giovedì, settembre 10, 2009

L'articolo di Jonathan Cook sul traffico d'organi israeliano e la sua corrispondenza con il Guardian

Il patologo dimenticato da Aftonbladet

di Jonathan Cook

L'agitazione delle autorità israeliane [1] per un articolo pubblicato lo scorso mese da un giornale svedese [2] che suggeriva la complicità dell'esercito israeliano nel furto di organi palestinesi ha distolto l'attenzione dalle inquietanti accuse lanciate dalle famiglie palestinesi, accuse su cui si fondava l'assunto centrale dell'articolo.

I timori dei familiari che ai loro congiunti, uccisi dall'esercito israeliano, fossero stati sottratti degli organi durante autopsie non autorizzate eseguite in Israele sono stati messi in ombra dagli attacchi contro il giornalista Donald Boström, il giornale Aftonbladet e il popolo e il governo svedesi, accusati di riproporre in chiave moderna l'“oltraggio del sangue” [i racconti infamanti, diffusi nel Medioevo e ampiamente confutati, secondo i quali gli ebrei uccidevano per poi usare il sangue delle vittime a scopi rituali, N.d.T.]

Non ho idea se questa storia sia vera. Come la maggioranza dei giornalisti che lavorano in Israele e in Palestina, avevo già sentito queste voci. Prima che Boström scrivesse il suo articolo nessun giornalista occidentale, per quanto ne so, aveva deciso di indagare sulla vicenda. Dopo tanti anni, la convinzione dei giornalisti era che vi fossero ben poche speranze di trovare le prove, a meno che non si riesumassero letteralmente i corpi. Non c'è dubbio che siano stati scoraggiati anche dall'inevitabile accusa di antisemitismo che questo genere di articoli è destinato ad attirarsi.

Ciò che rende sorprendente questa storia è che le famiglie coinvolte non siano mai state ascoltate alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, durante la prima intifada, epoca alla quale risale la maggior parte di queste notizie, e si vedano ancora oggi negare il diritto di esprimere le loro preoccupazioni.

La suscettibilità di Israele alle accuse di furto d'organi – o “prelievo”, come molti osservatori definiscono timidamente la pratica – sembra avere la meglio sulle sincere preoccupazioni delle famiglie riguardo possibili abusi compiuti sui loro cari.

Boström è stato molto criticato per le deboli prove che ha fornito a sostegno della sua incendiaria storia. Di certo c'è molto da criticare nel modo in cui l'articolo è stato presentato dal giornalista e dalla sua testata.

Ma soprattutto Boström e l'Aftonbladet si sono esposti alle accuse di antisemitismo – almeno da parte di quei rappresentanti della dirigenza israeliana ansiosi di seminare discordia – facendo un grave errore di giudizio.

Hanno intorbidito le acque cercando di tracciare un esile collegamento tra le accuse delle famiglie palestinesi riguardanti un possibile furto d'organi compiuto durante autopsie non autorizzate e un fatto del tutto distinto, cioè la recente notizia dell'arresto di un gruppo di ebrei statunitensi per riciclaggio di denaro sporco e traffico d'organi umani. [3]

Facendo quel collegamento, Boström e l'Aftonbladet suggerivano che il problema del furto di organi persiste, mentre gli esempi forniti risalgono ai primi anni Novanta. Facevano inoltre intendere, intenzionalmente o no, che presunti abusi commessi dall'esercito israeliano potevano essere attribuiti, estrapolando, più in generale agli ebrei.

Il giornalista svedese invece avrebbe dovuto concentrarsi sulla valida questione sollevata dalle famiglie svedesi sul perché l'esercito israeliano, per sua stessa ammissione, avesse portato via i corpi di decine di palestinesi uccisi dai suoi soldati, consentito che su di essi fossero eseguite autopsie senza il consenso delle famiglie e poi restituito i corpi perché fossero seppelliti in cerimonie strettamente sorvegliate.

L'articolo di Boström poneva in evidenza il caso di un palestinese, il diciannovenne Bilal Ahmed Ghanan, del villaggio di Imatin nel nord della Cisgiordania, ucciso nel 1992. L'articolo era accompagnato da una fotografia sconvolgente del corpo ricucito di Bilal. [4]

Boström ha detto ai media israeliani di essere a conoscenza di almeno venti casi di famiglie che sostengono che i corpi dei loro cari sono stati restituiti privi di organi, [5] malgrado non abbia chiarito se alcuni di questi casi risalgano a tempi più recenti.

Boström afferma che nel 1992, l'anno in questione, l'esercito israeliano ammise di avere portato via e sottoposto ad autopsia 69 dei 133 palestinesi morti per cause non naturali. L'esercito non ha smentito questa parte dell'articolo.

Una giustificata domanda posta dai familiari e rilanciata da Boström è: perché l'esercito voleva quelle autopsie? A meno che non si possa dimostrare che intendeva condurre delle indagini su quelle morti – e apparentemente nulla indica che l'abbia fatto – le autopsie erano inutili.

Anzi, erano più che inutili. Erano controproducenti, se ipotizziamo che l'esercito non abbia alcun interesse a raccogliere prove che in futuro potrebbero essere usate per perseguire i suoi soldati per crimini di guerra. Israele ha una lunga esperienza nel mettere a tacere le indagini sulla morte di palestinesi per mano dei suoi soldati, e ha tenuto fede a quell'ignobile tradizione anche all'indomani della recente offensiva di Gaza.

Motivo di preoccupazione ancora maggiore per le famiglie palestinesi è il fatto che più o meno all'epoca in cui i corpi dei loro cari furono portati via dall'esercito per essere sottoposti ad autopsia, l'unico istituto in Israele a eseguire queste autopsie, l'ospedale di Abu Kabir, nei pressi di Tel Aviv, era quasi certamente al centro di un traffico d'organi destinato a fare scandalo in Israele.

È anche inquietante che il dottore che stava dietro il furto di organi umani, il Professor Yehuda Hiss, nominato direttore dell'ospedale di Abu Kabir alla fine degli anni Ottanta, non sia mai stato arrestato malgrado abbia confessato il prelievo illegale d'organi e continui a essere patologo di Stato in quell'istituto.

Hiss era il responsabile delle autopsie sui palestinesi quando Boström nel 1992 raccoglieva le testimonianze delle famiglie. Fu poi indagato due volte, nel 2002 e nel 2005, per furto di organi su vasta scala.

La responsabilità di Hiss nel commercio illegale d’organi fu rivelata per la prima volta nel 2000 dai giornalisti investigativi del quotidiano Yediot Aharonot, i quali scrissero che aveva dei veri e propri “listini dei prezzi” per gli organi e che li vendeva soprattutto alle università e agli istituti di medicina israeliani. [6]

Apparentemente imperterrito nonostante le rivelazioni, Hiss fu trovato ancora in possesso di organi umani a Abu Kabir quando il tribunale israeliano ordinò una perquisizione, nel 2002. L'Israel National News, l'agenzia di stampa nazionale, riferì allora: “Negli ultimi anni, pare che i capi dell'istituto abbiano ceduto alla ricerca migliaia di organi senza autorizzazione, mantenendo un 'magazzino' di organi ad Abu Kabir”. [7]

Hiss non negò il prelievo di organi, ammettendo che appartenevano a soldati uccisi in azione ed erano stati passati alle scuole di medicina e agli ospedali per favorire il progresso della ricerca scientifica. È però comprensibile che le famiglie palestinesi trovino insoddisfacente la spiegazione di Hiss. Se era giunto a non rispettare i desideri della famiglia di un soldato, cosa gli impediva di fare altrettanto con le famiglie palestinesi?

A Hiss fu consentito di continuare a svolgere il suo incarico di direttore di Abu Kabir fino al 2005, quando riemersero le accuse di commercio illegale d'organi. In quel caso Hiss ammise di avere prelevato organi da 125 cadaveri senza autorizzazione. Dopo il patteggiamento, il procuratore generale decise di far cadere le accuse e Hiss fu semplicemente ammonito. [8] Ha continuato a lavorare come capo patologo ad Abu Kabir.

Andrebbe anche notato, come evidenzia Boström, che all'inizio degli anni Novanta Israele soffriva di una grave penuria di donazioni, al punto che Ehud Olmert, all'epoca ministro della sanità, lanciò una campagna pubblica per incoraggiare gli israeliani a farsi avanti.

Questo spiega forse le azioni di Hiss: potrebbe aver cercato di rimediare alla mancanza di organi.

Date le informazioni di cui siamo a conoscenza, dev'esserci almeno un forte sospetto che Hiss abbia prelevato organi senza autorizzazione da alcuni palestinesi sottoposti ad autopsia. La questione, come il possibile ruolo dell'esercito nel fornirgli i cadaveri, va indagata.

Hiss è anche coinvolto in un vecchio e irrisolto scandalo che risale agli anni Cinquanta, quando i figli di ebrei immigrati di recente in Israele dallo Yemen furono adottati da coppie ashkenazite dopo che ai veri genitori fu detto che il loro figlio era morto, solitamente dopo un ricovero ospedaliero.

Dopo un iniziale insabbiamento, i genitori yemeniti continuarono a esigere risposte dallo Stato e costrinsero le autorità a riaprire il caso. [9] Le famiglie palestinesi meritano che venga fatto lo stesso.

Diversamente dai genitori yemeniti, però, le loro possibilità di ottenere delle indagini più o meno trasparenti sembrano del tutto prive di speranza.

Quando le richieste di giustizia dei palestinesi non sono supportate dalle indagini dei giornalisti o dalle proteste della comunità internazionale, Israele può tranquillamente permettersi di ignorarle.

Vale la pena di ricordare al proposito il costante ritornello dei pacifisti israeliani, secondo i quali la brutale, quarantennale occupazione dei palestinesi ha profondamente corrotto la società israeliana.

Quando l'esercito gode di un potere irresponsabile, come facciamo noi e i palestinesi a conoscere il grado di impunità dei soldati in condizioni di occupazione? Quali sono i limiti in vigore che permettono di prevenire gli abusi? E chi li richiama se commettono dei crimini?

E ancora, quando i politici israeliani sono solo capaci di strillare “accusa del sangue” o “antisemitismo” non appena vengono criticati, danneggiando la reputazione di coloro che accusano, quale incentivo hanno ad avviare indagini che possono danneggiare loro o le istituzioni cui sovrintendono? Che motivo hanno di essere onesti quando possono intimidire e costringere al silenzio chi li critica, senza rischiare nulla?

È questo il significato dell'espressione “Il potere corrompe”, e i politici e i soldati israeliani, e almeno un patologo, hanno evidentemente troppo potere, soprattutto sui palestinesi sottoposti a occupazione.


Note:

[1] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1109437.html

[2] http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8390&lg=en

[3] http://www.slate.com/id/2223559/

[4] http://www.aftonbladet.se/kultur/article5652583.ab

[5] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3766093,00.html

[6] http://www.pubmedcentral.nih.gov/articlerender.fcgi?artid=1173179

[7] http://www.israelfaxx.com/webarchive/2002/01/2fax0104.html

[8] http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/90518

[9] http://www.independent.co.uk/news/world/israel-seeks-lost-children-of-yemen-exodus-1318037.html


Il Guardian dimostra di cosa è capace
Breve corrispondenza con la curatrice della sezione Comment is Free
di Jonathan Cook, 4 settembre 2009

I giornalisti progressisti dei media dominanti si indignano sempre quando si insinua che i loro articoli o le loro considerazioni sono in qualche modo influenzati dalla minaccia di ritorsione da parte dei poteri forti. Nelle facoltà di giornalismo si insegna che nelle democrazie occidentali i giornalisti dei giornali seri cercano la verità e, con l'eccezione di qualche mela marcia, si rifiutano di sottomettersi alle intimidazioni. Israele offre qui l'occasione per fare un interessante riscontro.

In realtà, la paura di essere etichettati antisemiti è per la maggior parte dei giornalisti un potente elemento dissuasivo quando si tratta di criticare aspramente Israele. Israele e i suoi sostenitori sono ben consapevoli del loro potere, e quando i media dominanti si permettono di sollevare questioni che Israele preferirebbe evitare saltano loro addosso dispensando irresponsabilmente l'accusa di antisemitismo. L'orchestrato furore con cui è stato accolto l'articolo del quotidiano svedese Aftonbladet nell'agosto 2009 sul possibile coinvolgimento dell'esercito israeliano nel furto d'organi serviva proprio a ricordare agli altri media di non fare lo stesso errore.

La vera lezione che i giornalisti dovevano imparare dalla disputa sull'articolo del giornale svedese era che, quando si scrive con toni critici di Israele, bisogna essere certi di esaminare approfonditamente l'argomento, avere prove certe e non spingere le argomentazioni oltre i limiti di ciò che è ragionevolmente possibile arguire. Si tratta di principi che dovrebbero guidare tutti i giornalisti (e che in questo caso Aftonbladet ha trascurato di rispettare), anche se sono requisiti più impegnativi di quelli che ci si aspetta scrivendo della maggior parte degli altri paesi. Basti pensare, per esempio, quanto i giornalisti occidentali esiterebbero a seguire una storia che coinvolgesse lo Stato venezuelano nel traffico d'organi di contadini, perfino se Hugo Chavez esprimesse la propria furibonda indignazione al proposito.

Purtroppo, però, la vera lezione del caso Aftonbladet, quella apparentemente diretta ai nostri media e da essi assimilata, è di stare zitti su temi capaci di far infuriare Israele.

Una settimana dopo aver sottoposto un articolo di commento alla storia di Aftonbladet alla sezione Comment is Free del Guardian, il suo redattore esecutivo Georgina Henry l'ha respinto. Il suo ragionamento, almeno per un ex giornalista del Guardian come me che ha lavorato per molti anni agli esteri, è parso più che strano e non si intonava con i criteri usati abitualmente dal giornale per valutare una notizia o un articolo d'opinione. Brian Whitaker, che aveva ricevuto per primo il pezzo ed è l'ex responsabile per il Medio Oriente, lo aveva chiaramente gradito e mi aveva detto “intendiamo usarlo”. Ma accennando a dei dubbi sul fatto che il suo giudizio si accordasse con quello dei responsabili del sito, mi avvertì che l'argomento era “una patata bollente” e per la decisione si sarebbe dovuto attendere perché “un paio di persone sono in vacanza”.

Sconcertato dalla spiegazione fornita dalla Henry nella sua email di rifiuto, ho avviato una corrispondenza con lei. La sua iniziale disponibilità a rispondere, apparentemente generosa, era in realtà motivata, sospetto, dalla necessità di persuadere me, ex giornalista del Guardian, e se stessa che stava facendo una cosa ragionevole respingendo il mio articolo. La mia educata ma irritante insinuazione che le sue parole implicassero che stava respingendo il pezzo non per ragioni pertinenti ma per paura delle attese ritorsioni, come pure il mio chiederle di spiegarmi quali fatti richiedessero una “verifica indipendente al 100%” (richiesta molto insolita per un articolo d'opinione), l'anno presto portata a chiudere la discussione.

Il carteggio offre, credo, alcune interessanti spunti per comprendere le illusioni di molti dei nostri maggiori giornalisti progressisti, che hanno disperatamente bisogno di credersi, come dicono, impavidi nella loro ricerca della verità.

L'intero carteggio si è svolto in 90 minuti, la sera del 3 settembre.

Georgina Henry: “Desolata per il ritardo della mia risposta. Mi dispiace, ma non lo pubblicherò su Comment is Free – sono riluttante a pubblicare qualcosa che sarebbe meglio trattare come notizia che come commento, che il nostro corrispondente dal Medio Oriente non ha verificato, su un tema sensibile e dibattuto come questo. Come sa, abbiamo anche pubblicato il commento di Seth Freedman sull'articolo del giornale svedese, dunque sul sito c'è già stata tutta una discussione. Spiacente di non poter essere più utile.”

Notate già qui, e in seguito nelle sue email, i riferimenti alla pubblicazione su Comment is Free di un articolo di Seth Freedman sulla questione del furto di organi (che può essere letto qui). Dovrebbe servire da prova decisiva e perentoria del fatto che non ha “paura” della lobby israeliana e di potenziali accuse di antisemitismo. Vuole far capire che lei e Comment is Free hanno preso una decisione coraggiosa pubblicando il pezzo di Freedman – o forse anche solo un articolo sulla questione. Ma obiettivamente per loro era l'alternativa più semplice. Pubblicare l'articolo di un ebreo che vive in Israele e che regolarmente dice di essere stato nell'esercito israeliano, nel quale sta scritto che il pezzo svedese era insensato e un esempio di cattivo giornalismo ma che le accuse di antisemitismo della dirigenza israeliana erano ingiuste e controproducenti, non equivale certo a prendere una decisione audace o coraggiosa.

Jonathan Cook: “Ovviamente la tua posizione è inamovibile, ma le tue spiegazioni mi sembrano molto strane. Nell'articolo di Seth Freedman e nel dibattito tra i lettori di Comment is Free non si è discusso assolutamente delle prove di un possibile coinvolgimento nel furto d'organi palestinesi del Professor Yehuda Hiss [Direttore di Patologia in Israele] – e cioè l'importante contributo a questo dibattito fornito dal mio articolo. E per quanto riguarda l'osservazione che sarebbe stato meglio trattare l'articolo come una notizia, come era possibile? La “notizia” che ricollega a Hiss il furto d'organi è di diversi anni fa (anche se allora fu ampiamente ignorata) e non avrebbe assolutamente interesse per un redattore degli esteri. Inoltre collegare Hiss a quella storia richiede un certo grado di speculazione, anche se informata: e questa, accettabile in un commento, non è certo lo standard delle pagine di cronaca.

“Per quanto riguarda il fatto che si tratta di un tema sensibile e dibattuto, be', la questione è proprio questa, no? Sto cercando di mettere in chiaro il punto del contendere. Per “sensibile” ipotizzo che voglia dire che la suscettibilità di Israele che ci costringe a mantenere chiuso il dibattito l'ha vinta sulla suscettibilità delle famiglie palestinesi che aspettano da due decenni delle risposte su ciò che è accaduto ai loro cari. È sempre stato così”.

Georgina Henry: “È un tema sensibile perché richiede la certezza al 100% da parte nostra che terrà testa a un attento scrutinio. Sarà il primo a convenire che qualsiasi cosa scriva sarà setacciata minuziosamente dai sostenitori di Israele alla ricerca di prove di pregiudizio o antisemitismo. Per questo motivo tutto ciò che riguarda questa storia dovrebbe essere verificato indipendentemente da un giornalista del Guardian e io a Comment is Free non ho le risorse per farlo. Posso, come ho detto, metterla in contatto con Rory McCarthy, il nostro corrispondente a Gerusalemme, attraverso la redazione degli esteri.

“La prego di non saltare ad altre conclusioni come i peggiori complottisti che affollano i commenti agli articoli su I[sraele]/P[alestina] che pubblichiamo. Non penso proprio che possa accusare il Guardian o Comment is free di sottrarsi agli argomenti controversi”.

Di fatto, potrei davvero fare quest'accusa, ma teniamocela per un'altra volta e continuiamo a ragionare. È interessante che ora Henry sembri suggerire che sta facendo tutto questo per me, visto che ciò che scrivo sarà sottoposto a scrutinio dai sostenitori di Israele. Perché è più preoccupata per la mia reputazione di quanto lo sia io? Inoltre, i suoi commenti suggeriscono ancora una volta che le sue argomentazioni siano dettate dalla paura delle conseguenze.

Jonathan Cook: “A proposito del fatto che sarei sottoposto ad attento scrutinio, è per questo che ho incluso i link agli articoli pubblicati sui media israeliani. Il coinvolgimento di Yehuda Hiss nel furto d'organi è un fatto inconfutabile, benché all'epoca fosse stato seguito pochissimo dai media. Curiosamente, anche se la notizia venne riferita da Haaretz e altri, l'Israel National News – il servizio di informazione dei coloni – le dedicò massimo spazio perché si riteneva che Hiss avesse violato la santità del corpo ebraico, per quanto riguarda gli ebrei religiosi, avendo prelevato organi da ebrei prima della sepoltura.

“Il motto di Comment is Free è 'I fatti sono sacri, i commenti sono liberi'. Ecco perché mi sono attenuto molto rigidamente ai fatti riportati, facilmente verificabili leggendo i link che rimandano a fonti israeliane, e ho fatto l'ipotesi più prudente possibile: che siano ragionevoli le domande su ciò che è accaduto ai corpi quando sono stati sottoposti ad autopsia; che le famiglie [palestinesi] meritino risposte; ma che non le riceveranno a causa dei rapporti di forza sotto l'occupazione. (A proposito, e non senza ironia, ho anche cercato di dire che spesso noi giornalisti veniamo meno al nostro dovere nei confronti dei palestinesi di indagare sulle loro accuse, in questo e in altri casi, perché siamo più preoccupati per la reazione di Israele che per i loro diritti).

“Inoltre penso che l'allusione a un mio ipotetico complottismo è infondata e fuori luogo. Dal mio punto di vista, quello che succede qui è che Comment is Free sta scegliendo la strada più facile, evitando di finire in una disputa che ha già coinvolto un altro giornale, e scegliendo di distogliere lo sguardo da una questione che riguarda i diritti umani dei palestinesi. Senza dubbio è soprattutto questo il motivo per cui Netanyahu e Lieberman sono saltati addosso ad Aftonbladet ”.

Georgina Henry: “La sua conclusione è sbagliata, in realtà. Se volessi evitare la rissa non avrei pubblicato l'articolo di Seth. Ma non importa: come tanta altra gente con cui ho a che fare attraverso Comment is Free lei si è già fatto un'idea dei miei motivi e non vale la pena di continuare questa corrispondenza.

“La realtà è che su questa storia voglio una verifica indipendente di un giornalista del Guardian su ciò che lei ha scritto, e non ho, a Comment is Free, le risorse per questo. Sono ancora convinta che sia più un tema da affidare agli esteri, dunque contatti il reparto esteri del giornale”.

Così pone fine alla discussione, ma non prima di essersi lavata la coscienza riproponendo il suggerimento che avevo già giudicato impraticabile: riscrivere il pezzo come una notizia di cronaca. Anche l'argomento della verifica è un falso pretesto.

Jonathan Cook: “Non mi sono fatto un'idea: me l'ha detto lei. Questo articolo sarà sottoposto ad attento scrutinio (a causa della lobby israeliana e delle sue intimidazioni) e dunque lei ha bisogno di applicare un certo standard – una verifica indipendente al 100% – prima di pubblicare il mio commento sulla questione. Se questi standard venissero applicati ad altri temi su Comment is Free, sul sito non verrebbe pubblicato niente. Si può fare solo una ragionevole deduzione dalle sue affermazioni: che lei pensa che questa sia una materia troppo spinosa. Se riesce a offrirmi un'altra interpretazione ragionevole sarò lieto di ascoltarla.

“Avrebbe invece potuto dirmi quali fatti necessitavano di verifica malgrado i link ad affermate fonti israeliane che ho fornito. In tal caso avrei potuto vedere se fosse possibile fornire prove soddisfacenti. Il fatto è che sto cercando io stesso di capire quale sia il problema. È su tutti i media israeliani la notizia che Hiss ha confessato il furto d'organi su vastissima scala, e che era il patologo di Abu Kabir negli anni Novanta. L'esercito ha ammesso con Aftonbladet, e nessuno ha detto il contrario in tutta la controversia su questa storia, le molte autopsie effettuate sui palestinesi all'inizio degli anni Novanta. È ampiamente riferito dai media israeliani che tutte queste autopsie venivano effettuate ad Abu Kabir, dove Hiss era patologo (Rory può confermarglielo in un minuto). Tutto il resto è costituito da educate e informate ipotesi e opinioni, che per definizione non possono essere verificate.

“Bisognerebbe inoltre osservare che, anche a proposito dei 'fatti' inclusi in questo articolo, non è necessario che siano dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio. Mi baso su notizie credibili fornite da fondate fonti israeliani su quello che è accaduto in un'indagine di polizia. (Il genere di prove che i giornalisti del Guardian usano ogni giorno per scrivere le loro notizie, peraltro.) Nel caso altamente improbabile che qualcuna di queste notizie risulti dopo tanti anni errata, questo non danneggerebbe né la mia reputazione né quella di Comment is Free. Comunque avremmo espresso un'argomentazione ragionevole – che le plausibili accuse delle famiglie necessitano di essere investigate – basata in buona fede sulle prove credibili a disposizione.

“Il mio problema con la sua risposta è che lei applica un'irragionevole soglia di dimostrabilità alla questione, una soglia che un articolo di commento non potrebbe mai raggiungere”.

Henry non ha più risposto. Paradossalmente, poco tempo dopo, Forward, il giornale dell'establishment ebraico americano, ha pubblicato un articolo che conferma tutti i fatti che secondo Henry necessitavano di verifica.

Originale da: CounterPunch e l'autore

Articoli originali pubblicati il 4/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8623&lg=it

Per ulteriori approfondimenti:
Il prelievo di organi di Israele: una nuova "accusa del sangue"?, di Alison Weir

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martedì, febbraio 03, 2009

La pace è irraggiungibile?

domenica, gennaio 04, 2009

Salvare Gaza?, di Paolo Barnard

Salvare Gaza?

di Paolo Barnard

ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE:

Gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto nazista e a persecuzioni storiche, tentarono di ottenere una loro terra sicura nella biblica Palestina, dove fondarono comunità pacifiche e religiose. Ma gli arabi ostili tentarono subito di annientarli con la guerra del 1948. Gli ebrei combatterono un’eroica guerra partigiana che li vide vittoriosi e salvi da un secondo Olocausto. Fondarono Israele nel maggio di quell’anno, unico Stato democratico e moderno in medioriente, baluardo di civiltà fra nazioni arabe di re e dittatori corrotti e sanguinari. I quali tentarono di nuovo nel 1967 di distruggere la pacifica Israele, che li sconfisse brillantemente ancora una volta. Da allora Israele vive circondata da arabi-palestinesi fanatici, irragionevoli e brutali, che la attaccano col terrorismo in continuazione, senza farsi scrupolo di massacrare i civili ebrei, inclusi i bambini. Quei terroristi islamici sono certamente collegati oggi ad Al Qaida, e quindi Israele combatte una guerra al terrorismo anche per nostro conto. Inoltre, gli Stati canaglia come Siria e Iran appoggiano le fazioni armate arabe-palestinesi, per cui il pericolo per Israele è particolarmente insidioso. Essa deve difendersi, è un suo diritto, e nel farlo capita che ahimè ci vadano di mezzo anche alcuni civili arabi-palestinesi, ma la colpa di ciò è dei terroristi islamici che costringono Israele a combattere in zone popolate. Israele ha fatto di tutto per arrivare alla pace, ma si scontra sempre con l’ottusità e la ferocia dei leader arabi-palestinesi, corrotti e impietosi persino coi loro cittadini, che hanno sempre rovinato ogni accordo possibile. Non ci sarà pace finché la parte araba non accetterà il diritto di Israele di esistere e non cesserà di aggredirlo.

Ogni parola di quella narrativa è falsa, grottesca persino. Ma finché essa rimarrà la narrativa della maggioranza dell’opinione pubblica italiana e occidentale, voi potrete fare tutte le manifestazioni che volete, tutte le proteste che volete, e non otterrete nulla, nulla di nulla, come nei passati 40 anni. Va fatto altro, VA RI-RACCONTATA ALLA GENTE LA VERA NARRATIVA SU COSA VERAMENTE ACCADDE LAGGIÙ. È l’unica speranza per terminare il conflitto, l’unica.

Serve urgentemente la fase operativa della creazione del consenso fra gli italiani sulla VERITÀ STORICA di quanto realmente acccaduto in Palestina, secondo le seguenti linee:

1) La creazione di una compagine italiana superpartes (no palestinesi in essa) che esuli del tutto da qualsiasi affiliazione politica in Italia, che annulli ogni individualismo di lotta e si unisca attorno a un'unica meta.

2) L’unica meta sarà di RIBALTARE LA NARRATIVA sulla Storia del conflitto arabo-ebraico, raccontando agli italiani SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Con un unica fede: SENZA LA VERITÀ STORICA NON CI SARÀ MAI LA PACE.

3) Rifiutarsi quindi di dialogare su qualsiasi avvenimento successivo, se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi su Hamas o Fatah se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi sul terrorismo palestinese se non dopo una esaustiva rappresentazione del terrore sionista dal 1944 in poi.

Questo perché nessuno può comprendere l’entità della MENZOGNA che ci hanno raccontato sul conflitto israelo-palestinese se non conosce cosa accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Ho piena fiducia nel fatto che se le opinioni pubbliche venissero a conoscenza di quegli avvenimenti, i mendaci tavoli del dibattito odierno sul processo di pace salterebbero in aria all’istante, e vi sarebbe una inarrestabile pressione verso una giustizia vera in Medioriente. Finalmente la pace.

4) Creare dunque materiale divulgativo chiaro e fruibile, film, dvd, animazioni, libretti di 40 pagine al massimo, tutto centrato SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Poi fare conferenze in scuole (soprattutto), parlare nei circoli ricreativi, ospedali, posti pubblici, fare tavoli per strada, negli ipermercati, nei dopolavoro ecc. Essere ferratissimi contro l’accusa di antisemitismo (vedi mio libro e altri) e ribadire sempre la sopraccitata fede.

5) Essere uniti e disciplinati attorno a questi semplici punti, da Torino a Palermo, e rivolgersi per il 99% agli italiani semplici.

Questo cambierebbe la Storia e cesserebbe l’orrore. Perché la gente verrebbe a sapere delle pratiche neonaziste storiche degli ebrei in Palestina contro i palestinesi prima e dopo la nascita d’Israele; saprebbe l’indicibile e fredda ferocia con cui il Sionismo aveva pianificato la distruzione dei palestinesi 40 anni PRIMA dell’Olocausto; capirebbe perché, accidenti, un popolo torturato e massacrato da 60 anni con un sadismo che raggiunge il grottesco, oggi lancia razzi alla disperata e si fa saltare in aria. Perché nessun palestinese può rimanere 'civile' dopo 60 anni di ferocia neonazista israeliana in Palestina, impunita e assistita con zelo dal ‘mondo civile’. E se la gente venisse a conoscenza di tutto ciò, la gente porrebbe fine a quell’inferno, perché, come disse Noam Chomsky “quando il pubblico scopre l’esistenza della barbarie, si mobilita per porle fine”.

Ma c’è qualcuno in questa Italia antagonista perennemente manifestante e indignata perenne che sia disposto a lavorare in quel senso? C’è? Ci siete?

Fonte: Paolo Barnard

Pubblicato il 2 gennaio 2009

Utili linee guida e bibliografia, qui.

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domenica, dicembre 28, 2008

A proposito di Gaza

A proposito di Gaza

di Marc Lynch

L'opinione pubblica araba sta esprimendo la propria rabbia per i bombardamenti su Gaza. Una parte significativa di questa rabbia è diretta verso i leader arabi, che sono stati a lungo zitti e (secondo alcuni) complici di tutto questo. La foto qui sotto, del ministro degli esteri egiziano col primo ministro israeliano Livni, è diventata un simbolo di questa campagna. Mentre negli Stati Uniti, presi come sono dalle vacanze e dalle manovre di transizione, nessuno sembra prestare attenzione, consiglierei di vedere se la profonda rabbia araba che sta montando a proposito di Gaza esploderà... soprattutto in Egitto.



Due punti degni di nota. Primo, i media arabi sembrano dividersi lungo le ormai familiari linee editoriali, con al Jazeera e al Arabiya ad esemplificare i due approcci contrapposti. Se la campagna di bombardamenti sarà il preludio ad una più ampia offensiva a Gaza, sarà interessante se i media arabi si spaccheranno come accadde nei primi dieci giorni della guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah. In quel conflitto al Arabiya e gran parte dei media semiufficiali sauditi, egiziani e giordani tennero bassi i toni dei resoconti e diedero la colpa del conflitto soprattutto a Hezbollah, mentre al Jazeera trattò decisamente la crisi come una crisi regionale. Oggi [sabato, N.d.T.] vediamo una copertura completa dei bombardamenti di Gaza da parte di al Jazeera, mentre sul sito di al Arabiya questa mattina nessuna delle cinque notizie principali riguardava Gaza. Questo è solo un primo indicatore, ma date le attuali linee politiche di conflitto nella regione e i preparativi diplomatici israelian per l'offensiva con i leader arabi, potrebbe accadere di nuovo.

Secondo, non perdete di vista il Cairo. L'Egitto è stato al centro della rabbia araba nell'evolvere della crisi. È stato quello che ha fatto rispettare il blocco israeliano, ignorando un crescente coro di critiche politiche interne e in tutto il mondo arabo. I media egiziani e arabi e le forze politiche hanno lacerato il regime di Mubarak per mesi a proposito del blocco di Gaza. Oggi i Fratelli Musulmani hanno alzato la posta indicendo una inusuale protesta pubblica per oggi, che sarà capeggiata dalla Guida Suprema, Mohammed Mehdi Akef, ed è stata annunciata anche da un vistoso banner rosso che campeggia sul loro sito ufficiale. È molto probabile che si tratterà solo di un'altra protesta simbolica, ma contribuirà a creare un'atmosfera di crisi e non c'è modo di dire come le varie forze potranno reagire.

Originale: Speaking of Gaza

Pubblicato il 27/12/2008

Tradotto da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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domenica, dicembre 21, 2008

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

Braccio destro di Gordon Brown nella direzione di un gruppo anti-Putin

di Robert Watts, Times Online, 21 dicembre 2008

Uno dei bracci destri di Gordon Brown svolge un ruolo importante in un gruppo di pressione che ha attaccato la leadership di Vladimir Putin definendola “corrotta” e “prepotente”.

Jon Mendelsohn, il principale responsabile della raccolta fondi del partito laburista, è nella direzione della Russia Foundation, un think tank con sede a Londra finanziato da oppositori espatriati del primo ministro russo e del presidente Dmitrij Medvedev.

La scorsa settimana David Clark, presidente della fondazione, aveva detto al Sunday Times che Mendelsohn avrebbe collaborato alla raccolta fondi. Tuttavia ieri ha dichiarato che Mendelsohn aveva “chiarito” con lui che ciò non sarebbe più stato possibile.

Ha dichiarato Clark: “Come parte del direttivo della Russia Foundation, Jon Mendelsohn contribuisce a una formazione forte. La fondazione beneficia della sua considerevole esperienza politica e organizzativa nello sviluppo del proprio programma e siamo molto lieti di averlo con noi”.

La notizia che una figura così vicina a Brown lavora anche per un'organizzazione ostile al Cremlino può causare imbarazzo nelle relazioni di Downing Street con Mosca.

La fondazione è stata creata nel 2004 fa un socio di Michail Chodorkovskij, il miliardario russo ora in carcere in Siberia per frode ed evasione fiscale. Il suo sito la descrive come “una risorsa in lingua inglese per chi mira a una comprensione più profonda degli sviluppi politici, sociali ed economici della Russia contemporanea”.

Tuttavia la grande maggioranza dei contenuti del sito è fortemente critica nei confronti delle autorità del Cremlino.

Clark, ex consigliere laburista, ha ripetutamente attaccato Putin e Medvedev sui media. Negli ultimi mesi ha dichiarato che Putin dirige “un regime autoritario troppo corrotto dal potere per cambiare” e nutre i russi di “paranoia esterofoba e revivalismo sciovinista”.

Ha anche sollecitato l'Unione Europea ad assumere una linea più dura con la Russia di Putin, affermando che “l'Occidente non può più restare fermo mentre il prepotente russo causa distruzioni”.

