sabato, settembre 19, 2009

Il missile di Obama

Obama sgancia un missile

di M. K. Bhadrakumar

All'ottavo mese di una presidenza che va apparentemente indebolendosi, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha colpito ancora. Si sta ripetendo uno schema ricorrente nella sua carriera politica. La sua decisione di giovedì di revocare i piani del predecessore George W. Bush per la costruzione di uno scudo antimissile nel cuore dell'Europa affacciato sui confini occidentali della Russia potrà apparire giustificabile ma è comunque un notevole rovesciamento della politica statunitense in materia di sicurezza nazionale.

Avrebbe dovuto trattarsi di un sistema di difesa missilistica basato su una tecnologia non ancora collaudata, finanziato con soldi che l'America non poteva permettersi di sperperare e concepito per contrastare una minaccia che probabilmente non esiste. Ma la difesa antimissile è un'ossessione repubblicana che risale a Ronald Reagan e al sistema delle “Guerre Stellari”. I repubblicani non demorderanno né verranno meno, e procederanno fino alla fine. Combatteranno sui mari e sugli oceani, nell'aria, sulle spiagge e nei luoghi di sbarco, sulle colline e non si arrenderanno mai. Attaccheranno Obama per aver ceduto al ricatto russo.

Obama ha aperto un altro fronte proprio mentre la riforma sanitaria è sulla graticola e la sua amministrazione fatica a gestire la guerra in Afghanistan. Forse può ricavare un certo capitale finanziario e diplomatico dall'abbandono del piano di difesa antimissile. Lo scudo antimissile avrebbe dovuto essere sviluppato a un costo enorme, e Obama può usare altrove quel denaro. Il piano era il pomo della discordia con la Russia, e ora Obama può rilanciare i colloqui con Mosca per la riduzione degli armamenti nucleari e perfino contare sul fatto che il Cremlino non ponga il veto a una nuova ondata di sanzioni contro l'Iran nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Non saranno solo l'Europa Centrale e l'Ucraina e la Georgia a guardare con ansia crescente alle implicazioni di ciò che Obama ha fatto, ma anche l'Iran. La decisione del presidente americano poggia sulla considerazione che la minaccia rappresentata dall'Iran riguardi attualmente i missili a medio e breve raggio e possa essere meglio contrastata riconfigurando un sistema di missili SM-3, più piccoli e basati su tecnologie collaudate ed economiche, che posso essere impiegati già nel 2011 usando il sistema Aegis basato a mare.

Questo approccio riveduto e corretto prevede che le minacce future vengano affrontate gradualmente e di pari passo con l'evoluzione delle tecnologie, mentre attualmente gli Stati Uniti sono in grado di contrastare qualsiasi minaccia più rapidamente rispetto al programma precedente.

È significativo che Obama abbia concluso facendo una proposta a Mosca. “Ora questo approccio è anche coerente con la difesa missilistica della NATO e fornisce occasioni per il proseguimento e il consolidamento della collaborazione internazionale”, ha detto. L'annuncio arriva a meno di una settimana dal previsto incontro “privato” di Obama con la sua controparte russa Dmitrij Medvedev a New York ai margini della sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Analogamente, alla vigilia dell'annuncio di Obama, il nuovo segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha sollecitato un “dialogo aperto e senza precedenti” con la Russia per ridurre le tensioni in Europa in fatto di sicurezza e per affrontare le minacce comuni. Ha rivelato che alcuni rappresentanti della NATO si sarebbero recati a Mosca per conoscere le idee del Cremlino su come la NATO dovrebbe evolvere strategicamente nel lungo periodo.

“Dovremmo dialogare con la Russia e ascoltare le posizioni russe”, ha detto. Ha sottolineato la necessità di una “conversazione aperta e franca [con Mosca] che crei una nuova atmosfera” e conduca a un “vero partenariato strategico” in cui l'Alleanza e la Russia possano collaborare su questioni come l'Afghanistan, il terrorismo e la pirateria.

Ha concluso Rasmussen: “La Russia dovrebbe capire che la NATO è qui e che la NATO è un quadro di riferimento per le nostre relazioni transatlantiche. Ma noi dovremo anche tenere conto del fatto che la Russia ha legittime preoccupazioni in materia di sicurezza”. Ha dichiarato che la NATO è pronta a discutere la proposta di Medvedev relativa a una nuova architettura della sicurezza in Europa. Rasmussen si era appena recato in visita a Washington.

Il Ministero degli Esteri russo non ha tardato a rispondere all'annuncio di Obama sulla difesa antimissile. “Un simile sviluppo sarebbe in linea con gli interessi delle nostre relazioni con gli Stati Uniti”, ha detto un portavoce. Poi ha escluso che dietro la decisione statunitense vi sia un qualche tipo di quid pro quo. Ha detto che un grande patto di scambio con gli Stati Uniti non sarebbe stato “coerente né con la nostra politica [russa] né con il nostro approccio alla risoluzione dei problemi con le altre nazioni, indipendentemente da quanto siano sensibili o complessi”.

Resta però il fatto che la decisione di Obama, se dà un impulso significativo alle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, mette anche sotto pressione il Cremlino. I colloqui del “5+1” [1] con l'Iran sul programma nucleare di quest'ultimo entreranno in una nuova fase il prossimo 1° ottobre. La grande domanda è se quando la situazione si farà critica Mosca porrà il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il momento cruciale giungerà solo una settimana dopo l'incontro Obama-Medvedev, con il faccia a faccia tra il Sottosegretario di Stato americano per gli Affari Politici William Burns e il capo negoziatore iraniano sul nucleare, Saeed Jalili.

Certo, la posizione russa esposta dal Ministro degli Esteri Sergej Lavrov una settimana fa non lasciava spazio a equivoci. Ha messo in chiaro che Mosca non avrebbe appoggiato una nuova ondata di dure sanzioni contro l'Iran e ha respinto la tabella di marcia statunitense per far sì che l'Iran ponga fine al programma di arricchimento dell'uranio.

Lavrov ha dichiarato: “Non credo che queste sanzioni verranno approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite... Loro [l'Iran] hanno bisogno di dialogare alla pari in questi colloqui regionali. L'Iran è un partner che non ha mai in alcun modo fatto del male alla Russia”. Lavrov ha aggiunto che anche l'attesa mossa statunitense di abbandonare i piani di posizionamento di un sistema di difesa antimissile in Europa Orientale non verrebbe vista come una concessione alla Russia, poiché una simile mossa non farebbe che correggere un precedente errore degli Stati Uniti.

Ma in politica una settimana è molto tempo. Quattro giorni dopo le dichiarazioni di Lavrov – e due prima di quelle di Obama – Medvedev ha detto: “Le sanzioni complessivamente non sono molto efficaci, ma talvolta bisogna scegliere la strada delle sanzioni ed è la cosa giusta da fare”. Gli esperti di Russia in Occidente hanno subito perceputo un “sottile cambiamento” nelle posizioni del Cremlino, benché le differenze tra Stati Uniti e Russia sull'Iran siano troppo profonde e fondamentali per essere facilmente accantonate.

La decisione di Obama farà riflettere il teorici cremliniani del multipolarismo. Come ha mitemente osservato Vladimir Štol, esperto di NATO all'Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri russo, qualsiasi ripensamento statunitense del sistema di difesa antimissile sarebbe probabilmente il risultato di pressioni economiche legate alla crisi globale, e non di un patto politico con la Russia. “Non credo che gli Stati Uniti si ritirerebbero mai del tutto dallo scudo antimissile, perché rientra nei loro interessi sul lungo periodo ed è strettamente legato alla loro strategia in Europa”, ha detto Štol.

A Mosca i realisti noteranno che durante le dichiarazioni di Obama a Washington Dennis Blair, il capo dell'intelligence statunitense, rendeva pubblico l'ultimo National Intelligence Strategy Report, che viene compilato ogni quattro anni. Il documento avvertiva in particolare che la Russia “può continuare a cercare strade per riaffermare potere e influenza complicando gli interessi degli Stati Uniti”.

Martedì la Russia ha firmato con le regioni separatiste della Georgia, l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud, accordi militari che le permettono di mantenere basi militari in quei territori per i prossimi cinquant'anni. Il quartier militare russo in Abkhazia avrà sede nel porto di Gudauta, sul Mar Nero, e questo farà sì che anche se il regime pro-americano di Kiev imporrà la chiusura di Sebastopoli Mosca sarà in grado di neutralizzare i tentativi statunitensi di trasformare il Mar Nero in un “lago della NATO”.

