.)

Cheney ha finito per trascorrere l'intera giornata visitando l'ambasciata statunitense a Baku e conversando con vari manager petroliferi americani che lavorano in Azerbaigian. Quando a tarda sera Aliyev lo ha finalmente ricevuto, Cheney ha scoperto con sconcerto che l'Azerbaigian non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Russia.

Cheney ha riferito la solenne promessa dell'amministrazione Bush di appoggiare gli alleati degli Stati Uniti nella regione contro il “revanscismo” russo. Ha affermato che Washington nella situazione attuale è determinata a punire la Russia a ogni costo perseguendo il progetto del gasdotto Nabucco. Ma Aliyev ha messo in chiaro che non vuole essere trascinato in una disputa con Mosca. Cheney ne è stato molto contrariato, e ha reso noto il suo scontento rifiutandosi di presentarsi alla cena ufficiale organizzata in suo onore. Subito dopo la conversazione con Cheney, Aliyev ha parlato al telefono con Medvedev.
La posizione azera rimostra che, contrariamente a quanto afferma la propaganda statunitense, l'atteggiamento fermo della Russia nel Caucaso ha rafforzato il suo prestigio e il suo ruolo nello spazio post-sovietico. La CSTO, durante il summit tenutosi a Mosca il 5 settembre, ha appoggiato decisamente la posizione russa nel conflitto con la Georgia. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha compiuto una visita importantissima a Tashkent l'1 e il 2 settembre per lanciare l'intesa russo-uzbeka sulla sicurezza regionale. La Russia e l'Uzbekistan hanno stretto ulteriori collaborazioni nel settore energetico, compresa l'espansione del sistema di gasdotti d'epoca sovietica.

Il Kazakistan, che ha apertamente appoggiato la Russia nella crisi del Caucaso, sta seriamente pensando alla possibilità che le sue compagnie petrolifere possano acquisire società europee insieme alla russa Gazprom. Pare che il Tagikistan abbia acconsentito all'espansione della presenza militare russa in Tagikistan, compreso il dislocamento di bombardieri strategici. Di fatto l'approvazione da parte della CSTO del recente pacchetto di proposte della Russia sullo sviluppo di un trattato europeo (post-NATO) sulla sicurezza è una preziosa vittoria diplomatica per Mosca in questa congiuntura.

Ma in termini concreti quello che dà a Mosca più soddisfazione è che l'Azerbaigian ha reagito alle tensioni nel Caucaso e alla temporanea chiusura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan affidando le sue esportazioni petrolifere verso l'Europa all'oleodotto di epoca sovietica Baku-Novorossijsk. E così Baku da un giorno all'altro ha deciso di passare da un oleodotto voluto dagli Stati Uniti che esclude la Russia a un oleodotto di epoca sovietica che attraversa il cuore della Russia: l'ironia drammatica della situazione non può essere sfuggita a Cheney.

Più preoccupante per Washington è la proposta russa all'Azerbagian di comprare tutto il gas azero a i prezzi di mercato mondiali: un'offerta che le compagnie occidentali non sono in grado di eguagliare, e che Baku prenderà seriamente in considerazione tenendo conto della nuova configurazione regionale.

Il completo fallimento della missione di Cheney a Baku avrà bruscamente fatto capire a Washington che Mosca ha efficacemente neutralizzato la diplomazia delle cannoniere dell'amministrazione Bush nel Mar Nero. Come scriveva in toni foschi il New York Times martedì scorso, “L'amministrazione Bush, dopo un notevole dibattito interno, ha deciso di non intraprendere azioni punitive dirette [contro la Russia]... concludendo che agendo unilateralmente avrebbe poche leve di influenza e che sarebbe meglio riuscire a ottenere un coro di critiche internazionali guidato dal'Europa”.

