lunedì, aprile 20, 2009

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

[Per i turisti virtuali del Pipelineistan].

La Cina corteggia il Caspio con i contanti

di
M. K. Bhadrakumar

La crisi globale si sta allargando all'Asia Centrale. Potrà produrre sensibili cambiamenti nel Grande Gioco per il controllo delle riserve energetiche del Mar Caspio. In superficie potrà sembrare che l'intensità delle rivalità si sia attenuata, dato che gli attori principali – la Russia e l'Occidente – stanno ora riflettendo sulle condizioni precarie delle loro finanze e sulla necessità prioritaria di rimettere in sesto le loro economie.

Ma il rallentamento del Grande Gioco inganna. La Cina ha da guadagnare da qualsiasi cambiamento di assetto. Tra tutte le principali economie mondiali, è in Cina che il pacchetto di stimoli da 4000 miliardi di yuan (585 miliardi di dollari) del governo potrebbe aver cominciato a mostrare i primi risultati, mettendo l'economia del paese in una situazione “migliore del previsto”, come ha dichiarato il Primo Ministro Wen Jiabao martedì scorso.

La possibilità che la Cina sia la prima grande economia a riprendersi le attribuisce un ruolo cruciale alla guida dell'economia mondiale in generale e di quella centroasiatica in particolare. Dopo un prestito di 25 miliardi di dollari concesso alla Russia a febbraio, la Cina ha acconsentito a prestare al Kazakistan 10 miliardi e si aspetta che i due paesi ricambino aumentando le forniture energetiche alla Cina.

Potrebbero essere i segnali premonitori di un evento sismico nella geopolitica dell'Asia Centrale. La regione ha davanti a sé fosche prospettive economiche e guarda istintivamente alla Cina alla ricerca di una via d'uscita. Per la Cina è una grande occasione per prendere sotto la propria ala la regione. Per la corsa all'energia del Caspio le conseguenze sono profonde.

Nel suo ultimo rapporto regionale, il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato una dura previsione economica per l'Asia Centrale. L'FMI prevede che la crescita economica, che era al 12% nel 2007 e al 6% nel 2008, rallenterà per giungere sotto il 2% nel 2009 con l'instaurarsi di una “grande recessione”. Un alto rappresentante dell'FMI ha detto: “Fino a poco tempo fa la regione era inondata dai proventi dell'esportazione delle materie prime, dagli afflussi di capitale e dalle rimesse. Ciò ha portato a significativi guadagni economici negli ultimi anni con un PIL [prodotto interno lordo] pro capite in crescita impressionante”.

Tuttavia la situazione sta peggiorando. Il punto è che gli esportatori di gas e petrolio sono gravemente colpiti dal calo della domanda globale e dalla brusca caduta dei prezzi. Nello stesso tempo, i paesi dell'Asia Centrale patiscono duramente le conseguenze delle restrizioni finanziarie dei mercati finanziari internazionali, che si traducono nel difficile ottenimento di capitali stranieri.

Durante un vertice della Comunità Economica Eurasiatica tenutosi a Mosca a febbraio, la Russia ha avviato la creazione di un fondo di salvataggio di 10 miliardi di dollari finanziato dalla Russia e dal Kazakistan per aiutare le economie degli stati membri: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Ma la capacità della Russia e del Kazakistan di svolgere questo ruolo è messa gravemente in dubbio. Febbraio sembra già molto lontano ora che la crisi in Russia e in Kazakistan si è aggravata.

Le cifre riportate alla fine di marzo dall'ente statistico russo Rosstat suggeriscono chiaramente che l'economia è nei guai. A febbraio la produzione di servizi e prodotti essenziali è calata dell'11,6% mentre i proventi delle esportazioni – il cui grosso è costituito dalle esportazioni di gas e petrolio – hanno registrato un crollo del 40%. La Banca Mondiale ha previsto una contrazione del 4,5% dell'economia nel 2009 e tempi di ripresa lenti. La Russia ha già impegnato 85 miliardi di dollari in tentativi di stabilizzazione.

La crisi della Russia è direttamente collegata con il netto calo dei proventi delle esportazioni di gas e petrolio. Il colosso energetico Gazprom ha rivisto recentemente la sue previsioni sui prezzi per l'esportazione del gas verso l'Europa a 257,9 dollari per mille metri cubi di gas. Nel 2008 il prezzo stava a 409 dollari per mille metri cubi. Il quotidiano russo Vedomosti stima che a un prezzo medio di 260 dollari per mille metri cubi i proventi della Russia per le esportazioni di gas quest'anno saranno di 44 miliardi contro i 73 dell'anno scorso.

Il quotidiano finanziario Kommersant ha riferito che con il calo della domanda di gas russo Gazprom si ritroverà con un problema di liquidità, il che a sua volta potrebbe colpire duramente il programma di investimenti di cui la Russia ha estremo bisogno per la prospezione di nuovi giacimenti di gas.

I maggiori giacimenti di gas dell'epoca sovietica hanno ormai fatto il loro tempo. Mosca si aspetta di riuscire a rimediare al crollo della produzione con lo sviluppo di nuovi giganteschi giacimenti. I giacimenti di Bovanenkovskoe sulla Penisola Jamal avrebbero dovuto cominciare a produrre gas entro il 2011, e Štokman entro il 2015. Ma la crisi finanziaria a Ovest influenza i nuovi investimenti.

Nel frattempo si prevede che la produzione di gas di Gazprom cali a 510 miliardi di metri cubi nel 2009 dai 550 del 2008. Dunque Gazprom potrebbe essere costretta a limitare le sue esportazioni a 170 miliardi di metri cubi nel 2009, rispetto ai 179 dello scorso anno. La caduta della produzione di gas della Russia sembra verificarsi prima del previsto.

Dunque per la Russia è aumentata l'importanza dell'Asia Centrale come fonte di energia a buon prezzo. Attualmente Gazprom sta comprando circa 50 miliardi di metri cubi di gas dal Turkmenistan, 15 dal Kazakistan e 7 dall'Uzbekistan. Lo scorso anno i produttori centroasiatici hanno inciso per circa il 14% sulla produzione totale di Gazprom. Tuttavia i produttori dell'Asia Centrale devono avere ormai capito che la Russia non ha le risorse finanziarie per onorare i propri impegni nel settore della cooperazione energetica.

Alla fine di marzo, quando il Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov ha visitato Mosca, ci si aspettava che i colloqui avrebbero portato all'avvio dell'espansione del cosiddetto gasdotto Prikaspijskij, concordata più di due anni fa. Il progetto è fondamentale perché la Russia acquisti più gas dal Turkmenistan. Comporta l'espansione del gasdotto d'epoca sovietica lungo la costa orientale del Mar Caspio via Kazakistan verso la Russia. Ma Berdymukhamedov ha esitato.

Pechino deve aver tenuto conto delle nuove circostanze quando il 17 febbraio ha firmato un inaudito accordo “petrolio in cambio di prestiti” con la Russia. In base all'accordo la Banca cinese per lo Sviluppo presterà 25 miliardi di dollari a un tasso di interesse annuale del 6% alla compagnia statale russa Rosneft e al monopolio degli oleodotti Transneft. In cambio la Cina riceverà dalla Russia circa 20 milioni di tonnellate di petrolio all'anno a partire dal 2011 per la durata di 20 anni. Il volume totale delle forniture petrolifere russe previste da questo accordo costituisce circa il 4% dell'attuale consumo cinese di petrolio e circa l'8% delle attuali importazioni della Cina. Rosneft riceverà 15 miliardi di dollari.

Transneft riceverà i restanti 10 miliardi in cambio della costruzione del ramo cinese dell'oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico (ESPO) da Skovorodino nella Siberia orientale allo snodo petrolchimico cinese di Daqing. La Cina aveva già finanziato lo studio di fattibilità del progetto, costato 37 milioni di dollari.

Si prevede che la prima fase dell'ESPO avrà una capacità di 30 milioni di tonnellate l'anno e la seconda fase una capacità di 80 milioni di tonnellate. Transneft dovrebbe completare la prima fase (Tajšet-Skovorodino) entro la fine di quest'anno e cominciare la costruzione della seconda fase (Skovorodino-Kazimo) a dicembre. L'intero progetto sarà completato entro la fine del 2010.

Chiaramente il prestito cinese è una boccata d'aria per le due compagnie energetiche russe, consentendo loro di realizzare i loro prestiti di rifinanziamento nel 2009 e di continuare con le loro spese in conto capitale. Il prestito va anche in una certa misura a compensare la fuga di capitali occidentali dalla Russia. Indubbiamente la Cina ha fatto una mossa intelligente.

Uno, è sempre cosa saggia assicurarsi forniture energetiche a lungo termine. Due, il prezzo del petrolio russo sarà decisamente più basso dei prezzi sul mercato a pronti, dove la Cina attualmente acquista il grosso delle sue importazioni. Tre, la Cina è riuscita a convincere la Russia a fornirle petrolio con un oleodotto a destinazione unica verso la Cina. Quattro, la Cina riduce la propria dipendenza dal petrolio mediorientale. Cinque, la Cina sta riducendo anche la propria dipendenza dalla rotta di trasporto che attraversa lo Stretto di Malacca.

Ma soprattutto la Cina ha persuaso Mosca a impegnare quantità significative del suo petrolio lontano dal suo tradizionale mercato europeo. Mosca ha spesso alluso alla prospettiva di una diversificazione del mercato asiatico, ma continuava a fissarsi sul mercato occidentale. Quell'atteggiamento sta cambiando. Inoltre la Cina potrebbe avere finalmente galvanizzato un programma completo di cooperazione energetica con la Russia. La cooperazione energetica sino-russa aveva mostrato di recente segni di stanchezza dopo gli inizi promettenti registrati durante la storica visita in Cina dell'allora presidente russo Vladimir Putin nel marzo del 2006.