In prospettiva, dunque, Mosca soppeserà attentamente l'“apertura” di Obama. La cartina al tornasole sarà la disponibilità degli Stati Uniti a rinunciare all'allargamento della NATO. L'integrazione dei paesi dell'Europa Orientale nelle strutture euro-atlantiche occidentali contrastava con la promessa fatta al leader sovietico Michail Gorbačëv [di non allargare l'Alleanza agli ex Stati satelliti dell'URSS e all'Europa dell'Est se la nuova Germania unificata fosse entrata nella NATO, N.d.T.] . E poi la Russia non è l'Unione Sovietica, ma i veterani della guerra fredda non riescono a capirlo. Il concetto di sovranità nazionale di Mosca e il fatto che rivendichi interessi speciali nello spazio post-sovietico suscitano a Ovest sentimenti negativi.

Mosca non vede alcuna ragione per accontentarsi del ruolo di socio minoritario, stimando che gli Stati Uniti sono una potenza in declino e che il centro della politica mondiale si sta spostando a est. Inoltre Washington persegue una politica di “dialogo selettivo, contenimento selettivo”. Per l'Afghanistan o l'Iran Washington ha bisogno del sostegno russo, mentre il problema dello spazio post-sovietico resta grave e la Russia si sente esclusa dagli accordi per la sicurezza euro-atlantica in attesa di approvazione, mentre la “smilitarizzazione” delle relazioni tra la Russia e l'Occidente resta una questione ambigua.

La cosa più intelligente che potrà fare Obama sarà inserire la sua decisione sulla difesa antimissile nell'ambito di una serie di iniziative volte a “resettare” le relazioni con la Russia invece di farne una mossa isolata che richiede un quid pro quo sull'Iran. Mosca non farà che valutare la decisione di Obama come un passo pragmatico reso necessario dalla crisi economica degli Stati Uniti. Nel frattempo la Russia collaborerà al rilancio dei colloqui START (Strategic Arms Reduction Treaty) per la riduzione delle armi strategiche o darà una mano agli Stati Uniti in Afghanistan, cosa che è anche nel suo interesse.

Note:
1. Le nazioni del “5+1” sono i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russa e Cina – più la Germania.

Originale: Obama drops a missile bombshell

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Articolo originale pubblicato il 18/9/2009

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lunedì, luglio 06, 2009

Momento della verità per Obama a Mosca

Momento della verità per Obama a Mosca

di M. K. Bhadrakumar

Negli annali dei summit russo-americani Mosca non ha mai concepito una cerimonia di benvenuto come questa per un presidente americano. I preparativi per l'arrivo del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, atteso lunedì a Mosca, sottolineano le complessità del contesto nel quale i due paesi si apprestano a dialogare.

Per ricevere Obama la Russia ha steso il suo tappeto rosso dal turbolento Caucaso, teatro cruciale per le relazioni USA-Russia, fino alla capitale. È un tappeto dal disegno complesso e intrigante, ricco di leggende sulle radici del conflitto che hanno fatto da barriera alla coesistenza pacifica tra le due superpotenze, e la saggezza a il valore di prendere le armi inopportunamente senza alcuna unità di propositi.

Obama è stato solo una volta in Russia, durante una breve missione del Congresso americano dominata da Richard Lugar. Ma uno statista come Obama, con un acuto senso della storia, non mancherà di prendere nota del viaggio che si svolgerà la settimana prossima. Washington non schera. Il Vice Presidente Joseph Biden ha messo in programma una visita in Ucraina e Georgia subito dopo il summit USA-Russia di Mosca.

Tensioni nel Caucaso
Lunedì la Russia ha dato il via a una gigantesca esercitazione militare, “Caucaso-2009” nell'area del Caucaso Settentrionale che confina con la Georgia. L'esercitazione, della durata di una settimana, si concluderà proprio il giorno in cui Obama atterrerà a Mosca. L'Itar-Tass ha citato le parole del vice Ministro della Difesa Aleksandr Kalmykov, il quale ha detto che le manovre vengono condotte su una scala che ricorda i tempi sovietici.

Con l'impiego di 8500 uomini, 450 veicoli blindati per il trasporto del personale e 250 cannoni d'artiglieria e con il contributo di aeronautica, difesa aerea, truppe aviotrasportate, Flotta del Caspio e a Flotta del Mar Nero, le manovre coprono un vasto territorio che comprende le regioni di Krasnodar e Rostov oltre all'Ossezia Settentrionale e alla Cecenia.

Se i crescenti segnali di attività dei militanti islamici nel Caucaso Settentrionale può parzialmente spiegare la logica delle esercitazioni, un obiettivo evidente è quello di dimostrare la potenza di fuoco della Russia per prevenire qualsiasi mossa azzardata da parte della Georgia contro le regioni separatiste dell'Abchazia e dell'Ossezia Meridionale. Chiaramente Mosca non sta lasciando nulla al caso e risponde così alle esercitazioni di maggio in Georgia dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), esercitazioni che il Presidente Dmitrij Medvedev ha definito una “provocazione”. La Russia non ha invitato osservatori della NATO ai giochi di guerra “Caucaso - 2009”.

È superfluo dire che c'è un diffuso scetticismo tra gli analisti occidentali sulla questione se il “riavvio” delle relazioni USA-Russia, promesso dall'amministrazione Obama e promosso dai due presidenti durante l'incontro di Londra ad aprile in margine al summit del G20, possa di fatto avere inizio date le circostanze attuali.

Gli analisti politici russi sono anche più scettici. Sergej Karaganov, l'influente presidente del Consiglio per la Politica Estera e della Difesa della Russia, percepisce che la natura intrinseca del concetto di un “riavvio” è già di per sé “estremamente fragile”.

“Da parte della Russia c'è maggiore scetticismo in quanto la Russia non vede reali cambiamenti nella condotta politica degli Stati Uniti e ritiene che siano per lo più epidermici”, ha affermato. L'impressione della Russia, ha aggiunto Karaganov, è che gli Stati Uniti “non siano disposti ad apportare cambiamenti sostanziali alla loro condotta politica” su questioni come l'allargamento della NATO o la sicurezza pan-europea. Un documento diffuso a Mosca nel fine settimana sottolineava che alle relazioni USA-Russia non basterà un “semplice riavvio”, servirà una “riconfigurazione” completa.

Semplice gioco di parole? Non esattamente. Nel frattempo, anche gli analisti americani hanno la loro lista di lagnanze: “questo rinnovato senso d'orgoglio [russo]” e la conseguente “arroganza, prepotenza, assertività, presuntuosità e finanche aggressività che si mescola alla paranoia, all'insicurezza e all'ipersensibilità”, secondo le parole di David Kramer, alto funzionario del Dipartimento di Stato da più di otto anni.

Ciò che emerge oltre ogni dubbio è che dal summit di Mosca non ci si può aspettare nessun decisivo passo avanti. Ma allora perché Obama insiste nel voler fare questo “viaggio di lavoro”?

Dialogo selettivo
Washington ha l'urgente necessità di trattare con la Russia in maniera specifica e selettiva su alcune questioni. La carota che viene offerta a Mosca, in questo caso, è che se Mosca si dichiarerà d'accordo su alcuni o su tutti i passi specifici che Washington ha in mente c'è una possibilità che questi accordi si concretizino in modo che le relazioni nei prossimi tempi imbocchino una direzione più positiva.

In breve, il gesto di Obama di premere il pulsante per riavviare le moribonde relazioni USA-Russia durante il summit di Mosca è di per sé in dubbio, mentre la promessa di farlo rimane sul tavolo.

Con un “preludio” insolitamente duro alla visita di Obama, Michael McFaul, direttore del Consiglio della Sicurezza Nazionale per gli Affari Russi ed Europei, ha messo in chiaro che il presidente degli Stati Uniti “non coltiva illusioni sul divario spalancatosi” tra i due paesi. Ha detto che le autorità russe pensano al mondo con “ragionamenti a somma zero. Gli Stati Uniti sono considerati un avversario... e pensano che il nostro obiettivo numero uno sia quello di indebolire e circondare la Russia e fare tutto ciò che può rafforzare noi e indebolire la Russia”.

