domenica, marzo 08, 2009

La conquista del corpo

8 marzo: la conquista del corpo
di Atenea Acevedo

tradotto da Manuela Vittorelli

La notizia del ritorno (o recrudescenza), nelle campagne della Mauritania, dopo il colpo di Stato dello scorso agosto e l'instaurazione della giunta militare, della pratica dell'alimentazione forzata delle bambine a partire dai 5 o 6 anni per farle ingrassare, risveglia perlomeno un senso di allarme e d'urgenza internazionale. Ed impone anche una riflessione sul grande tema, sempre attuale, dei diritti delle donne in quanto esseri umani: la proprietà del loro corpo.

La lotta di liberazione delle donne si è organizzata principalmente a partire della distinzione tra spazio pubblico e spazio privato. La partecipazione delle donne agli spazi pubblici è forse l'aspetto più evidente del successo del movimento femminista, benché si tenda a ignorare (spesso deliberatamente) la complessa storia ad ampio respiro che ha visto aumentare sensibilmente il numero di donne salariate, per la maggioranza ancora in impieghi precari e in alcuni casi in posizioni di potere e ruoli decisionali. Nei libri di storia che usavamo alle superiori, pieni di immagini di eroi a cavallo e in uniforme che portavano la guerra in tutto pianeta, Marie Gouze (Olympe de Gouges) e la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina erano assenti. Nelle aule nessuno ci ha parlato delle suffragette né della mano d'opera femminile che non rappresentava un rischio per la famiglia e le buone maniere finché alimentava la macchina da guerra in periodi di crisi. Ma al di là dell'iconografia nazionalista che dipinge la patria come una madre forte e coraggiosa, e delle solite tre o quattro figure, la storia ufficiale relega le donne all'anonimato e all'oblio. L'occupazione femminile dello spazio pubblico appartiene alla storia marginale, della quale si occupa solo chi studia il femminismo. Ma noi siamo qui, alcune con una coscienza di genere e altre estranee a ogni ideologia: lavoriamo per un salario, elaboriamo idee, occupiamo studi, tribune, uffici. E tuttavia il tema dello spazio pubblico non è stato ancora abbandonato dalla riflessione femminista, democratica ed egalitaria. La povertà, lo sfruttamento e le vessazioni affliggono ancora oggi la maggior parte delle donne. Il lavoro domestico non remunerato continua a costituire un pilastro del capitalismo tanto come riproduttore di mano d'opera quanto come infrastruttura gratuita di base indispensabile al funzionamento sociale.

Ci sono senza dubbio aspetti ancora irrisolti per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla vita pubblica. Però l'essenza della questione femminile si trova nello spazio privato, concretamente nel corpo. Benché abbia ampiamente guadagnato terreno nella sfera dei diritti sessuali e riproduttivi grazie al motore della lotta femminista, il corpo delle donne resta nelle mani dello Stato, del tempio, dell'iniziativa privata, del rapporto di coppia e dei costumi. Il caso delle bambine di campagna mauritane, nutrite a forza per poter trovare un marito ed essere un degno simbolo d'opulenza, non è molto diverso da altri riti e credenze che sono forse meno brutali ma seguono o perpetuano principi analoghi. Pensando a queste bambine non si può fare a meno di evocare le anoressiche e le bulimiche che vivono fuori e dentro il grande schermo, così come non si può pensare ai piedi bendati delle cinesi di un tempo senza evocare l'alluce valgo delle modelle e delle ragazze occidentali che portano i tacchi alti fin dalla pubertà. Non si può pensare alle mutilazioni genitali senza riflettere sull'assenza totale del clitoride nei nostri libri d'anatomia, nelle conversazioni con le nostre madri, o peggio ancora coi nostri partner sessuali. In effetti, la barbarie che caratterizza la violazione dei diritti umani in altre culture deve motivare i nostri moti di indignazione e le nostre denunce, ma deve anche essere un'occasione per gettare uno sguardo di autocritica sulle nostre culture.

A tutte le latitudini, noi donne cresciamo con la convinzione che sia indispensabile modificare il nostro corpo per renderlo appetibile, per piacere all'altro. C'è sempre qualcosa di troppo (nella mia cultura: i peli, il grasso, le rughe, la cellulite) e di troppo poco (nella mia cultura: un seno generoso e sodo, profumi delicati, il trucco, dei vestiti alla moda). E il messaggio non cambia con la geografia: nessuno ti amerà per come sei, nessuno vorrà sposarsi con te. In questo discorso, un discorso che purtroppo sta diventando universale, l'amore e il benessere, sotto l'ingannevole copertura della vita di coppia, restano condizionati dall'immagine. Un numero sempre maggiore di uomini cade un questo inganno, ma noi donne in questo abbiamo secoli di esperienza e conosciamo benissimo la doppia morale che fa della nostra anatomia il più bel dono e il peggiore castigo. Il corpo e la sua immagine sono un salvacondotto o una condanna nelle diverse fasi della vita: essere magra oppure obesa, pudica o civetta, riservata o dissoluta, discreta o viziosa. Il corpo e la sua biologia ci marchiano agli occhi della società attraverso il filtro della sessualità: si suppone che il nostro stato d'animo, il nostro temperamento e il nostro carattere debbano spiegarsi con la pura fisiologia, e non sfuggono mai a commenti maliziosi. Dalla ragazza emarginata che cuce nella maquila messicana o nel laboratorio filippino e deve sottoporsi mese dopo mese a un test di gravidanza con la minaccia di perdere il lavoro se si rifiuta di farlo o se si rivela incinta, fino alla ministra spagnola o alla presidente argentina giudicate soprattutto in base al loro abbigliamento o al modo in cui si rapportano al loro ruolo di mogli e di madri, il criterio per qualificare tutte le donne passa in una maniera o nell'altra attraverso il corpo. Con una doppia perversione, ci fanno credere di essere un corpo ma non ci insegnano ad appropriarcene, ad abitarlo e a viverlo in libertà. Libertà di scegliere quando, come e con chi coprirlo, denudarlo, condividerlo e amarlo come veicolo che ci serve per muoverci e comunicare con il mondo.