Mendelsohn, 41 anni, ha di molto migliorato le finanze laburiste da quando lo scorso anno ha preso il posto di Lord Levy. Non viene pagato per il suo lavoro per il partito né per la Russia Foundation.

Originale: Key aide to Gordon Brown is director of anti-Putin group

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martedì, dicembre 16, 2008

Negligenza giornalistica

Negligenza giornalistica
Il Washington Post, la Russia e il caso Moskalenko
di Mark Ames

Negli ultimi anni gli editoriali del Washington Post hanno promosso una linea sempre più ostile nei confronti della Russia, descrivendone i complessi sviluppi in termini manicheistici e attribuendo al Cremlino – solitamente Vladimir Putin – tutte le cose sbagliate, vere o immaginarie, che accadevano in quella parte del mondo.

Durante la recente guerra tra la Russia e la Georgia gli editoriali del Post hanno esplicitamente puntato il dito contro il neo-imperialismo russo e sono arrivati a negare che i georgiani avessero inflitto gravi danni alla capitale dell'Ossezia del Sud, nonostante i resoconti delle organizzazioni per i diritti umani, dell'OSCE e perfino degli stessi giornalisti del Post. Questa linea dura e profondamente sbagliata adottata da una delle pagine delle opinioni più influenti di tutto il paese ha svolto un ruolo fondamentale nello spingere l'America e la Russia sull'orlo di una nuova guerra fredda.

Un iperbolico editoriale del 22 ottobre, “More Poison: Another prominent adversary of Vladimir Putin is mysteriously exposed to toxins” (“Ancora veleno: altra importante avversaria di Vladimir Putin misteriosamente esposta a tossine”), mi ha spinto a chiedere al caporedattore della pagina delle opinioni del Post, già alla direzione della redazione di Mosca del giornale, Fred Hiatt, quali fossero le fonti di queste accuse. La diligente risposta di Hiatt mi ha concesso involontariamente uno spiraglio per comprendere come, quando si tratta di Russia e Putin, l'incessante demonizzazione messa in atto dagli editoriali del giornale dia più peso all'ideologia che alla professionalità giornalistica o alla semplice verifica delle fonti.

L'editoriale essenzialmente accusava il Primo Ministro Putin di avere avvelenato un'avvocatessa dei diritti umani a Strasburgo, in Francia, ordinando che nella sua auto fosse messo del mercurio. L'avvocatessa, Karina Moskalenko, aveva accusato in varie occasioni il Cremlino alla Corte Europea per i Diritti Umani. Così, quando si è sentita male e suo marito ha trovato tracce di mercurio nella loro auto, gli investigatori francesi sono stati chiamati a condurre un'indagine su un possibile crimine. Ma, senza attendere il rapporto degli investigatori, la pagina delle opinioni di Hiatt ha frettolosamente offerto il proprio verdetto, salmodiando solennemente: “È spaventoso pensare che possa esserci un altro avvelenamento di un altro nemico di Putin in un'altra città europea”.

Le Figaro, che pochi giorni prima aveva dato la notizia del sospetto avvelenamento, ha riferito che secondo gli inquirenti francesi l'avvocatessa probabilmente non era stata avvelenata; il mercurio veniva da un barometro rotto appartenuto al precedente proprietario dell'auto. Il Post non ha ritrattato né si è scusato. La pagina delle opinioni non ha fatto menzione della rivelazione, e le pagine di cronaca ha relegato l'aggiornamento a una notiziola sepolta a pagina A14.

Nella sua e-mail di risposta alle mie critiche all'editoriale, Hiatt ha ignorato la mia domanda sul perché il Post non abbia atteso gli esiti delle indagini prima di pubblicare il proprio verdetto. Ha fatto invece ulteriori accuse. “Sono consapevole di articoli del Figaro e del New York Times che citavano fonti anonime della polizia che avanzavano la teoria di un termometro rotto come fonte del mercurio nell'auto della Moskalenko”, ha detto. “Queste fonti si trovavano a Parigi, dove le autorità possono avere una ragione politico-diplomatica per non scatenare una disputa con la Russia, e non a Strasburgo, dove aveva luogo l'indagine”. Ha fatto anche capire che la Moskalenko, che dubitava della “teoria del termometro rotto”, per citare Hiatt, era più affidabile degli inquirenti. Erano accuse incredibili nei confronti di Le Figaro e dei sistemi politico e giudiziario francesi. Ma Hiatt aveva ragione?

Ho deciso di verificare la sua versione dei fatti chiamando Cyrille Louis, il giornalista del Figaro. Louis aveva dato per primo entrambe le notizie: il presunto avvelenamento della Moskalenko e le scoperte degli investigatori che avevano smontato quelle ipotesi. Diversamente dal Post, The Nation non ha una redazione a Parigi. Eppure ci sono volute solo due telefonate per raggiungere Louis e chiedergli come avesse raccontato la storia. “Sono francamente sorpreso che il redattore capo della pagina delle opinioni del Washington Post abbia potuto dire una cosa del genere senza neanche chiamarmi per verificare se quello che dice è vero”, mi ha detto ridendo un Louis molto sorpreso. “È assolutamente falso. Ho usato diverse fonti, ma le due principali erano un alto ufficiale di polizia qui a Parigi e un alto funzionario della procura di Strasburgo”. Louis ha perfino nominato la fonte di Strasburgo – il sostituto procuratore Claude Palpacuer. Le sue fonti di Parigi sono persone affidabili perché ci lavora da anni. Louis ha spiegato che gli investigatori pensarono di avere probabilmente risolto il caso quando rintracciarono l'ex proprietario dell'auto, un antiquario che aveva effettivamente rotto un vecchio barometro (non un termometro) nell'auto poco tempo prima di venderla.

Ho poi domandato a Louis cosa pensasse dell'ipotesi più ampia di Hiatt: il fatto che le fonti di Le Figaro a Paris non fossero affidabili perché i francesi potevano non voler infastidire la Russia. Louis è nuovamente scoppiato a ridere per l'incredulità: “Sembra una specie di teoria del complotto. Bisognerebbe credere che dei giudici e degli ufficiali di polizia di due città abbiano complottato per manipolare un giornalista di Le Figaro fabbricando una storia che innanzitutto qui non era neanche una grossa notizia. Perché le autorità dovrebbero scomodarsi tanto per una storia così piccola? Trovo l'idea del complotto totalmente inverosimile”. Louis era deluso dalle accuse di Hiatt: “Magari dovrei sentirmi onorato per il fatto che il Washington Post si prende il disturbo di parlare di me, ma sai, sono un po' sorpreso. Se mi avesse chiamato gli avrei spiegato come ho scritto questa notizia. Ma non ci ha nemmeno provato. Spesso qui siamo colpiti dal modo di lavorare dei giornalisti americani, dai criteri rigorosi che usano per verificare le fonti... Dunque è una delusione sapere che [Hiatt] è giunto a queste conclusioni sul mio metodo di lavoro senza nemmeno prendersi la briga di chiamarmi”.

Louis mi ha passato il numero del sostituto procuratore Palpacuer, che sovrintende all'indagine. Ho chiesto a un vecchio amico di Parigi che fa lo scrittore e il traduttore, Thierry Marignac, di farmi da interprete. Palpacuer ha confermato tutto quello che aveva detto Louis, anche se le indagini avevano fatto dei passi avanti: “La quantità di mercurio era così piccola da non risultare tossica. Abbiamo prelevato campioni di sangue dalla famiglia Moskalenko e i risultati dicono che le tracce di mercurio nel loro sangue erano insignificanti. In ogni caso, per essere letale il mercurio dovrebbe essere inalato o iniettato”, ha detto Palpacuer. “L'indagine non è ancora chiusa ed è stata passata alla divisione criminale del dipartimento di polizia di Strasburgo. Ma sappiamo che l'ex proprietario del veicolo vi ruppe un barometro prima di vendere l'auto, e le quantità corrispondono effettivamente a quelle trovate”.

Di fronte alla teoria di Hiatt secondo cui le indagini sarebbero state inaffidabili e probabilmente influenzate dalle autorità parigine che non volevano infastidire la Russia, Palpacuer è scoppiato a ridere: “Scusi, è più forte di me. Io lavoro con le prove che mi trovo davanti nelle indagini. Ma... i russi? Influenzare questo caso? Non so che dire, è ridicolo. Vorrei solo dire: ben vengano le prove, se qualcuno le ha. Se ci sono prove delle influenze russe sulle indagini, ben vengano”.

Prove. Fatti. La risposta di Hiatt non aveva niente a che fare con questo. Comunque Hiatt mi ha chiesto di mandargli qualsiasi aggiornamento sul caso Moskalenko. Be', eccolo qui: un aggiornamento ottenuto con la magia di un paio di telefonate.

E questo ci riporta al punto di partenza. Il Post ritratterà questo editoriale malamente documentato e scarsamente professionale? La pagina delle opinioni verrà giudicata responsabile dal suo ombudsman e da altri giornalisti del Post? In fin dei conti l'ombudsman è riuscito recentemente ad attaccare il presunto “pregiudizio in senso liberale” del giornale, una posizione molto discussa. Ma in questo caso abbiamo un chiaro esempio di notizia non accertata e di mancata ritrattazione degli errori.

Dati i trascorsi del Post negli ultimi dieci anni, dalla guerra in Iraq al conflitto in Ossezia del Sud, e la replica di Hiatt relativa a questo caso, viene da chiedersi se la pagina delle opinioni abbia gestito male altre notizie fondamentali, soprattutto quelle che riguardano la Russia, come ha fatto con il caso Moskalenko. Questa domanda esige una risposta.

Originale: Editorial Malpractice

Articolo originale pubblicato il 10/12/2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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mercoledì, ottobre 29, 2008

La guerra fredda che non c'era

La guerra fredda che non c'era

di Mark Ames

Forse non ve ne siete accorti, ma un paio di settimane fa il New York Times ha pubblicato una storia che contraddiceva completamente la versione perfezionata per due mesi di fila, una versione che stava trascinando l'America in una nuova guerra, una cosiddetta “Nuova Guerra fredda”. L'articolo smascherava l'orribile volto autoritario della cosiddetta democrazia georgiana, dipingendo a fosche tinte un ritratto del regime del Presidente Mikheil Saakashvili che contraddiceva la favola confezionata dal Times e da tutti gli altri grandi media fin dallo scoppio della guerra in Ossezia del Sud, agli inizi di agosto. La favola era questa: La Russia (cattiva) ha invaso la Georgia (buona) unicamente perché la Georgia era un paese libero. Putin odia la libertà e Saakashvili è il “leader democraticamente eletto” di un “piccolo paese democratico”. Sì, solo un mese fa eravamo così stupidi e folli da pensare che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che dichiarare una costosa nuova guerra fredda contro una potenza nucleare, anche se non avevamo ancora chiuso i conti su un paio di mini-guerre contro gli avversari della 3ª divisione e ci trovavamo sull'orlo del fallimento. Ah, essere beatamente ingenui e assetati di sangue nello stesso tempo! Non era meraviglioso?

Mentre infuriava la guerra in Ossezia del Sud, nella prima metà di agosto, il Times ha pubblicato un editoriale che etichettava l'invasione georgiana come "Russia's War of Ambition" (La guerra d'ambizione della Russia); ha pubblicato anche una serie di editoriali isterici, come quello di William Kristol che paragonava la Russia alla Germania nazista (il teschio carbonizzato di Hitler si starà rivoltando nella sua teca per come è stato trasformato nel cliché più logoro dell'inventario di quello scribacchino) e quello di Svante E. Cornell dell'Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso della Johns Hopkins, proprio l'istituto con problemi di corruzione che – come ha scoperto ABC News – prendeva soldi dal tiranno del Kazakistan per pubblicare notizie positive sull'autoritario paese ricco di petrolio.

L'articolo di Cornell diceva che la Russia aveva attaccato la Georgia non in reazione all'invasione da parte della Georgia della provincia separatista dell'Ossezia del Sud ma perché la Russia era cattiva, e nello stile dei cattivi di tutto il mondo non aveva altra ragione se non quella di mostrare “le conseguenze che i paesi post-sovietici dovranno subire opponendosi a Mosca, attuando riforme democratiche e perseguendo legami militari ed economici con l'Occidente”.

L'isteria di due mesi fa sembra già così datata e perfino bizzarra, ora che ci troviamo nel mezzo del crollo dell'economia: è come se osservassimo quell'isteria da un'epoca in bianco e nero.

E però, anche se quell'isteria ha lasciato il campo a riflessioni più serie, e quella versione pericolosamente semplicistica dei fatti si è sbriciolata, il Times non ha mai ritrattato né si è corretto, non ha mai nemmeno finto di fare mea culpa come con l'Iraq, ammissione che giunse con anni di ritardo. Invece di ritrattare, il Times ha infilato alla chetichella un articolo in mezzo alle storie sul crollo economico, dicendo ai suoi lettori: “Ah, sì, sulla Georgia abbiamo toppato, speriamo che non ve ne siate accorti, e, insomma, buona giornata a tutti”. Ecco un assaggio, dall'edizione del 7 ottobre 2008 (“News Media Feel Limits to Georgia's Democracy”, “I media intravedono i limiti della democrazia georgiana”, di Dan Bilefsky e Michael Schwirtz):

TBILISI, Georgia – Il 7 novembre le telecamere del principale canale d'opposizione georgiano, Imedi, erano rimaste accese mentre poliziotti mascherati in assetto anti sommossa armati di mitragliatori hanno fatto irruzione negli studi televisivi. Hanno distrutto le attrezzature, ordinato ai dipendenti e agli ospiti di stendersi sul pavimento e sequestrato loro i cellulari. Per tutto il tempo un conduttore è rimasto al suo posto, davanti alle telecamere, a descrivere la baraonda. Poi lo schermo è diventato nero...

Ora, 11 mesi dopo, la credenziali democratiche della Georgia sono messe nuovamente in discussione, e alla prova, mentre il paese si trova in prima linea nello scontro tra la Russia e l'Occidente. La Georgia e i suoi sostenitori americani, compresi i candidati presidenziali repubblicano e democratico, hanno presentato la Georgia come una coraggiosa piccola democrazia in una regione instabile, un paese meritevole di generosi aiuti e di entrare nella NATO. Ma secondo un numero crescente di commentatori americani e stranieri la Georgia è ben lungi dal soddisfare i criteri democratici occidentali, e lo dimostra in modo lampante la mancanza di libertà di stampa.

È interessante che il Times abbia pubblicato questo pezzo esattamente due mesi dopo l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud, una decisione così sproporzionatamente idiota che chiamarla “azzardo” è un insulto a gente come Bill Bennett [il politico neo-conservatore, ex ministro dell'istruzione e “zar” antidroga con un problema di dipendenza dal gioco d'azzardo, N.d.T.].

La vera domanda, dunque, è perché il Times abbia aspettato così tanto per rivedere la propria posizione: perché attendere che la guerra avesse ormai lasciato da tanto tempo le prime pagine per pubblicare un articolo su una cosa che chiunque possieda pochi grammi di curiosità giornalistica già sapeva, e cioè che le Saakashvili era un democratico quanto era un genio militare?

Il tentativo di testate occidentali come il New York Times e il Washington Post di alimentare una nuova guerra fredda si imperniava su due errori principali: (1) che la Russia avesse invaso la Georgia per prima, senza essere stata assolutamente provocata, perché la Georgia è una “democrazia”; e (2), che la Georgia è una “democrazia”.

È come se il Times avesse intenzionalmente dimenticato quello che aveva riferito di Saakashvili lo scorso anno, quando il presidente georgiano ha mandato le sue squadre di sicari a soffocare le proteste dell'opposizione:

“Penso che Misha abbia tendenze autoritarie”, ha detto Scott Horton, un avvocato dei diritti umani statunitense che è stato professore di Saakashvili alla Columbia Law School a metà degli anni Novanta, in seguito l'ha assunto in uno studio legale di New York ed è rimasto in buoni rapporti con lui. “La metterei così: c'è una notevole somiglianza tra Misha e Putin, per quanto riguarda i loro atteggiamenti nei confronti delle prerogative e dell'autorità del presidente”, ha detto Horton. Come Putin, ha aggiunto, Saakashvili ha emarginato il Parlamento e ha preso a minimizzare l'opposizione.

Intuendo forse che la versione di Saakashvili come novello Thomas Jefferson era un po' debole, il Times si è concentrato sull'altro vacillante pilastro di questa favola: che la Russia avesse invaso la Georgia per prima. Solo questo può spiegare la decisione di usare in prima pagina un tono “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” in un articolo basato su prove così assurdamente deboli che sarebbe stato in grado di innervosire Sean Hannity (dall'edizione del 16 settembre 2008, “Georgia Offers Fresh Evidence on War's Start”, “La Georgia offre nuove prove sull'inizio della guerra”, di C. J. Chivers):

TBILISI, Georgia - Si è aperto un nuovo fronte tra la Georgia e la Russia, su chi sia stato l'aggressore che con le sue operazioni militari all'inizio di questo mese ha scatenato l'asimmetrica guerra dei cinque giorni. Al centro dell'attenzione ci sono nuove informazioni, in sé non conclusive [grassetto mio, N.d.A.], che nondimeno dipingono un quadro più complesso delle ultime critiche ore prima dello scoppio del conflitto....

La Georgia sta tentando di ribattere alle accuse in base alle quali lo scontro, che covava da molto tempo, sulla provincia confinante con la Russia dell'Ossezia del Sud, sarebbe sfociato in una guerra solo dopo l'attacco georgiano di Tskhinvali. La Georgia considera l'enclave proprio territorio sovrano.

Qualcuno qui sta proiettando: nell'ultimo paragrafo si sarebbe dovuto leggere “Il New York Times sta cercando di contrastare le imminenti conseguenze della realtà sulla credibilità già compromessa del giornale”. Ricordate che questo articolo è uscito quando la maggioranza delle dirigenze occidentali aveva ormai da molto tempo convenuto con l'opinione espressa settimane prima dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, il quale aveva ammesso che i russi, invece di invadere senza essere stati provocati, “avevano reagito ad attacchi contro i peacekeeper russi in Ossezia del Sud, legittimamente”.

Ho chiamato un po' di giornalisti a Mosca che avevo lasciato lì ad agosto per chiedere loro cosa pensassero di questa storia, e la maggior parte di loro ha deriso lo “scoop” del Times.

“Era una versione così chiaramente fabbricata da Saakashvili per pura disperazione”, mi ha detto un giornalista americano. “Non posso credere che il Times sostenga ancora questa versione. Lo sanno tutti il casino che ha combinato [Saakashvili]. Anche se le intercettazioni telefoniche sono vere, sono convinto che i georgiani ascoltavano conversazioni del genere tutte le settimane, se non tutti i giorni. È imbarazzante, sul serio”.

Non è stato l'unico articolo in stile “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” pubblicato dal Times sulla Georgia. Di tutte le facili favole sui cattivi del Cremlino che sono circolate ultimamente, la migliore è quella della presunta “guerra cibernetica” del Cremlino contro i suoi nemici.

Per ragioni che non riesco a comprendere, i lettori americani inorridiscono profondamente all'idea che un paese possa fare quello che qualsiasi gruppo di secchioni brufolosi già fa: entrare in server e siti internet o mandarli in sovraccarico per oscurarli. Per molti americani oscurare un qualche noioso e mal tradotto sito governativo è più sconvolgente che, mettiamo, bombardare matrimoni. La storia della “guerra cibernetica del Cremlino” è il chupacabra delle favole sulla Malvagità del Cremlino: non ci sono prove che il governo russo abbia condotto una guerra cibernetica, ma fa così paura e fa vendere così tante copie, dunque perché non scriverlo?

I primi a tentare di gabbare l'Occidente con il chupacabra cibernetico sono stati gli estoni, un anno fa, ma le successive indagini hanno rivelato che la cosa era come minimo “indimostrabile”.

Però è una storia che fa notizia. Così il 13 agosto, con il conflitto tra Russia e Georgia ancora incandescente, il Times, alla disperata ricerca di nuovi lati della malvagità russa, ha pubblicato il suo bel chupacabra sul Cremlino, intitolato “Before the Gunfire, Cyberattacks” (“Prima degli spari, i cyber-attacchi”).

Secondo gli esperti di internet è stata la prima volta che un attacco cibernetico ha coinciso con una vera guerra... Non si sa esattamente chi stia dietro l'attacco cibernetico... Le prove sull'RBN [Russian Business Network, presunto gruppo criminale di San Pietroburgo, N.d.T.] e sul fatto che possa essere controllato dal Cremlino, o agisca in coordinamento con il governo russo non sono chiare.

“Saltare alle conclusioni sarebbe prematuro”, ha detto il signor Evron, fondatore della Israeli Computer Emergency Response Team.

Sì, ma saltare alle conclusioni è così divertente, signor Guastafeste!

Ma facciamo un altro salto in avanti per arrivare a metà settembre. A questo punto è ormai chiaro che Saakashvili non è né un democratico né una vittima innocente. Ma il Times e altri mezzi di informazione americani sono ancora impantanati in quella interpretazione, così mentre si danno disperatamente da fare per puntellarla il tedesco Der Spiegel pubblica un articolo investigativo – “Did Saakashvili Lie? The West Begins to Doubt Georgian Leader” (“Saakashvili ha mentito? L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano”) – che istruiva la controparte americana sui rudimenti del giornalismo:

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.

Questa storia è stata pubblicata lo stesso giorno dello “scoop” del Times sulle intercettazioni telefoniche che a detta dei georgiani dimostravano che la Russia aveva invaso per prima, anche se ormai quella teoria era stata abbandonata da tutti. L'articolo di Der Spiegel è un'inchiesta approfondita che passa in rassegna diversi paesi, punti di vista e organizzazioni. Per il Times “inchiesta” significa prendere delle cassette dalla scrivania di Saakashvili e metterle nelle prime pagine.

Come se questo non fosse già grave, pochi giorni dopo perfino Condi Rice ha incolpato la Georgia di avere iniziato la guerra (anche se in un discorso in cui condannava la reazione eccessiva della Russia).

La scelta dei tempi non avrebbe potuto essere peggiore: il Times, ancora infatuato di Saakashvili, era stato appena colto con le mani nel sacco in un modo che perfino i suoi rivali erano riusciti ad evitare. Presto avrebbe dovuto affrontare un grave problema di credibilità.

E io non ne vedevo l'ora.

Fin da quando sono andato in Ossezia del Sud per vedere la guerra con i miei occhi ho sviluppato una specie di curiosità morbosa per come il Times e tutti gli altri sarebbero usciti da quel vuoto di credibilità in cui si erano cacciati. Sentivo che il momento sarebbe arrivato, perché Saakashvili non era solo un evidente bugiardo, ma anche un pessimo bugiardo. Mi trovavo nell'Ossezia del Sud alla fine della guerra: ho visto la distruzione causata dai georgiani “amanti della libertà” e i cadaveri gonfi e in decomposizione nelle strade della capitale della provincia, Tskhinvali. Dunque ero particolarmente interessato a vedere quanto a lungo sarebbe durata la squallida storia del bene contro il male, e con quali contorsioni i media sarebbero usciti dal più grande fiasco giornalistico dai tempi della bufala sulle armi di distruzione di massa in Iraq.

Il Times avrebbe fatto tirato fuori dalla gabbia il suo ombudsman per delle finte scuse? “Oops! Chi avrebbe mai pensato che il nostro stimato giornale potesse toppare così alla grande per ben due volte di fila, trascinando l'America in un'altra guerra solo per la nostra incapacità di fare il nostro lavoro di giornalisti?! Sentite, vogliamo dire solo che ci dispiace tanto e passare ad altro, va bene? Dunque, siete passati ad altro, voi? Perché noi sì”.

E qui è intervenuto il dio laico-umanista dei media liberali. Il Times e tutti gli altri che avevano spacciato per vera la versione dei neocon e di Saakashvili sono stati salvati dall'ammettere il loro colossale fallimento da un disastro ancora più grande, il peggiore disastro che abbia colpito questo paese dall'11 settembre: il crollo dell'economia globale. Le preghiere di qualcuno sono state ascoltate.

Uno dei segreti più grandi del regno della preghiera è quanto siano comuni questi bisbigli “Spero che venga un disastro a salvarmi”. Per esempio, quando andavo all'università ogni volta che si avvicinavano gli esami finali volevo essere investito da un'auto. Gli esami finali significavano affrontare l'insostenibile vergogna di quattro mesi buttati via. Così mi mettevo le cuffie, mi tuffavo dal marciapiede e saltellavo per le strade trafficate di Berkeley come un setter irlandese, aspettando di finire spiaccicato sul finestrino del furgone Volkswagen di qualche hippy. Se voleva dire passare i prossimi anni attaccato a un respiratore a me sembrava un affare onesto.

Ma gli hippy, con il loro folle rispetto per i pedoni, non volevano collaborare. Come l'apocalisse cristiana, quel mega-disastro che mi avrebbe salvato dal mio mini-disastro privato non arrivò mai.

In questo senso il Times e tutti i tifosi di Saakashvili sono stati fortunati: il furgone Volksvagen che non mi ha mai tirato sotto durante la settimana degli esami ha azzerato la tranquillità finanziaria del pianeta, risparmiando ai grandi nomi del giornalismo l'imbarazzo di ammettere il loro fallimento. E le inconfondibili prove di questo fallimento continuano ad arrivare: oggi, per esempio, Reporter Senza Frontiere ha messo la Georgia agli ultimi posti del suo indice per la libertà di stampa: ben dopo paesi tristemente noti per il loro dispotismo come il Tagikistan, il Gabon e perfino il cattivissimo Venezuela di Chávez. Dunque, grazie [NOME DI ESSERE ONNISCIENTE] per il crollo finanziario, perché anche se potrà significare il licenziamento di molti dei redattori e dei giornalisti che hanno taroccato la storia della Georgia ho come la sensazione che mentre faranno la fila per un piatto di minestra, tra qualche mese, penseranno comunque con sollievo: “Non avere un tetto sulla testa è una rottura, ma è un piccolo prezzo da pagare per avere evitato la vergogna colossale che stavo per affrontare per la storia della Georgia. Grazie, depressione globale! Hai fatto felice questo giornalista!”

Fonte: The Nation

Originale pubblicato il 22 ottobre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, ottobre 07, 2008

Sed magis amica veritas: a due anni dalla morte di Anna Politkovskaja

[Caso eccezionale di cross-posting, ma il contenuto sta esattamente a metà tra i due blog, dividendosi tra valutazione e ricostruzione].

È possibile smascherare una bugia, ma quando ce ne sono milioni, quando vengono scelte e ricombinate anno dopo anno, decennio dopo decennio, quando milioni di persone abilmente addestrate partecipano a questa falsificazione con l'impiego di enormi risorse e tecnologie sofisticate e miliardi di persone subiscono un lavaggio del cervello ideologico generazione dopo generazione, non c'è alcuna possibilità di scavalcare quella serie ininterrotta di bugie e ristabilire la verità. Non è improbabile che secoli dopo si possa scoprire un barlume di quella verità, ma quale differenza potrà mai fare? Sarà solo un debole e distorto riflesso della storia.

Aleksandr Zinov'ev, Global'noe Sverchobščestvo i Rossija, Mosca, Labirint, 2000.


Il russo ha due parole per dire verità: pravda e istina. La prima fa parte di un gruppo di vocaboli che ha per radice “vero”, “giusto” ed è anche “franchezza”, verso se stessi e verso gli altri; la giustizia per esempio è pravosudie, il processo con cui si cerca e si trova la verità. La seconda è la Verità con la V maiuscola, l'unica, quella che rende liberi e con la quale è meglio non scherzare.

Io qui sarò semplicemente sincera. Nei giorni successivi alla morte di Anna Politkovskaja, che conoscevo grazie al libro La Russia di Putin pubblicato in Italia da Adelphi e ad alcuni articoli letti in rete, ho deciso di mettermi a tradurre dal russo un po' di materiale scritto da lei e su di lei: articoli, ricordi, commenti, reazioni, dinamica dell'omicidio, primi passi delle indagini. Il motivo è semplice: mi interessava. Per anni avevo continuato a seguire le vicende russe, senza mai scriverne e con un certo distacco. Però l'omicidio Politkovskaja per me ha rappresentato una svolta, e non nel senso più immaginabile o prevedibile: basti qui dire che mi sono resa conto quanto fosse drammatica la differenza di percezione tra Russia e Occidente e quanto bisognasse lavorare per spiegare, distinguere, mediare, contestualizzare, mettendoci di volta in volta e a seconda dei casi serietà, ironia, pedanteria, leggerezza.
Mai la differenza tra il punto di vista russo e le proiezioni occidentali mi era sembrata più grande e più difficile da gestire come in quell'ottobre 2006: di qui la scelta a un certo punto di smettere di scriverne e di occuparmi più seriamente della Russia e soprattutto di quello che la Russia non è.

Oggi, a due anni di distanza, è il momento di riparlarne. Credo che l'omicidio Politkovskaja sia stato capace di tirar fuori il peggio di ciascuno, di innescare isteriche reazioni a catena di malintesi, generalizzazioni e approssimazioni. È stata una gara di dilettantismo, opportunismo, insensibilità, mancanza di tatto, meschine vendette, cialtroneria, ipocrisia, sentimentalismo, pelosa compassione.

Da una parte, la Russia. Putin che fece quello che fa di solito quando viene messo sotto pressione e si infastidisce per le domande sbagliate: invece di strapparsi i pochi capelli superstiti e spargere lacrime di coccodrillo uscì dal protocollo e offrì a tutti noi occidentali quello che volevamo vedere, il demone meschino con un passato nei Servizi, KGB a Dresda. Ricordate? Cosa è successo al Kursk? È affondato. E Anna Politkovskaja? La sua influenza nella vita politica del paese era minima, no?

Forma sbagliata, contenuti tecnicamente corretti.
Come è stato spiegato da giornalisti e addetti ai lavori che non possono in alcun modo essere sospettati di connivenza con il Cremlino, non credo di fare un torto ad Anna Politkovskaja confermando che non era molto letta né molto conosciuta nel suo paese. Ma non perché particolarmente scomoda: semplicemente perché l'informazione russa, fuori e dentro la rete, è complessa, stratificata e dispersiva, con numeri, proporzioni, livello di interattività e capacità di influire sulla situazione del paese molto diversi da quelli a cui siamo abituati.

E forse anche perché scriveva per un bisettimanale, la Novaja Gazeta, che non è un faro della libera informazione e del giornalismo investigativo in un paese altrimenti barbaro: è un giornale politicamente orientato in senso “liberale” al quale, come ha ben ricordato John Laughland, [1] collaborano e hanno collaborato commentatori filo-americani vicini alla Jamestown Foundation, il centro studi neo-conservatore interessato alla democratizzazione (o “destabilizzazione”, dipende dai punti di vista) dei paesi dell'ex-blocco comunista. Dal 2006 il 49% della Novaja Gazeta è nelle mani di Michail Gorbačëv (10%) e di Aleksandr Lebedev (39%), politico e uomo d'affari milionario nonché ex funzionario del KGB e poi dell'SVD (i servizi segreti internazionali russi). Incidentalmente, i due hanno appena deciso di fondare un nuovo partito, il Partito Democratico Indipendente. [2] Sia chiaro: non è che Gorbačëv stia proprio simpatico a tutti, in Russia.
Infine, tanto per farci un'idea delle proporzioni, una circolazione di 250.000 copie in un paese di 145 milioni di persone non è molto.

Potremmo anche aggiungere a tutto questo il fatto che alla Politkovskaja non veniva perdonato di essersi associata a Boris Berezovskij nel comune interesse per il Caucaso Settentrionale e la causa dei profughi ceceni, che in quegli anni riceveva l'attenzione dei media occidentali e i soldi delle cosiddette fondazioni umanitarie e delle organizzazioni non governative. Intendiamoci: non c'è niente di male nell'abbinare al giornalismo la difesa dei diritti umani, a patto che non si considerino alcuni più umani di altri.

Come reagì l'opinione pubblica russa alla morte di Anna Politkovskaja? Con un misto di pena e indifferenza. In rete le cose stavano diversamente: opinioni tendenzialmente molto critiche e distaccate, con picchi di livore nei confronti della giornalista e del suo lavoro, e quei primi sintomi di rabbia e delusione nei confronti dell'opinione pubblica e dei media occidentali destinati a esasperarsi negli anni successivi.

Come reagì l'Occidente? Ma figuriamoci, il cadavere della povera Politkovskaja era il grande sogno trasversale: ci si buttarono tutti, giornalisti, politici, opinionisti, difensori della libertà di stampa, associazioni per la difesa dei diritti umani, sindaci, assessori, poeti, cantanti, registi, comitati di signore bene. E poi i premi, i premi: postumi, intitolati alla defunta, inutili. Che momenti.

Naturalmente parte di questi singoli e organizzazioni era in perfetta buona fede, e non lo dico solo perché l'ultima cosa che vorrei è un picchetto di signore sotto casa che protesta contro gli abusi in Russia. Ma di fatto i media occidentali (i nostri sulla scia di quelli britannici e statunitensi) avevano consacrato e diffuso una versione unica: in Russia era stata assassinata una giornalista coraggiosa che si opponeva a Putin; se ne deduceva che Putin doveva avere commissionato l'omicidio.

La vecchia sindrome del rosso sotto il letto è dura a morire, e l'avrebbe dimostrato di lì a poco l'opera buffa mediatica rappresentata dalla morte di Aleksandr Litvinenko (a proposito del quale, lo ammetto, mi sono fatta meno scrupoli: ma lui non era né giornalista, né donna, e del resto neanche tanto coraggioso).

Il Financial Times sottolineava che Putin era responsabile della creazione di un clima politico e sociale che rendeva possibili omicidi come questo. Anne Applebaum sul Washington Post attribuiva direttamente a Putin gli omicidi di giornalisti avvenuti in Russia dopo il 2000 (non che prima non ce ne fossero stati, solo che prima c'era El'cin). Olga Craig sul Sunday Telegraph titolava un suo articolo “Incrocia Putin e muori”, nel quale raccontava la fantasmatica storia di un povero giornalista russo perseguitato dai servizi segreti assassini. L'Economist ne approfittava per evocare le ombre del Reich e osservava che “a volte la Russia sembra orientarsi verso il fascismo”. [3]

La demonizzazione della Russia a questo punto era completa, potevamo rilassarci in questa certezza che non aveva bisogno di ulteriori conferme e dimenticarci della vera Politkovskaja. Tanto la vera Politkovskaja non esisteva già più: esisteva invece il fantasma di “una delle giornaliste più brillanti e coraggiose” (The Guardian), “una delle poche voci che osassero contraddire la linea di partito” (The Daily Telegraph), “scomoda in nome della libertà” (The Independent), “la più famosa giornalista investigativa russa” (The Times), “una delle giornaliste più coraggiose” (The New York Times), “vittima di raro coraggio” (The Washington Post). [4]

Anna Politkovskaja svolgeva il proprio lavoro in una posizione di estrema vulnerabilità, con i suoi reportage dal Caucaso ha documentato e testimoniato sofferenze, torture e abusi ed è stata vicina a tante vittime della guerra, anche se solo di una parte coinvolta in quella guerra. Per farlo e per combattere contro quello che considerava un sistema spietato ha scelto di schierarsi, e questo non l'ha resa più amata (basti leggere la testimonianza di uno degli ostaggi dell'assedio al Teatro Nord-Ost: non contiene parole di perdono o di riconciliazione ma accuse feroci e dolorose che non è difficile comprendere). [5] Ha corso rischi intollerabili e si è fatta molti nemici, ma forse non per le storie che scriveva (come ricordò il giornalista e commentatore politico Oleg Kašin in un bell'articolo su Vzgljad, più che una giornalista era una newsmaker: tendeva a stare davanti e non dietro alle telecamere, a fare notizia più che a scriverne). [6] Tra questi nemici c'erano persone capaci di farla uccidere praticamente alla luce del sole, o almeno nell'ingresso di un tranquillo condominio, vicino all'ascensore, un pomeriggio di ottobre: quattro colpi di Makarov, compreso quello finale “di controllo” (kontrol'nyj), che serve a verificare che la vittima sia morta ed è considerato indizio di un assassinio su commissione.

