lunedì, marzo 09, 2009

Sergei Roy su crisi economica russa, governo e opposizione

[Le analisi di Roy - scrittore, traduttore, filologo e analista politico, nonché un cosiddetto "democratico della prima ondata" - sulla situazione politica ed sociale russa, con particolare attenzione per le pecche e i limiti dell'"opposizione" amata più a Ovest che in patria, meritano sempre una lettura attenta.]

Déjà vu in arancione
di Sergei Roy

tradotto da Manuela Vittorelli


Circa quattro anni fa in Russia ci fu un po' di tensione sociale. Michail Zurabov, allora ministro della salute e dello sviluppo sociale, mise in atto una riforma che colpì i pensionati sostituendo le agevolazioni (come i farmaci gratis) con il loro equivalente in denaro. Questi sussidi però si rivelarono tutt'altro che equi e non portarono vantaggi a nessuno, tranne – come notarono duramente alcuni – che alle compagnie private controllate dallo stesso Zurabov, che non si prese nemmeno la briga di smentire le accuse.

Alcuni pensionati allora scesero in piazza per protestare, ma le manifestazioni furono molto modeste e si limitarono alle grandi città per poi smorzarsi quando il governo reagì con efficacia, per quanto goffamente. Per appianare i divari e placare i perdenti fu versato altro denaro. Molti pensionati delle aree rurali, che non avevano mai goduto di alcuni dei cosiddetti sussidi che conoscevano solo vagamente – soggiorni gratuiti in case di vacanza di lusso, viaggi in autobus gratuiti (in luoghi in cui gli autobus erano inesistenti), chiamate telefoniche gratuite (dove telefoni non ce n'erano, né gratis né d'altro tipo), ecc. – accolsero questi contributi come una manna inattesa. Infine, Michail Zurabov, il terzo politico russo più odiato (dopo Čubais e Gajdar), fu sbattuto fuori dal governo, e questo placò decisamente la rabbia dei pensionati. La tensione era acqua passata, non interessava più a nessuno con l'eccezione di qualche occasionale analista.

Per me l'aspetto più interessante di quell'episodio fu il seguente. Mentre i manifestanti facevano appello alla dirigenza – leggasi Putin – perché rimediasse all'ingiustizia che era stata inflitta loro da un membro odiato del governo, certe forze in questo paese e altrove non vedevano l'ora di usare le proteste per rovesciare il “regime di Putin”. Sergej Kurginjan, un regista teatrale divenuto esperto di scienze politiche, disse allora di sapere per certo che i manifestanti di Chimki, la città satellite di Mosca, erano ben pagati per la loro “azione spontanea” da fautori che preferivano rimanere nell'ombra.

L'identità di quei fautori non era però un segreto. Gli oligarchi, che si erano arricchiti oscenamente negli anni di El'cin insieme ai politici e ai burocrati al loro servizio, si vedevano allora pestare i calli dai siloviki di Putin. E ovviamente speravano di cavalcare le proteste sociali e arrecare quanti più danni possibili al “regime di Putin”, se non rovesciarlo del tutto.

Ricorderete che era il tempo delle “rivoluzioni colorate”, in particolare della “rivoluzione arancione” in Ucraina. Boris Nemcov, capo della pro-oligarchica Unione delle Forze di Destra, si annodò al collo una sciarpa arancione e si pavoneggiò nei panni di consulente del Presidente ucraino “arancione” Juščenko, alimentando in molti oligarchi la speranza che le fiamme arancione potessero estendersi anche alla Russia. I media meglio pagati non risparmiarono questi pii desideri, in quei giorni.

E non solo in Russia. In quell'anno di proteste, il Carnegie Endowment for International Peace (Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale) pubblicò il suo Policy Brief n. 41 intitolato “Putin’s Decline and America’s Response,” (“Il declino di Putin e la risposta dell'America”) di Anders Eslund (Aslund). In quel documento Aslund sognava una “sollevazione popolare attraverso l'intensificazione delle proteste spontanee” di una popolazione russa “straordinariamente irritata” e “ispirata dalle recenti rivoluzioni in Ucraina e nella Repubblica del Kirghizistan”. Tra le fantasie di Aslund c'era anche un colpo di stato anti-Putin: “nella cerchia del KGB di Putin, Putin non è considerato il leader... i potenti che lo circondano potrebbero complottare contro di lui”. E Aslund scriveva anche molto altro, sempre con questo tono di rancida insensatezza.