Neanche la sinistra ha compreso del tutto che non siamo una proprietà collettiva. Quante rivoluzioni rivendicano il recupero e l'usufrutto delle loro terre, delle loro risorse e delle loro donne? Quanti compagni si riferiscono alle loro compagne chiamandole la mia donna? Le parole non sono innocenti: riflettono visioni del cosmo, credenze, presupposti. L'argomento apparentemente più solido di chi afferma che il femminismo è superato si fonda sulla partecipazione delle donne alla vita pubblica, ma il cammino è ancora lungo e le idee conservano tutta la loro forza e pertinenza. Ci manca la rabbia del femminismo degli anni Settanta: quelle donne che la maggioranza continua a considerare con cattiveria come delle pazze perché l'unica immagine mediatica che si è conservata è quella dei reggiseni bruciati, senza riconoscere che tutti i movimenti sociali hanno bisogno di un impulso radicale per mettere sul tavolo ciò che è urgente e importante. Oggi abbiamo bisogno di coloro che videro l'alienazione del loro corpo come la radice del controllo patriarcale e dunque la sua conquista come lo strumento di un'autentica liberazione.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/detail_artistes.asp?lg=es&reference=299

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lunedì, gennaio 26, 2009

Quello che l'umanità deve ai palestinesi

[Gilles Devers è l'avvocato francese che coordina la coalizione di più di 300 associazioni che con il motto «alla violenza deve rispondere la giustizia» hanno chiesto che Israele venga giudicato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra commessi a Gaza dal 27 dicembre 2008. Tlaxcala si è offerta di fare da interprete multilingue a questa iniziativa, che ha avuto un tale successo da provocare qualche problema di accesso al sito (abbiate pazienza). Per firmare la petizione vi invito ancora una volta ad andare a questo indirizzo. Maggiori informazioni, compresa la conferenza stampa di Devers, qui].


Foto AFP/Getty Images

Quello che l'umanità deve ai palestinesi

di Gilles Devers

Per molto tempo ho creduto che Israele non fosse uno Stato come gli altri. Oggi osservo con dolore che per i dirigenti di Israele il crimine di guerra è una scelta politica.

La Storia lo testimonia. Dopo l'Olocausto, come poteva la comunità internazionale non fare di tutto per permettere al popolo scampato al nazismo di continuare a esistere? Decisione incontestabile, ma una fondamentale ingiustizia per i palestinesi. “I palestinesi”? Soprattuto coloro a cui fu detto “Questa non è più casa tua. Non è più casa tua perché le Nazioni Unite hanno deciso che la terra dei tuoi avi non è più la tua terra”. E le Nazioni Unite hanno deciso così perché la comunità internazionale, durante la conferenza di Evian del 1939, aveva chiuso la porta dell'umanità alla comunità ebraica, precipitandola nell'inferno nazista. L'Occidente voleva rimediare alla propria colpa. Una colpa ripagata a spese dei palestinesi, ai quali non può essere mosso il minimo rimprovero. Sì, uno solo: quello di trovarsi dove non dovevano essere.

Equazione impossibile? Nel 2009 non è più un problema. Perché sono passati 63 anni. Nel 2009 niente giustifica che Israele, potenza economica e militare, utilizzi la forza armata per costruire il proprio avvenire. Israele può continuare le sue guerre. Israele può continuare a proibire ai partiti arabi di presentarsi alle elezioni. Israele può fare tutto quello che vuole con la sua forza militare. Ma Israele soccomberà alla legge, che è più forte di lui. Perché di fronte all'intelligenza del mondo è il giusto a essere il più forte.

Non ci si inganni. Ci sono state altre guerre e ce ne saranno altre, con i loro orrori. Ma l'aggressione di Israele contro Gaza del dicembre del 2008 segna un ribaltamento nella Storia.

Cos'è Gaza? Gaza è parte di un territorio al quale la comunità internazionale, per codardia, non ha mai saputo imporre la qualità di Stato. Una popolazione isolata su un territorio di 10 chilometri per 30, indebolita dall'assedio, senza possibilità di fuga. Ormai, quando Israele vuole vincere una guerra, attacca dei civili... Fine di un sistema. Non dimenticate mai il primo giorno: 200 morti. Morti perché? Perché camminavano per la strada, perché andavano a fare la spesa, perché erano dei bambini che tornavano da scuola.

E qual è il governo che ha scatenato la guerra del 27 dicembre 2008? Un primo ministro dimissionario dal settembre del 2008 per corruzione e i due principali ministri del suo governo – quello degli Esteri e quello della Difesa – politicamente così in disaccordo da non essere riusciti a formare una coalizione. È un potere senza testa quello che ha intrapreso questa guerra. La mattina decide i bombardamenti dei civili; la sera si riunisce. Una cosa inaudita! Il risultato è questo: Ban Ki Moon ha denunciato la sproporzione dell'attacco e chiede oggi che si svolga un'inchiesta approfondita perché Israele renda conto delle sue azioni. Tutte le grandi organizzazioni intergovernative e le ONG denunciano questi crimini di guerra.

Per molto tempo, nell'udire la parola Israele, ho visualizzato come immagine di sfondo i campi di concentramento e di sterminio. Il crimine commesso nella culla della cultura. Oggi vedo ancora i campi, ma Israele è altrove.

Il futuro appartiene agli uomini che sanno costruire la pace. Ebbene, oggi la pace si chiama rispetto del diritto. Su cosa si fondano oggi i diritti dell'uomo? Sull'analisi del 1945 come risposta ai crimini nazisti, ancora oggi attuale. Le basi del diritto umano affondano le radici nei crimini nazisti. Tutto parte da lì. Dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del 1948 alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo passando per i molteplici sistemi nazionali, il diritto della civiltà ha posto come base che nessun uomo può essere colpito per la sola ragione di essere chi non deve.

Israele può cominciare a tremare. Tremare perché, lontano dalle bombe, si è messa in moto la giustizia che lo giudicherà. Israele potrà ancora mostrare i muscoli dei suoi elicotteri e dei suoi carri armati. Ma un giorno – tra cinque, dieci o trent'anni – si renderà omaggio al popolo palestinese perché ha saputo ritrovare, attingendo alle profondità di ciò che ci rende uomini, il concetto stesso di diritti umani.