Ha aggiunto che Obama esporrà gli interessi nazionali degli Stati Uniti “in maniera molto esplicita” su questioni come l'allargamento della NATO. “Intendiamo parlar loro con grande franchezza... e poi vogliamo vedere se c'è un modo per convincere la Russia a cooperare su questioni che consideriamo nostri interessi nazionali”.

Le “cose” che secondo McFaul sono fondamentali per gli interessi nazionali americani si riducono a tre questioni prioritarie della politica estera di Obama: il controllo delle armi strategiche, la situazione iraniana e la guerra in Afghanistan. Tuttavia non v'è certezza che siano temi “praticabili”. Questo spiega parzialmente i toni delle dichiarazioni giunte da entrambe le parti prima del summit.

È ormai chiaro che grossi ostacoli potrebbero impedire di negoziare un nuovo accordo per il controllo delle armi nucleari che sostituisca il Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche in scadenza il 5 dicembre. La Russia si oppone energicamente al progetto statunitense di dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale e ai piani statunitensi a lungo termine per la realizzazione di un sistema di difesa globale. Il problema non è in cosa oggi consista il sistema di difesa anti-missile da un punto di vista tecnologico, ma in cosa finirà per consistere quando la tecnologia statunitense, in costante miglioramento, si avvicinerà a un grado di precisione del 100%.

Un sistema di difesa anti-missile efficace fondamentalmente fa vacillare la parità nucleare tra le due potenze e fa pendere l'ago della bilancia a favore degli Stati Uniti dopo più di sessant'anni di equilibrio strategico. Ma per Obama è impossibile rinunciare al programma di difesa anti-missile del suo paese. Nella migliore delle ipotesi potrà rinviarlo di due o tre anni (fatto comunque scontato, a causa dell'attuale crisi finanziaria degli Stati Uniti). È anche sorto un intoppo sul cosiddetto “potenziale di ritorsione” che gli Stati Uniti intendono mantenere pur accettando di ridurre le testate nucleari. Vale a dire che gli Stati Uniti vogliono conservare le circa 4000 testate smantellate e anche i 1200 vettori (missili balistici basati a terra e lanciati da sottomarini e bombardieri strategici) come parte delle proprie forze convenzionali per ogni uso bellico.

Non sorprende che i russi non siano d'accordo. In parole povere, la Russia teme un doppio svantaggio per l'inferiorità del suo arsenale di testate nucleari e missili, poiché il suo “potenziale di ritorsione” è molto più debole. Vale a dire che la riduzione delle armi nucleari che è stata proposta non farà che rafforzare in misura esponenziale il vantaggio militare degli Stati Uniti. Con l'enorme superiorità di cui godono gli Stati Uniti nel settore delle armi convenzionali, la Russia conta sul suo arsenale nucleare per conservare la propria strategia militare globale.

Nello stesso tempo la Russia non ha le risorse per costruire una propria difesa anti-missile globale. Dunque ha tracciato una “linea rossa” sia davanti al posizionamento del sistema di difesa anti-missile in Europa che all'allargamento della NATO. La Strategia della Russia per la Sicurezza Nazionale fino al 2020, esposta il 12 maggio scorso, afferma esplicitamente: La possibilità di mantenere la stabilità globale e regionale verrà sostanzialmente ridotta con il posizionamento di elementi del sistema di difesa anti-missile globale degli Stati Uniti in Europa... L'inaccettabilità per la Russia dei piani per promuovere l'infrastruttura militare dell'Alleanza [NATO] ai confini della Russia e i tentativi di attribuirle funzioni globali in contrasto con gli standard del diritto internazionale rimarrà il fattore caratterizzante delle relazioni con la NATO. Non vi sono dubbi che il summit di Mosca della prossima settimana annuncerà un qualche tipo di “progresso” – probabilmente una sorta di “pagella” – nei negoziati che condurranno a un nuovo patto per il controllo delle armi nucleari. Forse verrà annunciato perfino il quadro di un nuovo accordo, giacché ci si aspetta sempre dei risultati dai summit USA-Russia. Ma l'accordo finale potrebbe comunque venire ostacolato.

Le differenze sull'Iran
Dati i recenti fatti iraniani e la posizione di Obama, tutti gli occhi saranno puntati sugli esiti del summit di Mosca sulla questione. Di certo gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno della collaborazione russa se intendono mettere efficacemente sotto pressione Teheran. Ma è difficile che il summit di Mosca possa produrre reali convergenze USA-Russia sulla situazione iraniana.

L'impressione comune è che la posizione della Russa sull'Iran ultimamente sia cambiata. La dichiarazione dei ministri degli esteri del Gruppo degli Otto (G-8) che è stata resa pubblica a Trieste il 26 giugno e che esprimeva una condanna delle violenze a Teheran è stata interpretata come la prova del fatto che la Russia si è allineata con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma la Russia non ha fatto altro che seguire il consenso, come si usa nella diplomazia multilaterale.

Di fatto il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto alla stampa a Trieste che mentre la Russia intendeva esprimere la sua “più grave preoccupazione” per l'uso della forza sui manifestanti a Teheran e la perdita di vite umane, “nello stesso tempo non interferiremo con gli affari interni dell'Iran”, giacché la Russia “presume” che i conflitti “verranno risolti in linea con le procedure democratiche e le leggi che esistono per questo”.

In pratica Lavrov ha espresso comprensione per la posizione del regime iraniano. E sulla questione nucleare ha ribadito che “in ogni circostanza” la Russia insiste su una soluzione pacifica anche se ci sono “cambiamenti nella posizione della dirigenza iraniana”, e che la comunità internazionale deve “mostrare pazienza e seguire la nostra politica concertata”. È in questo senso che Lavrov ha descritto la dichiarazione del G-8 come “complessivamente... ben equilibrata e utile in tutti i sensi”.

Giovedì il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione che di fatto previene qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di proporre azioni che mettano sotto pressione l'Iran al summit moscovita. Vi si legge: “Riteniamo che sanzioni contro l'Iran per i suoi problemi interni sarebbero illegali e controproducenti. Potrebbero provocare sviluppi sgraditi nella situazione iraniana e nella regione”. La dichiarazione riaffermava la convinzione di Mosca che la situazione sorta in seguito alle elezioni contestate in Iran debba essere normalizzata “per vie legali” (e questa è anche la posizione ufficiale di Teheran).

Riflettendo la linea ufficiale, il quotidiano governativo Rossijskaja Gazeta ha pubblicato un'intervista con l'eminente politico vicino al Cremlino, Michail Margelov, che presiede la commissione del Consiglio Federale per gli affari internazionali. Margelov ha detto: “Esteriormente questo [le agitazioni a Teheran] ricorda da vicino lo sviluppo delle 'rivoluzioni colorate'... In ogni caso la comunità internazionale dovrà probabilmente avere a che fare con l'intrattabile [Presidente Mahmud] Ahmadinejad per un altro mandato presidenziale... Credo che non ci si possa aspettare cambiamenti radicali nella politica russa sotto questo aspetto”.

Uno dei massimi esperti di Iran a Mosca, Radzhab Safarov, direttore del Centro per gli Studi Iraniani, è stato esplicito quando ha detto che l'Occidente, “guidato dagli Stati Uniti”, voleva un cambiamento di regime a Teheran e i manifestanti di Teheran “stanno effettivamente ricevendo finanziamenti e ogni genere di idea dall'Occidente per scendere in piazza”, ma inutilmente. In un'intervista con Center TV, canale governativo russo, Safarov ha detto che i tentativi occidentali “non minacciano il sistema politico iraniano, più forte e solido che mai”.

Un tango nell'Hindu Kush
In contrasto con le percezioni divergenti di Stati Uniti e Russia sull'Iran, le due potenze si sono notevolmente avvicinate sulla guerra in Afghanistan. Come ha detto recentemente il consigliere per la politica estera del Cremlino Viktor Prichodko, “Vediamo con favore la politica sempre più trasparente degli Stati Uniti su Afghanistan e Pakistan. Lo spazio di cooperazione con l'Occidente sull'Afghanistan può essere più ampio”. Mosca considera la cooperazione sull'Afghanistan un elemento chiave per ripristinare le relazioni Stati Uniti-Russia.