Putin, ora primo ministro, aveva proposto di esportare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas russo verso la Cina attraverso il gasdotto dell'Altai, lungo 6700 chilometri e costato 10 miliardi di dollari. Ma da allora su questo fronte non si è mosso praticamente nulla, con la scusa delle divergenze su un prezzo del gas reciprocamente vantaggioso, mentre Mosca è rimasta concentrata sul mercato europeo. Questo atteggiamento sta cambiando.

A febbraio il Cremlino ha deciso di risuscitare il progetto dell'Altai quando il Presidente Dmitrij Medvedev ha scritto al Presidente cinese Hu Jintao offrendogli la completa cooperazione in progetti energetici bilaterali. Gazprom ha da allora mostrato interesse per la creazione di una joint venture per il commercio del gas con la Corporazione Petrolifera Nazionale cinese: collaborazione che permetterebbe alla compagnia russa di partecipare alle vendite del gas al dettaglio sul mercato cinese in cambio di prezzi favorevoli.

Anche il Kazakistan, il principale produttore di energia dell'Asia Centrale, si trova a dover affrontare una crisi finanziaria simile a quella russa. Il Primo Ministro kazako Karim Masimov lo ha recentemente sottolineato paragonando la crisi a una situazione in tempo di guerra, che necessita di una risposta sul piede di guerra. Non stava esagerando.

Con il crollo del prezzo del petrolio a 50 dollari al barile rispetto ai 150 dello scorso luglio, c'è una grave stretta delle risorse. Inoltre il Kazakistan ha motivo di temere che la crisi possa andare per le lunghe. Certo, il paese sta spendendo quasi 15 miliardi o il 14% del suo PIL in pacchetti di stimolo. Ma il governo ha comunque cominciato a tagliare posti di lavoro nelle imprese statali. Si è posto il veto alle nuove assunzioni. Le speranze iniziali che i nuovi progetti per le infrastrutture potessero mantenere stabili i salari sono sfumate. La disoccupazione è in crescita, e questo è motivo di grande preoccupazione politica.

È in questo contesto che la Cina ha risposto alla richiesta d'aiuto del Kazakistan. Martedì, durante una visita di cinque giorni (15-19 aprile) di Nazarbayev, a Pechino sono stati firmati due accordi per un prestito cinese di 10 miliardi di dollari al Kazakistan in cambio del diritto, tra le altre cose, a una grossa partecipazione nel settore energetico del paese centroasiatico. L'Eximbank cinese presterà alla Banca statale per lo Sviluppo del Kazakistan 5 miliardi di dollari. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese presterà a sua volta 5 miliardi di dollari a KazMunaiGas, la compagnia petrolifera nazionale.

Le due compagnie petrolifere hanno anche firmato un accordo separato che dà alla Compagnia Petrolifera Nazionale cinese una quota del 49% in MangistauMunaiGas (MMG), un produttore petrolifero locale. (Il Kazakistan e la Cina hanno anche firmato un accordo preliminare per costruire una “via di trasporto su strada” che colleghi la Cina occidentale all'Europa. Altri accordi prevedono schemi di cooperazione nei settori dell'agricoltura, dell'istruzione, delle finanze e delle telecomunicazioni).

La intenzioni di Pechino sono assolutamente trasparenti: la Cina attingerà ai 1950 miliardi di dollari delle sue riserve valutarie per acquistare diritti di prospezione in Asia Centrale, ovunque siano disponibili. Nazarbayev ha dichiarato all'agenzia d'informazione Xinhua alla vigilia della sua partenza per la Cina che il ruolo della Cina ha un'importanza globale. Il suo enorme mercato, le abbondanti riserve di valuta estera e l'“efficace risposta alla crisi” costituiscono un “sostegno enorme alla ripresa economica mondiale”, ha detto.

Il Kazakistan, inoltre, è una destinazione sicura per gli investimenti. Possiede più del 3% delle riserve di petrolio accertate del mondo. Nel 2007, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, ha ricevuto 21 miliardi di dollari in investimenti per la prospezione e la produzione. L'aspetto interessante è che la Cina si avvia all'acquisto di MMG, sconfiggendo la Gazprom russa e l'ONGC (Oil and Natural Gas Commission, Commissione per il Petrolio e il Gas Naturale) indiana, entrambe compagnie statali. La Compagnia Petrolifera Nazionale cinese ha vinto offrendo il pacchetto di investimenti da 10 miliardi che né la Russia né l'India potevano eguagliare. La Cina ha evidentemente adottato una visione a lungo termine. MMG ha riserve di greggio stimate in 1,32 miliardi barili e ha anche una quota del 58% nella raffineria petrolifera di Pavlodar, oltre a gestire una catena di stazioni di servizio.

La Cina non è un nuovo investitore nel settore energetico kazako. Possiede già Aktobemunaigas, che produce 120.000 barili di petrolio al giorno, e il 67% di PetroKazakhstan, che ne produce 150.000. È anche socio alla pari, insieme alla compagnia petrolifera statale kazaka KazMunaiGas, dell'oleodotto da 200.000 barili al giorno dal Caspio al confine con lo Xinjiang.

Nel frattempo sono in programma i lavori sul progetto di un gasdotto dal Turkmenistan alla Cina via Uzbekistan. La Cina lo sta finanziando. La tratta turkmena del gasdotto è lunga 188 chilometri e sarà completata entro la fine del 2009. In Kazakistan e Uzbekistan sono già stati posati più di 1200 chilometri di gasdotto.

Non dovrebbe sorprendere che Pechino ora ricorra al proprio potere finanziario per far sì che il gasdotto consegni in maniera ottimale il gas al confine occidentale della Cina. Di fatto le forniture del gas alla Cina attraverso il nuovo gasdotto comporteranno un'importante diversificazione delle esportazioni di gas della regione centroasiatica, allontanandole dalla Russia e dall'Europa.

Originale: Cash-rich China courts the Caspian

Articolo originale pubblicato il 18/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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giovedì, aprile 02, 2009

Guerra Liquida: benvenuti nel Pipelineistan

Guerra liquida: benvenuti nel Pipelineistan

di Pepe Escobar

Quello che accade sull'immenso campo di battaglia per il controllo dell'Eurasia fornirà gli elementi decisivi nella corsa sfrenata verso un nuovo, policentrico ordine mondiale, il cosiddetto Nuovo Grande Gioco.

La cara vecchia insensata “ guerra globale al terrore” che il Pentagono ha astutamente ricommercializzato come “la guerra lunga”, ha una gemella ben più importante anche se semi-nascosta: una guerra globale per l'energia. Mi piace definirla la Guerra Liquida, perché il suoi vasi sanguigni sono gli oleodotti e i gasdotti che attraversano i potenziali campi di battaglia imperiali del pianeta. In altre parole, se la sua assediata e cruciale frontiera in questi giorni è il Bacino del Caspio, la sua scacchiera è la totalità dell'Eurasia. La definiremo, geograficamente, Pipelinestan.

Tutti i drogati di geopolitica hanno bisogno della loro dose. Io ho la fissa di gasdotti e oleodotti fin dalla seconda metà degli anni Novanta. Ho attraversato il Caspio su un cargo azero solo per seguire l'oleodotto da 4 miliardi di dollari Baku-Tblisi-Ceyhan, meglio noto in questo gioco degli scacchi con l'acronimo BTC, nel Caucaso. (Oh, a proposito, la mappa del Pipelineistan pullula di acronimi, fateci l'abitudine!)

Ho anche percorso alcune delle moderne e accavallate Strade della Seta, o forse Pipeline della Seta, i possibili flussi energetici futuri da Shanghai a Istanbul, prendendo nota delle mie rotte fai-da-te per il GNL (gas naturale liquefatto). Seguivo avidamente, manco fosse un eroe conradiano, le avventure del già Re Sole dell'Asia Centrale, l'ora defunto Turkmenbaši o “capo dei turkmeni”, Saparmurat Nijazov, il presidente della Repubblica del Turkmenistan immensamente ricca di gas.

Ad Almaty, allora capitale del Kazakistan (prima che la capitale fosse spostata ad Astana, nel mezzo del mezzo del nulla), la gente del posto era disorientata quando esprimevo l'impulso irrefrenabile di andare ad Aktau, la boomtown del petrolio. (“Perché? Lì non c'è niente”) Entrare nella stanza delle mappe in stile 2001 Odissea nello Spazio della sede del gigante energetico russo Gazprom a Mosca – con la dettagliata rappresentazione digitale di ogni singolo gasdotto e oleodotto in Eurasia – o nel quartier generale della Compagnia Petrolifera Nazionale iraniana a Teheran, con le sue file ordinate di esperte in chador, era per me come entrare nella grotta di Aladino. E non leggere mai le parola “Afghanistan” e “petrolio” nella stessa frase è ancora per me fonte di inesauribile divertimento.

Lo scorso anno il petrolio costava una follia. Quest'anno è relativamente a buon mercato. Ma non lasciatevi ingannare. Il punto qui non è il prezzo. Che piaccia o no, l'energia è ancora quello su cui vogliono mettere le mani tutti quelli che contano. Dunque considerate questo articolo semplicemente la prima puntata di un lungo, lungo resoconto delle mosse che sono state, o saranno, fatte nell'esasperante complessità del Nuovo Grande Gioco, che continua incessante a prescindere da quello che riesce a finire sulle prime pagine.