Per il semplice fatto di esistere, senza che alcuno sia in grado di esprimere il minimo giudizio sulla qualità della mia vita, ho diritto a quell'insieme che costituisce la dimensione umana e che si chiama libertà. Per il semplice fatto di essere nato qui, tra Rafah e Gaza, o di essere nato altrove e che i cannoni dei carri armati mi abbiano assegnato la residenza qui, quando la terra non è più mia e l'acqua mi viene rubata, io rimango. Guardami negli occhi, Israele, è un essere umano che ti guarda. Ascolta quello che ti dico, Israele, perché senza il linguaggio siamo destinati a morire. Esci dalla prigione della tua violenza, e vieni ad assaporare la forza della libertà. Da sessant'anni cerchi con la forza di rinchiudermi in una prigione. I muri spezzano la mia vita, ma sei tu che ti sei trasformato in prigioniero. Prigioniero delle certezze che ti impediscono di vedere il mondo. La vera libertà si inventa a Gaza, quando tu hai distrutto tutto. Questa madre disperata, che ha perduto la famiglia e la casa e ora siede sulle macerie a implorare Dio, dice tutto della forza umana, mentre i tuoi miserabili carri armati firmano la fine di un'epopea folle.

La saggezza araba ci dice che la sventura assoluta non esiste. A Gaza, degli esseri umani sono stati uccisi perché erano palestinesi. Accusati e condannati in quanto palestinesi. Oggi chi può immaginare che il crimine paghi? Chi può pensare che Israele porterà in paradiso i bambini che ha assassinato a Gaza? Sarà la giustizia umana a ristabilire l'ordine, e a restituire ai palestinesi il posto che meritano nella Storia.

Originale: Ce que l'humanité doit aux palestiniens

Articolo originale pubblicato il 23/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, gennaio 14, 2009

Medici segnalano l'uso “di un nuovo tipo d'arma” a Gaza

Dall'inviata speciale Sophie Shihab ad Al-Arish, Egitto - In questi ultimi giorni le televisioni arabe che trasmettono da Gaza hanno mostrato dei feriti di tipo nuovo – adulti e bambini le cui gambe erano ridotte a resti carbonizzati e insanguinati. Domenica 11 gennaio ne hanno dato testimonianza due medici norvegesi, unici occidentali presenti nell'ospedale della città.

I dottori Mads Gilbert ed Erik Fosse, che operano nella regione da una ventina d'anni con l'organizzazione non governativa (ONG) norvegese Norwac, hanno potuto lasciare il territorio il giorno prima, con quindici feriti gravi, attraverso il confine con l'Egitto. Non senza ostacoli fino all'ultimo: “Tre giorni fa il nostro convoglio, peraltro guidato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, ha dovuto fare dietro front prima di arrivare a Khan Younis, dove dei carri armati ci hanno sparato addosso per fermarci”, hanno detto ai giornalisti presenti ad Al-Arish.

Due giorni dopo il convoglio è passato, ma i medici e l'ambasciatore norvegese venuto ad accoglierli sono rimasti bloccati tutta la notte “per motivi burocratici” all'interno del terminal egiziano di Rafah, aperto esclusivamente per le missioni sanitarie. Quella notte i vetri di alcune finestre e un soffitto del terminal sono stati distrutti dall'onda d'urto di una delle bombe sganciate nelle vicinanze.

“A 2 metri il corpo è troncato in due; a 8 metri le gambe sono tagliate, bruciate”
“All'ospedale Al-Shifa di Gaza non abbiamo visto ustioni da fosforo né lesioni da bombe a grappolo. Ma abbiamo visto delle vittime di ciò che abbiamo tutti i motivi di pensare sia il nuovo tipo d'arma sperimentato dall'esercito americano e noto con l'acronimo DIME – cioè Dense Inert Metal Explosive”, hanno dichiarato i medici.

Si tratta di piccole sfere di carbonio contenenti una lega di tungsteno, cobalto, nichel o ferro, con un enorme potere esplosivo che si dissipa però nel raggio di 10 metri. “A 2 metri il corpo è troncato in due; a 8 metri le gambe sono tagliate e bruciate come da migliaia di punture d'ago. Non abbiamo visto i corpi sezionati, ma abbiamo visto molti amputati. C'erano stati casi simili nel sud del Libano nel 2006 e abbiamo visto la stessa cosa a Gaza sempre nel 2006, durante l'operazione israeliana “Pioggia d'estate”. Degli esperimenti sui topi di laboratorio hanno mostrato che queste particelle che restano nel corpo sono cancerogene”, hanno spiegato.

Un medico palestinese intervistato domenica da Al-Jazeera ha parlato della sua impotenza in questi casi: “Non hanno alcuna traccia di metallo in corpo, ma strane emorragie interne. Una sostanza brucia i loro vasi sanguigni e provoca la morte, non possiamo fare nulla”. Secondo la prima équipe di medici arabi autorizzata a entrare nel territorio, giunta venerdì da sud all'ospedale di Khan Younis, quest'ultimo ha accolto “decine” di casi di questo tipo.

I medici norvegesi, da parte loro, si sono trovati costretti – hanno detto – a testimoniare ciò che hanno visto, in assenza a Gaza di ogni altro rappresentante del “mondo occidentale”, medico o giornalista che fosse: “Può essere che questa guerra sia il laboratorio dei fabbricanti di morte? Può essere che nel XXI secolo si possano imprigionare 1,5 milioni di persone e far loro tutto ciò che si vuole chiamandoli terroristi?”

Giunti a quattro giorni dall'inizio della guerra all'ospedale Al-Shifa, che hanno conosciuto prima e dopo l'assedio, hanno trovato un edificio e delle attrezzature “allo stremo”, un personale spossato, moribondi ovunque. Il materiale che avevano preparato è rimasto bloccato al valico di Erez.

“Con un pronto soccorso in cui arrivano cinquanta feriti alla volta sarebbe in difficoltà anche il migliore ospedale di Oslo”, raccontano. “Qui le bombe potevano uccidere dieci persone al minuto. I vetri delle finestre dell'ospedale sono andati a pezzi con l'esplosione che ha distrutto la vicina moschea. Durante alcuni allarmi il personale ha dovuto rifugiarsi nei corridoi. Il loro coraggio è incredibile. Possono dormire da due a tre ore al giorno. La maggior parte ha subito perdite tra i propri cari, alla radio interna ascoltano la litania dei nuovi luoghi attaccati e a volte capita che i loro familiari si trovino proprio lì, ma devono continuare a lavorare... La mattina della nostra partenza, al pronto soccorso, ho chiesto come era andata la notte. Un'infermiera ha sorriso. Poi è scoppiata a piangere”.

A questo punto del racconto la voce del dottor Gilbert vacilla. “Vede”, si riprende sorridendo tranquillo, “Anch'io...”