Per concludere: non so se Anna Politkovskaja sia stata in qualche modo strumentalizzata quando era in vita, e se ne fosse consapevole. So però che lo è stata, e molto, dopo la sua morte.

Ma veniamo al punto sulle indagini, che sono ora giunte a una svolta.

Inizialmente circolano varie ipotesi, tutte più o meno collegate all'attività professionale della Politkovskaja: vendetta di poliziotti corrotti che erano finiti nei guai per i suoi articoli; vendetta di militanti ceceni; azione dei nazionalisti russi (il suo nome era sulla lista di morte di vari gruppi neonazisti); provocazione politica per screditare le autorità russe e cecene o innescare conflitti nel Caucaso.

Poi la Procura Generale chiede il silenzio stampa, che viene rispettato. La Novaja Gazeta annuncia che avvierà una propria indagine e collaborerà con gli inquirenti; Aleksandr Lebedev offre una ricompensa pari a 1 milione di dollari a chi contribuirà alla soluzione del caso.
Segue dunque un silenzio stampa che dura dieci mesi.

Il 28 agosto 2007 il Procuratore Generale Jurij Čajka annuncia in una conferenza stampa l'arresto di dieci sospetti in relazione all'omicidio. Tra questi, un ufficiale di polizia, un colonnello dell'FSB (Servizio di sicurezza federale, i servizi segreti russi) e tre ex poliziotti; gli altri cinque sono ceceni, uno di loro avvocato a Mosca, e farebbero parte di una banda specializzata in omicidi su commissione. Gli inquirenti pensano che i ceceni possano avere a che fare anche con gli omicidi del vice presidente della Banca Centrale russa Kozlov e del giornalista di Forbes Russia Paul Klebnikov.

La Novaja Gazeta, impegnata nella sua indagine parallela, scrive che gli arresti sono stati fatti dal 15 al 23 agosto. Il direttore del giornale definisce le conclusioni degli inquirenti “convincenti”, il figlio della Politkovskaja, Il'ja, si dice “non sorpreso”.
“I nostri nomi coincidono con quelli dell'indagine ufficiale”, dice il vice direttore del giornale, Sergej Sokolov. “Ma l'identità del mandante non coincide”.

Nella sua conferenza stampa il Procuratore Generale fa anche una dichiarazione politica, puntando il dito contro le “forze esterne” di putiniana memoria che mirano a offuscare la reputazione internazionale della Russia e a destabilizzare la situazione interna del paese, e aggiunge che i responsabili vogliono “un ritorno al vecchio sistema di governo nel quale erano i soldi e gli oligarchi a decidere tutto”. Non si fanno nomi, ma tutti colgono il riferimento agli oligarchi in esilio (rispettivamente nel Regno Unito e in Israele) Berezovskij e Nevzlin; non a caso nel corso della conferenza stampa Čajka ribadisce che la Russia continuerà a chiedere l'estradizione di Berezovskij, ricercato per reati finanziari.

Nel frattempo anche l'FSB tiene una conferenza stampa in cui comunica che un suo ufficiale, Pavel Rjaguzov, è tra gli arrestati.

Gli altri nomi non si sanno, ma appaiono sulla stampa il giorno successivo, completi di foto e generalità dei sospettati: Aleksej Berkin, Dmitrij Lebedev, Tamerlan Machmudov, Džabrail Machmudov, Oleg Alimov, Achmed Isaev, Sergej Chadžikurbanov, Dmitrij Gračev, Pavel Rjaguzov. Il Moskovskij Komsomolec aggiunge un bel po' di dettagli. [7] Si sa così che Rjaguzov, il colonnello dell'FSB, ha 37 anni ed era già tenuto d'occhio da tempo per presunti collegamenti con il crimine organizzato. Rjaguzov è specializzato in compiti di sorveglianza, dunque potrebbe avere messo sotto controllo il telefono della Politkovskaja. Dmitrij Lebedev, Dmitrij Gračev, Oleg Alimov e Aleksej Berkin sono ex poliziotti: alcuni hanno lasciato il servizio tra i 5 e gli 8 anni fa. Avrebbero avuto l'incarico di sorvegliare la Politkovskaja quando usciva di casa. Sergej Chadžikurbanov, ufficiale di polizia, 40 anni, quattro anni prima ha organizzato una trappola che ha portato alla cattura di Frank Alcapone (alias Fizuli Mamedov), arrestato per il possesso di un chilo di eroina. Secondo le guardie del corpo del boss l'eroina gli era stata messa addosso dai poliziotti. Alcapone viene rimesso in libertà e i poliziotti accusati di abuso d'ufficio.

Poi ci sono i tre fratelli Machmudov, di origine cecena: Tamerlan, 36 anni, Džabrail, 49, e Ibrahim, 25. Tamerlan e Ibrahim risiedono a Mosca, Džabrail a Zarajsk, nel distretto di Mosca. Secondo le autorità questi tre non avevano rancori personali nei confronti della giornalista, e hanno partecipato all'omicidio in cambio di un'ingente somma di denaro.

Infine ci sarebbe l'autista, Achmed Isaev: avrebbe portato i fratelli Machmudov sul luogo del crimine e li avrebbe aiutati a ottenere la documentazione per acquistare la macchina.

Forse anche a causa di questa fuga di notizie, nei giorni successivi le prove contro alcuni degli accusati cadono una dopo l'altra. Viene rilasciato per insufficienza di prove Berkin (gli inquirenti pensavano facesse parte della banda di criminali ceceni chiamata “Lasagna”, dal nome di un ristorante in cui erano soliti incontrarsi, e ritenuta responsabile dell'omicidio); e viene rilasciato anche Chadžikurbanov, perché il giorno dell'assassinio era in carcere (quello che si dice un alibi di ferro). [8] Poi è la volta di Alimov, mentre emerge che Rjaguzov è accusato di abuso di potere per un caso che risale al 2002. [9]

A una settimana dagli arresti, un altro colpo di scena: la Procura Generale toglie il caso alla squadra di inquirenti che se ne era occupata fino a quel momento e al suo capo Pëtr Garibjan. [10] Il direttore della Novaja Gazeta Muratov dice in un'intervista a Echo Moskvy che la decisione è frutto di pressioni dei siloviki (uomini dei servizi) per sabotare le indagini. La Procura Generale nega l'accusa dicendo che la squadra è stata invece rafforzata con l'aggiunta di nuovi elementi. La Novaja Gazeta fa sapere che continuerà a lavorare con Garibjan, che sono in corso nuovi arresti e che l'indagine si è fatta estremamente complicata.

La Procura apre un'indagine sulla fuga di notizie.

A metà settembre viene arrestato Šamil Buraev, ex capo del distretto ceceno di Ačhoj-Martanov, accusato di aver ottenuto l'indirizzo della giornalista da Rjaguzov e di averlo passato agli assassini.
Una notizia RIA Novosti del 24 ottobre conferma che Buraev rimane in arresto e che i detenuti al momento sono nove, compresi i fratelli Machmudov. [11]

Nell'intervista a Time del dicembre 2007 Putin dice che le autorità faranno il possibile per risolvere il caso, ma che ci sono dei “problemi con le prove”. [12]

Alla fine di marzo 2008 la Procura Generale fa sapere che il killer è stato identificato ed è attualmente ricercato. Gli accusati in quel momento sono nove, compreso l'ufficiale dell'FSB. [13]

Agli inizi di aprile un investigatore capo incaricato delle indagini, Dmitrij Dovgij, rilascia un'intervista a Izvestija nella quale afferma che Boris Berezovskij è il mandante dell'omicidio. Dovgy è stato sospeso per corruzione (avrebbe preso tangenti per 4 milioni e mezzo di dollari), ma secondo Izvestija l'intervista è stata fatta quando era ancora in servizio. [14] Dovgij non ha in mano prove concrete, ma si dice convinto che l'omicidio sia stato ordinato da Boris Berezovskij attraverso Chož-Achmed Nuchaev, il criminale ceceno fuggiasco ufficialmente sospettato dell'omicidio di Paul Klebnikov. Appare abbastanza evidente che Dovgij, che pochi mesi prima in un'intervista alla Rossijskaja Gazeta era stato estremamente cauto, ha tentato una mossa disperata dimostrando la sua lealtà e accreditando una pista politica che poteva supporre molto gradita ai suoi superiori.

Il 16 aprile altra fuga di notizie: il sito russo Life.ru pubblica la foto di Rustam Machmudov, sospettato di essere l'esecutore materiale dell'omicidio. [15]

Il 12 maggio viene rilasciato un altro sospetto, Magomed Dimelchanov. Gli arrestati scendono a sette. Contro Rustam Machmudov è stato emesso un mandato di cattura internazionale.
Agli inizi di giugno viene rilasciato anche Buraev, in attesa di processo.

Il 18 giugno gli inquirenti russi dichiarano di avere concluso l'indagine e di avere formalizzato le accuse contro quattro sospetti: tre per coinvolgimento nell'omicidio e uno per abuso d'ufficio. [16] Un'indagine distinta è stata avviata nei confronti dell'esecutore materiale dell'omicidio, Rustam Machmudov, latitante. Le accuse contro Buraev sono invece cadute per insufficienza di prove.
Agli inizi di luglio fonti della Procura Generale dichiarano di sapere in quale paese dell'Europa Occidentale si nasconda Machmudov. [17]

Arriviamo infine al 2 ottobre 2008, quando la Procura Generale della Federazione Russa comunica di avere rinviato a giudizio per l'omicidio di Anna Politkovskaja tre persone: Sergej Chadžikurbanov e i fratelli Džabrail e Ibrahim Machmudov. L'ex ufficiale dei servizi Pavel Rjaguzov è accusato di abuso di ufficio. Un distinto procedimento penale è stato avviato a carico di Rustam Machmudov. [18]

Il figlio della giornalista, Il'ja Politkovskij, ha sostenuto in una conferenza stampa che il caso è stato trasferito non a un tribunale civile, ma a un tribunale militare, in quanto uno degli imputati è un agente dei servizi. “Vorrei sottolineare che non accuso dell'organizzazione diretta di questo omicidio le autorità, perché niente fa pensare a questo. All'omicidio hanno preso parte elementi isolati dei servizi segreti e loro agenti”, ha aggiunto il figlio della giornalista. [19]

Dunque si va al processo, probabilmente in tempi brevi. Mancano il killer, il mandante e il movente.

La ricompensa da un milione di dollari non è stata incassata da nessuno.

È una storia fatta di voci e fughe di notizie, di avvertimenti, di “io so”, di sassi lanciati e mani nascoste, di rivelazioni frettolose e premature, di gang Lasagna e soldi, di criminalità, connivenze e coperture, probabilmente non di massimi poteri, o folli regali di compleanno, o premier ceceni capricciosi, o maligni oligarchi con l'hobby del colpo di stato. Ma chi può dirlo con certezza.

Quando è stata diffusa la notizia del rinvio a giudizio la stampa occidentale e quella russa hanno reagito pigramente. La ricerca su Google e Yandex dà pochi e ripetitivi risultati, le discussioni sui blog si limitano a rilanciare la notizia (che è stata riportata già a settembre [20] e non fa che confermare fatti noti già a giugno), nessun commento sui giornali.
Forse si aspetta il 7 ottobre per far scattare i riti del ricordo, più appaganti della ricerca di un tenue e distorto riflesso di verità.

Note
[1] “Who killed Anna Politkovskaya?”, John Laughland, Sanders Research Associates, 19 ottobre 2006
[2] “Russia: Gorbaciov- Lebedev, partito”, ANSA, 30 settembre 2008
[3] “Where is America's Politkovskaya?”, Mark Ames, The eXile, 20 ottobre 2006
[4] John Laughland, op. cit.
[5] СВИНСТВО!!!, http://al-stal.livejournal.com/, 20 ottobre 2006
[6] “Kto ubil Annu Politkovskuju?”, Oleg Kašin, Vzgljad, 9 ottobre 2006
[7] “Sodejstvujuščie lica i ispolniteli – V spiske ubijc Politkovskoj – torgovcy ryboj, čekisty i milicionery”, Moskovskij Komsomolec, 29 agosto 2007
[8] “Mera Otsečenija”, Kommersant', 30 agosto 2007
[9] “Genprokuror sdaet po delu”, Kommersant', 31 agosto 2007
[10] “Investigator out in Politkovskaya case”, The Moscow Times, 5 ottobre 2007
[11] “Court remands Politkovskaya murder suspect Burayev in custody”, RIA Novosti, 24 ottobre 2007
[12] “Putin promises to complete probe into Politkovskaya's murder”, RIA Novosti, 19 dicembre 2007
[13] “Politkovskaya's killer identified, being sought - top prosecutors”, RIA Novosti, 28 marzo 2008
[14] “Načalnik Glavnogo sledstvennogo upravlenija Dmitrij Dovgij: 'Čeloveku dolžno byt' vygodno ne brat' vzjatok'”, Izvestija, 3 aprile 2008
[15] “Ubijstvo izvestnoj žurnalistki. Killer sbežal iz Rossii”, Life.ru, 15 aprile 2008
[16] “Russian prosecutors finish probe into Politkovskaya murder”, RIA Novosti, 18 giugno 2008
[17] “Russian reporter Politkovskaya's killer hiding in Western Europe”, RIA Novosti, 1° luglio 2008
[18] “Russian prosecutors refer Politkovskaya murder case to court”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[19] “Delo ob ubijstve Politkovskoj peredano v voennyj sud”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[20] “Delo Politkovskoj v Genprokurature”, Rossijskaja Gazeta, 20 settembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

La traduzione francese, a cura di Fausto Giudice, è a questo indirizzo.

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mercoledì, settembre 17, 2008

Il nuovo gruppo anti-iraniano (con pretese bipartisan) dei neocon

I neoconservatori formano un nuovo gruppo anti-iraniano con presunte pretese bipartisan
di Richard Silverstein

traduzione di Andrej Andreevič

Se avete letto l'articolo dedicato a United Against Nuclear Iran su The Forward sarete rimasti un po' perplessi, visto che le due realtà raccontate sono molto differenti.
Ecco come Marc Perelman comincia la storia (i corsivi non sono miei):
Un'ampia coalizione cerca di prevenire un Iran nucleare
In uno sforzo per aumentare la consapevolezza pubblica sulle ambizioni nucleari iraniane, è stata lanciata una nuova organizzazione... focalizzata su questa questione.
I promotori del gruppo, che si chiama United Against Nuclear Iran [Uniti Contro l'Iran Nucleare], spera di replicare la Save Darfur Coalition, che ha unito persone di sinistra e falchi così come gruppi ebraici e cristiani per intercedere a favore della regione sudanese distrutta dalla guerra.
Il gruppo è stato costituito come organizzazione caritatevole non profit (codice 501c3) che si presenta come "ampio blocco politico non di parte" che sarà composto da individui e organizzazioni "di diverse etnie, comunità religiose, affiliazioni politiche e sociali", secondo una dichiarazione di intenti postata sul sito internet, che è ancora in costruzione.
A quanto sembra Perelman ha creduto ai PR dell'organizzazione prendendo per buona la loro pretesa di essere un "ampio blocco politico". Ma è davvero così?
Il direttore esecutivo della nuova organizzazione è Mark Wallace... [che] ha cominciato la propria carriera politica [sic] lavorando come assistente con l'allora governatore della Florida Jeb Bush e nel gruppo legale repubblicano durante il riconteggio dei voti delle elezioni presidenziali in Florida nel 2000. Dopo aver lavorato nella Homeland Security sotto il presidente Bush, all'inizio del 2006 è si è occupato di management e riforme nel gruppo statunitense alle Nazioni Unite dell'allora ambasciatore americano all'ONU John Bolton. Durante la sua permanenza in carica Wallace, al quale era stato dato il ruolo di ambasciatore, ha fatto inquietare molti funzionari tentando aggressivamente di imporre inchieste sulla corruzione nei programmi ONU. Ha lasciato il posto in aprile, tra voci che lo volevano fuori dalle grazie di un ambasciatore più conciliante, Zalmay Khalilzad.
La moglie di Bolton [qui c'è un errore, dovrebbe essere 'la moglie di Wallace'], Nicolle, è stata direttrice delle comunicazioni alla Casa Bianca dal 2005 fino alla metà del 2006, e successivamente, il primo maggio, si è unita alla campagna presidenziale di McCain come senior adviser. I coniugi Wallace sono consulenti della candidata alla vicepresidenza Sarah Palin per le interviste e i dibattiti.
Esploriamo la leadership di questo "ampio blocco politico". A capo c'è un protetto di John Bolton, che si scagliava contro le Nazioni Unite proprio mentre vi lavorava come "ambasciatore". Sua moglie era direttrice delle comunicazioni per Bush. Entrambi consigliano Sarah Palin. Questo sistema tutto. Dietro non c'è alcuna agenda politica nascosta.
Una fonte confidenziale mi ha detto che se cercate su whois informazioni sul dominio del sito internet, lo troverete registrato a nome di:

Henley MacIntyre
45 Rockefeller Plaza
Suite 2162
New York, New York 10111

Cercate il nome con Google, e scoprirete che si tratta di un'ex assistente di Bush coinvolta nello scandalo delle email RNC/Casa Bianca. I membri dello staff della Casa Bianca utilizzavano computer forniti dall'RNC [Radio Network Controller]; la politica del gruppo è di eliminare tutte le vecchie email, e le comunicazioni critiche interne per seguire lo svolgimento del caso del licenziamento dei legali statunitensi potrebbero essere state distrutte. È una violazione della legge federale. Mmmm, la cosa si fa sempre più curiosa.
Quindi cosa abbiamo? Chiaramente un ulteriore tentativo della destra repubblicana (includendo l'AIPAC e altri gruppi e finanziatori ebraici di destra) di preparare a Washington un clima che giustifichi politiche più bellicose e belligeranti verso l'Iran. Dal momento che nell'apparato politico-militare ci sono potenti elementi che spingono per una guerra con l'Iran, è probabile che queste manovre cerchino di aggregare consenso per un probabile attacco israeliano.
Mahmoud Ahmadinejad parlerà alle Nazioni Unite il 22 settembre. Gruppi pro-israeliani come l'Israel Project acquisteranno spazi pubblicitari sulle tv via cavo di New York per denunciarne la visita. Non sarei sorpreso se gli spot elettorali di McCain tentassero di collegare Obama e i falchi iraniani. Sarebbe una partita molto combattuta. United Against Nuclear Iran sembra avere lo scopo di amplificare questo sforzo propagandistico.
Ci si chiede perché The Forward abbia deciso di dedicare un articolo a un gruppo che non ha collegamenti ebraici evidenti. Dal momento che Mark Wallace ha rifiutato di rivelare le fonti di finanziamento del gruppo, sospetto che ci siano di mezzo i soldi di gruppi ebraici conservatori. Una volta che un gruppo riceve lo status di organizzazione caritatevole non profit (codice 501 c3) dovrebbe rivelare i nomi dei suoi finanziatori. Purtroppo adesso possono tenere nascosti questi dati.
Conta poco che Wallace dica di essere sostenuto da Richard Holbrooke e Dennis Ross. Non so perché questi due stiano cercando di far credere cose non vere. Ho scritto loro un'email chiedendo in che maniera sono coinvolti, se lo sono, col gruppo. Se hanno sostenuto il gruppo sono stati raggirati. Trovo strano che due consiglieri ufficiali della campagna di Obama possano affiancarsi a un gruppo che ha un evidente orientamento neoconservatore e pro-McCain. Mi chiedo se entro breve riceveremo da Ross e Holbrooke qualche dichiarazione di smentita o chiarimento.
Il sito del gruppo omette convenientemente di elencare i membri del gruppo direttivo, rendendo impossibile verificare se le loro pretese biparitsan siano sincere. La frase finale dell'articolo di Forward è involontariamente umoristica:
Il portavoce [di Wallace] Kildea ha sottolineato che l'iniziativa è un impegno autenticamente bipatisan.
Come no. Continua a ripeterlo, magari qualcuno alla fine ci crederà.

Fonte: Richard Silverstein

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lunedì, settembre 01, 2008

Chi tace...

[Come bene evidenzia Russia Monitor in questo post, anche a proposito del recente summit della SCO (Gruppo di Shanghai) si sono lette valutazioni molto contrastanti. Ricordiamo che la dichiarazione finale della SCO esprimeva "supporto per il ruolo attivo della Russia nel contribuire alla pace e alla cooperazione nella regione". La stampa occidentale si è affrettata a interpretare la dichiarazione come uno "scacco diplomatico" subito dalla Russia. Va poi segnalato che la dichiarazione è stata citata in modo selettivo: AFP evidenziava l'appoggio "al principio dell''integrità territoriale' degli stati", The Independent lo interpretava come una "denuncia del riconoscimento russo dell'indipendenza delle repubbliche separatiste". Ci si chiede allora come mai la Russia abbia sottoscritto una dichiarazione finale che la condannava, e perché se ne sia detta molto soddisfatta (come si rileva qua e là anche negli articoli segnalati qui in questi giorni). Ovviamente le risposte stanno nello statuto della SCO, nella natura e negli obiettivi del gruppo di Shanghai e nella varietà dei suoi membri e dei loro interessi. In questo contesto, anche una dichiarazione finale solo relativamente positiva è un buon successo: significa che la Russia ha alleati che riconoscono la complessità della situazione e non fanno a gara per condannarla, e tanto basta. Questo intendo, quando scherzo sulla necessità di leggere i rapporti tra Russia e Cina con l'attenzione che mostravano gli inviati occidentali alle prese con il linguaggio fortemente codificato della Pravda (che permetteva di intravedere la gravità dei problemi nelle relazioni con un altro paese in base all'inclusione o all'omissione dell'aggettivo "fraterne", tanto per fare un esempio).
Ecco un breve pragmatico pezzo di Expert Online che chiarisce in modo semplice e lineare alcuni punti della questione e le ovvie ragioni della condotta della Cina].

Chi tace...

di Mark Zavadskij, corrispondente di Expert Online da Hong Kong

Il summit della Shanghai Cooperation Organization svoltosi lo scorso mercoledì ha dimostrato quello che era chiaro a molti fin dall'inizio del conflitto con la Georgia: la Cina non è pronta ad appoggiare apertamente la Russia in questo round con l'Occidente. Il massimo in tal senso su cui può contare la dirigenza russa è rappresentato da una taciturna neutralità. Lo hanno dimostrato tutte le sedute del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, alle quali i rappresentanti della Cina non hanno pronunciato parola.

“Seguiamo attentamente lo sviluppo della situazione e ci rendiamo conto della storia complessa e dell'attuale situazione dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia”, ha spiegato il 27 agosto il portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Qin Gang, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla posizione cinese in merito alla questione. Tutto qui.

Anche i mezzi di informazione cinesi evitano accuratamente di esporre analisi della situazione e soprattutto commenti sulla posizione ufficiale di Pechino. Si rileva solo la tensione dei rapporti tra l'Occidente e la Russia, il cui punto di vista viene a onor del vero riportato in modo piuttosto dettagliato, anche citando l'ambasciatore russo in Cina Sergej Razov.

Quando la Cina quattro mesi fa si è ritrovata isolata dopo le rivolte in Tibet, il Ministero degli Esteri russo è stato molto più eloquente. Allora la Russia ha appoggiato in tutto e per tutto l'operato della Cina. Il Ministero degli Esteri russo ha espresso la speranza che le autorità della RPC ricorressero a tutte le misure necessarie per porre un freno alle azioni illegali e sedassero i conflitti nella regione autonoma, mentre il ministro Lavrov ha dichiarato che appoggiare i separatisti tibetani sarebbe stato immorale.

E adesso che è la Russia a trovarsi sola, la Cina se ne esce con costruzioni verbali poco significative.

Sulle ragioni di questa condotta si è già detto abbastanza. La Cina si oppone coerentemente all'ingerenza di paesi terzi nei suoi “affari interni” e respinge il principio dell'ingerenza negli “affari interni” sulla scena internazionale. Tra la repressione delle rivolte in Tibet, la gestione dell'ordine nello Xinjiang e le relazioni con Taiwan la Cina ha sufficienti motivi per restare fedele a questo principio anche nel futuro.

Lo stesso pensiero che la SCO potesse appoggiare apertamente la Russia appare strano, se si considera con quali obiettivi è stata creata questa organizzazione. Se si legge attentamente il suo statuto si scopre che non c'è scritto niente sulla necessità di contrastare il genocidio. Invece il primo articolo della carta della SCO, firmata nel 2001, afferma che uno dei principali obiettivi dell'organizzazione sarà “contrastare il terrorismo, il separatismo e l'estremismo in tutte le loro manifestazioni”. Un appoggio diretto all'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud avrebbe contraddetto lo statuto stesso del Gruppo di Shanghai e i suo spirito complessivo: ciascuno dei paesi membri della SCO ha delle regioni difficili, e uno dei motivi per cui l'Organizzazione è stata creata è proprio la necessità di risolvere questi problemi. Il secondo articolo della carta della SCO afferma che i paesi appoggiano i principi dell'“integrità territoriale degli stati e dell'inviolabilità dei confini nazionali, della non ingerenza negli affari interni, del non uso della forza o della minaccia di essa nelle reazioni internazionali”.

La Cina in questo conflitto appoggerà solo i propri interessi, che consistono in primo luogo nel garantirsi la sicurezza energetica. In un certo senso il conflitto tra Russia e Occidente risulta utile alla Cina: presto la Russia dovrà decidere in quale direzione prevalente orientare le sue forniture energetiche. E la Cina è estremamente interessata a che la direzione prioritaria diventi proprio quella orientale.

E con tutto ciò la Russia oggi non ha “alleato” migliore della Cina. Non è un caso che la Russia negli ultimi tempi si stia muovendo per fare entrare la Cina e l'India nel G8. Pechino, come Mosca, si è opposta al riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo, e in presenza della Cina per gli altri sette paesi sarebbe ben più difficile usare nei confronti della Russia la retorica della democrazia e dei diritti umani. Questa è un'occasione per portare la Cina dalla propria parte in un mondo fortemente polarizzato: se il G8 dovesse rifiutare la Cina e allo stesso tempo cacciare la Russia, questi due paesi avrebbero un altro tema comune da affrontare nei loro colloqui.

Originale: Expert.ru

Articolo originale pubblicato il 29 agosto 2008.

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mercoledì, agosto 20, 2008

La sarkozizzazione dei media francesi

[Breve pausa dalle vicende del Caucaso per osservare quello che sta succedendo nei media francesi (senza farci ingannare da quest'aria un po' Sturm der Liebe). Volendo approfondire e motivare la sensazione di inquietudine, c'è questo articolo sul licenziamento di un capo redattore di France Monde. E per quali motivi, leggete un po'. Così, tanto per capire che aria tira lì].

La sarkozizzazione dei media francesi

da Voltaire Net

Martin Bouygues, proprietario della principale catena televisiva francese, TF1, ha confermato la nomina di Jean-Claude Dassier alla direzione dell'inforrmazione di TF1 e quella di Laurence Ferrari come nuova presentatrice del telegiornale delle 20, al posto di Patrick Poivre d'Arvor, che aveva questo incarico da 21 anni.

Martin Bouygues è un miliardario vicino al presidente Nicolas Sarkozy. È stato testimone al suo matrimonio con Cécilia e ha tenuto a battesimo il loro figlio Louis.

All'indomani dell'elezione presidenziale, Martin Bouygues ha nominato il direttore aggiunto della campgna elettorale di Sarkozy, Laurent Solly, direttore aggiunto di TF1.
Jean-Claude Dassier era candidato dell'UMP (il partito di Nicholas Sarkozy) nella cittadina di La Teste-de-Buch alle ultime elezioni municipali. È il padre di Arnaud Dassier, consigliere per la comunicazione internet di Nicholas Sarkozy e direttore della comunicazione internet dell'UMP.

Il telegiornale delle 20 di TF1 è la principale fonte d'informazione dei francesi. Ottiene spesso il 40% degli ascolti (circa 8 milioni di telespettatori).

Secondo il Daily Telegraph, Laurence Ferrari avrebbe avuto una relazione con Nicolas Sarkozy quando il suo matrimonio con Cécilia stava per concludersi. Una fonte vicina all'Eliseo sostiene che la giornalista si sarebbe separata dal marito, Thomas Hugues, dopo un weekend intimo col presidente a Marrakesh, ma che avrebbe dovuto cedere il posto alla modella italiana Carla Bruni, selezionata dal consigliere delle comunicazioni della presidenza. Le riviste francesi Closer e Metro, che avevano dato notizia della relazione, sono state condannate su richiesta della Ferrari per "attacco alla vita privata", benché questa informazione sia indispensabile per la comprensione politica del nuovo paesaggio mediatico francese.

Fino all'estate del 2006, il sostituto di Patrick Poivre d'Arvor al telegiornale delle 20, nei weekend e durante le vacanze era Thomas Hugues (allora marito della Ferrari). È stato messo nell'angolo e rimpiazzato a partire dal giugno 2006 da Harry Roselmack, la cui nomina non è stata annunciata da Martin Bouygues ma da Nicolas Sarkozy, decisamente molto previdente.

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giovedì, agosto 14, 2008

I link di oggi

Information dissemination: "con il via libera alla US Navy stiamo per assistere alla prima consistente operazione della marina americana dallo tsunami del 2005. Può non impressionare chi non è particolarmente addentro a queste cose, ma è così. Questi fatti cambieranno il nostro punto di vista strategico sulla potenza militare.
Per la seconda volta nel XXI secolo gli Stati Uniti stanno per esercitare consistentemente il proprio potere militare non in una guerra; ma invece di un disastro naturale questa volta affronteranno una potenza militare che esercita un controllo politico. È una missione militare, questa? Nel XXI secolo, ".

***

Il conflitto russo-georgiano come test per l'Unione Europea, di Lili di Puppo, su Eurasianet:
Negli ultimi anni l'Unione Europea ha adottato un approccio morbido nel Caucaso, ma la mediazione della Francia tra Russia e Georgia suggerisce che quel ruolo è destinato a cambiare.
I segni di un cambiamento nella politica dell'UE nel Caucaso hanno già cominciato a delinearsi. Tra i segnali di un 'evoluzione, l'impegno del ministero degli Esteri tedesco per una proposta di pace per il conflitto abchazo-georigiano e la visita nel giugno 2008 dell'Alto Rappresentante dell'UE Javier Solana in Abchazia.
Secondo un analista le implicazioni più importanti della guerra si avranno nelle relazioni dell'Unione Europea con l'Ucraina e nell'intervento in altri conflitti regionali, compresi il Nagorno-Karabach e Transnistria.
Tuttavia ci sono divergenze tra gli stati membri: per esempio la Germania vede il ruolo dell'UE nella regione come un onesto mediatore tra Georgia e Russia o Russia e Stati Uniti, mentre i nuovi stati membri come la Polonia e gli stati baltici vorrebbero un ruolo più attivo e diretto dell'Unione Europea, e una linea più dura verso la Russia.
Quest'ultima ipotesi è però incerta, e la politica europea di difesa e sicurezza non è ritenuta sufficientemente sviluppata per consentire ampi impegni di peacekeeping.
Sabine Fischer dell'Istituto Europeo per gli Studi sulla Sicurezza di Parigi invita alla cautela: "Nella risoluzione del conflitto in Georgia non c'è un'Unione Europea, ci sono solo stati membri".

***
Aleksandr Dugin, politologo e leader del Movimento Internazionale Eurasiatista:
"È stato tutto un bluff. [Gli americani] avrebbero potuto cercare di minacciarci ma non hanno fatto niente. Non l'hanno fatto perché dipendono da noi in Afghanistan; se dovessimo bloccare le forniture militari che passano attraverso il corridoio che solo noi controlliamo la situazione esploderebbe. Dunque, anche se gli americani fossero pazzi, e non lo sono, non scatenerebbero mai la terza guerra mondiale. Ecco perché sotto questo punto di vista siamo in guerra solo con Saakashvili e i mezzi tecnici presenti sul posto. E le altre questioni le considereremo man mano che si presentano".
"L'America è un paese razionale, e non può dare a vedere che sta abbandonando Saakashvili, anche se l'ha appoggiato ed è stata al suo fianco in questo crimine, contando che la Russia non reagisse. .. Ma la cosa che va ricordata è che una terza guerra mondiale e la partecipazione dell'America a questo conflitto era esclusa fin dall'inizio, e i nostri strateghi lo sapevano benissimo".
Link (Agenzia di informazione Regnum, in russo).

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Secondo Mike Whitney (che cita le recentissime esternazioni di Brzezinski) a Putin è stata tesa una trappola che servirebbe a trascinare la Russia in un conflitto infinito per prosciugare le sue risorse, diminuire il suo prestigio sulla scena globale, indebolire la sua influenza nella regione, rafforzare le alleanze tra Europa e America e distogliere l'attenzione dalla campagna nel Golfo. Gli artefici di questa trappola sarebbero lo stesso Brzezinski, Holbrooke e la Albright, gente che sa manipolare i mezzi di informazione e i canali diplomatici ai propri fini.
Perché questa squadra di "imperialisti machiavellici" (che, incidentalmente, si è schierata con Obama) è così interessata a demonizzare Putin e a minacciare la Russia di "ostracismo, isolamento e sanzioni economiche?" Qual è il crimine di Putin.
Il crimine di Putin, secondo Whitney, è tutto espresso nel discorso di Monaco, una sfida al "sistema internazionale" di Brzezinski e al mondo delle corporazioni e delle banche dell'oligarchia occidentale.
Dunque, conclude Whitney: "L'Ossezia del Sud era una trappola e Putin ha abboccato. Sfortunatamente per Bush lo scaltro primo ministro russo è molto più intelligente di chiunque faccia parte dell'attuale amministrazione".
[L'ora del disclaimer: a chi si occupa di Russia abbastanza da vicino non sfuggirà la tendenza alla drammatizzazione e alla personalizzazione di valutazioni come questa; Putin-lo-scaltro è la controparte (altrettanto semplificata) di Putin-demonio-che-tutti-amano-odiare. La realtà del potere russo è più complessa, intricata e, perché no, ambigua. Comunque tutto questo serve da buon ripasso sulla cricca Brzezinski].

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Galleria fotografica di RIA Novosti: Tskhinvali dopo la guerra.
[Lapsus: avevo scritto RAI Novosti, quella esiste solo nei miei sogni. Fortuna che mi tenete d'occhio, grazie B.!]

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Carlo Benedetti su Altrenotizie.org:
"Casa Bianca Pentagono e Cia utilizzano in queste ore i loro canali per attaccare la Russia e stravolgere la realtà dei fatti. L’obiettivo è di mettere sotto accusa il Cremlino di Putin e Medvedev sostenendo che è stata Mosca ad attaccare in Ossezia e che, quindi, resta “la Russia di sempre”, erede dei metodi sovietici. La posizione americana trova subito utili laudatores anche nella stampa di casa nostra che si affrettano a scrivere che 'Mosca ha una voglia matta di “rivedere la pesante eredità della sconfitta patita nella Guerra fredda'. Non c’è nessun tentativo reale di comprendere il conflitto nelle diverse rappresentazioni geopolitiche e geoeconomiche. Siamo di nuovo al clima maccartista, ai diktat di Foster Dulles. Si spinge volutamente indietro la ruota della storia presentando il leader georgiano come un politico sì dalle chiare inclinazioni autoritarie, che tuttavia gode di una certa popolarità e ha ottenuto buoni risultati nel ristabilire l'ordine e la stabilità nel Paese dopo il periodo di Scevardnadze. La Georgia viene quindi presentata da vari media occidentali come una democrazia che sotto diversi aspetti si può considerare incompleta, ma pur sempre accettabile.