Be', sono passati quattro anni e Putin è ancora alla guida della Russia, in tandem con Dmitrij Medvedev, il presidente da lui scelto, mentre Anders Aslund, sospetto, starà ancora prevedendo la caduta di Putin – tanto più che la Russia attualmente assiste a tensioni sociali più forti di allora, perché le proporzioni della crisi che ci sta colpendo sono infinitamente maggiori della calcolata idiozia di Zurabov.

Tuttavia secondo me le crisi del 2005 e del 2009 sono identiche almeno sotto un aspetto. In questi giorni, come allora, le masse colpite dalla disoccupazione e dalla paura del crollo della qualità della vita fanno affidamento su Putin, Medvedev e sul “regime” in generale perché le guidino in questi tempi difficili, mantengano la stabilità politica e soprattutto quel minimo di prosperità economica che erano giunte a dare per scontate negli otto anni di Putin. Dall'altro lato, i “detrattori del Cremlino”, l'“Altra Russia”, i falliti degli anni Novanta e gli “arancioni” di tutte le tonalità stanno nuovamente sperando di usare lo scontento delle masse – organizzato da quegli stessi “arancioni” – per gettare il paese nello scompiglio politico e tentare di impossessarsi del potere nel caos successivo.

Un altro aspetto comune è che le principali critiche degli “arancioni” sono ancora una volta dirette a Vladimir Putin, allora presidente e oggi premier. Putin ha gestito male l'attuale crisi economica, dunque deve dimettersi o essere estromesso dal Presidente Medvedev, ecco il loro attuale tema ricorrente.

La rivista Kommersant-Vlast’ (n. 6, febbraio 2009) ha chiesto a una decina di personaggi pubblici “Medvedev licenzierà Putin?” e ha pubblicato le loro risposte; in prevalenza negative, ma alcune erano positive e molto rivelatrici. Il tema è allora stato entusiasticamente ripreso da quel letterato e importante rappresentante della Scuola delle Chiacchiere Politiche che è Dmitrij Bykov nella rivista Sobesednik (n. 7, Febbraio 2009). A ciò si aggiungano i tanti articoli – prodotti da un prolifico artigianato analitico – che in Russia e all'estero si sono messi a cercare o piuttosto inventare di sana pianta divisioni tra il premier “autoritario” e il presidente “liberale”.

Tra gli “arancioni” che hanno risposto alla domanda del Kommersant' vorrei ricordarne giusto un paio. Uno è Boris Nemcov, che sventolava quella stessa sciarpa arancione del 2004-2005 e insisteva che liberarsi di Putin è la cosa più facile che ci sia: “Basta trovare il dattilografo che scriva il decreto”. Niente da dire, si rabbrividisce al pensiero che uomini di questo calibro intellettuale vengano visti in alcuni ambienti come i rappresentanti del liberalismo russo. L'altro è Nikolaj Zlobin dello US Defense Information Center (Centro di Informazione sulla Difesa), che pare essere un degno erede di Anders Aslund e ha affermato compiaciuto: “È ora di cominciare a pensarci”.

Be', i signori Nemcov, Zlobin e i loro simili possono pensare e dire ciò che vogliono. Ritengo che il Presidente Medvedev non sia un idiota, e tanto meno un perfetto idiota. Indipendentemente da come la pensa sulla gestione di quella che viene eufemisticamente definita “flessione economica”, certamente si rende conto che deporre un premier che guida il partito di maggioranza in parlamento e nel paese (si vedano i risultati delle elezioni del 1° marzo) è leggermente suicida. Nella migliore delle ipotesi, porterebbe alla situazione da operetta dell'Ucraina, dove il premier e il presidente si insultano pubblicamente, il Parlamento (la Rada) si compiace a sua volta delle risse verbali e non disdegna le zuffe. Nella peggiore delle ipotesi... Per uno che si è gingillato con le Molotov in due colpi di stato negli allegri anni Novanta, il solo pensiero di quel “peggio” è insopportabile.