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Si veda anche: "Questa è una guerra totale contro la popolazione civile palestinese", due interviste del Dottor Gilbert

Originale: Des médecins évoquent l'usage "d'un nouveau type d'arme" à Gaza

Articolo originale pubblicato il 12/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, gennaio 08, 2009

La gabbia

"Questa è una guerra totale contro la popolazione civile palestinese di Gaza, possiamo dimostrarlo con le cifre. Dovete ricordare che l’età media degli abitanti di Gaza è di 17 anni, una popolazione molto giovane, e circa l’80% di loro vive sotto la soglia di povertà fissata dall’ONU. Insomma, questa è gente povera e molto giovane, e non può fuggire da nessuna parte, poiché non possono scappare come fanno le altre popolazioni in tempo di guerra, essendo rinchiusi in una grande gabbia, si sta bombardando un milione e mezzo di persone chiuse in una gabbia".

Il dottore norvegese Mads Gilbert, membro di un équipe di triage che si trova a Gaza dal 1° gennaio (traduzione Diego Traversa).
In questa pagina, se scendete fino a trovare l'italiano, trovate anche le sue dichiarazioni sul sospetto uso di armi DIME e sui loro possibili effetti a lungo termine.

Nel frattempo 24 associazioni francesi si sono rivolte a un avvocato per chiedere al presidente Sarkozy di denunciare al Tribunale penale internazionale dell'Aia i signori Peres, Olmert, Livni e Barak per i crimini di guerra commessi sul territorio palestinese dal 27 dicembre 2008.

[Seguirò l'evoluzione del procedimento, traducendo il traducibile]

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martedì, gennaio 06, 2009

5 gennaio, turno di notte/attaccata scuola dell'UNRWA

20.00: Devo essere all'ospedale Al Quds per il turno di notte alla Mezzaluna Rossa alle 8 di sera, ma mentre sto finendo di scrivere con l'elettricità del generatore arriva uno stranissimo rumore dal mare. È un sibilo come di un razzo molto vicino; V e io ci guardiano, guardiamo la finestra sul mare. Lui si calca il berretto sulla testa e piegandosi si allontana dalla finestra, io mi copro la testa con la giacca così da non poter vedere quello che succede. Ma invece di finire in un'esplosione il suono si smorza e si allontana.

La cosa si ripete più volte, e mi accorgo che quello che sentiamo non sono razzi ma aerei – molto rumorosi e incredibilmente veloci, il che mi fa venire in mente il termine “supersonico”, sempre che voglia dire qualcosa al di fuori del mondo dei fumetti. Esco per fare la camminata di mezz'ora sulla strada buia che porta all'ospedale Al Quds, ma quando sono a metà strada arrivano altri aerei, e si sentono delle esplosioni in direzione dell'ospedale. Mi perdo d'animo, mi fermo sotto un albero e mando un sms a Eva scrivendole che non ce la faccio a farmi da solo questa camminata. Gli aerei hanno spaventato a morte anche lei. Torno rapidamente nell'appartamento e mi metto a pensare a una soluzione. V mi consiglia di prendere l'altra direzione, di andare all'ospedale Al Shifa e prendere un'ambulanza diretta ad Al Quds.

Cosa significano quegli aerei? Questo pezzetto di terra non ha neanche un vero esercito! Il termine “infierire” non ha mai avuto più senso. Mi ci vuole un po' per trovare il coraggio di rimettermi in cammino. Per fortuna gli aerei misteriosi se ne sono andati.

22.45 Sono ancora ad Al Shifa, essendo stato trattenuto da un giornalista di Press TV che voleva intervistarmi, ma sono riuscito a salire su un'ambulanza in partenza. Proprio mentre sta per partire, ai lati dell'ospedale cadono dei razzi e ci ritiriamo di fretta sotto la pensilina dell'ingresso.

Quando arriviamo ad Al Quds l'atmosfera è febbrile. Hanno appena accolto tre uomini che si trovavano in un'auto fuori di una casa bombardata, non capisco se uno sta morendo o è già morto. Ne portiamo di corsa un altro ad Al Shifa per un intervento neurochirurgico. Poi ci rispediscono fuori a grande velocità nella città buia piena di fumo. I doppi attacchi di Israele adesso si verificano così spesso che i livelli di stress degli autisti delle ambulanze sono molto alti. I medici fanno tutto in grande velocità, urlando. Le macerie coprono le strade dopo i bombardamenti di pochi minuti fa. L'odore familiare del fumo dei razzi impregna l'aria, lo stesso odore che emanano i cadaveri grigi degli uomini che abbiamo raccolto negli ultimi giorni.

Scrutiamo il buio per cercare le persone che ci hanno chiamato. Vediamo un ragazzino che gira l'angolo di corsa per fare ritorno con la sua famiglia, 25 persone, per lo più bambini terrorizzati. Un ragazzino zoppica. I medici corrono a prenderli, urlando qualcosa che dev'essere l'equivalente di “Muovetevi, dobbiamo andarcene di qui!” Stipiamo tutti nelle ambulanze; una bambina di circa sei anni viene sistemata tra le mie braccia attraverso il finestrino abbassato a metà. Schizziamo nuovamente verso l'ospedale, li scarichiamo in un posto relativamente sicuro e corriamo fuori a prendere un padre che porta in braccio la sua bambina di circa otto anni, trauma cranico.

Poi vado a vedere come sta la famiglia di 25 persone, riunita in una stanza dove ha ricevuto coperte e cibo. Non sembrano esserci ferite gravi, e quando ne so di più mi sembra un miracolo. Chiedo a due bellissime ragazzine che parlano bene l'inglese, R ed S, di raccontarmi cos'è successo. Mi spiegano che la famiglia è costituita dalla loro zia e i suoi figli, ospitati nella loro casa perché la loro era stata distrutta. Dice R, “nelle ultime 3 notti siamo stati colpiti 13 volte la prima notte, 3 volte quella dopo, e stanotte 10 volte. Il 3° piano è andato distrutto, poi il 2°, ci era rimasto solo il primo, adesso non c'è quasi più niente”. Mi traducono le parole della zia: “Qual è la soluzione, per noi? Quale?” Le ragazze aggiungono: “Fatah non ci ha dato nessuna soluzione. Nessuna soluzione da Hamas. Vogliamo solo pace! Solo pace!”

“Dove andrete?” chiedo loro.

“Non lo sappiamo”, dicono. “Abbiamo altri familiari, ma sono scappati anche loro perché Israele minacciava di bombardare la loro casa. Non lo sappiamo”.

