Thursday, July 17, 2008

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

Chi pensa di ingannare, il Sunday Times?

di Gilad Atzmon

Già nel 2003 scrivevo: "Se la 'pace nel mondo' è la nostra principale preoccupazione dobbiamo raggiungere un equilibrio di potere, dobbiamo far sì che i più oppressi di questo mondo abbiano accesso alle armi più avanzate… L'equilibrio di potere è l'unica via per la pace". Oggi che Israele e i gruppi di pressione che lo sostengono fanno tutto ciò che è in loro potere per trascinarci in una terza guerra mondiale, trovo necessario ripeterlo. Il solo modo per risparmiare al Medio Oriente e al mondo intero un altro ciclo devastante di carneficine è lasciare che gli iraniani ottengano il loro giocattolo nucleare. Ma non solo: a quanto pare l'unico modo per salvare lo Stato ebraico dalla sua feroce esibizione di ostile onnipotenza è permettere all'Iran di entrare quanto prima nel club nucleare. La sola cosa che sia in grado di raffreddare l'entusiasmo militare genocida sionista è un enorme potere di dissuasione dell'Iran.

Ma non solo dell'Iran. L'unico modo possibile per portare la pace nella regione è fornire alla Siria, all'Hezbollah e all'Hamas quel genere di armamenti che costringerebbe gli israeliani a pensarci due volte. Gli israeliani amano punire i loro nemici e detestano pagarne il prezzo. Se gli israeliani divenissero consapevoli della chiara possibilità della loro distruzione potrebbero sviluppare rapidamente un'autentica inclinazione alla pace e alla riconciliazione.

Dobbiamo però ricordare che in questo gioco letale Israele non è solo. Secondo il Sunday Times "Il presidente George W. Bush ha detto al governo israeliano che può essere pronto ad approvare un futuro attacco militare contro un impianto nucleare iraniano... Nonostante l'opposizione dei suoi generali e il diffuso scetticismo sul fatto che l'America sia pronta a rischiare le conseguenze militari, politiche ed economiche di un attacco aereo contro l'Iran, il presidente ha dato 'luce gialla' a un piano israeliano per attaccare i maggiori siti nucleari iraniani con bombardieri a lungo raggio".

A quanto pare i pazzi non ci mancano. Ormai sappiamo bene da tempo che la strada da Gerusalemme a Washington è inzuppata di sangue. Tuttavia negli argomenti occidentali a favore di una guerra c'è qualcosa che suona falso e anche un po' ridicolo. I nostri analisti occidentali dicono che il presidente Ahmadinejad è estremamente impopolare tra gli iraniani e che sta per andarsene. Ieri l'editoriale del Sunday Times ci informava che: "Lo scorso anno un sondaggio realizzato tra 20.000 persone su un sito web di Teheran ha scoperto che il 62,5% di coloro che lo hanno votato (Ahmadinejad) nel 2005 non lo rivoterebbe alle elezioni presidenziali del prossimo anno". Sono un po' disorientato. Se è davvero così, se il presidente iraniano è politicamente rovinato, perché abbiamo tanta voglia di scatenare un'altra guerra? Non sarebbe meglio aspettare qualche mese e lasciare che questo Ahmadinejad venga deposto dal suo stesso popolo? Sembra che il Sunday Times e i nostri tantissimi neocon non credano alle loro bugie.

Nel suo editoriale il Sunday Times cerca di dare l'impressione che Ahmadinejad stia trascinando in guerra il suo popolo solo per distogliere l'attenzione dalla propria fallimentare politica interna. "Con un'inflazione galoppante stimata attorno al 14% e un terzo della popolazione in condizioni di disoccupazione, l'obiettivo di Ahmadinejad di 'portare i ricavi del petrolio sulle tavole della gente' è più lontano che mai".

Tendo a guardare con un po' di sospetto l'analisi degli affari interni iraniani offerta dal Sunday Times, che pare credibile quanto lo era il suo atteggiamento sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Però devo ammettere che non vivo in Iran. Di fatto vivo in Occidente, e per essere precisi a Londra. Ed è proprio a Londra che assisto a un malessere sempre più forte che ha a che fare con previsioni finanziarie molto fosche. È a Londra che leggo del crollo di importanti istituzioni finanziarie. È a Londra che noto una crescente recessione e la minaccia di una depressione economica.

Mi chiedo se la lettura falsata di Ahmadinejad offerta dal Times non sia altro che un banale meccanismo di proiezione. Suppongo che sia proprio così. In realtà accade proprio il contrario. Sono i nostri leader occidentali che non riescono a prendersi cura del loro elettorato e dei loro cittadini. Sono i nostri leader occidentali che ci stanno trascinando in guerra solo per nascondere il proprio disastroso fallimento. Sono i nostri leader che stanno per scatenare una guerra mondiale solo per coprire il crollo fragoroso del sogno capitalistico occidentale.

Bisogna essere ciechi per non vederlo.

Originale: http://palestinethinktank.com/2008/07/15/detente-or-hidden-agendas-a-sign-of-the-times-by-gilad-atzmon/

Articolo originale pubblicato il 15 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Tuesday, July 08, 2008

Mr Sikorski va a Washington

Dziennik riferisce che il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski oggi [il 7 luglio, N.d.T.] incontrerà Condoleezza Rice a Washington per parlare di difesa anti-missile e di “allargamento della NATO”. Il quotidiano aggiunge poi che Sikorski parlerà al telefono con i candidati alla presidenza John McCain e Barack Obama. In seguito Condi andrà subito a Praga sperando di chiudere l'accordo con i cechi, passando per Sofia e Tbilisi in un viaggio che comincerà questa settimana. Venerdì scorso il primo ministro polacco Tusk, in un colloquio con il vice presidente Cheney, ha respinto l'ultima offerta degli Stati Uniti che prevedeva un ulteriore sostegno militare e finanziario alla Polonia se avesse accettato di ospitare lo scudo di difesa anti-missile sul proprio territorio.

A Varsavia il presidente Kaczyński e il primo ministro Tusk sono in totale disaccordo su come uscire dallo stallo. Secondo l'articolo pubblicato da Dziennik, una fonte vicina all'ufficio del primo ministro ha detto “L'atmosfera era tesa. Da una parte c'era il presidente con i suoi, e dall'altra c'erano il primo ministro e i suoi subordinati. 'Signor presidente, dovrebbe avere maggiore fiducia nel ministro degli esteri', è stato detto dopo le critiche di Kaczyński a Sikorski. 'Non è il mio ministro degli esteri', ha risposto il presidente”.

Secondo l'analista e consulente dei repubblicani Edward Lutwak, "respingendo l'offerta degli Stati Uniti il governo della Repubblica di Polonia si è giocato un partner prezioso che l'avrebbe protetta dalla Russia. È un errore elementare”.

Queste parole convinceranno certamente i russi che lo scudo è diretto contro di loro, un errore ancor più elementare.

***

Sono deluso dal modo con cui AFP riferisce la notizia sullo scudo anti-missile e dalla sua interpretazione delle cifre dei sondaggi:

L'opposizione polacca alla proposta di installare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nell'ex-paese comunista si sta indebolendo, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati sabato. Alla fine di febbraio un sondaggio suggeriva che il 52% dei polacchi era contrario al piano, mentre questa nuova indagine – poco più di tre mesi dopo – ha rilevato che è contrario solo il 46%. Il progetto, che prevede il dispiegamento di 10 missili intercettori e di un radar nella vicina Repubblica Ceca, vede favorevole il 42% degli intervistati, in base al sondaggio pubblicato dalla Gazeta Wyborcza. A febbraio solo il 33% si era dichiarato favorevole .

... Anche se le Russia all'inizio si era opposta decisamente all'installazione di uno scudo anti-missile alle proprie porte, il Cremlino negli ultimi mesi ha ammorbidito la propria linea e sembra ora concentrarsi sull'ottenimento di garanzie in termini di sicurezza.


Ma ecco cosa riferisce il quotidiano Dziennik:

Il 46% dei polacchi non vuole lo scudo anti-missile statunitense. La maggioranza di noi teme che gli americani non modernizzeranno il nostro esercito e che l'installazione peggiorerà le relazioni con la Russia. Quasi tre-quarti degli intervistati da PBS ritengono che [la Polonia] dovrebbe dare la priorità ai contatti con l'Unione Europea piuttosto che con gli Stati Uniti. Il 42% dei polacchi è favorevole allo scudo e il 42% [sic] è contrario. Il 68% non crede che gli Stati Uniti equipaggerà il nostro esercito. Il sondaggio rivela che secondo i polacchi lo scudo peggiorerebbe la nostra posizione nel mondo. I polacchi, inoltre, temono più un peggioramento delle relazioni con la Russia a causa dell'installazione dello scudo anti-missile che l'eventualità di diventare il bersaglio di un attacco terroristico. Inoltre solo il 16% dei polacchi ritiene che dovremmo considerare prioritari i contatti con gli Stati Uniti. Più importanti dovrebbero essere i buoni rapporti con l'Unione Europea e con la Russia.

A quanto pare il quotidiano Dziennik ha fatto un errore tipografico scrivendo nel primo paragrafo che il 46% dei polacchi è contrario, per poi scrivere 42% nel secondo paragrafo. Ma questo è più scusabile della sciatteria con cui AFP ha dato la notizia.

Innanzitutto, AFP descrive la Polonia come un ex-paese comunista. Darebbe una notizia sul Sud Africa menzionando il suo status di ex-colonia? In secondo luogo, scrive che solo il 46% è contrario allo scudo anti-missile. Semmai l'opinione pubblica è spaccata quasi a metà sulla questione. In terzo luogo, afferma che secondo questo ultimo sondaggio PBS l'opinione pubblica a favore dello scudo è migliorata rispetto allo scorso febbraio. Trascura poi di dire che un sondaggio CBOS di giugno indica che l'opinione pubblica contraria allo scudo è al 60%. Infine, non voglio neanche commentare l'idea che la Russia stia ammorbidendo la propria linea sullo scudo anti-missile in Polonia. Questa mi ha lasciato senza parole.

Ma immagino che il diavolo stia nei dettagli, e che il 60% delle statistiche venga fabbricato sul momento, il 35% delle volte.