Comunque sia la propaganda non può nascondere la verità. Nell’Ossezia del Sud ci sono oltre 2000 ossetini e russi uccisi e trucidati da un esercito comandato da Michail Saakasvili, il presidente-Quisling filoamericano e filo-Nato. Ci sono migliaia di abitazioni distrutte, ospedali rasi al suolo, scuole sventrate dai missili georgiani tutti regolarmente 'made in Usa' o in Israele. Bush, quindi, può essere contento per gli investimenti fatti nel Caucaso e il miliardario Soros (che a partire dal 1979 ha distribuito 3 milioni di dollari l'anno a movimenti di dissidenti dell’Est utilizzando come copertura il suo Open Society Institute) può promuovere a pieni voti il suo allievo Saakasvili e il nuovo arrivato Giga Bokeria, il 36enne leader del movimento studentesco della Georgia denominato 'Kmara!' (Basta!) che è, praticamente, una filiale della Cia americana nell’intero Caucaso".

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Chris Floyd critica la decisione americana di mandare le forze armate in "missione umanitaria" in una delle zone più instabili del mondo e si rifà all'articolo di Robert Scheer su Stratfor (che abbiamo citato ieri) per sottolineare il possibile ruolo del lobbista Randy Scheunemann, consigliere di McCain e fautore dell'invasione dell'Iraq.
Insomma, secondo Floyd qui ci sarebbe di mezzo una profezia autoavverantesi dei neoconservatori, per cui la Russia si trasforma in un nemico in espansione e Putin è il nuovo Stalin.
E Obama?
Il candidato democratico si è allineato con McCain, Butt-Thumper, Dick Cheney, Bill Kristol e tutta la cricca di guerrafondai dichiarando il proprio appoggio all'ingresso della Georgia nella NATO (ma immaginiamo solo cosa sarebbe successo se la Georgia ne avesse già fatto parte).
Con "progressisti" come questi, conclude Floyd, chi ha bisogno del Project for a New American Century?

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Questo non è il 1968? Condoleezza Rice, la commediante
"Questa è probabilmente la cosa più divertente che ho sentito negli ultimi tempi. Condoleezza Rice alla BBC a proposito dell'invasione russa della Georgia:

Non è il 1968, quando la Russia poteva invadere un paese, occupare una capitale, rovesciare un governo e farla franca.

Cavoli, Rice, non è ESATTAMENTE quello che hanno fatto gli Stati Uniti in Iraq? E a Panama?

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Da questo articolo di Brendan Cooney per Counterpunch sulla delusione e le speranze infrante dei georgiani:

"Pyotr Bezhov, in fuga dalle violenze, ha detto a un giornalista del New York Times: 'Il problemi più grosso qui siete voi, il vostro paese. Avete detto che i sovietici erano un impero malvagio, ma siete voi l'impero'.
Le truppe in ritirata non parlavano tanto della brutalità dei russi come ci si poteva aspettare ma del tradimento degli americani.
'Negli ultimi anni ho vissuto in una società democratica", ha detto al New York Times il maggiore Georgi, un soldato georgiano in ritirata. 'Ero felice. E adesso l'America e l'Europa ci sputano addosso'. 'Dove sono i nostri amici?' ha chiesto un altro soldato esausto.
La Georgia amava gli Stati Uniti. La strada dall'aeroporto si chiama George W. Bush Street.
[...]
Alla ricerca disperata di alleati per la loro tremenda guerra, gli Stati Uniti hanno addestrato le forze georgiane e sono diventati i loro migliori amici. Dopo la Gran Bretagna, la Georgia è il paese che ha mandato il contingente più numeroso in Iraq. Forse i georgiani sono stati pazzi a pensare che gli Stati Uniti avrebbero messo i muscoli dove c'erano solo parole, ma ci hanno creduto.
[...]
Questa settimana Bush ha detto che l'offensiva russa era 'inaccettabile nel XXI secolo'. Bush ha un calendario diverso dal nostro? In quale secolo è avvenuta, la sua invasione? In che senso inaccettabile? Perché non è stata abbastanza cruenta, o l'occupazione non è stata completata? Perché Putin non ha ancora impiccato il presidente georgiano per i suoi presunti crimini?"

***

Saakashvili sta perdendo la guerra dei media? È quello che si chiede Janet McBride sul blog di Reuters. Fin dall'inizio della controffensiva russa, il presidente georgiano Mikheil Saakashvili è stato onnipresente nei mezzi di informazione occidentali. È apparso su CBS, CNN, BBC e praticamente tutte gli altri canali televisivi in lingua inglese per accusare la Russia di aver invaso la Georgia, di voler attaccare la capitale e di progettare il suo rovesciamento. L'11 agosto, in un corsivo apparso sul Wall Street Journal, ha ammonito che la caduta della Georgia sarebbe stata la caduta dell'Occidente.
All'inizio del conflitto il verdetto è stato univoco: Saakashvili stava vincendo a man bassa la guerra dei media.
Ma la tendenza si sta invertendo, e le cose a quanto pare si stanno mettendo male per Saakashvili, mentre i russi stanno cominciando a destreggiarsi meglio nei rapporti con i media. Perfino gli Stati Uniti hanno messo un freno al presidente georgiano, smentendo la sua affermazione a proposito del controllo americano di porti e aeroporti della Georgia.
Dunque la ben oliata macchina propagandistica di Saakashvili gli si sta rivoltando contro? Sta perdendo la simpatia internazionale?"

Da un commento di Saker, che ha ripreso il post:
"Saakashvili non è perfetto per screditare completamente la sola idea di essere alleati con gli USA? Non è la prova vivente che Zio Sam non è in grado di salvarti la pelle quando le cose si mettono male? Saakashvili non è un testimonial perfetto per il concetto che la gente se ne deve stare LONTANA da qualsiasi alleanza con l'Impero?
Se la risposta è 'sì', forse i russi potrebbero voler lasciare Saakashvili al potere ancora per un po'".

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Saakashvili nega che Israele abbia interrotto le forniture militari, scrive Haaretz. E poi specifica che ben due ministri georgiani (quello della Difesa e quello della Reintegrazione) sono israeliani e si occupano entrambi della guerra, e ciò significa "che la guerra o la pace in Georgia sono nelle mani di ebrei israeliani".
"Yakobashvili di fatto non è cittadino israeliano. Le dichiarazioni di Saakashvili fanno parte del tentativo del suo governo di trascinare altri paesi nella sua guerra contro la Russia", commenta il quotidiano israeliano.
Sempre per quanto riguarda le forniture israeliane, secondo Peter Hirshberg la pubblicità data alle transazioni dalla guerra potrebbe essere un danno per Israele, dal momento che la Russia potrebbe, per ritorsione, aumentare le vendite di armi a Siria e Iran (l'articolo cita la vendita di un sistema missilistico s300 all'Iran, di cui si discuteva da tempo, e che potrebbe andare a buon fine visti i recenti avvenimenti). Inoltre gli israeliani temono anche un possibile maggiore riavvicinamento tra Iran e Russia (articolo del Jerusalem Post).

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Secondo Jonathan Steele non di guerra per gli oleodotti si tratta, ma di attacco contro l'influenza russa.

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Arkadij Babčenko, corrispondente di guerra, si è aggregato alle truppe russe e le ha seguite a Džava, a Tskhinvali, ha assistito all'assalto di Zemo-Nikozi [villaggio a sud della capitale Tskhinvali], ha seguito il battaglione ceceno "Vostok" verso Gori ed è ritornato in elicottero con i feriti. Ha scattato 89 fotografie nella zona del conflitto.
[Attenzione, alcune immagini possono ovviamente turbare].
Link, qui. Il caricamento è abbastanza rapido.

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Da Lenin's Tomb:

"Ecco John 'Reich centenario' McCain:
Voglio dialogare con i russi. Voglio che lascino il più rapidamente possibile il territorio georgiano. E ho a cuore le buone relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Ma nel ventunesimo secolo le nazioni non invadono altre nazioni.
Stai zitto, McCain. Stai solo zitto".

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mercoledì, agosto 13, 2008

I link di oggi

Si comincia anche oggi con Benedetti: Ossezia: muore anche la verità.

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Punto di vista georgiano espresso dal giornalista Oleg Panfilov (del Centro per il giornalismo in situazioni estreme) sul suo blog, da Tbilisi:
"Oggi è stata la giornata dell'emozione.
Prima, una grande manifestazione nel centro di Tbilisi e gente che piangeva durante il discorso di Saakashvili. Poi una giornata di attesa, mentre i politici discutevano ed esprimevano le loro idee sulla Georgia e i suoi rapporti con la Russia.
E infine l'uscita della Georgia dalla Comunità degli Stati Indipendenti. Per ora sotto forma di dichiarazione politica, ma tra qualche giorno la Russia si trasformerà automaticamente in una forza d'occupazione non solo formalmente, ma anche dal punto di vista legale, perché perderà lo status di 'peacekeeper' per conto della CSI. E poi, conformemente a tutte le leggi internazionali, la presenza di truppe russe sul territorio dell'Ossezia del Sud e dell'Abchazia potrà essere riconosciuta come illegale.
In altre parole, un'altra avventura militare è finita in nulla.
Non so quali pensieri possano essere passati per la testa dei capi militari russi (sempre che di pensieri si possa parlare), ma la Georgia è riuscita a resistere e ha evitato di tornare a essere lo stato che era ai tempi sovietici, e cioè una 'grande kebabberia' per la nomenclatura russa.
Se analizziamo quello che è successo, troveremo molti argomenti a favore sia della Georgia, sia dei metodi imperiali del Cremlino. Una cosa è chiara, però: la Georgia non cambierà. Negli ultimi cinque anni ha assaggiato la libertà e la democrazia, anche se questo a molti non è piaciuto.
Adesso spetta agli altri resti dell'impero sovietico decidere se continuare a vivere come prima o imparare dalla Georgia.
Domani sarà un'altra giornata di attesa".

Dai commenti a questo post:
"La Georgia ha perso l'Ossezia del Sud e l'Abchazia. Spentasi l'euforia si ritornerà al grigiore quotidiano: senza rimesse di denaro [dai parenti] di Mosca, senza collegamenti via mare e via aerea [con la Russia], con le banche senza lavoro. E allora le dimensioni della catastrofe supereranno quelle della folla ingenua ed eccitata di quella manifestazione.
Questa guerra non ha giusti né colpevoli, vincitori né perdenti. Ma c'è la colpa, un senso schiacciante di colpa davanti ai morti".

"Oleg, purtroppo lei si sbaglia.

1) I paesi della NATO e gli alleati in generale non intendono farsi coinvolgere in una guerra con la Russia, e se accadrà di nuovo sarà controproducente per tutti.

2) L'Abchazia e l'Ossezia del Sud non faranno più parte della Georgia, neanche come regioni autonome: è molto probabile che la Russia riconosca la loro indipendenza.

3) Se verrà dimostrato che i civili di Tskhinvali sono morti per l'uso di sistemi lanciarazzi multipli Grad, Saakashvili non avrà proprio la possibilità di aderire a niente.

E comunque, Oleg, lei sta facendo propaganda. I blog vengono letti per avere un'idea di quello che succede sul campo. Quando racconta che hanno bombardato l'oleodotto, citi cortesemente le fonti. Perché poi, quando si legge da fonti più o meno indipendenti che i gestori dell'oleodotto smentiscono la notizia, è ben triste trovare conferma che le sue fonti mancano di obiettività".

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Dichiarazione del Comitato di Pace Georgiano: protesta contro la militarizzazione (con l'aiuto statunitense) del paese, solidarietà alle vittime ossete, denuncia del regime di Saakashvili.

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Piano di pace russo-francese, la Georgia chiede l'"aiuto militare" della NATO (in particolare per sostituire i sistemi radar andati distrutti nell'attacco russo).

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Dal blog di Antiwar.com:
"Esiste o è mai esistito un governo più ipocrita di quello statunitense? Gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione l'ipotesi di punire la Russia per le operazioni militari in Georgia cancellando la propria partecipazione alle annuali esercitazioni navali Russia-NATO. [...] il Segretario di Stato Condoleezza Rice insiste che 'i russi devono bloccare le operazioni militari come hanno apparentemente promesso, ma quelle operazioni devono assolutamente fermarsi perché bisogna ristabilire la calma'.
Be', che ne dicono gli Stati Uniti di interrompere le operazioni militari in Iraq per permettere di ristabilire la calma? La semplice idea che il governo degli Stati Uniti voglia dare lezioni alla Russia sulle operazioni militari in Georgia è ridicola. Zio Sam non si vergogna del genocidio scatenato dal suo esercito in Iraq?"

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The Independent Institute si interroga sui Semi di una nuova guerra fredda (decisamente nessuna tenerezza per la Russia, ma si sofferma sulla responsabilità degli Stati Uniti e sulla vera consistenza della "democrazia" georgiana).

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La guerra russo-georgiana e l'equilibrio dei poteri, di George Friedman su Stratfor:
"L'invasone russa della Georgia non ha cambiato l'equilibrio dei poteri in Eurasia. Ha semplicemente annunciato che quell'equilibrio si era già spostato. Gli Stati Uniti devono occuparsi delle guerre in Iraq e Afghanistan, del conflitto potenziale con l'Iran e di una situazione destabilizzante in Pakistan. Non hanno una riserva di forze strategiche di terra e non sono in grado di intervenire sulla periferia russa. Questo ha permesso ai russi di riaffermare la loro influenza nella sfera ex-sovietica. [...] L'invasione non ha spostato l'equilibrio dei poteri. Questo equilibrio era già cambiato, e stava ai russi scegliere quando farlo capire pubblicamente. Lo hanno fatto l'8 agosto".
Friedman si chiede poi quello che ci siamo probabilmente chiesti tutti: perché i georgiani hanno deciso di invadere l'Ossezia del Sud. Innanzitutto è difficile non pensare a una forma di coinvolgimento degli Stati Uniti, che almeno dovevano essere al corrente delle intenzioni georgiane. Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a non capire che Mosca avrebbe reagito?
Due sono le ipotesi:
1. un fallimento totale dell'intelligence;
2. una visione della Russia ancora ferma agli anni Novanta, con un esercito a pezzi e un governo in piena paralisi, una Russia che non faceva mosse decisive al di fuori dei propri confini dalla guerra sovietica in Afghanistan.
Ma la Russia nel frattempo è cambiata.
Per capire la mentalità russa secondo Friedman bisogna avere presenti due fatti: la rivoluzione arancione in Ucraina (che Mosca considera orchestrata dalla CIA per attirare l'Ucraina nella NATO e accerchiare la Russia) e la decisione dell'Europa e degli Stati Uniti di riconoscere l'indipendenza del Kosovo, che la Russia ha visto come una violazione del principio europeo del secondo dopoguerra sull'inalterabilità dei confini nazionali al fine di prevenire i conflitti.
Infine Friedman si sofferma sul conflitto come dimostrazione del ritorno della Russia allo status di grande potenza, processo che è in atto da anni.
"La guerra è stata tutt'altro che una sorpresa; era nell'aria da mesi. Ma le basi geopolitiche della guerra si stavano formando dal 1992. La Russia è stata un impero per secoli. Gli ultimi 15 anni non erano la nuova realtà, ma una semplice aberrazione non ancora corretta. E ora è stata corretta", conclude.

***

"La 'democrazia del libero mercato' georgiana esiste nello stesso universo parallelo delle 'armi di distruzione di massa' e dell'Uomo di Piltdown, ma non troverete molti altri mezzi di informazione disposti a dirvelo": Justin Raimondo strapazza un po' Bill Kristol, Saakashvili e il mito della Georgia democratica.

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Da Sean's Russia Blog, mai tenero con il Cremlino, sempre obiettivo e informato:
"Dmitrij Medvedev ha così annunciato il termine di quella che ha definito 'operazione per costringere le autorità georgiane alla pace', mettendo ufficialmente fine a cinque giorni di combattimenti. I combattimenti non si sono del tutto fermati, e non sorprende. Le macchine da guerra si mettono in moto facilmente ma sono difficili da spegnere.

Il bilancio finale (preliminare)? La Russia dichiara circa 2000 civili uccisi dalle forze georgiane; 18 soldati morti e 52 feriti. La Russia ha impiegato 9000 soldati e 350 veicoli armati. I georgiani dichiarano 150 morti e centinaia di feriti. Robert Guliye, il sindato di Tskhinvali, riferisce che il 70% degli edifici della città è stato danneggiato o distrutto. Dei 30.000 abitanti ne è rimasta solo la metà. Per ora non ci sono dati sulla quantità di armi e munizioni impiegati nel conflitto.

Grande giorno per Dima. La sua prima vittoria militare da presidente. Come, niente tuta di volo, niente bandiera, niente slogan? Ma di certo riuscirà a tirar fuori un po' di capitale politico da tutto questo?

Sono certo che lo farà, appena uscito dall'ombra politica di Putin. Putin, almeno per la stampa occidentale, è stato il volto della guerra, il piccolo demone cattivo che tutti amano odiare. Un titolo del NY Times dice già tutto: 'Russia, and Putin, Assert Authority' ('La Russia e Putin affermano la loro autorità'). Come giunge a questa sorprendente conclusione, il Times? Be', usa una nuova teoria per comprendere la politica russa: 'La teoria delle maniche arrotolate'.

Ultimamente Putin è apparso alla televisione con le maniche arrotolate, mescolandosi ai profughi al confine con l'Ossezia del Sud: l'immagine dell'uomo d'azione.
All'opposto, Medvedev viene mostrato seduto alla sua scrivania a Mosca, mentre impartisce gli ordini di rito al ministro della difesa.

Putin è un duro, Medvedev un burocrate seduto dietro a una scrivania. Mentre Putin parla schiettamente con Bush a Pechino, Medvedev fa una crociera sul Volga. Viene da chiedersi se la continua insistenza su Putin della stampa occidentale sia davvero dovuta al fatto che è al potere o se Putin sia al potere proprio perché è diventato il perfetto cattivo, una specie di action figure dell''Uomo d'Azione'. A quanto pare la risposta per il NY Times sta tutta nelle maniche arrotolate.

Un altro modo di vedere la diarchia è chiedersi se l'equilibrio conti poi così tanto. Chiaramente ciascuno ha il suo ruolo, e Dima, con il suo sorriso dolce e l'aspetto da ragazzino, non ha (ancora) l'immagine giusta per ricevere la condanna internazionale. Ma c'è Putin. Metterlo di fronte alle telecamere è stata un'ottima mossa. Sono sicuro che i russi sapessero dall'inizio che si sarebbero presi la colpa di tutto comunque. E allora perché rischiare il nuovo presidente? Dima è troppo fine e sensibile per meritarselo. Putin se ne frega di Bush e Cheney, figuriamoci di McCain e Obama. Fondamentalmente la posizione di Putin di fronte a tanto clamore è “queste cose risparmiatele per quelli che ci badano”.

Si può davvero biasimare i russi? La macchina propagandistica anti-russa è entrata a pieno regime da subito, come se i dibattiti, i video, le interviste e i commenti fossero già pronti. La propaganda nera era già assemblata. La Reuters e altre agenzie hanno usato foto manipolate. Adesso la CNN è accusata di aver usato immagini di carri armati ed edifici distrutti a Tskhinvali dicendo che si trattava di Gori. Le voci e la propaganda georgiana sui movimenti dei russi sono stati creduti acriticamente (perfino da me). L'invenzione è diventata realtà.

***

Information Dissemination offre la sua analisi diplomatico-militare che vede gli Stati Uniti estromessi dal gioco mentre l'Unione Europea riporta una vittoria diplomatica, e individua la strategia russa basata sul "divide et impera":

"All'inizio del conflitto Putin e Bush si sono parlati in Cina, prima che Putin volasse al fronte per diventare il volto del conflitto. Alcuni hanno descritto il rapporto Medvedev-Putin in questo conflitto come “poliziotto buono/poliziotto cattivo". Crediamo che questa interpretazione sia valida, ma non nel senso convenzionale. Vediamo Medvedev come il poliziotto buono per l'Europa e Putin come il poliziotto cattivo per gli Stati Uniti.

Basandoci sulle mosse di Bush dopo l'incontro con Putin (restare in Cina) e le sue non-mosse (non fare quasi nulla per la Georgia), possiamo concludere che la Russia ha essenzialmente ricevuto il via libera per conseguire tutti i suoi obiettivi. Qui non esistono successi parziali.

L'obiettivo della Russia fin dall'inizio è stato assicurare gli interessi russi per l'Ossezia del Sud e l'Anchazia. Possiamo supporre, basandoci sulla conferenza stampa di Bush alla Casa Bianca, che Bush si aspettava che la Russia si limitasse a riempire quelle regioni di truppe e basta. Possiamo anche ipotizzare che l'amministrazione non credesse che gli obiettivi tattici della Russia comprendessero Senaki, Zugdidi, Gori e Poti".

Date queste premesse, perché la Russia è passata ad altri obiettivi tattici? Perché si è posizionata nei pressi delle città e si è fermata, ha creato linee difensive e non ha occupato le città? Sembra che che la Russia abbia posizionato le sue forze proprio dove voleva, per essere in grado di colpire le città georgiane se le sue condizioni (tra le quali la legittimazione dell'azione militare russa) non saranno soddisfatte.

"La Russia a questo punto ha solo bisogno di un mediatore. E arriva la Francia. Ecco cosa scriveva ieri la stampa russa:

Gli Stati Uniti non sono adatti al ruolo di mediatori nella risoluzione del conflitto tra Georgia e Ossezia. La dichiarazione è stata fatta dal ministro francese degli Affari Europei ed Esteri Bernard Kouchner.

Secondo Kouchner's opinion gli Stati Uniti fanno attualmente parte del conflitto, giacché sono presenti in Georgia ed equipaggiano il suo esercito.

È una coincidenza che il poliziotto buono Medvedev abbia ricevuto Sarkozy e abbia elaborato un cessate il fuoco? Ci aspettiamo che la Francia proponga una risoluzione del conflitto che affidi la Georgia all'Unione Europea. Questo assicurerà a Germania e Francia che la Georgia non entri mai nella NATO e darà all'Unione Europa una vittoria pubblica sul terreno della politica estera e della diplomazia. La Russia ha le nuove province, riceve legittimazione per la sua azione militare, e la Georgia riesce a sopravvivere, probabilmente senza cambio di regime anche se le prossime elezioni potrebbero punire Saakashvili".

E gli Stati Uniti? "Gli Stati Uniti hanno dimostrato di non essere fondamentali, e probabilmente questa situazione adesso non è destinata a cambiare".

"Nel XXI secolo le superpotenze pagano un costo molto alto per le proprie azioni, ma è anche vero che il costo è molto alto anche per l'inazione. Quando Bush ha escluso l'ipotesi dell'intervento militare, anche se non l'avrebbe mai usata neanche in un milione di anni, la Georgia è stata spacciata. Da allora la Russia non si è più preoccupata degli Stati Uniti. L'amministrazione Bush ha giocato a poker con Putin, ma ha fatto vedere le carte. Questo tipo di gioco avrà delle conseguenze.

Quando parliamo di strategia 'divide ed impera' della Russia capite senz'altro che non ci riferiamo alla Georgia. La Russia userà questo incidente per dividere l'Europa e gli Stati Uniti, e l'inazione americana produrrà umiliazione. La strategia d'uscita della Russia prevede che l'Europa butti a mare gli Stati Uniti per garantire la sopravvivenza della Georgia. Al tavolo diplomatico ci sono la Russia e la Francia, cosa vi aspettavate? In quella stanza gli interessi degli Stati Uniti stanno all'ultimo posto".

***

"Adesso questa è probabilmente l'area più instabile del pianeta, perché gli Stati Uniti e l'amministrazione Bush hanno cercato strenuamente di far entrare nella NATO la Repubblica della Georgia, ripeteranno il tentativo il prossimo dicembre chiedendo l'ammissione di Georgia e Ucraina, e la Russia ha messo in chiaro che si tratterebbe di una minaccia alla sua sicurezza nazionale e alla sua sovranità. Teniamo poi conto del fatto che gli Stati Uniti continuano a voler installare in Polonia e Repubblica Ceca missili che potenzialmente possono essere missili nucleari, e che ciò li metterebbe in grado di colpire per primi, costringendo la Russia a mettersi in ginocchio e a chiedere la resa... La Russia lo sa, Washington lo sa, non viene detto all'opinione pubblica americana né a quella europea ma è questa la posta in gioco in Georgia".
F. William Engdal, The Geopolitics of Georgia (video).

***

E se la "sorpresa di ottobre", cioè la mossa che porterà i repubblicani alla Casa Bianca, fosse stata anticipata ad agosto? Se fosse la piccola Georgia?
È l'ipotesi di Robert Scheer, che ricorda il ruolo di un certo Randy Scheunemann, per quattro anni lobbysta sul libro paga del governo georgiano divenuto consigliere per la politica estera di John McCain (e noto come uno dei neoconservatori che hanno orchestrato l'intervento in Iraq quando dirigeva il Project for a New American Century).

***

World Socialist Website: Le mosse strategiche russe per contrastare gli USA in futuro: rafforzamento militare e alleanza con la Cina.

***

Altra analisi dal World Socialist Website: seguendo l'orientamento prevalente della sinistra socialista britannica non è per niente tenera con la Russia ("non c'è niente di progressista nell'intervento militare della Russia in Georgia. L'élite di governo russa persegue i propri obiettivi predatori nel Caucaso, regione dominata per due secoli da Mosca prima del crollo dell'Unione Sovieticanel 1991"), ma trova le responsabilità della guerra nella politica statunitense, che favorendo un'informazione non obiettiva ha cercato di scatenare sentimenti antirussi e guadagnare il consenso dell'opinione pubblica con il fine ultimo di imporre la propria egemonia sul Caucaso").

[continua]

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lunedì, agosto 11, 2008

Agosto 2008, Ivanov Report

Agosto 2008

di Eugene Ivanov

Agosto è un brutto mese per la storia russa recente, e quello del 2008 purtroppo non fa eccezione. Però questa volta non parliamo di una crisi economica, di un sottomarino affondato o di un attentato terroristico. Parliamo di una guerra, la guerra tra Russia e Georgia.
Ed è ora di cominciare a porsi le due perenni domande inconfondibilmente russe: di chi è la colpa e che fare?
Permettetemi però di farne prima altre due. Innanzitutto, cosa c'è che non va nel sistema del “peacekeeping”? Perché i peacekeeper in tutto il mondo non riescono a impedire che vengano commesse atrocità contro le persone che dovrebbero proteggere? Perché la presenza non di uno, ma di due contingenti di pace in Ossezia del Sud non ha impedito il massacro di migliaia di civili innocenti? Perché un contingente di “pace” ha preso a sparare all'altro invece di impedire la carneficina?
Seconda domanda: qual'è il problema del Consiglio di Sicurezza dell'ONU? Perché i membri del Consiglio di Sicurezza, che non hanno alcuna difficoltà a stilare risoluzioni che condannano i risultati delle elezioni presidenziali in paesi remoti, sprecano ben tre sedute (e poi una quarta, una quinta, e così via) prima di decidere a chi attribuire la responsabilità della perdita di vite innocenti?
Il presidente georgiano Saakashvili ha commesso molti errori gravi. Benché la scelta dei tempi per lanciare l'offensiva militare in Ossezia del Sud – che ha coinciso con l'apertura dei Giochi Olimpici di Pechino – sembrasse opportuna, non si è reso conto che anche gli eventi successivi, compresa la reazione della Russia, sarebbero stati accolti con la stessa distrazione. Se il mondo, incollato agli schermi televisivi, doveva ignorare l'evento A, perché avrebbe dovuto ignorare anche l'evento B?
Saakashvili ha anche sottovalutato la potenza militare della Russia nella regione, soprattutto il suo controllo dello spazio aereo georgiano, e il fatto che fosse pronta a usare questa superiorità per una decisa vittoria sul campo. Forse Saakashvili e i suoi consiglieri militari hanno contato eccessivamente su un esercito russo troppo corrotto e disorganizzato per riuscire a reagire con prontezza. Forse consideravano la 58ª Armata una tigre di carta. Be', non lo è.
Infine, e soprattutto, Saakashvili deve avere sopravvalutato la prontezza dell'Occidente a difendere il “faro della democrazia” nel Caucaso. Se nella “guerra di propaganda” la Georgia ha buona parte del mondo al suo fianco, nella guerra vera contro la Russia si è ritrovata sola. Sono anni che gli esperti dicono che gli Stati Uniti non si impegnerebbero mai in uno scontro militare con la Russia sulla Georgia. Saakashvili ha deciso di non ascoltarti. Adesso è ora di contare i danni.
Per ora Saakashvili ha ancora il controllo della situazione interna. I capi dell'opposizione gli avrebbero assicurato il pieno appoggio. Certo, non si cambia squadra in corsa...
Ma potrebbe non durare. In un'intervista concessa all'agenzia France-Presse, l'ex-ministro degli Esteri della Georgia Salome Zhurabishvili ha suggerito che gli Stati Uniti sono parzialmente responsabili delle violenze in Ossezia del Sud. No, non ha accusato Saakashvili di avere provocato la crisi, ma la rottura con la linea “ufficiale” qui non può sfuggire.
E poi è solo una questione di tempo perché le élite georgiane riconoscano che l'unificazione del paese – che è stata il cavallo battaglia di tutta la presidenza Saakashvili – è ora più lontana di quanto lo fosse prima dell'8 agosto.
Considerato a Mosca alla stregua di un paria e con il rischio di una condanna per crimini di guerra, Saakashvili potrebbe presto diventare un peso. E non solo a Tbilisi, ma anche nelle capitali Occidentali.
La vittoria in una “guerra di propaganda” contro la Russia potrebbe diventare l'ultima dell'amministrazione Saakashvili. Be', la Russia non è nota per vincere le guerre di propaganda. Anzi, ha perso quasi tutte quelle che le sono state dichiarate.
Ma in Ossezia del Sud ha vinto una battaglia militare. Saakashvili imparerà molto presto che nei nostri tempi imperfetti i vincitori delle guerre di propaganda guadagnano solo 15 minuti di celebrità sulla CNN. Sono i vincitori delle battaglie vere che guadagnano il rispetto del mondo.

Originale da: The Ivanov Report

Post originale pubblicato il 10 agosto 2008

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I link di oggi

Georgia-NATO-Israele
Michel Chossudovsky riassume i legami tra Georgia e NATO e i rapporti con gli israeliani, ricorda che poco prima dell'attacco si è svolta l'esercitazione militare "Immediate Response" e si chiede se si stia preparando effettivamente un conflitto più ampio tra Russia e Stati Uniti. Articolo riassuntivo con cronologia degli eventi e utili mappe.
Link

In Georgia we trust
Il rappresentante speciale di Washington in Ossezia del Sud, Matthew Bryce, ha accusato i russi di genocidio della popolazione osseta. "Mi risulta che su Tskhinvali sparavano da due parti, quella georgiana e quella russa; e allora, perché attribuire il genocidio ai georgiani?" dice Matthew Bryza, che alla capitale osseta non si è neanche avvicinato. Bello sapere che qualcuno ha le idee chiare. (Link in russo, Izvestija).
Se può interessare, Bryza è il signore che nel novembre scorso ha lodato Saakashvili dopo la durissima repressione dei manifestanti che ne chiedevano le dimissioni. Citazione: "We trust in Georgia, the people of Georgia, the leadership of Georgia" (crediamo nella Georgia, nel popolo della Georgia, nella leadership della Georgia).

Cheney
reloaded
Ma ci pare che Cheney possa starsene in vacanza a sparare per sbaglio ad avvocati repubblicani quando la minaccia russa si riaccende? No. "L'aggressione russa non deve restare senza risposta, e la sua continuazione potrebbe avere gravi conseguenze per i suoi rapporti con gli Stati Uniti e con la più ampia comunità internazionale", ha dichiarato al New York Times.

Ricordare
"I discorsi sull''uso sproporzionato della forza' [da parte dei russi, N.d.T.] sono ridicoli. Shock and awe. B-2 contro ragazzini armati di pietre a Baghdad e a Kabul. Ricordate?"
Winthrop360

La Russia, la Georgia e la Cina
Interessante post di The Oil and the Glory, che riassumo:
La Georgia non è certo un grande avversario, militarmente parlando. La reazione Russa dimostra anche che la Georgia non è al momento un attore indipendente. Putin (perché si è capito chi comanda a Mosca) ha anche ribadito che la Russia non vuole che la Georgia entri nella NATO, e la NATO ha dimostrato di non volersi opporre alla Russia.
L'obiettivo di Washington era quello di trasformare il Caucaso e l'Asia Centrale in una regione filo-occidentale finanziariamente indipendente. La Georgia ha un ruolo chiave in questa strategia, perché attraversata dall'oleodotto BTC, dal gasdotto BTE e dal più piccolo gasdotto Baku-Supsa.
Dunque questo conflitto (con una Georgia non sufficientemente forte e gli Stati Uniti che decidono di non schierarsi al suo fianco) segna la fine della sfida dell'Occidente alla Russia come grande potenza energetica regionale? No: tutte queste pipeline continueranno a funzionare. La Russia non interferirà. Perché? Perché la sua più ampia strategia economico-politica in Europa dipende dalla capacità di non terrorizzare gli europei (che potrebbero scegliere di appoggiare la costruzione di pipeline non russe).
Infatti sembra che la Russia non abbia bombardato l'oleodotto BTC.
Quelli che sembrano compromessi sono invece i progetti dell'oleodotto e del gasdotto transcaspico e del Nabucco.
Ma a questo punto entra in gioco il fattore Cina. L'obiettivo della politica americana è l'indipendenza energetica per il Caucaso e gli stati centro-asiatici, dove l'influenza della Russia è forte: e allora perché il petrolio e il gas naturale devono andare verso Ovest?
La Cina sta costruendo un oleodotto e un gasdotto dal Turkmenistan e il Kazakistan allo Xinjiang e oltre. Visto che Washington non può evitarlo, a questo punto potrebbe decidere di contribuire alla costruzione di queste rotte energetiche. Dunque il prossimo problema della Russia potrebbe essere un tandem USA-China (l'unico mezzo con cui gli Stati Uniti potrebbero a questo punto contrastare l'influenza della Russia nel Caucaso e nell'Asia Centrale).
Link

E l'Iran
Secondo Stan Goff la Russia è riuscita in un colpo solo a sbugiardare le rivoluzioni colorate finanziate dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment Fund, la farsa degli "interventi umanitari" usata in Jugoslavia, e si ha anche migliorato la propria posizione in vista della probabile ascesa dell'Iran come nazione più influente dell'Asia Sud-Occidentale.
L'autore si chiede inoltre che effetto potrà avere sull'Iran la profonda evidente debolezza degli Stati Uniti, e se questo spingerà il paese ulteriormente verso la Russia (ci sono già due forme importanti di collaborazione: il progetto di creare un OPEC del gas e la Shanghai Cooperation Organization.
Link

Gli aiuti militari
Il ministero della Difesa della Federazione Russa ha pubblicato un file in cui sono elencati tutti i paesi che forniscono armi, addestramento o finanziamenti alla Georgia. Documento dettagliato che specifica anche di quale genere di fornitura si tratta.
Per farla breve, i paesi sono:
Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Bulgaria, Ungheria, Grecia, Lituania, Lettonia, Turchia, Francia, Cecoslovacchia, Estonia. E questo per quanto riguarda la NATO.
Altri paesi: Israele
, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Ucraina.
Il file .doc, in russo, è scaricabile qui.