Dimenticatevi l'ossessione dei grandi media per al-Qaeda, Osama “vivo o morto” bin Laden, i taliban – neo, light, o classici – o la “guerra il terrore”, comunque la chiamino. Sono solo dei diversivi, se paragonati al gioco geopolitico dalla posta altissima che segue ciò che passa per i gasdotti e gli oleodotti del pianeta.

Chi lo dice che il Pipelineistan non può essere divertente?

Citofonare Dottor Zbig
Nel suo fondamentale libro del 1997, La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski – teorico straordinario della realpolitik ed ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, il presidente che avviò gli Stati Uniti alle loro moderne guerre per l'energia – espose piuttosto dettagliatamente come poteva essere conservato il “primato globale” americano. In seguito il suo piano sarebbe stato diligentemente copiato da quel mucchio letale di Dottor No riuniti nel Project for a New American Century (PNAC, nel caso aveste dimenticato l'acronimo quando i suoi creatori e il sito web sono tramontati) di Bill Kristol.

Per il Dottor Zbig, che come me si procura le dosi in Eurasia – e cioè pensando in grande – tutto si riduce a promuovere la giusta serie di “partner strategicamente compatibili” per Washington in luoghi dove i flussi energetici sono più forti. Questo, come disse allora molto garbatamente, servirebbe a plasmare “un sistema di sicurezza trans-eurasiatico più collaborativo”.

Ormai il Dottor Zbig – tra i cui ammiratori spicca il Presidente Barack Obama – deve essersi accorto che il treno eurasiatico che doveva consegnare le forniture energetiche è stato leggermente dirottato. Il settore asiatico dell'Eurasia, a quanto pare, si permette di dissentire.

Crisi finanziaria globale o no, il gas naturale e il petrolio sono le chiavi a lungo termine di un trasferimento inesorabile di potere economico dall'Occidente all'Asia. Chi controllerà il Pipelineistan – e, nonostante tutti i suoi sogni e i suoi piani, è improbabile che si tratti di Washington – avrà la meglio in tutto ciò che accadrà poi, e non un solo terrorista al mondo, né una “guerra lunga”, potranno cambiare questa realtà.

L'esperto di energia Michael Klare è stato fondamentale per identificare i vettori chiave nella lotta selvaggia e globale per il potere attualmente in corso sul Pipelineistan. Questi vettori vanno dalle sempre più scarse (e difficili da raggiungere) forniture di energia primaria allo “sviluppo dolorosamente lento di alternative energetiche”. Anche se non ve ne siete accorti, le prime schermaglie della Guerra Liquida del Pipelineistan sono già cominciate, e perfino nel momento peggiore per l'economia il rischio è sempre più alto, data la feroce competizione tra l'Occidente e l'Asia, che si svolga in Medio Oriente o nel teatro caspico o negli stati africani ricchissimi di petrolio come l'Angola, la Nigeria e il Sudan.

In queste prime schermaglie del XXI secolo, la Cina ha reagito prontamente. Già prima degli attacchi dell'11 settembre 2001, i suoi leader formulavano una risposta a ciò che vedevano come una strisciante intrusione dell'Occidente nei territori del petrolio e del gas dell'Asia Centrale, soprattutto nella regione del Mar Caspio. In particolare, nel giugno del 2001 i suoi leader formarono insieme alla Russia la Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, nota come SCO: altro acronimo che vi conviene memorizzare, perché ne sentiremo parlare per un bel po'.

All'epoca i membri minori della SCO erano, significativamente, gli “Stan”, cioè le ex repubbliche dell'Unione Sovietica ricche di risorse – Kirghizistan, Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan – su cui l'amministrazione Bill Clinton e poi la nuova amministrazione George W. Bush, guidate da uomini che avevano fatto i soldi con l'energia, avevano messo gli occhi. L'organizzazione doveva essere una società di cooperazione regionale economica e militare a vari livelli che, negli intenti dei russi e dei cinesi, avrebbe funzionato come una sorta di coperta di sicurezza attorno all'estremità superiore dell'Afghanistan.

L'Iran è, naturalmente, un nodo energetico cruciale dell'Asia Occidentale, e anche i suoi leader hanno dimostrato di saper darsi da fare nel Nuovo Grande Gioco. Servono almeno 200 miliardi di dollari in investimenti stranieri per modernizzare concretamente le favolose riserve iraniane di gas e petrolio, e dunque vendere molto di più all'Occidente di quanto ora lo consentano le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Non sorprende che l'Iran sia stato presto preso di mira da Washington. Non sorprende che un attacco aereo contro quel paese sia ancora il sogno bagnato definitivo di vari likudnik assortiti come dell'ex vice presidente Dick (“Lenza”) Cheney e i suoi ciambellani e compagni di merende neo-conservatori. Dal punto di vista delle dirigenze da Teheran a Delhi a Pechino e a Mosca, un simile attacco, ora probabilmente escluso almeno fino al 2012, sarebbe una guerra non solo contro la Russia e la Cina, ma contro tutto il progetto di integrazione asiatica che la SCO si propone di rappresentare.

BRIC-a-brac globale
Nel frattempo, mentre l'amministrazione Obama tenta di mettere a punto le sue strategie iraniana, afghana e centro-asiatica, Pechino continua a sognare una versione energetica sicura e veloce della vecchia Strada della Seta che si estenda dal Bacino del Caspio (gli Stan ricchi di energia più l'Iran e la Russia) fino alla provincia dello Xinjiang, il suo Far West.

Dal 2001 la SCO ha ampliato i suoi obiettivi e il suo ambito. Oggi l'Iran, l'India e il Pakistan godono dello status di “osservatori” in un'organizzazione che mira sempre più a controllare e proteggere non solo le forniture energetiche regionali, ma il Pipelineistan in tutte le direzioni. Questo, naturalmente, è il ruolo che nelle intenzioni della dirigenza di Washington dovrebbe spettare all'Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico in Eurasia. Visto che la Russia e la Cina si aspettano che la SCO svolga un ruolo simile in Asia, sono inevitabili scontri di vario tipo.

Consultate qualunque esperto dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali di Pechino, e vi dirà che la SCO dovrebbe essere intesa come un'alleanza storicamente unica tra cinque civiltà non occidentali – russa, cinese, musulmana, hindu e buddhista – e grazie a questo in grado di fare da base per la creazione di un sistema di sicurezza collettivo in Eurasia. È certamente un'idea destinata a contrariare gli strateghi globali dell'establishment americano come il Dottor Zbig e il consigliere per la sicurezza nazionale di George H. W. Bush Brent Scowcroft.

Dal punto di vista di Pechino, il nascente ordine mondiale del XXI secolo sarà determinato in misura significativa da un quadrilatero di paesi del BRIC – per quelli di voi che fanno collezione di acronimi da Nuovo Grande Gioco, BRIC sta per Brasile, Russia, India e Cina – più il futuro triangolo islamico di Iran, Arabia Saudita e Turchia. Aggiungeteci un Sudamerica unificato, non più schiavo di Washington, e avrete una SCO-plus globale. Almeno sulla carta, è un sogno ad alto numero di ottani.

La chiave di tutto è la continuazione dell'intesa cordiale sino-russa.

Già nel 1999, osservando l'aggressiva espansione nei Balcani della NATO e degli Stati Uniti, Pechino identificò questo nuovo gioco per quello che era: l'evoluzione di una guerra per l'energia. E la posta in gioco erano i giacimenti di petrolio e di gas naturale di quello che gli americani avrebbero presto cominciato a chiamare “arco di instabilità”, cioè un arco di territori che si estendeva dal Nordafrica alla frontiera cinese.

Non meno importanti sarebbero state le rotte seguite da oleodotti e gasdotti per portare all'Occidente l'energia sepolta in quelle terre. I luoghi in cui sarebbero state costruite e i paesi attraversati avrebbero determinato molte cose, in futuro. E qui l'impero delle basi militari degli Stati Uniti (pensate, per esempio, a Camp Bondsteel in Kosovo) incontrava il Pipelineistan (rappresentato, nel 1999, dall'oleodotto AMBO).

L'AMBO, cioè Albanian Macedonian Bulgarian Oil Corporation (Corporazione Petrolifera Albanese Macedone Bulgara), società registrata negli Stati Uniti, sta costruendo un oleodotto da 1,1 miliardi di dollari, il “Trans-Balkan”. La fine dei lavori è prevista per il 2011. Porterà il petrolio del Caspio all'Occidente senza farlo passare né per la Russia né per l'Iran. Come oleodotto, l'AMBO rientrerà alla perfezione nella strategia geopolitica di creare una griglia di sicurezza energetica controllata dagli Stati Uniti, idea che fu sviluppata per la prima volta dal segretario all'energia del presidente Bill Clinton, Bill Richardson, e in seguito da Cheney.

Dietro l'idea di quella “griglia” c'era la militarizzazione a tutti i costi di un corridoio energetico che si sarebbe esteso dal Mar Caspio in Asia Centrale, attraverso una serie di ex repubbliche sovietiche ora indipendenti, fino alla Turchia, e da lì nei Balcani (e in Europa). Era pensato per sabotare i più ambiziosi piani energetici di Russia e Iran. L'AMBO avrebbe portato il petrolio dal bacino caspico a un terminal nell'ex repubblica sovietica della Georgia, nel Caucaso, da lì il greggio sarebbe stato trasportato in petroliera attraverso il Mar Nero fino al porto bulgaro di Burgas, dove un altro oleodotto lo avrebbe portato in Macedonia e poi al porto albanese di Vlora.