E mi dice che stava approfittando del collegamento internet dell'edificio che ospita Russia TV, Fox, forse la Reuters e altri uffici stampa, quando sono stati bombardati 7 volte in successione. È scesa al pianterreno sana e salva dal decimo piano, con tutti gli altri, ma dice di aver pensato che stesse per crollare tutto.

Nella notte giungono notizie confuse di altri attacchi su moschee e case in tutta Gaza. Dopo le prime ore febbrili, nella parte centrale del turno andiamo a prendere 5 donne che stanno per partorire; alla quinta chiamata S pensa che lo stiano prendendo in giro. Sono contento di essere capace di sorridere alle nostre pazienti. Poi S mi racconta di una ragazza di 17 anni che ieri è entrata in travaglio. Il bambino della cognata, di un anno, le era stato ucciso tra le braccia, il proiettile lo aveva trapassato e aveva ferito la madre. E suo suocero è morto, ma non si è riusciti a portare via il suo corpo.

04.00: Dietro i due banchi della reception, uno di fronte all'altro, ci sono due gruppi familiari seduti su sedie di plastica disposte in cerchio. Stanno tutti zitti. Un medico spiega che c'è stato un allarme nel condominio alle nostre spalle. Queste famiglie sono state evacuate qui. Gli altri sono rimasti nell'edificio.

06.00: Parlo con EJ a Jabalia dal telefono dell'ufficio. Mi ero dimenticato di dirvi che le ambulanze della Mezzaluna Rossa hanno nuovamente cambiato base, perché si temeva che l'ospedale Karmel Adwan, essendo un ospedale del governo, potesse essere un bersaglio. Così EJ, Mo e A hanno fatto il turno di notte nella nuova base dell'ospedale Al Awda. EJ dice che circa alle 5 quattro ambulanze sono andate a prendere delle persone ferite nel bombardamento di una casa. Sono tornati per prendere altri feriti, ancora con quattro ambulanze, e l'esercito israeliano ha bombardato la casa un'altra volta non appena sono arrivati. I medici che non erano nelle ambulanze sono stati feriti dai calcinacci. EJ era dentro un'ambulanza.

S mi dice che c'è stato un attacco contro scuola Shatr dell'UNWRA, pensa di Apache, che ha ucciso tre volontari dell'UNWRA che stavano dando una mano con i rifugiati. Gli chiedono di portare l'ambulanza a raccogliere i resti umani, perché sono vicini ai bagni e questo angoscia le persone. Ma il capo alla Mezzaluna Rossa dice che è rimasta un'unica ambulanza ed è in attesa, dunque deve aspettare che tornino le altre.

17.00: Abbiamo appena saputo che nell'ultima ora è stata colpita la scuola Al Fakhoura dell'UNWRA, crediamo da carri armati, ed è confermato che sono rimasti uccisi 43 membri della stessa famiglia allargata. Le scuole dell'UNWRA stanno offrendo riparo ai rifugiati le cui case sono già state bombardate o minacciate di bombardamento da Israele. Abbiamo anche saputo che in precedenza era stata attaccata una terza scuola dell'UNWRA, ma non abbiamo altri dettagli. Non riesco a esprimere la rabbia che sto provando.

Il nostro gruppo cerca di restare unito ma cominciamo a sentire il peso dell'insufficiente accesso internet, del cibo, del sonno e della speranza che questa follia finisca. È stato superato il numero di 570 morti, i feriti hanno superato i 2600.

Originale: Jan 5 night shift/ UNRWA refuge schools attacked

Pubblicato il 6 gennaio 2009

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lunedì, gennaio 05, 2009

Jabalia, 4-5 gennaio

[Grazie agli aggiornamenti su Twitter di Gazanews - che consiglio a chi ha anche solo una minima dimestichezza con l'inglese - ho scoperto un blog tenuto da un medico volontario a Gaza. Ne ho tradotto in velocità il post più recente, che racconta le ultime 24 ore di follia].

18.00:
All'ospedale di Al Awda, gestito dai Unione dei Comitati degli Operatori sanitari. Normalmente ha una capacità di 50 letti, ma adesso ne ospita 75. E e Mo intervistano Ala’a, il medico della Mezzaluna Rossa di Jabalia rimasto ferito ieri quando è stato ucciso Arafa.

È andata così:

Erano circa le 8.30 di sabato mattina a Jabalia. Cinque ragazzi si sono ritrovati sotto i bombardamenti e hanno cercato di scappare. Tre ce l'hanno fatta. Uno, Tha’er, 19 anni, è stato colpito al piede. Il suo amico Ali, anche lui 19 anni, ha cercato di trascinarlo in salvo, ma è stato colpito alla testa e ucciso. Ci sono voluti 75-90 minuti prima che potesse raggiungerli un'ambulanza della Mezzaluna Rossa di Jabalia. I due medici Arafa, 35 anni, e Ala’a, 22, hanno portato Tha’er all'ambulanza e poi sono tornati a prendere il corpo di Ali. Mentre chiudevano la porta dell'ambulanza gli hanno sparato addosso.

Ala’a dice “Non ho sentito niente - solo che sono volato in aria e poi caduto”. Sono arrivate altre ambulanze per evacuare tutti. Arafa, che era sposato e padre di 5 figli, aveva una grave ferita al torace, aveva perso gran parte di un polmone ed è sopravvissuto per sole due ore. La testa di Ali era saltata. Ala’a è adesso ricoverato con varie ferite da scheggia un po' ovunque, soprattutto tronco e gambe. Tha’er è sopravvissuto ma ha anche lui varie lacerazioni alla schiena e sul corpo per via delle schegge.

Arafa era un insegnante delle Nazioni Unite, addestrava i medici e lavorava come volontario dopo aver esercitato come professionista in passato.

19.00: Ci organizziamo per dormire a turno all'ospedale Al-Awda. V e io crolliamo. E, A e M salgono sulla prima ambulanza che arriva per andare all'ospedale Karmel Adwan, la seconda nuova base della Mezzaluna Rossa dopo aver evacuato il loro centro. La base è costituita da poche coperte in un corridoio, ma a volte c'è del tè.

23.00: E torna a dormire, V e io andiamo con l'ambulanza di O al Karmel Adwan. O ha una sciarpa attorno al ginocchio, gli hanno sparato anni fa e gli fa male quando fa freddo. Cerco di convincere A e Mo a riposare, ma non riesco a convincere EJ. La notte si rivela tranquilla. Purtroppo capisco presto che è perché a) molte persone di Jabalia sono scappate, e b) Israele non permette alle ambulanze di raccogliere la maggioranza dei feriti che chiedono aiuto.