Quel che è giusto è giusto
Equilibrato, informato, documentato, con la giusta cronologia degli eventi (la Georgia attacca, la Russia convoca una sessione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiedendo un cessate il fuoco, il Consiglio di Sicurezza non produce una risoluzione, il presidente Medvedev dichiara il proprio dovere di difendere la vita e la dignità dei cittadini russi, infine la Russia reagisce militarmente; e poi ne approfitta per dare una lezione alla Georgia, questo sì): è l'articolo di Tony Karon (con la collaborazione di Yasha Levine di Exile) su Time Magazine, dati i tempi una piacevole sorpresa.
Link

[E poi ci sono Justin Raimondo per Antiwar e Mark Ames per The Nation. Ma, visto che la Miru ha un debole per questi due signori, vedremo di tradurli].

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domenica, agosto 10, 2008

Notizie dai giornalisti russi in Ossezia

[Dal blog del giornalista Michail Romanov, che è riuscito a lasciare Tskhinvali, la capitale dell'Ossezia del Sud bombardata dalle forze giorgiane]

"Tutti i giornalisti russi (27 persone) si trovano a Vladikavkaz. Siamo usciti dalla capitale in colonna. Ci hanno sparato con i lanciagranate, ma nessuno è rimasto ferito gravemente. In quell'inferno è rimasto solo Ruslan Gusarov di NTV, da solo e senza operatore. Prego per lui.
Tutti i dettagli in seguito. Anche le foto. Credetemi, ne ho di cose da raccontare.

Per ora posso dirvi solo questo: non credete alla televisione. Né a quella russa, né a quella georgiana (cioè: occidentale). Le vittime sono molte di più.

Una cosa simile non l'ho vista né in Cecenia né a Beslan. La Perevozkina [Marina Perevozkina, giornalista della Nezavisimaja Gazeta, N.d.T.] si è messa a urlare come una pazza, è andata in panico, ma secondo me ci ha salvati. Ha scritto alla comunità internazionale chiedendo che aprissero un corridoio, e poi il bombardamento è cessato. Siamo scappati, alcuni di noi lasciando i bagagli, i portatili, i documenti. [...] Quando ce ne siamo andati i bombardamenti sono ricominciati".

Link

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Il conflitto in Georgia-Ossezia Meridionale: links

[Ovvero, quello che non riusciamo a tradurre ve lo segnaliamo con una descrizione più o meno sintetica, cercando di dare un'idea il più possibile ampia dei punti di vista (pare che la stampa nazionale non ne abbia molta voglia, mentre Andrea e la Miru sì: queste segnalazioni sono equamente suddivise tra noi due)]

Il capodanno del 2007

winthrop360 ha fatto una scoperta interessante: nel febbraio del 2006 il ministro della Difesa georgiano si impegnò a dimettersi se non fosse riuscito a riportare l'Ossezia del Sud sotto il controllo georgiano entro la fine dell'anno. Voleva festeggiare l'arrivo del 2007 a Tskhinvali, disse.
Si dimise a novembre accusando Saakashvili di corruzione, incompetenza e violazione dei diritti umani. Poi passò all'opposizione e adesso sta in Francia, che gli ha concesso l'asilo politico.
Nel settembre 2007 Okruashvili rivelò il suo piano per riprendersi l'Ossezia del Sud: "un'operazione su piccola scala che avrebbe causato solo numero minimo di vittime". Precisò che non avrebbe comportato uno scontro militare su vasta scala
"Lo sapevano solo quattro persone: io, Saakashvili, Merabishvili e Adeishvili" disse Okruashvili. Forse anche Giga Bokeria, ma non ne sono certo".
Link: Aggiornamento sulla guerra: presagi

L'azzardo
Anche Douglas Muir di Fistful of Euros propone la sua analisi (la definisce "dilettantesca e semi-informata", ma essendo stato in Caucaso fino allo scorso marzo ha una certa conoscenza dei fatti):
Chi ha cominciato? A quanto pare la Georgia. Provocazioni ci sono state da entrambe le parti, ma i georgiani hanno lanciato una pesante offensiva militare, e non sono cose che succedono per caso.
Perché? L'Ossezia Meridionale è sempre stata vulnerabile a un blitzkrieg: piccola, non molto popolosa (circa 70.000 persone) e circondata dalla Georgia su tre lati. Impervia e montuosa, ma non adatta a una difesa in profondità. C'è solo una città di dimensioni un po' più grandi (Tsikhinvali, la capitale) e solo una strada in discrete condizioni che collega la provincia alla Russia. Ecco il punto: una sola strada, e passa attraverso una galleria. Certo, ci sono un paio di strade sui passi, ma sono in condizioni terribili. Strategicamente l'Ossezia del Sud è appesa a un filo. Dunque la tentazione c'è sempre stata: un'offensiva rapida per catturare Tsikhinvali, far saltare o bloccare la galleria e chiudere la strada.
Ci sono riusciti? Presto per dirlo, ma le cose si sono messe male. I russi hanno reagito con rapidità ed energia inaspettate e hanno il controllo dello spazio aereo dell'Ossezia del Sud.
Perché adesso? Saakashvili è un nazionalista privo di una visione razionale delle dispute con la Russia, che considera un insulto al suo animo patriottico.
Ma soprattutto Saakashvili è un giocatore d'azzardo: manca di pazienza, anche se ha carisma e astuzia. Inoltre è alle prese con difficoltà politiche interne, abbastanza gravi da alzare il suo livello di frustrazione.
Saakashvili è uno stupido?
Sembra aver fatto qualche errore di calcolo. Potrebbe aver pensato che i russi non avrebbero combattuto, o l'avrebbero fatto male, e che non avessero veramente a cuore l'Ossezia, o non fossero in grado di reagire con prontezza. Questa ultima ipotesi non era poi così campata in aria. L'errore è stato contare sulla disorganizzazione dell'esercito russo per lanciare un'offensiva su vasta scala.
L'altro errore è stato credere che i russi fossero distratti: per le Olimpiadi, certo, ma soprattutto perché ad agosto si svuotano gli uffici governativi e il Parlamento, e anche perché le più alte autorità della difesa se ne vanno in vacanza.
E invece no: la reazione russa potrà essere stata un po' caotica, ma è stata fondamentalmente decisa e rapida.
Va poi notato che i servizi segreti russi hanno fatto di tutto per infiltrarsi in Georgia. Dunque è possibile che questa offensiva fosse compromessa fin dall'inizio.
Link: Ossezia del Sud, il dado è tratto

Rassegna della stampa angloamericana
Chris Floyd (decisamente anti-putiniano, se vogliamo semplificare) fa una rassegna della stampa angloamericana sottolineando che "a questo punto è chiaro che la Georgia ha rischiato enormemente attaccando l'Ossezia del Sud, sperando che dopo aver inflitto un rapido k.o. avrebbe goduto dell'appoggio degli amici di Washington". Citando un articolo di Associated Press, Floyd osserva un aspetto che finora è stato prevalentemente trascurato dai media:
Saakashvili ha ordinato il bombardamento della capitale Tskhinvali poche ore dopo aver dichiarato un presunto "cessate il fuoco", e le forze georgiane hanno preso di mira e ucciso diversi soldati della forza di pace russa. Ciò ha offerto al Cremlino il pretesto perfetto per mostrare i muscoli e assicurarsi un controllo ancora più saldo sulle regioni separatiste della Georgia.
Altro aspetto: la responsabilità dell'Occidente, con il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo, e il fatto spesso tralasciato che quasi tutti gli Osseti considerano la propria regione parte della Russia.
Tra l'altro anche Floyd cita Okruashvili (v. winthrop).
Link: Il surge del Cremlino

Lavrov parla inglese
"Adesso, vede, tutti dicono: dichiarate il cessate il fuoco. Il cessate il fuoco è stato dichiarato due giorni fa, per essere immediatamente violato dalle forze georgiane".
Video, BBC

Oil and CIA, again
Secondo l'ex ministro degli Esteri georgiano gli Stati Uniti potrebbero essere parzialmente responsabili per le violenze in Ossezia Meridionale.
"In Georgia ci sono molti americani, impegnati ad addestrare le forze armate georgiane e a monitorare la situazione. Da quanto ne so, sorvegliano anche il corridoio strategico costituito dall'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.
Lo scopo principale del conflitto è l'ulteriore orientamento strategico della Georgia e un'opportunità per l'Occidente, mi riferisco a Stati Uniti e Unione Europea, di contare sulla Georgia e il Caucaso per assicurarsi la fornitura strategica di petrolio".
Anche il Professor Gerhard Mangott, del Dipartimento di scienze politiche dell'Università di Innsbruck, sottolinea che l'intensificazione del conflitto in Ossezia non è nell'interesse della Russia.
Link da Russia Today

LA foto
Disclaimer grande come un condominio di epoca sovietica: prendete questa osservazione di Russia Inside Out con un grano di sale. Ci sembra in ogni caso giusto riportarla.
Mattina del 10 agosto (oggi): il sito BBC news titola Russia deaf to Western voices (La Russia è sorda alle voci dell'Occidente), e inserisce alcune foto Reuters che si riferirebbero ai presunti bombardamenti russi di edifici residenziali. Guardiamole:



Qui si vede il cadavere di un uomo con una camicia a scacchi. I medici reggono un altro corpo: questa persona dev'essere ancora viva perché si aggrappa al braccio della donna. Sulla destra, uomo in nero apparentemente non troppo scosso.



Qui si vede un uomo che piange con un cadavere tra le braccia che ha la stessa camicia a scacchi, gli stessi pantaloni e le stesse scarpe del cadavere della foto precedente. Si tratta dunque della stessa persona. Dunque l'uomo ha portato il cadavere da un'altra parte? L'autore del post ritiene che l'uomo che piange sia l'uomo in nero della fotografia precedente.



Ed eccolo di nuovo: questo è sicuramente l'uomo della foto precedente, più vestito di prima.
Si noti anche la generale assenza di azione attorno alle scene ritratte.

Invitiamo ancora una volta alla prudenza e a tutte le riserve del caso: comunque la foto di quest'uomo è LA foto del conflitto finora, dunque pare lecito sospettare che una qualche forma di manipolazione ci sia stata.

Link: La guerra dei media contro la Russia

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giovedì, luglio 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, luglio 08, 2008

Mr Sikorski va a Washington

Dziennik riferisce che il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski oggi [il 7 luglio, N.d.T.] incontrerà Condoleezza Rice a Washington per parlare di difesa anti-missile e di “allargamento della NATO”. Il quotidiano aggiunge poi che Sikorski parlerà al telefono con i candidati alla presidenza John McCain e Barack Obama. In seguito Condi andrà subito a Praga sperando di chiudere l'accordo con i cechi, passando per Sofia e Tbilisi in un viaggio che comincerà questa settimana. Venerdì scorso il primo ministro polacco Tusk, in un colloquio con il vice presidente Cheney, ha respinto l'ultima offerta degli Stati Uniti che prevedeva un ulteriore sostegno militare e finanziario alla Polonia se avesse accettato di ospitare lo scudo di difesa anti-missile sul proprio territorio.

A Varsavia il presidente Kaczyński e il primo ministro Tusk sono in totale disaccordo su come uscire dallo stallo. Secondo l'articolo pubblicato da Dziennik, una fonte vicina all'ufficio del primo ministro ha detto “L'atmosfera era tesa. Da una parte c'era il presidente con i suoi, e dall'altra c'erano il primo ministro e i suoi subordinati. 'Signor presidente, dovrebbe avere maggiore fiducia nel ministro degli esteri', è stato detto dopo le critiche di Kaczyński a Sikorski. 'Non è il mio ministro degli esteri', ha risposto il presidente”.

Secondo l'analista e consulente dei repubblicani Edward Lutwak, "respingendo l'offerta degli Stati Uniti il governo della Repubblica di Polonia si è giocato un partner prezioso che l'avrebbe protetta dalla Russia. È un errore elementare”.

Queste parole convinceranno certamente i russi che lo scudo è diretto contro di loro, un errore ancor più elementare.

***

Sono deluso dal modo con cui AFP riferisce la notizia sullo scudo anti-missile e dalla sua interpretazione delle cifre dei sondaggi:

L'opposizione polacca alla proposta di installare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nell'ex-paese comunista si sta indebolendo, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati sabato. Alla fine di febbraio un sondaggio suggeriva che il 52% dei polacchi era contrario al piano, mentre questa nuova indagine – poco più di tre mesi dopo – ha rilevato che è contrario solo il 46%. Il progetto, che prevede il dispiegamento di 10 missili intercettori e di un radar nella vicina Repubblica Ceca, vede favorevole il 42% degli intervistati, in base al sondaggio pubblicato dalla Gazeta Wyborcza. A febbraio solo il 33% si era dichiarato favorevole .

... Anche se le Russia all'inizio si era opposta decisamente all'installazione di uno scudo anti-missile alle proprie porte, il Cremlino negli ultimi mesi ha ammorbidito la propria linea e sembra ora concentrarsi sull'ottenimento di garanzie in termini di sicurezza.


Ma ecco cosa riferisce il quotidiano Dziennik:

Il 46% dei polacchi non vuole lo scudo anti-missile statunitense. La maggioranza di noi teme che gli americani non modernizzeranno il nostro esercito e che l'installazione peggiorerà le relazioni con la Russia. Quasi tre-quarti degli intervistati da PBS ritengono che [la Polonia] dovrebbe dare la priorità ai contatti con l'Unione Europea piuttosto che con gli Stati Uniti. Il 42% dei polacchi è favorevole allo scudo e il 42% [sic] è contrario. Il 68% non crede che gli Stati Uniti equipaggerà il nostro esercito. Il sondaggio rivela che secondo i polacchi lo scudo peggiorerebbe la nostra posizione nel mondo. I polacchi, inoltre, temono più un peggioramento delle relazioni con la Russia a causa dell'installazione dello scudo anti-missile che l'eventualità di diventare il bersaglio di un attacco terroristico. Inoltre solo il 16% dei polacchi ritiene che dovremmo considerare prioritari i contatti con gli Stati Uniti. Più importanti dovrebbero essere i buoni rapporti con l'Unione Europea e con la Russia.

A quanto pare il quotidiano Dziennik ha fatto un errore tipografico scrivendo nel primo paragrafo che il 46% dei polacchi è contrario, per poi scrivere 42% nel secondo paragrafo. Ma questo è più scusabile della sciatteria con cui AFP ha dato la notizia.

Innanzitutto, AFP descrive la Polonia come un ex-paese comunista. Darebbe una notizia sul Sud Africa menzionando il suo status di ex-colonia? In secondo luogo, scrive che solo il 46% è contrario allo scudo anti-missile. Semmai l'opinione pubblica è spaccata quasi a metà sulla questione. In terzo luogo, afferma che secondo questo ultimo sondaggio PBS l'opinione pubblica a favore dello scudo è migliorata rispetto allo scorso febbraio. Trascura poi di dire che un sondaggio CBOS di giugno indica che l'opinione pubblica contraria allo scudo è al 60%. Infine, non voglio neanche commentare l'idea che la Russia stia ammorbidendo la propria linea sullo scudo anti-missile in Polonia. Questa mi ha lasciato senza parole.

Ma immagino che il diavolo stia nei dettagli, e che il 60% delle statistiche venga fabbricato sul momento, il 35% delle volte.

Fonte: http://leopolis.blogspot.com




Post originale pubblicato il 7 luglio 2008

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domenica, luglio 06, 2008

I fatti di Sidi Ifni e il quarto potere

Sidi Ifni e il quarto potere

di Haytham Manna هيثم مناع

Il dottor Haytham Manna è stato incaricato da cinque ONG per i diritti umani di osservare il processo di Hassan El Rachidi e Brahim Sbaâ Ellil a Rabat il 1° luglio 2008.

I fatti di
Sidi Ifni (Marocco, 700 km a sud della capitale Rabat) il sabato nero 7 giugno 2008 hanno senza dubbio rappresentato una sfida impegnativa al lavoro dei giornalisti in un'epoca di crisi. Il giornalista è uno storico dell'istante, un testimone diretto che trasmette in modo immediato i diversi punti di vista dei protagonisti. In questo senso è possibile considerarlo, secondo la definizione di Michel Seurat, un “sociologo a caldo” obbligato a conciliare il piano del racconto con deduzioni logiche, tenendo conto delle contraddizioni tra diverse letture dello stesso fatto. Mentre la verifica delle informazioni può condurre lo studioso a riconsiderare le proprie conclusioni, il giornalista non può permetterselo, obbligato com'è a lavorare sotto la pressione dello scoop: deve affrettarsi a trasmettere le sue informazioni.

Nel sud del Marocco un gruppo di di giovani diplomati disoccupati ha tenuto un sit-in davanti all'ingresso del porto di Sidi Ifni Aït Baamrane, una città che non supera i 24.000 abitanti e che il destino ha fatto entrare ieri nella resistenza al colonialismo e oggi nella resistenza civile. I manifestanti hanno bloccato l'accesso al porto, impedendo l'uscita dei camion carichi di pesce destinati ai magazzini frigoriferi e conservieri di Agadir. Tutto questo per protestare contro la degradazione delle condizioni sociali dei giovani disoccupati della città, il diniego di giustizia opposto alle rivendicazioni della popolazione e il tradimento delle promesse fatte dalle autorità di creare in loco una zona industriale e delle strutture di formazione professionale.

La reazione a questo sit-in è stata l'invio di Squadre mobili di intervento e di poliziotti armati di manganelli, di pallottole vere e di gomma e di granate lacrimogene per sgomberare i manifestanti e le loro famiglie alle cinque del mattino. E non si sono accontentati di picchiarli e di disperderli, ma hanno fatto irruzione con la forza nelle case delle famiglie solidali con le rivendicazioni dei giovani: l'hanno fatto con violenza selvaggia, saccheggiando, rubando oggetti personali, denaro e gioielli, pestando nei punti sensibili, violentando le donne e strappando loro i vestiti, pronunciando rozze ingiurie e violando la dignità delle persone (ci sono certificati medici e dichiarazioni sotto giuramento che lo attestano). Secondo alcune fonti gli uomini dei servizi di sicurezza erano 3000, secondo le autorità solo 300. Cinque ore dopo l'inizio dell'operazione, la città di Sidi Ifni è stata sottoposta a un blocco totale: nessuno poteva più entrarvi o uscirne.

Molti dei giovani partecipanti al sit-in hanno preferito fuggire sulle montagne circostanti piuttosto che cadere nelle mani delle forze repressive.

Un rapporto medico pervenutoci attesta aggressioni sessuali e gravi ferite al volto, alla testa e alle orecchie. Un altro certificato medico descrive un trauma provocato dal denudamento e da approcci sessuali, un terzo certificato parla della visibile impossibilità di muovere le dita, di dolori insopportabili e di un trauma da stupro. Una vittima di aggressioni sessuali non può più camminare né sopportare gli sguardi sul proprio corpo.

Per la mancata pubblicazione dei giornali nazionali (che non escono nel fine settimana), l'indomani la notizia è stata diffusa dalle agenzie audiovisive, dalle organizzazioni dei diritti umani e da internet.

Io mi sono ritrovato come osservatore in un tribunale in cui si giudicava il quarto potere, rappresentato dal giornalista Hassan El Rachidi, direttore della sede di Al Jazeera in Marocco, e l'anti-potere, rappresentato da Brahim Sbaâ Ellil, militante per i diritti umani, entrambi accusati in base all'articolo 42 del Codice della stampa*. Per completare il quadro, per una decisione politica Hassan El Rachidi si è visto ritirare l'accredito, ritrovandosi di fronte alla seguente alternativa: o restare in Marocco cambiando però lavoro, o lasciare il paese per andare a esercitare altrove la professione di giornalista. Quanto al militante Sbaâ Ellil, che era stato portato via e rinchiuso nella prigione centrale di Salé, non gli è stato dato il permesso di presentarsi all'udienza nel tribunale di Rabat.
Tre settimane dopo il sabato nero, si può dire che il dossier sia molto corposo: ciascun cittadino consapevole dell'importanza di questi fatti ha fotografato con il cellulare i poliziotti che picchiavano la gente in strada. I difensori dei diritti umani hanno raccolto le testimonianze, confermate dai certificati medici. Hanno spezzato la violenza dei poliziotti, sormontato l'ostacolo della paura tra la gente; le donne, parlando prima degli uomini, hanno raccontato quello che hanno subito.

Si è visto con chiarezza estrema che è nel paese nel quale il regime vuole fare man bassa sul potere esecutivo e giudiziario che il quarto potere svolge pienamente il proprio ruolo, in maniera pacifica ed essenziale, in una situazione in cui non viene tollerata nessun'altra espressione. Non sorprende dunque l'accanimento del potere contro il quarto potere, nelle sue forme moderne o tradizionali.

Più di 20 avvocati esperti in cause politiche hanno cercato invano di convincere il presidente del tribunale che era grottesco dare un periodo di 72 ore alla difesa per esaminare degli incartamenti incompleti, mentre le indagini della commissione parlamentare, del governo, delle ONG erano solo all'inizio. Il presidente ha opposto un fermo no e ha rinviato il processo al 4 luglio 2008, senza neanche esaminare seriamente l'incartamento, discostandosi così dalla neutralità richiesta al potere giudiziario in un caso tanto sensibile.

A oggi, sarebbe azzardato parlare con fiduciosa certezza di questi fatti in tutti i loro dettagli. Quello che è certo è che coloro che hanno trasmesso delle informazioni all'opinione pubblica hanno salvato dozzine di vite da una violenza esercitata da tutti i corpi repressivi in modo tale da provocare una frattura non solo a livello locale ma su scala nazionale. La gente ha cominciato a parlare di un ritorno degli anni di piombo.
Lungi da ogni teoria cospirativa, è una coincidenza che si condanni nello stesso tempo
Abdelkarim Al Khiwani** a sei anni di prigione in Yemen, che si processino quattro direttori responsabili in Egitto, che si si punisca la stampa strangolandola finanziariamente, che si impedisca la pratica del mestiere di giornalista in Marocco, se si vietino diversi giornali e riviste indipendenti in altri paesi arabi e che si soffochino sempre più spesso i simboli del quarto potere nel mondo arabo?...

La risposta è semplicissima: ci sono ancora sacche di autoritarismo che non accettano affatto l'idea di un quarto potere che si rifiuti di restare relegato nelle trincee della “Voce del Padrone”.

Note
*Articolo 42: “La pubblicazione, diffusione o riproduzione in malafede con qualsivoglia mezzo, in particolare con i mezzi previsti all'articolo 38, di una notizia falsa, di insinuazioni, di fatti inesatti, di articoli inventati o falsificati attribuiti a terzi, quando abbia turbato l'ordine pubblico o suscitato paura tra la popolazione, viene punita con la reclusione per un periodo non inferiore a un mese e non superiore a un anno e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham, o con una sola delle due sanzioni descritte. Gli stessi fatti sono puniti con la reclusione per un periodo non inferiore a un anno e non superiore a cinque anni e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham quando la pubblicazione, la diffusione o la riproduzione sia in grado di minare la disciplina o il morale delle forze armate”.

**Abdelkarim Al Khiwani: direttore del giornale indipendente Ach Choura, l'anno scorso aveva rivelato i piani per la propria successione del presidente Ali Abdullah Saleh (al potere dal 1990), che intendeva passare l'incarico al figlio; le rivelazioni avevano portato il presidente ad abbandonare questa idea e a succedere a se stesso “per volontà del popolo”. Al Khilwani era stato arrestato nel giugno 2007, il suo giornale era stato messo fuori legge, il sito web bloccato, la sua famiglia minacciata. Il 9 giugno 2008 è stato condannato a sei anni di reclusione per “offesa al presidente” e “demoralizzazione dell'esercito”, avendo il giudice ritenuto che fosse complice dei “terroristi” e della setta zaydita del defunto Sceicco Hussein Badreddine Al Houti, che da diversi anni guida un movimento dissidente armato nel nord dello Yemen.

Originale da: http://www.elbadeel.net/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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martedì, giugno 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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lunedì, maggio 26, 2008

L’informazione è noi, di Paolo Barnard

Saggio lungo, articolato e al solito pieno di spunti interessanti di Paolo Rossi Barnard sull'informazione.
Per scaricarlo, stamparlo e leggerlo con calma, qui il file Word.

L’informazione è noi
di Paolo Barnard

18 maggio 2008

Di chi è colpa? Non è colpa di Silvio Berlusconi, di Romano Prodi, di Cicchitto, di Casini, di Caltagirone, e soci. Non è colpa della Casta, né di quella dei giornali coi milioni di euro di prebende, e non è stata colpa di Ingrao, Forlani o Craxi. Non è la Mafia, non sono le logge dei venerabili, né l’Opus Dei, non è Confindustria o la lobby bancaria. La colpa è nostra. Punto. L’informazione che abbiamo è quella che noi italiani vogliamo.

Qui si potrebbe concludere il mio saggio sullo stato dell’informazione in Italia. Non ho altro da dire, in sostanza. Quello che posso aggiungere nelle righe che seguono sono solo riflessioni a sostegno della mia tesi, per chi avesse voglia di leggere un poco di più. E inizio di nuovo da noi italiani.

Sono le nostre ombre sul muro.
Ciò che la gente vuole. Lo scadimento dell’informazione in questo Paese riflette ciò che noi siamo, in tv particolarmente. Nulla meglio si adatta al caso Italia del sagace commento di Barnes Clive, nota firma del New York Post, che sull’odierne tendenze dei palinsesti televisivi ebbe a dire: “La televisione è la prima cultura genuinamente democratica, la prima cultura disponibile a tutti e retta da ciò che la gente vuole. La cosa più terribile è ciò che la gente vuole”. E in effetti si rimane perplessi, se non un tantino delusi, dal semplicismo delle analisi di personaggi come Beppe Grillo e altri quando tuonano contro la legge Gasparri come il costrutto infernale che strozza il nostro diritto a essere decorosamente informati. Ci si chiede: c’è la Gasparri nei salotti di milioni di italiani di varie età che ogni sera, pomeriggio o mattina scelgono col loro telecomando le peggiori fregnacce televisive? E’ la Gasparri che impedisce a noi italiani di portare La Storia Siamo Noi di Giovanni Minoli a uno share visibile ad occhio nudo invece che al microscopio? O di portare Report al 25% invece di condannarlo a un cronico annaspamento per non affogare sotto il 10? Eppure il contenitore di Milena Gabanelli è in prima serata, mica occorre perdere il sonno, basterebbe un click del telecomando. E state certi che Report o C’era una Volta oltre il 20% di share avrebbero prodotto una mischia degli inserzionisti per piazzare lì gli spot, garantendoci di conseguenza una certa qualità in più nelle nostre case tutto l’anno. Potete immaginare quanto ci metterebbero a sparire i prodotti-spazzatura come Porta a Porta o Amici, oppure le ragliate di Sgarbi o altra robaccia del genere, se agonizzassero nella pigrizia dei nostri telecomandi? Meno di un minuto, Gasparri o non Gasparri.

Illuminante fu un episodio da me vissuto in Gran Bretagna nel corso di un reportage sull’Auditel inglese che svolgevo a fine anni ’90 per conto proprio di Report. Nel corso dell’intervista al responsabile dei palinsesti della maggior Tv commerciale britannica, ITV, mi fu rivelato che la prima serata di quel network era riservata in maggioranza a programmi di alta qualità informativa. Com’era possibile? “Perché il miglior consumatore di questo Paese” spiegò il funzionario, “è l’inglese della classe media, e quel tipo di ascoltatore premia immancabilmente con il telecomando la tv di qualità. Ed è lì che ovviamente si fiondano i nostri inserzionisti”. Semplice. Sono inglesi, tutto qui. Non per nulla la sera della vigilia di Natale del 1999 la BBC 2 trasmise in prime time e per un’ora e mezza uno special dedicato al suo cameraman Mohamed Amin, l’uomo che nel 1984 ebbe lo straordinario merito di noleggiare un bimotore privato a sue spese ( e nei tempi delle sue ferie) per volare in Etiopia a filmare l’immane tragedia della devastante carestia che stava decimando quel popolo, e che divenne grazie a quelle scioccanti immagini una causa celebre con l’intervento di Bob Geldof e della sua Live Aid l’anno successivo. Ve l’immaginate voi una prima serata natalizia di quel tipo alla RAI? Che share farebbe?

Ma poi, perdonate, c’è la legge Gasparri in edicola o su Internet? Lì l’informazione c’è, ma al chiosco dei giornali Sorrisi e Canzoni TV o CHI vendono cento volte Micromega o Limes. Su Youtube le pregnanti interviste a Giancarlo Caselli catturano poche centinaia di visitatori, mentre cinque minuti di bava alla bocca con Sgarbi e Mike Bongiorno ne registrano quasi mezzo milione.

Mi direte: tutto questo è proprio il frutto del bombardamento mediatico dell’uomo di Arcore e dei suoi vent’anni e più di avvelenamento dei nostri cervelli. E io rispondo: e se a partire dal 1979 cliccavate altro sul vostro telecomando, come fanno gli inglesi, dove finivano il Biscione e relativi scherani? Era semplice, perché non lo abbiamo fatto? Lo si vuole capire che non è lui che ha fatto noi ma noi che abbiamo fatto lui? Silvio Berlusconi non ci ha rimbecilliti, ci ha semplicemente rispecchiati. E allo specchio ci siamo perduti in noi stessi.

(Ultima ora: poco prima di divulgare questo articolo mi imbatto nel sito www.corriere.it e leggo sulla colonna di destra la classifica dei servizi più letti del Corriere online: al primo posto “L’invasione dei ragni giganti”, al secondo “Basta volgarità, non sono una pin up”, al terzo “Che fine ha fatto Boy George? Vende magliette in un mercato di Londra”. Come volevasi dimostrare…)

Rimanendo con la vituperata figura dell’attuale presidente del Consiglio, è di questi giorni l’intervento di Marco Travaglio in chiusura del V2-day di Torino, dove il giornalista ha perentoriamente affermato che il Cavaliere trionfa oggi alle urne poiché proprio le devianti leggi dell’assetto radio-televisivo italiano gli hanno dato i mezzi per obnubilare la mente degli elettori in quindici anni di strapotere mediatico: “Prima non eravamo così”, ha sentenziato poi il noto cronista. Forse Travaglio è troppo giovane, e non ricorda, ma si vorrebbe chiedergli: chi aveva lavato il cervello dei nostri connazionali quando in massa premiavano alle urne ceffi ignobili della posta di Cossiga, Gava, Cirino Pomicino, De Michelis, De Lorenzo, Andreotti, De Mita, e la loro accolita di vassalli laidi o criminali? Berlusconi a quei tempi era ancora alle prese con la sua Tv condominiale via cavo a Milano 2, non c’entra. Era un’Italia migliore quella? Per caso il Corriere o la RAI erano il Times e la BBC a quei tempi? L’Idra di Tangentopoli, col suo ventre molle di corruzioni endemiche in ogni anfratto del Paese, non fu il parto di “quindici anni berlusconiani”, ahimè no, non risulta. Le stragi, la svendita dei sindacati, dei servizi pubblici, della certezza del lavoro, e ancora l’Irpinia, l’IRI e le sue voragini, le devianze del sistema giudiziario, l’omertà a vuoto pneumatico di tutto il Sistema-potere pre e post P2 e cinquant’anni di cronica evasione a tappeto, dimostrano che obnubilati nel cervello e nel senso civico lo siamo sempre stati, prima di Berlusconi, durante, e lo saremo dopo purtroppo. E anzi: la cosa più onesta che possiamo fare è di affermare una volta per tutte che la famigerata Casta e le sue grottesche comparse sono solo un’ombra sul muro di ciò che noi italiani siamo e siamo sempre stati. Nulla di più.

I nuovi ‘paladini’ della controinformazione: poco utili, dannosi.
Ma purtroppo professionisti stimati e un po’ troppo acriticamente seguiti come appunto Marco Travaglio, Gianantonio Stella, Lorenzo Fazio o Gianni Barbacetto e molti altri, e capipopolo come Grillo o Piero Ricca hanno banalmente invertito l’ordine dei fattori, e sostengono che l’Italia è oggi vittima della Casta, quando è la Casta a essere il prodotto degli italiani.

Devo a questo punto della narrazione precisare un passaggio fondamentale, e invito il lettore a porvi attenzione. I nuovi ‘paladini’ della controinformazione che vanta l’Italia, di cui ho citato alcuni nomi qui sopra, denunciano cose sacrosante (quasi sempre): inciuci, corruttele, grottesche raccomandazioni, sprechi osceni, mafiosità e collusioni, decadenze del sistema democratico eccetra, perpetrate da parte soprattutto della cosiddetta Casta. Loro lo fanno, ma il fatto straordinario è che oggi in questo Paese il solo fatto di averlo fatto gli garantisce un plauso appassionato e febbricitante da parte di masse crescenti di cittadini. Un plauso cieco, ovvero un assegno in bianco di imperitura giustezza ed eroismo. Divengono degli intoccabili, incriticabili, e infatti Beppe Grillo tuona “I giornalisti che ancora danno dignità a questo Paese con la loro voce vanno protetti dagli sciaccalli di regime, dai killer della parola. Nessuno tocchi il soldato Travaglio…” (1), e Michele Santoro si scaglia contro il Corriere e Repubblica per “aver aperto una campagna critica contro Anno Zero e contro lo stesso Travaglio” (2) – una campagna di critica, la più democratica delle iniziative, eppure. Chiunque osi infilare mezza osservazione nel loro agire viene immediatamente travolto dall’ira dei loro fans, il cui ragionamento è immancabilmente questo: ma come si fa a rompere le scatole a quei pochi ancora rimasti a dirci la verità in questo regime? E in effetti di fronte alla nauseabonda natura delle pratiche del ‘regime’ verrebbe proprio da gettarsi ciecamente dietro ai sopraccitati ‘paladini’. Ma la vita richiede saggezza, e in questi tumulti ne rimane ben poca. Infatti, la salute in democrazia impone che nessuno divenga intoccabile, neppure per il più sacrosanto dei motivi, proprio perché si corre il rischio che costui possa commettere malefatte o errori di grosso calibro protetto dal suo scudo di venerabilità, e che quelle malefatte o errori finiscano poi per far più danno del beneficio che il medesimo individuo procura alla società. E’ il caso proprio di Travaglio e compagni.

Sono oggi inutili. Hanno fondato negli ultimi anni un’Industria della Denuncia e della Indignazione che, come ho già avuto occasione di scrivere, “denuncia i misfatti politici a mezzo stampa o editoria a un ritmo incessante, nella incomprensibile convinzione che aggiungere la cinquecentesima denuncia alla quattrocentonovantanove in un martellamento ossessivo di libri fotocopia, blog e serate televisive serva a cambiare l’Italia. Eppure, che la politica italiana fosse laida, ladra e corrotta, milioni di italiani lo sapevano benissimo già prima che molti di questi industriali dell’indignazione nascessero, e assai poco è cambiato” (3). Infatti. Il loro lavoro, per quanto efficiente nello svelare il malaffare, è del tutto inutile se si spera che da esso derivi un miglioramento. Le prove sono davanti agli occhi di tutti, e sono incontestabili: oggi l’Italia non è un Paese più civile, né più onesto, né più libero di quanto lo fosse sedici o trent’anni fa, in barba all’offensiva della sopraccitata industria nel denunciare compulsivamente il marcio. Gomez, Travaglio e Barbacetto lo hanno persino confermato nel loro libro Mani Sporche, la cui tesi centrale è proprio il recidivo peggioramento di ogni indicatore civico, politico e morale in Italia da Tangentopoli ad oggi, cioè precisamente nel periodo della massima attività della loro Industria della Denuncia e della Indignazione. Notate: hanno scritto di loro pugno che ciò che fanno non serve quasi a nulla, ma non se ne sono resi conto, meno che meno sono disposti a porsi qualche domanda difficile ma vitale, del tipo: e se fosse altro quello che si deve fare?