Fonte: http://leopolis.blogspot.com




Post originale pubblicato il 7 luglio 2008

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Sunday, July 06, 2008

I fatti di Sidi Ifni e il quarto potere

Sidi Ifni e il quarto potere

di Haytham Manna هيثم مناع

Il dottor Haytham Manna è stato incaricato da cinque ONG per i diritti umani di osservare il processo di Hassan El Rachidi e Brahim Sbaâ Ellil a Rabat il 1° luglio 2008.

I fatti di
Sidi Ifni (Marocco, 700 km a sud della capitale Rabat) il sabato nero 7 giugno 2008 hanno senza dubbio rappresentato una sfida impegnativa al lavoro dei giornalisti in un'epoca di crisi. Il giornalista è uno storico dell'istante, un testimone diretto che trasmette in modo immediato i diversi punti di vista dei protagonisti. In questo senso è possibile considerarlo, secondo la definizione di Michel Seurat, un “sociologo a caldo” obbligato a conciliare il piano del racconto con deduzioni logiche, tenendo conto delle contraddizioni tra diverse letture dello stesso fatto. Mentre la verifica delle informazioni può condurre lo studioso a riconsiderare le proprie conclusioni, il giornalista non può permetterselo, obbligato com'è a lavorare sotto la pressione dello scoop: deve affrettarsi a trasmettere le sue informazioni.

Nel sud del Marocco un gruppo di di giovani diplomati disoccupati ha tenuto un sit-in davanti all'ingresso del porto di Sidi Ifni Aït Baamrane, una città che non supera i 24.000 abitanti e che il destino ha fatto entrare ieri nella resistenza al colonialismo e oggi nella resistenza civile. I manifestanti hanno bloccato l'accesso al porto, impedendo l'uscita dei camion carichi di pesce destinati ai magazzini frigoriferi e conservieri di Agadir. Tutto questo per protestare contro la degradazione delle condizioni sociali dei giovani disoccupati della città, il diniego di giustizia opposto alle rivendicazioni della popolazione e il tradimento delle promesse fatte dalle autorità di creare in loco una zona industriale e delle strutture di formazione professionale.

La reazione a questo sit-in è stata l'invio di Squadre mobili di intervento e di poliziotti armati di manganelli, di pallottole vere e di gomma e di granate lacrimogene per sgomberare i manifestanti e le loro famiglie alle cinque del mattino. E non si sono accontentati di picchiarli e di disperderli, ma hanno fatto irruzione con la forza nelle case delle famiglie solidali con le rivendicazioni dei giovani: l'hanno fatto con violenza selvaggia, saccheggiando, rubando oggetti personali, denaro e gioielli, pestando nei punti sensibili, violentando le donne e strappando loro i vestiti, pronunciando rozze ingiurie e violando la dignità delle persone (ci sono certificati medici e dichiarazioni sotto giuramento che lo attestano). Secondo alcune fonti gli uomini dei servizi di sicurezza erano 3000, secondo le autorità solo 300. Cinque ore dopo l'inizio dell'operazione, la città di Sidi Ifni è stata sottoposta a un blocco totale: nessuno poteva più entrarvi o uscirne.

Molti dei giovani partecipanti al sit-in hanno preferito fuggire sulle montagne circostanti piuttosto che cadere nelle mani delle forze repressive.

Un rapporto medico pervenutoci attesta aggressioni sessuali e gravi ferite al volto, alla testa e alle orecchie. Un altro certificato medico descrive un trauma provocato dal denudamento e da approcci sessuali, un terzo certificato parla della visibile impossibilità di muovere le dita, di dolori insopportabili e di un trauma da stupro. Una vittima di aggressioni sessuali non può più camminare né sopportare gli sguardi sul proprio corpo.

Per la mancata pubblicazione dei giornali nazionali (che non escono nel fine settimana), l'indomani la notizia è stata diffusa dalle agenzie audiovisive, dalle organizzazioni dei diritti umani e da internet.

Io mi sono ritrovato come osservatore in un tribunale in cui si giudicava il quarto potere, rappresentato dal giornalista Hassan El Rachidi, direttore della sede di Al Jazeera in Marocco, e l'anti-potere, rappresentato da Brahim Sbaâ Ellil, militante per i diritti umani, entrambi accusati in base all'articolo 42 del Codice della stampa*. Per completare il quadro, per una decisione politica Hassan El Rachidi si è visto ritirare l'accredito, ritrovandosi di fronte alla seguente alternativa: o restare in Marocco cambiando però lavoro, o lasciare il paese per andare a esercitare altrove la professione di giornalista. Quanto al militante Sbaâ Ellil, che era stato portato via e rinchiuso nella prigione centrale di Salé, non gli è stato dato il permesso di presentarsi all'udienza nel tribunale di Rabat.
Tre settimane dopo il sabato nero, si può dire che il dossier sia molto corposo: ciascun cittadino consapevole dell'importanza di questi fatti ha fotografato con il cellulare i poliziotti che picchiavano la gente in strada. I difensori dei diritti umani hanno raccolto le testimonianze, confermate dai certificati medici. Hanno spezzato la violenza dei poliziotti, sormontato l'ostacolo della paura tra la gente; le donne, parlando prima degli uomini, hanno raccontato quello che hanno subito.

Si è visto con chiarezza estrema che è nel paese nel quale il regime vuole fare man bassa sul potere esecutivo e giudiziario che il quarto potere svolge pienamente il proprio ruolo, in maniera pacifica ed essenziale, in una situazione in cui non viene tollerata nessun'altra espressione. Non sorprende dunque l'accanimento del potere contro il quarto potere, nelle sue forme moderne o tradizionali.

Più di 20 avvocati esperti in cause politiche hanno cercato invano di convincere il presidente del tribunale che era grottesco dare un periodo di 72 ore alla difesa per esaminare degli incartamenti incompleti, mentre le indagini della commissione parlamentare, del governo, delle ONG erano solo all'inizio. Il presidente ha opposto un fermo no e ha rinviato il processo al 4 luglio 2008, senza neanche esaminare seriamente l'incartamento, discostandosi così dalla neutralità richiesta al potere giudiziario in un caso tanto sensibile.

A oggi, sarebbe azzardato parlare con fiduciosa certezza di questi fatti in tutti i loro dettagli. Quello che è certo è che coloro che hanno trasmesso delle informazioni all'opinione pubblica hanno salvato dozzine di vite da una violenza esercitata da tutti i corpi repressivi in modo tale da provocare una frattura non solo a livello locale ma su scala nazionale. La gente ha cominciato a parlare di un ritorno degli anni di piombo.
Lungi da ogni teoria cospirativa, è una coincidenza che si condanni nello stesso tempo
Abdelkarim Al Khiwani** a sei anni di prigione in Yemen, che si processino quattro direttori responsabili in Egitto, che si si punisca la stampa strangolandola finanziariamente, che si impedisca la pratica del mestiere di giornalista in Marocco, se si vietino diversi giornali e riviste indipendenti in altri paesi arabi e che si soffochino sempre più spesso i simboli del quarto potere nel mondo arabo?...

La risposta è semplicissima: ci sono ancora sacche di autoritarismo che non accettano affatto l'idea di un quarto potere che si rifiuti di restare relegato nelle trincee della “Voce del Padrone”.

Note
*Articolo 42: “La pubblicazione, diffusione o riproduzione in malafede con qualsivoglia mezzo, in particolare con i mezzi previsti all'articolo 38, di una notizia falsa, di insinuazioni, di fatti inesatti, di articoli inventati o falsificati attribuiti a terzi, quando abbia turbato l'ordine pubblico o suscitato paura tra la popolazione, viene punita con la reclusione per un periodo non inferiore a un mese e non superiore a un anno e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham, o con una sola delle due sanzioni descritte. Gli stessi fatti sono puniti con la reclusione per un periodo non inferiore a un anno e non superiore a cinque anni e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham quando la pubblicazione, la diffusione o la riproduzione sia in grado di minare la disciplina o il morale delle forze armate”.

**Abdelkarim Al Khiwani: direttore del giornale indipendente Ach Choura, l'anno scorso aveva rivelato i piani per la propria successione del presidente Ali Abdullah Saleh (al potere dal 1990), che intendeva passare l'incarico al figlio; le rivelazioni avevano portato il presidente ad abbandonare questa idea e a succedere a se stesso “per volontà del popolo”. Al Khilwani era stato arrestato nel giugno 2007, il suo giornale era stato messo fuori legge, il sito web bloccato, la sua famiglia minacciata. Il 9 giugno 2008 è stato condannato a sei anni di reclusione per “offesa al presidente” e “demoralizzazione dell'esercito”, avendo il giudice ritenuto che fosse complice dei “terroristi” e della setta zaydita del defunto Sceicco Hussein Badreddine Al Houti, che da diversi anni guida un movimento dissidente armato nel nord dello Yemen.

Originale da: http://www.elbadeel.net/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Tuesday, June 17, 2008

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali

Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

di Jeremy Bigwood

Le campagne propagandistiche come il fiasco dei “Guru del Pentagono” sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro “analisi” sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: “Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia”, dice, “soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense”.

Dimmi di che agenzia sei...
Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media “indipendenti” è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano “sviluppo dei media”, mentre per altre rientrano nella “diplomazia pubblica” o nelle “operazioni psicologiche”. Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da “organizzazioni indipendenti internazionali non profit”, mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.

Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: “Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario”.

Una storia tortuosa
Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

“La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena”, dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: “La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni”.

Nemici del Dipartimento di Stato?
Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:

“Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale”. [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

MacDonald del FAIR dice che “le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce”.

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. “I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia”, dice il sito. “Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese”.

Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.

Qui BBG
Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è “responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti” che portano “notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue”.

Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come “una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione”. Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come “il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942”.

Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.

Le pubbliche relazioni del Pentagono
Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, “i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti”.

Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq “è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza”, afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio “indipendente” sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

"La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. “Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN”. La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.

USAID: 'da parte del popolo americano'
Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

“In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo”, commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..

Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può “né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti”, utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che “lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet”. La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono “piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa” e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

La rete Internews Network, meglio conosciuta come “Internews”, riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media “indipendenti”: finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID “un braccio del governo degli Stati Uniti”.

Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in “risoluzione dei conflitti”.

Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la “Libertà dei media e la Libertà di Informazione” (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la “transizione” di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama “diplomazia trasformazionale” in quel paese.