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates ha spiegato al quotidiano che Washington preferisce un approccio strategico a lungo termine “a uno in cui reagiamo in un modo che può avere conseguenze negative”. Ha aggiunto: “Se agissimo troppo precipitosamente potremmo essere noi a venire isolati”. Lo stesso Cheney ha ridimensionato le iniziali dichiarazioni retoriche sulla necessità di punire severamente la Russia. Adesso pensa che si debba lasciare aperta la porta a un miglioramento delle relazioni con la Russia, e che spetti ai leader di Mosca decidere quali saranno le future relazioni con gli Stati Uniti.

Ma la Turchia sembra aver fatto una scelta. Dalla rapidità con cui Erdogan ha concepito l'idea del Patto di Stabilità per il Caucaso sembra che la Turchia fosse già pronta da tempo. Non è facile come sembra trasformare fattori storici e geografici in vantaggi geopolitici. Inoltre, come suggerisce il suo fuorviante nome, il Mar Nero è un mare di un bel blu iridescente abitato da giocosi delfini, ma si narra che pirati e marinai fossero irretiti dall'incupirsi delle sue acque sotto il cielo tempestoso.

Originale: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 settembre 2008

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venerdì, settembre 05, 2008

All'ombra del conflitto caucasico: alcuni dati interessanti

La preziosissima Winthrop 360 ha esattamente il post che fa per me: riassume cioè alcune cose interessanti che sono successe nell'ultimo mese e sono state messe in ombra dalla guerra (anche di informazione) in Ossezia del Sud. Molte di queste cose hanno a che fare con l'energia e l'economia, dunque le riprendo ampliandole e integrandole con alcuni dati raccolti da me. Anche queste, credo, ci torneranno utili.

Il Kazakistan ha proposto una tassa sull'estrazione del petrolio (dal 7% al 20% del valore di mercato). Non influisce sui PSA (Production Sharing Agreement, cioè i contratti firmati tra un governo e le compagnie che riguardano la quantità di materie prime, solitamente petrolio, assegnata a ciascuna di esse) e il giacimento di Tengiz ma è comunque un fattore negativo per le multinazionali occidentali.

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In Australia diversi esponenti del governo si sono opposti alla vendita di uranio alla Russia. Le autorità russe hanno risposto che se le imprese russe vengono messe in difficoltà in Australia lo stesso accadrà a quelle australiane in Russia (per esempio la BHP Billiton, il colosso anglo-australiano delle materie prime interessato alle miniere russe). Pochi giorni dopo un gruppo industriale che rappresenta le maggiori compagnie minerarie australiane ha dichiarato che della Russia ci si può fidare.
Un commento di Tat'jana Sinicyna per RIA Novosti è un po' più chiaro sulla questione: l'accordo tra Russa e Australia era stato firmato il 7 settembre 2007 e molto semplicemente stabiliva che la Russia avrebbe comprato uranio per il valore di un miliardo di dollari all'anno dall'Australia che ne ha in surplus (il 40% delle riserve mondiali). La Russia garantiva che l'uranio sarebbe rimasto militarmente "sterile" e sarebbe stato usato per scopi pacifici (del resto la Russia per gli scopi militari usa il proprio uranio, le cui riserve sono le terze al mondo). Però, cosa interessante, l'accordo non è attivo, partirà solo dal 2015. Né del resto il documento è stato ratificato dai parlamenti, dunque è ancora un pezzo di carta con gli autografi dei due presidenti. Chi cerca di bloccare questo accordo lo fa sapendo di non rischiare nulla al momento: saranno probabilmente altri a risentirne, tra sette anni. E come fa notare giustamente Sinicyna l'uranio non è carbone, non basta spalarlo nelle fornaci qua e là, richiede lo sviluppo di tecnologie sofisticate: "Immaginate che le compagnie australiane abbiano già cominciato a investire in impianti e tecnologie in attesa di accordi con i futuri soci russi, mentre i loro politici se ne escono con dichiarazioni che contrastano con i loro interessi. È chiaro chi sarà a perderci".
Link: (RUS) (ENG)

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La Russia e l'Uzbekistan hanno concordato la costruzione di un nuovo gasdotto che trasporterà fino a 30 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale turkmeno e uzbeko verso la Russia (già visto nei precedenti post).