Prichodko lo ha sottolineato dicendo che la Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione) non avrebbe “strappato l'iniziativa” alla coalizione guidata dagli Stati Uniti nella risoluzione del conflitto afghano. Tuttavia la Russia vuole un ruolo più forte. Per esempio, l'efficacia della lotta al traffico di droga dall'Afghanistan sta scemando più che aumentando. “Un ruolo più forte significa maggiori responsabilità. Se rivendichiamo un ruolo più forte, questo ci porterà a partecipare alla forza internazionale. Non intendiamo mandare soldati in Afghanistan. Per ora la principale responsabilità nei confronti dell'Afghanistan consiste nella formazione di forze internazionali. Ci andiamo soprattutto per prendere parte al processo di costruzione”.

Si tratta di una notevole semplificazione della politica russa. Mosca è preoccupata che Washington stia cercando di estendere la presenza della NATO in Asia Centrale. Da parte loro gli Stati Uniti hanno decisamente chiuso la porta a qualsiasi forma di cooperazione tra la NATO e l'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, guidata dalla Russia, o la SCO. Washington non ha nemmeno concesso a Mosca di svolgere un ruolo significativo nella risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington continua a trattare separatamente con i diversi paesi membri della SCO sul tema della cooperazione in Afghanistan. La Cina e il Kazakistan sono perfino stati invitati a contribuire con un proprio contingente.

La Russia ha essenzialmente colto l'occasione per creare una cooperazione trilaterale con l'Afghanistan e il Pakistan. I presidenti dei tre paesi hanno tenuto un incontro congiunto in margine al summit della SCO a Ekaterinburg, in Russia, il mese scorso. Un incontro tra i ministri degli esteri ha poi avuto luogo venerdì a Trieste.

Mosca vede delle possibilità nello sviluppo di questa cooperazione tripartita. I tre ministri degli esteri hanno concordato di intensificare la cooperazione ma “in linea con altre iniziative della comunità internazionale”. Hanno deciso di esplorare le potenzialità della cooperazione in settori specifici come il controllo delle frontiere, lo scambio di informazioni riguardanti il terrorismo internazionale, l'addestramento di personale specializzato nella lotta al terrorismo e alla droga. Tuttavia è interessante il fatto che abbiano deciso di promuovere rapporti di buon vicinato e la stabilità regionale e di perseguire la cooperazione economica, oltre a estendere la loro “interazione su aspetti di interesse reciproco” in seno alle Nazioni Unite, alla SCO e all'Organizzazione della Conferenza Islamica. I tre ministri degli esteri hanno anche concordato di “studiare e sviluppare una visione e una prospettiva comune per la pace e lo sviluppo nella regione”.

In breve, senza irritare gli Stati Uniti, la Russia ha elaborato una direzione tutta sua con i due protagonisti principali della strategia “AfPak” statunitense.

Mosca ha abilmente lavorato sull'estremo desiderio del Pakistan di sviluppare una relazione politico-militare con Mosca. Il capo dell'esercito pakistano Generale Ashfaq Kiani è stato ricevuto a Mosca, lo scorso mese, durante una visita d'alto profilo diplomatico. La visita era stata programmata sullo sfondo dell'incremento del contingente statunitense in Afghanistan e l'inizio di attese operazioni militari contro i Taliban.

Ciò che sembra accadere è che Islamabad ha ripagato Washington con la stessa moneta per i suoi insistenti tentativi di coinvolgere l'India nel problema afghano in quanto potenza regionale, malgrado le obiezioni pakistane. Il fatto che Mosca abbia rischiato di irritare Nuova Delhi creando una relazione regionale esclusiva con il Pakistan svela le acute rivalità geopolitiche nell'Hindu Kush.

Una posizione simile emerge dalla decisione di Mosca di non opporsi con le unghie e con i denti agli Stati Uniti quando questi hanno cercato di conservare alcune strutture della base di Manas, in Kirghizistan. Ciò ha condotto a una nuova formula, in base alla quale gli Stati Uniti avranno il permesso di gestire un “centro di transito” preservando l'attuale infrastruttura dei trasporti, e in cambio le somme pagate al governo kirghizo saranno triplicate.

Demolendo le speculazioni dei media secondo cui Biškek avrebbe agito suo moto senza il consenso della Russia (cosa improbabile dati gli obblighi del Kirghizistan come paese membro dell'Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva), Medvedev ha dichiarato esplicitamente che la Russia considera il centro della base di Manas parte integrante della lotta contro il terrorismo internazionale.

Un altra direzione è spuntata un po' di tempo fa con la decisione della Russia di consentire il transito di materiali militari non letali destinati alle forze NATO in Afghanistan. Alla vigilia del summit USA-Russia, gli editorialisti russi hanno alluso al fatto che “Mosca potrebbe fare di più consentendo il trasporto di merci militari verso l'Afghanistan attraverso il proprio territorio”, oltre a incrementare il traffico lungo la cosiddetta rotta settentrionale.

Il Vice Ministro degli Esteri russo Aleksandr Gruško, dopo l'incontro informale del Consiglio Russia-NATO di domenica a Trieste, ha dichiarato: “Per quanto i transiti militari abbiamo firmato accordi con la Germania, la Francia e la Spagna. Stiamo anche prendendo in considerazione una richiesta dell'Italia”. Mosca valuta che gli Stati Uniti stiano sperimentando gravi difficoltà nel trasporto di merci civili e militari in Afghanistan attraverso il Pakistan: gli Stati Uniti e i loro alleati attualmente perdono fino a 200 camion al mese a causa degli attacchi dei militanti contro i convogli.

La Russia capisce anche che nonostante gli americani continuino a parlare dello sviluppo di una rotta di transito attraverso la Georgia, questo è più facile da dirsi che da farsi visto che lungo la costa del Caspio dovranno essere costruiti o almeno modernizzati nuovi terminal; la nuova rotta comporterà doppi trasbordi; e inoltre dovrà utilizzare linee ferroviarie sovietiche fatiscenti. La costruzione del corridoio ferroviario Baku-Tbilisi-Akhalkalaki-Kars può accorciare i tempi ma sorge l'esigenza di attraversare il Mar Caspio e di trasportare poi le merci fino in Afghanistan, il che significa che quella rotta può al limite essere ausiliaria.

I portavoce russi fanno circolare il concetto che in un mondo globalizzato in cui la sicurezza è indivisibile e l'interdipendenza tra le nazioni è un pressante realtà, gli interessi di Mosca e degli Stati Uniti non solo non sono in conflitto in Afghanistan ma sono di fatto coincidenti. Segue poi l'argomentazione secondo la quale oggi non “c'è tempo né spazio per un gioco a somma zero, mentre un ritiro prematuro delle forze statunitensi [dall'Afghanistan] porrà una minaccia agli interessi nazionali della Russia in una regione strategica dell'Asia Centrale”.

Dunque Mosca deve assumere il ruolo di potenza mondiale responsabile e “aiutare concretamente” Washington a risolvere il problema afghano.

Non si tratta di un sofisma. La disposizione generale di Mosca nei confronti della minaccia del terrorismo si sta trasformando in rabbia. Gli attacchi terroristici nel Caucaso Settentrionale rivelano un brusco aumento in fatto di numeri e di ferocia. Solo quest'anno nel Caucaso Settentrionale sono stati commessi 300 atti di terrorismo che sono costati la vita a 75 membri delle forze di sicurezza, compresi omicidi di alto profilo come quello del Ministro degli Interni del Daghestan Adilgerei Magomedtagirov agli inizi di giugno.

Medvedev ha fatto un viaggio a sorpresa in Daghestan, indossando una giacca di pelle e un paio di occhiali scuri: offrendo un'immagine da duro, il giovanile presidente si è espresso con un genere di retorica che siamo abituati ad associare al Primo Ministro Vladimir Putin. “Questo è estremismo che viene dall'estero, con vari pazzi che vengono a lordare il nostro territorio”, avrebbe detto Medvedev in commenti trasmessi dalla televisione di Stato. “Deve essere portato avanti il lavoro volto a ristabilire l'ordine e liquidare la gentaglia terrorista”, ha sottolineato.