Finanziare la 'democrazia' stile USA
"Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA”, ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post.

Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è “governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente”. Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

“Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi” per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli “scioperi dei lavoratori” contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.

Dipendenza e sudditanza
Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.

“Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche”, dice Contreras, il giornalista boliviano, “perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi”.

Originale da: http://www.inthesetimes.com/main/print/3697/

Articolo originale pubblicato il 4 giugno 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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Monday, May 26, 2008

L’informazione è noi, di Paolo Barnard

Saggio lungo, articolato e al solito pieno di spunti interessanti di Paolo Rossi Barnard sull'informazione.
Per scaricarlo, stamparlo e leggerlo con calma, qui il file Word.

L’informazione è noi
di Paolo Barnard

18 maggio 2008

Di chi è colpa? Non è colpa di Silvio Berlusconi, di Romano Prodi, di Cicchitto, di Casini, di Caltagirone, e soci. Non è colpa della Casta, né di quella dei giornali coi milioni di euro di prebende, e non è stata colpa di Ingrao, Forlani o Craxi. Non è la Mafia, non sono le logge dei venerabili, né l’Opus Dei, non è Confindustria o la lobby bancaria. La colpa è nostra. Punto. L’informazione che abbiamo è quella che noi italiani vogliamo.

Qui si potrebbe concludere il mio saggio sullo stato dell’informazione in Italia. Non ho altro da dire, in sostanza. Quello che posso aggiungere nelle righe che seguono sono solo riflessioni a sostegno della mia tesi, per chi avesse voglia di leggere un poco di più. E inizio di nuovo da noi italiani.

Sono le nostre ombre sul muro.
Ciò che la gente vuole. Lo scadimento dell’informazione in questo Paese riflette ciò che noi siamo, in tv particolarmente. Nulla meglio si adatta al caso Italia del sagace commento di Barnes Clive, nota firma del New York Post, che sull’odierne tendenze dei palinsesti televisivi ebbe a dire: “La televisione è la prima cultura genuinamente democratica, la prima cultura disponibile a tutti e retta da ciò che la gente vuole. La cosa più terribile è ciò che la gente vuole”. E in effetti si rimane perplessi, se non un tantino delusi, dal semplicismo delle analisi di personaggi come Beppe Grillo e altri quando tuonano contro la legge Gasparri come il costrutto infernale che strozza il nostro diritto a essere decorosamente informati. Ci si chiede: c’è la Gasparri nei salotti di milioni di italiani di varie età che ogni sera, pomeriggio o mattina scelgono col loro telecomando le peggiori fregnacce televisive? E’ la Gasparri che impedisce a noi italiani di portare La Storia Siamo Noi di Giovanni Minoli a uno share visibile ad occhio nudo invece che al microscopio? O di portare Report al 25% invece di condannarlo a un cronico annaspamento per non affogare sotto il 10? Eppure il contenitore di Milena Gabanelli è in prima serata, mica occorre perdere il sonno, basterebbe un click del telecomando. E state certi che Report o C’era una Volta oltre il 20% di share avrebbero prodotto una mischia degli inserzionisti per piazzare lì gli spot, garantendoci di conseguenza una certa qualità in più nelle nostre case tutto l’anno. Potete immaginare quanto ci metterebbero a sparire i prodotti-spazzatura come Porta a Porta o Amici, oppure le ragliate di Sgarbi o altra robaccia del genere, se agonizzassero nella pigrizia dei nostri telecomandi? Meno di un minuto, Gasparri o non Gasparri.

Illuminante fu un episodio da me vissuto in Gran Bretagna nel corso di un reportage sull’Auditel inglese che svolgevo a fine anni ’90 per conto proprio di Report. Nel corso dell’intervista al responsabile dei palinsesti della maggior Tv commerciale britannica, ITV, mi fu rivelato che la prima serata di quel network era riservata in maggioranza a programmi di alta qualità informativa. Com’era possibile? “Perché il miglior consumatore di questo Paese” spiegò il funzionario, “è l’inglese della classe media, e quel tipo di ascoltatore premia immancabilmente con il telecomando la tv di qualità. Ed è lì che ovviamente si fiondano i nostri inserzionisti”. Semplice. Sono inglesi, tutto qui. Non per nulla la sera della vigilia di Natale del 1999 la BBC 2 trasmise in prime time e per un’ora e mezza uno special dedicato al suo cameraman Mohamed Amin, l’uomo che nel 1984 ebbe lo straordinario merito di noleggiare un bimotore privato a sue spese ( e nei tempi delle sue ferie) per volare in Etiopia a filmare l’immane tragedia della devastante carestia che stava decimando quel popolo, e che divenne grazie a quelle scioccanti immagini una causa celebre con l’intervento di Bob Geldof e della sua Live Aid l’anno successivo. Ve l’immaginate voi una prima serata natalizia di quel tipo alla RAI? Che share farebbe?

Ma poi, perdonate, c’è la legge Gasparri in edicola o su Internet? Lì l’informazione c’è, ma al chiosco dei giornali Sorrisi e Canzoni TV o CHI vendono cento volte Micromega o Limes. Su Youtube le pregnanti interviste a Giancarlo Caselli catturano poche centinaia di visitatori, mentre cinque minuti di bava alla bocca con Sgarbi e Mike Bongiorno ne registrano quasi mezzo milione.

Mi direte: tutto questo è proprio il frutto del bombardamento mediatico dell’uomo di Arcore e dei suoi vent’anni e più di avvelenamento dei nostri cervelli. E io rispondo: e se a partire dal 1979 cliccavate altro sul vostro telecomando, come fanno gli inglesi, dove finivano il Biscione e relativi scherani? Era semplice, perché non lo abbiamo fatto? Lo si vuole capire che non è lui che ha fatto noi ma noi che abbiamo fatto lui? Silvio Berlusconi non ci ha rimbecilliti, ci ha semplicemente rispecchiati. E allo specchio ci siamo perduti in noi stessi.

(Ultima ora: poco prima di divulgare questo articolo mi imbatto nel sito www.corriere.it e leggo sulla colonna di destra la classifica dei servizi più letti del Corriere online: al primo posto “L’invasione dei ragni giganti”, al secondo “Basta volgarità, non sono una pin up”, al terzo “Che fine ha fatto Boy George? Vende magliette in un mercato di Londra”. Come volevasi dimostrare…)

Rimanendo con la vituperata figura dell’attuale presidente del Consiglio, è di questi giorni l’intervento di Marco Travaglio in chiusura del V2-day di Torino, dove il giornalista ha perentoriamente affermato che il Cavaliere trionfa oggi alle urne poiché proprio le devianti leggi dell’assetto radio-televisivo italiano gli hanno dato i mezzi per obnubilare la mente degli elettori in quindici anni di strapotere mediatico: “Prima non eravamo così”, ha sentenziato poi il noto cronista. Forse Travaglio è troppo giovane, e non ricorda, ma si vorrebbe chiedergli: chi aveva lavato il cervello dei nostri connazionali quando in massa premiavano alle urne ceffi ignobili della posta di Cossiga, Gava, Cirino Pomicino, De Michelis, De Lorenzo, Andreotti, De Mita, e la loro accolita di vassalli laidi o criminali? Berlusconi a quei tempi era ancora alle prese con la sua Tv condominiale via cavo a Milano 2, non c’entra. Era un’Italia migliore quella? Per caso il Corriere o la RAI erano il Times e la BBC a quei tempi? L’Idra di Tangentopoli, col suo ventre molle di corruzioni endemiche in ogni anfratto del Paese, non fu il parto di “quindici anni berlusconiani”, ahimè no, non risulta. Le stragi, la svendita dei sindacati, dei servizi pubblici, della certezza del lavoro, e ancora l’Irpinia, l’IRI e le sue voragini, le devianze del sistema giudiziario, l’omertà a vuoto pneumatico di tutto il Sistema-potere pre e post P2 e cinquant’anni di cronica evasione a tappeto, dimostrano che obnubilati nel cervello e nel senso civico lo siamo sempre stati, prima di Berlusconi, durante, e lo saremo dopo purtroppo. E anzi: la cosa più onesta che possiamo fare è di affermare una volta per tutte che la famigerata Casta e le sue grottesche comparse sono solo un’ombra sul muro di ciò che noi italiani siamo e siamo sempre stati. Nulla di più.

I nuovi ‘paladini’ della controinformazione: poco utili, dannosi.
Ma purtroppo professionisti stimati e un po’ troppo acriticamente seguiti come appunto Marco Travaglio, Gianantonio Stella, Lorenzo Fazio o Gianni Barbacetto e molti altri, e capipopolo come Grillo o Piero Ricca hanno banalmente invertito l’ordine dei fattori, e sostengono che l’Italia è oggi vittima della Casta, quando è la Casta a essere il prodotto degli italiani.

Devo a questo punto della narrazione precisare un passaggio fondamentale, e invito il lettore a porvi attenzione. I nuovi ‘paladini’ della controinformazione che vanta l’Italia, di cui ho citato alcuni nomi qui sopra, denunciano cose sacrosante (quasi sempre): inciuci, corruttele, grottesche raccomandazioni, sprechi osceni, mafiosità e collusioni, decadenze del sistema democratico eccetra, perpetrate da parte soprattutto della cosiddetta Casta. Loro lo fanno, ma il fatto straordinario è che oggi in questo Paese il solo fatto di averlo fatto gli garantisce un plauso appassionato e febbricitante da parte di masse crescenti di cittadini. Un plauso cieco, ovvero un assegno in bianco di imperitura giustezza ed eroismo. Divengono degli intoccabili, incriticabili, e infatti Beppe Grillo tuona “I giornalisti che ancora danno dignità a questo Paese con la loro voce vanno protetti dagli sciaccalli di regime, dai killer della parola. Nessuno tocchi il soldato Travaglio…” (1), e Michele Santoro si scaglia contro il Corriere e Repubblica per “aver aperto una campagna critica contro Anno Zero e contro lo stesso Travaglio” (2) – una campagna di critica, la più democratica delle iniziative, eppure. Chiunque osi infilare mezza osservazione nel loro agire viene immediatamente travolto dall’ira dei loro fans, il cui ragionamento è immancabilmente questo: ma come si fa a rompere le scatole a quei pochi ancora rimasti a dirci la verità in questo regime? E in effetti di fronte alla nauseabonda natura delle pratiche del ‘regime’ verrebbe proprio da gettarsi ciecamente dietro ai sopraccitati ‘paladini’. Ma la vita richiede saggezza, e in questi tumulti ne rimane ben poca. Infatti, la salute in democrazia impone che nessuno divenga intoccabile, neppure per il più sacrosanto dei motivi, proprio perché si corre il rischio che costui possa commettere malefatte o errori di grosso calibro protetto dal suo scudo di venerabilità, e che quelle malefatte o errori finiscano poi per far più danno del beneficio che il medesimo individuo procura alla società. E’ il caso proprio di Travaglio e compagni.