Le smentite che vengono loro dalla realtà dei fatti sono clamorose, ma non li smuovono dalla compulsività di ciò che fanno: hanno visto coi loro occhi Beppe Grillo celebrare un suo autoproclamato “successo pazzesco” di consenso l’8 settembre del 2007 per le 300.000 firme raccolte dal suo primo Vday, e quindi proclamare roboante che questi politici “non esistono più”. Ma con gli stessi occhi hanno visto poche settimane dopo 3.517.370 italiani fioccare entusiati al parto dell’ennesimo carrozzone della più rancida politica riciclata, il PD di Veltroni. Mettiamola così: l’Italia della Casta batte Grillo 10 a 1, e questo avvenne quando le sue ultime grida quasi ancora riecheggiavano in piazza Maggiore a Bologna, e all’apice del successo di libri come La Casta o Regime. Non suggerisce nulla questo?

E poi c’è il risultato elettorale dell’aprile scorso, che li ha travolti come mai nella storia republicana.

Possibile che a fronte di questa desolate Caporetto dell’Industria della Denuncia e della Indignazione a nessuno sorga il dubbio che forse è ben altro quello che si deve fare? Possibilissimo, infatti la reazione dei ‘paladini’ della controinformazione proprio in questi giorni è di rincarare la dose della loro inutilissima medicina. Questa recidività mi ricorda la vicenda della vegetariana inglese e delle sue carote, un fatto realmente avvenuto a metà degli anni ’90 a Londra e riportato dal quotidiano The Guardian: ella si era convinta che per proteggersi dai tumori era necessario divorare grandi quantità di carote, ma ne ingurgitò così tante da finire in ospedale con serissimi guai al fegato. Messa di fronte all’evidenza della sua patologia, la signora concluse quanto segue: se sto male è perché evidentemente non ho mangiato abbastanza carote. Si dimise e corse a rincarare la dose della sua verdura salvifica. Cosa fu di lei non si sa, ma non si fatica a immaginarlo.

E sono dannosi. In realtà, e tristemente, il modo di agire dei sopraccitati ‘paladini’ serve a giustificare (oltre agli incassi degli autori e la loro ipertrofica fama) l’auto assoluzione di masse enormi di italiani, noi italiani come sempre entusiasti di incolpare qualcun altro, e mai noi stessi e la nostra becera inerzia, per ciò che ci accade. Questo è il motivo per cui il nostro Paese rimane perennemente al palo della civiltà. La colpa non è mai nostra, ce lo confermano incessantemente quegli sventurati ‘paladini’ della controinformazione coi loro martellanti scritti e interventi, e questo è il danno tremendo che ci fanno. Assolti da ogni peccato, fervidamente impegnati a fustigare le nostre ombre sui muri, finiamo per non crescere mai, e le uniche speranze di ripulire questo Paese vanno perdute.

E allora, codesti ‘paladini’ piuttosto che celebrare processi in Tv, invece di fare i PR fanatizzanti di alcuni magistrati violando così le più basilari regole dei checks and balances della nostra professione, e invece di ossessionarci con i dettagli della mafiosità o corruttela del politico numero 847, dopo averci raccontato quelli del numero 846 e dopo che per le precedenti 846 volte nulla è cambiato, dovrebbero aiutarci a processare noi stessi, a metterci tutti davanti allo specchio per dirci: l’Italia siamo noi, i ladri siamo noi, i moralmente decomposti siamo tutti noi, coi nostri 270 miliardi di euro di evasione di sola IVA, con l’omertà endemica che ci tappa la bocca ovunque vediamo del marcio - al lavoro, per strada o nei pubblici uffici, con la nostra adulazione del potere, e col nostro amore per l’abuso del potere appena ne abbiamo un briciolo in pugno, dagli insegnanti ai vigili urbani, dai medici agli ispettori delle pubbliche amministrazioni. Noi italiani con il nostro individualismo ammalato che al massimo si espande in parrocchialismo, ma mai in capacità di fare gruppo civico aperto alla critica, e ciò neppure quando ci proclamiamo antagonisti. Questa Italietta sudicia, ipocrita, fregona e anche violenta siamo noi.

E allora cari ‘paladini’ è con noi che ve la dovete prendere per cambiare l’Italia, è su di noi che dovete scrivere fiumi di libri o articoli, perché lo ripeto: gli Schifani, Berlusconi o Ricucci sono le nostre ombre sul muro. E a che serve prendersela ossessivamente con delle ombre?

Il giornalismo investigativo in Italia deve esplodere, perché come ho appena dimostrato è un mito, poco utile e dannoso. Esso è certamente utile altrove, in Paesi come gli USA o la Francia o la Gran Bretagna, ma solo perché esso cade a pioggia su una società civile del tutto diversa dalla nostra. E allora di nuovo: la variabile determinante non è la denuncia, ma chi la recepisce. Se prima non educhiamo gli italiani a essere civici, cioè a partecipare, inutile denunciare compulsivamente.

Incomprensioni. Quando Beppe Grillo nel ricordarci le malefatte della Casta grida dal palco del V2 day di Torino che i manigoldi saranno annientati perché “noi li pigliamo per il culo”, io mi dispero. Lo stesso faccio quando Piero Ricca si arma di coraggio e telecamera e attende il momento buono per gridare a Silvio Berlusconi “buffone!”. E mi dispero ancor più se possibile quando vedo così tanta gente esultare sia nel primo che nel secondo caso. Perché entrambe quelle affermazioni sono messaggi (cioè informazione) falsi e pericolosissimi.

Grillo ignora (o vuole ignorare) cosa sia realmente il Sistema-potere, e cosa occorra per abbatterlo. Se la prende con una classe politica nazionale che “avendo abdicato tutti i suoi poteri ad organi sovranazionali come la Bce, la Commissione Europea, il WTO, la Banca Mondiale”, e io aggiungo alle lobby come il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD), il Liberalization of Trade in Services (LOTIS), l’Investmente Network (IN) o la International Chamber of Commerce (ICC), “non può fare assolutamente niente se non l’ordinaria amministrazione” (4). Egli non comprende che i grandi mali che affliggono l’Italia, dalla disoccupazione alla precarietà, dal rilancio finanziario delle mafie all’informazione plastificata, e poi gli equilibri economici in disfacimento, il degrado ambientale e la pessima qualità dei servizi ecc., derivano ormai interamente da decisioni prese altrove. Da chi? Dai sopraccitati poteri, che in soli 35 anni hanno saputo ribaltare due secoli e mezzo di Storia, che hanno reso di nuovo plausibile l’inimmaginabile nella vita quotidiana di 800 milioni di cittadini occidentali, che muovono più di 1,5 trilioni di dollari di capitale al giorno, e che tengono ben salde nelle loro mani tutte le leve della nostra Esistenza Commerciale (inclusa quella di Grillo, moglie e figli). Costoro non stanno perdendo neppure un singolo minuto di sonno per lui e per i suoi colleghi ‘paladini’ dell’Antisistema italiano. Ma ha un’idea Grillo di come lavorano questi? Dovrebbe smettere di sbraitare e capire, proprio visualizzare, il potere di chi è riuscito in un attimo della Storia a compattare migliaia di destre economiche eterogenee sotto un’unica egida e sotto un pugno di semplicissime ma ferree regole, per poi travolgere il pianeta ribaltandolo da cima a fondo: il Potere è ed è stato coeso, annullando ogni individualismo fra i potenti; è ed è stato disciplinato all’inverosimile, ossessivamente preciso in ogni analisi, immensamente competente, sempre silenzioso, al lavoro 24 ore su 24 senza mai un respiro di pausa, comunicatore raffinato, con a disposizione i cervelli più abili del pianeta e mezzi colossali. Crede Grillo che questa immensa macchina planetaria che regola ogni sospiro della vita italiana si preoccupi delle sue sceneggiate di piazza, o dell’incedere di un nugolo di personaggi e istrioni più o meno credibili con al seguito una minoranza di adepti/fans persi nell’ingenua buona fede? E allora: cosa mai risolveranno i referendum di Beppe Grillo fanaticamente concentrato in una guerra contro una Casta nostrana che nella stanza dei bottoni ha a malapena il controllo del pulsante del citofono?

Silvio Berlusconi sarà tante cose spiacevoli, ma di sicuro una non lo è: un buffone. E’ invece uno dei più geniali interpreti del carattere nazionale che sia mai esistito, e certamente il più geniale in epoca contemporanea. La sua abilità sia come manager che come politico incute soggezione. Lasciate perdere per un attimo che il suo percorso sia intriso di corruttele e malaffare, lo è quello di ogni singolo magnate del pianeta; ciò che ci interessa qui, è capire che questo uomo tiene saldamente le leve di una macchina sofisticatissima e multimiliardaria di creazione del consenso, che per essere combattuta va presa estremamente sul serio, altro che buffone e prese per il sedere. E arrivo a dire che la cosa più demenziale e infausta che l’opposizione intellettuale e movimentista al Cavaliere potesse immaginare di fare in questi anni è quello che ha invece sempre fatto: sbeffeggiarlo, insultarlo, ridicolizzarlo, chiamarlo psiconano, e insistere compulsivamente nel denunciarne le malefatte già ultranote a ogni singolo italiano attraverso la cronaca quotidiana e il lavoro dei giudici, mentre lui intanto si mangiava il Paese col consenso. Andava invece attentamente studiato, andavano comprese e individuate le sinapsi della mentalità italiana su cui la sua comunicazione si allacciava con spaventosa efficacia, ed esclusivamente su quelle sinapsi bisognava lavorare, con una macchia comunicativa altrettanto fruibile e martellante quanto la sua, anche se portatrice di valori opposti, e che la sinistra intellettuale (snob) non ha saputo costruire. Altro che buffone e pernacchie.

Mafie, ‘parrocchie’ e informazione.
Guardiamoci. Siamo un popolo che si divide inesorabilmente in ‘parrocchie’ o ‘mafie’. Se non siamo mafiosi, siamo parrocchiali, una delle due, non si fugge. Cioè, se non ci aggreghiamo per colludere in affari criminosi di vario grado, col loro corredo di atrocità, truffe, omertà, insensibilità per la sofferenza altrui, adulazione del potente, piacere nell’abuso del potere (dall’associazione per delinquere di stampo narcomafioso o bancario, alla cordata assicurazione-pretura-avvocati-grande policlinico per tacitare un’operata di cancro nella mammella sbagliata; dal patto trasversale ipermercati-grossisti per fare cartello sui prezzi truffando i cittadini, al consapevole risucchio dei pensionati in difficoltà nelle più ignobili spirali di indebitamento da parte di finanziarie da galera ecc.), noi italiani ci raggruppiamo in parrocchiette di ‘compagni di merende’, litigiose, esclusive proprio nel senso di escludenti, solo formalmente aperte ma in realtà a strettissimo raggio, nemiche giurate della libertà di pensiero, insomma consociative ma sempre travestite da qualcos’altro (e questo dal Corriere della Sera al periodico universitario, passando per le redazioni televisive, per i centri sociali, ONG, blog più o meno noti, gruppi online, comitati civici, ONLUS ecc.). Come si può facilmente immaginare, il pensare liberamente e la facoltà di criticare a 360 gradi non sono compatibili con gli interessi né delle mafie né delle ‘parrocchie’. Ma sono proprio il libero pensiero e la critica senza barriere le componenti fondamentali della libera informazione al sevizio dei cittadini. E allora?

In altre parole, noi italiani la libertà di informare non la vogliamo, e quando si affaccia sulla soglia della nostra ‘mafia’ o ‘parrocchia’ la odiamo e la cacciamo con singolare ferocia.

E come fa un popolo così ad avere una libera informazione?

Già posso già udire la levata di scudi di quelli che “Io? Io proprio no! Io compro il Manifesto… io leggo Libero… io sono Padano mica italiano… io sono con Beppe, vaffa te Barnard… io sono stato in Afghanistan con Gino, figuriamoci… io dico viva Travaglio, che c’entro io?...” . E invece c’entrate, c’entriamo tutti, e soprattutto proprio quelli di noi che sono confluiti negli ultimi anni nel cortile dei nuovi antagonisti, altra ‘parrocchia’ che sta ahimè replicando molti dei tratti più meschini dei più trazionali conglomerati mediatici italiani.

In questo mio scritto dedicato all’informazione mi concentro proprio su questo cortile antagonista per una serissima ragione: perché esso dovrebbe essere la fucina delle uniche speranze rimaste in Italia di ottenere un’informazione libera, e se dunque al suo interno si replicano le meschinità del Sistema-potere, se anch’esso è divenuto ‘parrocchia’, è veramente una tragedia immane per tutti. Dell’altro cortile, quello del giornalismo regimentato, non dico nulla qui, tutto è già stato scritto fino alla nausea.

Vi snocciolo ora alcuni esempi a riprova di ciò che sostengo, fra i tantissimi possibili. Sono tutti frutto della mia esperienza personale, e non per protagonismo ma solo per la certezza di ciò che posso descrivere, avendoli vissuti in prima persona.

Nella primavera del 2007 inviavo agli amici di Peacereporter, sito portavoce dell’ONG Emergency, una critica all’operato di Gino Strada, che da settimane si scagliava con crescente acrimonia contro il governo Karzai in Afghanistan, reo, secondo il chirurgo e un ampio stuolo di intellettuali italiani, di violare tutte le più elementari regole del garantismo giuridico con la detenzione di Ramatullah Hanefi, manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah e mediatore per l’Italia nel noto rapimento di Daniele Mastrogiacomo. Un appello per la liberazione di Hanefi venne scritto e divulgato, con firme della posta di Claudio Magris, Enzo Biagi, Gherado Colombo e Maurizio Costanzo fra gli altri. Il testo cominciava con le parole “La Costituzione afghana…”. Ma quale Costituzione? Quella esportata laggiù a colpi di bombe cluster e di migliaia di morti? Quella solennemente varata a Kabul nel 2003 da Hamid Karzai e dalla sua Lloya Jirga, e cioè da un pupazzo del Dipartimento di Stato americano ex consulente del gigante pertrolifero USA UNOCAL, tenuto sotto la mira dei B52 della US Airforce, e in combutta con la peggior masnada di criminali di guerra e stupratori noti con l’appellativo di Alleanza del Nord? Quella contemplata con stupore dagli afghani nella speranza che qualunque cosa (anche un testo marziano venuto da chissà dove) fermasse le stragi della NATO e le inaudite violenze dei ceffi dell’Alleanza del Nord –responsabili di oltre 50.000 morti civili dal 1993 al 1998 di cui 24.000 solo nel 1994, e poi stupri, mutilazioni, spaccio di eroina? (5) Cioè la più classica “Constitution at gunpoint” per promuovere la “Democracy at gunpoint”? Quella? Sì, proprio quella. E il testo degli intellettuali italiani continuava così: “Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della Costituzione afgana… L’attuale sistema giuridico afgano è stato costruito con la collaborazione e l’importante sostegno finanziario per cinquanta milioni di dollari dell’Italia”.

Diritti universali, dignità umana, e leggi eufemisticamente nate dalla collaborazione e dal denaro italiano. Risulta a qualcuno che i pastori tagiki, che i commercianti pashtun, o che le donne hazara se li siano mai scelti quei diritti? Sappiamo almeno se li condividono? Ha un senso per loro la nostra dignità? Si sono mai espressi su quella? Cosa hanno da spartire le regole delle democrazie parlamentari europee con duemila anni di relazioni tribali centroasiatiche? Con che diritto l’Italia, Gino Strada e l’intellighenzia al suo seguito pretendono il rispetto di regole e di diritti che con secoli di vita afghana c’entrano come un intervento di laparoscopia robotica con le pratiche curative sciamaniche? Importa qualcosa che a magistrati, medici e giornalisti cresciuti su un altro pianeta certe regole afghane creino sgomento e riprovazione? Sono afghane, sono le loro regole. E il mio ragionamento continuava: se si sancisce il diritto di una potenza conquistatrice di imporre ad un altro Paese le sue regole di “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” a suon di proteste (di insulti, di ricatti commerciali e di missili), allora sanciamo fin da ora il diritto degli afghani, dei talebani, o dei cinesi o di chiunque al mondo di gridare “tortura e pena di morte ora, subito!” se mai capiterà che un giorno siano loro ad avere abbastanza bombe per offrirci la loro Costituzione. E tornando dunque alla ferrea determinazione di Gino Strada e soci nell’avanzare quelle perentorie richieste, quale differenza c’è fra il loro modo di pretendere “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” in Afghanistan e quello tipico dell’imperialismo culturale dei neocons americani capitanati da Samuel Huntington con il loro “democrazia all’americana ora, subito!” esportato in mezzo mondo? L’uso delle bombe invece che una petizione scritta a Milano? I sordidi fini di sfruttamento degli americani invece del sentimento di giustizia dei nostri intellettuali? Davvero? Credete voi che la lettera di Strada, Colombo e soci sarebbe mai giunta a Kabul senza quel dettaglio degli 8.000 morti civili di questa orribile invasione, della coventrizzazione di interi villaggi, e della nova resa in schiavitù delle donne afghane che oggi si danno fuoco con disperazione senza precedenti? (6) Credete che le consulenze giuridiche discese da Roma su Kabul non servano proprio a spianare la strada agli avvocati delle solite note corporazioni o agli infausti ‘cooperatori’ internazionali?

La realtà, per chi vuole vederla, è che Gino Strada, proprio lui, si era accodato al più classico imperialismo culturale, e questo era sbagliato. Terribilmente sbagliato.

Scrissi tutto ciò a Peacereporter, li invitai a una riflessione fondamentale, che va al cuore dell’intercultura, che è oggi di drammatica attualità. Sostenevo che non è in quel modo che si ottiene un avanzamento dei valori fondamentali dei popoli (ciascuno i suoi). Lo pubblicarono? Macché. Concessero ai loro lettori il beneficio del dissenso? Macché. La ‘parrocchia’ si chiuse a riccio, e fine del libero dibattito. Infatti su Peacereporter un libero dibattito su Emergency e sulle sue tante controversie è impossibile.

Se questa parrocchialità accade fra i ‘nuovi’, fra quelli che non hanno Confindustria o il Vaticano che gli soffia sul collo, immaginate al Corriere o al TG1 di Gianni Riotta.

E di seguito: si chiuse a riccio la ‘parrocchia’ del Manifesto quando, dopo vent’anni di collaborazione, mi negarono la pubblicazione di un editoriale dove gli chiedevo: “Se Calipari fosse morto nelle stesse identiche circostanze, ma per salvare Agliana, Quattrocchi, o Cupertino, voi cosa avreste scritto di lui? Avreste celebrato la morte di un eroe, o avreste scritto di uno ‘sbirro’ al servizio sciagurato dei contractors imperialisti?”. In altre parole, l’onestà intellettuale non andrebbe posta in cima al lavoro della storica testata senza padroni? Se non si fa chiarezza su questo punto in via Bargoni, come si procede? Si può procedere? Silenzio.

Spettacolare la parrocchialità di un gruppo No Tav della Val di Susa, e sto sempre nell’ambito dei cosiddetti ‘liberi battitori’, per gli essenziali motivi citati in precedenza. Il 14 febbraio 2008 ricevo da una loro attivista un invito a tenere un dibattito in valle: “Sia come associazione che come comitati No Tav saremmo felici di averti ospite a qualcuna delle serate informative che organizziamo, oppure di organizzarti alcune serate (nei vari paesi della Val di Susa e Sangone) sul tema della censura sull’informazione in Italia.” Notate che il fulcro della cosa è la censura. Rispondo il 27 dello stesso mese e fra le altre cose scrivo: “Possiamo parlare di informazione, società civile organizzata, cosa fare e come. Sappi che dico cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc.”. La solerte signora cinque giorni dopo specifica: “Nella riunione di comitato di giovedì scorso ho portato il nostro scambio di mail e ci siamo chiesti cosa intendi con ‘cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc’… vorremmo capire meglio, anche per non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo, visto che martedì avremo, per l’appunto, Marco Travaglio che presenterà il suo libro Mani sporche… Se riesci a mandarci uno spunto per fargli magari qualche domanda specifica che ci faccia capire te ne saremmo grati.”. La indirizzo alla lettura del mio Considerazioni sul V-day (7) e allego una precisa serie di domande critiche per Travaglio, poi attendo. Attendo, attendo. Dopo divesi giorni sollecito, e a metà marzo mi arriva una mail di centosette righe fitte, dove l’attivista No Tav si dilunga eternamente sulle sue lotte sociali, sul coraggio, sugli alti ideali. Poi, in fondo: “… Devo dirti in tutta onestà che non abbiamo sfidato Travaglio… gli siamo riconoscenti per essere venuto… grazie a questo fatto sono arrivati tantissimi cittadadini (uno stadio zeppo come da foto allegata, nda)”. Ed ecco la stoccata finale: “Tu sei un grande e coraggioso giornalista… all’interno del nostro comitato il dibattito è al punto che ci piacerebbe avere prima un incontro-confronto con te, per capire…”.

Ah sì?, rispondo. Lo avete fatto “l’incontro-confronto per capire” con Travaglio? Con Imposimato? Con Diego Novelli? Cioè con tutti gli altri ospiti delle vostre serate? E vi siete preoccupati anche con loro di “non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo”? Da quando si fanno i pre-esami agli intellettuali che si invitano a parlare alle serate? Risulta a qualcuno che questa sia la prassi? Non commento oltre, non credo ce ne sia bisogno. Censura, altro che libero dibattito in quel No Tav. La ‘parrocchia’ è chiusa in Val di Susa, e perdonate la rima.

La medesima cosa mi accade in un centro sociale di Bologna, l’XM24, forse ancora peggio. Questi sono gli antagonisti arrabbiati, i giovanissimi irriducibili, gli sfasciaSistema per eccellenza. Bene. L’invito che ricevo è a parlare di informazione, e tutti sanno che sono nel mezzo di un’aspra polemica con Report di Milena Gabanelli, che accuso di essere collusa con la RAI in Censura Legale (8) e impegnata in un’opera di censura a tappeto del dissenso nel forum della sua trasmissione (9). Tre giorni prima dell’incontro, un rappresentante del collettivo si presenta a casa mia: ha parlato con Bernardo Iovene, collaboratore stretto di Gabanelli ma soprattutto amico intimo del leader di XM24. Iovene sostiene che io vado raccontanto balle e diffamazioni sia su Censura Legale che sulla censura nel forum di Report, è vero? In via del tutto eccezionale, data la giovanissima età del ragazzo, gli perdono quello che non ho perdonato ai No Tav, e mi sottopongo a verifica preventiva. Mostro al giovane tutti i documenti processuali, le prove nero su bianco, rispondo a ogni domanda. Lui è soddisfatto. L’incontro si fa. Dopo 48 ore mi arriva una chiamata: Iovene è stato di nuovo al collettivo, c’è stata discussione, e allora “Barnard lei può venire, può parlare di informazione, ma non può parlare di Report (sic)”. Avete letto giusto: i giovani antagonisti, gli antiSistema duri e puri, vietano preventivamente all’ospite di parlare, gli mettono un guinzaglio affinché più in là di qualche metro non vada. Non credo sia mai capitato a Porta a Porta, non così spudoratamente. ‘Parrocchia’ anche qui.

E poi i meet up di Beppe Grillo, e Grillo in persona. Qui la ‘parrocchia’ ha veramente funzionato, soffocando un pezzo di informazione con la stessa efficienza di un Tg di Emilio Fede. Spiego i fatti. La eco della mia pubblica denuncia della collusione di Milena Gabanelli con RAI in Censura Legale ha toccato gli angoli più disparati della Rete, e naturalmente è approdata ai meet up. Alcuni membri di quei gruppi hanno d’istinto portato la vicenda nella pagine del blog di Grillo, visto che si parlava di censura e a pochi giorni dal V2 day sull’informazione. Ma a quel punto un fatto curioso ha iniziato ad accadere: i loro messaggi indirizzati al comico genovese sparivano. Strano. Vi lascio alla spettacolare sequenza di eventi così come sono accaduti al meet up di Napoli, per comprendere di cosa sto parlando:

Posted mar 27, 2008 at 11:32 AM

Qualche giorno fa mi hanno passato questi due link: http://www.arcoiris.t... e http://www.arcoiris.t... Questi video non sono altro che l'intervista a Paolo Barnard: uno dei migliori giornalisti... scusatemi... EX giornalista di Report, la famosa trasmissione televisiva di rai tre condotta da Milena Gabanelli. Dovete - per favore - vedere i video perchè DOVETE aprire gli occhi. Milena Gabanelli come Pozio Pilanto se ne è lavata le mani, sul forum di Report sono stati bannati (censurati) tutti gli interventi su questo argomento (CESURA LEGALE).

Sul sito di Beppe Grillo è stata fatta la stessa cosa... Apriamo gli occhi.

Vittorio Emanuele”

Posted mar 28, 2008 at 3:38 PM

Io scrivo sul forum di annozero e qualche volta su quello di report. Ho partecipato solo all'inizio alla lunghissima discussione che c'è stata e che poi è sparita. Conosco le persone bannate, sono persone civili, educate, acute, con un senso civico altissimo. Non hanno mai sforato nell'offesa o nella volgarità, ma hanno dato fastidio chiedendo, pretendendo chiarimenti.

Tutto questo può diventare improvvisamente non interessante perchè barnard ha fatto il nome di grillo?

Grillo sta organizzando un V-day sulla informazione, perchè non affrontare anche questa questione? E' importante o no per la democrazia, per il sistema informazione in italia....la gabanelli non ne parla.

Maria Gabriella”

Posted mar 28, 2008 at 9:51 PM

Ho bisogno di una risposta a questo quesito: io e altri abbiamo ripetutamente postato la lettera aperta (su Censura Legale di Barnard, nda) sul blog di Grillo. Non è mai stata postata. Come mai? Qualcuno sa darmi una spiegazione? Grazie.

Maria Gabriella”

Posted mar 28, 2008 at 10:03 PM

Prova a spezzettarla, il blog accetta 2000 caratteri per volta.

Mariano.”

Posted mar 28, 2008 at 10:37 PM

...cmq è vero è da piu di mezzora che cerco di postare su blog di Grillo la lettera aperta su Censura Legale (di Barnard, nda), non riuscendoci... Non mi postano neanche le mie proteste in merito.........

non capisco...........

Mariano.”

Posted mar 29, 2008 at 1:17 AM

non potevo, non volevo crederci... mi chiedo che senso abbia il v2day sull' INFORMAZIONE se Grillo sul suo blog applica la censura nei cfr. di determinati argomenti.... sono confuso....deluso...

pretendo chiarimenti...chiedo a Roberto Fico, Marco Savarese e Vittorio, e a tutti gli amici del meetup di napoli di pretendere altrettanto.... di chiedere chiarimenti a Grillo.... che questa discussione venga puntinata.”

La notizia che anche Grillo stia censurando sul suo blog rimbalza allarmante a diversi altri snodi italiani dove si raggruppano i seguaci del comico, come Milano, Roma, Bologna, Ladispoli, Carbonia, o Messina:

Posted apr 13, 2008 at 5:07 PM

Sul BLOG di Grillo i post che contengono il nome di BARNARD vengono censurati. Provate voi stessi e vedrete. Io ho fatto alcune prove, anche camuffando il nome. Niente. Mi pare una questione molto seria. Ne vogliamo discutere?”

Posted apr 9, 2008 at 9:09 PM

Se ci tappiamo gli occhi di fronte a questa vicenda; se non siamo in grado di rompere quelle che assomigliano alle vecchie regole di omertà e fedeltà alla linea di partito; se non facciamo questo, ora e subito, credo dobbiamo rinunciare ad ogni speranza di cambiamento e di battaglia per la verità. Voglio poter andare al prossimo V-Day con l'animo in pace e con la coscienza pulita

Stefano.”

Fabio bergonzoni (cipputi) Commentatore certificato 01.04.08 11:09 |

quando mi capita di scrivere un commento non troppo "consono" al blog viene censurato... dio mio c'è del marcio anche qui? ho visto che non capita solo a me. è triste. è sconfortante. non si sa più dove girarsi... non c'è piu niente di pulito.”

Io stesso ricevo diverse mail che confermano puntualmente la censura sul blog di Grillo e di cui offro solo alcuni esempi:

Date: Mon, 07 Apr 2008 15:32:29 +0200

From: Stefano

To: dpbarnard@libero.it

Subject: Di nuovo su censura legale

Ho provato a spedire un messaggio nel blog di Beppe Grillo, le cui uniche parole riconducibili al tuo caso erano RAI, Gabanelli, Report e Barnard: niente, il messaggio non è arrivato.

Ultimo tentativo, questa volta con le parole camuffate… Ne ho spediti un paio e sono rimasti là almeno una mezz'ora/un'ora (probabilmente erano un po' distratti). Stamattina i miei post erano spariti. Questa vicenda mi disgusta...”

Date: Tue, 11 Mar 2008 12:17:03 +0100

From: mariapiapil@****

To: dpbarnard@libero.it

Subject: Re: Report e Anno Zero

Ho scritto quanto segue nel blog di Grillo. Non ne ho trovato traccia... Mp.

Vorrei esprimere il più totale rifiuto e indignazione verso la Censura Legale di cui è oggetto Paolo Barnard e tutte le persone che in diversi blog e forum....’”

Date: Fri, 21 Mar 2008 18:21:08 +0100

From: sapesci@****

To: dpbarnard@libero.it

Subject: Grillo censura...

Avevo già segnalato il tuo caso sul sito di Beppe Grillo. Una delle due segnalazioni che ho inviato, quella nel commento più votato, è stata bannata!.... La Gabanelli anche lì evidentemente non si tocca! ma tu resisti... non sei solo!”

Tutto questo accade a meno di un mese dal V2 day di Torino. In sostanza: Beppe Grillo, che sta lanciando la più imponente crociata popolare contro l’informazione “di regime” della storia contemporanea, usa la censura nel suo stesso blog, da lui sventolato ai quattro venti come il futuro della libertà di espressione, come il salvagente della libertà di parola in Italia. Lo fa, aggiungo, perché notoriamente amico intimo di Milena Gabanelli, e fra compagni di ‘parrocchia’… Ma ciò che sarà ancor peggio, è come l'ondata di indignazione di tanti membri dei meet up si spegnerà docilmente al sopraggiungere dell’adrenalinica giornata del 25 aprile, con la sua cornucopia di emozioni, protagonismo per un giorno e trascinamento acritico di tanti da parte dell’istrionico genovese. Eppure non sarebbe stato difficile capire che in gioco vi era un fatto gravissimo, e cioè la scoperta che il grande inquisitore aveva replicato lo stesso odioso comportamento che si accingeva a castigare con feroce intransigenza in tanti altri. E se una frazione di rigore intellettuale e morale fosse riuscita a sopravvivere a quella festa di piazza, i seguaci di Beppe Grillo avrebbero dovuto imporre una riflessione all’intero evento: quella replica ipocrita lo aveva già corrotto fin nelle fondamenta prima ancora di iniziare, inaccettabile continuarlo così.

Ahimè rimane un fatto che da quella data è calato il silenzio su questo caso. Di nuovo, la ‘parrocchia’ dei meet up ha chiuso i portoni, e un libero dibattito sulla gravità del comportamento di Beppe Grillo è rimasto fuori.

Il caso Gabanelli. Il ‘litmus test’.
Quando il parroco chiama a raccolta. E sempre in tema, mi soffermo sulla reazione di alcuni dei più noti rapppresentanti dell’Antisistema italiano a quella parte della mia denuncia su Censura Legale che inevitabilmente ha gettato ombre sulla conduttrice di Report Milena Gabanelli. Essa si è rivelata un litmus test, per dirla all’inglese, e cioè un vero banco di prova. Infatti, nella ‘parrocchia’ che si è chiusa a riccio a protezione della nota giornalista si sono infilati alcuni dei nomi più celebri della compagine dell’informazione antagonista italiana. Non è loro bastata la schiacciante mole di prove documentali che inchiodavano Gabanelli e la RAI; non gli sono bastate le proteste per iscritto con nomi e cognomi dei tanti cittadini censurati brutalmente dalla Gabanelli per aver osato dissentire e chiedere spiegazioni; non è stato sufficiente spiegargli accoratamente che la replica al loro interno dei metodi del Sistema-potere è una bomba a orologeria moralmente inaccettabile e che finirà per delegittimarli danneggiando irreparabilmente tutti gli attivisti italiani. Nulla di tutto questo è servito, e così Marco Travaglio, Aldo Grasso, Lorenzo Fazio, Sabina Guzzanti, Beppe Grillo e persino Piero Ricca si sono schierati in difesa della propria ‘parrocchia’, ciascuno a modo suo.

Prima di continuare preciso e sottolineo: il fatto che il caso Gabanelli sia ricorrente lungo diverse parti di questa narrazione non è segno di un mio accanimento rancoroso, di una malcelata velleità vendicativa, di squilibrio professionale. Le ragioni sono quelle appena citate, e solo quelle: si è trattato di un punto di svolta clamoroso, un episodio che ha per la prima volta squarciato il velo su una dibattito soffocato anche se di fondamentale interesse pubblico: sono veramente diversi dal Sistema-potere i nuovi ‘paladini’ italiani della libertà di parola? Come reagiscono quando sono loro a essere colti in fallo? Possono centinaia di migliaia di italiani fidarsi ciecamente di loro? E in ogni caso, è giusto affidarsi?

Ecco perché quell’affaire ricorre così spesso qui. Mi ha scritto una lettrice: “Gent.le Dr. Barnard, sono rimasta colpita sia dalla vicenda in sé, sia dalle relative implicazioni sociali. Ritengo che quanto è avvenuto sia gravissimo: anche i programmi e le rubriche che (apparentemente) prendono posizione a favore di una cultura della legalità e dei diritti sono, dunque, "sepolcri imbiancati" (per usare un'espressione molto forte ma, credo, non fuori luogo)”.

Marco Travaglio.
La prima volta che portai all’attenzione del giovane cronista di giudiziaria le crepe che si stavano aprendo nel gruppo dei ‘paladini’ fu il 14 dicembre del 2006. Le risposte che mi arrivarono furono dei monosillabi inespressivi e seccati. Mai alcunché sui punti specifici. Fu uno dei primi a ricevere la mia denuncia su Censura Legale, di cui lui stesso è vittima fra l’altro, ma nulla. L’ho sollecitato di recente con una lettera aperta, nella quale gli chiedevo di esprimersi sia sul critico rapporto fra fama/potere e libertà d’espressione (Travaglio è un’idolo nazionale e corre seri rischi in questo), sia sul comportamento della collega Gabanelli. Nessuna replica. Poi ricevo da un lettore quello che Travaglio aveva a lui dichiarato in merito a ciò che gli avevo scritto: “Sono tutte balle (vicenda Gabanelli)” e “Non ho tempo da perdere dietro ai delirii di uno squinternato che mi diffama su internet con processi alle intenzioni (le mie considerazioni su fama/potere e libertà)”. Replico a questo livello di tracotanza offensiva e di ignoranza dei fatti (Travaglio, che è un cronista, evidentemente non sa nulla delle prove documentali che ho fornito in Censura Legale) e fra le altre cose scrivo: “Nessun processo alle intenzioni. Travaglio si è già corrotto. Come fa lui, il censore morale, a stare fisso nel salotto Tv di uno che per prima cosa è un arcinoto raccomandato di lunga data della lottizzazione Tv dell’asse PCI-Sandro Curzi, ma che ha poi fatto scempio del mandato elettorale di tanti italiani per scendere da Strasburgo (dove ha soggiornato a spese dei cittadini) a riprendersi il suo ‘giocattolo’ preferito? Cos’è un mandato elettorale? Un parcheggio temporaneo? Una cura ricostituente? E costui, cioè Santoro, oggi sta in televisione a bacchettare il malcostume della politica (sic). Può Marco dire quanto sopra in faccia a Santoro in diretta ad Anno Zero? Eppure sono fatti conclamati. Può? Lo ha fatto?