Curiosamente le parole di Medvedev si prestano anche a descrivere ciò che attende gli Stati Uniti in Afghanistan. Ha detto: È la povertà della popolazione, l'alto tasso di disoccupazione, le dimensioni della corruzione e delle deformazioni sistemiche nell'amministrazione del governo [locale] quando la sua efficacia diminuisce, che porta alla perdita di fiducia e dell'autorità dello Stato. Non bisogna permetterlo... La lotta alla droga, essenzialmente, deve accompagnare la lotta al terrorismo. Capiamo che il denaro che viene dalla droga, il denaro che viene dalla vendita della droga, va ad alimentare i terroristi. Siamo oggi nella situazione in cui i nostri vicini, purtroppo, ci danno problemi di questo tipo. Naturalmente questo ha anche complicato la situazione nel Caucaso. Attraverso queste manovre tortuose e labirintiche, che indubbiamente hanno origine da complesse realtà concrete, la Russia spera di ottenere leve di influenza nelle relazioni USA-Russia offrendo a Obama una maggiore cooperazione sull'Afghanistan. È assolutamente possibile che in una fase in cui le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono complessivamente vicine al collasso, la cooperazione nell'Hindu Kush possa fornire il motivo conduttore tanto necessario al summit di Mosca.

Come ha notato Medvedev in un commento pubblicato sul sito del Cremlino giovedì scorso, “La nuova amministrazione statunitense sotto il Presidente Obama sta mostrando la propria volontà di cambiare la situazione e creare relazioni più efficaci, affidabili e in ultima analisi più moderne. Siamo pronti per questo”.

Mosca valuterà che può essere vantaggioso aiutare Obama a lenire il dolore dove la ferita fa più male e corre il rischio di trasformarsi in cancrena. La buona volontà che ne deriverà sarà utile a far capire che le relazioni tra Stati Uniti e Russia possono ancora migliorare in maniera seria e sostenibile.

Originale da: A moment of truth for Obama in Moscow

Articolo originale pubblicato il 4/7/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, aprile 07, 2009

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

I legami USA-Russia su una nuova traiettoria

di M. K. Bhadrakumar

I faccia a faccia tra i presidenti degli Stati Uniti e della Russia hanno alle spalle una storia di ottimismo carico di promesse che poi si rivela illusorio e fugace. L'incontro a Soči sul Mar Nero, un anno fa, ne è stato un perfetto esempio. Il summit di Soči produsse una dichiarazione magniloquente che tracciava i contorni della cooperazione strategica tra le due grandi potenze.

Ma subito dopo la conclusione del vertice le relazioni si inasprirono e i legami tra Stati Uniti e Russia precipitarono. I rapporti peggiorarono sempre più. Il conflitto nel Caucaso meridionale dello scorso agosto condusse a una deriva pericolosa nelle relazioni tra la Russia e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), aggiungendosi alla lista di contenziosi che già complicavano la relazione USA-Russia: il posizionamento di componenti del sistema di difesa antimissile statunitense in Europa Centrale, l'allargamento a est della NATO, la rivalità per le risorse energetiche del Caspio, discordie non sopite nella regione del Mar Nero e via dicendo. Un'atmosfera di sfiducia, dovuta a tutti questi contrasti, scese sui legami USA-Russia.

Inoltre continuava a saltar fuori una questione fondamentale: quanto è centrale la Russia per gli interessi globali degli Stati Uniti? È dunque facile comprendere perché l'intensità retorica dell'incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Presidente russo Dmitrij Medvedev svoltasi in margine al summit del G20 di Londra, il 1° aprile, venga valutata con prudenza dalla maggior parte dei commentatori. È vero disgelo? Il “riavvio” delle relazioni USA-Russia è destinato a prendere velocità? Sono queste le domande all'ordine del giorno.

Una cosa è certa: le relazioni USA-Russia hanno toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda e potrebbero solo migliorare. Di certo, a giudicare dal disagio evidente nelle valutazioni dell'incontro di Londra da parte dei fautori della Guerra Fredda, potrebbe apparire un nuovo tono nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che il rapporto ha acquisito una “qualità nuova”.

Lavrov, eccellente diplomatico non portato per l'iperbole, ha detto che ai colloqui di Londra si è creato un “nuovo clima nelle relazioni”. “C'è interesse reciproco, e soprattutto disponibilità ad ascoltarsi a vicenda, cosa che mancava da molti anni. Ciò significa una nuova qualità delle relazioni”. Motivo più che sufficiente per prevedere che l'incontro di Londra può in fin dei conti portare da qualche parte, invece di finire in un vicolo cieco nelle prossime settimane.

Chiaramente, l'incontro è stato ben più di quello che Lavrov ha modestamente riassunto. Le due parti evidentemente hanno fatto un grande lavoro preparatorio per far sì che il colloquio fosse produttivo.

Prima del faccia a faccia Obama-Medvedev, oltre alle consultazioni di Lavrov con la sua controparte statunitense Hillary Clinton a Ginevra il 6 marzo, varie delegazioni ad alto livello si erano recate a Mosca per risuscitare le relazioni USA-Russia prima dell'incontro tra i due presidenti. C'erano dunque state le visite del Sottosegretario di Stato William Burns, degli ex segretari di Stato Henry Kissinger, George Schultz e James Baker, dell'ex segretario della difesa William Perry, dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, degli ex senatori Sam Nunn, Gary Hart e Chuck Hagel.

Nel frattempo nell'ambito dei colloqui USA-Russia era entrato anche il rapporto della Commissione Hart-Hagel su “La giusta direzione per la politica statunitense verso la Russia”, diffuso il 16 marzo. La commissione faceva tre fondamentali osservazioni: Uno, negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti e Russia avevano toccato il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda. Due, un impegno americano volto a migliorare le relazioni USA-Russia non è né un premio da offrire in cambio della buona condotta di Mosca in campo internazionale né un sostegno alla politica interna del governo russo. Tre, è un riconoscimento dell'importanza della cooperazione russa nel raggiungimento di obiettivi americani essenziali: dall'impedire l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran a smantellare al-Qaeda e stabilizzare l'Afghanistan e a garantire la sicurezza e la prosperità europee.

Le principali raccomandazioni della Commissione comprendevano: primo, cercare la cooperazione della Russia con l'Iran; secondo, lavorare congiuntamente per rafforzare il regime internazionale di non-proliferazione; terzo, rivedere i posizionamenti della difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca e compiere un autentico sforzo per sviluppare un approccio collaborativo alla minaccia comune rappresentata dai missili iraniani; quarto, accettare il fatto che né l'Ucraina né la Georgia sono pronte a entrare nella NATO e avviare una stretta collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti per individuare opzioni che non siano l'ingresso di questi paesi nella NATO per dimostrare l'impegno a difendere la loro sovranità; e quinto, lanciare un serio dialogo sul controllo degli armamenti che comprenda l'estensione del Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche (START) e un'ulteriore riduzione delle armi nucleari tattiche e strategiche.

Il proposito della Commissione, nelle parole di Hart, è stato quello di “costruire nel nostro paese una base limitata che offrirà sostegno alla nuova amministrazione [Obama] nei suoi sforzi per migliorare le relazioni [USA-Russia]”. Prima di andare a Mosca, Hart e Hagel hanno incontrato il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jim Jones e altri rappresentanti dell'amministrazione Obama. È un fatto che, ricevendoli al Cremlino il 10 marzo, Medvedev ha sottolineato che i segnali provenienti da Washington erano incoraggianti. “Purtroppo le nostre relazioni sono deteriorate in misura significativa negli ultimi anni. Questo fatto ci rattrista”, ha detto Medvedev. “Crediamo di avere ogni opportunità per aprire una pagina nuova nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti. I segnali che riceviamo oggi dagli Stati Uniti – mi riferisco ai segnali che sto ricevendo dal Presidente Obama – mi sembrano assolutamente positivi”.