Sono oggi inutili. Hanno fondato negli ultimi anni un’Industria della Denuncia e della Indignazione che, come ho già avuto occasione di scrivere, “denuncia i misfatti politici a mezzo stampa o editoria a un ritmo incessante, nella incomprensibile convinzione che aggiungere la cinquecentesima denuncia alla quattrocentonovantanove in un martellamento ossessivo di libri fotocopia, blog e serate televisive serva a cambiare l’Italia. Eppure, che la politica italiana fosse laida, ladra e corrotta, milioni di italiani lo sapevano benissimo già prima che molti di questi industriali dell’indignazione nascessero, e assai poco è cambiato” (3). Infatti. Il loro lavoro, per quanto efficiente nello svelare il malaffare, è del tutto inutile se si spera che da esso derivi un miglioramento. Le prove sono davanti agli occhi di tutti, e sono incontestabili: oggi l’Italia non è un Paese più civile, né più onesto, né più libero di quanto lo fosse sedici o trent’anni fa, in barba all’offensiva della sopraccitata industria nel denunciare compulsivamente il marcio. Gomez, Travaglio e Barbacetto lo hanno persino confermato nel loro libro Mani Sporche, la cui tesi centrale è proprio il recidivo peggioramento di ogni indicatore civico, politico e morale in Italia da Tangentopoli ad oggi, cioè precisamente nel periodo della massima attività della loro Industria della Denuncia e della Indignazione. Notate: hanno scritto di loro pugno che ciò che fanno non serve quasi a nulla, ma non se ne sono resi conto, meno che meno sono disposti a porsi qualche domanda difficile ma vitale, del tipo: e se fosse altro quello che si deve fare?

Le smentite che vengono loro dalla realtà dei fatti sono clamorose, ma non li smuovono dalla compulsività di ciò che fanno: hanno visto coi loro occhi Beppe Grillo celebrare un suo autoproclamato “successo pazzesco” di consenso l’8 settembre del 2007 per le 300.000 firme raccolte dal suo primo Vday, e quindi proclamare roboante che questi politici “non esistono più”. Ma con gli stessi occhi hanno visto poche settimane dopo 3.517.370 italiani fioccare entusiati al parto dell’ennesimo carrozzone della più rancida politica riciclata, il PD di Veltroni. Mettiamola così: l’Italia della Casta batte Grillo 10 a 1, e questo avvenne quando le sue ultime grida quasi ancora riecheggiavano in piazza Maggiore a Bologna, e all’apice del successo di libri come La Casta o Regime. Non suggerisce nulla questo?

E poi c’è il risultato elettorale dell’aprile scorso, che li ha travolti come mai nella storia republicana.

Possibile che a fronte di questa desolate Caporetto dell’Industria della Denuncia e della Indignazione a nessuno sorga il dubbio che forse è ben altro quello che si deve fare? Possibilissimo, infatti la reazione dei ‘paladini’ della controinformazione proprio in questi giorni è di rincarare la dose della loro inutilissima medicina. Questa recidività mi ricorda la vicenda della vegetariana inglese e delle sue carote, un fatto realmente avvenuto a metà degli anni ’90 a Londra e riportato dal quotidiano The Guardian: ella si era convinta che per proteggersi dai tumori era necessario divorare grandi quantità di carote, ma ne ingurgitò così tante da finire in ospedale con serissimi guai al fegato. Messa di fronte all’evidenza della sua patologia, la signora concluse quanto segue: se sto male è perché evidentemente non ho mangiato abbastanza carote. Si dimise e corse a rincarare la dose della sua verdura salvifica. Cosa fu di lei non si sa, ma non si fatica a immaginarlo.

E sono dannosi. In realtà, e tristemente, il modo di agire dei sopraccitati ‘paladini’ serve a giustificare (oltre agli incassi degli autori e la loro ipertrofica fama) l’auto assoluzione di masse enormi di italiani, noi italiani come sempre entusiasti di incolpare qualcun altro, e mai noi stessi e la nostra becera inerzia, per ciò che ci accade. Questo è il motivo per cui il nostro Paese rimane perennemente al palo della civiltà. La colpa non è mai nostra, ce lo confermano incessantemente quegli sventurati ‘paladini’ della controinformazione coi loro martellanti scritti e interventi, e questo è il danno tremendo che ci fanno. Assolti da ogni peccato, fervidamente impegnati a fustigare le nostre ombre sui muri, finiamo per non crescere mai, e le uniche speranze di ripulire questo Paese vanno perdute.

E allora, codesti ‘paladini’ piuttosto che celebrare processi in Tv, invece di fare i PR fanatizzanti di alcuni magistrati violando così le più basilari regole dei checks and balances della nostra professione, e invece di ossessionarci con i dettagli della mafiosità o corruttela del politico numero 847, dopo averci raccontato quelli del numero 846 e dopo che per le precedenti 846 volte nulla è cambiato, dovrebbero aiutarci a processare noi stessi, a metterci tutti davanti allo specchio per dirci: l’Italia siamo noi, i ladri siamo noi, i moralmente decomposti siamo tutti noi, coi nostri 270 miliardi di euro di evasione di sola IVA, con l’omertà endemica che ci tappa la bocca ovunque vediamo del marcio - al lavoro, per strada o nei pubblici uffici, con la nostra adulazione del potere, e col nostro amore per l’abuso del potere appena ne abbiamo un briciolo in pugno, dagli insegnanti ai vigili urbani, dai medici agli ispettori delle pubbliche amministrazioni. Noi italiani con il nostro individualismo ammalato che al massimo si espande in parrocchialismo, ma mai in capacità di fare gruppo civico aperto alla critica, e ciò neppure quando ci proclamiamo antagonisti. Questa Italietta sudicia, ipocrita, fregona e anche violenta siamo noi.

E allora cari ‘paladini’ è con noi che ve la dovete prendere per cambiare l’Italia, è su di noi che dovete scrivere fiumi di libri o articoli, perché lo ripeto: gli Schifani, Berlusconi o Ricucci sono le nostre ombre sul muro. E a che serve prendersela ossessivamente con delle ombre?

Il giornalismo investigativo in Italia deve esplodere, perché come ho appena dimostrato è un mito, poco utile e dannoso. Esso è certamente utile altrove, in Paesi come gli USA o la Francia o la Gran Bretagna, ma solo perché esso cade a pioggia su una società civile del tutto diversa dalla nostra. E allora di nuovo: la variabile determinante non è la denuncia, ma chi la recepisce. Se prima non educhiamo gli italiani a essere civici, cioè a partecipare, inutile denunciare compulsivamente.

Incomprensioni. Quando Beppe Grillo nel ricordarci le malefatte della Casta grida dal palco del V2 day di Torino che i manigoldi saranno annientati perché “noi li pigliamo per il culo”, io mi dispero. Lo stesso faccio quando Piero Ricca si arma di coraggio e telecamera e attende il momento buono per gridare a Silvio Berlusconi “buffone!”. E mi dispero ancor più se possibile quando vedo così tanta gente esultare sia nel primo che nel secondo caso. Perché entrambe quelle affermazioni sono messaggi (cioè informazione) falsi e pericolosissimi.

Grillo ignora (o vuole ignorare) cosa sia realmente il Sistema-potere, e cosa occorra per abbatterlo. Se la prende con una classe politica nazionale che “avendo abdicato tutti i suoi poteri ad organi sovranazionali come la Bce, la Commissione Europea, il WTO, la Banca Mondiale”, e io aggiungo alle lobby come il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD), il Liberalization of Trade in Services (LOTIS), l’Investmente Network (IN) o la International Chamber of Commerce (ICC), “non può fare assolutamente niente se non l’ordinaria amministrazione” (4). Egli non comprende che i grandi mali che affliggono l’Italia, dalla disoccupazione alla precarietà, dal rilancio finanziario delle mafie all’informazione plastificata, e poi gli equilibri economici in disfacimento, il degrado ambientale e la pessima qualità dei servizi ecc., derivano ormai interamente da decisioni prese altrove. Da chi? Dai sopraccitati poteri, che in soli 35 anni hanno saputo ribaltare due secoli e mezzo di Storia, che hanno reso di nuovo plausibile l’inimmaginabile nella vita quotidiana di 800 milioni di cittadini occidentali, che muovono più di 1,5 trilioni di dollari di capitale al giorno, e che tengono ben salde nelle loro mani tutte le leve della nostra Esistenza Commerciale (inclusa quella di Grillo, moglie e figli). Costoro non stanno perdendo neppure un singolo minuto di sonno per lui e per i suoi colleghi ‘paladini’ dell’Antisistema italiano. Ma ha un’idea Grillo di come lavorano questi? Dovrebbe smettere di sbraitare e capire, proprio visualizzare, il potere di chi è riuscito in un attimo della Storia a compattare migliaia di destre economiche eterogenee sotto un’unica egida e sotto un pugno di semplicissime ma ferree regole, per poi travolgere il pianeta ribaltandolo da cima a fondo: il Potere è ed è stato coeso, annullando ogni individualismo fra i potenti; è ed è stato disciplinato all’inverosimile, ossessivamente preciso in ogni analisi, immensamente competente, sempre silenzioso, al lavoro 24 ore su 24 senza mai un respiro di pausa, comunicatore raffinato, con a disposizione i cervelli più abili del pianeta e mezzi colossali. Crede Grillo che questa immensa macchina planetaria che regola ogni sospiro della vita italiana si preoccupi delle sue sceneggiate di piazza, o dell’incedere di un nugolo di personaggi e istrioni più o meno credibili con al seguito una minoranza di adepti/fans persi nell’ingenua buona fede? E allora: cosa mai risolveranno i referendum di Beppe Grillo fanaticamente concentrato in una guerra contro una Casta nostrana che nella stanza dei bottoni ha a malapena il controllo del pulsante del citofono?