Per quanto riguarda Camp Bondsteel, era la base militare “duratura” che Washington aveva guadagnato dalle guerre per le spoglie della Jugoslavia. Sarebbe stata la più grande base su territorio straniero costruita dagli Stati Uniti dai tempi della Guerra del Vietnam. La controllata della Halliburton Kellogg Brown & Root l'avrebbe costruita, con il Corpo dei Genieri dell'esercito statunitense, su 400 ettari di terra agricola nei pressi del confine con la Macedonia nel Kosovo meridionale.

Immaginate una versione a cinque stelle di Guantanamo con incentivi per il personale che comprendevano massaggi thailandesi e cibo spazzatura a volontà. Bondsteel è l'equivalente balcanico di una gigantesca portaerei immobile, capace di sorvegliare non semplicemente i Balcani ma anche la Turchia e la regione del Mar Nero (considerata nella lingua neocon degli anni di Bush “la nuova interfaccia” tra la “comunità euro-atlantica” e il “Grande Medio Oriente”).

Come potevano la Russia, la Cina e l'Iran non interpretare la guerra in Kosovo e poi l'invasione dell'Afghanistan (dove in precedenza Washington aveva cercato di far coppia con i taliban e di incoraggiare la costruzione di un altro di quegli oleodotti che escludessero l'Iran e la Russia), l'invasione dell'Iraq (paese dalle vaste riserve petrolifere) e infine il recente scontro in Georgia (snodo cruciale per il trasporto energetico) come esplicite guerre per il Pipelineistan?

Anche se raramente i nostri media hanno valutato le cose da questo punto di vista, le dirigenze russa e cinese hanno visto una chiara “continuità” tra l'imperialismo umanitario di Bill Clinton e la “guerra globale al terrore” di George W. Bush. Il contraccolpo, come ricordò pubblicamente l'allora presidente russo Vladimir Putin, era inevitabile. Ma questa è un'altra storia, in questa grotta ci entreremo un'altra volta.

Notte di pioggia in Georgia
Se volete comprendere la versione americana del Pipelineistan dovete cominciare con la Georgia, un paese dominato dalla Mafia. Benché il suo esercito sia stato travolto nel recente conflitto con la Russia, la Georgia resta fondamentale per la politica energetica di Washington in quello che è ormai diventato un vero arco di instabilità, parzialmente per l'ossessione di escludere l'Iran dal flusso energetico.

La strategia americana si è coagulata attorno all'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), come ho osservato nel mio libro del 2007, Globalistan. Lo stesso Zbig Brzezinski volò a Baku nel 1995 come “consulente per l'energia”, a meno di quattro anni dall'indipendenza dell'Azerbaigian, e illustrò l'idea alla dirigenza azera. Il BTC doveva andare dal terminale di Sangachal, a circa mezz'ora a sud di Baku, e passare attraverso la vicina Georgia per arrivare al terminal marino nel porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo.

Ora operativo, quel serpente di acciaio lungo 1767 chilometri e largo 44 metri attraversa non meno di sei zone di guerra, in corso o potenziale: il Nagorno-Karabach (enclave armena in Azerbaigian), la Cecenia e il Daghestan (entrambe regioni di conflitto della Russia), l'Ossezia del Sud e l'Abchazia (su cui si è incentrata la guerra russo-georgiana del 2008) e il Kurdistan turco.

Da un punto di vista puramente economico, il BTC non aveva senso. Un oleodotto “BTK” da Baku all'isola iraniana di Kharg attraverso Teheran sarebbe costato, relativamente, quasi niente – e avrebbe avuto anche il vantaggio di escludere la Georgia corrosa dalla mafia e l'instabile Anatolia orientale popolata dai curdi. Quello sarebbe stato il modo più economico per portare in Europa il petrolio e il gas del Caspio.

Il Nuovo Grande Gioco fece sì che ciò non fosse, e quella decisione ebbe molte conseguenze. Anche se Mosca non aveva mai inteso occupare a lungo termine la Georgia nella guerra del 2008, né assumere il controllo dell'oleodotto BTC che la attraversa, l'analista energetico di Alfa Bank Konstantin Batunin ha osservato l'ovvio: interrompendo brevemente il flusso di petrolio che passa per il BTC, l'esercito russo ha fatto capire sin troppo chiaramente agli investitori globali che la Georgia non era un paese di transito energetico affidabile. In altre parole, i russi si sono presi gioco del mondo di Zbig.

Fino a poco tempo fa l'Azerbaigian aveva rappresentato un successo nella versione statunitense del Pipelineistan. Consigliato da Zbig, Bill Clinton letteralmente “sottrasse” Baku alla sfera russa promuovendo il BTC e le ricchezze che ne sarebbero derivate. Adesso, invece, interiorizzato il messaggio della guerra russo-georgiana, Baku si concede nuovamente di farsi sedurre dalla Russia. E poi il presidente azero Ilham Alijev non sopporta lo spavaldo presidente della Georgia Michail Saakašvili. E questo non sorprende. Dopo tutto, le avventate mosse militari di Saakašvili hanno fatto perdere all'Azerbaigian almeno 500 milioni di dollari quando il BTC è stato chiuso durante il conflitto.

Il blitzkrieg di seduzione energetica della Russia punta anche sull'Asia Centrale. (Ne parleremo nella prossima puntata sul Pipelineistan) Si incentra sull'offerta di acquistare gas kazako, uzbeko e turkmeno a prezzi europei anziché ai precedenti e molto più bassi prezzi russi. I russi, di fatto, hanno fatto la stessa proposta agli azeri: dunque ora Baku sta negoziando un accordo che comporta una maggiore capacità per l'oleodotto Baku-Novorossijsk, diretto verso le coste russe del Mar Nero, e sta prendendo in considerazione l'ipotesi di pompare meno petrolio per il BTC.

Obama deve capire le spaventose implicazioni di tutto questo. Meno petrolio azero nel BTC – la sua capacità massima è di 1 milione di barili al giorno, per la maggior parte diretti in Europa – significa che l'oleodotto rischia il fallimento, il che è esattamente ciò che vuole la Russia.

In Asia Centrale alcune delle poste più alte ruotano attorno al mostruoso giacimento petrolifero di Kashagan nel “leopardo delle nevi”, il Kazakistan: è l'indiscutibile gioiello della corona caspica con le sue riserve di 9 miliardi di barili. Come sovente accade nel Pipelineistan, tutto dipende da quali rotte consegneranno il petrolio di Kashagan al mondo dopo l'inizio della produzione nel 2013. Questo significa, naturalmente, Guerra Liquida. L'astuto presidente kazako Nursultan Nazarbajev vorrebbe usare il Caspian Pipeline Consortium (CPC) controllato dalla Russia per pompare il greggio di Kashagan verso il Mar Nero.

In questo caso i kazaki sono i padroni del gioco. La rotta che seguirà il petrolio di Kashagan deciderà se il BTC – un tempo spacciato da Washington come la via di fuga definitiva dalla dipendenza dal petrolio del Golfo Persico – dovrà vivere o morire.

Benvenuti, allora, nel Pipelineistan! Che ci piaccia o no, nella buona o nella cattiva sorte, possiamo ragionevolmente scommettere che diventeremo tutti turisti dell'oleodotto. Dunque seguite la corrente. Imparate gli acronimi cruciali, tenete d'occhio quello che succede a tutte quelle basi americane nelle heartland petrolifere del pianeta, fate caso a dove vengono costruiti oleodotti e gasdotti, e fate del vostro meglio per osservare attentamente il prossimo pacchetto di mostruosi contratti energetici cinesi e le favolose mosse della russa Gazprom.

E, già che ci siete, ricordate che questa è solo la prima cartolina dal Pipelineistan: torneremo (per adattare una battuta di Terminator). Immaginate una porta che si apre su un futuro in cui le direzioni dei flussi energetici e i loro beneficiari potrebbero rivelarsi la questione più importante del pianeta.

Originale: Liquid war: Welcome to Pipelineistan


Pubblicato il 26/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, gennaio 16, 2009

Il gas come arma politica avvelenata

Il gas come arma politica avvelenata

AUTORE: Pëtr Romanov

Con gli ulteriori sviluppi dello scandalo del gas tra Ucraina e Russia diventa sempre più evidente la componente politica del conflitto. Innanzitutto si tratta di un aggravamento della crisi politica interna dell'Ucraina, dove la Rada chiede già l'impeachment del presidente e le dimissioni del governo. E se la seconda ipotesi è improbabile la prima è in linea di principio possibile, perché qui si ritrovano uniti sia Janukovič, sia i comunisti ucraini, sia il blocco Julija Timošenko. Ma anche se l'idea dell'impeachment non dovesse passare, lo scandalo del gas rappresenterà il colpo di grazia per la carriera politica di Juščenko. Non so con cosa sia stato avvelenato in passato il presidente ucraino, ma adesso ha inghiottito una buona dose di gas avvelenato.