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Mentre Berlusconi era in Libia per firmare l'accordo di cooperazione con Gheddafi è stato raggiunto da Sergej Ivanov; la Russia mira a costruire un altro gasdotto verso l'Europa.

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L'Armenia ha dichiarato che l'Iran entro il 2010 soddisferà il 100% dei suoi bisogni energetici, parzialmente in cambio di elettricità (importando 3,3 miliardi di kilowatt all'ora via Tabriz nel nord-ovest dell'Iran).

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Gazprom ha firmato un importante memorandum di intesa con la Nigeria per la creazione di una joint venture che si occuperà di "prospezione, produzione e trasporto di idrocarburi", di "realizzare un sistema per convogliare e valorizzare il gas associato" e di "costruire centrali elettriche in Nigeria".

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Come conseguenza della crisi nel Caucaso la Russia potrebbe riprendere in considerazione il progetto di costruire una ferrovia che colleghi direttamente Armenia e Iran: è questo l'esito di un recente incontro tra Medvedev e il presidente armeno Sargsyan.

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Gazprom Neft, il braccio petrolifero di Gazprom, ha firmato un accordo per sviluppare il giacimento petrolifero iraniano di Azadegan Nord ed estrarre petrolio da altri tre giacimenti (Shurum, Kukh-i-Rig e Dudru). Mentre le compagnie occidentali stanno lasciando l'Iran (la francese Total se n'è andata all'inizio dell'estate, la spagnola Repsol YPF e la Royal Dutch Shell si sono ritirate dallo sviluppo della 13ma fase di South Pars), aumenta invece la presenza delle compagnie russe.

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I britannici e i russi sono giunti a un accordo su TNK-BP dopo la lunga disputa per il controllo della joint venture: BP ha accettato di sostituire la dirigenza accogliendo le richieste dei partner russi.

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La Russia e la Turchia sono state sull'orlo di una guerra doganale: la stampa turca ha riferito che la scorsa settimana migliaia di camion turchi sono rimasti bloccati alla frontiera russa perché la Russia ha irrigidito il regime doganale quando la Turchia ha consentito il passaggio attraverso il Bosforo delle navi da guerra americane dirette nel Mar Nero. In risposta la Turchia ha dichiarato che i cargo in arrivo dalla Russia dovevano essere ispezionati più scrupolosamente. Negli ultimi giorni i due paesi hanno però dichiarato di non essere interessati a un peggioramento delle relazioni. Secondo gli esperti sarebbe la Turchia a perderci di più. Le esportazioni russe verso la Turchia sono costituite prevalentemente da risorse energetiche (il 29% del petrolio e il 63% del gas naturale consumato dalla Turchia vengono dalla Russia). La Turchia esporta tessuti, veicoli, attrezzature, farmaci e prodotti alimentari. Inoltre in Russia lavorano attualmente più di 150 società edilizie turche.

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Sempre a proposito di Turchia, la moglie di Matthew Bryza, vice assistente segretario di stato americano, che si chiama Zeyno Baran ed è senior fellow e direttrice del Centro per la Politica Eurasiatica allo Hudson Institute [fondazione che fa parte di un gruppo di istituti ferocemente neoconservatori] ha scritto il 29 agosto un articolo sul Wall Street Journal intitolato "Will Turkey abandon NATO?" (La Turchia intende abbandonare la NATO?), nel quale si chiedeva appunto da che parte stia andando la Turchia (cogliendo segnali di tentennamento e di apertura verso la Russia e soprattutto l'Iran).

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martedì, settembre 02, 2008

La proposta che non potevano rifiutare

E dunque (per l'antefatto e i dettagli si veda il post precedente) la Russia e l'Uzbekistan oggi si sono effettivamente accordati sulla costruzione di un nuovo gasdotto per il gas naturale uzbeko e turkmeno e sull'allineamento del prezzo del gas uzbeko con i prezzi europei.
Secondo gli esperti il nuovo gasdotto permetterà a Mosca di conservare il monopolio sulle esportazioni di gas dall'Asia Centrale verso l'Europa, rafforzandone dunque l'influenza nella regione.
Fonte: Lenta.ru (RUS)
Vzgljad, citando le parole di Putin, riferisce anche che i due paesi estenderanno la cooperazione tecnico-militare (compresa la fornitura di nuovi sistemi d'arma).