Silvio Berlusconi sarà tante cose spiacevoli, ma di sicuro una non lo è: un buffone. E’ invece uno dei più geniali interpreti del carattere nazionale che sia mai esistito, e certamente il più geniale in epoca contemporanea. La sua abilità sia come manager che come politico incute soggezione. Lasciate perdere per un attimo che il suo percorso sia intriso di corruttele e malaffare, lo è quello di ogni singolo magnate del pianeta; ciò che ci interessa qui, è capire che questo uomo tiene saldamente le leve di una macchina sofisticatissima e multimiliardaria di creazione del consenso, che per essere combattuta va presa estremamente sul serio, altro che buffone e prese per il sedere. E arrivo a dire che la cosa più demenziale e infausta che l’opposizione intellettuale e movimentista al Cavaliere potesse immaginare di fare in questi anni è quello che ha invece sempre fatto: sbeffeggiarlo, insultarlo, ridicolizzarlo, chiamarlo psiconano, e insistere compulsivamente nel denunciarne le malefatte già ultranote a ogni singolo italiano attraverso la cronaca quotidiana e il lavoro dei giudici, mentre lui intanto si mangiava il Paese col consenso. Andava invece attentamente studiato, andavano comprese e individuate le sinapsi della mentalità italiana su cui la sua comunicazione si allacciava con spaventosa efficacia, ed esclusivamente su quelle sinapsi bisognava lavorare, con una macchia comunicativa altrettanto fruibile e martellante quanto la sua, anche se portatrice di valori opposti, e che la sinistra intellettuale (snob) non ha saputo costruire. Altro che buffone e pernacchie.

Mafie, ‘parrocchie’ e informazione.
Guardiamoci. Siamo un popolo che si divide inesorabilmente in ‘parrocchie’ o ‘mafie’. Se non siamo mafiosi, siamo parrocchiali, una delle due, non si fugge. Cioè, se non ci aggreghiamo per colludere in affari criminosi di vario grado, col loro corredo di atrocità, truffe, omertà, insensibilità per la sofferenza altrui, adulazione del potente, piacere nell’abuso del potere (dall’associazione per delinquere di stampo narcomafioso o bancario, alla cordata assicurazione-pretura-avvocati-grande policlinico per tacitare un’operata di cancro nella mammella sbagliata; dal patto trasversale ipermercati-grossisti per fare cartello sui prezzi truffando i cittadini, al consapevole risucchio dei pensionati in difficoltà nelle più ignobili spirali di indebitamento da parte di finanziarie da galera ecc.), noi italiani ci raggruppiamo in parrocchiette di ‘compagni di merende’, litigiose, esclusive proprio nel senso di escludenti, solo formalmente aperte ma in realtà a strettissimo raggio, nemiche giurate della libertà di pensiero, insomma consociative ma sempre travestite da qualcos’altro (e questo dal Corriere della Sera al periodico universitario, passando per le redazioni televisive, per i centri sociali, ONG, blog più o meno noti, gruppi online, comitati civici, ONLUS ecc.). Come si può facilmente immaginare, il pensare liberamente e la facoltà di criticare a 360 gradi non sono compatibili con gli interessi né delle mafie né delle ‘parrocchie’. Ma sono proprio il libero pensiero e la critica senza barriere le componenti fondamentali della libera informazione al sevizio dei cittadini. E allora?

In altre parole, noi italiani la libertà di informare non la vogliamo, e quando si affaccia sulla soglia della nostra ‘mafia’ o ‘parrocchia’ la odiamo e la cacciamo con singolare ferocia.

E come fa un popolo così ad avere una libera informazione?

Già posso già udire la levata di scudi di quelli che “Io? Io proprio no! Io compro il Manifesto… io leggo Libero… io sono Padano mica italiano… io sono con Beppe, vaffa te Barnard… io sono stato in Afghanistan con Gino, figuriamoci… io dico viva Travaglio, che c’entro io?...” . E invece c’entrate, c’entriamo tutti, e soprattutto proprio quelli di noi che sono confluiti negli ultimi anni nel cortile dei nuovi antagonisti, altra ‘parrocchia’ che sta ahimè replicando molti dei tratti più meschini dei più trazionali conglomerati mediatici italiani.

In questo mio scritto dedicato all’informazione mi concentro proprio su questo cortile antagonista per una serissima ragione: perché esso dovrebbe essere la fucina delle uniche speranze rimaste in Italia di ottenere un’informazione libera, e se dunque al suo interno si replicano le meschinità del Sistema-potere, se anch’esso è divenuto ‘parrocchia’, è veramente una tragedia immane per tutti. Dell’altro cortile, quello del giornalismo regimentato, non dico nulla qui, tutto è già stato scritto fino alla nausea.

Vi snocciolo ora alcuni esempi a riprova di ciò che sostengo, fra i tantissimi possibili. Sono tutti frutto della mia esperienza personale, e non per protagonismo ma solo per la certezza di ciò che posso descrivere, avendoli vissuti in prima persona.

Nella primavera del 2007 inviavo agli amici di Peacereporter, sito portavoce dell’ONG Emergency, una critica all’operato di Gino Strada, che da settimane si scagliava con crescente acrimonia contro il governo Karzai in Afghanistan, reo, secondo il chirurgo e un ampio stuolo di intellettuali italiani, di violare tutte le più elementari regole del garantismo giuridico con la detenzione di Ramatullah Hanefi, manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah e mediatore per l’Italia nel noto rapimento di Daniele Mastrogiacomo. Un appello per la liberazione di Hanefi venne scritto e divulgato, con firme della posta di Claudio Magris, Enzo Biagi, Gherado Colombo e Maurizio Costanzo fra gli altri. Il testo cominciava con le parole “La Costituzione afghana…”. Ma quale Costituzione? Quella esportata laggiù a colpi di bombe cluster e di migliaia di morti? Quella solennemente varata a Kabul nel 2003 da Hamid Karzai e dalla sua Lloya Jirga, e cioè da un pupazzo del Dipartimento di Stato americano ex consulente del gigante pertrolifero USA UNOCAL, tenuto sotto la mira dei B52 della US Airforce, e in combutta con la peggior masnada di criminali di guerra e stupratori noti con l’appellativo di Alleanza del Nord? Quella contemplata con stupore dagli afghani nella speranza che qualunque cosa (anche un testo marziano venuto da chissà dove) fermasse le stragi della NATO e le inaudite violenze dei ceffi dell’Alleanza del Nord –responsabili di oltre 50.000 morti civili dal 1993 al 1998 di cui 24.000 solo nel 1994, e poi stupri, mutilazioni, spaccio di eroina? (5) Cioè la più classica “Constitution at gunpoint” per promuovere la “Democracy at gunpoint”? Quella? Sì, proprio quella. E il testo degli intellettuali italiani continuava così: “Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della Costituzione afgana… L’attuale sistema giuridico afgano è stato costruito con la collaborazione e l’importante sostegno finanziario per cinquanta milioni di dollari dell’Italia”.

Diritti universali, dignità umana, e leggi eufemisticamente nate dalla collaborazione e dal denaro italiano. Risulta a qualcuno che i pastori tagiki, che i commercianti pashtun, o che le donne hazara se li siano mai scelti quei diritti? Sappiamo almeno se li condividono? Ha un senso per loro la nostra dignità? Si sono mai espressi su quella? Cosa hanno da spartire le regole delle democrazie parlamentari europee con duemila anni di relazioni tribali centroasiatiche? Con che diritto l’Italia, Gino Strada e l’intellighenzia al suo seguito pretendono il rispetto di regole e di diritti che con secoli di vita afghana c’entrano come un intervento di laparoscopia robotica con le pratiche curative sciamaniche? Importa qualcosa che a magistrati, medici e giornalisti cresciuti su un altro pianeta certe regole afghane creino sgomento e riprovazione? Sono afghane, sono le loro regole. E il mio ragionamento continuava: se si sancisce il diritto di una potenza conquistatrice di imporre ad un altro Paese le sue regole di “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” a suon di proteste (di insulti, di ricatti commerciali e di missili), allora sanciamo fin da ora il diritto degli afghani, dei talebani, o dei cinesi o di chiunque al mondo di gridare “tortura e pena di morte ora, subito!” se mai capiterà che un giorno siano loro ad avere abbastanza bombe per offrirci la loro Costituzione. E tornando dunque alla ferrea determinazione di Gino Strada e soci nell’avanzare quelle perentorie richieste, quale differenza c’è fra il loro modo di pretendere “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” in Afghanistan e quello tipico dell’imperialismo culturale dei neocons americani capitanati da Samuel Huntington con il loro “democrazia all’americana ora, subito!” esportato in mezzo mondo? L’uso delle bombe invece che una petizione scritta a Milano? I sordidi fini di sfruttamento degli americani invece del sentimento di giustizia dei nostri intellettuali? Davvero? Credete voi che la lettera di Strada, Colombo e soci sarebbe mai giunta a Kabul senza quel dettaglio degli 8.000 morti civili di questa orribile invasione, della coventrizzazione di interi villaggi, e della nova resa in schiavitù delle donne afghane che oggi si danno fuoco con disperazione senza precedenti? (6) Credete che le consulenze giuridiche discese da Roma su Kabul non servano proprio a spianare la strada agli avvocati delle solite note corporazioni o agli infausti ‘cooperatori’ internazionali?

La realtà, per chi vuole vederla, è che Gino Strada, proprio lui, si era accodato al più classico imperialismo culturale, e questo era sbagliato. Terribilmente sbagliato.

Scrissi tutto ciò a Peacereporter, li invitai a una riflessione fondamentale, che va al cuore dell’intercultura, che è oggi di drammatica attualità. Sostenevo che non è in quel modo che si ottiene un avanzamento dei valori fondamentali dei popoli (ciascuno i suoi). Lo pubblicarono? Macché. Concessero ai loro lettori il beneficio del dissenso? Macché. La ‘parrocchia’ si chiuse a riccio, e fine del libero dibattito. Infatti su Peacereporter un libero dibattito su Emergency e sulle sue tante controversie è impossibile.

Se questa parrocchialità accade fra i ‘nuovi’, fra quelli che non hanno Confindustria o il Vaticano che gli soffia sul collo, immaginate al Corriere o al TG1 di Gianni Riotta.