E di fatto le dichiarazioni (e le azioni) di Washington e Mosca nelle ultime settimane indicano che i due governi si stanno muovendo nelle direzioni suggerite dalla Commissione Hart-Hagel. La Commissione affermava:
Assicurare gli interessi nazionali vitali dell'America nel mondo complesso, interconnesso e interdipendente del XXI secolo richiede una profonda e significativa cooperazione con altri governi... E poche nazioni potrebbero fare la differenza per il nostro successo più della Russia, con il suo vasto arsenale di armi nucleari, la sua posizione strategica tra Europa e Asia, le sue considerevoli risorse energetiche e il suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un'azione rapida ed efficace per rafforzare le relazioni USA-Russia ha un'importanza critica nella promozione degli interessi degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti stanno affrontando una profonda crisi economica, le sfide in materia di politica estera che si pongono al nostro paese sono sempre più complicate e difficili – e i nostri interessi nel gestire particolari situazioni possono essere in competizione o perfino contraddittori. È per questa ragione che dobbiamo fare scelte difficili nel plasmare la nostra politica estera, concentrandoci soprattutto su ciò che è realmente vitale in senso stretto: innanzitutto la non-proliferazione nucleare, il controllo degli armamenti, il terrorismo e la ripresa economica globale.
Con straordinario candore la Commissione proponeva: “Dobbiamo anche significativamente migliorare la nostra comprensione degli interessi russi come i russi li definiscono”. Con il senno di poi, la commissione praticamente delineava i punti all'ordine del giorno dell'incontro di Londra. Dunque, se i risultati concreti di Londra possono sembrare scarsi, ciò che conta è che è stato avviato uno sforzo sostenuto e coerente per creare una massa critica nelle relazioni USA-Russia, che potrebbe benissimo sostanziarsi nei prossimi due o tre mesi.

Chiaramente la decisione dell'incontro Obama-Medvedev di perseguire un nuovo accordo per la riduzione delle armi nucleari segnala già di per sé un drammatico ribaltamento dell'ostinata posizione dell'amministrazione George W. Bush. Per citare Obama, la decisione ha segnato l'“inizio di una nuova fase di progresso nelle relazioni USA-Russia” dopo anni di stallo. La prevista visita di Obama a Mosca entro i prossimi tre mesi – prima del summit del G8 in Italia, l'8-10 luglio – incoraggerà i negoziatori ad “avviare subito i colloqui” su un accordo che sostituisca lo START, che scade a dicembre.

Le due parti non si sono ancora accordate su un nuovo limite, ma è ovvio che l'accordo andrà oltre il Trattato per la Riduzione delle Offese Strategiche del 2002, che impegnava entrambe le parti a mantenere i rispettivi arsenali nucleari sotto il limite delle 2200 testate entro il 2012.

I fautori della Guerra Fredda potranno dire che i colloqui sulla riduzione delle armi costituiscono un'importante concessione da parte di Obama, giacché “eleva” lo status della Russia nella comunità internazionale a quello di pari degli Stati Uniti. Del resto Obama sa che senza una profonda cooperazione da parte della Russia tutti i suoi piani in materia di non-proliferazione non riuscirebbero a decollare. Per citare Obama, “Sia gli Stati Uniti che la Russia e altre potenze nucleari si troveranno in una posizione molto più forte nel dare vigore a quello che è diventato un trattato di proliferazione alquanto fragile e logoro, se daremo l'esempio e sapremo compiere dei seri passi per ridurre l'arsenale nucleare”.

È vero che i due presidenti hanno ammesso che permangono divergenze sulla dibattuta questione del dispiegamento di elementi del sistema anti-missile statunitense in Europa. Ma presumibilmente si rendono anche conto che non è più una questione pressante, e che la cooperazione USA-Russia è fattibile. In ogni caso, Mosca sa che Obama non ha l'entusiasmo di Bush nel promuovere la cosa imponendo le condizioni americane, e inoltre l'opinione pubblica ceca è sempre più contraria al dispiegamento statunitense.

Anche le tensioni per l'allargamento della NATO si sono alleggerite, mentre trapela che l'ingresso dell'Ucraina o della Georgia nell'alleanza è semplicemente escluso per almeno 15-20 anni. Le divergenze permangono su altre questioni, come il conflitto del 2008 nel Caucaso e i successivi cambiamenti nella regione, o l'indipendenza del Kosovo, ma adesso non si tratta esattamente di “punti caldi” nelle relazioni USA-Russia.

Invece ciò che ha dato uno slancio sostanziale all'incontro di Londra tra Obama e Medvedev aveva a che fare con la cooperazione USA-Russia in Afghanistan. La dichiarazione congiunta dei due presidenti dice che hanno concordato la necessità di collaborare sull'Afghanistan in quanto “al-Qaeda e altri gruppi terroristici e rivoltosi in Afghanistan e Pakistan rappresentano una comune minaccia per molti paesi, Stati Uniti e Russia compresi”. La dichiarazione aggiungeva che Mosca e Washington avrebbero “lavorato e fornito appoggio a una risposta internazionale coordinata con le Nazioni Unite in un ruolo chiave”. (Corsivo dell'Autore)

È molto significativo che i russi abbiano deciso di calare l'asso offrendo agli americani alla vigilia dell'incontro di Londra il transito aereo e ferroviario completo e senza ostacoli sul territorio russo per il trasporto dei rifornimenti militari degli Stati Uniti (e della NATO) diretti in Afghanistan. Essenzialmente i russi hanno offerto agli Stati Uniti l'opportunità di non dipendere più da altre rotte di transito come il problematico Pakistan.

Ciò che emerge è che Mosca ha capito che la maggiore preoccupazione della politica estera dell'amministrazione Obama sarà la stabilizzazione dell'Afghanistan. E che non c'è niente di meglio, per stabilizzare le relazioni USA-Russia, che offrire piena cooperazione agli Stati Uniti nell'Hindu Kush. (A proposito, questo approccio è in linea con la prognosi della Commissione Hart-Hagel)

Bella pensata da parte di Mosca. Si basa sull'attenta analisi del fatto che non esiste alcun reale conflitto di interessi tra la Russia e gli Stati Uniti in Afghanistan finché la relazione USA-Russia si basa sulla sensibilità verso i reciproci interessi vitali.

Ciò risulta evidente se passiamo in rassegna i postulati fondamentali della nuova strategia afghana di Obama. Questa nuova strategia tanto reclamizzata – “più forte, più intelligente e completa” - si basa essenzialmente su nove principi.

Uno, c'è un collegamento fondamentale tra il futuro dell'Afghanistan e quello del Pakistan. Due, al-Qaeda rappresenta una minaccia per l'esistenza del Pakistan. Tre, la capacità del Pakistan di affrontare la minaccia di al-Qaeda è legata alla sua forza e alla sua sicurezza. Quattro, il Pakistan ha bisogno dell'aiuto degli Stati Uniti, ma dev'essere responsabilizzato. Cinque, le conquiste dei taliban in Afghanistan devono essere azzerate e bisogna promuovere un governo afghano più capace e responsabile. Sei, il “surge” dovrebbe avere componenti sia militari che civili, e queste dovrebbero essere integrate. Sette, la precondizione di una pace duratura è che deve esserci riconciliazione tra gli ex nemici. Otto, al-Qaeda può essere isolata e colpita seguendo lo schema del Risveglio Sunnita intrapreso con successo in Iraq. Nove, è necessaria la partecipazione internazionale, soprattutto quella della NATO.

Mosca non ha problemi con nessuno di questi parametri. Dunque il Cremlino valuta acutamente che gli interessi in termini di sicurezza della Russia non vengono in alcun modo danneggiati se la Russia aiuta gli Stati Uniti a stabilizzare l'Afghanistan. La strategia afghana di Obama ha scarse probabilità di successo, ma questo non è un problema della Russia. Aiutare un amico nel momento del bisogno potrebbe far sì che la Russia diventi davvero amica dell'amministrazione Obama. La logica è semplice, diretta e forse anche praticabile, visto che gli Stati Uniti rischiano seriamente di impantanarsi politicamente e militarmente in Afghanistan e hanno estremo bisogno dell'aiuto di chiunque.

Se la Russia riesce a capitalizzare sul conseguente favore degli Stati Uniti per creare un positivo clima di collaborazione nelle relazioni USA-Russia, questo avrà un impatto profondo sul sistema internazionale. Le potenze regionali osserveranno con molta attenzione, e forse hanno già cominciato a pensare come calibrare le loro mosse in Afghanistan. La posta è alta soprattutto per l'Iran e per il Pakistan.

Originale: US-Russia ties on a new trajectory

Articolo originale pubblicato il 4/4/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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venerdì, marzo 13, 2009

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

Barack Obama, le presento la "Squadra B"

di Scott Ritter

tradotto da Manuela Vittorelli

La scorsa settimana il Presidente Obama ha ricevuto una lezione di destrezza diplomatica quando la sua proposta segreta di rinunciare al posizionamento del controverso sistema di difesa antimissile in Europa Orientale in cambio dell'aiuto della Russia nel costringere l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare è stata pubblicamente respinta. La lezione? Non si riceve niente per niente, soprattutto se quello che si vuole è già di per sé niente.