Può Travaglio dire che la sua casa editrice Chiarelettere è diventata il fans club di un magistrato e di una fetta di magistratura con tanto di striscione e motto sul sito (caso unico in occidente), facendo così a pezzi il più sacro dei principi dei checks and balances nel giornalismo? Può? Lo ha fatto?.

Può Travaglio spiegarci cosa ci stanno facendo lui e Milena Gabanelli in prima serata Tv dopo che lui stesso ha perentoriamente dichiarato nel 2006 quanto segue:

In televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo. Perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare... Se uno è asservito è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha.

Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave, che si occupano di informazione, di attualità, o che si occupano disettori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo (sic, nda), non è mica escluso, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile , ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra’?

E ora aggiungo: può Travaglio farci capire come è possibile che il direttore di RAI 3 Ruffini sia, secondo le sue lapidarie parole, un censuratore di professione “perché ha cancellato Raiot di Sabina Guzzanti”, quando lo stesso Ruffini lascia Report in prima serata da più di 4 anni? Lo è o non lo è un censuratore? Oppure è la Gabanelli che ha le spalle coperte? O è Travaglio che diffama a casaccio? Può chiarire?

Può questo giornalista dare conto della sua partigianeria manifesta per un partito politico con tanto di indicazione di voto pre elettorale (IDV e Di Pietro) e di come questo suo comportamento deturpi l’abc della nostra deontologia, che pretende una netta separazione del giornalista dalle fonti del potere che dovrebbe severamente monitorare?

Può infine avere la decenza di leggersi le carte processuali che così chiaramente espongono Milena Gabanelli come collusa con la RAI in uno dei più gravi casi di Cesura Legale, e le testimonianze dei cittadini censurati dalla condutrice di Report? E avrà la coerenza di prendere posizione contro quel malaffare nato nel cuore dell’informazione ‘pulita’, così come lo condannerebbe se praticato da chi non è suo amico personale? Insomma, avrà la forza di non finire a erigere muri attorno all’ennesima ‘parrocchia’?

La risposta a ciascuno di questi quesiti è no. Perché fra ‘parrocchiani’ non ci si tocca, e al diavolo la libertà di pensiero, la libertà d’espressione e l’onestà personale.

Lorenzo Fazio e Aldo Grasso.
Editore di provenienza Rizzoli e patròn della casa editrice Chiarelettere – che pubblica Travaglio, Gomez, Corrias, Barbacetto, Beha ecc. – Lorenzo Fazio ha avuto fra le sue firme sia il sottoscritto che Milena Gabanelli. Da notare che questo editore ospita nel suo sito un blog dal titolo Tiro Libero, spazio dedicato al monitoraggio del giornalismo italiano. Sono ancora in attesa che quel ‘monitoraggio’ dedichi a Censura Legale qualcosa di meglio di tre righe vaghe e fuori tema. La Censura Legale non è cosa da poco, è a tutti gli effetti una minaccia serissima alla libertà di stampa italiana, come conferma mirabilmente un saggio di una delle nostre più rispettate giuriste, Giovanna Corrias Lucente, e che così riassume la serietà della questione: “Sulla testa di ogni giornalista pende oggi la spada di Damocle di una querela per diffamazione. Lui – e il suo giornale – rischia la bancarotta, chi querela assolutamente niente. Anche se la denuncia si rivela infondata, infatti, è quasi impossibile ottenere un risarcimento. Risultato: i giornalisti scrivono sempre di meno e sempre più politically correct, le querele per diffamazione non si contano e i danni morali liquidati raggiungono cifre sbalorditive. Con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa.”. (10) Ma Lorenzo Fazio è della ‘parrocchia’, ha la conduttrice di Report in prima fila fra le firme Vip dei sostenitori della sua impresa editoriale, e dunque zitto, “con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa”.

Aldo Grasso, il critico televisivo più caustico d’Italia, uno spirito libero, così dicono. Lo chiamo in febbraio, gli espongo la questione Censura Legale, e lui: “E’ grave, è capitato anche a me, un editore mi ha lasciato solo in tribunale a sorbirmi tutte le grane di ciò che mi aveva pubblicato...”. Bene, replico, allora sai di cosa parlo, ci scrivi due righe sul Corriere? Grasso: “Ma… sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica dovrei vedere meglio...

Notate bene che non ha detto ‘prima di attaccare un cittadino’, che sarebbe stato solo giusto. Ha detto “un’amica”, cioè il critico televisivo è ‘compagno di merende’ di chi dovrebbe scrutinare. Non demordo, gli mando ogni prova documentale, ogni riscontro nero su bianco, tutto. Lo richiamo dopo quasi un mese, e la solfa è la stessa: “Ma sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica…”.

Piero Ricca.
Il 2 aprile 2008 mi scrive: “Caro Barnard, vorrei capire meglio la vicenda che la riguarda. Vorrei farle un'intervista, magari video, ma non necessariamente, da far girare on line, a partire dal mio blog. Un cordiale saluto, Piero Ricca”. Ne sono felice, accetto. Lui ribadisce: “M’interessa anche il tuo punto di vista su leadership e responsabilità individuale nel campo della società civile ‘progressista’ o ‘antagonista’…”. Perfetto, ancora meglio. E ancora lui: “Confido in video-intervista sugli sviluppi e il signficato del caso non appena possibile per antrambi”.

Nel frattempo lo rendo edotto di ciò che penso dell’Industria della Denuncia e dell’Indignazione, e glielo dico chiaro, lui c’è dentro fino al collo. Parliamone. Inoltre gli manifesto il mio disagio di fronte a certi suoi, chiamiamoli, eccessi di provocatorietà nel corso dei suoi arrembaggi a Vip politici o finanziari. Il rischio, suggerisco, è proprio quello di replicare metodi violenti nel nome di una autoreferenziale giustezza civica. Piero si risente un poco, me lo comunica. Il tempo però passa, e dell’intervista che mi voleva fare si sono perse le tracce.

Sabina Guzzanti.
Stessa trafila di Ricca, anche lei mi contatta per una intervista, l’11 di febbraio: “Caro Paolo Barnard, dato che sto lavorando a un film documentario sull’informazione vorrei intervistarti e raccogliere la tua testimonianza (sperando che la parola non ti ricordi troppo i tribunali)”. Scottato come sono dall’effetto ‘parrocchia’, decido di mettere le mani avanti: cara Sabina, leggi prima quello che ho scritto di voi Vip alternativi e di ciò che state facendo, poi se ancora vorrai sentirmi… Lei replica: “Caro Paolo, grazie della risposta. Ho letto il tuo articolo e non mi è passata la voglia di intervistarti. Ti chiamerò un giorno di questi per prendere un appuntamento”. Sono ammirato, forse qui si respira aria nuova. Nelle settimane seguenti le mando via mail i dettagli della vicenda Censura Legale, e con essi una sintetica cronaca in diretta della censura che sta calando implacabile su molti utenti del forum di Report man mano che la cosa monta. Le segnalo anche quella del blog di Grillo. Sabina inizia a mandarmi messaggi interlocutori: “Su Grillo mi sono arrivate voci che sul blog ci sia censura, mi pare che la voce si stia spargendo, d’altra parte è pure una sua scelta parlare di quello che vuole…” Le rispondo: “No, scusa, ma hai preso un granchio. Non si tratta del suo diritto di postare ciò che lui vuole. Qui parliamo dei cittadini, i cui contributi lui non deve filtrare, se non in casi di palesi volgarità o illegalità. I post dei cittadini sul suo blog sono liberi, e lo sono sempre stati. Lui cancella quelli scomodi, li censura”.

Sabina di nuovo: “Mi sembra che il senso della tua battaglia debba essere protezione legale da parte degli editori per i giornalisti che si espongono, più che una guerra contro la Gabanelli”. Comprendo subito il pericolo del fraintendimento che talvolta mi accompagna, e cioè la convinzione di alcuni che io mi stia accanendo per un rancore personale contro una giornalista, piuttosto che sui principi di una battaglia per la libera informazione. Replico con fermezza: “Il senso della battaglia è sia contro gli editori che ci abbandonano sia contro chiunque censuri, se mi permetti. Gabanelli sta censurando a man bassa e partecipa a Censura Legale. Cosa devo fare? Il solito ‘compagno di merende’ alla Aldo Grasso o Grillo che con la censura di Mimun sbraitano furibondi ma con la loro amica no? Fammi capire Sabina, la censura puzza di meno se la fa una amica tua o mia? Dimmi come ti posizioni tu, perché qui veramente si fa fatica a capire. La guerra la si fa contro chiunque censuri e se si chiama Gabanelli chissenefrega. O sbaglio?”.

La Guzzanti non si convince, lo scoglio Gabanelli rimane nel mezzo. Poi, quando scrivo di Marco Travaglio ciò che avete letto sopra, Sabina cambia tono, ahimè. Mi premuro di ricapitolarle tutti i punti spinosi, le gravi contraddizioni e i rischi che accompagnano la celeberrima figura del cronista, e concludo: “Sabina, quando si diventa Star non si è più liberi. Perché la fama dà potere, e il potere diventa prioritario rispetto alla libertà. Rileggi i nomi che ho citato (Ivan Illich, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie… Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato, nda), quelli non furono e non saranno mai in prima serata Tv. Va fatto altro, e l’ho scritto e credo che tu l’abbia letto”. Lei: “Caro Paolo, condivido la battaglia perché i giornalisti siano protetti legalmente dalle testate per cui lavorano, non condivido la battaglia anti Gabanelli. Non condivido la battaglia anti Travaglio di cui ho stima.” E di seguito, a proposito dell’impianto generale delle mie critiche ai ‘paladini’ antisistema, la Guzzanti sentenzia: “Francamente mi sembra un’analisi che nasconde frustrazione e rivalsa mal indirizzate”. Dunque, sarei in fondo proprio un rancoroso frustrato che fa battaglie anti qualcuno per rivalsa personale e invidia. Ci risiamo. La mia ultima replica alla Guzzanti sarà dura, le scrivo che in fondo anche lei, messa di fronte all’evidenza scritta nero su bianco della replica fra i suoi colleghi antagonisti della censura e dell’arroganza tipiche del Sistema-potere, sceglie di non prendere posizione, di non vedere. E’ facile, le dico, e soprattutto fruttuoso scendere in campo quando c’è da difendere i censurati Vip, dà visibilità mediatica; ma non vedo in lei lo stesso fervore di giustizia di fronte alla censura degli anonimi Marisetta, Salvo, Silvia, Francesco…, o di fronte alla palese violazione della coerenza morale da parte dei suoi amici Marco, Beppe, Milena, con il pericolo per tanti che ne consegue. Così, amica mia, si sceglie la propria appartenenza alla ‘parrocchia’, non l’interesse comune.

(Non mi ha più risposto. Anche l’intervista con la Guzzanti credo si andata a farsi benedire, ma tant’è)

Beppe Grillo.
Del suo essere ‘’compagno di merende’ della Gabanelli (ma anche di molti altri), e della censura che questa condizione ha generato nel suo blog ho già detto. Vi rivelo solo un ulteriore aneddoto assai significativo: una sua cara amica, di nome Valentina, ex studentessa dell’amico Carlo Belli dell’università di Perugia e attiva nel meet up di Losanna, si interessò a Censura Legale, di cui postò il testo integralmente. Ne seguì uno scambio di mail col sottoscritto e la sua iniziativa di sensibilizzare Grillo con una interpellanza personale. Il comico le rispose: “Dì a Barnard che faremo il V2 day anche per lui”. Di questa risposta faccio notare una sola parola: per piuttosto che con. Non con i temi che Barnard porta allo scoperto. In altre parole: se ne stiano a distanza Barnard e ciò che denuncia, che noi lavoriamo anche per lui (sic).

In conclusione, quanto sopra dovrebbe in un pubblico sano destare una profondissima preoccupazione e molte domande. Ma tornando al punto di partenza, ne rimane una fondamentale: come fa un Paese così intriso nel Sistema e anche nell’Antisistema dalla perenne tendenza alla parrocchialità a difendere la libera espressione e ad esprimere una libera informazione?*

Inutile proporre riforme, leggi, invocare esempi esteri di trasparenza. Fra questi ultimi, per citarne uno, la britannica BBC è perennemente menzionata. E allora diamo una breve occhiata a come è gestita la BBC e da chi. Il suo CDA si chiama BBC Trust; la sua dirigenza è la Executive Board. Il BBC Trust è nominato dalla Regina su consiglio dei ministri del governo. La Executive Board (16 direttori e direttore generale) è interamente nominata o approvata dal BBC Trust. Riflettiamo: tutta l’emittente pubblica britannica, esempio mondiale di indipendenza e qualità, è gestita a cascata da un monarca e dai suoi ministri, attraverso lo strumento del BBC Trust che di fatto controlla tutto quanto è sotto di lui. Un monarca, e dei politici oltre tutto neppure di maggioranza e opposizione, ma solo di maggioranza. E dov’è dunque il tanto celebrato sbarramento alla potenziale lottizzazione e manipolazione della Tv pubblica inglese? Non c’è, o meglio, c’è e si chiama ‘sono inglesi’, tutto qui. Infatti, basta immaginare il trasferimento di un simile sistema di controllo nel sottobosco corrotto e bizantino della nostra Italia e capite benissimo perché in queste righe io insisto sul punto imprescindibile: non va cambiata l’informazione, vanno cambiati gli italiani.

* (e cosa sarà di Canale Zero di Giulietto Chiesa se prima non affronteranno il pericolo ‘parrocchia’?)

Cos’è informare. Cosa fa un giornalista.
Ve lo diciamo noi. Ogni pomeriggio dell’anno i direttori di testata, i caporedattori e giornalisti assortiti si riuniscono e decidono cosa raccontarci il giorno seguente (quotidiani), la settimana entrante (periodici), la sera stessa (Tg). Sul tavolo delle redazioni giacciono pile di notizie, principlamente sotto forma delle cosiddette ‘agenzie’ (dispacci delle agenzie di stampa), ma anche fatti raccolti in ogni modo immaginabile, gossip, segnalazioni, e di rado qualche inchiesta. Dopo alcune ore l’80% di tutta quella roba viene scartato, e il rimanente 20% viene eticchettato in ordine di importanza: titolo d’apertura per questo… questo in evidenza… quello meno… quell’altro solo un accenno, e così via. I criteri di questa selezione e attribuzione di visibilità li sapete bene, sono spessissimo vergognosi, inutile qui ricordarli o ricordare chi li detta (dall’esterno delle redazioni). Ma ciò che è assurdo in tutto questo non è tanto la vergogna dei criteri sopraccitati, quanto il fatto che si dia per scontato nel giornalismo attuale che informare significhi selezionare notizie e offrirle ai cittadini. Questo non è informare. Informare correttamente è invece solo questo: pubblicare, nei limiti degli spazi fisici delle testate, tutte le notizie possibili, il maggior numero possibile. Punto. La selezione di ciò che è importante, e dunque a cosa dare il titolo in evidenza, la farà il cittadino nella sua testa leggendo o guardando le notizie. Ciascuna persona, nella sua libertà di pensiero e facoltà di discernimento, cioè protagonista dell’informazione, farà i propri titoli a caratteri cubitali sul giornale o i propri titoli di apertura del Tg, che di conseguenza nei quotidiani e nei telegiornali dovrebbero scomparire. Ma per potere fare ciò, le persone devono poter avere tutte le notizie che è possibile dare nei limiti delle 24 ore, e non una striminzita cernita precotta e opportunamente enfatizzata rifilatagli ogni santo giorno come l’omogeinizzato al bambino.

I direttori e le redazioni dovrebbero solo verificare l’attendibilità delle fonti delle notizie, e scartare solo ciò che palesemente incita alla violenza, palesemente diffama o palesemente falsifica la realtà. E sottolineo palesemente. Lo spazio per le idee del direttore, delle firme di prestigio, o dell’editore (e dei loro refrerenti inevitabili) dovrebbe essere quello della pagina delle opinioni, o degli editoriali Tv. Parimenti, uno spazio va riservato alle inchieste, saggi ecc. Ma oltre a ciò, la discrezionalità dei giornalisti non dovrebbe esistere. Questi dovrebbero essere i limiti del mestiere di chi pubblica notizie.

Utopia? Mi interessa poco. Di fatto informare dovrebbe essere questo, cioè raccontare al cittadino quello che lui/lei non può conoscere, tutto quello che lui/lei non può conoscere. Non vedo l’alternativa.

Compagni di merende.
Il mestiere del giornalista, in Italia più che altrove, è anch’esso male interpretato. La più bella definizione di cosa significhi fare il nostro mestiere l’ho sentita anni fa da una giornalista straordinaria, l’israeliana ebrea Amira Hass. Disse: “Il nostro compito principale è di monitorare le fonti del potere”. Semplice e cristallino.

Monitorare le fonti del potere significa scandagliarne quattro primariamente: le tre della notissima suddivisione di Montesquieu – esecutivo, legislativo e giudiziario – e l’ultimo arrivato, il quarto potere, cioè proprio l’informazione. Per fare ciò, il giornalista necessita di una dote sopra a tutte: saper essere un professionista solo. Significa essere un libero battitore, capace di guardare e se necessario criticare a 360 gradi tutto e chiunque, e cioè gli sconosciuti e i distanti, ma anche i conosciuti e i compagni di strada. In particolare questi ultimi, perché è proprio all’interno del proprio cortile di casa (o ‘parrocchia’) che spesso si annidano i misfatti più difficili da snidare. Ne consegue appunto che il giornalista non deve mai far comunella con alcuno, con i politici, con i magistrati, con i colleghi ecc., e deve tenersi da tutti a debita distanza.

Invece in questo Paese la norma è che i giornalisti facciano ‘parrocchia’ con altri ‘compagni di merenda’, che siano visti a cena con legislatori, in vacanza con industriali o con giudici, allo stadio con amministratori pubblici, ai dibattiti a braccetto coi magistrati, ai convegni coi banchieri, e che se ne vantino. Capita in Italia di vedere dilagare la banda dei quattro col comico, il politico, il cronista e il manager occulto che fanno e disfano mischiando deplorevolmente giornalismo, politica, attivismo, business, manipolazione di massa col codazzo di altri volenterosi giornalisti; capita che un direttore di giornale si vanti dell’amicizia personale con l’ex presidente del Senato grazie alla cui firma il suo quotidiano esiste, in un incredibile conflitto d’interessi; capita che la nota firma di prestigio saltelli con disinvoltura dentro e fuori dai poteri che dovrebbe monitorare, parte PR man-manager-affarista, parte diplomatico-lacché di potente famiglia, e poi di nuovo giornalista, tutto in uno; capita che giornalisti e magistrati si abbraccino a tal punto da sfondare nell’ambito del movimentismo, quasi ci si aspetta di vederli fare picchetti e volantinaggio di fronte ai palazzi di Giustizia. Alla faccia dei checks and balances che la tradizione anglosassone ci ha così opportunamente tramandato. Essere ‘compagni di merenda’, gemelli combattenti, amici degli amici, cordata di colleghi, commilitoni addirittura, è la norma qui da noi nel giornlismo.

Insomma, tutto ciò è grottesco. E nessuno lo nota più. E’ una mischia ormai fuori controllo.

Ma così, chi controlla più chi?

In concreto.
Per dare una pennellata di decenza all’informazione italiana occorre prima di ogni altra cosa puntare il dito sull’informazione che ogni giorno i cittadini di questo Paese si scelgono, e dire a gran voce che non vi è soluzione di continuità fra ciò che noi italiani siamo e i media che abbiamo.

Il lavoro è di ordine epocale, cioè dimenticarci per un attimo delle Caste e metterci davanti allo specchio con vergogna. E avere il coraggio di vedere nei contorni delle nostre fattezze quegli spicchi di Berlusconi, Mieli, Riotta, Lerner, Del Noce, Petruccioli, Ricci, Costanzo, Chiambretti e Sgarbi – e con essi anche tutte verruche nascoste della compagine dell’Antisistema – che emergono dal nostro derma.

Dobbiamo dunque recuperare il senso della nostra importanza di persone, la nostra autostima, e poiché importanti e dunque ciascuno di noi primo cittadino della vita pubblica, dobbiamo decretare inammissibile in noi stessi l’essere meschini, omertosi, disonesti, pigri, accomodanti, egoisti, qualunquisti, bugiardi, indifferenti. Inammisibile cioè che lasciamo scorrere il peggio sotto i nostri occhi senza intervenire, senza pretendere che ciò non accada. Intervenire e pretendere, tutti noi, indipendentemente dallo status sociale o dalla cultura, e dunque cambiare il nostro mondo, la politica e l’informazione.

Un percorso lungo e difficilissimo, lo so. Ma in Italia da qualche anno si era formata una Società Civile Organizzata che prometteva bene. Si trattava di una miriade di organizzazioni con al seguito schiere di cittadini attivi potenzialmente capaci di formare un esercito di creatori di consenso in grado proprio di aiutare gli italiani a fare ciò che ho appena descritto – aiutare, lo ripeto, chi non ha il tempo, il denaro, l’autostima per informarsi, per capire, per intervenire; aiutarli a fare quelle tre cose affiché un giorno si riescano a mettere al centro, a sentirsi imprescindibili e infine a cambiare questo Paese. Se questo esercito avesse lavorato diligentemente, pazientemente, capillarmente, e soprattutto orizzontalmente, avremmo visto in Italia un inizio di cambiamento verso una cittadinanza onesta, consapevole e capace di partecipare. Capace infine di spazzar via ogni Casta politica o mediatica, poiché le Caste sono solo il riflesso di una cittadinanza disonesta, inconsapevole e incapace di partecipare. Sarebbe stato il primo passo verso il goal di cui sopra. Era una promessa, l’unica rimasta.

Invece altro è accaduto, purtroppo. La Società Civile Organizzata si è voluta munire di Guru, Personaggi, Star, in tutto e per tutto replicando le strutture verticali e vippistiche del Sistema massmediatico commerciale. L’ipertrofismo di questi nuovi Guru, come ho già scritto in passato, ha finito per annullare ancor più la capacità di azione dei singoli cittadini attivi, rendendoli dipendenti dal carisma, dalle proposte, e dalla presenza di quelle Star. Infatti oggi in assenza del carisma, della presenza e delle indicazioni di quei Guru pochissimi cittadini agiscono, e all’indomani della feste di piazza, delle serate col personaggio o delle manifestazioni, poco o nulla accade.

Per cambiare questo stato di cose, per cioè riportare i cittadini attivi all’essenziale ruolo di formatori di consapevolezza nei milioni di cittadini passivi, dovrebbe idealmente accadere che i primi si scuotessero dal torpore e dall’adorazione acritica dei loro Guru. Lo auspico.

Nel frattempo però codesti divi dell’Antisistema potrebbero dare una mano compiendo un atto di responsabilità che sarebbe storico, in particolare nell’ambito proprio dell’informazione e di come essa va ottenuta da parte del cittadino. Lo sintetizzo in una battuta: devono sgonfiare se stessi e aiutare le persone a ingrandirsi.

La prima cosa che questi ipertrofici personaggi dovrebbero fare è di restituire alla gente il potere di informarsi. Lo si fa innanzi tutto incoraggiandoli a coltivare l’abitudine al dubbio, ovvero il dubbio che ciò che gli stessi Guru scrivono o proclamano possa essere parziale, miope, sbagliato, addirittura manipolatorio. Il messaggio di apertura nel rapporto col loro pubblico dovrebbe sempre essere: siamo solo fonti di notizie, non oracoli, ascoltateci, ma a debita distanza, fra le tante altre fonti che ascolterete. Così facendo restituirebbero al pubblico il suo ruolo di protagonista che deve farsi la verità da solo, e non apprenderla pedissequamente da un Personaggio visto come un Vate. Si comincia così. Poi ci si rifiuta di fare i Vday, di avere i megablog, di essere fissi in prima serata Tv come Guest Stars, di fare il club esclusivo dei divi antagonisti, di pavoneggiarsi nelle pagine delle opinioni di riviste patinate, e si dismette interamente quell’abito da eroi della nuova resistenza che così tanti vestono oggi con orgasmo. Gli odierni divi della controinformazione dovrebbero lavorare proprio per ottenere che il pubblico non si relazioni più col giornalista Personaggio/divo/esperto, ma che lo veda sempre come un suo piccolo consulente di informazioni fra i tanti. Per far comprendere a chi legge quale dovrebbe essere l’atteggiamento esteriore e interiore di una cittadinanza sana nei confronti di chi li informa, chiuque egli/ella sia, vi chiedo di immaginare come il top management di un gigante industriale – per es. la Microsoft Corporation – si relazionerebbe con un loro consulente. Lo convocherebbe, gli direbbe senza troppe storie “Prego si faccia avanti, ci dica”, lo ascolterebbe e poi “Bene, grazie, si accomodi”. Punto. E il consulente saluta e si mette da parte piccolo e secondario, per lasciare ai manager l’importante compito esecutivo. Ora, un pubblico di cittadini sani dovrebbe sentirsi come il management, cioè al centro del potere e delle decisioni, e gli odierni giornalisti/divi/esperti si dovrebbero ridurre al ruolo del consulente. Questo dovrebbero fare i Travaglio, Guzzanti, Grillo, Barbacetto o Gomez ecc.

Oggi purtroppo accade l’esatto contrario: il giornalista/divo/esperto troneggia, sentenzia e lancia il diktat, e il pubblico piccolo piccolo lo adora, lo ammira, e peggio, si raggruppa in fans club e ‘parrocchie’ dal seguito quasi sempre acritico. Ed è tristemente emblematico che l’immaginario colloquio che ho sopra descritto sia nella realtà di oggi esattamente il modo in cui, al termine della serata-dibattito con l’esperto/divo, viene invece accolto il pubblico quando chiede timidamente la parola: “Prego si faccia avanti, ci dica”, e poi “Bene, grazie, si accomodi”, cioè torni piccolo piccolo.

In questo modo la gente è solo sospinta a rimanere secondaria, cioè si annulla e non crescerà mai. Così l’Italia non cambierà mai. L’informazione italiana meno che meno.

Paolo Barnard

1) http://www.beppegrillo.it/2008/05/in_memoria_del_giornalista_beppe_alfano.html)

2) Corriere della Sera, venerdì 16/5/2008

3) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm

4) Ripartire dal basso (subito). Centrofondi.it – L’economia per tutti. 21 sett. 2007

5) http://www.hrw.org/backgrounder/asia/afghan-bck1005.htm Military Assistance to the Afghan Opposition, Human Rights Watch, Ott. 2001

6) http://www.greenleft.org.au/2003/556/29437 John Pilger: Bush's `war on terror' is a cruel hoax, 1 Ott. 2003, Green Left Online

7) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm

8) http://www.disinformazione.it/censura_legale.htm

9) http://polinux.altervista.org/index.php

10) Il business della diffamazione. Giovanna Corrias Lucente, Micromega, 29-06-2007

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mercoledì, maggio 07, 2008

I sogni irrealizzabili dei media occidentali

Sogni irrealizzabili: i media occidentali e la transizione in Russia
di Andrej Arešev

Dmitrij Medvedev assumerà la carica di presidente della Russia il 7 maggio. Alla vigilia dell'insediamento il tono dei commenti nei media occidentali e in alcuni media nazionali sulla configurazione del potere in Russia dopo la transizione dimostra che certi ambienti sono estremamente interessati a istigare un conflitto tra Putin e il suo successore.

Se non ci sono notizie reali, bisogna inventarsele: è questa la regola dei mezzi di informazione, soprattutto quando si tratta del principale evento politico dell'anno in un paese che ha un ruolo così importante sul piano internazionale. È già chiaro che i tentativi mirati a dividere il presidente e il primo ministro avranno la forma di una campagna mediatica attentamente orchestrata.

“Finora l'ex presidente e il suo successore sembrano andare d'amore e d'accordo”, ammette la britannica BBC. Tuttavia, il desiderio di intravedere possibili conflitti tra Putin e Medvedev sulla politica interna ed estera della Russia e la ricerca di situazioni in cui tali conflitti potrebbero emergere sono un tema ricorrente nei media tradizionali e in quelli elettronici (compresi i blog politicizzati), che ricorrono regolarmente a vecchi trucchi presi dall'arsenale della guerra mediatica e perfino ad allusioni dirette. “L'epoca di Putin è stata caratterizzata dal ritorno al potere dei siloviki, che attualmente svolgono un ruolo predominante nella politica e nell'economia russe. Contende loro il potere un clan 'liberale' al quale si dice Medvedev appartenga”, così, per esempio, ha scritto lo svizzero Le Temps, riassumendo alcuni pettegolezzi.

Incapaci di citare dati reali, gli immaginifici autori di queste previsioni attingono abbondantemente alla fantasia e all'emotività. “La lotta per la poltrona presidenziale è stata segreta ma violenta, e la lotta per il potere è destinata a continuare in Russia, paese lacerato da una serie di conflitti irrisolti”, ammonisce il Wall Street Journal, senza chiarire però come si sia manifestata tutta questa “violenza”. Un giornalista iperattivo ha perfino sostenuto di avere visto una bozza del discorso di Krasnojarsk di Medvedev in cui – liberali, esultate! – avrebbe notato che era stata cancellata una frase sul ruolo di Putin nel rafforzamento del sistema dei partiti russo. Naturalmente il giornalista si è affrettato a comunicarlo al mondo. Altri cercano di rilevare contraddizioni nascoste tra i discorsi di Putin e Medvedev, sperando chiaramente di distinguere i contorni del futuro “scisma”.

Un altro leitmotiv dalla stampa occidentale è che il nuovo presidente russo dovrebbe respingere quanto prima l'eredità politica del suo predecessore e adottare posizioni occidentali su questioni cruciali di sicurezza internazionale. Questa sarebbe, si dice, la scelta migliore per la Russia. Per quanto riguarda la politica interna, l'Occidente auspica una sorta di “trasformazione in senso liberale dall'alto”. La “trasformazione in senso liberale” implicherebbe ovviamente un indebolimento della struttura del potere in Russia e darebbe il via libera all'opposizione radicale con i suoi piani di rovesciamento del potere. Coloro che promuovono simili modelli di sviluppo per la Russia ricorderanno certamente la storia. Le lezioni della storia recente della Russia - soprattutto l'epoca gorbačëviana, quando la perestrojka diede il colpo di grazia a molte istituzioni dello stato, e i primi anni Novanta, quando scoppiò un grave conflitto tra il presidente e il parlamento – sono ben note. Le istituzioni travolte dal caos permanente e spesso in conflitto l'una con l'altra sono facilmente manipolabili, come la storia ci insegna. La Russia non ha alcun motivo per ricadere negli stessi problemi.

L'autorità in Russia è e rimarrà stabile, e il fatto che Putin e Medvedev abbiano lavorato fianco a fianco per anni garantisce la continuità politica e l'efficacia della loro collaborazione futura. Nei suoi discorsi di Nižnij Novgorod e Krasnojarsk, Medvedev ha detto: “Se mi sarà affidata la guida del paese mi impegno a mantenere la rotta che si è dimostrata efficace, la rotta intrapresa dal presidente Putin… Dobbiamo conservare i principi basilari che sono stati formulati negli ultimi otto anni… per me questo è insieme un onore e una sfida”. In seguito il nuovo presidente ha ribadito questi punti in varie occasioni.

La stabilità e un progressivo sviluppo economico sono necessari a mettere in atto i piani di modernizzazione a lungo termine della Russia. Tuttavia nei prossimi anni non c'è ragione di aspettarsi che forze esterne non tentino di destabilizzare la Russia. Molto probabilmente lo faranno. Per esempio, il possibile futuro presidente degli Stati Uniti John McCain recentemente ha sollecitato il riconoscimento dell'indipendenza dalla Russia del Caucaso Settentrionale, riflettendo con ciò ben più delle proprie opinioni personali. L'intenzione della Russia di trasformare il rublo in valuta regionale e poi in valuta di riserva mondiale e di respingere gradualmente il dollaro come moneta di scambio per il mercato petrolifero1 non sarà ben accolta. Il Financial Times suggerisce che i paesi occidentali adottino una posizione comune: su base anti-russa, naturalmente. Dunque è anche probabile che sorgano problemi nelle relazioni tra la Russia e l'Europa: gli esperti dei maggiori partiti politici tedeschi hanno già cominciato a evocare “i conflitti emergenti” tra Mosca e Berlino2. La verità è che i conflitti esisteranno sempre e ovunque, ma essere in grado di risolverli in modo intelligente e rispettando gli interessi nazionali è il compito cruciale del governo di ogni paese. La collaborazione tra il presidente Dmitrij Medvedev e il primo ministro Vladimir Putin contribuirà certamente ad assicurare la configurazione politica stabile che è necessaria alla Russia per raggiungere i suoi obiettivi strategici.

1 Russia to Export Oil for Rubles, Voice of Russia, May 5, 2008

2 http://www.dw-world.de

Originale da: Fondsk.ru

Articolo originale pubblicato il 6 maggio 2008

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mercoledì, aprile 02, 2008

Sempre su Barnard e Censura Legale: come agire

Riprendo questa lettera, chiedendovi di leggerla e - se lo trovate opportuno, come sempre - di farla circolare:

"AGITE PER VOI STESSI, PRIMA DI TUTTO

Cari amici e amiche. Mi avete scritto di recente per esprimere la vostra partecipazione, indignazione, preoccupazione per la mia denuncia su Censura Legale (si veda, fra gli altri, il sito http://www.disinformazione.it/censura_legale.htm).

Tantissimi di voi mi hanno chiesto 'Cosa possiamo fare?'. Ecco delle proposte, ma c'è una cosa da capire: la questione ha preso oggi una piega gravissima.

La censura ora viene dal cuore dell'antisistema, da Gabanelli e da Grillo. Di fatto il nemico sembra 'marciare alla nostra testa'.

Come già sapete, Censura Legale è l'ostacolo forse più paralizzante per il futuro della libera informazione, che sta creando in Italia un duopolio inaccettabile: poche testate, e relativi giornalisti, che possono dire ciò che vogliono poiché ricche a sufficienza per poter ovviare a Censura Legale; e quelle che invece non se lo possono permettere, assieme ai loro reporters, divenendo di fatto tacitate in diverse istanze. Non è difficile comprendere che in un tale sistema a informare con ampio raggio d'azione saranno sempre più solo i ricchi media commerciali, che sono però notoriamente condizionati dagli interessi dei forti gruppi finanziari e industriali che li finanziano. Mentre penalizzati saranno i 'piccoli', gli indipendenti, gli editori in Rete, che di norma lavorano con bassi budget ma che spesso sono i più coraggiosi nella ricerca della 'verità'. Si delinea così un futuro per l'informazione inquietante, e ne va esattamente della libertà di tutti. Di tutti.