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lunedì, settembre 01, 2008

Tigri dell'Amur, aeroporti tagiki e gas uzbeko

Mentre il servizio fotografico "Putin e la tigre" faceva il suo lavoro circolando a Ovest con tutto quello schietto carico simbolico che sappiamo e accontentava nello stesso tempo gli animalisti e i nostalgici della memorabile partita di pesca a Tuva (quella in cui Putin mostrava il possente torace e dimostrava di saper camminare sull'acqua), il presidente e il primo ministro russi si dividevano i compiti in due visite interessanti, che riporto e riassumo qui perché magari tornano utili:

Dmitrij
Medvedev e il presidente tagiko Emomali Rakhmon si sono accordati per consentire al Ministero della Difesa russo di usare l'aeroporto di Gissar, nel Tagikistan. La nuova base aerea è destinata a cambiare l'equilibrio delle forze nell'Asia Centrale e la politica estera di Dushanbe.
Gli esperi hanno collegato questo accordo con un trasferimento di armi per il valore di 1 miliardo di dollari al Tagikistan.
La base di Gissar, risalente all'epoca sovietica, e la base russa di Kant nel vicino Kirgizistan possono ricevere elicotteri, aerei d'attacco al suolo e velivoli da trasporto militare.
L'aeronautica militare russa attualmente usa tre aeroporti tagiki a Kulyab, Dushanbe e Kurgan-Tyube.
Grazie alla base di Gissar, la Russia sarà in grado di condurre operazioni di ricognizione più efficaci e di posizionare le sue forze regionali più rapidamente. Secondo Andrej Grozin, capo del dipartimento per il Kazakistan e l'Asia Centrale all'Istituto di Studi della CSI, Gissar potrebbe anche accogliere i bombardieri strategici russi se venissero allungate le piste e aggiunti altri depositi di carburante. Lo scorso inverno il Tagikistan aveva preferito politiche di cooperazione militari multivettoriali. Un reparto francese di stanza a Dushanbe fornisce supporto logistico a elementi dell'aeronautica francese in Afghanistan. Inoltre il governo tagiko non ha ancora deciso se permettere all'aeronautica indiana di usare un aereoporto ad Aini.
Sulla nuova politica tagika ha pesato il trasferimento di vecchie armi russe a Dushanbe, che permetterebbe alle forze armate tagike di disporre di uno dei più grandi arsenali della regione.
"I presidenti Rakhmon e Medvedev hanno ripetutamente negoziato faccia a faccia all'ultimo summit della Shanghai Cooperation Organization, e il leader tagiko ha appoggiato le azioni russe nel Caucaso", ha dichiarato Grozin al giornale. Pare che i mutamenti delle relazioni con l'Occidente abbiano reso la Russia meno esitante nella sua politica in Asia Centrale.
Fonte: RBK daily (RUS)