02.00: andiamo a prendere una donna che sta per partorire. Tornato all'ospedale chiacchiero con Om, che è un'infermiere ma fa volontariato al Centro Al-Assyria Centre gestito dall'Unione dei Comitati degli Operatori Sanitari. Parlo anche con M, ricoverato. Ha 23 anni, è sposato da sei mesi, e ha fatto l'errore di trovarsi vicino alla moschea di Jabalia che è stata bombardata due giorni fa. Adesso è convalescente dopo un'operazione all'addome.

Si fanno tutti una dormita nelle ambulanze. EJ e I veniamo chiamati ogni ora dalla BBC per i collegamenti "live da Gaza”.

05.00: ci dicono che c'è stata una minaccia di bombardamento contro l'ospedale Al Wafa che da quanto capisco è un centro per disabili.

07.15: andiamo a prendere un uomo gravemente ferito dall'esplosione di un razzo in una casa di Sikha Street, Jabalia; dubito che sopravviverà per più di qualche minuto, ma è ancora vivo quando arriviamo all'ospedale.

09.00: andiamo a prendere una donna la cui casa è appena stata colpita, ha un attacco di panico e non ho ben capito dov'è ferita. All'ospedale troviamo delle persone che piangono due morti recenti. Potrebbero essere l'uomo in condizioni disperate racconto dalla mia ambulanza e un altro che ho visto arrivare, entrambi orrendamente martoriati dai razzi e dall'ormai familiare colore grigio.

09.30: sentiamo dire che Beit Hanoun è quasi completamente occupata dall'esercito israeliano, come pure la vicina cittadina di Zahra sulla strada nord-sud. Il nord (noi) e il sud (F, G e OJ a Rafah) adesso potrebbero essere divisi. A telefono prepariamo dei piani d'emergenza.

10.00: La sorella di Mo lo chiama per dirgli che stanno sparando sul suo villaggio di Khosa, terra coltivata circondata da abitazioni. “Là non c'è niente, solo case”, ci dice. Dice che ci sono carri armati israeliani nelle zone Attatta e Shaimah di Beit Lahia. È a 1 chilometro all'interno del confine, e 2 chilometri da noi a Jabalia. Dice che le invasioni dei carri armati di solito prendono le strade principali, ma stavolta si aspetta che facciano quello che hanno fatto a febbraio; cioè che portino le ruspe e spianino direttamente le case.

Ci racconta che oggi i telefoni palestinesi ricevono messaggi dell'esercito israeliani che dicono “Ai civili innocenti: la nostra guerra non è contro di voi, ma contro Hamas. Se non smettono di lanciare razzi sarete tutti in pericolo”.

11.50: Ci chiamano dalle parti della spiaggia di Gaza, ma si rivela un falso allarme. Invece raccogliamo una famiglia sfollata con due bambini piccoli; sono seduti sul ciglio della strada, esausti per il peso dei bagagli. Prima siamo passati accando alla scuola dell'UNRWA a Beit Lahia, si sta riempiendo di famiglie sfollate. Come Naher El Bared, tutto daccapo.

N richiama la mia attenzione a una fila per il pane più affollata del solito, e ci accordiamo che un ragazzino che faceva la coda è svenuto per la stanchezza; i medici cercano di assisterlo come possono.

16.00
: F chiama per dire che hanno sentito che hanno bombardato l'ospedale di Al Awda. Chiamo EJ. Dice che una struttura attigua è stata colpita da due bombe; una persona è rimasta ferita, l'uomo che l'altra sera le ha prestato la giacca. Ha una scheggia in testa e EJ dice che secondo lei non ha un bell'aspetto. A quanto pare A è riuscito a filmare il bombardamento. Ci chiediamo se dobbiamo tornare lì per stare nuovamente con la Mezzaluna Rossa di Jabalia invece che con la Mezzaluna Rossa di Gaza City. Ma Gaza City ieri ha perso tre dei suoi medici.

Ultime notizie:

Ci sono state notizie di due distinti attacchi di Israele contro tende funebri. Stiamo cercando di confermare morti e feriti di uno dei due casi. Il secondo dei funerali attaccati era quello del medico Arafa ieri pomeriggio; ci sono stati cinque feriti.

Abbiamo anche sentito che nell'area di Zaytoun due giorni fa gli israeliani hanno riunito un gruppo di persone in due case; donne e bambini in una, uomini nell'altra. Li hanno tenuti lì per due giorni. Poi questa mattina alle 11 le forze israeliane hanno bombardato le case. Abbiamo sentito che ci sono tra i 7 e i 20 morti. Uno era un bambino di sette anni, il cui padre è stato intervistato alla TV mentre teneva in braccio il cadavere. Stiamo cercando di saperne di più. Sta diventando molto difficile tenere il passo con questa follia.

Abbiamo chiesto al responsabile amministrativo della Mezzaluna Rossa di Jabalia quanti sono i casi in cui Israele impedisce loro di soccorrere le persone che hanno chiesto aiuto. Succede nelle aree in cui bisogna coordinarsi con le forze di invasione per potervi entrare. Ha risposto che non gli è permesso di occuparsi dell'80% delle chiamate provenienti da nord, dalle aree di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabalia.

Devo ripeterlo?
80%.
Otto persone su dieci che chiedono aiuto non possono riceverlo, viene loro impedito.

Originale: Jabalia 4 Jan 6pm - 5 Jan 5pm

Pubblicato il 5 gennaio 2009

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sabato, luglio 19, 2008

Morte di un comunista

Nella Colombia di Uribe la morte di un comunista è un banale fatto di cronaca

di Fausto Giudice

Guillermo Rivera Fúquene è stato assassinato.

Nella Colombia di Alvaro Uribe e della sua politica di "Sicurezza Democratica" proclamata nel 2002 c'è una banale notizia di cronaca, della quale non troverete alcuna traccia nel vostro quotidiano preferito: un bel mattino un uomo è scomparso, in piena capitale, dopo aver accompagnato la figlia alla fermata dello scuolabus.

La sua famiglia, i suoi amici, i suoi colleghi, i suoi compagni hanno fatto il possibile e l'impossibile per trovarlo, invano.

È stato trovato 86 giorni dopo, in una tomba anonima a 125 chilometri dalla sua abitazione.