E di seguito: si chiuse a riccio la ‘parrocchia’ del Manifesto quando, dopo vent’anni di collaborazione, mi negarono la pubblicazione di un editoriale dove gli chiedevo: “Se Calipari fosse morto nelle stesse identiche circostanze, ma per salvare Agliana, Quattrocchi, o Cupertino, voi cosa avreste scritto di lui? Avreste celebrato la morte di un eroe, o avreste scritto di uno ‘sbirro’ al servizio sciagurato dei contractors imperialisti?”. In altre parole, l’onestà intellettuale non andrebbe posta in cima al lavoro della storica testata senza padroni? Se non si fa chiarezza su questo punto in via Bargoni, come si procede? Si può procedere? Silenzio.

Spettacolare la parrocchialità di un gruppo No Tav della Val di Susa, e sto sempre nell’ambito dei cosiddetti ‘liberi battitori’, per gli essenziali motivi citati in precedenza. Il 14 febbraio 2008 ricevo da una loro attivista un invito a tenere un dibattito in valle: “Sia come associazione che come comitati No Tav saremmo felici di averti ospite a qualcuna delle serate informative che organizziamo, oppure di organizzarti alcune serate (nei vari paesi della Val di Susa e Sangone) sul tema della censura sull’informazione in Italia.” Notate che il fulcro della cosa è la censura. Rispondo il 27 dello stesso mese e fra le altre cose scrivo: “Possiamo parlare di informazione, società civile organizzata, cosa fare e come. Sappi che dico cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc.”. La solerte signora cinque giorni dopo specifica: “Nella riunione di comitato di giovedì scorso ho portato il nostro scambio di mail e ci siamo chiesti cosa intendi con ‘cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc’… vorremmo capire meglio, anche per non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo, visto che martedì avremo, per l’appunto, Marco Travaglio che presenterà il suo libro Mani sporche… Se riesci a mandarci uno spunto per fargli magari qualche domanda specifica che ci faccia capire te ne saremmo grati.”. La indirizzo alla lettura del mio Considerazioni sul V-day (7) e allego una precisa serie di domande critiche per Travaglio, poi attendo. Attendo, attendo. Dopo divesi giorni sollecito, e a metà marzo mi arriva una mail di centosette righe fitte, dove l’attivista No Tav si dilunga eternamente sulle sue lotte sociali, sul coraggio, sugli alti ideali. Poi, in fondo: “… Devo dirti in tutta onestà che non abbiamo sfidato Travaglio… gli siamo riconoscenti per essere venuto… grazie a questo fatto sono arrivati tantissimi cittadadini (uno stadio zeppo come da foto allegata, nda)”. Ed ecco la stoccata finale: “Tu sei un grande e coraggioso giornalista… all’interno del nostro comitato il dibattito è al punto che ci piacerebbe avere prima un incontro-confronto con te, per capire…”.

Ah sì?, rispondo. Lo avete fatto “l’incontro-confronto per capire” con Travaglio? Con Imposimato? Con Diego Novelli? Cioè con tutti gli altri ospiti delle vostre serate? E vi siete preoccupati anche con loro di “non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo”? Da quando si fanno i pre-esami agli intellettuali che si invitano a parlare alle serate? Risulta a qualcuno che questa sia la prassi? Non commento oltre, non credo ce ne sia bisogno. Censura, altro che libero dibattito in quel No Tav. La ‘parrocchia’ è chiusa in Val di Susa, e perdonate la rima.

La medesima cosa mi accade in un centro sociale di Bologna, l’XM24, forse ancora peggio. Questi sono gli antagonisti arrabbiati, i giovanissimi irriducibili, gli sfasciaSistema per eccellenza. Bene. L’invito che ricevo è a parlare di informazione, e tutti sanno che sono nel mezzo di un’aspra polemica con Report di Milena Gabanelli, che accuso di essere collusa con la RAI in Censura Legale (8) e impegnata in un’opera di censura a tappeto del dissenso nel forum della sua trasmissione (9). Tre giorni prima dell’incontro, un rappresentante del collettivo si presenta a casa mia: ha parlato con Bernardo Iovene, collaboratore stretto di Gabanelli ma soprattutto amico intimo del leader di XM24. Iovene sostiene che io vado raccontanto balle e diffamazioni sia su Censura Legale che sulla censura nel forum di Report, è vero? In via del tutto eccezionale, data la giovanissima età del ragazzo, gli perdono quello che non ho perdonato ai No Tav, e mi sottopongo a verifica preventiva. Mostro al giovane tutti i documenti processuali, le prove nero su bianco, rispondo a ogni domanda. Lui è soddisfatto. L’incontro si fa. Dopo 48 ore mi arriva una chiamata: Iovene è stato di nuovo al collettivo, c’è stata discussione, e allora “Barnard lei può venire, può parlare di informazione, ma non può parlare di Report (sic)”. Avete letto giusto: i giovani antagonisti, gli antiSistema duri e puri, vietano preventivamente all’ospite di parlare, gli mettono un guinzaglio affinché più in là di qualche metro non vada. Non credo sia mai capitato a Porta a Porta, non così spudoratamente. ‘Parrocchia’ anche qui.

E poi i meet up di Beppe Grillo, e Grillo in persona. Qui la ‘parrocchia’ ha veramente funzionato, soffocando un pezzo di informazione con la stessa efficienza di un Tg di Emilio Fede. Spiego i fatti. La eco della mia pubblica denuncia della collusione di Milena Gabanelli con RAI in Censura Legale ha toccato gli angoli più disparati della Rete, e naturalmente è approdata ai meet up. Alcuni membri di quei gruppi hanno d’istinto portato la vicenda nella pagine del blog di Grillo, visto che si parlava di censura e a pochi giorni dal V2 day sull’informazione. Ma a quel punto un fatto curioso ha iniziato ad accadere: i loro messaggi indirizzati al comico genovese sparivano. Strano. Vi lascio alla spettacolare sequenza di eventi così come sono accaduti al meet up di Napoli, per comprendere di cosa sto parlando:

Posted mar 27, 2008 at 11:32 AM

Qualche giorno fa mi hanno passato questi due link: http://www.arcoiris.t... e http://www.arcoiris.t... Questi video non sono altro che l'intervista a Paolo Barnard: uno dei migliori giornalisti... scusatemi... EX giornalista di Report, la famosa trasmissione televisiva di rai tre condotta da Milena Gabanelli. Dovete - per favore - vedere i video perchè DOVETE aprire gli occhi. Milena Gabanelli come Pozio Pilanto se ne è lavata le mani, sul forum di Report sono stati bannati (censurati) tutti gli interventi su questo argomento (CESURA LEGALE).

Sul sito di Beppe Grillo è stata fatta la stessa cosa... Apriamo gli occhi.

Vittorio Emanuele”

Posted mar 28, 2008 at 3:38 PM

Io scrivo sul forum di annozero e qualche volta su quello di report. Ho partecipato solo all'inizio alla lunghissima discussione che c'è stata e che poi è sparita. Conosco le persone bannate, sono persone civili, educate, acute, con un senso civico altissimo. Non hanno mai sforato nell'offesa o nella volgarità, ma hanno dato fastidio chiedendo, pretendendo chiarimenti.

Tutto questo può diventare improvvisamente non interessante perchè barnard ha fatto il nome di grillo?

Grillo sta organizzando un V-day sulla informazione, perchè non affrontare anche questa questione? E' importante o no per la democrazia, per il sistema informazione in italia....la gabanelli non ne parla.

Maria Gabriella”

Posted mar 28, 2008 at 9:51 PM

Ho bisogno di una risposta a questo quesito: io e altri abbiamo ripetutamente postato la lettera aperta (su Censura Legale di Barnard, nda) sul blog di Grillo. Non è mai stata postata. Come mai? Qualcuno sa darmi una spiegazione? Grazie.

Maria Gabriella”

Posted mar 28, 2008 at 10:03 PM

Prova a spezzettarla, il blog accetta 2000 caratteri per volta.

Mariano.”

Posted mar 28, 2008 at 10:37 PM

...cmq è vero è da piu di mezzora che cerco di postare su blog di Grillo la lettera aperta su Censura Legale (di Barnard, nda), non riuscendoci... Non mi postano neanche le mie proteste in merito.........

non capisco...........

Mariano.”

Posted mar 29, 2008 at 1:17 AM

non potevo, non volevo crederci... mi chiedo che senso abbia il v2day sull' INFORMAZIONE se Grillo sul suo blog applica la censura nei cfr. di determinati argomenti.... sono confuso....deluso...

pretendo chiarimenti...chiedo a Roberto Fico, Marco Savarese e Vittorio, e a tutti gli amici del meetup di napoli di pretendere altrettanto.... di chiedere chiarimenti a Grillo.... che questa discussione venga puntinata.”

La notizia che anche Grillo stia censurando sul suo blog rimbalza allarmante a diversi altri snodi italiani dove si raggruppano i seguaci del comico, come Milano, Roma, Bologna, Ladispoli, Carbonia, o Messina:

Posted apr 13, 2008 at 5:07 PM

Sul BLOG di Grillo i post che contengono il nome di BARNARD vengono censurati. Provate voi stessi e vedrete. Io ho fatto alcune prove, anche camuffando il nome. Niente. Mi pare una questione molto seria. Ne vogliamo discutere?”

Posted apr 9, 2008 at 9:09 PM

Se ci tappiamo gli occhi di fronte a questa vicenda; se non siamo in grado di rompere quelle che assomigliano alle vecchie regole di omertà e fedeltà alla linea di partito; se non facciamo questo, ora e subito, credo dobbiamo rinunciare ad ogni speranza di cambiamento e di battaglia per la verità. Voglio poter andare al prossimo V-Day con l'animo in pace e con la coscienza pulita

Stefano.”

Fabio bergonzoni (cipputi) Commentatore certificato 01.04.08 11:09 |

quando mi capita di scrivere un commento non troppo "consono" al blog viene censurato... dio mio c'è del marcio anche qui? ho visto che non capita solo a me. è triste. è sconfortante. non si sa più dove girarsi... non c'è piu niente di pulito.”