Se i membri dell'amministrazione Obama si prendessero la briga di andare un po' indietro con la memoria, ricorderebbero che una volta esisteva un documento chiamato trattato anti missili balistici, firmato nel 1972 dagli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, nel quale si riconosceva che gli scudi di difesa antimissile erano intrinsecamente destabilizzanti, e come tali non dovevano essere impiegati. Il trattato ABM rappresentò l'accordo fondamentale per una serie di patti successivi che sancirono la limitazione delle armi strategiche e la riduzione degli armamenti. Il Presidente Obama aveva 10 anni quando fu firmato quel trattato. Ne aveva 40 quando nel dicembre del 2001 il Presidente George W. Bush decise di ritirarsi dal trattato ABM e mise in moto una serie di eventi che videro andare a rotoli la questione del controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia. Il piano statunitense che prevede il posizionamento di uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca ha fatto sì che i russi esprimessero l'intenzione di affossare il trattato INF (il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminava due classi di missili balistici a testata nucleare che minacciavano l'Europa) e di posizionare missili SS-21 “Iskander” (caratterizzati da un grado estremo di accuratezza) nel raggio di azione del sito di intercettazione polacco.

Non è stata la Russia a creare la crisi del sistema di difesa antimissile. Sono stati gli Stati Uniti, che dunque non possono aspettarsi di ricevere un credito diplomatico immediato quando mettono questo controverso programma sul tavolo della politica estera come se fosse una legittima merce di scambio nelle contrattazioni.

La Russia ha sempre, giustamente, affermato che qualsiasi sistema di difesa posizionato in Europa Orientale poteva solo essere diretto contro la Russia. Mentre le amministrazioni Bush e Obama hanno sempre negato che fosse così, la Polonia ha di fatto ammesso di temere non gli eventuali missili di Teheran ma quelli di Mosca. Il contentino che gli Stati Uniti offrono alla Polonia in cambio della perdita dello scudo antimissile è costituito da avanzati missili terra-aria Patriot, il cui bersaglio ovviamente non sarebbero i missili persiani, che non sono in grado di raggiungere il suolo polacco, ma i missili e l'aviazione russa che evidentemente possono farlo.

Ci sono tre fatti fondamentali di cui l'amministrazione Obama deve occuparsi, cosa che finora non ha fatto.

In primo luogo, i sistemi di difesa antimissile sono intrinsecamente destabilizzanti e contribuiscono esclusivamente all'acquisizione di misure offensive concepite per sconfiggere quelle difese. In secondo luogo, il rapido allargamento della NATO nello scorso decennio ha di fatto minacciato la Russia. Infine, la “minaccia” missilistica iraniana all'Europa è sempre stata illusoria.

Il piano statunitense per uno uno scudo antimissile in Europa Orientale si è basato fin dall'inizio su una concezione profondamente errata. Benché impiegasse una tecnologia non verificata, fu venduto come strumento per proteggere l'Europa da una minaccia inesistente (i missili iraniani), creando al contempo le condizioni per esporre l'Europa a un minaccia reale che lo scudo di difesa antimissile era incapace di sconfiggere (i missili russi). Il fatto che Obama abbia messo sul piatto lo scudo antimissile per concludere un “grande patto” con la Russia sull'Iran non fa che sottolineare lo scarsissimo valore di quel sistema. È uno zero assoluto, sia dal punto di vista militare che da quello diplomatico. Obama, rendendolo merce di scambio, ha cercato di dargli il valore che gli mancava, e i russi non ci sono cascati.

La situazione iraniana è fin troppo reale, ma non in termini di pericoli rappresentati da qualsiasi cosa l'Iran stia facendo. Gli Stati Uniti non hanno facilitato le cose esasperando la minaccia rappresentata da inesistenti missili iraniani puntati sull'Europa e armati di inesistenti testate nucleari. La Russia ha espresso il desiderio di collaborare con gli Stati Uniti per controllare meglio il programma iraniano di arricchimento dell'uranio, che sia secondo l'Iran che secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica fa parte di un programma nucleare energetico pacifico. Per credere al “patto” proposto da Obama, la Russia avrebbe anche dovuto credere alla minaccia dei programmi nucleari e dei missili iraniani. E non ci crede.

Obama farebbe bene a convocare la sua squadra per la sicurezza nazionale e farle esporre le informazioni di intelligence usate per valutare la minaccia iraniana. Un documento di questo genere deve esistere, giacché il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Michael Mullen e il presidente stesso hanno tutti ripetutamente fatto riferimento alla “minaccia” rappresentata dalle ambizioni iraniane di possedere “armi nucleari”. È importante distinguere tra ciò che sappiamo e quello che pensiamo di sapere. Per esempio sappiamo che l'Iran non possiede uranio arricchito del genere necessario a fabbricare un'arma nucleare. Chiedetelo all'Ammiraglio Dennis Blair, direttore della National Intelligence. È quello che ha detto questa settimana alla Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti nella sua testimonianza sull'Iran. E tuttavia nella comunità dell'intelligence statunitense molti continuano ad affermare inequivocabilmente che l'Iran è sul punto di possedere un'arma nucleare.

Obama dovrebbe prendere ciascuna affermazione sulle ambizioni nucleari dell'Iran e poi smontare accuratamente tutte le basi fattuali su cui si fonda quell'affermazione. Se lo facesse, scoprirebbe subito che lui e i suoi consiglieri sanno meno di quanto pensino dell'Iran. Tutti gli argomenti degli Stati Uniti a sfavore dell'Iran si basano su ipotesi e speculazioni. Se il presidente smontasse queste speculazioni, scoprirebbe che ciò che le tiene insieme è una metodologia ideologicamente motivata che serve più a giustificare una politica di contenimento e di destabilizzazione della teocrazia iraniana che a comprendere le sue ambizioni nucleari.

Obama dovrebbe studiarsi il trattato ABM del 1972 e il caso della CIA contro la “Squadra B”. Questo capitolo del fallimento della politica di controllo delle armi degli Stati Uniti si è svolto negli anni 1975 e 1976, durante l'amministrazione di Gerald Ford.
C'erano una volta l'Unione Sovietica e la Guerra Fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Per impedire che la Guerra fredda si trasformasse in una “guerra calda”, le due superpotenze avviarono iniziative per il controllo degli armamenti, nell'ambito di un programma di distensione Est-Ovest, per gestire meglio l'intensificazione di una corsa alle armi prodotta dalle tensioni della Guerra Fredda. In questo era fondamentale capire al meglio non solo la realtà concreta dei programmi per le armi strategiche dell'Unione Sovietica, ma anche il loro scopo. La CIA elaborò un documento che trattava proprio questi temi, il National Intelligence Estimate (NIE) 11-3/8-74, “Soviet Forces For Intercontinental Conflict Through 1985” (“Le forze sovietiche per il conflitto intercontinentale fino al 1985”).

Le conclusioni rassicuranti del rapporto della CIA sulle potenzialità strategiche sovietiche contrariavano i fautori dei programmi di difesa statunitensi, programmi che in base a quel rapporto risultavano ingiustificati. Questi ideologi, invece di affrontare i fatti presentati dal documento della CIA, attaccarono la metodologia usata per accertarli. I conservatori che si opponevano alla politica della distensione fecero pressioni politiche sul Presidente Ford perché approntasse una “Squadra B” di analisti (esterni) per contrastare le conclusioni espresse nel documento della CIA dalla “Squadra A” (costituita da personale CIA). La “Squadra B” non fornì dati migliori (anzi, ciascuna delle sue asserzioni si dimostrò errata), ma fu più efficace nel produrre paura. Le sue affermazioni sulle intenzioni e le potenzialità sovietiche, altamente esagerate e imprecise, erano politicamente esplosive e non potevano essere ignorate, soprattutto nel 1976, anno di elezioni presidenziali. La “Squadra B” sconfisse la “Squadra A”, e si gettarono le basi non solo per lo smantellamento della politica di distensione USA-Russia, ma anche per la più grande corsa agli armamenti della storia moderna, che culminò nella distruzione di quegli stessi patti pensati per contenere una tale escalation.