Secondo i primi elementi emersi dall'indagine Guillermo Rivera Fúquene è stato assassinato e sepolto in una fossa anonima il 28 aprile scorso, sei giorni dopo il suo rapimento nel quartiere di El Tunal a Bogotá. Un testimone che ha preferito restare anonimo e non deporre davanti al procuratore incaricato delle indagini ha detto di aver visto una pattuglia della polizia interpellare Rivera e ripartire con lui. I nastri delle telecamere di sorveglianza mostrano una forte presenza della polizia nel quartiere e al momento della scomparsa.

Guillermo Rivera, economista, aveva 52 anni. Lavorava da molto tempo ai servizi di Controllo Finanziario* della capitale ed era presidente del Sindacato dei servizi pubblici di Bogotá (SINSERPUB).

Era stato attivo nella campagna contro i referendum del 2003 che mirava, tra l'altro, all'abolizione di questo equivalente colombiano della Corte dei Conti.

Rivera era stato anche presidente della giunta d'azione comunale del quartiere di San Vicente nella località di Tunjuelito, presidente del sindacato di comproprietari della casa in cui viveva e... militante politico.

Rivera era comunista. Membro del Partito comunista colombiano da più di vent'anni, militava nel Polo democratico alternativo creato dal partito con degli indipendenti.

Da giovane aveva lavorato come consulente per consiglieri comunali appartenenti all'Unione patriottica, movimento nato nell'euforia dell'"apertura" promossa nel 1984 dal presidente Belisario Betancourt, che aveva portato dei guerriglieri delle FARC a rientrare nel gioco politico elettorale. Quell'avventura costò cara alla sinistra colombiana, che negli anni Ottanta patì 5000 morti. Un vero bagno di sangue.

Alla fine di aprile i familiari e i compagni di Rivera hanno creato un Comitato per chiedere alla giustizia che indagasse sulla sua scomparsa. Hanno manifestato, organizzato delegazioni, depositato domande di habeas corpus (naturalmente respinte). Non è servito a niente. Il 15 luglio il cadavere di Guillermo Rivera Fúquene è stato ritrovato in un cimitero di Ibagué.

Lontano da Bogotá, lontano da El Tunal dove sua moglie Sonia e le sue due figlie sanno che Guillermo non potrà più tornare a casa.

*La Contraloría General de la República de Colombia è stata creata nel 1923, in sostituzione della Corte dei Conti, su raccomandazione della missione di esperti statunitensi guidata dall'economista di Princeton Edwin Walter Kemmerer, su richiesta del governo colombiano che riteneva di aver bisogno di aiuto per sapere come gestire il soldi ricevuti dagli Stati Uniti per il riconoscimento della Repubblica di Panama. Divenuta un'istituzione costituzionale nel 1945, la Contraloría è oggi un organismo autonomo e indipendente la cui funzione è quella di sorvegliare la gestione delle entrate fiscali dello Stato e, più in generale, la gestione di tutti i fondi pubblici. Tra l'accozzaglia di quesiti del referendum dell'ottobre 2003 c'era anche l'abolizione di questo organismo, ma Uribe ne uscì sconfitto perché meno del 25% degli elettori rispose al suo appello ad andare a votare.

Originale: http://azls.blogspot.com/

Articolo originale pubblicato il 18 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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venerdì, luglio 18, 2008

Rapporto sulla tortura in Colombia

Le torture si sono intensificate durante la politica di “Sicurezza Democratica”, afferma un Rapporto sulla tortura in Colombia

Comunicato stampa Reiniciar

Bogotá, 15 luglio 2008.
La Politica di Sicurezza Democratica del presidente Álvaro Uribe ha reso più facile la tortura e gli abusi in Colombia, afferma un “Rapporto sulla tortura, i trattamenti, crudeli, inumani o degradanti – 2007” presentato oggi dalla Coalizione Colombiana contro la Tortura della quale fa parte la Corporazione Reiniciar. Secondo il Rapporto, dal 2002, anno in cui è entrata in vigore la Politica di Sicurezza Democratica, i casi di tortura sono aumentati in tutto il paese, soprattutto contro le organizzazioni sociali e i difensori dei diritti umani. Nel 2007 sono stati documentati 93 casi di persone torturate, delle quali solo 27 sono sopravvissute e 43 sono state assassinate dopo le torture. Tra tutte le vittime documentate, almeno 18 erano di sesso femminile e 11 erano bambine o bambini.
Il Rapporto sottolinea che nel 90,1% dei casi di tortura l'autore generico delle violazioni è stato lo Stato: “il 70,4% (50 vittime) delle violazioni è stato commesso direttamente da rappresentanti dello Stato; il 19,7% (14 vittime) è stato commesso da paramilitari e tollerato o appoggiato dallo Stato”.
Il Rapporto ha confermato uno schema di torture commesse dalla Forza Pubblica nel contesto di “Detenzioni Arbitrarie” e di “Falsi Positivi” contro persone segnalate come appartenenti a gruppi della guerriglia o loro simpatizzanti.
Così, tra i mesi di luglio 2002 e giugno 2007 si sono registrati almeno 955 casi di esecuzioni extragiudiziali e 235 sparizioni forzate attribuibili direttamente alla Forza Pubblica. Il periodo compreso tra luglio 2006 e giugno 2007 è stato quello in cui si è registrato il maggior numero di esecuzioni extragiudiziali, dato che almeno 236 persone sono state giustiziate direttamente dalla Forza Pubblica, rispetto ai 198 casi registrati tra luglio 2005 e giugno 2006.
Riporta inoltre che i gruppi della guerriglia sono stati responsabili del 9,8% dei casi di tortura.
I delegati della Coalizione, alla presenza del Segretario Generale dell'Organizzazione Mondiale contro la Tortura, signor Eric Sottas, hanno mostrato la loro preoccupazione nel segnalare che le fasce della popolazione che maggiormente subiscono le detenzioni, la tortura psicologica e l'impatto psicosociale sono i contadini, le donne, i bambini, le persone LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) e gli afro-colombiani.
Tuttavia hanno precisato che una delle attività più perseguitate del paese è quella dei Difensori dei Diritti Umani. Nel 2007 molte organizzazioni di difesa dei Diritti Umani sono state vittime di incursioni, furto di informazioni, minacce ai loro componenti, maltrattamento e stigmatizzazione del loro lavoro, com'è il caso della Corporazione Reiniciar.
Il Rapporto segnala che per quanto i dati e i casi registrati siano allarmanti, essi non riescono a rendere le dimensioni della problematica nel paese, “a causa delle molte difficoltà nell'accedere alla giustizia, la paura per la presenza e il controllo dei colpevoli degli omicidi e degli abusi in vaste zone del paese e l'assenza di meccanismi di protezione a favore delle vittime e dei testimoni”.
Infine il Rapporto raccomanda al Governo Nazionale di ratificare il Protocollo Facoltativo della Convenzione contro la Tortura che permette a questa Convenzione di far visita al paese e di verificare la situazione nazionale con i membri del Comitato contro la Tortura. Ha anche esortato il Governo affinché, nell'ambito della Legge 975 del 2005 detta “Legge di Pace e Giustizia”, chieda ai paramilitari di confessare tutti i reati di tortura e affinché le autorità neghino i benefici della Legge 975 a chi non riconosca questa responsabilità. Inoltre ha chiesto l'adozione di una politica pubblica che impedisca gli atti di tortura e i maltrattamenti nel nostro paese, nonché l'abolizione dell'impunità.
Maggiori informazioni: Informe sobre Tortura, Tratos Crueles, Inhumanos o Degradantes – 2007 (Rapporto sulla Tortura, i Trattamenti Crudeli, Inumani o Degradanti - 2007)