Io stesso ricevo diverse mail che confermano puntualmente la censura sul blog di Grillo e di cui offro solo alcuni esempi:

Date: Mon, 07 Apr 2008 15:32:29 +0200

From: Stefano

To: dpbarnard@libero.it

Subject: Di nuovo su censura legale

Ho provato a spedire un messaggio nel blog di Beppe Grillo, le cui uniche parole riconducibili al tuo caso erano RAI, Gabanelli, Report e Barnard: niente, il messaggio non è arrivato.

Ultimo tentativo, questa volta con le parole camuffate… Ne ho spediti un paio e sono rimasti là almeno una mezz'ora/un'ora (probabilmente erano un po' distratti). Stamattina i miei post erano spariti. Questa vicenda mi disgusta...”

Date: Tue, 11 Mar 2008 12:17:03 +0100

From: mariapiapil@****

To: dpbarnard@libero.it

Subject: Re: Report e Anno Zero

Ho scritto quanto segue nel blog di Grillo. Non ne ho trovato traccia... Mp.

Vorrei esprimere il più totale rifiuto e indignazione verso la Censura Legale di cui è oggetto Paolo Barnard e tutte le persone che in diversi blog e forum....’”

Date: Fri, 21 Mar 2008 18:21:08 +0100

From: sapesci@****

To: dpbarnard@libero.it

Subject: Grillo censura...

Avevo già segnalato il tuo caso sul sito di Beppe Grillo. Una delle due segnalazioni che ho inviato, quella nel commento più votato, è stata bannata!.... La Gabanelli anche lì evidentemente non si tocca! ma tu resisti... non sei solo!”

Tutto questo accade a meno di un mese dal V2 day di Torino. In sostanza: Beppe Grillo, che sta lanciando la più imponente crociata popolare contro l’informazione “di regime” della storia contemporanea, usa la censura nel suo stesso blog, da lui sventolato ai quattro venti come il futuro della libertà di espressione, come il salvagente della libertà di parola in Italia. Lo fa, aggiungo, perché notoriamente amico intimo di Milena Gabanelli, e fra compagni di ‘parrocchia’… Ma ciò che sarà ancor peggio, è come l'ondata di indignazione di tanti membri dei meet up si spegnerà docilmente al sopraggiungere dell’adrenalinica giornata del 25 aprile, con la sua cornucopia di emozioni, protagonismo per un giorno e trascinamento acritico di tanti da parte dell’istrionico genovese. Eppure non sarebbe stato difficile capire che in gioco vi era un fatto gravissimo, e cioè la scoperta che il grande inquisitore aveva replicato lo stesso odioso comportamento che si accingeva a castigare con feroce intransigenza in tanti altri. E se una frazione di rigore intellettuale e morale fosse riuscita a sopravvivere a quella festa di piazza, i seguaci di Beppe Grillo avrebbero dovuto imporre una riflessione all’intero evento: quella replica ipocrita lo aveva già corrotto fin nelle fondamenta prima ancora di iniziare, inaccettabile continuarlo così.

Ahimè rimane un fatto che da quella data è calato il silenzio su questo caso. Di nuovo, la ‘parrocchia’ dei meet up ha chiuso i portoni, e un libero dibattito sulla gravità del comportamento di Beppe Grillo è rimasto fuori.

Il caso Gabanelli. Il ‘litmus test’.
Quando il parroco chiama a raccolta. E sempre in tema, mi soffermo sulla reazione di alcuni dei più noti rapppresentanti dell’Antisistema italiano a quella parte della mia denuncia su Censura Legale che inevitabilmente ha gettato ombre sulla conduttrice di Report Milena Gabanelli. Essa si è rivelata un litmus test, per dirla all’inglese, e cioè un vero banco di prova. Infatti, nella ‘parrocchia’ che si è chiusa a riccio a protezione della nota giornalista si sono infilati alcuni dei nomi più celebri della compagine dell’informazione antagonista italiana. Non è loro bastata la schiacciante mole di prove documentali che inchiodavano Gabanelli e la RAI; non gli sono bastate le proteste per iscritto con nomi e cognomi dei tanti cittadini censurati brutalmente dalla Gabanelli per aver osato dissentire e chiedere spiegazioni; non è stato sufficiente spiegargli accoratamente che la replica al loro interno dei metodi del Sistema-potere è una bomba a orologeria moralmente inaccettabile e che finirà per delegittimarli danneggiando irreparabilmente tutti gli attivisti italiani. Nulla di tutto questo è servito, e così Marco Travaglio, Aldo Grasso, Lorenzo Fazio, Sabina Guzzanti, Beppe Grillo e persino Piero Ricca si sono schierati in difesa della propria ‘parrocchia’, ciascuno a modo suo.

Prima di continuare preciso e sottolineo: il fatto che il caso Gabanelli sia ricorrente lungo diverse parti di questa narrazione non è segno di un mio accanimento rancoroso, di una malcelata velleità vendicativa, di squilibrio professionale. Le ragioni sono quelle appena citate, e solo quelle: si è trattato di un punto di svolta clamoroso, un episodio che ha per la prima volta squarciato il velo su una dibattito soffocato anche se di fondamentale interesse pubblico: sono veramente diversi dal Sistema-potere i nuovi ‘paladini’ italiani della libertà di parola? Come reagiscono quando sono loro a essere colti in fallo? Possono centinaia di migliaia di italiani fidarsi ciecamente di loro? E in ogni caso, è giusto affidarsi?

Ecco perché quell’affaire ricorre così spesso qui. Mi ha scritto una lettrice: “Gent.le Dr. Barnard, sono rimasta colpita sia dalla vicenda in sé, sia dalle relative implicazioni sociali. Ritengo che quanto è avvenuto sia gravissimo: anche i programmi e le rubriche che (apparentemente) prendono posizione a favore di una cultura della legalità e dei diritti sono, dunque, "sepolcri imbiancati" (per usare un'espressione molto forte ma, credo, non fuori luogo)”.

Marco Travaglio.
La prima volta che portai all’attenzione del giovane cronista di giudiziaria le crepe che si stavano aprendo nel gruppo dei ‘paladini’ fu il 14 dicembre del 2006. Le risposte che mi arrivarono furono dei monosillabi inespressivi e seccati. Mai alcunché sui punti specifici. Fu uno dei primi a ricevere la mia denuncia su Censura Legale, di cui lui stesso è vittima fra l’altro, ma nulla. L’ho sollecitato di recente con una lettera aperta, nella quale gli chiedevo di esprimersi sia sul critico rapporto fra fama/potere e libertà d’espressione (Travaglio è un’idolo nazionale e corre seri rischi in questo), sia sul comportamento della collega Gabanelli. Nessuna replica. Poi ricevo da un lettore quello che Travaglio aveva a lui dichiarato in merito a ciò che gli avevo scritto: “Sono tutte balle (vicenda Gabanelli)” e “Non ho tempo da perdere dietro ai delirii di uno squinternato che mi diffama su internet con processi alle intenzioni (le mie considerazioni su fama/potere e libertà)”. Replico a questo livello di tracotanza offensiva e di ignoranza dei fatti (Travaglio, che è un cronista, evidentemente non sa nulla delle prove documentali che ho fornito in Censura Legale) e fra le altre cose scrivo: “Nessun processo alle intenzioni. Travaglio si è già corrotto. Come fa lui, il censore morale, a stare fisso nel salotto Tv di uno che per prima cosa è un arcinoto raccomandato di lunga data della lottizzazione Tv dell’asse PCI-Sandro Curzi, ma che ha poi fatto scempio del mandato elettorale di tanti italiani per scendere da Strasburgo (dove ha soggiornato a spese dei cittadini) a riprendersi il suo ‘giocattolo’ preferito? Cos’è un mandato elettorale? Un parcheggio temporaneo? Una cura ricostituente? E costui, cioè Santoro, oggi sta in televisione a bacchettare il malcostume della politica (sic). Può Marco dire quanto sopra in faccia a Santoro in diretta ad Anno Zero? Eppure sono fatti conclamati. Può? Lo ha fatto?

Può Travaglio dire che la sua casa editrice Chiarelettere è diventata il fans club di un magistrato e di una fetta di magistratura con tanto di striscione e motto sul sito (caso unico in occidente), facendo così a pezzi il più sacro dei principi dei checks and balances nel giornalismo? Può? Lo ha fatto?.

Può Travaglio spiegarci cosa ci stanno facendo lui e Milena Gabanelli in prima serata Tv dopo che lui stesso ha perentoriamente dichiarato nel 2006 quanto segue:

In televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo. Perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare... Se uno è asservito è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha.

Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave, che si occupano di informazione, di attualità, o che si occupano disettori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo (sic, nda), non è mica escluso, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile , ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra’?

E ora aggiungo: può Travaglio farci capire come è possibile che il direttore di RAI 3 Ruffini sia, secondo le sue lapidarie parole, un censuratore di professione “perché ha cancellato Raiot di Sabina Guzzanti”, quando lo stesso Ruffini lascia Report in prima serata da più di 4 anni? Lo è o non lo è un censuratore? Oppure è la Gabanelli che ha le spalle coperte? O è Travaglio che diffama a casaccio? Può chiarire?

Può questo giornalista dare conto della sua partigianeria manifesta per un partito politico con tanto di indicazione di voto pre elettorale (IDV e Di Pietro) e di come questo suo comportamento deturpi l’abc della nostra deontologia, che pretende una netta separazione del giornalista dalle fonti del potere che dovrebbe severamente monitorare?

Può infine avere la decenza di leggersi le carte processuali che così chiaramente espongono Milena Gabanelli come collusa con la RAI in uno dei più gravi casi di Cesura Legale, e le testimonianze dei cittadini censurati dalla condutrice di Report? E avrà la coerenza di prendere posizione contro quel malaffare nato nel cuore dell’informazione ‘pulita’, così come lo condannerebbe se praticato da chi non è suo amico personale? Insomma, avrà la forza di non finire a erigere muri attorno all’ennesima ‘parrocchia’?

La risposta a ciascuno di questi quesiti è no. Perché fra ‘parrocchiani’ non ci si tocca, e al diavolo la libertà di pensiero, la libertà d’espressione e l’onestà personale.