È questo il problema degli “arancioni” – Nemcov, Hakamada, Kas'janov, Berezovskij, Kasparov e i tanti altri appoggiati dalle forze russofobe occidentali che li considerano l'unica vera opposizione al Cremlino: vogliono una sollevazione politica in un momento in cui solo una struttura politica stabile, per quanto insoddisfacente, può controllare il caos economico che sta infuriando. Aggiungere l'instabilità politica a quella economica è la ricetta perfetta per portare la Russia all'autodistruzione. Ma a loro che importa? Peggio per la Russia, meglio per loro. Di fatto, solo il crollo economico e la sollevazione politica possono offrire loro una possibilità di riguadagnare il potere, il prestigio e la prosperità che avevano prima che Putin e i suoi li mettessero da parte.

Permettete che mi esprima nei termini più crudi possibili: chiunque adesso chieda le dimissioni di Putin, o dipinga fantasiosi scenari di improbabili macchinazioni politiche di Putin o Medvedev, è un nemico della Russia, oppure dovrebbe farsi curare. Tutto qui.

Parlando per me, sono stato estremamente critico nei confronti della politica economica e, in certi casi, sociale di Putin. Ho definito la sua affermazione “la Russia è una superpotenza energetica” come esempio di politichese in un momento in cui il petrolio costava 140 dollari al barile. Di recente mi sono concentrato sugli aspetti più comici della gestione della crisi economica da parte del governo Putin (si veda il mio “Crisis as Circus”, “La crisi come circo”). Tuttavia, anche mentre scrivevo questa presa in giro, ero perfettamente consapevole del fatto che è facile fare i cinici con questi strafalcioni. Ma cosa avreste fatto al posto loro, considerato il clima oligarchico-burocratico e le endemiche deficienze dell'economia russa?

In fin dei conti questa economia non è dissimile da quella del Brasile di qualche anno fa, quando il suo benessere dipendeva solo da un prodotto, il caffè. Il mondo si mette a bere più tè e meno caffè e l'economia del Brasile va a pezzi, ecco com'era. Nel nostro caso si tratta delle materie prime – petrolio, gas, metalli, legname – che sono state il pilastro della nostra economia non solo sotto Putin o El'cin, ma da molto prima. Anche con tanta buona volontà, ci vorranno decenni per cambiare questa situazione, e se qualcuno dice che questa crisi è il momento migliore per avviare il cambiamento permettetemi di dubitare della sua saggezza.

Insomma: cosa farei al posto di Putin adesso? Sarebbe difficile resistere all'impulso di dare un bel calcio nel sedere al Ministro delle Finanze Kudrin, non fosse che per la sua commovente fiducia negli omologhi di Fanny Mae e Freddy Mac. Ma chi metterei al suo posto? Un altro membro del dipartimento economico dell'attuale governo? Ma farebbe le stesse mosse di Kudrin, forse con minore scaltrezza. O – non sia mai – il comunista Sergej Glaz'ev? Economista brillante, non c'è dubbio, ma vorrebbe sicuramente tentare qualcosa di rivoluzionario, i comunisti hanno questa tendenza... No, grazie, magari un'altra volta.

Naturalmente c'è l'onnipresente Boris Nemcov che ora parla di negoziati segreti con il Presidente Medvedev per estromettere il premier Putin. Se questa fosse una tragedia di Goethe, a questo punto una Voce dal Cielo si metterebbe a sghignazzare: Boris Nemcov era stato cacciato dal suo posto di vice premier, circa dieci anni fa, proprio dal defunto e non troppo compianto Boris El'cin, e il paese non riuscì comunque a evitare il default...

No, preferisco lasciare questi problemi all'attuale duumvirato e oppormi strenuamente a qualsiasi tentativo di rimpiazzarlo. Con la penna o una molotov o quello che serve.

Originale: Déjà vu in Orange

Articolo originale pubblicato il 6/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, febbraio 25, 2009

I sindacati russi e la politica

[Questo prendiamolo come un primo breve pezzo di ricognizione sulle realtà sindacali russe, un tema che volevo seguire già alla fine del 2007 con gli scioperi dei lavoratori della Ford di San Pietroburgo. Il momento di crisi esige una maggiore attenzione per il sociale e il mondo del lavoro a Est e in Russia, dunque vorrei dedicarmici meglio e più spesso (tempo permettendo)].