Sono sempre più evidenti i danni politici subiti anche dalla Russia, in seguito ai non meno evidenti danni economici. Considerando la vicenda dalla prospettiva di Mosca e di primo acchito si ha l'impressione che Gazprom e le autorità russe abbiano battuto l'Ucraina nel guadagnarsi le simpatie europee. Di fatto però sarebbe più accurato discutere su quale delle due – la Russia o l'Ucraina – susciti all'infreddolito e irritato consumatore europeo meno antipatia. La reazione è del tutto comprensibile: la casalinga europea vuole che nella sua cucina arrivi il gas, e poco le importa chi sia colpevole della sua assenza, se Kiev o Mosca. Per quanto riguarda i politici europei, benché comprendano la situazione su un altro livello sono comunque notevolmente orientati in senso antirusso. E restano inclini a chiudere un occhio quando si tratta di Juščenko, dato che per loro non è Mosca ma l'Ucraina a rappresentare un potenziale futuro membro dell'Unione Europea e della NATO.

In ultima analisi, si tratta già di grande politica e di un'enorme gatta da pelare per la Russia, se si immagina che una situazione in cui l'Ucraina si rifiuta di far passare il gas russo diretto in Europa. E non per una settimana o due, ma per sempre. Naturalmente anche all'Ucraina è necessario il gas russo, ma se prevarrà il corso antirusso il nostro vicino potrà decidere proprio in quel senso. Il gas e il carbone ucraini e l'acquisto in Europa del mazut [nafta pesante, N.d.T.] permetteranno all'Ucraina di sopravvivere. Simili impedimenti nella filiera energetica, naturalmente, rallenteranno lo sviluppo economico dell'Ucraina, ma in passato la psicosi antirussa ha condotto anche altri paesi fino a questo punto. In ogni caso il vecchio detto dei nazionalisti ucraini – “mi caverò un occhio perché mia suocera abbia un genero orbo” – a quanto pare non turba nessuno.

Se la situazione si evolverà in questo senso a restare sconfitte saranno sia l'Ucraina sia la Russia, che in un periodo di gravissima crisi mondiale perderà l'importantissimo mercato europeo e dunque anche un afflusso di valuta nelle proprie casse. Il gasdotto Nord Stream nel migliore dei casi sarà operativo solo nell'autunno del 2011, e per allora (se il transito attraverso l'Ucraina verso l'Europa in questo lasso di tempo verrà bloccato) i nostri clienti europei si saranno già orientati verso altre fonti energetiche e verso altri fornitori.

Naturalmente in questo scenario c'è un terzo perdente, ed è l'Europa. Rinunciare al gas russo così, all'improvviso, rappresenterebbe una grande perdita per l'economia europea e per una serie di paesi sarebbe semplicemente una catastrofe.

Chi trae beneficio da tutta questa confusione? Una possibile risposta sta in una documento appena apparso sulla stampa russa e firmato dall'Ucraina e dagli Stati Uniti. L'Izvestija è entrata in possesso di un testo firmato in dicembre dal ministro degli esterni Vladimir Ogryzko e dal Segretario di Stato americano, la “Carta sul partenariato strategico”. Nel documento si dice che Washington aiuterà l'Ucraina a modernizzare i gasdotti ampiamente logorati del paese. Naturalmente Kiev ha tutto il diritto di decidere chi rimetterà a nuovo la rete di gasdotti ucraina. Però è facile supporre che non si firmi una “Carta sul partenariato strategico” solo per dei lavori di ammodernamento. Inoltre simili documenti spesso sono semplicemente la punta dell'iceberg. I temi più importanti si discutono fuori protocollo.

Appare dunque del tutto verosimile in linea di principio l'ipotesi espressa dal vicepresidente di Gazprom Aleksandr Medvedev. Secondo Medvedev si ha l'impressione che “tutta la commedia che va in scena in Ucraina venga diretta da un paese”. In altre parole, l'apparente illogicità e irrazionalità del recente comportamento dell'Ucraina si spiegherebbe molto semplicemente: Kiev persegue coerentemente piani concordati con l'amministrazione Bush.

La logica di questa ipotesi può essere multipla. Non è solo un modo per legare a sé più strettamente l'Ucraina, ma anche una politica di contenimento della Russia. Infine potrebbe anche trattarsi di un'azione antieuropea. Nella politica dell'Unione Europea cominciano a essere troppi gli aspetti che non rispondono agli interessi degli Stati Uniti: un'economia europea competitiva – del tutto inappropriata dal punto di vista dell'amministrazione Bush – l'attività del presidente francese al tempo dei fatti di agosto nel Caucaso, l'appello agli Stati Uniti di alcuni attori europei di considerare attentamente le proposte del presidente russo sulla riforma del sistema di sicurezza europeo, e via dicendo.

La nuova amministrazione Obama vorrà continuare questo gioco antirusso ed antieuropeo? Questa è una domanda cui è ancora difficile rispondere. Giudicando dai segnali indiretti, è improbabile.

Comunque sia, è già chiara una cosa: l'arma del gas, che è stata proibita molto tempo fa a fini bellici, a quanto pare ha trovato una nuova nuova nicchia di impiego, la politica. In una situazione di crisi mondiale questo è particolarmente pericoloso e ben poco saggio. Del resto, come è noto, l'uscente amministrazione Bush non è stata caratterizzata da una grande saggezza.


Originale: Газ как отравляющее политическое оружие

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Sempre a proposito di guerra del gas Ucraina-Russia

Ancora niente gas
di Oleg Mitjaev per RIA Novosti

Il 13 gennaio, grazie al raggiungimento di un accordo tra le parti, era prevista la ripresa del transito del gas russo attraverso il territorio dell'Ucraina verso i paesi dell'Unione Europea. Ma così non è stato. Gazprom ha cominciato a fornire il combustibile agli utenti europei ma l'ucraina Naftogaz ha bloccato il suo gasdotto. I paesi dell'UE sono rimasti ancora una vota privi del gas russo, e a Russia e Ucraina non resta che calcolare le perdite subite e quelle future.

Niente salvezza per l'Europa
Il 12 gennaio l'Ucraina ha firmato un protocollo sull'organizzazione del controllo internazionale del transito del gas russo attraverso l'Ucraina verso l'Unione Europea, questa volta senza clausole né appendici. Si è trattato indubbiamente di una vittoria diplomatica della Russia.

Ricordiamo che una situazione simile si era verificata all'inizio del 2006. Neanche allora l'Ucraina aveva firmato il contratto per la fornitura di gas dalla Russia e dal 1° gennaio ne era stata privata. Però aveva subito cominciato a prelevare senza autorizzazione per sé il gas destinato ai consumatori dell'Unione Europea. Per porre fine a questa situazione la Russia nel gennaio del 2006 aveva stipulato letteralmente nel giro di due giorni un compromesso per la fornitura del gas all'Ucraina.

Questa volta il governo russo e Gazprom sono riusciti a ottenere dall'Ucraina la firma di questo protocollo, in base al quale l'Ucraina deve assicurare il transito del gas verso i consumatori europei anche in assenza di un contratto di fornitura per il consumo interno e perciò non può attingere al combustibile destinato ai paesi dell'Unione Europea.

Ma anche dopo la firma di questo protocollo di transito alle condizioni russe l'escalation della “guerra del gas del 2009” è apparsa inevitabile.

La prima controversa questione che sta alla base dell'impossibilità di riprendere la fornitura di gas russo all'UE riguarda il cosiddetto gas tecnico, quello che serve a spingere il metano dentro il gasdotto, che è di circa 21 milioni di metri cubi giornalieri. L'Ucraina deve fornire questo gas perché il metano arrivi nell'Unione Europea. In assenza di un contratto per la fornitura di gas russo, Naftogaz si rifiuta di attingere dalle riserve di gas nazionali e chiede che sia Gazprom a fornire questa quota di gas tecnico. Gazprom però non intende fornire il gas tecnico a Naftogas perché è già incluso nella tariffa per il transito (1,6 dollari per 1000 metri cubi per 100 chilometri), in vigore fino al 2010.

Più dura il conflitto, più aumentano le perdite
Del blocco del gas, effettivo dal 7 gennaio, risentono soprattutto i paesi balcanici: la Bulgaria, la Slovacchia, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina e la Moldavia. Lì quasi tutto il gas viene fornito dalla Russia e le riserve sono molto scarse.

Nei maggiori paesi dell'Unione Europea che necessitano del gas russo – Francia, Germania e Italia – la riduzione del flusso totale è inferiore al 10-25%, dato che la struttura delle importazioni di metano in quei paesi è diversificata. Inoltre i principali paesi membri dell'UE hanno riserve sostanziose di combustibile.
L'Ucraina invece comincia a risentire della mancanza di gas, e dunque senza un contratto con la Russia deve fare economia sulle riserve accumulate nell'anno passato. Ha inoltre perso i proventi per il transito del gas russo in Europa.

La Russia, che tra il 1° e il 6 gennaio ha fornito gas all'Europa attraverso l'Ucraina mentre quest'ultima vi attingeva senza autorizzazione, ha perso in quei giorni circa 40 milioni di dollari. Ma le perdite sono aumentate ulteriormente a partire dal 7 gennaio, quando per il prelevamento non autorizzato di gas da parte dell'Ucraina la Russia è stata costretta a interrompere il transito di gas verso l'Europa: secondo le stime degli esperti, circa 120 milioni di dollari al giorno. Dunque, dal 1° gennaio al 13 gennaio, a causa della crisi del gas, la Russia avrebbe perso circa 880 milioni di dollari.

La via più rapida per uscire dalla crisi è la firma di un contratto sulla fornitura del gas russo all'Ucraina. Così l'Ucraina permetterà la ripresa del transito del metano verso l'Europa e le perdite economiche della crisi del gas verranno minimizzate. Entrambe le parti ribadiscono che sono pronte a sedersi nuovamente e urgentemente al tavolo dei negoziati. Tuttavia le loro divergenze sulle questioni cruciali – il prezzo del gas, la tariffa di transito e il debito dell'Ucraina – sono molto grandi.