Obama dovrebbe studiarsi la storia della “Squadra B” perché la “Squadra B” è ancora oggi all'opera, e diffonde fantasie sulla “minaccia” iraniana che ricordano quelle impiegate dalla squadra che riuscì a spacciare la favola della “minaccia” sovietica. Il nuovo presidente ha avuto un atteggiamento critico nei confronti della guerra in Iraq, e della triste storia di inganno e disinformazione che è stata poi definita “fallimento dell'intelligence”. Non c'è stato nessun “fallimento” perché non c'era nessuna “intelligence”. La “Squadra B” non fornisce alcun tipo di intelligence, ma piuttosto affermazioni ideologiche che servono a giustificare una condotta. Le stesse metodologie da “Squadra B” che ci hanno fornito le informazioni sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono oggi al lavoro con i dati di “intelligence” sull'Iran usati dal Presidente Obama e dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.

Obama avrebbe la sorpresa di scoprire che uno dei programmi proposti dalla “Squadra B” nel suo attacco contro la verità c'era uno scudo antimissile per contrastare la percezione di una minaccia missilistica sovietica. Le falsità e le invenzioni spacciate dalla “Squadra B” negli anni Settanta posero l'America sulla strada del ritiro dal trattato ABM del 2001 e del piano per quello stesso scudo antimissile che Obama sta ora usando come merce di scambio per convincere la Russia a collaborare sulla “minaccia” iraniana, una minaccia peraltro confezionata da quella stessa “Squadra B”.

Molti sono rimasti colpiti dal Segretario di Stato quando ha detto che l'America avrebbe dovuto abbracciare lo “smart power” [potere intelligente, sintesi di hard e soft power, ovvero forza militare e diplomazia, N.d.T.]. Intendeva dire che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Obama, avrebbero usato tutti gli strumenti a loro disposizione, soprattutto la diplomazia, per cercare di risolvere la miriade di problemi che devono affrontare ovunque nell'era post-Bush, compreso quello iraniano. Ma non è possibile cominciare a risolvere un problema se prima non lo si definisce accuratamente, perché senza quella definizione la “soluzione” non risolverebbe nulla. Una soluzione al problema iraniano deve partire da un accurato quadro informativo su ciò che avviene oggi all'interno del paese, un quadro che si basi sui fatti più che sulle finzioni basate sull'ideologia. Si consiglia a Obama di mettere in discussione tutte le informazioni di intelligence degli Stati Uniti usate per definire l'Iran una minaccia, e di liquidare una volta per tutte i resti della “Squadra B” che ancora permangono nella struttura dei servizi segreti americani. Intelligence non è ascoltare ciò che si vuol sentire, ma sapere ciò che si ha bisogno di sapere.

Obama deve sapere la verità sull'Iran e sul sistema di difesa antimissile in Europa. Questa verità potrebbe essere scomoda, ma lo metterebbe in grado di elaborare soluzioni significative per problemi molto gravi evitando di ripetere l'imbarazzante “grande patto” proposto alla Russia, e cioè di scambiare niente con niente nello sforzo di garantirsi qualcosa in cambio di niente. Ci sono molte “somme zero” in quell'equazione, e questo riassume piuttosto bene l'attuale strategia politica di Obama nei rapporti con la Russia e con l'Iran.


Originale: Barack Obama, Meet Team B

Articolo originale pubblicato il 12/3/2009

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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martedì, luglio 08, 2008

Mr Sikorski va a Washington

Dziennik riferisce che il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski oggi [il 7 luglio, N.d.T.] incontrerà Condoleezza Rice a Washington per parlare di difesa anti-missile e di “allargamento della NATO”. Il quotidiano aggiunge poi che Sikorski parlerà al telefono con i candidati alla presidenza John McCain e Barack Obama. In seguito Condi andrà subito a Praga sperando di chiudere l'accordo con i cechi, passando per Sofia e Tbilisi in un viaggio che comincerà questa settimana. Venerdì scorso il primo ministro polacco Tusk, in un colloquio con il vice presidente Cheney, ha respinto l'ultima offerta degli Stati Uniti che prevedeva un ulteriore sostegno militare e finanziario alla Polonia se avesse accettato di ospitare lo scudo di difesa anti-missile sul proprio territorio.

A Varsavia il presidente Kaczyński e il primo ministro Tusk sono in totale disaccordo su come uscire dallo stallo. Secondo l'articolo pubblicato da Dziennik, una fonte vicina all'ufficio del primo ministro ha detto “L'atmosfera era tesa. Da una parte c'era il presidente con i suoi, e dall'altra c'erano il primo ministro e i suoi subordinati. 'Signor presidente, dovrebbe avere maggiore fiducia nel ministro degli esteri', è stato detto dopo le critiche di Kaczyński a Sikorski. 'Non è il mio ministro degli esteri', ha risposto il presidente”.

Secondo l'analista e consulente dei repubblicani Edward Lutwak, "respingendo l'offerta degli Stati Uniti il governo della Repubblica di Polonia si è giocato un partner prezioso che l'avrebbe protetta dalla Russia. È un errore elementare”.

Queste parole convinceranno certamente i russi che lo scudo è diretto contro di loro, un errore ancor più elementare.

***

Sono deluso dal modo con cui AFP riferisce la notizia sullo scudo anti-missile e dalla sua interpretazione delle cifre dei sondaggi:

L'opposizione polacca alla proposta di installare elementi del sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti nell'ex-paese comunista si sta indebolendo, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati sabato. Alla fine di febbraio un sondaggio suggeriva che il 52% dei polacchi era contrario al piano, mentre questa nuova indagine – poco più di tre mesi dopo – ha rilevato che è contrario solo il 46%. Il progetto, che prevede il dispiegamento di 10 missili intercettori e di un radar nella vicina Repubblica Ceca, vede favorevole il 42% degli intervistati, in base al sondaggio pubblicato dalla Gazeta Wyborcza. A febbraio solo il 33% si era dichiarato favorevole .

... Anche se le Russia all'inizio si era opposta decisamente all'installazione di uno scudo anti-missile alle proprie porte, il Cremlino negli ultimi mesi ha ammorbidito la propria linea e sembra ora concentrarsi sull'ottenimento di garanzie in termini di sicurezza.


Ma ecco cosa riferisce il quotidiano Dziennik:

Il 46% dei polacchi non vuole lo scudo anti-missile statunitense. La maggioranza di noi teme che gli americani non modernizzeranno il nostro esercito e che l'installazione peggiorerà le relazioni con la Russia. Quasi tre-quarti degli intervistati da PBS ritengono che [la Polonia] dovrebbe dare la priorità ai contatti con l'Unione Europea piuttosto che con gli Stati Uniti. Il 42% dei polacchi è favorevole allo scudo e il 42% [sic] è contrario. Il 68% non crede che gli Stati Uniti equipaggerà il nostro esercito. Il sondaggio rivela che secondo i polacchi lo scudo peggiorerebbe la nostra posizione nel mondo. I polacchi, inoltre, temono più un peggioramento delle relazioni con la Russia a causa dell'installazione dello scudo anti-missile che l'eventualità di diventare il bersaglio di un attacco terroristico. Inoltre solo il 16% dei polacchi ritiene che dovremmo considerare prioritari i contatti con gli Stati Uniti. Più importanti dovrebbero essere i buoni rapporti con l'Unione Europea e con la Russia.

A quanto pare il quotidiano Dziennik ha fatto un errore tipografico scrivendo nel primo paragrafo che il 46% dei polacchi è contrario, per poi scrivere 42% nel secondo paragrafo. Ma questo è più scusabile della sciatteria con cui AFP ha dato la notizia.

Innanzitutto, AFP descrive la Polonia come un ex-paese comunista. Darebbe una notizia sul Sud Africa menzionando il suo status di ex-colonia? In secondo luogo, scrive che solo il 46% è contrario allo scudo anti-missile. Semmai l'opinione pubblica è spaccata quasi a metà sulla questione. In terzo luogo, afferma che secondo questo ultimo sondaggio PBS l'opinione pubblica a favore dello scudo è migliorata rispetto allo scorso febbraio. Trascura poi di dire che un sondaggio CBOS di giugno indica che l'opinione pubblica contraria allo scudo è al 60%. Infine, non voglio neanche commentare l'idea che la Russia stia ammorbidendo la propria linea sullo scudo anti-missile in Polonia. Questa mi ha lasciato senza parole.

Ma immagino che il diavolo stia nei dettagli, e che il 60% delle statistiche venga fabbricato sul momento, il 35% delle volte.

Fonte: http://leopolis.blogspot.com




Post originale pubblicato il 7 luglio 2008

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