Lorenzo Fazio e Aldo Grasso.
Editore di provenienza Rizzoli e patròn della casa editrice Chiarelettere – che pubblica Travaglio, Gomez, Corrias, Barbacetto, Beha ecc. – Lorenzo Fazio ha avuto fra le sue firme sia il sottoscritto che Milena Gabanelli. Da notare che questo editore ospita nel suo sito un blog dal titolo Tiro Libero, spazio dedicato al monitoraggio del giornalismo italiano. Sono ancora in attesa che quel ‘monitoraggio’ dedichi a Censura Legale qualcosa di meglio di tre righe vaghe e fuori tema. La Censura Legale non è cosa da poco, è a tutti gli effetti una minaccia serissima alla libertà di stampa italiana, come conferma mirabilmente un saggio di una delle nostre più rispettate giuriste, Giovanna Corrias Lucente, e che così riassume la serietà della questione: “Sulla testa di ogni giornalista pende oggi la spada di Damocle di una querela per diffamazione. Lui – e il suo giornale – rischia la bancarotta, chi querela assolutamente niente. Anche se la denuncia si rivela infondata, infatti, è quasi impossibile ottenere un risarcimento. Risultato: i giornalisti scrivono sempre di meno e sempre più politically correct, le querele per diffamazione non si contano e i danni morali liquidati raggiungono cifre sbalorditive. Con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa.”. (10) Ma Lorenzo Fazio è della ‘parrocchia’, ha la conduttrice di Report in prima fila fra le firme Vip dei sostenitori della sua impresa editoriale, e dunque zitto, “con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa”.

Aldo Grasso, il critico televisivo più caustico d’Italia, uno spirito libero, così dicono. Lo chiamo in febbraio, gli espongo la questione Censura Legale, e lui: “E’ grave, è capitato anche a me, un editore mi ha lasciato solo in tribunale a sorbirmi tutte le grane di ciò che mi aveva pubblicato...”. Bene, replico, allora sai di cosa parlo, ci scrivi due righe sul Corriere? Grasso: “Ma… sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica dovrei vedere meglio...

Notate bene che non ha detto ‘prima di attaccare un cittadino’, che sarebbe stato solo giusto. Ha detto “un’amica”, cioè il critico televisivo è ‘compagno di merende’ di chi dovrebbe scrutinare. Non demordo, gli mando ogni prova documentale, ogni riscontro nero su bianco, tutto. Lo richiamo dopo quasi un mese, e la solfa è la stessa: “Ma sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica…”.

Piero Ricca.
Il 2 aprile 2008 mi scrive: “Caro Barnard, vorrei capire meglio la vicenda che la riguarda. Vorrei farle un'intervista, magari video, ma non necessariamente, da far girare on line, a partire dal mio blog. Un cordiale saluto, Piero Ricca”. Ne sono felice, accetto. Lui ribadisce: “M’interessa anche il tuo punto di vista su leadership e responsabilità individuale nel campo della società civile ‘progressista’ o ‘antagonista’…”. Perfetto, ancora meglio. E ancora lui: “Confido in video-intervista sugli sviluppi e il signficato del caso non appena possibile per antrambi”.

Nel frattempo lo rendo edotto di ciò che penso dell’Industria della Denuncia e dell’Indignazione, e glielo dico chiaro, lui c’è dentro fino al collo. Parliamone. Inoltre gli manifesto il mio disagio di fronte a certi suoi, chiamiamoli, eccessi di provocatorietà nel corso dei suoi arrembaggi a Vip politici o finanziari. Il rischio, suggerisco, è proprio quello di replicare metodi violenti nel nome di una autoreferenziale giustezza civica. Piero si risente un poco, me lo comunica. Il tempo però passa, e dell’intervista che mi voleva fare si sono perse le tracce.

Sabina Guzzanti.
Stessa trafila di Ricca, anche lei mi contatta per una intervista, l’11 di febbraio: “Caro Paolo Barnard, dato che sto lavorando a un film documentario sull’informazione vorrei intervistarti e raccogliere la tua testimonianza (sperando che la parola non ti ricordi troppo i tribunali)”. Scottato come sono dall’effetto ‘parrocchia’, decido di mettere le mani avanti: cara Sabina, leggi prima quello che ho scritto di voi Vip alternativi e di ciò che state facendo, poi se ancora vorrai sentirmi… Lei replica: “Caro Paolo, grazie della risposta. Ho letto il tuo articolo e non mi è passata la voglia di intervistarti. Ti chiamerò un giorno di questi per prendere un appuntamento”. Sono ammirato, forse qui si respira aria nuova. Nelle settimane seguenti le mando via mail i dettagli della vicenda Censura Legale, e con essi una sintetica cronaca in diretta della censura che sta calando implacabile su molti utenti del forum di Report man mano che la cosa monta. Le segnalo anche quella del blog di Grillo. Sabina inizia a mandarmi messaggi interlocutori: “Su Grillo mi sono arrivate voci che sul blog ci sia censura, mi pare che la voce si stia spargendo, d’altra parte è pure una sua scelta parlare di quello che vuole…” Le rispondo: “No, scusa, ma hai preso un granchio. Non si tratta del suo diritto di postare ciò che lui vuole. Qui parliamo dei cittadini, i cui contributi lui non deve filtrare, se non in casi di palesi volgarità o illegalità. I post dei cittadini sul suo blog sono liberi, e lo sono sempre stati. Lui cancella quelli scomodi, li censura”.

Sabina di nuovo: “Mi sembra che il senso della tua battaglia debba essere protezione legale da parte degli editori per i giornalisti che si espongono, più che una guerra contro la Gabanelli”. Comprendo subito il pericolo del fraintendimento che talvolta mi accompagna, e cioè la convinzione di alcuni che io mi stia accanendo per un rancore personale contro una giornalista, piuttosto che sui principi di una battaglia per la libera informazione. Replico con fermezza: “Il senso della battaglia è sia contro gli editori che ci abbandonano sia contro chiunque censuri, se mi permetti. Gabanelli sta censurando a man bassa e partecipa a Censura Legale. Cosa devo fare? Il solito ‘compagno di merende’ alla Aldo Grasso o Grillo che con la censura di Mimun sbraitano furibondi ma con la loro amica no? Fammi capire Sabina, la censura puzza di meno se la fa una amica tua o mia? Dimmi come ti posizioni tu, perché qui veramente si fa fatica a capire. La guerra la si fa contro chiunque censuri e se si chiama Gabanelli chissenefrega. O sbaglio?”.

La Guzzanti non si convince, lo scoglio Gabanelli rimane nel mezzo. Poi, quando scrivo di Marco Travaglio ciò che avete letto sopra, Sabina cambia tono, ahimè. Mi premuro di ricapitolarle tutti i punti spinosi, le gravi contraddizioni e i rischi che accompagnano la celeberrima figura del cronista, e concludo: “Sabina, quando si diventa Star non si è più liberi. Perché la fama dà potere, e il potere diventa prioritario rispetto alla libertà. Rileggi i nomi che ho citato (Ivan Illich, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie… Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato, nda), quelli non furono e non saranno mai in prima serata Tv. Va fatto altro, e l’ho scritto e credo che tu l’abbia letto”. Lei: “Caro Paolo, condivido la battaglia perché i giornalisti siano protetti legalmente dalle testate per cui lavorano, non condivido la battaglia anti Gabanelli. Non condivido la battaglia anti Travaglio di cui ho stima.” E di seguito, a proposito dell’impianto generale delle mie critiche ai ‘paladini’ antisistema, la Guzzanti sentenzia: “Francamente mi sembra un’analisi che nasconde frustrazione e rivalsa mal indirizzate”. Dunque, sarei in fondo proprio un rancoroso frustrato che fa battaglie anti qualcuno per rivalsa personale e invidia. Ci risiamo. La mia ultima replica alla Guzzanti sarà dura, le scrivo che in fondo anche lei, messa di fronte all’evidenza scritta nero su bianco della replica fra i suoi colleghi antagonisti della censura e dell’arroganza tipiche del Sistema-potere, sceglie di non prendere posizione, di non vedere. E’ facile, le dico, e soprattutto fruttuoso scendere in campo quando c’è da difendere i censurati Vip, dà visibilità mediatica; ma non vedo in lei lo stesso fervore di giustizia di fronte alla censura degli anonimi Marisetta, Salvo, Silvia, Francesco…, o di fronte alla palese violazione della coerenza morale da parte dei suoi amici Marco, Beppe, Milena, con il pericolo per tanti che ne consegue. Così, amica mia, si sceglie la propria appartenenza alla ‘parrocchia’, non l’interesse comune.

(Non mi ha più risposto. Anche l’intervista con la Guzzanti credo si andata a farsi benedire, ma tant’è)

Beppe Grillo.
Del suo essere ‘’compagno di merende’ della Gabanelli (ma anche di molti altri), e della censura che questa condizione ha generato nel suo blog ho già detto. Vi rivelo solo un ulteriore aneddoto assai significativo: una sua cara amica, di nome Valentina, ex studentessa dell’amico Carlo Belli dell’università di Perugia e attiva nel meet up di Losanna, si interessò a Censura Legale, di cui postò il testo integralmente. Ne seguì uno scambio di mail col sottoscritto e la sua iniziativa di sensibilizzare Grillo con una interpellanza personale. Il comico le rispose: “Dì a Barnard che faremo il V2 day anche per lui”. Di questa risposta faccio notare una sola parola: per piuttosto che con. Non con i temi che Barnard porta allo scoperto. In altre parole: se ne stiano a distanza Barnard e ciò che denuncia, che noi lavoriamo anche per lui (sic).

In conclusione, quanto sopra dovrebbe in un pubblico sano destare una profondissima preoccupazione e molte domande. Ma tornando al punto di partenza, ne rimane una fondamentale: come fa un Paese così intriso nel Sistema e anche nell’Antisistema dalla perenne tendenza alla parrocchialità a difendere la libera espressione e ad esprimere una libera informazione?*

Inutile proporre riforme, leggi, invocare esempi esteri di trasparenza. Fra questi ultimi, per citarne uno, la britannica BBC è perennemente menzionata. E allora diamo una breve occhiata a come è gestita la BBC e da chi. Il suo CDA si chiama BBC Trust; la sua dirigenza è la Executive Board. Il BBC Trust è nominato dalla Regina su consiglio dei ministri del governo. La Executive Board (16 direttori e direttore generale) è interamente nominata o approvata dal BBC Trust. Riflettiamo: tutta l’emittente pubblica