La Russia è determinata a fornire gas all'Ucraina nel primo trimestre, o almeno in gennaio, al prezzo di 450 dollari per 1000 metri cubi; l'Ucraina è pronta a pagare solo 200-250 dollari per 1000 metri cubi. Naftogaz insiste sull'aumento della tariffa di transito; Gazprom è pronta ad aumentare la tariffa solo dopo un aumento del prezzo del gas ai livelli desiderati. L'Ucraina ritiene di aver pagato tutti i debiti a Gazprom per il 2008; la posizione della Russia è che Naftogaz le deve ancora 614 milioni di dollari.

Inoltre, se l'ennesimo conflitto del gas si protrarrà, le future perdite della Russia (e anche dell'Ucraina) aumenteranno di molto. Già adesso l'Unione Europea sta pensando di espandere l'accesso a fonti di energia che non dipendono dai due paesi dell'Est.

Il 12 gennaio, durante una riunione dei ministri dell'energia dei paesi dell'UE a Bruxelles, l'attenzione si è concentrata non tanto sulla risoluzione della crisi del gas, quanto sui modi per evitare che situazioni simili si ripetano in futuro. È stato dunque scelto di diversificare ulteriormente le importazioni energetiche.
Nell'Unione Europea si punta sempre più al progetto del gasdotto Nabucco, che aggirerebbe il territorio della Russia e non sarebbe legato ai suoi giacimenti. Dovrebbe diventare una continuazione del già esistente gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum e andare da Erzurum in Turchia fino in Austria, al centro dell'Europa.

Il progetto è alquanto controverso, in quanto il gas azero non basta a riempire il Nabucco. Ma in Europa si spera di riempirlo grazie ai ricchissimi giacimenti del Turkmenistan, con la costruzione del gasdotto transcaspico che dovrebbe collegare le sponde turkmena e azera del Mar Caspio. In Russia si pensa che non accadrà mai, in quanto i principali paesi caspici – la Russia stessa e l'Iran – non concederanno mai il loro consenso, mentre tutte le questioni relative ai paesi della regione vanno risolte con il consenso unanime.

Però per la Russia il fatto stesso che i suoi tradizionali partner nei progetti dei gasdotti Nord Stream (dalla Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico) e South Stream (dalla costa russa del Mar Nero ai Balcani, l'Italia e la Germania) si dicano favorevoli a lavorare a progetti concorrenti, è di per sé sgradevole.
Il sistema più probabile e rapido di diversificazione delle importazioni per i paesi dell'Unione Europea è l'incremento dell'acquisto di gas naturale liquefatto dall'Africa Settentrionale e dai paesi del Golfo Persico.
Nell'Unione Europea ci si accinge anche ad aumentare gli investimenti nelle fonti energetiche alternative, in primo luogo le centrali atomiche. I paesi europei non intendono rimettere in funzione le centrali costruite in Bulgaria e in Slovacchia ancora ai tempi dell'URSS. Ma potrebbero attivamente contribuire alla costruzione di nuovi impianti con l'impiego della propria tecnologia.

Di conseguenza, la quota di gas russo destinata al mercato europeo, che oggi corrisponde a circa un terzo, potrebbe diminuire già nel prossimo futuro.

Originale: Снова газа нет в трубе

Articolo originale pubblicato il 14/1/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia

Il problema del gas tra l'Ucraina e la Russia
di H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck

Prima del Nuovo Anno si sono svolti tra la russa Gazprom e l'ucraina Naftogaz delle trattative sul proseguimento della fornitura del gas russo all'Ucraina e sull'importo da pagare per il gas già consegnato.

L'Ucraina deve alla Russia 1,5 miliardi di dollari [1,1 miliardi di euro] per il gas consegnato nel 2008. Se si aggiungono gli interessi per il ritardo nei pagamenti, il debito dell'Ucraina aumenta a 2 miliardi di dollari [1,47 miliardi di euro]. Gazprom ha proposto all'Ucraina, viste le difficoltà economiche e finanziarie di questo paese, un prezzo di molto inferiore al quello mondiale: 250 dollari [184 euro] per 1000 metri cubi.

Adesso il Presidente ucraino, Juščenko, e l'attuale Primo Ministro Julija Timošennko, chiedono di fissare questo prezzo a 200 dollari [147 euro] per 1000 metri cubi. Per fare un confronto, altri paesi (il Turkmenistan o il Kazakistan) vendono il loro gas a 340 dollari [250 euro] per 1000 metri cubi. Aggiungendo i costi di trasporto l'Ucraina avrebbe dovuto pagare a questi paesi 400 dollari [294 euro]. La delegazione ucraina che si è recata in Russia nel mese di dicembre non è stata autorizzata a firmare un nuovo contratto, tanto che è rientrata in patria senza averne firmato alcuno.

Il 30 dicembre 2008 Gazprom ha ricevuto una lettera dei dirigenti ucraini che la avvisavano che l'Ucraina aveva versato sul suo conto 1,5 miliardi di dollari e dunque non doveva più niente alla Russia. Ma questi soldi non sono arrivati in Russia. E non è tutto: l'amministratore delegato di Naftogaz, Dubina, ha dichiarato che, poiché l'Ucraina non aveva firmato alcun contratto per il 2009, il gas che transita sul suo territorio sarebbe stato per così dire dichiarato “senza padrone”. E questo benché l'Ucraina abbia assicurato all'Unione Europea che la totalità del gas in transito sul suo territorio sarebbe arrivato ai destinatari: non si può che definire un inganno. E ancora: l'Ucraina intende modificare le sue tariffe di transito verso l'Europa Occidentale. Ebbene, con la Russia è stato fissato un contratto a lungo termine, che fissa la tariffa di transito attraverso l'Ucraina fino al 2001 a 1,6 dollari [1,17 euro] per 1000 metri cubi e 100 chilometri di percorso, prezzo in linea con la media europea. Ma ecco che l'Ucraina vuole aumentarlo. In questo momento le riserve sotterranee di gas ucraine sono piene, mettendo il paese al riparo dalle difficoltà di approvvigionamento della propria popolazione. Questo significa che l'Ucraina cerca di ottenere una tariffa di transito più elevata per il gas che ha. I russi da parte loro hanno ridotto progressivamente le consegne di gas all'Ucraina per interromperle del tutto il 1° gennaio 2009.

L'amministratore delegato di Naftogaz ha informato Gazprom che nonostante tutte le assicurazioni fornite all'Unione Europea dall'Ucraina, quest'ultima consegnerà il gas solo in base alle possibilità di trasporto necessarie. Per ora il volume di metano consegnato all'Europa Occidentale non ha subito notevoli variazioni. Solo la Romania e la Polonia hanno constatato un calo di pressione del gas che transita attraverso l'Ucraina.

Juščenko, da parte sua, ha garantito alla Cancelliera tedesca Angela Merkel un trasporto senza problemi del gas russo in Europa Occidentale attraverso altri gasdotti. Nel frattempo Gazprom ha dichiarato che se l'Ucraina non accetterà la tariffa di favore proposta dalla Russia quest'ultima esigerà automaticamente il prezzo praticato sul mercato mondiale, e che per assicurare il trasporto del gas russo verso l'Europa Occidentale rafforzerà il transito attraverso la Bielorussia.


Originale: Das Gasproblem zwischen der Ukraine und Russland

Articolo originale pubblicato il 5/1/2009

H-J. Falkenhagen e Brigitte Queck sono autori associati a Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, di cui Manuela Vittorelli è membro. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6820&lg=it

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lunedì, ottobre 20, 2008

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica: il Turkmenistan

[A quanto pare il defunto presidente Niyazov non faceva lo spaccone quando disse prima di morire che il suo paese avrebbe potuto esportare 150 miliardi di metri cubi di gas all'anno per 250 anni. I risultati preliminari dell'audit sulla consistenza dei giacimenti di gas naturale turkmeni hanno riazzerato ogni calcolo sulla sicurezza energetica: la Russia potrebbe aver fatto un errore di calcolo "di proporzioni himalayane", gli Stati Uniti rientrare in gara, il progetto Nabucco resuscitare. Dimentichiamo qualcun altro? Ah, già, la Cina.
Ecco la fondamentale analisi proposta con la solita eleganza da M. K. Bhadrakumar].

Nel Caspio emerge una superpotenza energetica


di M. K. Bhadrakumar

Il Turkmenistan sa meglio di qualsiasi altro paese che i predatori faranno di tutto per portargli via i suoi ambiti possedimenti. Ben cinque popoli conquistatori – gli sciti, i parti, gli eftaliti, gli unni e i turkmeni – lo invasero in successione per trovare nel deserto del Kara-Kum l'oasi di “Akhal” ai piedi della catena montuosa del Kopet Dag, nel sud del paese, e devastarono tutto ciò che incontrarono sul loro cammino finché non riuscirono a portarsi via i preziosi cavalli Akhal-Teke come bottino di guerra.

L'antica razza di cavalli Akhal-Teke, che risale al 2400 a.C., era molto apprezzata per la sua eleganza, forza, vitalità e bellezza. Pare che Alessandro Magno si fosse portato via centinaia di questi cavalli come ambiti trofei durante la sua campagna nell'Asia Centrale.

Dunque la memoria collettiva del Turkmenistan lunedì si sarà risvegliata alla notizia che i giacimenti di Yoloten-Osman potrebbero essere al quarto o quinto posto al mondo per grandezza.