Nel frattempo, come forse avete avuto occasione di sapere, è accaduta una cosa decisamente grave. La mia denuncia coinvolgeva, ahimè, proprio un bastione della libertà mediatica come Report e la sua conduttrice Milena Gabanelli. Sul forum di Report si accese un'accanita discussione, con richieste di chiarimenti, proteste, appelli diretti alla conduttrice, giustificati proprio dallo shock di chi vedeva una paladina della libertà di stampa accusata di essere collusa con la RAI in Censura Legale. Gabanelli, dopo alcuni brevi interventi del tutto inadeguati alla posta in gioco, ha calato sull'intero dibattito la scure della censura, nientemeno. Dal forum di Report sono sparite le discussioni su Censura Legale (una si esse con più di 30.000 letture) venivano cancellati gli interventi più critici, e infine da quel forum sono stati banditi e zittiti elettronicamente i cittadini che protestavano e chiedevano spiegazioni (incluso il sottoscritto). Una violazione chiara e ingiustificabile delle prerogative costituzionali di chi voleva esprimere dissenso sul forum di una trasmissione dell'emittente pubblica italiana.

La vicenda ha fatto molto parlare di sé, ricevendo interventi di Gherardo Colombo, Alex Zanotelli, Sabina Guzzanti, Giovanni Minoli, fra i tanti cittadini sensibilizzati. Ma ha anche registrato il silenzio e l'omertà di quasi tutti i media italiani, e dei loro editori (ovviamente), ma anche di Beppe Grillo più volte sollecitato e che è impegnato proprio su questo fronte (sic), e di altri noti antagonisti come Travaglio o Santoro. Grillo censura ogni post che menziona Censura Legale (si veda http://beppegrillo.meetup.com/10/boards/thread/4419298/10/).

Ad oggi, la censura operata da Report continua senza il benché minimo ripensamento.

Qui io mi appello a tutti coloro fra voi che mi espressero la richiesta di 'fare qualcosa'. Ci troviamo di fronte a due paradigmi intollerabili per la nostra libertà di cittadini:

Primo, il rifiuto da parte dei media e dei loro editori di discutere Censura Legale e le sue devastanti implicazioni per la libertà d'informazione in Italia.

Secondo, la scoperta che una stimata paladina della trasparenza mediatica come Milena Gabanelli e la sua redazione, appena sottoposti al tipo di scrutinio cui loro di solito sottopongono altri, hanno reagito replicando i medesimi metodi dei peggiori Sistemi di potere: la censura, il rifiuto del confronto. Peraltro sembra che anche Beppe Grillo si stia comportando alla stessa maniera nel suo blog. Ciò ha implicazioni che vanno oltre la gravità. Molto oltre.

Per coloro fra voi che desiderano agire concretamente, ecco cosa potete fare:

1) Divulgate a chiunque lo ritenete opportuno queste realtà. Dibattetene.

2) Scrivete ai media, ai loro editori, manifestando la vostra preoccupazione per la Censura Legale.

3) Andate sul forum di Report, REGISTRANDOVI CON UN NOME PRECISO (questo è essenziale e si fa cliccando in alto a sinistra nella pagina) e partecipate continuativamente alla discussione che porta il titolo "Report censura 'Censura Legale' - i fatti, la storia", per mantenerla viva fino all'ottenimento di:

Risposte esaustive in un libero dibattito da parte della RAI, di Milena Gabanelli e della redazione di Report su Censura Legale e sulle sue nefaste conseguenze per noi tutti.

Riammissione di tutti cittadini censurati dal forum.

Per fare ciò, è necessario appunto registrarsi al forum, entrare nella discussione sopraccitata e cliccare su "nuovo messaggio", per aggiungere quotidianamente una propria frase o anche il medesimo appello. Questa frequenza di messaggi manterrà la discussione in preminenza, nella speranza di ottenere quanto sopra. Ma va fatto con dedizione quotidiana.

4) Chiedete alle vostre mailing lists di fare altrettanto.

Ne va del futuro di tutti. Prima che sia troppo tardi.

Grazie a voi.

Paolo Barnard

N.B. E' assai probabile che la discussione 'Report censura Censura Legale - i fatti, la storia' venga censurata dalla redazione ripetutamente. Noi ripetutamente la reinseriremo, per cui se non la trovate (oltre a essere la prova della censura di cui sopra) siete pregati di riprovare dopo poco. Grazie".

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lunedì, marzo 10, 2008

Ancora su Paolo Barnard e la censura legale

"Sono Paolo Barnard. Insisto nello scrivervi perché la gravità degli accadimenti è inaudita.

Nel dibattito su Censura Legale (censurato, prove alla mano, da tutti i media di sinistra e di centrosinistra italiani, nonostante sia in gioco la libertà d'informazione) sta accadendo una cosa sempre più sconcertante. La redazione di Report e Milena Gabanelli, coinvolti ahimè nella mia denuncia, nonché quella di Anno Zero, hanno agito per censurare qualsiasi critica o dissenso proveniente da alcuni loro spettatori, facendo le seguenti cose in ordine:

1) Le 4 discussioni sul forum di Report che parlavano di Censura Legale e della collusione della Gabanelli-RAI in essa, sono state accorpate in una. Questa è stata artificiosamente fatta sparire dalla prima pagina (e relegata a pag. 14 [oggi pag. 15, nota mia]) con un improvviso e inedito cambio di criterio di visualizzazione delle discussioni. La stessa redazione di Report lo ha ammesso con un post vergognoso (http://www.forum.rai.it/index.php?showtopic=198196&f=141). Ciò, nonostante le oltre 30.000 letture di quelle discussioni da parte di cittadini.

2) Hanno cancellato impietosamente e ripetutamente tanti post di critica e di protesta che venivano inviati dai cittadini alle discussioni su Censura Legale (prima che sparissero).

3) Hanno cancellato persino i post di critica e di protesta indirizzati ai threads ufficiali della redazione (quelli in alto nella prima pagina).

4) Hanno bannato (bandito) decine di spettatori che partecipavano al forum per portare commenti critici o di protesta. Gli stanno impedendo di scrivere, e questo su un forum di un'emittente pubblica e in dispregio del dettato costituzionale.

5) Tutto questo sta accandendo, identico, sul forum di Anno Zero, dove era in corso la medesima discussione su Censura Legale.

6) I cittadini censurati da questi forum pubblici stanno ri-postando insistentemente i post censurati nei medesimi forum. Essi riappaiono e poi scompaiono, per poi riapparire, ecc.

Tutto ciò è gravissimo. Già sarebbe inaudito se fosse fatto da un editore retrivo e illiberale, ma in questo caso viene fatto da chi si è venduto agli italiani per anni come i 'paladini della morale civica del Paese'. Che fine sta facendo l'informazione libera, se anche quella poca rimasta replica le nefandezze del Sistema?

Questo non può continuare, ne va del futuro democratico di questo Paese. Perché come disse Brecht 'talvolta il nemico marcia alla vostra testa'.

Paolo Barnard

DI SEGUITO ALCUNE MAIL DI SPETTATORI DI REPORT CHE TESTIMONIANO L'ACCADUTO (ometto le identità poiché non ho avuto il tempo di chiedere il loro consenso, visto che ci bannano all'istante)

Ciao, sono uno di quelli che cercavo di far emergere la tua vicenda nei forum di anno zero e report.
Con il nick ----, volevo solo dirti (anche se non sò se ti importa) che siamo stati bannati in molti, ieri avevano già affossato il tuo tema cambiando l' ordine dei messaggi (invece che per ultima risposta per data di postaggio 3d, inoltre quando cercavamo di postare il nostro dissenso per la scelta (motivate per tenere alta la conversazione) in cima hanno cancellato anche quelli, accorpandoli nel 3d principale (che è passato da pagina 1 a pagina 15). Abbiamo inziato a
postare su un 3d in rilievo "Bernardo Iovene online lunedi alle 19:00" perchè non potevamo
scrivere altrove, hanno cancellato anche quelli.
Abbiamo iniziato a mettere in firma il link per la discussione su Anno Zero e sul video Arcoiris e sulle nostre opinioni sul nuovo modo di catalogare le discussioni, ci hanno bannato sia sul forum di Report che su Anno Zero.
Vogliono eliminare i dissensi per fare la bella figura quando vanno in onda.
Hanno una coda di paglia lunga come una casa, avevano iniziato a pensare a manifestazioni per i diritti dei freelance in varie città, doveva essere una cosa molta apprezzata da dei giornalisti, invece non è stato così.
Ormai oltre a zittire te, zittiscono anche chi pensa che tu abbia ragione.

Buona Domenica, e scusa se sembro un pò arrabbiato per una vicenda che rispetto alla tua è davvero minima, ma sono indignato anche perchè è un forum della Rai e pago il canone senza poter decidere nulla del palinsesto epnsavo di poter esprimere il mio dissenso almeno su Internet.

Tuo
L.
__________________

Ho messo una risposta (firmata) al tuo thread ma la cancellano di continuo (che m...!)

B.
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ahahahah
l'ho ripostato tre volte, cancellato.
mah... devi fargli proprio paura ;)
Ma come hai fatto a lavorare con simili miserabili?

B.
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Caro Paolo,
scusa se rispondo alla tua e-mail ma ci hanno censurati, abbiamo provato a scrivere ma come già ti ho scritto, ma hanno cancellato tutti i nostri post diretti ai thread che hanno messo loro della redazione in altro sul forum, quelli che hai citato tu.

Ci hanno di fatto censurati!
Ora, se vogliamo fare qualcosa dobbiamo denunciare questa cosa a chi ha in rete molta visibilità. Penso al blog di Grillo, a quello di Beha, a Giulietto Chiesa.
Altrimenti dovresti tu metterci in contatto, se vuoi puoi dare la mia e-mail a chi si firmava nel forum come:
----
----
----
----
----

Se hai qualche altra idea in proposito fammi sapere.
grazie

C.
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Ciao,
ne sono stata testimone e insieme coloro che si firmavano ----, ----, ---- e altri, tra l'altro abbiamo diffuso la cosa anche sul forum di Anno Zero e hanno tolto i nostri messaggi anche da lì. Io ho salvato sul mio pc tutto il thread (quello originario).
Perchè non ci metti in contatto tra di noi? Se hai gli indirizzi e-mail ovviamente.

F.
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Caro Paolo,
sono stata bannata. Non posso più scrivere, manco sul forum di Anno Zero.
Darò informazione di questa censura a tutti.
Ciao

V.
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Ciao, ti volevo soltanto dire che ieri, dopo essermi accorta di quel che succedeva sul forum, non ho potuto fare ammeno di contravvenire al mio proposito di non scriverci più. La cosa mi ha fatto ribollire il sangue. Ovviamente mi hanno revocato la possibilità di inserire messaggi sia sul forum di Report che su quello di Anno Zero. Poi più in là ti spiegherò altri dettagli.

M.
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Ti aggiorno. L'Admin ha bannato altri due utenti, ---- e ----.
---- mi ha inviato un'email per farci sapere che sta mandando in giro la cosa a tutti quelli che conosce.
Così faremo anche noi.
Ciao

D.
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Questo era un altro post che avevo messo stamattina e puntualmente cancellato... (segue testo)

P.
_______________________

Caro Paolo, non sanno più cosa inventarsi.

---- aveva postato:

"Il sottoscritto valuterà seriamente l'ipotesi di adire le vie legali per qualsivoglia abuso riguardante il negargli il diritto di parola e libera informazione sanciti dalla costituzione.

State giocando con il fuoco, siete avvisati."

aggiungendo gli appelli di Zanotelli e Colombo. Il titolo del thread era "Censura legale".

Sai cosa hanno fatto? Lo hanno accorpato, come al solito, alla discussione principale, cambiandole, però, il titolo. Ora, si intitola Censura legale. In questo modo, hanno tolto il richiamo a Barnard/Gabanelli.

Alcuni amici del forum mi stavano consigliando come registrarmi di nuovo, con un altro IP, ma io ci ho pensato e non voglio il "contentino". Io voglio che mi ridiano i permessi per postare.
Adesso preparo una mail che farò postare, domani, sul forum di Anno Zero, da inviare in giro con le firme degli utenti più sensibili al problema.

Uniti si vince.
Ciao

S."

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domenica, febbraio 24, 2008

Christine Ockrent, la Voce della Francia

Christine Ockrent, la Voce della Francia

da Le Monde Diplomatique

traduzione di Andrej Andreevič

Nicolas Sarkozy ha annunciato il 20 febbraio la nomina di Christine Ockrent al posto di vice direttrice generale dell'Audiovisuel Extérieur Français ["Audiovisuel Extérieur Français" è il nome di una holding che raggruppa le varie partecipazioni statali francesi nelle catene radio e televisive diffuse internazionalmente, non la catena francofona in sè come erroneamente scritto precedentemente, ringrazio A. per la segnalazione N. d. T.]. Diretta dall'attuale presidente della catena televisiva d'informazione France 24, Alain de Pouzilhac, la futura holding, battezzata France Monde, riunirà le partecipazioni dello stato a Radio France Internationale (RFI), TV5Monde e France 24. La creazione della holding ha suscitato le vive proteste dei partner di TV5Monde in Belgio, Svizzera, Canada, Quebec e dall'Organizzazione Internazionale della Francofonia (Organisation internationale de la francophonie, OIF), che non sono state consultate. In Francia è soprattutto la decisione di affidare la direzione dell'informazione estera alla compagna del Ministro degli Affari Esteri Bernard Koucher che ha provocato una levata di scudi. Questo nuovo episodio ricorda la profonda consanguineità che esiste nel paese tra il mondo della politica, dei media e degli affari, e che si dimostra sempre più problematico.

***

Estratto da "L'opinion, ça se travaille…" - Les médias et les "guerres justes": Kosovo, Afghanistan, Irak, Agone, Marsiglia, 2006, di Serge Halimi e Dominique Vidal (con Henri Maler):

Durante la guerra del Kosovo la trasmissione quotidiana di attulità diffusa dalla catena televisiva pubblica statunitense Public Broadcasting Stations (PBS) invitò dei giornalisti europei per informare gli americani del sentimento dell'opinione pubblica dei loro paesi. Per la Francia questo ruolo fu affidato a Christine Ockrent. I passaggi che seguono permettono di rivelare le particolari disposizioni di certi giornalisti a esprimersi cone i portavoce (ufficiosi) dei loro governi e della "giusta causa" del momento. Interrogati da una nostro collega a Washington, uno dei responsabili del programma ha affermato di ignorare il fatto che Christine Ockrent all'epoca della guerra del Kosovo fosse la compagna di un membro del governo francese.

Lehrer Newshour, trasmissione del 21 aprile 1999
Margaret Warner: Possiamo osservare lo stesso sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica sia in Francia sia in Germania?
Christine Ockrent: Assolutamente Margaret. La grande maggioranza dei francesi approva l'intervento. Ma la proporzione tende a calare quando si parla dei dubbi sull'efficacia della strategia della NATO [la guerra aerea]. E, paradossalmente, più qiesta strategia è messa in discussione, più sostegno ha l'ipotesi di un intervento terrestre.
Margaret Warner: Signora Ockrent, può dirmi se, agli occhi dell'opinione pubblica francese, la credibilità della NATO è messa in discussione in questa operazione e se questa venga considerata molto importante in Francia?
Christine Ockrent: Si, certamente. Cos'è la NATO? La NATO è l'alleanza delle democrazie. Io penso che il consenso nel paese è che non possiamo permetterci di perdere. E' esattamente quello che il presidente Chirac ricorderà in televisione questa sera. Si tratta della battaglia della democrazia contro la tirannia e il totalitarismo.


Lehrer Newshour, trasmissione del 9 giugno 1999
Quel giorno i giornalisti europei discutevano degli sforzi in vista di un regolamento politico. In quel momento veniva firmato l'accordo di Kumanovo tra la NATO e lo stato maggiore dell'armata jugoslava.

Elizabeth Farnsworth: Signora Ockrent, se l'obiettivo era umanitario, la guerra è stata un fallimento, o no?
Christine Ockrent: Non sono d'accordo con lei. Io credo che l'obiettivo fosse umanitario e che la guerra sia stata vinta. Sì, abbiamo avuto un milione di rifugiati. Ma è meglio avere un milione di rifugiati che un milione di morti. E credo che ci si ricorderà di tutto questo pensando che, per la prima volta alla fine di questo secolo, le nostre nazioni democratiche si sono date il diritto di intervenire in uno stato sovrano per proteggervi e salvarvi una minoranza etnica.

Glossario per tempi di guerra
PROPAGANDA: rientra nella propaganda qualsiasi azione esercitata volontariamente sull'opinione al fine di spingerla a condividere certe idee o valori. La propaganda si appoggia spesso ai media.
MANIPOLAZIONE: divulgazione deliberatamente ingannevole di informazioni, destinate a orientare le scelte del destinatario di queste informazioni.
DISINFORMAZIONE: tecnica che consiste nel diffondere informazioni false, contraddittorie o eccessive in maniera da mascherare l'informazione reale.
Christine Ockrent, La Liberté de la presse (Les Essentiels, Milan, Toulouse, 1997, p. 4-5)


Originale:
http://www.monde-diplomatique.fr/carnet/2008-02-21-Ockrent

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domenica, febbraio 17, 2008

Schiavo del potere?

Schiavo del potere?
di Vilhelm Konnander

Durante la sua conferenza stampa annuale il presidente russo Vladimir Putin ha rivelato di non avere mai avuto la tentazione di correre per un terzo mandato. Fin dall'inizio aveva deciso che non avrebbe mai violato la costituzione russa, che fissa a due il numero massimo di mandati presidenziali consecutivi.
Come sempre a questa pseudo-notizia è stato dato grande risalto nei commenti dei media internazionali sulla conferenza stampa. Come si è già detto, il Cremlino è riuscito a tener vive per anni le speculazioni su un potenziale terzo mandato di Putin, e i media sono stati ben felici di esser presi all'amo. Il fatto che giornalisti non siano stati capaci di credere a Putin quando ha datto la sua parola testimonia il successo dei politecnologi nel manipolare ugualmente bene i media russi e quelli occidentali. Dovrebbe anche rappresentare un monito per l'opinione pubblica mondiale, che corre il rischio di essere ingannata a causa della parzialità e della miopia dei media internazionali a proposito della Russia.

Alla conferenza stampa Putin ha affermato: "In tutti questi anni ho faticato come uno schiavo nelle galere da mattina a sera, e l'ho fatto mettendoci tutte le mie forze". Molto probabilmente questa affermazione è del tutto sincera, ed è anche in linea con ciò che Putin ha ripetuto in passato. La gente del Cremlino, inoltre, non ha fatto mistero del fatto che il presidente russo negli ultimi anni era molto stanco e sentiva il peso dei propri doveri. Dunque nel caso di Putin essere schiavo del potere non significa avere una fissazione per il potere, ma essere schiavo dei propri doveri. Eppure i media non sono riusciti a capirlo.

A volte è spaventoso accorgersi di come sia mediocre la conoscenza della Russia che possiedono i giornalisti occidentali, che continuano a non capire neanche i fatti fondamentali. Per esempio, lo scorso martedì la BBC si è occupata dell'incontro tra il presidente ucraino Jušenko e Putin a Mosca. Con malcelata indignazione, il giornalista così commentava la prevista partecipazione di Putin alla conferenza della NATO che si terrà in aprile a Bucarest: "Putin non sarà più presidente della Russia, in aprile. Le elezioni per il suo successore si terranno il prossimo mese". Si suggerisce così che Putin e la sua cricca non sanno quando si concluderà il suo mandato presidenziale o che se ne fregano, visto che le cose non cambieranno comunque. Be', ho una notizia per la BBC: il secondo mandato di Putin è cominciato nel maggio del 2004, il che significa che ha il diritto costituzionale di restare in carica per gli interi quattro anni del suo mandato, cioè fino a maggio di quest'anno. Che Putin intenda esercitare i propri poteri presidenziali al massimo e fino all'ultimo minuto è chiaro anche dalle sue dichiarazioni. Eppure, non si può fare a meno di rammaricarsi quando neanche la BBC riesce a interpretare correttamente alcuni fatti basilari.

Il rischio è che si perda un'informazione buona e oggettiva sugli sviluppi in Russia. Mentre la situazione sta diventando sempre più grave e complessa in molti campi della politica e della società, l'informazione giornalistica si fa sempre più tendenziosa e incline ai pregiudizi. Più le cose peggiorano, più c'è bisogno di integrità e professionalità. Altrimenti non solo l'opinione pubblica verrà tratta in inganno, ma perfino i leader mondiali potrebbero finire per basare le proprie decisioni in merito alla Russia su una cattiva informazione o immagini fuorvianti. Riuscire a capire i fatti fondamentali contribuirebbe a cambiare le proprie valutazioni e riuscire meglio ad affrontare le sfide future. Queste sfide sono grandi, e la più grande consiste nel fare i conti con il mito della Russia come grande potenza riemergente. Ma finché non riusciremo a vedere la realtà per quello che è, e finché non sfidiamo i nostri stessi pregiudizi, continueremo a vivere in un mondo di illusioni sulla Russia.

Link: http://vilhelmkonnander.blogspot.com/2008/02/slave-for-power.html

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sabato, febbraio 09, 2008

Censura 'legale' nell'informazione italiana: il caso di Paolo Barnard

CENSURA 'LEGALE'
Lettera di Paolo Rossi Barnard

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. È la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'.

Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.

La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l'operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E' un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: "La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima".(6)

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità.

Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla."(7)

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)

Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste 'coraggiose'. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.

Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli 'editti bulgari', i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.

Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.

Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.

In ultimo. E' assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me.

Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard

Note:

1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: "...alle nostre spalle non c'è un'azienda che ci tuteli dalle cause civili". Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell'Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: "Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l'Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...".
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: "Lei in qualità di avente diritto... esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria".
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: "la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005...". (si veda nota 4)

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martedì, dicembre 04, 2007

La nuova censura

La nuova censura

di Serge Halimi

traduzione di Andrej Andreevič

Nella prefazione alla traduzione francese dell'opera teatrale di Karl Kraus Gli ultimi giorni dell'umanità, il filosofo Jacques Bouveresse si chiede se i benefici della libertà di parola non stiano sbiadendo di fronte ai suoi misfatti (1). E' una domanda tabù, lo ammette. Ma è veramente così tabù? L'opera di Kraus stigmatizza i giornalisti e la propaganda della Grande Guerra. Questa è stata una questione d'attualità durante tutta la durata dei bombardamenti della NATO in Kosovo (2).

E ritornerà ad esserlo alla prossima operazione militare. Perché, dopo Timişoara e l'invasione americana di Panama (dicembre 1989), dopo la guerra del Golfo (agosto 1990-marzo 1991), dopo Maastricht (settembre 1992), dopo quello che abbiamo vissuto durante la guerra del Kosovo (la pulizia "democratica" dissimulata sotto le nobili spoglie di una battaglia contro la "pulizia etnica", l'isteria propagandista, le menzogne, le esagerazioni, le manipolazioni, le intimidazioni, le dissimulazioni, gli anatemi) tutto ciò ridurrebbe fortemente il desiderio più forsennato di difendere la "libertà di stampa". Per esempio la libertà per il gruppo Matra Hachette di possedere l'informazione (Télé 7 jours, Europe 1, il Journal du Dimanche, Paris Match e tanti altri), la sua diffusione (NMPP, Relais H) e... la fabbricazione dei missili necessari all'esecuzione delle missioni militari rese popolari grazie all'informazione.

Quindi, nello stesso momento in cui la stampa della catena Hachette spingeva verso la guerra totale contro il Kosovo e assimilava gli avversari della NATO a "complici di Milosevic", le fabbriche della Matra fabbricavano tranquillamente, guadagnando un milione di franchi [circa 150.000 euro, N.d.T.] a pezzo, questi missili guidati tramite laser che avrebbero commesso qualche "errore" nei Balcani.

Ma un simile incrocio (imprudente, insolente, oltraggioso) tra produzione di armi e produzione di idee, creazione di valore per l'azionariato e combattimento per i valori "umanitari", è inutile cercarlo sulla grande stampa, che si dica formalmente indipendente dai generali, dai mercanti di cannoni e dai venditori d'acqua. Le reti di alleanze, o "sinergie", garantiscono di volta in volta la legge del silenzio e la scelta da parte dell'"informazione" di informazioni ideologicamente formate in maniera da favorire la beata contemplazione della nuova economia al servizio del vecchio impero.

Certamente, si potrebbe ironizzare sull'incesto apparentemente voluttuoso tra una prevaricazione istituzionalizzata e la ostinata escogitazione di una pretesa insignificanza tanto chiassosa che potremmo pensare destinata a coprire il rumore dello sfregamento dei corpi. Quello che disarma l'ironia e carica il risentimento è il tono altero e permanente delle crociate dell'ordine mediatico-mercantile. Il loro magistero sull'opinione è ormai discusso pochissimo, la loro onnipresenza talmente assicurata che vorrebbero anche fingere di rivestire il ruolo di arbitri delle eleganze intellettuali. Il direttore di quel settimanale scandalistico-pubblicitario dispone così di due trasmissioni sulla principale emittente radiofonica pubblica, l'altro direttore di un grande quotidiano parigino del mattino anima un talk show letterario, l'altro direttore di un grande quotidiano parigino serale, passato senza problemi dalla LCR alla LCI [la LCR è la Ligue communiste révolutionnaire, la LCI è La Chaîne Info, catena televisiva privata più famosa della Francia, N.d.T.], manda in un salone audiovisivo i suoi "intellettuali" della settimana (3). Cioè, a voler essere precisi, quelli (Bernard Henri Lévy, Philippe Sollers, Philippe Sollers, Bernard Henri Lévy) che sono già editorialisti in un grande giornale di riferimento, forse perché tra le altre qualità che hanno non mancano mai di salutare con gioia le opere dei propri direttori.

Questo neototalitarismo untuoso, prestato riverentemente al "dibattito", esige il concorso di gruppuscoli di pensatori formati che sanno come affrontarsi su delle bazzecole e coprire col fracasso delle loro piccole divergenze la profondità delle loro inconfessate convergenze. Che sono la democrazia e il mercato. Se il secondo, censuario, non può che essere inconciliabile con la prima, egalitaria, il dogma di una correlazione tra questi, inizialmente sviluppato dal pensiero ultra-liberale più decrepito, ha finito per contaminare lo spazio pubblico, a volte con l'aiuto dei simulatori di contestazione. E all'interno di una stampa che non smette di urlare che la sua libertà è una garanzia per il contributo degli annunciatori, chi potrebbe ancora discutere questo genere di postulato?

Quando le manipolazioni dell'informazione sono abituali, quando i fabbricanti d'armi diffondono la morale del giorno, quando lo spazio pubblico, già distrutto dalle privatizzazioni, è invaso dal fracasso pubblicitario e borsistico, quando dei "grandi" giornalisti non sognano altro che fare squadra con i padroni del mondo (che sono anche padroni dei media), quando un pensiero di mercato amputa la nostra comprensione del mondo, e quando tutto questo viene fatto in nome della libertà, come non condividere per un istante il sentimento di Karl Kraus che questa "libertà" applicata alla stampa vale poco più della censura?

Note:

(1) Karl Kraus, Les Derniers Jours de l'humanité, prefazione di Karl Kraus, postfazione di Geral Steig, tradotto dal tedesco da Jean-Louis Besson e Henri Christophe (Agone, Marseille, 2000).

(2) Vedi Serge Halimi, Dominique Vidal e Henri Maler,« L'opinion, ça se travaille… » Les médias et les 'guerres justes' (Agone, Marsiglia, 2006).

(3) Si trattava, all'epoca, rispettivamente di Laurent Joffrin (Le Nouvel Observateur), Franz-Olivier Giesbert (Le Figaro) ed Edwy Plenel (Le Monde). I primi due si sono poi riconvertiti, il primo andando a Libération, l'altro a le Point. Edwy Plenel invece è quasi completamente scomparso.

«La nouvelle censure», Autre Futur, 25 aprile-2 maggio 2000, numero speciale pubblicato da CNT numéro in occasione della settimana «Per un altro futuro» organizzata nel maggio 2000.


Originale:

http://www.leplanb.org/arsenal/la-nouvelle-censure.html


Serge Halimi è dottore in scienze politiche all'Università di Berkeley e successivamente professore associato dell'Università Paris-VIII dal 1994 al 2000, oggi collabora con Le Monde Diplomatique. Ha scritto I nuovi cani da guardia. Giornalisti e potere, L'opinion, ça se travaille, Il grande balzo all'indietro.

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giovedì, novembre 23, 2006

La guerra di propaganda di Israele

Israele alza la posta nella guerra di propaganda
In seguito all'invasione del Libano, quest'estate, Israele pare aver perso gran parte della battaglia di pubbliche relazioni contro Hezbollah, ma forte di una massiccia offensiva sul web sta contrattaccando.

Stewart Purvis
Lunedì 20 Novembre 2006
The Guardian
Traduzione di Andrej Andreevič

Amir Gissin guida quello che chiama il "Dipartimento Israeliano delle Spiegazioni". Per questo è sorprendente sentirlo ammettere che molti israeliani pensano che "il problema è che non ci spieghiamo correttamente".

La scorsa settimana, quando al-Jazeera ha lanciato un punto di vista arabo nelle case degli anglofoni di tutto il mondo, Gissin era sotto pressione. Alla conferenza David Bar Ilan sui media e il Medio Oriente si è trovato davanti ad una platea di israeliani scontenti della maniera in cui la battaglia della propaganda con Hezbollah era stata combattuta e persa durante la guerra in Libano. Volevano sapere come avrebbero potuto fare di meglio in futuro, dato che molte persone in Israele sembrano pensare che ci sarà presto una prossima volta contro Hezbollah.
Gissin ha detto che le parole del suo portavoce di lingua inglese non potevano competere con la forza delle immagini dei civili uccisi negli attacchi israeliani su città libanesi come Qana. E il parlamento israeliano non ha intenzione di spendere soldi per una versione israeliana di al-Jazeera.

Ma Gissin non era abbattuto. Ha dichiarato che sarebbe nata una "guerra sul web" nella quale Israele aveva una nuova arma, un software chiamato "internet megaphone".
"Durante la guerra abbiamo avuto l'opportunità di fare alcune cose molto buone con la comunità del megaphone", ha rivelato alla conferenza. Tra queste, ha sostenuto, aver contribuito ad ottenere l'ammissione da parte della Reuters che un fotografia di Beirut era stata ritoccata da un fotografo libanese che aveva aggiunto del fumo all'immagine. Il primo ad averlo notato era stato il blogger americano Charles Johnson, che ha vinto un premio per "la promozione di Israele e del Sionismo".

Per provare il potere del megafono, lo scorso mercoledì pomeriggio mi sono loggato in un sito chiamato GIYUS (Give Israel Your United Support) (Date ad Israele il vostro sostegno unito). Più di 25000 utenti registrati di www.giyus.org hanno scaricato il software del megafono, che permette loro di ricevere avvisi per l'attivismo online.
Non c'è voluto molto perché mi arrivasse un avviso. Il sottosegretario agli esteri britannico, Kim Howells, aveva diffuso una dichiarazione di condanna dell'attacco palestinese che quel giorno aveva causato la morte di un anziano israeliano e il ferimento di altri civili. Il GIYUS voleva che gli utenti del sito mostrassero il proprio apprezzamento per la risposta britannica.
Un click mi ha portato ad un'e-mail preparata e indirizzata a Howells, con uno spazio nel quale potevo scrivere un mio commento. Un test mi confermava che l'email sarebbe arrivata al suo ufficio, come se gliel'avessi scritta dopo aver letto la sua dichiarazione su un sito, in questo caso Yahoo, e avessi deciso di mandargli il mio messaggio di approvazione. Nelle email non c'erano indicazioni del coinvolgimento del GIYUS, anche se Howells avrebbe potuto insospettirsi del fatto che così tante persone nel mondo avessero letto lo stessa notizia di Yahoo su di lui e deciso di mandargli un'email. Il ministero degli esteri ha confermato di aver ricevuto le email lo scorso mercoledì, ma non ha fornito altri dettagli.

Il bersaglio più popolare degli attivisti online sono i media stranieri, specialmente la BBC, l'organo di informazione che più amano odiare. Quest'anno ho fatto parte di un consiglio indipendente costituito dai dirigenti della BBC per controllare la copertura del conflitto israelo-palestinese da parte dell'emittente. Abbiamo riportato l'alto numero di e-mail che avevamo ricevuto dall'estero, principalmente dal nordamerica, e la prova del coinvolgimento di gruppi di pressione. La maggioranza delle email sostenevano che la BBC fosse anti-Israele, ma escludendo le email che potevano essere identificate come provenienti dall'estero, si confermava la tendenza opposta – la maggioranza delle persone pensava che la BBC fosse antipalestinese e proisraeliana.

La BBC ha già avuto un incontro con il GIYUS – un tentativo di influenzare il risultato di un sondaggio online. BBC History aveva notato un'impennata dei voti alla domanda se la negazione dell'Olocausto fosse da considerare reato nel Regno Unito. Ma la data finale era scaduta e i risultati erano già stati pubblicati, quindi i voti erano comunque non validi. I sostenitori del GIYUS affermano anche di essere riusciti a "bilanciare" un sondaggio su un sito arabo trasformando un voto di condanna dell'attacco di Israele contro il Libano in un voto di sostegno.
Per alcuni sostenitori di Israele un obiettivo primario della loro guerra del web consiste nel tentativo di screditare i servizi giornalisitici stranieri che considerano ostili, specialmente quelli che contengono immagini iconiche.

Un bersaglio specifico è stato lo stimato inviato televisivo francese, Charles Enderlin, il cui cameraman palestinese aveva ripreso il dodicenne Mohamed al Dura che veniva colpito e ucciso mentre suo padre tentava di proteggerlo, all'inizio della seconda intifada. Enderlin accusò le truppe israeliane di aver sparato e ucciso il ragazzo. I sostenitori francesi di Israele si sono fatti sentire in rete affermando che il racconto era una distorsione basata su una finta ripresa. Il suo network, France 2, ha risposto con un'azione legale e, il mese scorso, nel primo di quattro casi, un tribunale francese ha dichiarato colpevole di diffamazione l'organizzatore di un piccolo sito internet che si occupa del monitoraggio dei media.

Un altro obiettivo in rete è stato la ripresa televisiva di una strage sulla spiaggia di Gaza avventa quest'anno. Una bambina palestinese era stata filmata mentre piangeva accanto ai cadaveri dei suoi familiari, uccisi da quello che secondo i palestinesi era fuoco d'artiglieria israeliano. Quando ho menzionato l'impatto di queste immagini alla conferenza della scorsa settimana, i membri del pubblico hanno gridato alla messinscena.
Dopo la conferenza una persona mi ha raggiunto per suggerire che la famiglia poteva essere morta altrove e che i loro corpi potevano essere stati spostati sulla spiaggia appositamente per la ripresa. Per esempio, dov'era il sangue? Ho risposto che avevo visto il filmato completo girato dal cameraman e che alcune immagini erano troppo forti per essere mostrate.

È chiaro che il governo di Israele vuole contrastare l'impatto di immagini come queste fornite dai media stranieri. Amir Gissin ha parlato di progetti per far arrivare video israeliani su siti come YouTube, che vede come "formatori" di opinioni. E suo cugino, il Dottor Ra'anan Gissin, ex consigliere di Ariel Sharon per i media, ha fatto circolare il concetto che bisogna mettere a disposizione del paese il potere delle immagini per essere pronti ai conflitti futuri. Riferendosi agli avversari di Israele, ha formulato l'idea nella sua tipica maniera esplicita: "Devi fagli una foto prima di sparargli". ("You need to shoot a picture before you shoot them").

Stewart Purvis è professore di giornalismo televisivo alla City University di Londra. È ex capo esecutivo e redattore capo della ITN.

Originale: The Guardian

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