I sindacati russi entrano in politica?

di Sergei Balashov

Tradotto da Manuela Vittorelli

Gli ormai logori dissenzienti russi potrebbero presto lasciare il posto a una forza emergente che probabilmente assumerà un ruolo centrale nel crescente scontento, dato che le risposte che lo stato e l'opposizione riescono a dare alle necessità della popolazione sono troppo poche. È probabile che i sindacati troveranno sostegno tra l'elettorato, giacché sono in molti ad avere perso il lavoro e lottano fin dagli inizi della crisi. Benché finora abbiano esitato ad assumere una posizione politica, i sindacati hanno cominciato a fare richieste politiche e ora si dicono pronti addirittura a collaborare con l'opposizione.

La campagna anticrisi dello stato non è riuscita finora a ottenere risultati tangibili, e ha lasciato insoddisfatte molte persone. Mentre nell'elettorato persiste la confusione, non è ancora emersa un'alternativa credibile ai partiti, visti per lo più come apatici o controllati dallo stato. Nessuna delle forze all'opposizione sembra essere capace di porsi alla testa dell'ondata di agitazione sociale, malgrado l'ingegnosità con cui riescono a organizzare manifestazioni di protesta sfidando la costante disapprovazione delle autorità.

I movimenti e i partiti della coalizione Altra Russia hanno chiesto le immediate dimissioni del governo e il ripristino di ciò che considerano i valori democratici soffocati dall'attuale regime. Ma con i loro trascorsi e i loro obiettivi non hanno un sufficiente sostegno popolare per trasformarsi in una forza politica a tutti gli effetti. Neanche gli automobilisti che protestano in massa contro l'aumento delle tasse sulle auto d'importazione riescono a farsi interpreti dello scontento della maggioranza. “La maggior parte dell'opposizione offre slogan vaghi e astratti, come 'La Russia senza Putin'”, ha detto Pavel Salin, un esperto del Centro Tendenze Politiche russo.

I sindacati hanno anche preso parte a manifestazioni di protesta a livello nazionale, ma le loro rivendicazioni si sono limitate alla difesa dei diritti dei licenziati del settore automobilistico e di chi si è visto ridurre i salari. Ma il loro potenziale attrattivo va ben oltre questi gruppi. “Sembrano essere la forza che meglio rappresenta le rivendicazioni delle masse: si limitano a schierarsi con i diritti dei lavoratori senza sbandierare slogan politici. Gente come [il leader sindacale della Ford] Aleksej Etmanov aspira ad avere sufficiente appoggio a livello nazionale, ma in questo caso specifico non ha ancora espresso ambizioni politiche”, ha detto Salin.

Non tutti i sindacati vanno interpretati in termini di peso politico, visto che la maggior parte dei principali gruppi organizzati si è apertamente schierata con il governo. La più grande organizzazione dei lavoratori della Russia – la Federazione dei Sindacati Indipendenti – è percepita come parte dell'élite al potere fin dai tempi dell'Unione Sovietica, come un strumento che è sempre servito allo stato per calmare lo scontento della forza lavoro. Il partito di governo, Russia Unita, lo scorso novembre ha deciso di ampliare la propria base di supporto tra i sindacati, e ha stretto un accordo di cooperazione con un'altra grande coalizione sindacale, Sotsprof, che vanta più di un milione e mezzo di adesioni. Ma benché i restanti sindacati non siano altrettanto organizzati, la situazione sta cambiando e le loro ambizioni politiche stanno diventando più evidenti.

Fino ad ora, i sindacati si sono generalmente posti all'esterno dei partiti politici. I sindacati dei lavoratori automobilistici e i loro capi hanno ottenuto un riconoscimento su scala nazionale durante gli scioperi alla Ford di San Pietroburgo e nelle successive battaglie legali tra la fabbrica e i suoi dipendenti. Ma in alcuni casi sia i sindacati che gli automobilisti hanno agito per conto proprio, attingendo supporto dai partiti politici, in particolare i comunisti. Prima dell'ondata di proteste della scorsa settimana, Etmanov, che è anche copresidente del Sindacato Interregionale dei Lavoratori dell'Industria Automobilistica, ha detto ha la collaborazione con i dissenzienti sarebbe stata ben accetta. Ha anche fatto appello a tutte le organizzazioni pubbliche desiderose di prendere posizione contro “il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori russi”, invitandole ad aderire. “Alcuni sindacati si stanno già schierando con i dissenzienti e partecipano alle loro manifestazioni. Nessuno ci ha mai fatto queste proposte; se lo faranno, le prenderemo in considerazione”, ha dichiarato Etmanov secondo l'Agenzia di Informazione Baltica.