La società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (GCA), annunciando ad Ashgabat i primi risultati dell'audit sui giacimenti di gas turkmeni, ha detto che secondo la sua valutazione basata sul sistema di classificazione internazionale i giacimenti potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi a ben 14000 miliardi di metri cubi di gas.

Questo catapulta Yoloten-Osman, nel sud-est del paese, nella condizione di maggiore giacimento di gas del Turkmenistan, sorpassando perfino il favoloso Dowalatabad, le cui riserve supererà di almeno cinque volte. Va ricordato che molti altri giacimenti turkmeni devono ancora essere completamente esplorati, e che la GCA ha reso pubblici solo i primi risultati.

È indubbio che il Turkmenistan stia colmando il divario con la Russia e l'Iran, finora al primo e al secondo posto per grandezza di giacimenti rispettivamente con 48.000 miliardi e 26.000 miliardi di metri cubi. Se verranno confermati i risultati della GCA, il Turkmenistan avrà riserve inferiori solo del 20% a quelle della Russia e potrebbe superare l'Iran.

Sembra proprio che il defunto presidente del Turkmenistan Saparmurat Niyazov sia ora vendicato. Poco prima di morire, nel dicembre del 2006, Niyazov disse che il Turkmenistan possedeva riserve che lo avrebbero messo in grado di esportare 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per i prossimi 250 anni. Il mondo, compreso il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier allora in visita ufficiale, non prese sul serio le parole di Niyazov.

A marzo il successore di Niazyov, Gurbanguly Berdimukhamedov, ha commissionato un audit alla GCA per fare chiarezza sulla controversa affermazione. Con britannico understatement, il dirigente della GCA Jim Gillet ha detto ad Ashgabat: “Date le enormi riserve di gas, è ora evidente che – qualsiasi sia il risultato della perizia finale – posso confermare che il gas è più che sufficiente per permettere al Turkmenistan di soddisfare i suoi impegni contrattuali”. Il Turkmenistan ha contratti per fornire circa 50 bcm all'anno alla Russia, 40 bcm alla Cina e 8 bcm all'Iran.

Senza dubbio questo riazzera i calcoli sulla sicurezza energetica. Il 13 ottobre sarà ricordato come una data epocale nella corsa all'energia del Caspio. Come i timidi cavalli Akhal-Teke, il Turkmenistan si porta in testa catturando l'attenzione del mondo, soprattutto dei principali scommettitori: i russi, gli europei, i cinesi e gli onnipresenti americani. Per questi giocatori navigati si tratterà anche – per usare un'espressione francese del gergo delle scommesse – di un pari-mutuel, una scommessa di gruppo in cui ciascuno scommette contro gli altri.

Il Turkmenistan è sicuramente un partner vitale per Russia per le forniture di gas. I due paesi hanno un accordo sui prezzi del gas e il volume delle forniture per il 2007-2009. Ashgabat è andata richiedendo alla Russia prezzi sempre più alti. Lo scorso anno il prezzo è stato aumentato da 65 a 100 dollari per 1000 metri cubi. Poi è stato ulteriormente alzato a 130 dollari nel gennaio-giugno 2008 e a 150 nella seconda metà del 2008.

Ashgabat ha giocato con la pazienza del colosso energetico russo Gazprom e con il suo disperato bisogno del gas turkmeno per soddisfare gli obblighi contrattuali con il mercato europeo, attualmente responsabile del 70% dei proventi totali della compagnia russa. Gazprom vende quasi due terzi della produzione annua di gas della Russia (che ammonta a 550 bcm) sul mercato domestico in rapida crescita, e questo la costringe ad assicurarsi le forniture turkmene per soddisfare gli impegni presi con gli europei.

Il quotidiano russo Kommersant' mercoledì ha fatto un riferimento apparentemente innocuo citando una fonte di Gazprom secondo la quale il famoso accordo del 25 luglio tra il monopolio russo e Turkmengaz non comprende Yoloten-Osman. Sembra, in altre parole, che la Russia si sia ingannata immaginando che l'accordo del 25 luglio affidasse a Gazprom tutte le esportazioni turkmene: indubbiamente un errore di valutazione di proporzioni himalayane.

Si può supporre che per la Russia il gioco adesso riparta da zero. Innanzitutto, non è più la superpotenza nel mondo del gas naturale che era considerata fino allo scorso fine settimana. Il Turkmenistan è anch'esso, incontestabilmente, una superpotenza caratterizzata da una forza muscolare comparabile a quella della Russia.

Inoltre la Russia dovrà scendere a patti con un mondo “multipolare” di paesi produttori di gas. Deve rivedere la propria strategia di consolidamento di un mercato del gas mondiale. La prospettiva di un cartello del gas – un'OPEC del gas – che sembrava doversi concretizzare da un momento all'altro, ora si allontana. Teheran ne sarà scontenta, ma le capitali europee tireranno un sospiro di sollievo.

Ma soprattutto la Russia dovrà lavorare per rivedere i legami con i suoi partner centro-asiatici. Il Turkmenistan era un anello di importanza vitale nella catena dei principali paesi centro-asiatici produttori di gas (gli altri erano l'Uzbekistan e il Kazakhstan). Lo scorso anno la Russia ha fatto progetti – che coinvolgevano il Kazakistan e il Turkmenistan – per un gasdotto lungo la costa orientale del Mar Caspio che trasportasse le esportazioni turkmene. A settembre, durante la visita a Tashkent del Primo Ministro russo Vladimir Putin, l'Uzbekistan ha acconsentito al piano russo di espandere il sistema di gasdotti centro-asiatico sempre per gestire le esportazioni turkmene.

Queste iniziative si basavano sul presupposto che la Russia dovesse attrezzarsi per gestire tutte le esportazioni di gas turkmeno. Durante l'anno passato, la Russia ha ottenuto i diritti sulle esportazioni di gas del Turkmenistan, del Kazakistan e dell'Uzbekistan grazie alla proposta di comprare a “prezzi europei”. Tutta l'economia e la logistica dei complessi intrecci della diplomazia del gas russa in Asia Centrale vanno ora aggiornate: e anche rapidamente, dato che adesso i rivali della Russia conoscono ormai le sue tattiche e la sua etica del lavoro, e dunque non c'è più l'effetto sorpresa.

La preoccupazione immediata della Russia riguarderà il progetto del gasdotto Nabucco avanzato dall'Unione Europea e sostenuto dagli Stati Uniti come progetto energetico che ridurrebbe in qualche misura la dipendenza dell'Europa dalle forniture russe. Nabucco prevede che il gas del Caspio venga portato sui mercati europei attraverso uno snodo in Turchia che aggirerebbe il territorio russo. L'efficacia di Nabucco dipende dall'accesso alle riserve di gas turkmene (o iraniane).

Con l'annuncio fatto dalla GCA lunedì, si è fatta chiarezza almeno su un aspetto: il Turkmenistan è effettivamente in grado di affidare a Nabucco tutto il gas di cui ha bisogno. La notizia giunge in un momento delicato per Mosca: il suo progetto rivale, South Stream, che mira a legare ulteriormente il mercato europeo alle forniture russe, fatica a decollare.

Nabucco darà a South Stream del filo da torcere. Se si concretizzerà, sarà uno scacco anche per la portata più ampia della diplomazia russa, che negli ultimi due anni ha mirato a coltivare paesi del mercato europeo come l'Austria, l'Italia, la Grecia e gli stati balcanici e centro-europei. Gli Stati Uniti stanno già esercitando una pressione immensa sui paesi di transito di South Stream perché evitino di impegnarsi in una collaborazione energetica a lungo termine con la Russia.

Subito dopo viene la geopolitica. La Russia sperava di frenare l'espansione a est della NATO e i piani degli Stati Uniti di respingere la presenza russa nella regione del Mar Nero elaborando un sistema di dipendenza energetica con gli alleati degli Stati Uniti nella regione. Mosca ha offerto recentemente un prestito di 4 miliardi all'Ucraina per costruire due centrali nucleari nella sua regione occidentale. E questo nonostante la posizione chiaramente pro-statunitense del Presidente ucraino Viktor Juščenko.

La strategia di Mosca stava funzionando bene. In una dichiarazione rivelatrice fatta martedì scorso durante una conferenza stampa con il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha praticamente riconosciuto l'efficacia della diplomazia russa in Europa. Ha detto infatti che se l'Unione Europea si sta orientando verso una ripresa dei negoziati con la Russia per un nuovo accordo di cooperazione perfino dopo il conflitto nel Caucaso, non è per fare un “regalo” alla Russia ma perché è nell'interesse dell'Europa. Ha detto che l'Unione Europea ha interessi economici e finanziari da salvaguardare e che ha bisogno di sviluppare forme di cooperazione con Mosca per il mantenimento della sicurezza energetica.

“Penso che sia negli interessi dell'Unione Europea mantenere il dialogo con la Russia per promuovere la stabilità in Europa”, ha sottolineato praticamente snobbando la dottrina statunitense di isolamento della Russia dopo la crisi nel Caucaso.

La diplomazia russa ha efficacemente usato l'energia come strumento di influenza politica e strategica non solo con i paesi europei ma anche con i partner della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Come minimo, con l'ascesa del Turkmenistan allo status di superpotenza energetica, la “correlazione di forze” all'interno della CSI subisce dei cambiamenti. Questo non vale solo per la Russia ma anche per gli altri paesi che si considerano protagonisti in Asia Centrale e nel Caspio – il Kazakistan, l'Uzbekistan e l'Azerbaigian (tutti loro hanno rapporti di cooperazione storicamente difficili con il Turkmenistan post-sovietico).