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La corporazione per la difesa e la promozione dei diritti umani Reiniciar
È un'Organizzazione Non Governativa che si occupa del rispetto dei diritti e delle libertà dei colombiani e delle colombiane secondo gli obblighi internazionali assunti dallo Stato e sanciti dalla Costituzione.
Per le sue origini e il suo percorso, la Corporazione Reiniciar si è orientata soprattutto verso la difesa dei diritti civili e politici secondo una concezione integrale dei Diritti Umani.

Il nostro lavoro
La Corporazione Reiniciar proietta la sua attività in tre aree di lavoro:
Formazione in materia di diritti umani e diritto internazionale umanitario, progetti produttivi e affiancamento nei processi organizzativi.
Documentazione di casi ed elaborazione di rapporti sulla situazione dei diritti umani in varie regioni del paese e in relazione con diverse fasce sociali.
Assistenza completa alle vittime che comprende aiuto giuridico, psicosociale e umanitario.
Oltre ad agire sul piano nazionale, la Corporazione Reiniciar si occupa anche di cause di impatto internazionale che riguardano i diritti umani. È tra le organizzazioni firmatarie nel caso di genocidio contro l'Unione Patriotica (UP) davanti alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Comisión Interamericana de Derechos Humanos, CIDH), e in diversi casi promuove Misure Cautelari per la protezione di persone e comunità in pericolo imminente.
Reiniciar mantiene inoltre un contatto attivo con i gruppi tematici delle Nazioni Unite.

Origini
La Corporazione Reiniciar è stata fondata nel 1993 a Bogotá da un gruppo di persone provenienti dalla Corporazione Regionale per la Difesa dei Diritti Umani (Corporación Regional para la Defensa de los Derechos Humanos, CREDHOS) di Barrancabermeja. La sua attività a difesa dei diritti umani in questa regione è stata contrassegnata da minacce, attentati e uccisioni di vari membri dell'organizzazione. Dopo essersi trasferiti in altre città del paese ed essersi rifugiati all'estero, alcuni dei suoi membri si sono riuniti nuovamente a Bogotá con l'intento di ricominciare a perseguire la giustizia e la realizzazione dei diritti di tutti.

Il genocidio contro l'Unione Patriottica davanti alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani
Fin dall'inizio la Corporazione Reiniciar ha dedicato il nucleo del suo impegno a chiedere giustizia per il genocidio commesso contro l'Unione Patriottica (Unión Patriótica, UP), movimento politico di opposizione sorto nel 1984 nell'ambito dei dialoghi di pace tra il governo del Presidente Belisario Betancurt e la guerriglia delle FARC. La UP guadagnò rapidamente un ampio appoggio popolare che la rese prima forza politica in varie municipalità del paese. Quando la UP si rafforzò fu intrapresa una violenta persecuzione contro le persone e i settori della popolazione che avevano deciso di confluire nel nuovo movimento. In questo sterminio furono assassinate più di tremila persone per le loro idee politiche, senza contare tutte quelle che furono torturate, obbligate ad andarsene e vittime di altre violazioni e minacce.
Nel 1993, avendo constatato la negazione della giustizia a livello nazionale, la Corporazione Reiniciar e la Commissione Colombiana di Giuristi portarono il caso di questo genocidio davanti alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH). Si diede così inizio a un difficile processo di documentazione delle violazioni commesse contro i membri dell'UP, volto tra l'altro a evidenziare la persecuzione sistematica contro i membri del movimento e a valutare il danno causato. Nell'ambito di questo caso è stato anche promosso il Coordinamento Nazionale delle Vittime e dei Familiari del Genocidio contro l'Unione Patriottica, con più di 15 coordinatori regionali in tutto il paese.
Attualmente il caso è ancora davanti alla CIDH, in attesa di una soluzione definitiva della questione, dopo il fallito tentativo di cercare una soluzione amichevole che si è concluso con l'assenza di una risposta effettiva del governo colombiano.

Memoria Viva
È uno strumento creato dalla Corporazione Reiniciar con il fine di ridare dignità al ricordo delle vittime delle violazioni dei diritti umani attraverso il recupero della loro storia personale, politica e sociale. Memoria Viva realizza il suo obiettivo attraverso la ricerca e acquisizione di informazioni fotografiche, filmiche, di testimonianze e documenti; tutti questi dati permettono di ricostruire la storia di ciascuna delle vittime e delle collettività alle quali appartenevano.

Reinciar in rete
Per svolgere la sua missione con maggiore efficacia, la Corporazione Reiniciar ha stretto convenzioni con altre organizzazioni non governative affini. Dunque fa parte di reti colombiane come il Coordinamento Colombia-Europa-Stati Uniti (Coordinación Colombia–Europa–Estados Unidos), l'Alleanza delle Organizzazioni Sociali unite per la Pace e la Democrazia in Colombia (Alianza de Organizaciones Sociales y Afines por una Cooperación Internacional para la Paz y la Democracia en Colombia), la Piattaforma Colombiana dei Diritti Umani Democrazia e Sviluppo (Plataforma Colombiana de Derechos Humanos Democracia y Desarrollo) e la Coalizione Colombiana contro la Tortura (Coalición Colombiana contra la Tortura). A livello internazionale, fa parte dell'Organizzazione Mondiale contro la Tortura (Organización Mundial contra la Tortura, OMCT).

Originale: http://www.reiniciar.org/drupal/?q=node/79

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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