Ed è probabile che queste proposte arrivino, dato che le critiche dell'opposizione politica al governo di Putin cominciano lentamente a riecheggiare quelle dei lavoratori sindacalizzati. È anche molto probabile che riescano a coalizzare varie forze politiche in nome di una causa comune. “Se emergerà una nuova organizzazione politica, per esempio un partito, sarà probabilmente qualcosa di nuovo, dato che la maggior parte degli attuali leader dell'opposizione gode di un consenso molto basso. Vengono percepiti come non necessariamente interessati ai bisogni della popolazione, ma questo generalmente non succede con i capi sindacali”, ha detto Aleksandr Kynev, esperto di scienze politiche della Fondazione per la Politica dell'Informazione.

I sindacati indipendenti hanno già suscitato controversie prima di guadagnarsi visibilità politica, e questo può testimoniare della loro risolutezza di fronte alle pressioni esterne. Domenica scorsa i sindacati non hanno protestato solo per i licenziamenti ma anche per difendere i loro capi, vittime di molte aggressioni. Etmanov è stato aggredito due volte, e a febbraio anche il capo sindacale della GM Evgenij Ivanov ha subito un'aggressione. Gli attivisti sindacati chiedono anche il rilascio del capo del sindacato dei lavoratori di ALROSA Valentin Urusov, che sta scontando una condanna di sei anni di carcere per possesso di droga: secondo loro Urusov è stato incastrato con false prove.

I membri dei sindacati dicono che queste aggressioni, che sono avvenute in momenti di conflitto con i datori di lavoro, sono collegate direttamente alle attività dei capi sindacali, ma dicono anche che nessun sindacato ha ceduto a queste minacce. “Se i sindacati supereranno l'ambito locale potranno acquisire rilevanza. Non si può fondare un partito sul nulla, mentre la possibilità che un'organizzazione pubblica si trasformi in un partito è abbastanza comune, se si guarda alle democrazie sviluppate”, ha dichiarato Kynev.

Originale: Are labour unions moving into politics?

Articolo originale pubblicato il 19/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, febbraio 24, 2009

La probabilità di un terremoto geopolitico secondo Trabanco

È imminente un terremoto geopolitico?

di José Miguel Alonso Trabanco

Tradotto da Manuela Vittorelli

Il dissesto economico e finanziario che il mondo sta sperimentando avrà di certo molte gravi conseguenze in altri settori. Anzi, le sue ricadute geopolitiche potrebbero essere ben più gravi di quanto comunemente si creda, e sono un elemento che gli analisti e gli statisti non devono trascurare.

Alcuni studiosi affermano che la politica e l'economia sono distinte e separate. Questa opinione è profondamente errata, perché c'è una stretta relazione tra politica ed economia. Di fatto, il potere politico e la ricchezza economica si coltivano a vicenda. Analogamente, i problemi economici molto spesso tendono a produrre problemi politici, così come è vero il contrario.

Dunque è perfettamente ragionevole affermare che questa crisi finanziaria avrà un grande impatto sull'equilibrio delle forze del sistema internazionale. Alcuni stati (comprese le Grandi Potenze) potrebbero ridefinire le loro priorità. Altri hanno problemi più pressanti e dovranno introdurre cambiamenti drammatici nella loro politica.

Si prenda il caso degli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti vollero inaugurare un'epoca di unipolarismo in cui la loro posizione egemonica restasse ineguagliata (era il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto fare i conti con molti ostacoli e sfide, come l'ascesa di altre grandi potenze (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (l'Iran, il Venezuela) e un paio di fallimenti militari (l'Iraq e l'Afghanistan). Dunque la posizione degli Stati Uniti rischia di indebolirsi in seguito alla crisi finanziaria.