La Russia può anche contare su elementi di vantaggio. Ha un surplus di denaro liquido in un momento in cui il sistema bancario occidentale è al collasso. Gazprom può usare questa liquidità finanziaria per mettere fuori gioco le compagnie petrolifere occidentali che cercano i favori di Ashgabat. Un quotidiano finanziario russo ha riferito martedì che Putin sta fornendo 9 miliardi di dollari alle quattro maggiori compagnie russe del gas e del petrolio per “rifinanziare” il loro debito estero nel crollo del sistema bancario occidentale.

In precedenza il governo aveva annunciato tagli fiscali per 5,5 miliardi per le compagnie energetiche russe. Lo scorso mese le quattro maggiori compagnie petrolifere russe avevano scritto a Putin chiedendo un totale di 80 miliardi di dollari per pagare i loro debiti esteri e finanziare progetti strategici. Putin ha risposto venerdì dicendo che il governo avrebbe sborsato fino a 50 miliardi di dollari.

Quanti governi occidentali possono eguagliare questa Russia che nella fase attuale di crisi del credito fornisce alle sue compagnie petrolifere finanziamenti attingendo ai propri fondi sovrani? Ashgabat dovrà tenere conto di questa dura realtà quando si troverà a soppesare i pro e i contro delle offerte di Gazprom e delle compagnie occidentali.

C'è anche un potente fattore psicologico. Nell'ambiente delle scommesse succede sempre che quando si sta essenzialmente scommettendo contro tutti gli altri le proprie possibilità di vincere dipendano dalla capacità di prendere una decisione più informata. In parole semplici, Mosca ha molte linee di comunicazione aperte con Ashgabat che risalgono all'epoca sovietica.

Tuttavia gli ultimi sviluppi forniscono agli Stati Uniti una finestra di possibilità per ritornare in gara, dopo essere stati ripetutamente messi fuori gioco dalla Russia nella regione caspica. Chiaramente ora non manca una base di risorse se Washington intende premere per la realizzazione di gasdotti trans-caspici.

Il governo turkmeno ha annunciato la scorsa settimana che intende accrescere le sue esportazioni di gas a 125 bcm l'anno entro il 2015. Dal punto di vista statunitense, quell'obiettivo sembra abbastanza ragionevole per dare un'energica spinta a Nabucco nel breve periodo, anche se ci vorrà del tempo perché si possa esportare il gas di Yoloten.

Gli Stati Uniti tenteranno l'approccio per conto delle compagnie occidentali mettendo a disposizione le proprie competenze. Il campo è ormai libero. Washington non batte più sul tasto dei diritti umani in Turkmenistan, né fa appello ai governi occidentali perché convincano Ashgabat ad attuale fondamentali riforme democratiche. Per citare un commentatore americano, “Quest'anno è apparso chiaro che nelle discussioni con il governo turkmeno il bisogno di forniture energetiche ha spinto in secondo piano le preoccupazioni per i diritti umani”.

Un tale pragmatismo non è una novità nella diplomazia statunitense, e Ashgabat ne terrà conto. Di certo il grafico delle aspettative statunitensi si sta impennando. Washington avrebbe voluto essere informata in anticipo dell'audit della GCA. Come ha scritto un esperto statunitense, “Le implicazioni dei risultati dell'audit [della GCA] sono importantissime per la sicurezza europea e transatlantica... Brussels e Washington possono incoraggiare le compagnie occidentali a partecipare allo sviluppo di South Yoloten-Osman, Yaslar e altri giacimenti turkmeni con gasdotti diretti verso l'Europa attraverso l'Azerbiagian. Ciò controbilancerebbe in misura significativa il dominio di Gazprom sui mercati europei”.

Riconosceva tuttavia che “D'altro canto il Cremlino cercherà indubbiamente una via d'accesso privilegiato per Gazprom alle risorse turkmene appena accertate, agendo preventivamente contro l'Occidente. Mettendo insieme quelle nuove risorse (oltre alle importazioni già assicurate) con i propri volumi, Gazprom potenzierebbe il suo dominio in Europa a livelli inespugnabili per molto tempo”.

C'è un eccesso di iperbole in queste aspettative. L'essenza della questione è che gli esperti statunitensi non tengono conto di un potente outsider. È eccessivamente presuntuoso inscenare la battaglia in termini così netti di Russia contro Occidente. C'è un altro importante attore che osserva i favolosi giacimenti turkmeni da est: la Cina.

Gli esperti statunitensi e i veterani della Guerra fredda sono ossessionati dalla necessità di combattere contro la Russia sulle spiagge del Mar Caspio, sulle montagne del Caucaso e nelle steppe dell'Asia Centrale. Ma stanno sottovalutando le potenzialità della Cina come mercato per il gas turkmeno e come concorrente per paesi europei.

Ashgabat è già impegnata a fornire fino a 40 bcm di gas l'anno alla Cina attraverso un gasdotto da 2,6 miliardi di dollari tra l'Asia Centrale e la Cina e finanziato da quest'ultima. PetroChina (un'affiliata della Corporazione Petrolifera Nazionale Cinese) e la China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC, Compagnia Nazionale Cinese per l' Esplorazione e lo Sviluppo del Gas e del Petrolio) si spartiscono a metà i costi del progetto e hanno formato a questo scopo la Trans-Asia Gas Pipeline Company Ltd.

Va notato che la Cina sta collaborando con compagnie locali in Kazakistan e Uzbekistan per la costruzione del gasdotto, esperienza del tutto nuova e interessante per i paesi centro-asiatici.

La Cina è arrivata tardi al Turkmenistan ma ha già raggiunto l'Occidente ed è seconda solo alla Russia. Al tempo della firma dell'accordo sino-turkmeno del luglio 2007 per la fornitura di gas turkmeno, gli analisti hanno l'intesa considerandola un tipico espediente di Ashgabat per spuntare prezzi migliori con le compagnie russe e occidentali. Non si sono resi conto che la Cina faceva sul serio.

La CNOGEDC non è certo l'ultima arrivata: la sua competenza nell'esplorazione di gas e petrolio è ben nota in diversi mercati, non solo nel Caspio (Kazakistan e Azerbaigian) ma anche in Indonesia, Algeria, Oman, Niger, Ciad, Ecuador, Perù, Venezuela e Canada.

La Cina ha in mano molte carte vincenti. Innanzitutto è un mercato “vergine” con un forte impulso a espandersi. Pechino progetta di aumentare la sua percentuale di consumo di gas naturale rispetto all'energia totale di 2,5 punti per arrivare al 5,3% nel 2010. È un dato ancora di molto inferiore alla media mondiale del 25% e indicativo delle potenzialità della Cina come mercato. In secondo luogo la Cina non è oppressa da un ingombrante bagaglio imperiale, diversamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Non è normativa. Non promuove “rivoluzioni colorate”. La Cina non si mette a dare lezioni sul libero mercato o sui diritti umani. I paesi dell'Asia Centrale si sentono estremamente a loro agio con questo atteggiamento.

In terzo luogo, la Cina ha una strategia di gioco. Non sarà avara come le compagnie occidentali. La cooperazione energetica farà invariabilmente parte di un'ampia spinta cinese verso la cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa. Dunque la Cina non esiterà a offrire aiuti sostanziosi al Turkmenistan. In quarto luogo, la Cina non competerà apertamente, ma molto probabilmente collaborerà con la Russia a progetti di sviluppo per incrementare la produzione del gas turkmeno.

Invece i veterani americani della Guerra Fredda immaginano le compagnie occidentali come cavalieri solitari nella steppa centro-asiatica. Di fatto, la diplomazia energetica europea nel Caspio soffre quasi fatalmente dello spirito di rivalità con la Russia alimentato da Washington. Ogniqualvolta le compagnie petrolifere tedesche, italiane e francesi si sono liberate dalla tutela statunitense e hanno cominciato a collaborare con la Russia se la sono cavata molto meglio. La diplomazia energetica della Cina nell'Asia Centrale e nel Caspio può servire da modello alle compagnie europee.

Naturalmente sarà interessante vedere come la Cina imparerà dalla propria storia. Nel 101 a.C. L'imperatore Han Wu-Ti si innamorò degli Akhal-Teke, che definì “cavalli celesti”. Voleva comprare uno stallone come modello per una statua d'oro da esporre nel suo palazzo, ma i turkmeni per qualche oscura ragione respinsero la sua richiesta. Wu-Ti si vendicò mandando un esercito di 80.000 uomini negli inospitali deserti turkmeni dove gli Akhal-Teke vivevano allo stato brado. I cinesi si impadronirono semplicemente di 30 purosangue e 3000 mezzosangue e fecero ritorno da Wu-Ti.

Certo, la Cina era incantata dall'Akhal-Teke. Tu Fu, un poeta cinese dell'VIII secolo scrisse:

Tra le razze nomadi il cavallo di Ferghana è rinomato.
Corpo snello come punta di lancia;
Due orecchie aguzze come punte di bambù;
Quattro zoccoli leggeri come il vento.
Galoppando per gli spazi infiniti,
Affidagli tranquillo la tua vita.

Però oggi è improbabile che la Cina possa fare quello che venne naturale a Wu-Ti. Anche se Ashgabat dovesse dire alla Cina che non può concederle la produzione totale dei giacimenti di Yoloten-Osman, difficilmente Pechino protesterà. Si accontenterà di spartire la produzione con i suoi amici in Russia o a Occidente, se questo è ciò che Ashgabat vuole.

Fonte: Asia Times

Originale pubblicato il 17 ottobre 2008

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