***

Missione più difficile per Vladimir Putin, che oggi è arrivato in Uzbekistan per tentare di riportare il paese nella sfera di influenza russa e assicurarsi che gli Stati Uniti non tornino a usare le loro basi militari sul suolo uzbeko. L'incontro tra E. Dempsey, del comando centrale statunitense, e il Ministro della Difesa uzbeko Ruslan Mirzayev, svoltosi a Tashkent alla fine di agosto, ha aumentato i timori di Mosca, preoccupata per la convergenza tra l'Uzbekistan e l'Occidente che si è accelerata dopo il conflitto nel Caucaso. Lo scontento del Cremlino è accresciuto dal fatto che il presidente uzbeko Islam Karimov non ha approvato pubblicamente le recenti azioni russe nel Caucaso [si veda qui, per le reazioni delle repubbliche dell'Asia Centrale] né il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud.
Dunque, per impedire a Tashkent di cercare alleati a Ovest, Mosca intende fare all'Uzbekistan una proposta che non può rifiutare: un contratto a lungo termine (2009-2020) per l'acquisto di gas naturale uzbeko a prezzi europei.
Putin intende anche convincere Islam Karimov ad acconsentire alla costruzione di un gasdotto tra Uzbekistan e Russia, mirato ad accrescere la capacità del sistema attuale portandola dai 45 miliardi di metri cubi l'anno attuali a 80-90 miliardi di metri cubi. Per riuscirci Putin non proporrà solo un nuovo prezzo per il gas, ma rinnoverà le offerte di investimento di Gazprom nel programma di prospezione nel distretto di Ustyurtsky.
Se Tashkent rifiuta l'offerta Mosca ha un piano B, stando a una voce di Gazprom. A luglio, Aleksej Miller di Gazprom ha infatti discusso con il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov la costruzione del gasdotto caspico, con una capacità di 20 miliardi di metri cubi l'anno e un altro gasdotto principale in grado di trasportare fino a 3 miliardi di metri cubi.
Fonte: Kommersant' (RUS)

[Meno attraenti del fascino stregatigri dell'uomo che tutti amano odiare e odiano amare, ma, ripensandoci: un bel po' interessanti, queste notizie centroasiatiche].

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giovedì, agosto 21, 2008

Le esercitazioni della CSTO

[Per chi si fosse chiesto, come Andrea e me, che fine avesse fatto nel frattempo la CSTO, ecco a voi una sintesi di alcuni articoli di RIA Novosti].

Questa settimana in Armenia sono cominciate la terza e la quarta fase delle esercitazioni militari degli stati ex-sovietici della CSTO, "Rubež-2008". Secondo un alto responsabile della sicurezza armeno le esercitazioni hanno "l'obiettivo di potenziare le capacità di difesa comuni".

L'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) comprende Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Uzbekistan e Tagikistan.

"L'obiettivo delle esercitazioni congiunte Rubež-2008 è contribuire allo sviluppo della componente militare della CSTO" ha dichiarato Artur Bagdasaryan, segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale dell'Armenia.

Le esercitazioni si svolgono in quattro fasi sul territorio russo e armeno in estate e autunno, e per la prima volta nella storia della CSTO avvengono su tre livelli: strategico, operativo e tattico. Le prime due fasi, che si sono tenute nel mese di luglio in Armenia e a Mosca, sono quelle "più politiche, in cui partendo da una situazione modellata sugli studi si individuano le azioni dei paesi-membri della CSTO e dell'intera organizzazione per ridurre minacce per la sicurezza collettiva della regione messe in atto da terze forze distruttive, e si determinano i meccanismi di una risoluzione politica delle crisi", dice il segretario generale della CSTO Nikolaj Bordjuž.

Le fasi successive, quelle "attive", riguardano la pianificazione di operazioni a livello militare. Vi prendono parte 4000 soldati di Russia, Armenia e Tagikistan. La terza fase, in particolare, ha previsto la preparazione e conduzione di un'operazione congiunta "per difendere la sovranità e l'integrità territoriale dell'Armenia".

"Queste esercitazioni permettono ai nostri paesi di rafforzare i legami diretti e accrescere il livello complessivo di cooperazione", ha dichiarato Boris Gryzlov, presidente della Duma russa.

"Possiamo verificare che i membri del blocco siano in grado di affrontare qualsiasi minaccia alla sicurezza collettiva con una risposta appropriata", ha aggiunto.

La Russia, la Bielorussia e le ex-repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale hanno già sviluppato reti comuni di difesa aerea e comunicazioni e stanno lavorando su altri sistemi di difesa.

Le esercitazioni Rubež si svolgono ogni anno dal 2005.
Oggi, giovedì, si tiene a Erevan l'incontro tra i ministri della difesa dei paesi della CSTO.

Link (RUS):
http://www.rian.ru/society/20080722/114575446.html
http://www.rian.ru/world/20080821/150546528.html
http://www.rian.ru/defense_safety/20080818/150441889.html

Link (ENG)
http://en.rian.ru/world/20080722/114629594.html

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