A questo punto non si sa se l'egemonia del dollaro resterà incolume. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma potrebbe seriamente perdere terreno. È estremamente importante tenerlo presente, perché l'egemonia del dollaro è uno dei due pilastri della potenza americana (l'altro è la forza militare). La posizione del dollaro statunitense come principale valuta di riserva mondiale è ciò che ha permesso all'economia americana di finanziare un enorme deficit commerciale. Un effetto secondario di ciò è l'accumulo del più grande debito estero del mondo, equivalente a quasi il 99.95% del PIL americano (!?). Questo significa che non può essere ripagato. Dunque cosa accade se all'improvviso i creditori dell'America decidono di riscuotere almeno una parte di quel debito? Come reagiranno i creditori se gli Stati Uniti si rifiuteranno di pagare?

Inoltre la crisi finanziaria ed economia potrebbe ridurre fortemente la capacità operativa della NATO oltre il suoi confini. L'Alleanza atlantica sta attualmente contemplando un aumento della presenza militare in Afghanistan. Cerca anche di avanzare ulteriormente verso est nello spazio post-sovietico. Però questi piani potrebbero essere ostacolati da altre preoccupazioni più vicine a casa.

Risulta che vari Stati europei (alcuni dei quali fanno parte sia della NATO che dell'Unione Europea) si trovino già ad affrontare complicazioni sociopolitiche innescate dalle gravi difficoltà finanziarie ed economiche (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione, debito estero, crescita negativa del PIL). Se la loro situazione peggiora ulteriormente, non è inconcepibile un posizionamento di truppe NATO sui territori di uno o più dei suoi stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe il mantenimento della stabilità politica. Quello ufficioso (e vero) sarebbe prevenire il crollo di governi amici della NATO. Islanda, Romania, Ungheria, Grecia, Polonia e perfino l'Italia e la Francia si trovano in una posizione particolarmente rischiosa. Secondo Der Spiegel, la stessa Gran Bretagna (proprio la culla della finanza moderna) è “sull'orlo del disastro finanziario”.

Questo scenario può sembrare azzardato, ma perfino il settore finanziario americano si trova in una situazione critica. Come ha osservato di recente il Primo Ministro russo Vladimir Putin “le banche di investimento, [un tempo] l'orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi le perdite hanno superato i profitti ottenuti negli ultimi 25 anni…”

Neanche la Federazione Russa è immune. Per esempio, i piani del Cremlino di rendere Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano più molto fattibili, a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante, il governo russo sa di avere un'importante capacità di manovra nella crisi. Il suo punto forte è costituito dalle enormi riserve di valuta estera (le terze al mondo) accumulate negli ultimi anni. Anche le esportazioni russe di armi ed energia sono un'affidabile fonte di ricavi.

Altri stati post-sovietici si trovano in una situazione più delicata. Per esempio, il Kirghizistan ha deciso di chiudere la Base aerea di Manas (dalla quale operava l'aeronautica statunitense) in cambio delle concessioni economiche e finanziarie della Russia, e questo significa che Mosca ha riportato una vittoria geopolitica fondamentale. Si tratta di una lezione importantissima: i mezzi finanziari sono molto utili a conquistare obiettivi geopolitici. Dall'altro lato, l'economia dell'Ucraina è alquanto fragile, tanto che circola voce che Kiev possa perfino riconsiderare la sua politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Va tenuto conto del fatto che la Cina possiede le maggiori riserve di valuta estera al mondo, dunque Pechino non è del tutto esposta. Tuttavia, data la crisi globale, i cinesi devono evitare conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti derivanti dalla disoccupazione e dal complessivo rallentamento dell'economia. Alcuni membri di spicco dell'amministrazione Obama intendono almeno ridurre il deficit commerciale americano facendo pressioni su Pechino perché rivaluti lo yuan, ma la Cina è ovviamente contraria a ridimensionare artificialmente le proprie esportazioni. Questo disaccordo non va sottovalutato perché potrebbe alimentare tensioni pericolose tra le due superpotenze.

È ancora troppo presto per prevedere accuratamente tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Ciononostante, sembra che possa produrre correzioni geopolitiche impreviste. Il sistema finanziario si sta avvicinando una punto di svolta estremamente critico, e lo stesso vale per gli equilibri del sistema internazionale.

Originale: An Impending Geopolitical Earthquake?

Articolo originale pubblicato il 21/2/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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